«Le donne son venute in eccellenzaDi ciascun'arte ove hanno posto il segno.»Letterate e poetesse ammirande davvero, americane, inglesi, francesi ed anco italiane, buone ai commercii, alle faccende villereccie, perfino diplomatiche, e sottili così da tenere cattedra alle volpi, e al principe di Benevento; pittrici, scultrici eccellenti, ed oratrici più copiose in parole di un leggío, della patria propugnatrici magnanime, sicchè postergata ogni paura scesero in campo, combatteronvi, e vi rimasero spente. Dio glorifichi come meritano coteste anime sante! Nondimeno queste si hanno a reputare eccezioni, nè la natura della donna la chiama a ciò: uguale all'uomo deve stimarsi, ma di uguaglianza diversa, a mo' di corde della stessa lira, necessarie tutte all'armonia e non pertanto di suono diverse. La formazione della donna, le membra sue delicate,la trama nervosa soperchiante, le infermità consuete, la gestazione e l'allattare dei parti, le cure stesse della famiglia le tracciano una via distintamente propria. Se la donna s'immischiasse nei negozii dell'uomo, l'uomo non potrebbe del pari framettersi in quelli della donna; quindi nascerebbe da un lato eccesso, difetto dall'altro; ancora, questi due enti diventati emuli correrebbero rischio di prolungarsi paralleli senza incontrarsi mai, mentre all'opposto la natura creandoli ebbe in mira, che gli uni con gli altri si compiessero, e per le facoltà e mancanze scambievoli ricercassersi, supplissersi, reverissersi, e amassersi; e, seguitando noi la similitudine della lira, quale accordo ricaveremmo da due corde basse o acute? Una di due come inutile andrebbe levata via: ora pensate un po' voi se possa stare, che l'uomo o la donna sia per di più nella opera della natura! Regni la donna in casa: sua la domestica economia, sua l'allevatura dei figliuoli, la educazione prima di quelli sua: a lei confidato il carico supremo di apparecchiare forti e generosi cittadini alla Patria: a lei il tesoro dei buoni costumi in santa custodia; a lei il consigliare nelle dubbiezze, nelle avversità sovvenire, negl'infortunii confortare; ella áncora di speranza, ella fuoco di Santo Elmo. O che pretende ella di più? Faccia di compire questi uffici con tutto il cuore, la carità, e la tenerezza di cui pur troppo Dio la creò capace; e se le avanza tempo, torni a domandare,che le verrà assegnata la parte più larga.Per certo discorderanno parecchi dalla chiarissima Donna anche circa all'ampiezza da darsi alla educazione muliebre, conciossiachè non vi sia maniera di scienze, arti e mestieri, a cui ella non la pretendesse prodotta: su di che occorre ripetere, ch'ella nelle Conseguenze si mantiene d'accordo co' suoi principii; ma noi che chiudemmo gli ufficii della femmina dentro a certi confini, che ci parvero meglio dicevoli, dobbiamo ritenere come la più parte di siffatte discipline tornerebbero alla vita donnesca inani e forse moleste.Qui però casca il taglio di dire qualche parola sul modo di educare, parendo a certuni non pure utile ma necessario tenere l'alunno sempre per mano fino al compimento della scienza, mentre a noi si presenta questa pratica nemica allo incremento dello intelletto: però vorremmo piuttosto che la dottrina dopo avere accompagnato il giovane su la frontiera della speculativa, quivi gli allentasse le briglie, e palma battendo a palma, gli gridasse dietro: va! — A mo' di esempio, insegnata una volta l'arte di bene disporre le idee, e significarle con elegante acconcezza, vuolsi lasciare lo spirito in balia di sè solo per le regioni della metafisica, della politica, e della storica filosofia. Di vero, io avrei voluto conoscere colui che si fosse attentato insegnare a Niccolò Macchiavelli, a Giovambattista Vico, a Giordano Bruno,al Telesio, e al Campanella le discipline in cui eglino levarono grido. — Qui avvertasi, che si accenna, non si dimostra, onde altri pensandoci sopra veda se ci apponiamo o no.Inoltre le qualità della moderna educazione hanno operato sì, che quanto si guadagnò in larghezza altrettanto si perdesse in profondità: molto procaccio è stato fatto di moneta spicciola da spendersi sopra ogni mercato, ma scudi pochi, rusponi punto, e di tal forma educazione che alla mediocrità maravigliosamente si accomoda, levano a cielo gli astiosi: affermano ancora di lei compiacersi la democrazia, ma io non ci credo, anzi credo piuttosto che i democratici magnanimi, i democratici veri non prendano in fastidio i re del pensiero, a patto però che questi tengano l'intelletto, il quale è dono di Dio, esposto in guisa da raccogliere come dentro uno specchio la sapienza eterna e rifletterla in raggi di amore sopra i fratelli: ad ogni modo a me vedere cervelli foggiati come mattoni caccia addosso il ribrezzo della febbre quartana: le casse da morto sieno tutte di una misura, chè io non lo contrasto, ma nel sentiero della vita ogni uomo stampi l'orma quanto ha lungo il piede. A rischio di mettere la mia fama di liberale in compromesso, su questo tasto io non mi adatterò a confessarmi democratico mai: delle due cose l'una, o renunziare ai Galilei, o adattarci ad averli radi: per me sto a possederne uno in capo a mille anni, ed a qualunque patto.Merita lode non peritura la Filosofia nostra pel coraggio col quale si è fatta a combattere animosa la corrente, che impone il ballo e il suono come corredo necessario alla perfetta creanza femminile: e così vero si chiarisce a prova il suo giudizio, che tu ti trovi guidato quasi spontaneo a considerare che simili delicature dalle donne diventate mogli o continuansi, o tralasciansi: se bene esperte elleno le metteranno da parte, il meno che se ne possa dire sarà, che avranno buttato dalle finestre tempo e quattrini; e se all'opposto dureranno a esercitarle, comecchè a taluna sia per sapere di ostico, io lo vo' dire senza barbazzale, la strada che mena al bordello apparisce pavimentata più assai di tasti di ebano e di avorio, che di macigni di Montemorello. In verità io vi assicuro le tastiere dei cembali superare in infamia di naufragi gli scogli acrocerauni: per chi ce gli sa vedere, esse compaiono ingombre di frantumi di virginei pudori, e di fedi coniugali. Gli antichi così barbari come gli altri che salutiamo civili, ebbero in dispregio la musica e i musicanti, narrandosi che i Persi e gli Assirii gli annoverassero addirittura fra i parasiti: gli Egizii vietarono affatto lo studio della musica come allettatrice e quasi mezzana di viltà. Fra gli Ateniesi Antistene giudicò uomo di male affare Ismenia, solo perchè teneva in delizia certo trombettiere famoso; e Filippo, il quale di rei costumi non sembra che patisse penuria, udendo Alessandro cantare, e notando com'ei sene compiacesse, lo garrì aspramente dicendogli: — vergognatene! Presso i Romani Scipione Emiliano e Catone bandirono i musicanti dannosi alla gravità dei costumi; servile arte la musica, e di uomini ingenui indegnissima: in seguito contaminate le pubbliche virtù, e volgendo ormai gli animi al servaggio, Augusto si attenta cantare; ripreso, cessa. Nerone solo ardì vantarsene; anzi presso a morte, di una cosa sola fu sentito rammaricarsi, ed era, che stesseper perire un artista pari suo[2]: ma sotto Nerone non si ha a cercare quale virtù se ne fosse ita via da Roma, bensì quale vizio non ci avesse diluviato dentro; e a petto delle altre immanità il vezzo di Nerone di volere passare per citarista poteva dirsi galanteria. Certo, i Pagani conobbero le Muse sonatrici, cantatrici, ballerine e mime, ma le si tenevano come fantesche in casa Giove; Pallade all'opposto, ch'era Dea della sapienza, si provò un giorno a sonare la tibia, senonchè presa da subita confusione la buttò via; nè in luogo alcuno di poeti, o in monumento qualunque, tu troverai, che Giove padre degli Dei sonasse o cantasse, comecchè troppo più spesso che non bisogni questo benedetto figliuolo di Saturno occorra intricato in certi bertovelli, che io passo sotto silenzio per due ragioni: la prima a causa di onestà, e poi perchè tutti gli sanno. La Chiesa cristiana, finchè ritenne angelica natura, nella sua santa purità maestosaaborrì ogni meretricio ornamento, sicchè apparve davvero discepolo di Cristo santo Atanasio, che ebbe in orrore i canti e i suoni peggio che il diavolo l'acqua benedetta; per converso santo Ambrogio li predilesse a braccia quadre: quegli li cacciò via dal santuario, questi ce gl'immise, ed ancora ci stanno: santi furono ambedue; per la qual cosa santo Agostino, ch'era un terzo santo, non sapendo che pesci pigliare, secondo il solito ciondola, e non dà in tinche nè in ceci. In quanto a me s'io avessi a dire la mia, urlerei tanto che mi sentissero: non pure scandalo, ma vituperio espresso essere, che oggi canti in chiesa su l'organo la sequenza dellaStabat Mater, o ilMiserere, quel desso, che cantò ieri sul Teatro la cavatina lasciva, e la cabaletta procace: mandarci poi fanciulli castrati, abbominazione romana. Anche laStabat Materaveva a diventare truculenta in mano ai preti! Avendo i Romani in uggia il canto, immaginate un po' voi in qual parte dovessero avere i ballerini; laonde leggesi nelle storie come Sallustio, il quale non fu uno stinco di santo, rinfacciasse a Sempronia la perizia nella danza troppo più che ad onorata matrona si convenisse[3]. Gabinio e Marco Celio per la medesima causa nerilevarono dai Censori un cappellaccio, che Dio ve lo dica per me, e quell'agro Catone fra gli altri misfatti apposti a Lucio Morena non dubitò accusarlo di avere ballato in Asia; e che la dovesse essere faccenda seria s'inferisce anco da questo, che Marco Tullio, il quale difese Murena, non trovando discolpa che valesse, abbracciò il partito di tirare giù buffa negando il fatto addirittura.A me scrittore accadde essere testimone di un caso, che chiedo licenza di raccontare per edificazione delle anime buone. Convitato da personaggio che andava per la maggiore a certa sua veglia proprio coi fiocchi, ecco di repente comparirmi davanti una coppia di giovani, uno femmina, di salute potentissima e di bellezza, che venuta dal Brasile pareva avesse portato buona parte del tropico nel seno copioso; il suo colore era di olio lampante; gli occhi, le palpebre, i sopraccigli, e i capelli, neri lustri come bitume giudaico; nelle labbra tumide, semiaperte, e accese aveva il polso, e ci si vedeva battere; l'altro maschio, inglese e biondo fulvo come incoronato di sole; marino alle vesti e più alle sembianze; altro di singolare io non conobbi in lui, se togli l'irrequieto sospingere e ritrarre del piè sinistro, il quale rammentava l'onda che lambendo la riva ti ammonisce come da un punto all'altro può divenire cavallone, epperò ti badi. Ad un tratto scoppia la musica come la frusta del Diavolo;dove sono iti i miei giovani? Velli! velli! paiono comete, che scapigliate imperversino di giù di su a scavezzacollo nel firmamento; questo urtano e fannolo girare come vecchio arcolaio, quell'altro pestano sopra gl'incliti lupini, e cacciano via con la gamba levata soffiando in un canto; un terzo scaraventano a dare di picchio con le spalle nel muro; cotesto è un remolino, un mulinello, un vero turbinío; bada davanti! ed essi pur sempre avvolgevansi, volavano, ora apparivano, ora sparivano, naufraghi per mezzo ad un mare di piacere: non udivano nè vedevano più nulla; uno nella bocca dell'altro spingeva l'anelito grosso e fumoso: braccia aggroppate a braccia, dita incatricchiate a dita, capelli neri framessi a capelli fulvi, seno sopra seno palpitante:«Ellera abbarbicata mai non fueAd alber sì come l'orribil fieraPer le altrui membra avviticchiò le sue.Poi si appiccar come di calda ceraFossero stati, e mischiar lor colore,Nè l'un nè l'altro già parea qual era.»[4]Ormai taceva l'orchestra, e quanti erano quivi danzatori per bene avevano già depositato con le consuete clausole notarili, voleva dire civili, nelle mani dei rispettivi babbi, mamme, o mariti, le rispettabili compagne loro: già l'onda della limonea più che mezzo aveva spento i discreti ardori,e cotesti due insatanassati giravano, giravano da sbrizzarne in minuzzoli, finchè all'ultimo ansimando trafelati cascarono di sfascio giù sur un lettuccio. Quello, che i babbi, le mamme, e i mariti convenuti là dentro pensassero, io non lo posso sapere, chè nei cervelli loro non ci entrai: in quanto a me, tutte le mie considerazioni, che non furono poche, andarono a mettere capo in questo proverbio contadinesco, il quale allora mi parve vangelo:«Tre nebbie fanno una pioggia,Tre piogge una fiumana,E tre feste da ballo una.......[5].Una che? Avendolo notato Dante nel poema sacro, e non credeste mica nello Inferno, bensì nel Purgatorio, parrebbe a me che lo potessi dichiarare anch'io, che non iscrivo niente di sacro; ma no signore, io non lo voglio dire, confidando che le mie ingenue leggitrici ci peneranno intorno a indovinarlo, ma poi lo troveranno; piuttosto io voglio dire quest'altra cosa, che i tre festini mi parvero troppi; e a mio giudizio, anche di un solo per fare l'effetto ce n'è di avanzo.Se adesso qualche anima pietosa mi avvertisse: frate, tu predicasti ai porri:Sapevamcelo, dissono quei di Capraia, risponderei; chè già ho antiveduto come uomini e donne, in specie donne, per una ragione ch'io adduca sapranno contrapporne mille: così (mi pare di sentirle!) allegheranno il giudizio dei medici universale accordarsi ad assicurare come il ballo massimamente conferisca alla sanità del corpo, assottigliando il sangue, purgando gli umori, e sciogliendo le membra; anzi siccome sana non può mantenersi la mente, se sane non si conservano le membra, se ne inferisce che qualunque intenda riuscire buon matematico, buon principe, ed anche buon teologo, ha da ballare, e se più ne hai più ne metti. E' non ci è caso da perfidiare, io ve la dò per vinta: i medici giudicano da quei valentuomini che tutto il mondo conosce; e su le vostre labbra, donne, sta il vero; ma sentite, voi avete a fare una cosa; vi si concede saltare, correre, ballare, a patto però che ve ne andiate lungo le sponde romite del fiume, o in mezzo alle riposte ombre dei boschi: colà su i tappeti delle folte erbe, al casto raggio di colei che fu guidatrice di ninfe formose come voi, ninfa con ninfa menerete i lieti rigoletti, e procaccerete salute, bellezza, e gagliardia ai vostri corpi quanto la Natura vi consiglia; però i luoghi chiusi fuggite, avvegnadio colà l'afa della gente stipata, la vampa dei lumi, il calore e il sudore fruttino troppo più scapito,che guadagno: inoltre dalle vesti scollate esporre, lasciamo stare alla vista, ma al trapasso repentino dal caldo al freddo tanta carne ignuda, la quale cosa il Parini direbbe in poesia:«...... e sì dannosa copiaSvelar di gigli e rose;»[6].parvi ella da persone cui prema la salute sul serio? O che i reumi, i catarri, le flussioni, le tossi, e le corizze non usano più? O forse la punta e la scarmana considerando cotesto vostro seno (poniamo candidissimo) si periteranno d'infiammarvelo spietatamente a morte? Dite su, egli è per amore dell'ortopedia che stringete la vita e i piedi con tali arnesi, che il grande Inquisitore di Spagna si sarebbe, sto per dire, recato a scrupolo adoperarne altrettali in un estro di zelo cattolico, apostolico, romano? Sentiamo via, che cosa saprete contarmi in proposito. —E le donne di rimando: voi dite il vero, magari lo potessimo fare! Ma sapete voi, quando ci triboliamo a presentarci ai vostri balli, qual passione ci muova? Animo deliberato al sagrifizio; però che amore del prossimo ci persuada a rammendare i vostri strappi, recando come per noi si può rimedio ai mali partoriti allo umano consorzio dalla insigne melonaggine, o dalla stupida cupidità vostra. Invero se non istessimo noi maisempre all'erta fantasticando senza requie nuove bizzarrie perconsumare, o come potrebbe vivere quel mostro insaziabile creato dalle vostre mani, e si chiamaprodurre? Chi scavò l'abisso della industria? La frivolezza nostra o l'avarizia vostra? Senza la febbre di andare ornate con foggie inconsuete, e vi concedo strane, glioperaia migliaia morirebbero d'inedia; e voicapitalecon che vi saziereste voi? Per avventura col pane fatto di farina di scudi? Quando pertanto noi altre donne ci rassegniamo a comparire nelle veglie e ai teatri coperte di stoffe sfoggiate, di piume, di fiori, e di brillanti: quando spingiamo la carità fino a spiantare le famiglie, e struggere i mariti, voi avreste a decretarci la corona civica. Curzio che si buttò nella voragine per salvare Roma, in petto a quello che patiamo noi per amore del prossimo, bebbe una cioccolata. —Eh! bisogna confessare pur troppo, che queste diavolerie di lusso, capitale, operai, e lavoro sono negozii serii, ma serii davvero; e la difficoltà, anzi di' pure la crescente impossibilità di assettarli con gl'istituti che ci reggono adesso; per modo che se vuoi, che le faccende camminino ti conviene dare un colpo al cerchio, ed un altro alla botte. I governi, la più parte almeno, non ci pensano: arte unica loro stringere e spremere: quando poi capitano i tempi grossi, non rifinano mai di maledire all'anarchia, alla demagogia e a tutte le altre tregende, che finiscono inia, e pure non ècosì. Non vo' che paia strano, se l'umanità formando un complesso di uomini, io la paragoni all'uomo: ella cresce di mole, e, con la mole, di pensieri e di voglie, nè più nè meno come l'uomo costuma; ora che ti sembrerebbe di quel nuovo pesce, che s'incaponisse a volere mandare fuori il suo figliuolo giovine di venti anni vestito col cercine, e il guarnello, come quando era infante, e co' giocattoli stessi presumesse trastullarlo? Fa il tuo conto che molto non si discostino da cosiffatte gagliofferie quei rettori di popoli, i quali rifiutano allargare, e conferire le leggi e le istituzioni al procedere forse, e certo poi al mutare della umanità; donde avviene che questa crescendo dentro le leggi viete, come dentro vestiti vecchi, dapprima ella quanto più può stira su le costure, ed alla fine le scoppia.La gente di contado, da gran tempo, ha preso a fluire verso le città, condotta o da impazienza delle fatiche rusticane, o da agonia dei súbiti guadagni: s'ella considerasse bene, conoscerebbe come per uno che si arrampica, mila stramazzano: diventa, per la più parte di questi nuovi arrivati, la città, un palio, che oggi chiamanoa campanile, verso il camposanto, dove arrivano per la trafila del bordello, dell'ospedale, e del bagno; tuttavolta prima che la morte pensi a saldarne il conto nelle città ristagnano, e mandano malaria: molto più, che tu in coscienza li puoi reputare come altrettanti apostoli Bartolomeiin mano alcapitale. Ora questi santi Bartolomei delcapitalestarieno anche peggio (conciossiachè all'uomo accada di potersi trovare peggio che scorticato, ed io lo so, che lo provai); laddove il lusso non si prendesse il carico di logorare tutto quanto i poveri scorticati quotidianamente producono. Parrebbe che i governi ci avessero a provvedere ordinando emissarii capaci a farli scolare o con le marine, o con le colonie, o rivomitandoli nelle campagne; dacchè la terra sia proprio la porta del Vangelo dove basta che tu picchi forte perchè ti venga aperto: adesso, qualunque sia la causa, che qui non fa caso ricercare, le campagne in parte appaiono deserte, mentre in altra parte hanno ingombro di soverchio; là i frutti non nascono, qui gli rubano. Corre il costume, che il capoccia, Romolo della famiglia dei contadini, ne sbandisca dal seno quei membri, i quali, lui invano opponente, menano moglie: ora questi banditi privi di podere moltiplicansi, lebbra delle campagne: se trovano, vanno ad opera, donde ricavano un salario, il quale in coscienza non si può dire che basti loro per vivere; piuttosto sarà vero affermare, per morire mezzo; se non trovano, diventano prima per necessità scarpatori, poi per usanza continuano, chè il mestiero del ladro, finchè glielo lasciano fare, loro par pasqua. Arte buona di Stato dovrebbe però giudicarsi quella, che attendesse a spartire meglio i villani per le campagne, allettandoli altrove conpiù maniere di eccitamenti onesti e di sussidii: forse anco la mezzaria incomincia a farsi vieta, e il podere che una sola e scarsa famiglia lavora basterebbe a nudrire più gente assai, se ci fossero condotte sopra migliorie con più sapienti pratiche, e spese maggiori: per modo, che se il podere non frutta quanto e' potrebbe, ciò deriva dalla repugnanza, se non si ha a dire aborrimento addirittura, del colono per le novità; al quale guaio aggiungi questo altro, che il contadino anche dopo avere spartito col padronemetà della metàdel raccolto trova sempre il verso d'incastrarci il debito, ed ogni anno aumentarlo, sia arte, o necessità; sicchè di farlo contribuire alla spesa non ci si raccapezza il bandolo. Quindi non mi arriverebbe inopinato se il CapitaleBriareosi pigliasse in mano le industrie agricole come ha fatto le manifatturiere, e adoperando nuovi modi di coltura, trovando partiti da cavarci migliore costrutto, sciogliesse il groppo o col produrre alimenti in copia maggiore e a prezzi più comportabili, e col ricondurci parte dei forviati nelle industrie urbane, o col nudrire sul medesimo spazio di terra più numero di contadini. Il tempo mena seco mutazioni mirabili, a cui la gente trascurata non bada: ma chi ci attende lo vede come dipinto davanti agli occhi. Così distratto dal fracasso delle opere diurne degli uomini tu nulla senti; nella notte poi quando il silenzio impera, ti molesta aspro gli orecchi l'indefesso rodere del tarlo, il quale ti fa manifestocome nel medesimo letto su cui giaci si consuma un lavoro di distruzione inevitabile.Le querimonie che mandano i popoli intorno alle maledizioni della tirannide ormai hanno ristucco Dio e il Diavolo, per la quale cosa bisogna non ristarci un momento da ricantare loro le dieci volte, e le mille finchè non l'abbiano intesa, la tirannide insomma niente altro essere tranne una fungosità nata dal fracidume del servaggio. Il servaggio che ricava il quotidiano sostentamento dai vizii codardi, o ladri, dalle abiezioni tutte e in ispecial modo dal lusso:«Questoè la fiera con la coda aguzzaChe passa i monti, e rompe mura ed armi;Ecco colui, che tutto il mondo appuzza»[7].Nonchè possa sperarsi di vedere allignare repubbliche là dove questa mala pianta aduggia, nè manco si ha da credere che si possa reggere alcuno di codesti istituti nei quali s'immette dose più o meno larga di Libertà. Che Dio ci aiuti, o che vuoi tu stillare con un popolo presso il quale la povertà onorata reca vergogna troppo più del delitto? Fra noi come sei ricco non curano sapere, solo se sei, e di quanto, la rettitudine hanno in pregio di manto coi lustrini, buono a vestirsi dai regii ciurmatori quando saliscono le scene per recitarvi la parte di Agamennone. Qui il ladro, cuiFortuna sbagliando invece di agguantare pel collo acciuffò pei capelli, passa, e con le ruote della sua carrozza imbratta di fango il magistrato, il filosofo, e il poeta; più oltre un mercante scemo della forza di cinquanta cavalli, a cui cascò addosso l'opulenza come l'embrice sul capo di Pirro, passa, ed insulta col lusso di servi e di corsieri il soldato, che zoppo, per aver perduto una gamba combattendo per la Patria, pure va pedestre: breve; che montano esempi? La storia da tutte le sue pagine grida essere i popoli cresciuti in gloria e conservati liberi finchè le perverse arti del lusso ignorarono; all'opposto perduta l'antica parsimonia fatti prima mancipio della tirannide domestica, poco dopo della straniera; entrambe dolenti, e vergognose invero, ma la seconda fuori di misura dolentissima, e vergognosissima.Le conquiste asiatiche, e il testamento di Attalo ferirono a morte la virtù romana, e parve provvidenza, che le spoglie di Re facessero alla Repubblica oppressora l'ufficio della camicia di Nesso. Valerio Massimo consentendo la ruina di Roma essere stato il lusso, discorda sul tempo, e in quanto a sè opina, che i costumi principiassero a contaminarsi dopo la disfatta di Filippo re di Macedonia: di vero allora furono viste le femmine romane spasimare a mettere in pezzi la legge Oppia, la quale vietava loro vesti polimite, e gli ornamenti che superassero la mezza oncia di oro: e dacchè come nei moderni ai tempi antichi accadeva,che quel che femmina vuole, Dio vuole, così riuscirono a sovvertire l'odiata legge; onde (mirabile a dirsi!) per modo irruppe disonesto il lusso, che trascorso breve spazio di tempo Lollia Paolina potè comparire a certa veglia domestica carica di perle e di smeraldi pel valore di settanta milioni di lire fiorentine, tenuto a calcolo il ragguaglio della moneta.Ora immaginate un po' voi se dopo questi esempii, e dopo che le donne non più contente del mondo muliebre, quantunque sfoggiato, pretendono nientemeno che sedere presidi nei Parlamenti, e capitanare eserciti, ci sia verso di ricondurre i giorni nei quali un Egnazio Mecenio potè finire a legnate sul capo la moglie che bebbe vino alla botte, e averne non mica castigo, bensì loda, e stragrande, comecchè il fatto anche agli amici della virtù latina paresse un tantinello abbrivato: in quanto a me credo, che si debba appiccare all'arpione la voglia di rivedere le cugine dei re a veglia con le fantesche filare la lana come Lucrezia, e le gentildonne di casa Nerli e del Vecchiostarsi contente al fuso, ed al pennecchio. Non è più tempo che Berta filava.Narrasi di certa isola dove i malfattori per estremo supplizio dannavansi alla pena di portare campanelle di oro alle orecchie, e al naso... ahimè! cotesta isola si chiamavaUtopia, e la immaginò la bell'anima di Tomaso Moro gran cancelliere d'Inghilterra, il quale per mantenersi giusto perse la testa.Pericoli in mare, pericoli in terra, esclamava l'apostolo San Paolo, e noi con lui; male se stiamo fermi, peggio se camminiamo; e non pertanto molto può farsi di bene, o almeno sperarsi, parte mutando e parte vietando. Così, a modo di esempio, le donne romane non potevano entrare in Roma sedute su carra: questo concedevasi agli uomini di alto affare, vecchi, ed infermi, nella medesima guisa noi, non dico che dovremmo vietare le carrozze, bensì gravarle con isconci balzelli, gratuitamente concederle ai meritevoli soltanto; il lusso nei cavalli non pure permesso, ma promosso, e nelle armi, dacchè la gioventù senza distinzione avrebbe ad esercitare la milizia; e in pari guisa costumavano i Galli, e se ne trovavano bene, quantunque barbari, avendo sperimentato come il timore di perdere l'armatura di molto valsente rendesse i guerrieri più pertinaci a difenderla, epperò a sostenere la puntaglia. Nè io credo si farebbe manco guadagno se potessersi persuadere le donne ad usare vesti sontuose sì, ma ferme in una foggia, e di stoffe nostrali, imperciocchè quella gara, che vediamo conquidere le donne tra classe e classe, verrebbe per necessità a cascare: niente servendo meglio a mantenere viva questa agonia del comparire quanto la facilità di appagarla con la ostentazione di robe, che di per sè non sono di gravissimo pregio, ma che, rinnovate le ventine di volte in capo all'anno, spiantano. Avrebbe un bell'arrotarvisi sopra la bottegaia, tanto non le verrebbefatto di procacciarsi una vesta di broccatello di oro, con rabeschi ricamati di perle e di gemme, come anticamente le gentildonne nostre adoperavano pei dì delle feste; e caso mai le avessero avute avrebbero loro pianto addosso: quelle vesti poi così doviziose passavan di madre in figliuole, e quando dopo parecchie generazioni si disfacevano, se ne ricattava oltre alla metà del valsente. Ma per avventura questo non saría buon consiglio; gioverebbe piuttosto mutare scopo al lusso, e screditato lo esterno su la persona, e i ninnoli in casa, mercè i quali i Francesi, che ce gli mandano, hanno l'aria di trattarci da bamboli eterni, rimettere in fiore, se ci fosse, un altro Luca Giordano che venisse a dipingere le volte delle nostre case, un Cellino a cisellarci i vasellami di argento, un Caparra a batterci i ferramenti, un Cervelliera a intarsiarci gli stipi, un Palladio ad architettarci i palazzi, un Buontalenti a disegnarci i giardini: meglio ancora suscitare il fasto, che per questa guisa s'imparenterebbe con la virtù di decorare la città con ginnasii, musei, basiliche, istituti benefici per educare la gioventù, ed ospitare la infermità, la sventura, e la vecchiezza: ma qui fo punto, imperciocchè io dubiti, che i partiti, i quali ho messo davanti, con altri più assai dei quali mi passo, non abbiano a parere pannicelli caldi, chè troppo più fuoco brucia nell'orcio: arrogi a questo, che essendomi riuscite così male le parti di consigliere, sarà prudente renunziarciper sempre. Conchiudendo dico, e questo abbiatevi per sicuro, che lusso e Libertà non possono accordare insieme: scempiezza contendere intorno alle forme del governo, chè Agide e Cleomene principi erano, e pure adoperandosi a spartire con tutti i cittadini le terre laconie soggiacquero all'avara crudeltà dei patrizii: parchi siate, temperati e modesti; non amate più la vita infame, che la morte con onore; bandite il sagrifizio, e fatelo; persuadete a benvolere, e adoperate benevolenza voi stessi, ed allora, così disposto il campo, voi vi potrete spargere la sementa che meglio vi garbi, e voi le vedrete venire su tutte a bene.Côlta da infermità la contessa Amelia, non potè, come pure avrebbe voluto, dare forma a quanto aveva raccolto intorno alla educazione, e fu danno: nondimeno quanto ci avanza dei suoi Saggi, e delle sue lettere, basta ad avviare la mente degli speculatori verso lo svolgimento dei problemi, che importano la suprema materia della educazione.Ci avanza adesso a discorrere degli altri scritti dalla donna egregia dettati, i quali comecchè di mole più lieve non appariranno di minore importanza come quelli che intesero sempre lodevolmente a promuovere qualche virtù, o a sopprimere qualche vizio. Primi tra gli altri vengonoi racconti del Parroco di campagna, i quali si proponevano purgare le menti villerecce di molti errori di cui camminano ingombre: e più che altri per avventura non crede, ce n'è di bisogno, imperciocchèse non possono accagionarsi i Governi di fomentarli, nè anche si sbracciano a svellerli: inoltre, se in una parte diminuirono, in quell'altra crebbero, laonde nel sottosopra non possiamo rallegrarci di troppi avanzi: più presto si nota, che se illanguidirono quelli che si versano sopra credenze religiose pervertite, gli altri che si fondano sopra passioni cupide e avare rinverzicarono. Così quando il cappellano, o curato che sia, di Trequanda, per rincappellare su la Madonna di Arimino, che piangeva soltanto, si avvisò dare ad intendere, che quella della parrocchia sua ghignava, e piangeva, i villani a venti miglia dintorno dissero, che la cosa non poteva stare, perchè su questa terra donna che pianga e rida è giudicata matta; figuriamo in paradiso! laonde il gingillo, trovato appena, cagliò: per lo contrario il collegio onorevole dei vetturini empolesi per aizzare subbuglio in danno delle ferrovie saltano su a sobillare la gente, che il vapore gli è proprio quello che fa nascere la crittogama su l'uva, e i beoni sel credono, ma questi non bastano; allora i vetturini immaginano la Madonna volare di pruno in pruno per le siepi, a quella guisa che i beccafichi costumano, predicando la portentosa scoperta; e se non l'universale dei coloni, molti almeno ci credono: ancora, per ottenere numeri buoni al giuoco del lotto i contadini violeranno i sepolcri, complice un prete, e spiccato il capo ad un morto lo metteranno nel paiolo a farlo bollire recitandonon so quali incantesimi. Che più? Oggi ventisette agosto 1856 interrompendo lo scrivere per leggere i diarii trovo nella Gazzetta di Ginevra riferito come un villano savoiardo travagliato da dolori reumatici, fatto sicuro che l'unzione di grasso umano gli avrebbe reso la salute, poichè gli venne manco la facoltà di procacciarselo altrove, presa una sua figliuolina la mise in tocchi dentro una pentola al fuoco, per cavarne il grasso desiderato[8]. Però gli uomini esperti di queste nostre miserie non poseranno un momento di guerreggiare lo errore quantunque faccia il morto: in vero guardate mo' le volpi, e guardate i gesuiti; all'occasione sdraiansi in terra a pancia all'aria, incrociano le zampe, e con un filo di voce chiedono l'olio santo: ma che è, che non è, in meno che si dice unAmen, eccoli su vispi, vivi, e più gagliardi che mai canzonare i filosofi e i cani. Questo, come savia, molto bene sapeva la Signora Contessa; quindi non dava tregua allo errore giammai, porgendo documento efficacissimo a coloro che vorranno approfittarne.LaPalmiragli è racconto, che levò parecchi letterati a criticarlo con molta acerbezza; in quanto a me, duolmi dirlo, condannando i modi inurbani, non parmi dovere dissentire dalle critiche. Eccone il sunto: un barone Nericci va in cerca di un sacco di quattrini con una sposa, e li trova: poi vago di attendere ai giuochi, e ad altri consueti suoi passatempi, pianta in villa la moglie in compagnia di certo suo pupillo, giovane, lezioso, e vaporoso marchese: alla Palmira, negletta dal marito barone, vezzeggiata dal pupillo marchese, accadde quello, che in pari casi è solito accadere e che non importa raccontare. Il marito torna, e accortosi della ragia (anche la suocera contribuisce ad aprirgli gli occhi, ma non ce n'era bisogno) delibera vendicarsi, e in questa guisa vi si apparecchia: avvisato come certa contadina lì presso si travagliassein extremisper malignità di vaiolo, recasi a levarle la camicia ingrommata di putridume, e portatasela a casa costringe con minaccie e sacramenti la moglie febbricitante a vestirla: non istà guari, che il morbo anche nella povera donna imperversa di natura così trista e ria, che a grande stento ne scampa la vita, rimanendone però nel volto sconciamente deturpata. Il marito dopo la bestiale vendetta ridotto al verde dai disordini, e un tantino anco dal rimorso, muore, mentre la Palmira aveva già cercato ricovero (anche qui secondo il consueto) in Monastero. Intanto il pupillo marchese, che (adesso spupillato) aspettandomeglio viaggiava, udita appena la morte del barone, gira di bordo e torna a tiro di ale a casa; poi, senza nè anche mutarsi la camicia, corre al convento, picchia, gli è aperto, va difilato al parlatorio, chiama l'amante sua, che anch'essa arriva di là dalla graticola, e per di più velata. Oh Dio! che novità è mai questa? L'amante non potendo ingolare quel boccone amaroin primis, come vuole ragione, muove urgentissima istanza affinchè per via di provvedimento i maluriosi veli alzinsi, od abbassinsi, talchè l'effetto sia il volto abbia a rimanerne scoperto: ricusa risoluta la donna, conquide smanioso l'amante, donde un flagello di pianti, rammarichii, singulti, ed ultimamente rimbrotti. — Ah! ora sì che comprendo il mistero, esclama all'improvviso l'innamorato marchese, tu vuoi serbarti ad un rivale! — La Palmira allora, chiusa fra l'uscio e il muro,multis cum lacrymis[9]si leva il velo... Urlo e svenimento del marchese, il quale a suo tempo tornato in sè, o piuttosto uscitone affatto, scrive alla donna: non fargli caso s'ella sia rimasta con un occhio solo, e con mezza guancia di meno; avere egli trovato rimedio a tutto; abbacinerebbesi, e poi così cieco avrebbesela presa per moglie, godendo nella immaginativa le note bellezze. La donna non gli dà retta, e fa almeno questa cosa di bene: arrogi qualche erbuccia di episodio, e termina il dramma.Povero dramma come vedi, senonchè il racconto serve, si direbbe, di trama per ricamarci sopra una sequenza di considerazioni circa lo stato delle donne sotto il giogo del matrimonio. Se le mogli con le ruinose grullaggini loro mandano a gambe levate la casa, se la empiono di vergogna e di scandolo, se la fede coniugale contaminano, di cui immaginereste voi che fosse la colpa? Ve la do a indovinare su cento. La colpa è tutta dei mariti, di questi tristacci, che calunniando dipinsero la donna che va a marito con la fiaccola nella destra tesa per davanti, e con lo uncino nella manca tesa per di dietro, come per significare che arraffando di casa al padre quanto più può, va a mettere in fiamme quella dello sposo; di loro, che ridotto a digesto il concepito maltalento misero in voga nel mondo i proverbii, che: chi mena una moglie merita una corona di pazienza, e chi ne piglia due guadagnasela di pazzia; di più: due essere lieti i giorni del matrimonio, quello in cui la donna entra in casa, e l'altro quando ne esce morta; con altri più assai, ch'è vergogna udirli, peggio raccoglierli, e poi da chi? Da un poeta, e da un marchese; e per sopra mercato darli al Lemonnier perchè gli stampi.La Signora Sand, o come con altro più vero casato la si abbia a chiamare, parmi sicuramente letterata di polso; ma io confesso, che con quel suo difendere che fa a spada tratta la donna riversando tutte le malizie sul capo dell'uomo miriesce mortalmente sazievole: oltrechè quel suo sempiterno chiacchierare di amore in tutte le chiavi, assai mi arieggia il convito della marchesana di Monferrato, da cima in fondo composto di galline, comecchè in molte svariatissime maniere le avesse accomodate il cuoco sagace. Non basta a questa valorosa donna ripetercelo a lettere da speziali più volte, che mercè gli scritti suoi ci ribadisce pur troppo nel cervello: l'amore, episodio della vita dell'uomo, formare il poema intero in quella della donna; ed io per me direi meglio, la cronaca, chè troppa cosa è il poema.Ma, o credono queste benedette donne che i costumi in virtù degli scambievoli rimbrotti, si possano emendare? Con questodixit latro ad latronem, la non finirebbe mai. Orsù, poniamo che la colpa abbia a ricadere tutta e sempre su l'uomo, che monta egli questo? Per avventura vorranno le donne desumerne il diritto di vivere disoneste? Da quando in qua il fallo altrui potè allegarsi ad escusazione del proprio? Quando il Corvo disse al Merlo: come sei nero! questi, secondo che affermano coloro i quali lo udirono, rispose: e tu non canzoni! Infatti nero di fumo ambedue. La donna e l'uomo sacramentano al cospetto di Dio portare insieme di amore e di accordo la croce della vita; immaginiamo adesso che l'uomo spergiuro, ritirata la spalla, si rifiuti più oltre al carico; quale delle due donne pensiamo noi che abbia a procacciarsi loda? quella,che scossa la croce a sua posta dalle spalle la lascia cascare nella mota, o piuttosto l'altra, che astenendosi dai rimbecchi se la reca intera addosso, e, senza porre mente se altri falla, intende a non fallire ella pure?Questo poi io non vorrei che si pigliasse nello aspetto di pretendere condannata ad ogni modo la femmina peccatrice: mai no, ch'io non mi sento così atroce, e so che le passioni quando si avventano come fuoco sopra le anime umane le vincono, e carità ci persuase verso di loro Gesù Cristo dal giorno che disse agl'ipocriti additando la adultera: «chi di voi senza peccato le getti la prima pietra.» Tuttavolta tra scusa e loda corre la differenza grande: anzi, chi vuole correggersi non si deve scusare; lasci questa parte altrui; egli chiamisi in colpa, e pentasi della offesa fatta a Dio, e alla onestà del consorzio umano.Lo scritto che non possiamo leggere senza sentirci profondamente commossi è l'elogio che la nostra inclita donna dettò per Andrea Cimoli, prode, magnanimo, e non pertanto oscuro soldato della civiltà: povero egli nacque ed umile in terra remota, su per erta pendice, senza maestri, senza libri, e senza facoltà di procacciarsene: esempio non infrequente di quanto possa questa nostra indomata italica natura: da sè s'istruì, i libri accattò, ed ape infaticata della scienza il mele raccolto nelle pertinaci vigilie deponeva ogni mattina amorosamente sopra le giovinette labbra: da sèimparava per insegnare altrui: ebbe il sapere pari alla carità, profondissimi entrambi; nè per sentirsi mancare la vita, rimise punto l'ardore che lo moveva a istruirsi e ad istruire, deliberato come era di rimanersi fino all'ultimo nel posto confidatogli dalla Provvidenza: donde accadeva, che con i consiglieri amorevoli suoi, i quali gli venivano persuadendo a posarsi alquanto per ripigliare con maggiore lena la via, quasi si adirava, ed è per questo che lo salutai forte soldato della civiltà.Altri si abbia le pompe superbe e i trionfi, rumore di un giorno per tacere eternamente; il nostro cuore trema di tenerezza quando assistiamo con la immaginativa ai funerali che fecero a cotesto uomo dabbene i montanari apuani insieme ai loro figliuoli alunni del Cimoli, chè prole propria per natura, pure volentieri essi la riconoscevano per amore comune con lui, ed in luce di spirito unicamente sua. Per mezzo di una giornata rigida d'inverno camminando per parecchie miglia nella neve, molestati da incessante nevischio, essi tutti lo accompagnarono all'ultima dimora con pianti, e con affettuose parole, non si saziando di raccomandarsi al caro capo come se potesse udirli, e fosse pur vivo, e di dirgli addio. Nè si rimasero a codeste onoranze, chè di prontissima voglia, quantunque di averi piuttosto poveri che scarsi, collettando fra loro danari, tanti neraccolsero che bastarono a dargli onestissima sepoltura. Adesso sopra codesti gioghi possiede il Cimoli assai lodata memoria, ma non si nega che di marmo la potrebbe avere più bella; però nè più bella nè più laudabile, nè più onesta altri ed egli stesso potrieno averla di quella che la gente apuana gli innalzò nel proprio cuore.La morte, come ordinò Natura, presto o tardi ti capita addosso a chiarire se fosti virtuoso davvero o strione di virtù, e alla nostra Filosofa incolse appunto in quella, che giunta agli anni virili, in lei raggiava la pienezza delle sue facoltà spirituali; e giocondata si godeva la vita pel consorzio di gente illustre sbattuta come grano di spelda per le italiche ville dalla fortuna, ai virtuosi sempre nemica: nei consorzii di quei valentuomini come in palestra di filosofia ella s'ingagliardiva: contenta chiamavasi, ed era, del diletto consorte Conte Mario Carletti, in cui pendi incerto se tu debba maggiormente ammirare o la modestia o la bontà; doti, pei tempi che corrono, diventate più presto uniche che rare; e nondimeno ella fece liete accoglienze alla morte.E qual morte! Non credasi già che l'assalisse improvvisa, e seco la portasse immemore delle cose dilette che lasciava: ahimè! no: a lei fu di mestieri assaporarla a centellini; e' fu una di quelle delle quali mostrò compiacersi tanto Caio Caligola quando ai carnefici suoi ordinava che i condannati straziassero per modo, chesi sentissero morire[10]. Infatti la infermità le strinse la gola, che prima sofferse trangugiare cibi molli, poi liquidi soli, ultimamente nulla. La sola parola rivelatrice di sensi preclari quinci trovava il varco: tirocinio di divinità era cotesto, oggimai schiva di ogni sustanza, che corporea fosse. Quando dal digiuno attrita e dalle veglie, il suo spirito stava sopra la soglia dello infinito, a tale che la confortava a bene sperare rispose: «se mi accostaste alle labbra una tazza colma di vita, io non la berrei: non vale il pregio rivivere:» e questo disse Tito Pomponio Attico, cavaliere romano elegantissimo non meno, che integro amico di Cicerone, il quale per quanto scrive Cornelio Nipote, si lasciò morire d'inedia per tedio di vita: nè in questo solo apparve pari a Pomponio Attico, ma bene in altri particolari, così nella vita, come nella morte, specialmente nei gravi ragionari sopra le materie più scabre della morale filosofia. Perchè poi ella, a cui sì dilettabile sembrava che scintillasse la vita, dimostrasse siffatta vaghezza di morte, non rimase ai suoi familiari nascosto. Dopo tanta speme di Libertà goduta negli anni 1848 e 1849, adesso il suo cuore fra questa caligine maledetta di tirannidi, ascitizia, e nostrale, si sentiva oppresso; quell'anima gentile strascinava le sue speranze, come la colomba le ali ferite, nè per quanto ci si affaticasse d'intorno con immenso affetto leriusciva levarle a nuovo volo verso le regioni dello entusiasmo, genitore di concetti e di atti divini. «Che fai? che pensi? Anima desolata, a che ti stai? Sovente, quasi garrendosi, diceva. — Come dal banchetto levarsi non sazii ancora, per giudizio dei fisici, molto si confà alla salute del corpo, così abbandonare tempestivamente la mensa della vita contribuisce assaissimo alla salute dell'anima, conciossiachè quantunque la morte costringa come necessità inevitabile, tuttavolta sentendoci sempre in termine di gioventù e gagliardi condotti all'estremo, sembra a noi che lo andare o lo stare sia lasciato nello arbitrio nostro; e l'apparenza della volontaria elezione rinfranca l'anima al trapasso: tempo è di andarcene; abbastanza vidi, onde io senza amarezza lasci la vita; più tardi potrei maledirla; partiamo adesso, che io mi separo da lei come da un amico che non amo più, ma che non odio ancora.»Ella moriva con l'anima trafitta dalla spada del dolore, contemplando più e più sempre montarle dintorno il diluvio della viltà universale. Certo non si può mettere in dubbio; se la Patria avesse posseduto parecchi uomini pari a questa una donna, o non sarebbe serva, o qualche scheggia appena troverebbero adesso di lei dopo molto cercare sotto un mucchio di cenere.Immensa, oscena, senza fine turpe viltà, che affoga il vulgo patrizio nel paese a cui basta la fronteper iattarsi l'Atene d'Italia. Qual gente in questa o in altra terra può mettersi in paragone di lui? Io non ce ne vedo alcuna, a meno che non fossero i Lazzeroni di Napoli; e non in tutto, conciossiachè i Lazzeroni non sieno vili, e lo hanno fatto vedere.Nel vergare le ultime linee di questo scritto, ecco mi accorgo avermi fatto scannello di un volume delle Vite di Plutarco: però recatomelo in mano, e fissamente consideratolo, dal profondo del cuore dico, come se mi fosse dato di favellare al simulacro comparsomi davanti di questo uomo dabbene: «Oh! quanto, bennato spirito, avesti a patire amarezza, e sopportare fastidio dettando queste carte! però che gli uomini di cui riportavi le inclite geste oggimai fatti erano polvere, nè la Patria inferma e vecchia dava speranza alcuna di partorirne altrettali; ora è questo, in fede di Dio, il tristo mestiere, raccogliere le foglie secche dell'albero morto per iscaldarcene anco un tratto le mani intirizzite e morire. Infelice diletto davvero lanciare nello speco dei tempi un grido, il quale tornerà strepitoso, e non pertanto infecondo, a piombarti su l'anima! Ormai deserta la libertà latina, tu avevi visto ad Augusto succedere Tiberio, e, precipitando, la romana gente sopportare Caio Nerone, e perfino Vitellio; e la tua fronte serena si era declinata verso terra, pure pensando che Tito Quinto Flaminio consolo, e Nerone imperatore due volte aveano affrancata dal servaggiola Grecia, e fatta libera mai. Dopo la ingiuria di essere ridotti in servitù nessuna maggiore ignominia può toccare ai popoli oltre quella di essere restituiti in libertà dalla mano dei tiranni. Libertà mendace, e della libertà vera sorella bastarda, non ignota agli antichi, e da loro meritamente avuta in dispregio. Così vero, che quando allo schiavo erano sciolte le catene da mano nemica, non diventava già libero, bensì liberto; mentre all'opposto ingenuo ridiveniva veracemente colui, il quale con le proprie mani le rompeva. Perchè scrivesti? Temistocle, dopo le giornate di Maratona, Salamina, e Platea, a colui che gli si profferiva insegnargli un metodo di ritenere a memoria le cose, ebbe a dire: — Deh! perchè non m'istruisci nell'arte di obliarle? — Con quanta maggiore ragione non dovevi, o Plutarco, giovarti della esperienza del figliuolo di Nicocle?»Pronunziate le quali parole, mi parve che i fogli del libro, strepitando, mi fremessero fra le dita, e poi mandassero fuori una voce corrucciata, che diceva così: «E tu perchè favelli? Tu che trascini la vita traverso i tempi fra i pessimi i peggiori? E tali non già perchè le terre italiche vanno tutte piene di tiranni; o perchè le angoscia il servaggio più duro, dopo le prime benedizioni della libertà. Tempi acerbi non tanto per la guerra combattuta con fortuna infelice, non per il sangue sparso invano, non per lo oltraggio e gli assassinamenti stranieri; non pei gemiti che prorompono dai pozzi dove levittime accatastate dalla tirannide pregustano l'inferno; non per la gente ausonia sparsa sulla faccia della terra come le ceneri della prima eruzione del Vesuvio; cose tutte veramente dolorosissime, e piene di molta pietà; ma ahi! troppo più a cagione degli ignavi, e dei codardi, i quali alla paura diedero faccia di prudenza, cauti celebrarono i consigli avari od inetti, o invidiosi; arguti trovatori dei ripostissimi sofismi della viltà: senza ire per la tirannide; conciliatori insensati degli agnelli e dei lupi; consiglieri di tranquillo vivere tra ugnolo e ugnolo del rapace uccello. Gli sdegni magnanimi loro, le facili ire, i securi latrati, le calunnie, gli anatemi che in frotta loro sospinge alla bocca la sterile e prosuntuosa parlantina contro chi morde il freno, e grida, che ha da tacere di Patria e di Libertà chiunque non si sente capace da mettere in isbaraglio la vita per quelle. —«Ecco, per questi vigliacchi, la ragione del futuro è manomessa; a causa delle parole ignave, il tesoro della vendetta disperso, le anime, invilite co' precetti e con gli esempii; dallo sbadiglio in fuori altra potenza non lasciano: poichè la Libertà diventò popolesca, la Tirannide ridivenne gusto patrizio. Libertà vollero, ma non cercarono, finchè suonava per loro partecipazione del comando; e servi, si offrono tuttavia al mercato per dominare. Il Popolo stesso giace sbigottito, imperciocchè tema di essersi ingannato, e d'ingannarsi, nè alcuna stella in cui possa fidare scintilla per lui:egli va tentone, si perita far male restando, peggio andando, e poi dove? e come? Dopo che tutti lo blandirono, gli dissero fratello, chiesero il suo sangue, ed egli lo mescè attorno generoso come vino alle mense ospitali, tutti lo rinnegarono più tardi, e sputandogli in viso, lo chiamaronoraca: però egli si avvolge torvo nelle sue sventure, nei suoi sepolcri si strugge, e non fa motto: non piange ma tace, guarda sospettoso e non dà retta a persona.«Dunque a che le memorie? Qual pro rammentare la virtù dei morti se non se ne giovano i vivi? Se nè anche ci attendono.... anzi, se la pigliano a tedio? Carità e pudore persuadono lasciarne in pace le ceneri.»Ma il savio di Cheronea la pensò altramente: Egli, meditando, toglievasi al senso dei mali circostanti, e l'anima sollevava alla contemplazione del bello morale: seduto sopra le tombe dei suoi eroi, sorrideva alla immagine della vita futura dove lo spirito combattuto avrebbe quietato nella grande anima di Dio, di cui particole furono Aristide, Fabio, Temistocle, Marcello, Scipione, Milziade, e gli altri che
«Le donne son venute in eccellenzaDi ciascun'arte ove hanno posto il segno.»
«Le donne son venute in eccellenza
Di ciascun'arte ove hanno posto il segno.»
Letterate e poetesse ammirande davvero, americane, inglesi, francesi ed anco italiane, buone ai commercii, alle faccende villereccie, perfino diplomatiche, e sottili così da tenere cattedra alle volpi, e al principe di Benevento; pittrici, scultrici eccellenti, ed oratrici più copiose in parole di un leggío, della patria propugnatrici magnanime, sicchè postergata ogni paura scesero in campo, combatteronvi, e vi rimasero spente. Dio glorifichi come meritano coteste anime sante! Nondimeno queste si hanno a reputare eccezioni, nè la natura della donna la chiama a ciò: uguale all'uomo deve stimarsi, ma di uguaglianza diversa, a mo' di corde della stessa lira, necessarie tutte all'armonia e non pertanto di suono diverse. La formazione della donna, le membra sue delicate,la trama nervosa soperchiante, le infermità consuete, la gestazione e l'allattare dei parti, le cure stesse della famiglia le tracciano una via distintamente propria. Se la donna s'immischiasse nei negozii dell'uomo, l'uomo non potrebbe del pari framettersi in quelli della donna; quindi nascerebbe da un lato eccesso, difetto dall'altro; ancora, questi due enti diventati emuli correrebbero rischio di prolungarsi paralleli senza incontrarsi mai, mentre all'opposto la natura creandoli ebbe in mira, che gli uni con gli altri si compiessero, e per le facoltà e mancanze scambievoli ricercassersi, supplissersi, reverissersi, e amassersi; e, seguitando noi la similitudine della lira, quale accordo ricaveremmo da due corde basse o acute? Una di due come inutile andrebbe levata via: ora pensate un po' voi se possa stare, che l'uomo o la donna sia per di più nella opera della natura! Regni la donna in casa: sua la domestica economia, sua l'allevatura dei figliuoli, la educazione prima di quelli sua: a lei confidato il carico supremo di apparecchiare forti e generosi cittadini alla Patria: a lei il tesoro dei buoni costumi in santa custodia; a lei il consigliare nelle dubbiezze, nelle avversità sovvenire, negl'infortunii confortare; ella áncora di speranza, ella fuoco di Santo Elmo. O che pretende ella di più? Faccia di compire questi uffici con tutto il cuore, la carità, e la tenerezza di cui pur troppo Dio la creò capace; e se le avanza tempo, torni a domandare,che le verrà assegnata la parte più larga.
Per certo discorderanno parecchi dalla chiarissima Donna anche circa all'ampiezza da darsi alla educazione muliebre, conciossiachè non vi sia maniera di scienze, arti e mestieri, a cui ella non la pretendesse prodotta: su di che occorre ripetere, ch'ella nelle Conseguenze si mantiene d'accordo co' suoi principii; ma noi che chiudemmo gli ufficii della femmina dentro a certi confini, che ci parvero meglio dicevoli, dobbiamo ritenere come la più parte di siffatte discipline tornerebbero alla vita donnesca inani e forse moleste.
Qui però casca il taglio di dire qualche parola sul modo di educare, parendo a certuni non pure utile ma necessario tenere l'alunno sempre per mano fino al compimento della scienza, mentre a noi si presenta questa pratica nemica allo incremento dello intelletto: però vorremmo piuttosto che la dottrina dopo avere accompagnato il giovane su la frontiera della speculativa, quivi gli allentasse le briglie, e palma battendo a palma, gli gridasse dietro: va! — A mo' di esempio, insegnata una volta l'arte di bene disporre le idee, e significarle con elegante acconcezza, vuolsi lasciare lo spirito in balia di sè solo per le regioni della metafisica, della politica, e della storica filosofia. Di vero, io avrei voluto conoscere colui che si fosse attentato insegnare a Niccolò Macchiavelli, a Giovambattista Vico, a Giordano Bruno,al Telesio, e al Campanella le discipline in cui eglino levarono grido. — Qui avvertasi, che si accenna, non si dimostra, onde altri pensandoci sopra veda se ci apponiamo o no.
Inoltre le qualità della moderna educazione hanno operato sì, che quanto si guadagnò in larghezza altrettanto si perdesse in profondità: molto procaccio è stato fatto di moneta spicciola da spendersi sopra ogni mercato, ma scudi pochi, rusponi punto, e di tal forma educazione che alla mediocrità maravigliosamente si accomoda, levano a cielo gli astiosi: affermano ancora di lei compiacersi la democrazia, ma io non ci credo, anzi credo piuttosto che i democratici magnanimi, i democratici veri non prendano in fastidio i re del pensiero, a patto però che questi tengano l'intelletto, il quale è dono di Dio, esposto in guisa da raccogliere come dentro uno specchio la sapienza eterna e rifletterla in raggi di amore sopra i fratelli: ad ogni modo a me vedere cervelli foggiati come mattoni caccia addosso il ribrezzo della febbre quartana: le casse da morto sieno tutte di una misura, chè io non lo contrasto, ma nel sentiero della vita ogni uomo stampi l'orma quanto ha lungo il piede. A rischio di mettere la mia fama di liberale in compromesso, su questo tasto io non mi adatterò a confessarmi democratico mai: delle due cose l'una, o renunziare ai Galilei, o adattarci ad averli radi: per me sto a possederne uno in capo a mille anni, ed a qualunque patto.
Merita lode non peritura la Filosofia nostra pel coraggio col quale si è fatta a combattere animosa la corrente, che impone il ballo e il suono come corredo necessario alla perfetta creanza femminile: e così vero si chiarisce a prova il suo giudizio, che tu ti trovi guidato quasi spontaneo a considerare che simili delicature dalle donne diventate mogli o continuansi, o tralasciansi: se bene esperte elleno le metteranno da parte, il meno che se ne possa dire sarà, che avranno buttato dalle finestre tempo e quattrini; e se all'opposto dureranno a esercitarle, comecchè a taluna sia per sapere di ostico, io lo vo' dire senza barbazzale, la strada che mena al bordello apparisce pavimentata più assai di tasti di ebano e di avorio, che di macigni di Montemorello. In verità io vi assicuro le tastiere dei cembali superare in infamia di naufragi gli scogli acrocerauni: per chi ce gli sa vedere, esse compaiono ingombre di frantumi di virginei pudori, e di fedi coniugali. Gli antichi così barbari come gli altri che salutiamo civili, ebbero in dispregio la musica e i musicanti, narrandosi che i Persi e gli Assirii gli annoverassero addirittura fra i parasiti: gli Egizii vietarono affatto lo studio della musica come allettatrice e quasi mezzana di viltà. Fra gli Ateniesi Antistene giudicò uomo di male affare Ismenia, solo perchè teneva in delizia certo trombettiere famoso; e Filippo, il quale di rei costumi non sembra che patisse penuria, udendo Alessandro cantare, e notando com'ei sene compiacesse, lo garrì aspramente dicendogli: — vergognatene! Presso i Romani Scipione Emiliano e Catone bandirono i musicanti dannosi alla gravità dei costumi; servile arte la musica, e di uomini ingenui indegnissima: in seguito contaminate le pubbliche virtù, e volgendo ormai gli animi al servaggio, Augusto si attenta cantare; ripreso, cessa. Nerone solo ardì vantarsene; anzi presso a morte, di una cosa sola fu sentito rammaricarsi, ed era, che stesseper perire un artista pari suo[2]: ma sotto Nerone non si ha a cercare quale virtù se ne fosse ita via da Roma, bensì quale vizio non ci avesse diluviato dentro; e a petto delle altre immanità il vezzo di Nerone di volere passare per citarista poteva dirsi galanteria. Certo, i Pagani conobbero le Muse sonatrici, cantatrici, ballerine e mime, ma le si tenevano come fantesche in casa Giove; Pallade all'opposto, ch'era Dea della sapienza, si provò un giorno a sonare la tibia, senonchè presa da subita confusione la buttò via; nè in luogo alcuno di poeti, o in monumento qualunque, tu troverai, che Giove padre degli Dei sonasse o cantasse, comecchè troppo più spesso che non bisogni questo benedetto figliuolo di Saturno occorra intricato in certi bertovelli, che io passo sotto silenzio per due ragioni: la prima a causa di onestà, e poi perchè tutti gli sanno. La Chiesa cristiana, finchè ritenne angelica natura, nella sua santa purità maestosaaborrì ogni meretricio ornamento, sicchè apparve davvero discepolo di Cristo santo Atanasio, che ebbe in orrore i canti e i suoni peggio che il diavolo l'acqua benedetta; per converso santo Ambrogio li predilesse a braccia quadre: quegli li cacciò via dal santuario, questi ce gl'immise, ed ancora ci stanno: santi furono ambedue; per la qual cosa santo Agostino, ch'era un terzo santo, non sapendo che pesci pigliare, secondo il solito ciondola, e non dà in tinche nè in ceci. In quanto a me s'io avessi a dire la mia, urlerei tanto che mi sentissero: non pure scandalo, ma vituperio espresso essere, che oggi canti in chiesa su l'organo la sequenza dellaStabat Mater, o ilMiserere, quel desso, che cantò ieri sul Teatro la cavatina lasciva, e la cabaletta procace: mandarci poi fanciulli castrati, abbominazione romana. Anche laStabat Materaveva a diventare truculenta in mano ai preti! Avendo i Romani in uggia il canto, immaginate un po' voi in qual parte dovessero avere i ballerini; laonde leggesi nelle storie come Sallustio, il quale non fu uno stinco di santo, rinfacciasse a Sempronia la perizia nella danza troppo più che ad onorata matrona si convenisse[3]. Gabinio e Marco Celio per la medesima causa nerilevarono dai Censori un cappellaccio, che Dio ve lo dica per me, e quell'agro Catone fra gli altri misfatti apposti a Lucio Morena non dubitò accusarlo di avere ballato in Asia; e che la dovesse essere faccenda seria s'inferisce anco da questo, che Marco Tullio, il quale difese Murena, non trovando discolpa che valesse, abbracciò il partito di tirare giù buffa negando il fatto addirittura.
A me scrittore accadde essere testimone di un caso, che chiedo licenza di raccontare per edificazione delle anime buone. Convitato da personaggio che andava per la maggiore a certa sua veglia proprio coi fiocchi, ecco di repente comparirmi davanti una coppia di giovani, uno femmina, di salute potentissima e di bellezza, che venuta dal Brasile pareva avesse portato buona parte del tropico nel seno copioso; il suo colore era di olio lampante; gli occhi, le palpebre, i sopraccigli, e i capelli, neri lustri come bitume giudaico; nelle labbra tumide, semiaperte, e accese aveva il polso, e ci si vedeva battere; l'altro maschio, inglese e biondo fulvo come incoronato di sole; marino alle vesti e più alle sembianze; altro di singolare io non conobbi in lui, se togli l'irrequieto sospingere e ritrarre del piè sinistro, il quale rammentava l'onda che lambendo la riva ti ammonisce come da un punto all'altro può divenire cavallone, epperò ti badi. Ad un tratto scoppia la musica come la frusta del Diavolo;dove sono iti i miei giovani? Velli! velli! paiono comete, che scapigliate imperversino di giù di su a scavezzacollo nel firmamento; questo urtano e fannolo girare come vecchio arcolaio, quell'altro pestano sopra gl'incliti lupini, e cacciano via con la gamba levata soffiando in un canto; un terzo scaraventano a dare di picchio con le spalle nel muro; cotesto è un remolino, un mulinello, un vero turbinío; bada davanti! ed essi pur sempre avvolgevansi, volavano, ora apparivano, ora sparivano, naufraghi per mezzo ad un mare di piacere: non udivano nè vedevano più nulla; uno nella bocca dell'altro spingeva l'anelito grosso e fumoso: braccia aggroppate a braccia, dita incatricchiate a dita, capelli neri framessi a capelli fulvi, seno sopra seno palpitante:
«Ellera abbarbicata mai non fueAd alber sì come l'orribil fieraPer le altrui membra avviticchiò le sue.Poi si appiccar come di calda ceraFossero stati, e mischiar lor colore,Nè l'un nè l'altro già parea qual era.»[4]
«Ellera abbarbicata mai non fue
Ad alber sì come l'orribil fiera
Per le altrui membra avviticchiò le sue.
Poi si appiccar come di calda cera
Fossero stati, e mischiar lor colore,
Nè l'un nè l'altro già parea qual era.»[4]
Ormai taceva l'orchestra, e quanti erano quivi danzatori per bene avevano già depositato con le consuete clausole notarili, voleva dire civili, nelle mani dei rispettivi babbi, mamme, o mariti, le rispettabili compagne loro: già l'onda della limonea più che mezzo aveva spento i discreti ardori,e cotesti due insatanassati giravano, giravano da sbrizzarne in minuzzoli, finchè all'ultimo ansimando trafelati cascarono di sfascio giù sur un lettuccio. Quello, che i babbi, le mamme, e i mariti convenuti là dentro pensassero, io non lo posso sapere, chè nei cervelli loro non ci entrai: in quanto a me, tutte le mie considerazioni, che non furono poche, andarono a mettere capo in questo proverbio contadinesco, il quale allora mi parve vangelo:
«Tre nebbie fanno una pioggia,Tre piogge una fiumana,E tre feste da ballo una.......[5].
«Tre nebbie fanno una pioggia,
Tre piogge una fiumana,
E tre feste da ballo una.......[5].
Una che? Avendolo notato Dante nel poema sacro, e non credeste mica nello Inferno, bensì nel Purgatorio, parrebbe a me che lo potessi dichiarare anch'io, che non iscrivo niente di sacro; ma no signore, io non lo voglio dire, confidando che le mie ingenue leggitrici ci peneranno intorno a indovinarlo, ma poi lo troveranno; piuttosto io voglio dire quest'altra cosa, che i tre festini mi parvero troppi; e a mio giudizio, anche di un solo per fare l'effetto ce n'è di avanzo.
Se adesso qualche anima pietosa mi avvertisse: frate, tu predicasti ai porri:Sapevamcelo, dissono quei di Capraia, risponderei; chè già ho antiveduto come uomini e donne, in specie donne, per una ragione ch'io adduca sapranno contrapporne mille: così (mi pare di sentirle!) allegheranno il giudizio dei medici universale accordarsi ad assicurare come il ballo massimamente conferisca alla sanità del corpo, assottigliando il sangue, purgando gli umori, e sciogliendo le membra; anzi siccome sana non può mantenersi la mente, se sane non si conservano le membra, se ne inferisce che qualunque intenda riuscire buon matematico, buon principe, ed anche buon teologo, ha da ballare, e se più ne hai più ne metti. E' non ci è caso da perfidiare, io ve la dò per vinta: i medici giudicano da quei valentuomini che tutto il mondo conosce; e su le vostre labbra, donne, sta il vero; ma sentite, voi avete a fare una cosa; vi si concede saltare, correre, ballare, a patto però che ve ne andiate lungo le sponde romite del fiume, o in mezzo alle riposte ombre dei boschi: colà su i tappeti delle folte erbe, al casto raggio di colei che fu guidatrice di ninfe formose come voi, ninfa con ninfa menerete i lieti rigoletti, e procaccerete salute, bellezza, e gagliardia ai vostri corpi quanto la Natura vi consiglia; però i luoghi chiusi fuggite, avvegnadio colà l'afa della gente stipata, la vampa dei lumi, il calore e il sudore fruttino troppo più scapito,che guadagno: inoltre dalle vesti scollate esporre, lasciamo stare alla vista, ma al trapasso repentino dal caldo al freddo tanta carne ignuda, la quale cosa il Parini direbbe in poesia:
«...... e sì dannosa copiaSvelar di gigli e rose;»[6].
«...... e sì dannosa copia
Svelar di gigli e rose;»[6].
parvi ella da persone cui prema la salute sul serio? O che i reumi, i catarri, le flussioni, le tossi, e le corizze non usano più? O forse la punta e la scarmana considerando cotesto vostro seno (poniamo candidissimo) si periteranno d'infiammarvelo spietatamente a morte? Dite su, egli è per amore dell'ortopedia che stringete la vita e i piedi con tali arnesi, che il grande Inquisitore di Spagna si sarebbe, sto per dire, recato a scrupolo adoperarne altrettali in un estro di zelo cattolico, apostolico, romano? Sentiamo via, che cosa saprete contarmi in proposito. —
E le donne di rimando: voi dite il vero, magari lo potessimo fare! Ma sapete voi, quando ci triboliamo a presentarci ai vostri balli, qual passione ci muova? Animo deliberato al sagrifizio; però che amore del prossimo ci persuada a rammendare i vostri strappi, recando come per noi si può rimedio ai mali partoriti allo umano consorzio dalla insigne melonaggine, o dalla stupida cupidità vostra. Invero se non istessimo noi maisempre all'erta fantasticando senza requie nuove bizzarrie perconsumare, o come potrebbe vivere quel mostro insaziabile creato dalle vostre mani, e si chiamaprodurre? Chi scavò l'abisso della industria? La frivolezza nostra o l'avarizia vostra? Senza la febbre di andare ornate con foggie inconsuete, e vi concedo strane, glioperaia migliaia morirebbero d'inedia; e voicapitalecon che vi saziereste voi? Per avventura col pane fatto di farina di scudi? Quando pertanto noi altre donne ci rassegniamo a comparire nelle veglie e ai teatri coperte di stoffe sfoggiate, di piume, di fiori, e di brillanti: quando spingiamo la carità fino a spiantare le famiglie, e struggere i mariti, voi avreste a decretarci la corona civica. Curzio che si buttò nella voragine per salvare Roma, in petto a quello che patiamo noi per amore del prossimo, bebbe una cioccolata. —
Eh! bisogna confessare pur troppo, che queste diavolerie di lusso, capitale, operai, e lavoro sono negozii serii, ma serii davvero; e la difficoltà, anzi di' pure la crescente impossibilità di assettarli con gl'istituti che ci reggono adesso; per modo che se vuoi, che le faccende camminino ti conviene dare un colpo al cerchio, ed un altro alla botte. I governi, la più parte almeno, non ci pensano: arte unica loro stringere e spremere: quando poi capitano i tempi grossi, non rifinano mai di maledire all'anarchia, alla demagogia e a tutte le altre tregende, che finiscono inia, e pure non ècosì. Non vo' che paia strano, se l'umanità formando un complesso di uomini, io la paragoni all'uomo: ella cresce di mole, e, con la mole, di pensieri e di voglie, nè più nè meno come l'uomo costuma; ora che ti sembrerebbe di quel nuovo pesce, che s'incaponisse a volere mandare fuori il suo figliuolo giovine di venti anni vestito col cercine, e il guarnello, come quando era infante, e co' giocattoli stessi presumesse trastullarlo? Fa il tuo conto che molto non si discostino da cosiffatte gagliofferie quei rettori di popoli, i quali rifiutano allargare, e conferire le leggi e le istituzioni al procedere forse, e certo poi al mutare della umanità; donde avviene che questa crescendo dentro le leggi viete, come dentro vestiti vecchi, dapprima ella quanto più può stira su le costure, ed alla fine le scoppia.
La gente di contado, da gran tempo, ha preso a fluire verso le città, condotta o da impazienza delle fatiche rusticane, o da agonia dei súbiti guadagni: s'ella considerasse bene, conoscerebbe come per uno che si arrampica, mila stramazzano: diventa, per la più parte di questi nuovi arrivati, la città, un palio, che oggi chiamanoa campanile, verso il camposanto, dove arrivano per la trafila del bordello, dell'ospedale, e del bagno; tuttavolta prima che la morte pensi a saldarne il conto nelle città ristagnano, e mandano malaria: molto più, che tu in coscienza li puoi reputare come altrettanti apostoli Bartolomeiin mano alcapitale. Ora questi santi Bartolomei delcapitalestarieno anche peggio (conciossiachè all'uomo accada di potersi trovare peggio che scorticato, ed io lo so, che lo provai); laddove il lusso non si prendesse il carico di logorare tutto quanto i poveri scorticati quotidianamente producono. Parrebbe che i governi ci avessero a provvedere ordinando emissarii capaci a farli scolare o con le marine, o con le colonie, o rivomitandoli nelle campagne; dacchè la terra sia proprio la porta del Vangelo dove basta che tu picchi forte perchè ti venga aperto: adesso, qualunque sia la causa, che qui non fa caso ricercare, le campagne in parte appaiono deserte, mentre in altra parte hanno ingombro di soverchio; là i frutti non nascono, qui gli rubano. Corre il costume, che il capoccia, Romolo della famiglia dei contadini, ne sbandisca dal seno quei membri, i quali, lui invano opponente, menano moglie: ora questi banditi privi di podere moltiplicansi, lebbra delle campagne: se trovano, vanno ad opera, donde ricavano un salario, il quale in coscienza non si può dire che basti loro per vivere; piuttosto sarà vero affermare, per morire mezzo; se non trovano, diventano prima per necessità scarpatori, poi per usanza continuano, chè il mestiero del ladro, finchè glielo lasciano fare, loro par pasqua. Arte buona di Stato dovrebbe però giudicarsi quella, che attendesse a spartire meglio i villani per le campagne, allettandoli altrove conpiù maniere di eccitamenti onesti e di sussidii: forse anco la mezzaria incomincia a farsi vieta, e il podere che una sola e scarsa famiglia lavora basterebbe a nudrire più gente assai, se ci fossero condotte sopra migliorie con più sapienti pratiche, e spese maggiori: per modo, che se il podere non frutta quanto e' potrebbe, ciò deriva dalla repugnanza, se non si ha a dire aborrimento addirittura, del colono per le novità; al quale guaio aggiungi questo altro, che il contadino anche dopo avere spartito col padronemetà della metàdel raccolto trova sempre il verso d'incastrarci il debito, ed ogni anno aumentarlo, sia arte, o necessità; sicchè di farlo contribuire alla spesa non ci si raccapezza il bandolo. Quindi non mi arriverebbe inopinato se il CapitaleBriareosi pigliasse in mano le industrie agricole come ha fatto le manifatturiere, e adoperando nuovi modi di coltura, trovando partiti da cavarci migliore costrutto, sciogliesse il groppo o col produrre alimenti in copia maggiore e a prezzi più comportabili, e col ricondurci parte dei forviati nelle industrie urbane, o col nudrire sul medesimo spazio di terra più numero di contadini. Il tempo mena seco mutazioni mirabili, a cui la gente trascurata non bada: ma chi ci attende lo vede come dipinto davanti agli occhi. Così distratto dal fracasso delle opere diurne degli uomini tu nulla senti; nella notte poi quando il silenzio impera, ti molesta aspro gli orecchi l'indefesso rodere del tarlo, il quale ti fa manifestocome nel medesimo letto su cui giaci si consuma un lavoro di distruzione inevitabile.
Le querimonie che mandano i popoli intorno alle maledizioni della tirannide ormai hanno ristucco Dio e il Diavolo, per la quale cosa bisogna non ristarci un momento da ricantare loro le dieci volte, e le mille finchè non l'abbiano intesa, la tirannide insomma niente altro essere tranne una fungosità nata dal fracidume del servaggio. Il servaggio che ricava il quotidiano sostentamento dai vizii codardi, o ladri, dalle abiezioni tutte e in ispecial modo dal lusso:
«Questoè la fiera con la coda aguzzaChe passa i monti, e rompe mura ed armi;Ecco colui, che tutto il mondo appuzza»[7].
«Questoè la fiera con la coda aguzza
Che passa i monti, e rompe mura ed armi;
Ecco colui, che tutto il mondo appuzza»[7].
Nonchè possa sperarsi di vedere allignare repubbliche là dove questa mala pianta aduggia, nè manco si ha da credere che si possa reggere alcuno di codesti istituti nei quali s'immette dose più o meno larga di Libertà. Che Dio ci aiuti, o che vuoi tu stillare con un popolo presso il quale la povertà onorata reca vergogna troppo più del delitto? Fra noi come sei ricco non curano sapere, solo se sei, e di quanto, la rettitudine hanno in pregio di manto coi lustrini, buono a vestirsi dai regii ciurmatori quando saliscono le scene per recitarvi la parte di Agamennone. Qui il ladro, cuiFortuna sbagliando invece di agguantare pel collo acciuffò pei capelli, passa, e con le ruote della sua carrozza imbratta di fango il magistrato, il filosofo, e il poeta; più oltre un mercante scemo della forza di cinquanta cavalli, a cui cascò addosso l'opulenza come l'embrice sul capo di Pirro, passa, ed insulta col lusso di servi e di corsieri il soldato, che zoppo, per aver perduto una gamba combattendo per la Patria, pure va pedestre: breve; che montano esempi? La storia da tutte le sue pagine grida essere i popoli cresciuti in gloria e conservati liberi finchè le perverse arti del lusso ignorarono; all'opposto perduta l'antica parsimonia fatti prima mancipio della tirannide domestica, poco dopo della straniera; entrambe dolenti, e vergognose invero, ma la seconda fuori di misura dolentissima, e vergognosissima.
Le conquiste asiatiche, e il testamento di Attalo ferirono a morte la virtù romana, e parve provvidenza, che le spoglie di Re facessero alla Repubblica oppressora l'ufficio della camicia di Nesso. Valerio Massimo consentendo la ruina di Roma essere stato il lusso, discorda sul tempo, e in quanto a sè opina, che i costumi principiassero a contaminarsi dopo la disfatta di Filippo re di Macedonia: di vero allora furono viste le femmine romane spasimare a mettere in pezzi la legge Oppia, la quale vietava loro vesti polimite, e gli ornamenti che superassero la mezza oncia di oro: e dacchè come nei moderni ai tempi antichi accadeva,che quel che femmina vuole, Dio vuole, così riuscirono a sovvertire l'odiata legge; onde (mirabile a dirsi!) per modo irruppe disonesto il lusso, che trascorso breve spazio di tempo Lollia Paolina potè comparire a certa veglia domestica carica di perle e di smeraldi pel valore di settanta milioni di lire fiorentine, tenuto a calcolo il ragguaglio della moneta.
Ora immaginate un po' voi se dopo questi esempii, e dopo che le donne non più contente del mondo muliebre, quantunque sfoggiato, pretendono nientemeno che sedere presidi nei Parlamenti, e capitanare eserciti, ci sia verso di ricondurre i giorni nei quali un Egnazio Mecenio potè finire a legnate sul capo la moglie che bebbe vino alla botte, e averne non mica castigo, bensì loda, e stragrande, comecchè il fatto anche agli amici della virtù latina paresse un tantinello abbrivato: in quanto a me credo, che si debba appiccare all'arpione la voglia di rivedere le cugine dei re a veglia con le fantesche filare la lana come Lucrezia, e le gentildonne di casa Nerli e del Vecchiostarsi contente al fuso, ed al pennecchio. Non è più tempo che Berta filava.
Narrasi di certa isola dove i malfattori per estremo supplizio dannavansi alla pena di portare campanelle di oro alle orecchie, e al naso... ahimè! cotesta isola si chiamavaUtopia, e la immaginò la bell'anima di Tomaso Moro gran cancelliere d'Inghilterra, il quale per mantenersi giusto perse la testa.
Pericoli in mare, pericoli in terra, esclamava l'apostolo San Paolo, e noi con lui; male se stiamo fermi, peggio se camminiamo; e non pertanto molto può farsi di bene, o almeno sperarsi, parte mutando e parte vietando. Così, a modo di esempio, le donne romane non potevano entrare in Roma sedute su carra: questo concedevasi agli uomini di alto affare, vecchi, ed infermi, nella medesima guisa noi, non dico che dovremmo vietare le carrozze, bensì gravarle con isconci balzelli, gratuitamente concederle ai meritevoli soltanto; il lusso nei cavalli non pure permesso, ma promosso, e nelle armi, dacchè la gioventù senza distinzione avrebbe ad esercitare la milizia; e in pari guisa costumavano i Galli, e se ne trovavano bene, quantunque barbari, avendo sperimentato come il timore di perdere l'armatura di molto valsente rendesse i guerrieri più pertinaci a difenderla, epperò a sostenere la puntaglia. Nè io credo si farebbe manco guadagno se potessersi persuadere le donne ad usare vesti sontuose sì, ma ferme in una foggia, e di stoffe nostrali, imperciocchè quella gara, che vediamo conquidere le donne tra classe e classe, verrebbe per necessità a cascare: niente servendo meglio a mantenere viva questa agonia del comparire quanto la facilità di appagarla con la ostentazione di robe, che di per sè non sono di gravissimo pregio, ma che, rinnovate le ventine di volte in capo all'anno, spiantano. Avrebbe un bell'arrotarvisi sopra la bottegaia, tanto non le verrebbefatto di procacciarsi una vesta di broccatello di oro, con rabeschi ricamati di perle e di gemme, come anticamente le gentildonne nostre adoperavano pei dì delle feste; e caso mai le avessero avute avrebbero loro pianto addosso: quelle vesti poi così doviziose passavan di madre in figliuole, e quando dopo parecchie generazioni si disfacevano, se ne ricattava oltre alla metà del valsente. Ma per avventura questo non saría buon consiglio; gioverebbe piuttosto mutare scopo al lusso, e screditato lo esterno su la persona, e i ninnoli in casa, mercè i quali i Francesi, che ce gli mandano, hanno l'aria di trattarci da bamboli eterni, rimettere in fiore, se ci fosse, un altro Luca Giordano che venisse a dipingere le volte delle nostre case, un Cellino a cisellarci i vasellami di argento, un Caparra a batterci i ferramenti, un Cervelliera a intarsiarci gli stipi, un Palladio ad architettarci i palazzi, un Buontalenti a disegnarci i giardini: meglio ancora suscitare il fasto, che per questa guisa s'imparenterebbe con la virtù di decorare la città con ginnasii, musei, basiliche, istituti benefici per educare la gioventù, ed ospitare la infermità, la sventura, e la vecchiezza: ma qui fo punto, imperciocchè io dubiti, che i partiti, i quali ho messo davanti, con altri più assai dei quali mi passo, non abbiano a parere pannicelli caldi, chè troppo più fuoco brucia nell'orcio: arrogi a questo, che essendomi riuscite così male le parti di consigliere, sarà prudente renunziarciper sempre. Conchiudendo dico, e questo abbiatevi per sicuro, che lusso e Libertà non possono accordare insieme: scempiezza contendere intorno alle forme del governo, chè Agide e Cleomene principi erano, e pure adoperandosi a spartire con tutti i cittadini le terre laconie soggiacquero all'avara crudeltà dei patrizii: parchi siate, temperati e modesti; non amate più la vita infame, che la morte con onore; bandite il sagrifizio, e fatelo; persuadete a benvolere, e adoperate benevolenza voi stessi, ed allora, così disposto il campo, voi vi potrete spargere la sementa che meglio vi garbi, e voi le vedrete venire su tutte a bene.
Côlta da infermità la contessa Amelia, non potè, come pure avrebbe voluto, dare forma a quanto aveva raccolto intorno alla educazione, e fu danno: nondimeno quanto ci avanza dei suoi Saggi, e delle sue lettere, basta ad avviare la mente degli speculatori verso lo svolgimento dei problemi, che importano la suprema materia della educazione.
Ci avanza adesso a discorrere degli altri scritti dalla donna egregia dettati, i quali comecchè di mole più lieve non appariranno di minore importanza come quelli che intesero sempre lodevolmente a promuovere qualche virtù, o a sopprimere qualche vizio. Primi tra gli altri vengonoi racconti del Parroco di campagna, i quali si proponevano purgare le menti villerecce di molti errori di cui camminano ingombre: e più che altri per avventura non crede, ce n'è di bisogno, imperciocchèse non possono accagionarsi i Governi di fomentarli, nè anche si sbracciano a svellerli: inoltre, se in una parte diminuirono, in quell'altra crebbero, laonde nel sottosopra non possiamo rallegrarci di troppi avanzi: più presto si nota, che se illanguidirono quelli che si versano sopra credenze religiose pervertite, gli altri che si fondano sopra passioni cupide e avare rinverzicarono. Così quando il cappellano, o curato che sia, di Trequanda, per rincappellare su la Madonna di Arimino, che piangeva soltanto, si avvisò dare ad intendere, che quella della parrocchia sua ghignava, e piangeva, i villani a venti miglia dintorno dissero, che la cosa non poteva stare, perchè su questa terra donna che pianga e rida è giudicata matta; figuriamo in paradiso! laonde il gingillo, trovato appena, cagliò: per lo contrario il collegio onorevole dei vetturini empolesi per aizzare subbuglio in danno delle ferrovie saltano su a sobillare la gente, che il vapore gli è proprio quello che fa nascere la crittogama su l'uva, e i beoni sel credono, ma questi non bastano; allora i vetturini immaginano la Madonna volare di pruno in pruno per le siepi, a quella guisa che i beccafichi costumano, predicando la portentosa scoperta; e se non l'universale dei coloni, molti almeno ci credono: ancora, per ottenere numeri buoni al giuoco del lotto i contadini violeranno i sepolcri, complice un prete, e spiccato il capo ad un morto lo metteranno nel paiolo a farlo bollire recitandonon so quali incantesimi. Che più? Oggi ventisette agosto 1856 interrompendo lo scrivere per leggere i diarii trovo nella Gazzetta di Ginevra riferito come un villano savoiardo travagliato da dolori reumatici, fatto sicuro che l'unzione di grasso umano gli avrebbe reso la salute, poichè gli venne manco la facoltà di procacciarselo altrove, presa una sua figliuolina la mise in tocchi dentro una pentola al fuoco, per cavarne il grasso desiderato[8]. Però gli uomini esperti di queste nostre miserie non poseranno un momento di guerreggiare lo errore quantunque faccia il morto: in vero guardate mo' le volpi, e guardate i gesuiti; all'occasione sdraiansi in terra a pancia all'aria, incrociano le zampe, e con un filo di voce chiedono l'olio santo: ma che è, che non è, in meno che si dice unAmen, eccoli su vispi, vivi, e più gagliardi che mai canzonare i filosofi e i cani. Questo, come savia, molto bene sapeva la Signora Contessa; quindi non dava tregua allo errore giammai, porgendo documento efficacissimo a coloro che vorranno approfittarne.
LaPalmiragli è racconto, che levò parecchi letterati a criticarlo con molta acerbezza; in quanto a me, duolmi dirlo, condannando i modi inurbani, non parmi dovere dissentire dalle critiche. Eccone il sunto: un barone Nericci va in cerca di un sacco di quattrini con una sposa, e li trova: poi vago di attendere ai giuochi, e ad altri consueti suoi passatempi, pianta in villa la moglie in compagnia di certo suo pupillo, giovane, lezioso, e vaporoso marchese: alla Palmira, negletta dal marito barone, vezzeggiata dal pupillo marchese, accadde quello, che in pari casi è solito accadere e che non importa raccontare. Il marito torna, e accortosi della ragia (anche la suocera contribuisce ad aprirgli gli occhi, ma non ce n'era bisogno) delibera vendicarsi, e in questa guisa vi si apparecchia: avvisato come certa contadina lì presso si travagliassein extremisper malignità di vaiolo, recasi a levarle la camicia ingrommata di putridume, e portatasela a casa costringe con minaccie e sacramenti la moglie febbricitante a vestirla: non istà guari, che il morbo anche nella povera donna imperversa di natura così trista e ria, che a grande stento ne scampa la vita, rimanendone però nel volto sconciamente deturpata. Il marito dopo la bestiale vendetta ridotto al verde dai disordini, e un tantino anco dal rimorso, muore, mentre la Palmira aveva già cercato ricovero (anche qui secondo il consueto) in Monastero. Intanto il pupillo marchese, che (adesso spupillato) aspettandomeglio viaggiava, udita appena la morte del barone, gira di bordo e torna a tiro di ale a casa; poi, senza nè anche mutarsi la camicia, corre al convento, picchia, gli è aperto, va difilato al parlatorio, chiama l'amante sua, che anch'essa arriva di là dalla graticola, e per di più velata. Oh Dio! che novità è mai questa? L'amante non potendo ingolare quel boccone amaroin primis, come vuole ragione, muove urgentissima istanza affinchè per via di provvedimento i maluriosi veli alzinsi, od abbassinsi, talchè l'effetto sia il volto abbia a rimanerne scoperto: ricusa risoluta la donna, conquide smanioso l'amante, donde un flagello di pianti, rammarichii, singulti, ed ultimamente rimbrotti. — Ah! ora sì che comprendo il mistero, esclama all'improvviso l'innamorato marchese, tu vuoi serbarti ad un rivale! — La Palmira allora, chiusa fra l'uscio e il muro,multis cum lacrymis[9]si leva il velo... Urlo e svenimento del marchese, il quale a suo tempo tornato in sè, o piuttosto uscitone affatto, scrive alla donna: non fargli caso s'ella sia rimasta con un occhio solo, e con mezza guancia di meno; avere egli trovato rimedio a tutto; abbacinerebbesi, e poi così cieco avrebbesela presa per moglie, godendo nella immaginativa le note bellezze. La donna non gli dà retta, e fa almeno questa cosa di bene: arrogi qualche erbuccia di episodio, e termina il dramma.Povero dramma come vedi, senonchè il racconto serve, si direbbe, di trama per ricamarci sopra una sequenza di considerazioni circa lo stato delle donne sotto il giogo del matrimonio. Se le mogli con le ruinose grullaggini loro mandano a gambe levate la casa, se la empiono di vergogna e di scandolo, se la fede coniugale contaminano, di cui immaginereste voi che fosse la colpa? Ve la do a indovinare su cento. La colpa è tutta dei mariti, di questi tristacci, che calunniando dipinsero la donna che va a marito con la fiaccola nella destra tesa per davanti, e con lo uncino nella manca tesa per di dietro, come per significare che arraffando di casa al padre quanto più può, va a mettere in fiamme quella dello sposo; di loro, che ridotto a digesto il concepito maltalento misero in voga nel mondo i proverbii, che: chi mena una moglie merita una corona di pazienza, e chi ne piglia due guadagnasela di pazzia; di più: due essere lieti i giorni del matrimonio, quello in cui la donna entra in casa, e l'altro quando ne esce morta; con altri più assai, ch'è vergogna udirli, peggio raccoglierli, e poi da chi? Da un poeta, e da un marchese; e per sopra mercato darli al Lemonnier perchè gli stampi.
La Signora Sand, o come con altro più vero casato la si abbia a chiamare, parmi sicuramente letterata di polso; ma io confesso, che con quel suo difendere che fa a spada tratta la donna riversando tutte le malizie sul capo dell'uomo miriesce mortalmente sazievole: oltrechè quel suo sempiterno chiacchierare di amore in tutte le chiavi, assai mi arieggia il convito della marchesana di Monferrato, da cima in fondo composto di galline, comecchè in molte svariatissime maniere le avesse accomodate il cuoco sagace. Non basta a questa valorosa donna ripetercelo a lettere da speziali più volte, che mercè gli scritti suoi ci ribadisce pur troppo nel cervello: l'amore, episodio della vita dell'uomo, formare il poema intero in quella della donna; ed io per me direi meglio, la cronaca, chè troppa cosa è il poema.
Ma, o credono queste benedette donne che i costumi in virtù degli scambievoli rimbrotti, si possano emendare? Con questodixit latro ad latronem, la non finirebbe mai. Orsù, poniamo che la colpa abbia a ricadere tutta e sempre su l'uomo, che monta egli questo? Per avventura vorranno le donne desumerne il diritto di vivere disoneste? Da quando in qua il fallo altrui potè allegarsi ad escusazione del proprio? Quando il Corvo disse al Merlo: come sei nero! questi, secondo che affermano coloro i quali lo udirono, rispose: e tu non canzoni! Infatti nero di fumo ambedue. La donna e l'uomo sacramentano al cospetto di Dio portare insieme di amore e di accordo la croce della vita; immaginiamo adesso che l'uomo spergiuro, ritirata la spalla, si rifiuti più oltre al carico; quale delle due donne pensiamo noi che abbia a procacciarsi loda? quella,che scossa la croce a sua posta dalle spalle la lascia cascare nella mota, o piuttosto l'altra, che astenendosi dai rimbecchi se la reca intera addosso, e, senza porre mente se altri falla, intende a non fallire ella pure?
Questo poi io non vorrei che si pigliasse nello aspetto di pretendere condannata ad ogni modo la femmina peccatrice: mai no, ch'io non mi sento così atroce, e so che le passioni quando si avventano come fuoco sopra le anime umane le vincono, e carità ci persuase verso di loro Gesù Cristo dal giorno che disse agl'ipocriti additando la adultera: «chi di voi senza peccato le getti la prima pietra.» Tuttavolta tra scusa e loda corre la differenza grande: anzi, chi vuole correggersi non si deve scusare; lasci questa parte altrui; egli chiamisi in colpa, e pentasi della offesa fatta a Dio, e alla onestà del consorzio umano.
Lo scritto che non possiamo leggere senza sentirci profondamente commossi è l'elogio che la nostra inclita donna dettò per Andrea Cimoli, prode, magnanimo, e non pertanto oscuro soldato della civiltà: povero egli nacque ed umile in terra remota, su per erta pendice, senza maestri, senza libri, e senza facoltà di procacciarsene: esempio non infrequente di quanto possa questa nostra indomata italica natura: da sè s'istruì, i libri accattò, ed ape infaticata della scienza il mele raccolto nelle pertinaci vigilie deponeva ogni mattina amorosamente sopra le giovinette labbra: da sèimparava per insegnare altrui: ebbe il sapere pari alla carità, profondissimi entrambi; nè per sentirsi mancare la vita, rimise punto l'ardore che lo moveva a istruirsi e ad istruire, deliberato come era di rimanersi fino all'ultimo nel posto confidatogli dalla Provvidenza: donde accadeva, che con i consiglieri amorevoli suoi, i quali gli venivano persuadendo a posarsi alquanto per ripigliare con maggiore lena la via, quasi si adirava, ed è per questo che lo salutai forte soldato della civiltà.
Altri si abbia le pompe superbe e i trionfi, rumore di un giorno per tacere eternamente; il nostro cuore trema di tenerezza quando assistiamo con la immaginativa ai funerali che fecero a cotesto uomo dabbene i montanari apuani insieme ai loro figliuoli alunni del Cimoli, chè prole propria per natura, pure volentieri essi la riconoscevano per amore comune con lui, ed in luce di spirito unicamente sua. Per mezzo di una giornata rigida d'inverno camminando per parecchie miglia nella neve, molestati da incessante nevischio, essi tutti lo accompagnarono all'ultima dimora con pianti, e con affettuose parole, non si saziando di raccomandarsi al caro capo come se potesse udirli, e fosse pur vivo, e di dirgli addio. Nè si rimasero a codeste onoranze, chè di prontissima voglia, quantunque di averi piuttosto poveri che scarsi, collettando fra loro danari, tanti neraccolsero che bastarono a dargli onestissima sepoltura. Adesso sopra codesti gioghi possiede il Cimoli assai lodata memoria, ma non si nega che di marmo la potrebbe avere più bella; però nè più bella nè più laudabile, nè più onesta altri ed egli stesso potrieno averla di quella che la gente apuana gli innalzò nel proprio cuore.
La morte, come ordinò Natura, presto o tardi ti capita addosso a chiarire se fosti virtuoso davvero o strione di virtù, e alla nostra Filosofa incolse appunto in quella, che giunta agli anni virili, in lei raggiava la pienezza delle sue facoltà spirituali; e giocondata si godeva la vita pel consorzio di gente illustre sbattuta come grano di spelda per le italiche ville dalla fortuna, ai virtuosi sempre nemica: nei consorzii di quei valentuomini come in palestra di filosofia ella s'ingagliardiva: contenta chiamavasi, ed era, del diletto consorte Conte Mario Carletti, in cui pendi incerto se tu debba maggiormente ammirare o la modestia o la bontà; doti, pei tempi che corrono, diventate più presto uniche che rare; e nondimeno ella fece liete accoglienze alla morte.
E qual morte! Non credasi già che l'assalisse improvvisa, e seco la portasse immemore delle cose dilette che lasciava: ahimè! no: a lei fu di mestieri assaporarla a centellini; e' fu una di quelle delle quali mostrò compiacersi tanto Caio Caligola quando ai carnefici suoi ordinava che i condannati straziassero per modo, chesi sentissero morire[10]. Infatti la infermità le strinse la gola, che prima sofferse trangugiare cibi molli, poi liquidi soli, ultimamente nulla. La sola parola rivelatrice di sensi preclari quinci trovava il varco: tirocinio di divinità era cotesto, oggimai schiva di ogni sustanza, che corporea fosse. Quando dal digiuno attrita e dalle veglie, il suo spirito stava sopra la soglia dello infinito, a tale che la confortava a bene sperare rispose: «se mi accostaste alle labbra una tazza colma di vita, io non la berrei: non vale il pregio rivivere:» e questo disse Tito Pomponio Attico, cavaliere romano elegantissimo non meno, che integro amico di Cicerone, il quale per quanto scrive Cornelio Nipote, si lasciò morire d'inedia per tedio di vita: nè in questo solo apparve pari a Pomponio Attico, ma bene in altri particolari, così nella vita, come nella morte, specialmente nei gravi ragionari sopra le materie più scabre della morale filosofia. Perchè poi ella, a cui sì dilettabile sembrava che scintillasse la vita, dimostrasse siffatta vaghezza di morte, non rimase ai suoi familiari nascosto. Dopo tanta speme di Libertà goduta negli anni 1848 e 1849, adesso il suo cuore fra questa caligine maledetta di tirannidi, ascitizia, e nostrale, si sentiva oppresso; quell'anima gentile strascinava le sue speranze, come la colomba le ali ferite, nè per quanto ci si affaticasse d'intorno con immenso affetto leriusciva levarle a nuovo volo verso le regioni dello entusiasmo, genitore di concetti e di atti divini. «Che fai? che pensi? Anima desolata, a che ti stai? Sovente, quasi garrendosi, diceva. — Come dal banchetto levarsi non sazii ancora, per giudizio dei fisici, molto si confà alla salute del corpo, così abbandonare tempestivamente la mensa della vita contribuisce assaissimo alla salute dell'anima, conciossiachè quantunque la morte costringa come necessità inevitabile, tuttavolta sentendoci sempre in termine di gioventù e gagliardi condotti all'estremo, sembra a noi che lo andare o lo stare sia lasciato nello arbitrio nostro; e l'apparenza della volontaria elezione rinfranca l'anima al trapasso: tempo è di andarcene; abbastanza vidi, onde io senza amarezza lasci la vita; più tardi potrei maledirla; partiamo adesso, che io mi separo da lei come da un amico che non amo più, ma che non odio ancora.»
Ella moriva con l'anima trafitta dalla spada del dolore, contemplando più e più sempre montarle dintorno il diluvio della viltà universale. Certo non si può mettere in dubbio; se la Patria avesse posseduto parecchi uomini pari a questa una donna, o non sarebbe serva, o qualche scheggia appena troverebbero adesso di lei dopo molto cercare sotto un mucchio di cenere.
Immensa, oscena, senza fine turpe viltà, che affoga il vulgo patrizio nel paese a cui basta la fronteper iattarsi l'Atene d'Italia. Qual gente in questa o in altra terra può mettersi in paragone di lui? Io non ce ne vedo alcuna, a meno che non fossero i Lazzeroni di Napoli; e non in tutto, conciossiachè i Lazzeroni non sieno vili, e lo hanno fatto vedere.
Nel vergare le ultime linee di questo scritto, ecco mi accorgo avermi fatto scannello di un volume delle Vite di Plutarco: però recatomelo in mano, e fissamente consideratolo, dal profondo del cuore dico, come se mi fosse dato di favellare al simulacro comparsomi davanti di questo uomo dabbene: «Oh! quanto, bennato spirito, avesti a patire amarezza, e sopportare fastidio dettando queste carte! però che gli uomini di cui riportavi le inclite geste oggimai fatti erano polvere, nè la Patria inferma e vecchia dava speranza alcuna di partorirne altrettali; ora è questo, in fede di Dio, il tristo mestiere, raccogliere le foglie secche dell'albero morto per iscaldarcene anco un tratto le mani intirizzite e morire. Infelice diletto davvero lanciare nello speco dei tempi un grido, il quale tornerà strepitoso, e non pertanto infecondo, a piombarti su l'anima! Ormai deserta la libertà latina, tu avevi visto ad Augusto succedere Tiberio, e, precipitando, la romana gente sopportare Caio Nerone, e perfino Vitellio; e la tua fronte serena si era declinata verso terra, pure pensando che Tito Quinto Flaminio consolo, e Nerone imperatore due volte aveano affrancata dal servaggiola Grecia, e fatta libera mai. Dopo la ingiuria di essere ridotti in servitù nessuna maggiore ignominia può toccare ai popoli oltre quella di essere restituiti in libertà dalla mano dei tiranni. Libertà mendace, e della libertà vera sorella bastarda, non ignota agli antichi, e da loro meritamente avuta in dispregio. Così vero, che quando allo schiavo erano sciolte le catene da mano nemica, non diventava già libero, bensì liberto; mentre all'opposto ingenuo ridiveniva veracemente colui, il quale con le proprie mani le rompeva. Perchè scrivesti? Temistocle, dopo le giornate di Maratona, Salamina, e Platea, a colui che gli si profferiva insegnargli un metodo di ritenere a memoria le cose, ebbe a dire: — Deh! perchè non m'istruisci nell'arte di obliarle? — Con quanta maggiore ragione non dovevi, o Plutarco, giovarti della esperienza del figliuolo di Nicocle?»
Pronunziate le quali parole, mi parve che i fogli del libro, strepitando, mi fremessero fra le dita, e poi mandassero fuori una voce corrucciata, che diceva così: «E tu perchè favelli? Tu che trascini la vita traverso i tempi fra i pessimi i peggiori? E tali non già perchè le terre italiche vanno tutte piene di tiranni; o perchè le angoscia il servaggio più duro, dopo le prime benedizioni della libertà. Tempi acerbi non tanto per la guerra combattuta con fortuna infelice, non per il sangue sparso invano, non per lo oltraggio e gli assassinamenti stranieri; non pei gemiti che prorompono dai pozzi dove levittime accatastate dalla tirannide pregustano l'inferno; non per la gente ausonia sparsa sulla faccia della terra come le ceneri della prima eruzione del Vesuvio; cose tutte veramente dolorosissime, e piene di molta pietà; ma ahi! troppo più a cagione degli ignavi, e dei codardi, i quali alla paura diedero faccia di prudenza, cauti celebrarono i consigli avari od inetti, o invidiosi; arguti trovatori dei ripostissimi sofismi della viltà: senza ire per la tirannide; conciliatori insensati degli agnelli e dei lupi; consiglieri di tranquillo vivere tra ugnolo e ugnolo del rapace uccello. Gli sdegni magnanimi loro, le facili ire, i securi latrati, le calunnie, gli anatemi che in frotta loro sospinge alla bocca la sterile e prosuntuosa parlantina contro chi morde il freno, e grida, che ha da tacere di Patria e di Libertà chiunque non si sente capace da mettere in isbaraglio la vita per quelle. —
«Ecco, per questi vigliacchi, la ragione del futuro è manomessa; a causa delle parole ignave, il tesoro della vendetta disperso, le anime, invilite co' precetti e con gli esempii; dallo sbadiglio in fuori altra potenza non lasciano: poichè la Libertà diventò popolesca, la Tirannide ridivenne gusto patrizio. Libertà vollero, ma non cercarono, finchè suonava per loro partecipazione del comando; e servi, si offrono tuttavia al mercato per dominare. Il Popolo stesso giace sbigottito, imperciocchè tema di essersi ingannato, e d'ingannarsi, nè alcuna stella in cui possa fidare scintilla per lui:egli va tentone, si perita far male restando, peggio andando, e poi dove? e come? Dopo che tutti lo blandirono, gli dissero fratello, chiesero il suo sangue, ed egli lo mescè attorno generoso come vino alle mense ospitali, tutti lo rinnegarono più tardi, e sputandogli in viso, lo chiamaronoraca: però egli si avvolge torvo nelle sue sventure, nei suoi sepolcri si strugge, e non fa motto: non piange ma tace, guarda sospettoso e non dà retta a persona.
«Dunque a che le memorie? Qual pro rammentare la virtù dei morti se non se ne giovano i vivi? Se nè anche ci attendono.... anzi, se la pigliano a tedio? Carità e pudore persuadono lasciarne in pace le ceneri.»
Ma il savio di Cheronea la pensò altramente: Egli, meditando, toglievasi al senso dei mali circostanti, e l'anima sollevava alla contemplazione del bello morale: seduto sopra le tombe dei suoi eroi, sorrideva alla immagine della vita futura dove lo spirito combattuto avrebbe quietato nella grande anima di Dio, di cui particole furono Aristide, Fabio, Temistocle, Marcello, Scipione, Milziade, e gli altri che