DELLO SCRITTORE ITALIANOAvendo meco stesso considerato questa materia dello italiano scrittore con quella gravità che il mio intelletto mi consentiva, tale e tanta ella venne ad allargarmisi per mano, ch'io la conobbi argomento di nobilissimo volume. Di vero nessuno speri vedere il tempo della messe, se quello della seminatura non preceda; ora, in questo verno apparente del mondo, spetta allo scrittore ammannire la lieta stagione; imperciocchè a cui bene intende nel gennaio sta la ragione del luglio. Volendo pertanto fare cosa profittevole, non era dato conseguire lo scopo mettendo fuori lo scritto a brani, e ad intervalli di tempo non brevi; chè il nesso dei raziocinii sismarriva, e forte correva pericolo di comparire avventata, e peggio una proposizione disgiunta dalle sue premesse, la quale, unita a quelle, i lettori avrebbero accolta come naturale; forse anco necessaria. Cessiamo per queste cause la pubblicazione della opera in frammenti, e ci riserbiamo a farla tutta di un tratto, parendo a noi, che i tempi desiderino di questa maniera libri. Gli anni crescono, la libertà diventa adulta, e gli uomini dei liberi istituti stannosi sempre alpappoe aidindi: perchè poi altri giudichi se come sembra a noi il libro meriti uscire alla luce, porremo in termini stringatissimi gli argomenti, che abbiamo preso a discorrere.Come, ed a che fine le scienze fisiche si abbiano a studiare; quali vantaggi ne attenda la Patria: sapere in parte è ritrovare, ma oggimai non possiamo più perdere, nè rinnovamento di barbarie vuolsi temere.La economia politica, ora fa pochi anni negletta, oggi massimo assunto di scienza: il fine della vita umana è la ricerca del meglio: non si può contrastare, che i garbugli piacciano ai malestanti, donde deriva nei prudenti la necessità di torne via le cause. Lo scopo delle rivoluzioni comparisce ordinariamente moltiplice, ma in fondo ci si agita sempre l'interesse; massime ai giorni nostri: si dimostra la materia. La Francia nel sovvertimento degli ordini politici nel 1848, ebbe in mira mutare gli economici; riuscita a male laprova, oggi s'industria, dacchè forza non valse, venirne a capo con la pazienza. Il debito pubblico fa l'ufficio di vincolo estremo, che tiene uniti gli Stati decrepiti, essendo ogni altro legame caduto in pezzi. Della indifferenza dei popoli agl'istituti liberali qualora gli sperimentino inetti a fruttare copia maggiore di beni. Incapacità su tale proposito degli uomini di Stato, e non italiani soltanto. Dimostrazione del come il dispotismo non possa partorire altro che danni.Paure di governi artatamente esagerate: nel moto consiste la vita; ogni secolo si trova sospinto da speciale corrente, cui contrastare è temerario e vano, provvedere che proceda ordinata, prudente ed utile: secolo oggi va composto di 10 anni.Le scienze economiche tollerano meno delle altre i parabolani, e sono quelle dove ne occorrono più. Le teorie come e quanto ingannino: errori intorno al debito pubblico: errori su la libertà del commercio.Sventura massima della facilità di sbagliare non solo nella economia politica, bensì in tutte le scienze le quali si versano sul reggimento degli Stati, donde avviene che le riforme non giovino, anzi nuocano. Si discorrono alcuni errori circa alla libertà della educazione, e circa la libertà della stampa; ancora degli errori su l'autorità dittatoria, e su la magistratura immutabile. Come siensi provati i giudici la più parte avversi ai liberiistituti, e perchè. Digressione intorno alla qualità delle leggi, alla condizione dei tempi, ed all'ufficio in che abbiamo veduto spesso adoperata la legge. Errore rispetto al modo di esercitare il suffragio universale, ed errore anco più grave, intorno alla efficacia e potenza di quello.In che cosa consista la pratica dei negozii, e quale possa meritamente appellarsi uomo pratico.Scopi delle scienze economiche rispetto al governo dei popoli sono questi: giungere in virtù di legge a far sì, che i pesi nei bacini della bilancia pareggino, o di troppo non differiscano, o con perpetua altalena si alternino; poichè la somma dei beni a tutti non basta, voglionci istituti, che da un lato promuovano la parsimonia, dall'altro agevolino l'acquisto. Lusso, flagello economico e morale dei popoli: i buoni costumi rimediano meglio alla ulcera del lusso; le buone leggi rimediano meglio alla difficoltà di acquistare. Esempii di leggi a questo fine adattate, e di altre no.Esame del sistema delle tasse quanto alla indole loro, al modo di repartirle, e al modo di esigerle: importanza del modo di repartirle: danni derivati dal modo di esigerle, praticato fin qui. Quanto ardua la distribuzione della imposta; se giovasse aumentare la prediale; le gravezze spartite in ragione geometrica, odiose, e causa di subuglio. Balzello improvviso sopra il lusso pericolosissimo a motivo delle industrie urbane cresciutea dismisura in danno delle agricole. Guai nati da siffatto squilibrio; necessità e difficoltà di rimediarci.Se possa farsi a meno di classi privilegiate negli Stati, e quali queste classi sieno. — Innanzi tratto ragionasi delle cause di alienazione dei cittadini dai carichi pubblici, e perchè la famiglia sia divenuta ostile alla comunanza. Propongonsi i rimedi, e si discorrono i benefizii così morali come economici che ne hanno ad uscire. Di qual maniera la operosità generi la operosità, e della vita pubblica e privata degli antichi.Sacerdozio presso gli antichi che fosse, e se potesse rinnovarsi fra i moderni. — Se i cittadini possano e devono decidere i piati civili: assurdo del reputarli capaci a giudicare i commerciali, e i civili no: assurdo peggiore del proporli a giudicare della vita, e ributtarli dal decidere degli averi degli uomini. Delle leggi, e quali il mondo le aspetta.Si cerca se possano risparmiarsi gli eserciti stanziali, e, potendo, se di qualunque maniera armi: posto che di tutte non si possa, con quali modi si abbiano a comporre gli eserciti. Considerasi la soppressione degli eserciti stanziali rispetto alle economie, alla morale, alla salute del corpo.Come sia in parte vero, ed in parte no, che i moderni trovati della scienza nuocano, o almanco nulla giovino alle classi bisognose. Degl'istitutidi credito; e scopo vizioso ed utile di questi; però siffatta spuma di denaro sbattuto al povero non giova o poco, e di rimbalzo. Che cerchino i prestatori; e si dimostra essere quello che esclude per necessità la chiesta del prestito. Il capitale va in traccia del capitale vero o presunto, la probità non cura, o poco; e sola ordinariamente non basta. Si chiarisce come con piccolo soccorso le popolesche industrie si alimentino. Si propone base più razionale per le banche di credito: disegno di una banca ordinata per provvedere ai bisogni del popolo, come abbia ad amministrarsi, e su che fondarsi; quali benefizii se ne possano sperare.Educazione considerata rispetto alla economia: educazione universale efficace; la parziale nociva; deve imporsi però che la vaccinazione della ignoranza prema per lo meno quanto quella del vaiolo. Errore della educazione gratuita; vuolsi pagare e da cui. Come hassi a compartire ai figliuoli del popolo perchè approdi. La libertà dello insegnamento giova nei governi novelli costituiti con forme opposte al governo vecchio? La uniformità della educazione nuoce al fine ch'ella deve proporsi? Ragioni per le quali si chiarisce come, almeno nei primordii, ella ha da ritenere del monastico e del soldatesco. La educazione primaria come sia spada a due tagli; necessità che la educazione sia congegnata in guisa che le parti stieno bene insieme e disgiunte, così che ognunasia in sè completa, e non dimanco porga l'addentellato alle altre. Chi più sa, più può; per questo la educazione da un lato cresce il capitale, dall'altro ne impedisce lo sperpero; si dimostra la verità della regola per via di esempii ricavati dallo esercizio di arti e mestieri.Della guerra, e perchè, dopo avere figurato fra le scienze fisiche, ripongasi fra le morali. Se ambiziosa pretensione sia lafilosofiadella guerra, ed in che consista quanto alla indole della impresa che combatti, alla qualità delle genti che capitani, e delle altre contro cui ti muovi, ai popoli amici o avversi in mezzo ai quali ti avvolgi, alla disciplina, al modo di campeggiare, all'annona, alla notizia dello ingegno del capitano avversario. Della pace universale; e si dimostra possibile con ragioni ed esempii. Se ad uomini che non fanno professione di soldato si addica trattare di cose militari. Del Macchiavello e del Clerk d'Eldin. Dignità del soldato e sue lodi: temerarie parole del gesuita Curci contro la virtù militare.Scuole di politica quante. Dei metafisici, degli eclettici e degli empirici. Se i partiti buoni emendino il cattivo indirizzo, o se il buono indirizzo giustifichi i partiti rei, e fatti storici esaminati. Difficoltà della politica; quali e quanti gli scopi di lei. Si discute sotto parecchi aspetti la quistione della unità: considerazioni intorno alla forma tellurica della Italia, alle origini dei popoliche l'abitano, ai reggimenti diversi; anco il dispotismo, non essendo raccolto in una mano sola, ebbe andatura ed effetti varii. Dei municipii, e beni e mali di questi. Repugnanze dei popoli a mescolarsi. Partiti per la unità d'Italia. Se possa attuarsi il suffragio universale, e, potendosi, se tornerebbe favorevole alla unità. La forza interna spegne la libertà, se esterna la indipendenza, durando poco, se molto anco la naturalità. Fatti storici esaminati. Del concetto di Dante Alighieri su la unità d'Italia. Ostacoli per unire in fascio i popoli membri della stessa famiglia. Indagini intorno alla unità della Francia. Se possa accettarsi lo Stato federativo come forma transitoria, e se pregiudichi irreparabilmente le ragioni dell'avvenire: ostacoli incontrati per lo addietro da questo partito, e se sarebbero da temersi adesso sì dentro che fuori. Principi quanto sieno più previdenti dei popoli. Qual corra obbligo alla Francia di riparare ai danni recati alla Italia. Francia ed Inghilterra poco amiche fin qui alla unità d'Italia, e perchè; a partirla in tre Stati le proveremmo forse benevole. Condizioni della politica italiana. Quanto sia magnifico scopo la unità, e nondimanco il maggiore impedimento verrebbe dagl'Italiani, eziandio a partirla in tre Stati. Digressione su la Sicilia ed i Siciliani. Teoria del Gioberti, che la nazionalità non patisce discussione; s'illustra questa dottrina, e si chiarisce come la si abbia ad intendere. Ragionamento intornoai gravami messi in campo dai Siciliani in odio dell'amministrazione di terraferma.Della libertà; come sia definirla malagevole: in quante guise siasi intesa ed in quante fatta consistere, così appresso gli antichi, come appo i moderni; si esamina la indole della libertà nelle repubbliche greche, nella romana, in quelle dei tempi mezzani. Dove la esperienza insegna potere consistere la libertà. Se possano proporsi sistemi compiti di governo: inanità dei programmi ministeriali, ed insania di cui li pretende; se ne adducono le ragioni. Quello che ai ministri si deve chiedere, e del come e' si abbiano a badare. Della opposizione parlamentaria, e del sindacato. A cui spetti mettere fuori gli schemi di legge, e come li deva proporre. Necessità del fidarsi, e pericoli che l'accompagnano. Che giova più, leggi buone con uomini tristi, o viceversa? Delle forze politiche a cui bisogna che i governi si accomodino; indole, intenti e fini della politica quali. Parallelo del Guicciardino col Macchiavello. Se la libertà possa precedere i buoni costumi. Dei vizii, e del modo di giovarsene negli ordinamenti politici. I partiti estremi donde nascano, e perchè durino. Dottrina del fare ad ogni costo, anco male; parole gravi contro i fautori di quella.Statuto quale abbia da essere, e modi di attuarlo: quali sieno le riforme che più durano, e che cosa si propongano. Gli statuti nacquero con la necessità di morire presto, o riformare quotidianamente:essi tolsero il còmpito di condurre con ordine la opera della rivoluzione. Querimonie di Carlo Botta sopra la libertà imposta alla Italia dai Francesi, e in che paiono giuste, ed in che no. Necessità che i governi dei varii popoli europei non discordino troppo fra loro, affinchè la libertà metta piede stabile in Europa. Quale forma di governo si addica adesso alla Italia. Se possa torsi via dagli Stati l'elemento aristocratico ora, e poi. Democrazia a cui giovi, ed a che nuoccia: Aristocrazia dove fa buona prova. Le democrazie pendono più che non si dubita alle monarchie, e vivono d'accordo: esempi della proposta. Quale forma di governo appaia più idonea a sostenere la guerra, scopo massimo degl'Italiani. Opinione del Palmerston erronea; quanto più liberi i popoli, tanto più pugnaci. Milizie delle repubbliche del medio evo, ed in che si rassomiglino alle moderne inglesi: eserciti di Stati liberi confrontati con quelli dei dispotici. Necessità di conservare gli elementi monarchico ed aristocratico forse lungo tempo; l'aristocratico sempre. Parlasi dello elemento monarchico nelle antiche repubbliche, ed anco nelle moderne. Assurdo di popolo chiamato una volta a farsi il re, e poi servire sempre. Logica della dottrina della legittimità: pericoli delle monarchie ereditarie. Quale possano avere durata le monarchie miste:sempreparola scritta dalla Follia nel dizionario delle lingue umane, e cancellata dal Senno.Delle cautele da prendersi nei governi rappresentativi, e necessità di studiare le provvidenze adoperate dagli antichi Stati italiani. Queste cautele nel 1848 o non si seppero, o non si presero. Si cerca e si chiarisce la ragione per la quale i ministri della Corona, da qualunque partito si cavino, eletti appena pendano allo stringato. Proponesi nuova e più razionale maniera di eleggere i ministri. Legge intorno ai reati ministeriali; difficoltà di farla eseguire. Sindacato perchè sia efficace come deva istituirsi, e da cui praticarsi: facile azione del sindacato, come quella che non implica accusa nè colpa, mentre l'accusa suppone sempre il delitto.Ragioni con le quali si dimostra la breve durata dei ministeri profittevole alla cosa pubblica: obiezioni e repliche.Se lo esercito nei governi costituzionali deva commettersi al potere esecutivo; massime educato nella dottrina della obbedienza cieca e passiva. Dissertazione intorno alla natura della obbedienza del soldato. L'esercito per lo scopo dell'azione deve dipendere dal Parlamento; quanto al modo di operare, dal potere esecutivo. Chi dispone a suo senno delle armi quegli è tiranno. Sentenza del Foglietta sopra Andrea Doria, che predicava avere restituito Genova alla libertà, e riteneva il dominio delle galere.Obbligo imposto ai soldati di ammazzare i commilitoni colpevoli quanto ingiurioso alla onoratamilizia. Obietto della necessità di valerci dello esercito nei casi subitanei senza consultare il Parlamento confutato.Non si potendo abolire l'aristocrazia, in qual modo la si abbia ad accettare. Emulazione dentro certi confini mantiene vivaci le forze dello Stato, trasmodando le sperpera. Confronto della ingratitudine dei popoli con quella dei principi: si dimostra con gli esempii come talvolta sia necessaria, e non pertanto partorisce la rovina degli Stati. Ordine senatorio opportuno ad ovviare i mali della ingratitudine, ed esame di un concetto del Sieyes. Prerogative ed importanza del Senato.Deputati come si devano eleggere: fallace fondamento elettorale su cui si basarono gli statuti italiani, ma non si poteva fare a meno sul principio: chi ebbe modo di riformarlo in processo di tempo e se ne astenne o non sa che cosa sia governo, o fu ignavo, forse anche peggio. Come si voglia chiamare la democrazia a prendere parte alle elezioni. Dei brogli dannosi alla libertà, e partiti per prevenirli. Della plebe, e perchè ributtata dagli uffici pubblici, e mantenuta ignorante favorisca la tirannide. Opinioni contrarie intorno al pregio della plebe; fatto sta ch'è piaga, e piaga dura perchè così si vuole. Partiti per immegliare le plebi persuasi dalla ragione di Stato del pari che dalla carità cristiana: intanto che le plebi si srugginiscono come le dovrebbero essererappresentate nei Parlamenti. Degli avogadori nella repubblica veneziana, e degli abati del popolo in quella di Genova.Dimostrasi la suprema necessità che i deputati ricevano stipendio dai Comuni che rappresentano; cause che informarono lo Statuto toscano in proposito. Mandato gratuito dannoso alla bene ordinata democrazia: quello che sentisse e quello che disponesse su questo particolare il generale Paoli, uomo copioso di senno pratico sopra ogni altro italiano.Della opposizione parlamentaria, e di quante specie ella sia: quale non debba patirsi; però dove cessi il governo rappresentativo intisichisce.Deputazione è ufficio solenne; il deputato che senza congedo ottenuto e senza causa chiarita non risponde tre volte all'appello deve irremissibilmente cassarsi.Deputazione a mo' dei benefizii curati esclude il cumulo; si espongono le cause per le quali sembra non pure logico ma onesto che i salariati dal governo devano rimanere esclusi. Governo che non attende con ogni diligenza a procurare sincere elezioni crea il paeselegalediverso, e talora anche contrario al paeseregalecon manifesto pericolo della libertà. Il governo che vizia l'elezioni è pari al pilota il quale incomincia la navigazione buttando in mare la bussola.Legge che sia. Cicerone la definisce meglio degli altri; tuttavolta si mette avanti una nuova definizionee si spiega. Parlasi dei fini a cui mirano le leggi. Ragione di agire delle forze fisiche e morali dell'uomo di fronte al soggetto sopra il quale si versano. Distinzione prima delle leggi in due sorti; a cui spetti proporne sì le une che le altre. Modi pessimi di discutere le leggi, e quali parrebbero ad usarsi più dicevoli; che ne pensasse il generale Paoli, e come provvedesse.Del sorteggio adoperato dagli antichi, e se possa praticarsi dai moderni.Se si abbiano a desiderare leggi stabili, o se considerare ponti da muratori, che levansi dal muro, e si fissano più in alto di mano in mano che la fabbrica avanza.Da capo dei vizii, e come possano adoperarsi per argomento di leggi: in qual modo abbiano saputo approfittarsene gli antichi.Considerazioni sopra il concentramento degli ordini amministrativi. Parlasi di Federigo re di Prussia e di Napoleone I; differenza del principio e delle conseguenze dei sistemi loro. Il primo spinse la necessità dello Stato, e bene si mosse, meglio andò, sapientemente stette, sè ed i popoli avanzando mentre visse, felicitandoli nello avvenire: non così Napoleone, spinto più che altro da indomata improntitudine. Il concentramento comecchè in certe occasioni utile partorisce sempre la rovina della libertà: si chiarisce falsa la opinione, che sopra ogni altro ordine esso basti a governare gagliardamente; dove arriva taglia, ma atutto non arriva; anzi troppo più che non si pensa lascia di fuori. Ciò che nocque massimamente al governo degl'Inglesi nell'India fu l'amministrazione di soverchio concentrata: moniti di Enrico Russell con superbia molta e consiglio poco respinti. Governi concentrati in Italia esosi allo universale; prosperità mirabile dei nostri Comuni italiani donde muovesse. I governi concentrati nuocono alla libertà, ma i larghi disordinati apparecchiano la tirannide: assunto supremo sta nel dare buono assetto ai governi larghi purgandoli da' vizii che gli rovinano. Come si possano condurre due Stati ad accordarsi di formarne un solo. Statuti nostrani antichi non consultati nella composizione dei nuovi. Statuto del generale Paoli. Statuto di Leopoldo I. Ricercasi se lo Statuto Leopoldino sia stato, come Carlo Botta spaccia,una spiritosa invenzione; prove della sua verità somministrate dal senatore Gianni e dal granduca Leopoldo II. Ricercansi le cagioni del primo Statuto toscano, e di quello del Paoli, e come dovrebbero adattarsi agli Stati italiani. — A che cosa Leopoldo I i beni della religione di Santo Stefano destinasse; quello che egli sentisse degli eserciti stanziali, e come volesse possedere le milizie. Distinzione tra milizie civiche e soldati volontarii; con le milizie civiche possono ottimamente vincersi le guerre, e se ne adducono esempi. Ordini egregi di Leopoldo I intorno alle fortezze dello Stato. Del castello di San Giovambattista,del duca Alessandro, e di Filippo Strozzi. Provvidenze dell'inclito principe circa alle cariche pubbliche, ai benefizii ecclesiastici, alle pensioni, alle promozioni, ed alle esclusioni, le quali apparvero tali, che nè anco i repubblicani saprebbero immaginarle nè maggiori, nè più libere: per ultimo Leopoldo I, volendo accertarsi che le assemblee rappresentassero il paese davvero, prescrisse avessero a rimanerne esclusi gl'impiegati, gli ufficiali di corte, ed anco i semplici pensionati.Trattasi della prima rivoluzione di Francia, e delle cause che la spinsero a commettersi in balìa di un soldato. Quale fosse l'animo di Napoleone giovane, e come indi a breve mutasse consigli. Ragioni della comparsa e della durata del primo impero: ragioni della sua decadenza. Napoleone presentendole si appiglia a più maniere partiti per ovviarle. Delle pratiche di Erfurt, e cagioni per le quali si possono credere vere: riscontri storici diligentemente raccolti: s'indagano le cause che secondo la verosimiglianza fecero capitare male coteste pratiche col Russo. Napoleone le aveva tentate innanzi con la Inghilterra, e del pari senza pro. Concetto napoleonico in che cosa pari, ed in che disforme a quello di Alessandro Macedonio, di Carlomagno, Carlo V, e di parecchi altri conquistatori. Fine della guerra russa, il quale avrebbe sortito Napoleone, se non gli ostava la Provvidenza.Trovati dei dottori politici per ritemperare la monarchia di diritto divino con certe arguzie di libertà annacquata, che non attecchiscono. Cortigiani e clericali imbaldanziti presumono restituire gli ordini vecchi; mettendosi al cimento delle ultime prove se perdono, e con esso loro la monarchia di diritto divino.I dottori accaparrano la monarchia popolesca, e la circondano di nuovi arzigogoli idonei a spingerla verso il precipizio, e presto: inettezza suprema dei pretesi moderati a reggere gli Stati chiarita a prova. Il pessimo dei concetti nei governi sta nel non averne alcuno, e dondolarsi su tutti. Quello che puoi fare procura che torni in benefizio de' più, poi fallo fino in fondo e presto; altrimenti i popoli si disamorano della libertà, e ricascano sul vecchio, e talora anco peggio.Mette capo la seconda repubblica in Francia, ma bacata dalle dottrine dei perpetui dottori che l'entrano in corpo. Si dimostra come non fosse Luigi Napoleone quegli che spense la repubblica: ogni partito tirando ai proprii interessi, non si sa perchè dovesse egli astenersi di fare i suoi. Esame degl'intendimenti del popolo di Francia, e se meritino biasimo o piuttosto lode. Quello che il popolo francese restituendo lo impero si proponesse. Indagasi con pacata disamina se lo eletto del popolo all'aspettativa di lui abbia corrisposto; suoi concetti e sue opere così dentro come fuori, e quali razionalmente argomentandosarebbero le seguenze del suo operato per la Francia, per la Italia e per la Germania.Se i presunti concetti dello imperatore di Francia offrano probabilità di riuscire, e riusciti se di durare; quali i fatti che avranno virtù di attraversarli.Delle storie ed importanza loro; come le si abbiano, e da cui si abbiano a scrivere. Quello che gli scrittori italiani dovevano fare e non hanno fatto: abbietti scartafacci dei tempi nostri, che la vergogna vieta di appellare storie. Dei libri dei moderati, e di quelli dei repubblicani. Se la verità, la decenza e la reputazione del paese, che pure si compone di quella dei suoi uomini, sia rimasta offesa più dalle sfrontatezze dei nostrani o da quelle dei forestieri. Se la storia deva ingolfarsi nei gineprai di trattare per minuto delle guerre, delle paci, dei trattati e simili, ovvero chiarire qual popolo nel cammino dei secoli stornò e per quali cause, e quale altro progredì sempre retto, ed in grazia di quali sussidii: chi fu più fecondo di opere grandi, e chi ebbe copia maggiore di cuori generosi e d'intelletti divini. Conoscere la virtù alma generatrice di quanto sublima la nostra natura, dimostrarla, promoverla, alla venerazione del secolo additarla, e con essa le sue divine compagne la Risoluzione e la Speranza compiono l'assunto massimo dello scrittore di Storie.Dei giornali:apotetedegli ingegni gobbi, edanco dei fatti bene pur troppo: scuole di errore e di arroganza: rovina ultima della favella italica; i libri sotto questa pianta parassita prima di nascere muoiono.Questi a un di presso sono gli argomenti che ci studiammo trattare nel nostro scrittore italiano. Chiunque legge comprenderà agevolmente come non potrebbe desiderarne altri i quali fossero o più gravi per la materia, o più opportuni per la necessità, o più palpitanti[11]d'importanza a cagione delle fortune nelle quali versiamo; certo egli dubiterà del nostro valore ad esporli in guisa che la patria se ne approfitti, e a parlare schietto questo timore travaglia noi quanto lui, e forse anco più: ad ogni modo è forza dire prendendo consolazione nel riflettere che una di queste tre cose non ci può venire meno: o qualche utile verità troveranno chiarita, e tale da avvantaggiarne la Patria, e tanto ci tornerà a premio oltre la speranza: o tutto lo scritto apparendo erroneo ecciterà altri a indagare le cagioni del vero, e per benefizio universale dichiararle, ed anco questo fie che a noi piaccia: o per ultimo quando il libro ad altro non fosse buono che a porgere testimonianzacome l'ultimo pensiero che prima di pigliare sonno lasciamo sul capezzale è la Italia, e il primo che ci troviamo svegliandoci sia parimente la Italia, giudicheremo avere dato esempio buono alle generazioni che crescono, e procurato a noi desiderabile incremento di fama.I.Pietro Giordani fu scrittore pei modi forbiti del dire preclaro, e per concetti eziandio commendevole assai: veramente gli nocque non poco alla facile eleganza del dettato quel suo volere ormare la favella italica sopra la greca, come recò pregiudizio al Boccaccio, e a quasi tutti i suoi alunni, massime cinquecentisti, la imitazione soverchia delle forme latine; imperciocchè dovrebbe pure capirsi, che la lingua nostra non ha da essere latina o greca bensì italiana, e ritenere, quantunque derivata in parte da quelle, indole propria; sentenza, che vale per il nostro come per ogni altro idioma. Ancora, alla copia del sapere il quale possedeva diverso e moltiplice il valentuomo, fecero impedimento due cose secondochè sembra potersi giudicare: primieramente il cervello educato a pascersi ogni dì con letture eccessive; per la quale usanza pessima osserviamo gli spiriti spossarsi nel digerire, così che quante volte presumano poi mettersi alla opera della meditazionevengono meno al prefazio: secondamente lo spesso e troppo lungo starsi a crocchio. Ed in vero se da una parte sarebbe peggio che inurbano, negare, che dalle veglie piacevoli nasca seguenza stupenda di beni come a modo di esempio sarebbero gentilezza di tratto, cortesia di espressioni, avvicendamento di uffici benevoli, rettitudine di giudizi, copia di notizie, ed altre più cose tutte care e gioconde, che troppo menerebbe in lungo riferire, dall'altra poi bisogna confessare, che abitua gli animi al dissipamento, e ad una certa compiacenza infeconda di vincere l'avversario nella disputa, piuttostochè a cercare e a rinvenire la verità, alla lusinga della lode casereccia, anzichè provvedere ad acquistarsi la pubblica, e per ultimo a versarsi per entro cerchio ristretto di pensieri ed anco di affetti.Però se vorremo giudicare dirittamente dalle opere che egli ne lasciò, ci è dato conoscere quale e quanto fosse lo ingegno di lui: conciossiachè se da piccola materia egli seppe cavare scritti notabili per erudizione, per filosofia e per politica, o come non gli sarebbe riuscito di poggiare più in alto trattando materia di polso maggiore? In cosiffatte discipline proviamo come gli argomenti più gravi spesso non sieno i più ardui: all'opposto i leggeri spiombano, i solenni prestano ala allo ingegno: i miseri è d'uopo levare da terra, e con prodigii d'industria renderli notabili. E tanto intorno alle qualità di Pietro Giordano basti;del quale parve bene favellare nel modo con che e' fu fatto per reprimere (se pure fie possibile mai) la temeraria parlantina di parecchi sciagurati, che reputano bello levarne i pezzi adesso ch'è morto. — Pietro Giordani vivendo fece a molti il viso dell'arme, e si mostrò stizzoso troppo più che a filosofo vero non convenga, ma ciò invece di somministrare motivo per procedere ingiusti contro la memoria di lui deve persuadere i discreti a compassionare e sfuggire le debolezze umane.Chiunque si affatica con coscienza intorno all'arte ardua di dettare non ingenerose scritture, quegli apprende a rispettare coloro che lo hanno preceduto: certissimi segni d'ignoranza la prosunzione e lo sprezzo; nè qui si arrestano i suoi rei portati, chè per ultimo, e di tutti peggiore la ignoranza mette al mondo la ingratitudine: famiglia infame, che la eletta gioventù italiana torrà, come merita, in abbominio.Pietro Giordani pertanto scrivendo lettera nobilissima al signore marchese Gino Capponi intorno alle ragioni dello scrittore italiano parecchie cose gli viene esponendo degne certo di molta lode, comecchè congiunte insieme non paia che formino quella pienezza di facoltà necessaria a tanto ufficio, nè taluna sembra, che faccia al caso: tutte poi non si presentano meditate convenientemente al soggetto: così vero questo, ch'egli stesso le propone per via di sommario di trattato il quale si augurava svolgere in un libro che stavaper dettare, e non compose mai, piuttostochè materia ordinata e digesta.E poichè l'argomento apparisce di suprema importanza, vale il pregio che ogni uomo ci eserciti sopra lo ingegno meno come prova di sapienza, che per debito cittadino; e di tanto sembra, che egli debba andare sicuro, che offerendo l'obolo alla santissima opera se non gli si potrà tenere conto dell'utile, ad ogni modo sarà accetta l'ottima mente.Donde nasca e da cui venga lo scrittore italiano poco rileva: fra le domande che a diritto gli si possono volgere non pare che deva avere luogo quella che fece Farinata a Dante nostro: «chi fur gli maggior tui?» Solo sarebbe desiderabile che possedesse roba non tanta da generare superbia ed ignavia, nè tanta poca che lo costringesse a sottomettersi altrui; estremo danno la servitù antica per la quale l'uomo veniva a forza ridotto in potestà di altro uomo, e tuttavolta più trista la odierna assai, come quella che lo induce a compiacere in grazia del salario le voglie del padrone. Quella vinceva il corpo, questa il corpo, e l'anima per giunta: la prima dava di tratto in tratto qualche Spartaco, il quale convertite le catene in ispada periva in battaglia, la seconda partorisce, ed anco di rado, Seneca, che muore svenato dentro un bagno caldo: quegli finisce col ferro in mano, questi con ciancie di filosofia su la bocca. Non vuolsi affermare tutte, che non sarebbevero, ma quasi tutte le laide o scellerate cose derivano dal bisogno; però laddove lo scrittore cammini scusso della molta roba, e della poca metta principalmente ogni suo onesto studio a farla. Ai consigli dissennati non badi, chè se turpe si deve reputare l'agonia della incontentabilità, e miseria degna più di compassione che di ribrezzo l'avarizia, trovasi onore nel procacciarsi sostanza. Quali i concetti e le opere di Catone Censore in proposito nessuno ignora: da lui stimasi atto da figliuolo di donna vedova sminuire il censo paterno, e disdoro espresso non lasciarlo, dopo lunga vita, cresciuto agli eredi; nè diverso da Catone adoperò Marco Bruto, ultimo dei Romani, il quale si dette con molta alacrità a ragunare pecunia per sopperire alle imminenti distrette della Patria. Intendimento disperato, e quasi sempre infelice, imperciocchè spente le virtù prische, male si presuma restaurare le fortune pericolanti della Patria co' vizii e le loro sequele: così ai dì nostri argomentano co' guadagni avanzati ai convegni della vanità e della corruzione alimentare gl'istituti di carità, e si risolvono in maschere di decenza che la ipocrisia fabbrica sul peccato, e la carità non se ne avvantaggia o poco. Vezzo plebeo e volgarissimo intento è trarre a dileggio quanto esperimentiamo nella vita degno di esempio, e però non mancheranno di proverbiare lo ammaestramento, che primo s'indirizza allo scrittore italiano, e che consiste nel procacciarsi civanzo; ma tu, giovane,pon mente a questo: nessuno scoglio al mondo più del bisogno è pauroso per miserabili naufragi di coscienze umane, e se colui che impropera lasciò il bisogno annidarsi in casa senza tentare gli estremi conati per cacciarnelo via, tieni per ferma di queste due cose l'una, o ch'egli è un vile, o che già si trova sul cammino per diventarlo. Nei libri dei Latini si legge avere la necessità comune l'epiteto con le Furie, e questo eradiro, che suonaempio, crudele: adesso chi fie che presuma vincere i Romani nel senso dello indomato decoro?La miseria rende contennendo l'uomo, e con esso le discipline ch'egli esercita, nè a torto, imperciocchè paiano inette a fargli le onorevoli spese; donde avvenne che lettere e letterati caddero presso a molti in dispregio; il che quanto avanzasse la civiltà consideri chi ha senno. Leggendo le sventure dei letterati del Valeriano riesce oltre ogni credere amaro considerare come uomini meccanici arrivassero a stato onorevole, e i letterati no, quasi le lettere tolgano il volere e il sapere di governarsi decentemente nelle faccende ordinarie della vita; la quale sentenza per antichi e moderni esempii si chiarisce falsissima. Lasciando delle altre parti d'Italia per favellare soltanto di quella che ci è patria, i tre Villani, il Davanzati, il Sassetti, ed altri non pochi mercadanti furono, il Buonarotti, il Vinci, il Vasari, il Lippi pittori, scultori e tutto quanto piacque loro essere, imperciocchè a volere mettere qui tutto quello cheseppero fare cotesti ingegni divini verrebbero manco il tempo e la lena. Il Dante si versò nelle bisogne pubbliche; il Petrarca altresì, nè fu alieno il Boccaccio dai traffici e dalle ambascerie. Ai tempi nostri vedemmo Roscoe, Lewis, Campbell, comecchè tenessero banca o fondaco, dettare nobili prose e versi di eletta gentilezza. Gualtiero Scott uomo di toga assunse l'arduo carico di bilanciare con lo immenso piacere dei suoi scritti lo abisso della noia diffusa sul genere umano dai barbari dettati degli autori forensi; e bisogna confessare, che se non giunse a saldare il debito, poco resto si lasciava indietro; nè il Byron stesso ebbe a schifo i guadagni, i quali poi spendeva in beneficii degni del suo cuore, ch'egli ebbe pari alla mente altissima: e questo, lui morto, anco i detrattori di leggieri consentirono.Sogliono comunemente predicare che le lettere, in ispecial modo la poesia, non approdano, come quelle che tenendo a sè l'anima assorta la rendono incapace a qualsivoglia altro esercizio, ed è errore. Chi tale adopera, piuttostochè letterato insigne vuolsi estimare uomo imperfetto o tocco da qualche infermità. Di ciò andate sicuri, che chi più sa, più può, e lo fece vedere Talete milesio, il quale schernito dagli amici perchè avesse mandato a male la sostanza domestica per attendere ai suoi vaneggiamenti, raccolse con endica tempestiva gli olii della contrada, che rivendè in tempo di diffalta presagita da lui in virtù dellescienze fisiche nelle quali si versava; e così ridivenuto ricco d'inestimabile tesoro, lo distribuì agli amici, tornandosene povero e sgombro di fastidii a filosofare.II.Qui cade in acconcio inquisire se sia o no giusto il rammarichío della poca protezione o nessuna compartita dai governi ai letterati, e se sia vero che promovendo essi le lettere prosperassero, derelitte intristissero. Le lettere da Dio vengono, e ai popoli vanno; la luce per essere creata abbisognò della parola; le lettere no, che sgorgarono spontanee dal pensiero divino, e se tu avverti la potenza donata allo spirito umano di esercitarle in qualsivoglia più misera condizione della vita, alla indomata libertà del concetto, alla impossibilità da un lato d'impedirne il baleno, ed alla agevolezza dall'altro di tramandarlo durevole e lontano, non potrai dubitare un momento ch'elle sieno della Provvidenza vicarie veraci per incamminare gli uomini a migliori destini. In carcere l'uomo pensa; anzi, misericordia di Dio!, il carcere come la cote, acuisce l'acciaro, dà il taglio alla mente, onde ella ferisce più affilata che mai; l'esilio raddoppia le voci, imperciocchè i cuori chelasciasti nella terra del tuo nascimento ti rispondano co' mille echi di desiderio e di affetto. Su le anime il tiranno nulla può.Adesso abbi per fermo, le migliori rugiade che bagnino le lettere, fiori dalla ghirlanda di Dio caduti sopra la terra, consistere nella persecuzione, e subito dopo la persecuzione nell'oblio dei re.Mosso da pari sentimento Schiller cantava: «la musa alemanna non vide fiorire per lei il secolo di Augusto; i favori dei Medici non le sorrisero, non conobbe auguste protezioni, nè le sue rose ai raggi principeschi sbocciarono. Lontana dal soglio del massimo fra i figliuoli dell'Allemagna, Federigo, ella non ebbe da lui sussidii nè onori; però l'Allemagna quando si sente battere poderoso il cuore nel petto può gridare con voce altera: — devo a me quanto valgo, — e questa è la ragione per la quale il canto del bardo alemanno sprilla più fiero, e rotola le sue onde; questa la ragione per cui dovizioso di propria abbondanza attinge dal fondo dell'anima, e ride delle regole.»Narrasi eziandio, come il Mirabeau significando certo giorno a Federigo II il suo rammarico perchè egli si fosse astenuto dal promovere le lettere germaniche, l'udisse scappare fuori con questa risposta: «voi v'ingannate, avvegnachè io non sappia che cosa meglio avessi potuto fare in pro delle lettere e dei letterati tedeschi, che valga al non ci avere mai atteso, o letto i libri loro.» Parvestrano al francese, e nol fu; Federigo in quel punto apriva l'animo suo sincerissimo: di vero, se bene tu cerchi troverai come nè Virgilio, nè Orazio ai raggi del sole di Augusto si fecondassero: prima di lui nacquero, faville ultime del tizzo repubblicano che si muore. Astutezza di Ottaviano fu attaccarli alla propria fortuna, onde dopo lui i principi che bene appresero le arti di regno studiaronsi fregiare i regali ammanti più che di gemme con la gloria degli uomini famosi. Allora se i principi appellaronsi Augusto, o Lorenzo, o Luigi, o Napoleone, invece di scintillare con la propria luce soltanto, mescolaronci l'altrui, e ne aumentarono il bagliore, ossivvero ebbero nome Alfonso, o Maria Teresa, e consapevoli o nescienti ne rischiararono alquanto le tenebre dei tempi. Virgilio, ingegno sostanzialmente didattico, plastica, imita e adula, povero fiore rapito ai campi e chiuso dentro la stufa imperiale; Orazio pauroso del suo genio lo costringe a commettere mosaici con frammenti greci, e tremando di sentirsi levato in alto dalle penne pindariche si avvoltola per la polvere, e canta la sua viltà. Mette sgomento al cuore considerare come la storia, più che non si crede, spesso si faccia complice della menzogna cortigiana ingannando il mondo; di vero, Luigi XIV impone nome al secolo, e la storia per consuetudine di servitù continua a lui morto la piaggeria, che vivo a forza gli compartiva; all'opposto ella doveva avvertire come le letterefrancesi, accese alquanto dalla scarmana per le contenzioni della Fronda, alle sue mani ripigliassero la consueta pallidezza; apresi il secolo di cotesto ventoso col Cornelio e col Molière, e si chiude con Giovambattista Rousseau. Schiller non si appose quando cantò le lettere promosse dai Medici, imperciocchè essi non favorissero le lettere bensì gli eruditi e gli artisti; il che suona troppo diverso; anzi Leone X protesse il Baraballo alternando con esso lui esametri e pentametri da cacciare addosso la quartana al santo collegio delle Muse, e lasciò morire di fame Marone. Quanto all'Ariosto poi, quello che gli facesse Leone X e quello che da lui ricavasse egli medesimo racconta giocondamente nella Satira III:Piegossi a me dalla beata sede,La mano e poi le gote ambe mi preseE il santo bacio in ambedue mi diede.Di mezza quella Bolla anco corteseMi fu, della quale il mio BibbienaEspedito mi ha il resto alle mie spese.E dove conducesse te la munificenza delmagnanimoAlfonso, o miserrimo Tasso, fa ribrezzo pensare; e tuttavolta importa rimettere dinanzi agli occhi della gioventù italiana, molto più che conforta stupendamente il consiglio dato di sopra, parte massima di umana dignità consistere nel cavarsi fuori del bisogno, e formarsi stato. Giovanetto ancora egli ebbe a vendere le poche masseriziedomestiche, già impegnate ad Abramo Levi giudeo, lire venticinque per mettere l'epitaffio al padre suo, e non fu il peggio; più tardi implorò qualche frutto per saziare la fame, alla quale, comecchè parchissimo egli sempre si mantenesse, non era bastata la grama cena, e neanche questo fu il peggio; angustiato da turpe necessità in altra occasione chiede a Scipione Gonzaga dieci scudi se non per presto, almeno perelemosina, e ciò stringe il cuore, ma non lo sbigottisce ancora; il cuore nostro resta percosso quando il nepote Alessandro gli chiede aiuto, ed egli povero non gli può mandare altro chesonetti, dond'egli spera che caverà danaro mercè la larghezza degli elogiati; resta percosso quando per salvarsi dalla disperazione e procacciarsi pane ebbe a strappare dalle labbra della sua Musa avvampata di vergogna lodi a persone indegne, la memoria delle quali gli lacerarono l'anima come rimorsi: allora maledisse alla fortuna, ed ordinò si bruciassero le opere sue, e prima delle altre laGerusalemme. Gli amici suoi raccomandavanlo a Francesco I dei Medici e a Bianca Cappello perchè a cavarlo di prigione non lo aiutassero; solo, per carità lo presentassero di qualche danaro, ch'egli molto bene si era guadagnato spogliandosi in farsetto per levarli a cielo; ed indi a poco confortano lo stesso Granduca di chiamarlo a corte, non gli dovendo dare noia la pazzia, imperciocchèpazziaopoesiaarieggino fra loro. La donna mandava venticinquescudi, Francesco duramente rispondeva non volere matti in casa, e aveva ragione, ci aveva una mano di furfanti e di sgualdrine, e bastava: per la quale cosa in questo turpe negozio tu non sai distinguere, che più meriti infamia o le derisorie raccomandazioni degli amici, o l'aspro rifiuto del Claudio toscano, o la umiliante elemosina della granducale baldracca.Egli è mestiero che la gente si persuada, i Sacerdoti coltivarono le lettere finchè nelle mani loro servirono a mo' di lanterna che ne dirigeva, rischiarandoli, i propri passi nei secoli, sicchè in sicurtà ed in ispeditezza vincevano quelli di coloro che andavano tastoni pel buio; quando cresciuto il lume rischiarò zona maggiore e i passi altrui, essi lo vollero spegnere; in questa parte più astuti i despoti dei sacerdoti finsero proteggere le lettere per contaminarle; qui come altrove gli odii loro meno funesti degli amori. Di ciò, per non dilungarci troppo, valga uno esempio solo e stupendo. Veruno ignora in quanta fama salisse di promotrice delle lettere e delle scienze Caterina II di Russia; qualche pugno di danaro gittato furbescamente, una pelliccia donata al Voltaire, un diluvio di piaggerie ai così detti filosofi le fruttarono la nomea di Semiramide del Settentrione, quasi che la Semiramide asiatica fosse ricordanza onorata: tre grossi volumi formano le leggi dettate da costei sopra un tanto argomento, e con sì forbito stile e concetti magnifici che ogni uomoè obbligato a farne le maraviglie. Ciò nonostante Caterina II, femmina se altra ne visse mai d'istinti regi, non promosse le scienze, molto meno le lettere; anzi l'ebbe in uggia, e presentendole ostili, desiderò che si spegnessero: questo alla libera ella confessa nella sua lettera al principe di Panin suo bertone (chè la parola amante non si vuole profanare), il quale prendendo ingenuamente sul serio le lustre della donna scettrata, si affliggeva del poco profitto fatto dai Russi nella istruzione: «mio caro principe, gli scriveva Caterina, non vi accorate per la poca inclinazione che i Russi dimostrano agli studii, e pel fatto, secondo il giudizio vostro, lamentabile, che gli ordini dati per fondare scuole ci procurino piuttosto buona reputazione fuori che civanzo in casa, perchè voi avete a sapere, che dal giorno in cui i Russi attenderanno agli studii davvero nè io rimarrò imperatrice, nè governatore rimarrete voi.» Come Caterina gli altri despoti tutti; ella non peggiore dei colleghi suoi; più sincera forse, o piuttosto, consentendo alla natura muliebre, meno discreta.Quello che i letterati possono e dovrebbero adoperare di meglio così in benefizio delle lettere come della fama loro sta in questo, che imitando il caso di Diogene con Alessandro, dicano a viso aperto ai potentati i quali presumono umiliarli proteggendoli: «fatevi oltre, e non ci togliete quello che voi non ci potete donare, la luce della libertà e l'amore dei popoli.»A tanta gloria non furono sortite le arti cui chiamano belle, sia perchè esse abbisognino di troppi aiuti materiali, sia perchè, secondo la necessità della natura loro le consiglia, propongansi piuttosto il bello che il buono, sia perchè impressionando del continuo lo spirito con la immagine degli obietti fisici non arrivino a tenere il dominio dell'anima indefessamente, profondamente. Le arti spettano al lusso; finchè i popoli crescono in virtuosa potenza o le schifano, o consentono che ci si affatichino dintorno i servi; nello scadimento l'esercitano i cittadini; le idolatrano corrotti; ornato elegante ad ogni maniera di turpitudini, pretesto splendido agli ozii codardi. Le lettere anche perseguitate, anco peste dal piè del tiranno, possono, vibrando la lingua, trafiggergli il calcagno con ferita più letale di quella dell'aspide: togli al letterato lo inchiostro, egli scriverà col sangue, e ciò fie meglio; nè occorre di rado nelle storie degli uomini. Le lettere quando non ponno impedire la morte del Popolo, o lamentano come Geremia, o incidono sopra il suo sepolcro un epitaffio truce come Cornelio Tacito. Le arti ai favori della tirannide si espandono, a mo' di pavone che spiega le piume della coda ai raggi del sole, le lettere intisichiscono, o tacciono, e bevendo l'acqua del dolore, e mangiando il pane dello affanno ritemprano la lena per giorni migliori. Come durando il cielo tuttavia bruno si ode di tratto in tratto la nota confortevole dell'allodolamessaggera dell'alba, così le lettere prima di ogni altro indizio prenunciano il fine della barbarie. Chiunque ne intende il canto si frega le mani assiderate, e voltatosi a quella plaga, si rallegra nella speranza della prossima luce.Il senno antico non fece le arti sorelle delle muse, nè le commise alla custodia di un Dio; negò loro nascimento celeste, anzi neppur concesse che una ninfa le procreasse, bensì le dava figliuole alla povertà, e con pari culto la madre e le figlie venerava: la più parte di loro percuotono come il tuono; indi a poco gli echi propagandosi per gli spazii remoti cessano, e se ne perde la memoria; altre durano per maggiore periodo di tempo, ma confidate a materia, che il fuoco incenerisce, l'acqua infradicia, l'aria consuma, si perdono anch'esse, e delle maraviglie sudate appena sopravvive un nome; inoltre, se non tutte, parecchie delle arti rimangono circoscritte da luogo, da tempo, o dentro la persona del tutto; d'altre poi esce una immagine alterata, diversa, e sovente deforme. Pongansi per esempio il canto (materia armonica, che uscita appena dalle labbra si sperpera per l'armonia che governa il creato) e la pittura, che si tramanda lontana o in grazia delle copie o del bulino, ovvero ancora mercè i trovati moderni — crepuscoli di sole tramontato. Più felici in questo le arti, che spesso largamente retribuisconsi, e se non tutte ad un tratto, secondo la sua stagione ciascheduna di loro si tuffa nell'abbondanza deiplausi, dei guadagni e dei piaceri. Una volta toccò alla pittura ed alla scultura, oggi tocca alla musica ed alle arti industriali. Le lettere in prima commettonsi a tutte le materie alle quali partitamente si affidano le arti, e sono metalli, marmi, legni, carte, pergamene, papiri, e via di seguito, e poi alla Memoria. Questa Dea non si scompagna mai dalle sue figliuole, e senza requie le porta attaccate al collo di su di giù traverso il mondo e i secoli. Pari ai sospiri degli amanti, le lettere percorrono in un baleno lo spazio che passa tra l'Indo e il Polo: alle ossa dell'uomo si attaccano, gli si mescolano nel sangue, formano anima all'anima di lui; cattoliche, apostoliche, universali veracemente le lettere; se non curate adesso, poco loro preme; si assettano sopra un termine della via donde passano i secoli, aspettano che gl'infesti sfumino a guisa di nuvole per lo emisfero della eternità, poi si levano come ristorate dal riposo, e tornano agli esercizii santi. L'Alighieri quando capita al mondo il gesuita Bettinelli e il Lamartine, il quale non è a propriamente parlare gesuita,leva le ciglia un poco in su, e vede affrettarsi in difesa della sua fama la bella schiera di Parini, Alfieri, Gozzi e Foscolo: dov'eglino si facessero attendere l'Alighieri non se ne accorgerebbe, perchè i minuti nelle vite come le sue sono secoli. Poichè dunque le lettere tanto trovano premio nella fama lontana e nella immortalità, attributo massimo diDio, non invidiano, all'opposto cortesi consentono che le arti vengano largamente retribuite di beni transitorii: queste vivano più di pane, perocchè esse vivano più di Dio.Tuttavolta sarebbe errore grande tacerlo, non tutti gli artisti abbisognarono, od avrebbero avuto bisogno di potenti protettori; egli è difficile persuaderci che Michelangiolo, il quale andava convinto che il concetto dell'artista in sè circoscrivesse il marmo, onde a lui non era mestieri di altro che sviscerarnelo con la mano obbediente all'intelletto; egli è difficile credere che il Dio agitantesi nell'anima sua non si rivelasse anche senza la protezione del Magnifico Lorenzo. Nondimeno, comecchè riesca più destro irritarsi della verità e maledirla, che confutarla, vuolsi manifestare apertamente, le arti ritraggono sempre qualche cosa del cortegiano; più spesso accompagnano la decadenza de' popoli che gl'incunaboli loro; nè di questo solo esse hanno colpa, bensì ancora di avere fatto amabile l'errore, e diffusone e perpetuatone il culto nei cuori degli uomini, molto più delle donne. I Sacerdoti abbandonati dalle lettere virili si appigliarono alle arti come a tavola di naufragio; alle are di Venere celeste diserte sostituirono i simulacri di Venere terrena, ingegnandosi ritenere co' sensi i mortali, di cui fuggivano loro l'intelletto e la fede.III.La seconda necessità dello scrittore italiano consiste nel farsi forte; e la forza naturalmente distinguesi in fisica ed in morale. Innanzi tratto vuolsi indagare a che queste forze giovino; in processo come le si acquistino, smarrite ricovrinsi, acquistate mantengansi. Non si può negare che qualchevolta le gagliarde membra si uniscono a piccolo ingegno e a cuore perverso, mentre per lo contrario in fievoli membra talora balenò anima di fuoco; ma ragionando si devono mettere da parte l'eccezioni, e tenerci a quello che per esperienza vediamo ordinariamente accadere; però il senno antico insegnava uomo, giusta sua natura complesso, doversi giudicare quello il quale possedeva in corpo sano mente sana. Altri, e per noi ancora, parecchie fiate fu avvertito, come i Romani solenni plasmatori di uomini appellassero virtus la forza non feroce, o gladiatoria, bensì corretta da intendimento buono: e così la sentiva quel santissimo petto del Parini (le poesie del quale valgono a ritemperare l'anima megliodi venti volumi di filosofia) quando induce Chirone a favellare al giovanetto Achille così:
Avendo meco stesso considerato questa materia dello italiano scrittore con quella gravità che il mio intelletto mi consentiva, tale e tanta ella venne ad allargarmisi per mano, ch'io la conobbi argomento di nobilissimo volume. Di vero nessuno speri vedere il tempo della messe, se quello della seminatura non preceda; ora, in questo verno apparente del mondo, spetta allo scrittore ammannire la lieta stagione; imperciocchè a cui bene intende nel gennaio sta la ragione del luglio. Volendo pertanto fare cosa profittevole, non era dato conseguire lo scopo mettendo fuori lo scritto a brani, e ad intervalli di tempo non brevi; chè il nesso dei raziocinii sismarriva, e forte correva pericolo di comparire avventata, e peggio una proposizione disgiunta dalle sue premesse, la quale, unita a quelle, i lettori avrebbero accolta come naturale; forse anco necessaria. Cessiamo per queste cause la pubblicazione della opera in frammenti, e ci riserbiamo a farla tutta di un tratto, parendo a noi, che i tempi desiderino di questa maniera libri. Gli anni crescono, la libertà diventa adulta, e gli uomini dei liberi istituti stannosi sempre alpappoe aidindi: perchè poi altri giudichi se come sembra a noi il libro meriti uscire alla luce, porremo in termini stringatissimi gli argomenti, che abbiamo preso a discorrere.
Come, ed a che fine le scienze fisiche si abbiano a studiare; quali vantaggi ne attenda la Patria: sapere in parte è ritrovare, ma oggimai non possiamo più perdere, nè rinnovamento di barbarie vuolsi temere.
La economia politica, ora fa pochi anni negletta, oggi massimo assunto di scienza: il fine della vita umana è la ricerca del meglio: non si può contrastare, che i garbugli piacciano ai malestanti, donde deriva nei prudenti la necessità di torne via le cause. Lo scopo delle rivoluzioni comparisce ordinariamente moltiplice, ma in fondo ci si agita sempre l'interesse; massime ai giorni nostri: si dimostra la materia. La Francia nel sovvertimento degli ordini politici nel 1848, ebbe in mira mutare gli economici; riuscita a male laprova, oggi s'industria, dacchè forza non valse, venirne a capo con la pazienza. Il debito pubblico fa l'ufficio di vincolo estremo, che tiene uniti gli Stati decrepiti, essendo ogni altro legame caduto in pezzi. Della indifferenza dei popoli agl'istituti liberali qualora gli sperimentino inetti a fruttare copia maggiore di beni. Incapacità su tale proposito degli uomini di Stato, e non italiani soltanto. Dimostrazione del come il dispotismo non possa partorire altro che danni.
Paure di governi artatamente esagerate: nel moto consiste la vita; ogni secolo si trova sospinto da speciale corrente, cui contrastare è temerario e vano, provvedere che proceda ordinata, prudente ed utile: secolo oggi va composto di 10 anni.
Le scienze economiche tollerano meno delle altre i parabolani, e sono quelle dove ne occorrono più. Le teorie come e quanto ingannino: errori intorno al debito pubblico: errori su la libertà del commercio.
Sventura massima della facilità di sbagliare non solo nella economia politica, bensì in tutte le scienze le quali si versano sul reggimento degli Stati, donde avviene che le riforme non giovino, anzi nuocano. Si discorrono alcuni errori circa alla libertà della educazione, e circa la libertà della stampa; ancora degli errori su l'autorità dittatoria, e su la magistratura immutabile. Come siensi provati i giudici la più parte avversi ai liberiistituti, e perchè. Digressione intorno alla qualità delle leggi, alla condizione dei tempi, ed all'ufficio in che abbiamo veduto spesso adoperata la legge. Errore rispetto al modo di esercitare il suffragio universale, ed errore anco più grave, intorno alla efficacia e potenza di quello.
In che cosa consista la pratica dei negozii, e quale possa meritamente appellarsi uomo pratico.
Scopi delle scienze economiche rispetto al governo dei popoli sono questi: giungere in virtù di legge a far sì, che i pesi nei bacini della bilancia pareggino, o di troppo non differiscano, o con perpetua altalena si alternino; poichè la somma dei beni a tutti non basta, voglionci istituti, che da un lato promuovano la parsimonia, dall'altro agevolino l'acquisto. Lusso, flagello economico e morale dei popoli: i buoni costumi rimediano meglio alla ulcera del lusso; le buone leggi rimediano meglio alla difficoltà di acquistare. Esempii di leggi a questo fine adattate, e di altre no.
Esame del sistema delle tasse quanto alla indole loro, al modo di repartirle, e al modo di esigerle: importanza del modo di repartirle: danni derivati dal modo di esigerle, praticato fin qui. Quanto ardua la distribuzione della imposta; se giovasse aumentare la prediale; le gravezze spartite in ragione geometrica, odiose, e causa di subuglio. Balzello improvviso sopra il lusso pericolosissimo a motivo delle industrie urbane cresciutea dismisura in danno delle agricole. Guai nati da siffatto squilibrio; necessità e difficoltà di rimediarci.
Se possa farsi a meno di classi privilegiate negli Stati, e quali queste classi sieno. — Innanzi tratto ragionasi delle cause di alienazione dei cittadini dai carichi pubblici, e perchè la famiglia sia divenuta ostile alla comunanza. Propongonsi i rimedi, e si discorrono i benefizii così morali come economici che ne hanno ad uscire. Di qual maniera la operosità generi la operosità, e della vita pubblica e privata degli antichi.
Sacerdozio presso gli antichi che fosse, e se potesse rinnovarsi fra i moderni. — Se i cittadini possano e devono decidere i piati civili: assurdo del reputarli capaci a giudicare i commerciali, e i civili no: assurdo peggiore del proporli a giudicare della vita, e ributtarli dal decidere degli averi degli uomini. Delle leggi, e quali il mondo le aspetta.
Si cerca se possano risparmiarsi gli eserciti stanziali, e, potendo, se di qualunque maniera armi: posto che di tutte non si possa, con quali modi si abbiano a comporre gli eserciti. Considerasi la soppressione degli eserciti stanziali rispetto alle economie, alla morale, alla salute del corpo.
Come sia in parte vero, ed in parte no, che i moderni trovati della scienza nuocano, o almanco nulla giovino alle classi bisognose. Degl'istitutidi credito; e scopo vizioso ed utile di questi; però siffatta spuma di denaro sbattuto al povero non giova o poco, e di rimbalzo. Che cerchino i prestatori; e si dimostra essere quello che esclude per necessità la chiesta del prestito. Il capitale va in traccia del capitale vero o presunto, la probità non cura, o poco; e sola ordinariamente non basta. Si chiarisce come con piccolo soccorso le popolesche industrie si alimentino. Si propone base più razionale per le banche di credito: disegno di una banca ordinata per provvedere ai bisogni del popolo, come abbia ad amministrarsi, e su che fondarsi; quali benefizii se ne possano sperare.
Educazione considerata rispetto alla economia: educazione universale efficace; la parziale nociva; deve imporsi però che la vaccinazione della ignoranza prema per lo meno quanto quella del vaiolo. Errore della educazione gratuita; vuolsi pagare e da cui. Come hassi a compartire ai figliuoli del popolo perchè approdi. La libertà dello insegnamento giova nei governi novelli costituiti con forme opposte al governo vecchio? La uniformità della educazione nuoce al fine ch'ella deve proporsi? Ragioni per le quali si chiarisce come, almeno nei primordii, ella ha da ritenere del monastico e del soldatesco. La educazione primaria come sia spada a due tagli; necessità che la educazione sia congegnata in guisa che le parti stieno bene insieme e disgiunte, così che ognunasia in sè completa, e non dimanco porga l'addentellato alle altre. Chi più sa, più può; per questo la educazione da un lato cresce il capitale, dall'altro ne impedisce lo sperpero; si dimostra la verità della regola per via di esempii ricavati dallo esercizio di arti e mestieri.
Della guerra, e perchè, dopo avere figurato fra le scienze fisiche, ripongasi fra le morali. Se ambiziosa pretensione sia lafilosofiadella guerra, ed in che consista quanto alla indole della impresa che combatti, alla qualità delle genti che capitani, e delle altre contro cui ti muovi, ai popoli amici o avversi in mezzo ai quali ti avvolgi, alla disciplina, al modo di campeggiare, all'annona, alla notizia dello ingegno del capitano avversario. Della pace universale; e si dimostra possibile con ragioni ed esempii. Se ad uomini che non fanno professione di soldato si addica trattare di cose militari. Del Macchiavello e del Clerk d'Eldin. Dignità del soldato e sue lodi: temerarie parole del gesuita Curci contro la virtù militare.
Scuole di politica quante. Dei metafisici, degli eclettici e degli empirici. Se i partiti buoni emendino il cattivo indirizzo, o se il buono indirizzo giustifichi i partiti rei, e fatti storici esaminati. Difficoltà della politica; quali e quanti gli scopi di lei. Si discute sotto parecchi aspetti la quistione della unità: considerazioni intorno alla forma tellurica della Italia, alle origini dei popoliche l'abitano, ai reggimenti diversi; anco il dispotismo, non essendo raccolto in una mano sola, ebbe andatura ed effetti varii. Dei municipii, e beni e mali di questi. Repugnanze dei popoli a mescolarsi. Partiti per la unità d'Italia. Se possa attuarsi il suffragio universale, e, potendosi, se tornerebbe favorevole alla unità. La forza interna spegne la libertà, se esterna la indipendenza, durando poco, se molto anco la naturalità. Fatti storici esaminati. Del concetto di Dante Alighieri su la unità d'Italia. Ostacoli per unire in fascio i popoli membri della stessa famiglia. Indagini intorno alla unità della Francia. Se possa accettarsi lo Stato federativo come forma transitoria, e se pregiudichi irreparabilmente le ragioni dell'avvenire: ostacoli incontrati per lo addietro da questo partito, e se sarebbero da temersi adesso sì dentro che fuori. Principi quanto sieno più previdenti dei popoli. Qual corra obbligo alla Francia di riparare ai danni recati alla Italia. Francia ed Inghilterra poco amiche fin qui alla unità d'Italia, e perchè; a partirla in tre Stati le proveremmo forse benevole. Condizioni della politica italiana. Quanto sia magnifico scopo la unità, e nondimanco il maggiore impedimento verrebbe dagl'Italiani, eziandio a partirla in tre Stati. Digressione su la Sicilia ed i Siciliani. Teoria del Gioberti, che la nazionalità non patisce discussione; s'illustra questa dottrina, e si chiarisce come la si abbia ad intendere. Ragionamento intornoai gravami messi in campo dai Siciliani in odio dell'amministrazione di terraferma.
Della libertà; come sia definirla malagevole: in quante guise siasi intesa ed in quante fatta consistere, così appresso gli antichi, come appo i moderni; si esamina la indole della libertà nelle repubbliche greche, nella romana, in quelle dei tempi mezzani. Dove la esperienza insegna potere consistere la libertà. Se possano proporsi sistemi compiti di governo: inanità dei programmi ministeriali, ed insania di cui li pretende; se ne adducono le ragioni. Quello che ai ministri si deve chiedere, e del come e' si abbiano a badare. Della opposizione parlamentaria, e del sindacato. A cui spetti mettere fuori gli schemi di legge, e come li deva proporre. Necessità del fidarsi, e pericoli che l'accompagnano. Che giova più, leggi buone con uomini tristi, o viceversa? Delle forze politiche a cui bisogna che i governi si accomodino; indole, intenti e fini della politica quali. Parallelo del Guicciardino col Macchiavello. Se la libertà possa precedere i buoni costumi. Dei vizii, e del modo di giovarsene negli ordinamenti politici. I partiti estremi donde nascano, e perchè durino. Dottrina del fare ad ogni costo, anco male; parole gravi contro i fautori di quella.
Statuto quale abbia da essere, e modi di attuarlo: quali sieno le riforme che più durano, e che cosa si propongano. Gli statuti nacquero con la necessità di morire presto, o riformare quotidianamente:essi tolsero il còmpito di condurre con ordine la opera della rivoluzione. Querimonie di Carlo Botta sopra la libertà imposta alla Italia dai Francesi, e in che paiono giuste, ed in che no. Necessità che i governi dei varii popoli europei non discordino troppo fra loro, affinchè la libertà metta piede stabile in Europa. Quale forma di governo si addica adesso alla Italia. Se possa torsi via dagli Stati l'elemento aristocratico ora, e poi. Democrazia a cui giovi, ed a che nuoccia: Aristocrazia dove fa buona prova. Le democrazie pendono più che non si dubita alle monarchie, e vivono d'accordo: esempi della proposta. Quale forma di governo appaia più idonea a sostenere la guerra, scopo massimo degl'Italiani. Opinione del Palmerston erronea; quanto più liberi i popoli, tanto più pugnaci. Milizie delle repubbliche del medio evo, ed in che si rassomiglino alle moderne inglesi: eserciti di Stati liberi confrontati con quelli dei dispotici. Necessità di conservare gli elementi monarchico ed aristocratico forse lungo tempo; l'aristocratico sempre. Parlasi dello elemento monarchico nelle antiche repubbliche, ed anco nelle moderne. Assurdo di popolo chiamato una volta a farsi il re, e poi servire sempre. Logica della dottrina della legittimità: pericoli delle monarchie ereditarie. Quale possano avere durata le monarchie miste:sempreparola scritta dalla Follia nel dizionario delle lingue umane, e cancellata dal Senno.
Delle cautele da prendersi nei governi rappresentativi, e necessità di studiare le provvidenze adoperate dagli antichi Stati italiani. Queste cautele nel 1848 o non si seppero, o non si presero. Si cerca e si chiarisce la ragione per la quale i ministri della Corona, da qualunque partito si cavino, eletti appena pendano allo stringato. Proponesi nuova e più razionale maniera di eleggere i ministri. Legge intorno ai reati ministeriali; difficoltà di farla eseguire. Sindacato perchè sia efficace come deva istituirsi, e da cui praticarsi: facile azione del sindacato, come quella che non implica accusa nè colpa, mentre l'accusa suppone sempre il delitto.
Ragioni con le quali si dimostra la breve durata dei ministeri profittevole alla cosa pubblica: obiezioni e repliche.
Se lo esercito nei governi costituzionali deva commettersi al potere esecutivo; massime educato nella dottrina della obbedienza cieca e passiva. Dissertazione intorno alla natura della obbedienza del soldato. L'esercito per lo scopo dell'azione deve dipendere dal Parlamento; quanto al modo di operare, dal potere esecutivo. Chi dispone a suo senno delle armi quegli è tiranno. Sentenza del Foglietta sopra Andrea Doria, che predicava avere restituito Genova alla libertà, e riteneva il dominio delle galere.
Obbligo imposto ai soldati di ammazzare i commilitoni colpevoli quanto ingiurioso alla onoratamilizia. Obietto della necessità di valerci dello esercito nei casi subitanei senza consultare il Parlamento confutato.
Non si potendo abolire l'aristocrazia, in qual modo la si abbia ad accettare. Emulazione dentro certi confini mantiene vivaci le forze dello Stato, trasmodando le sperpera. Confronto della ingratitudine dei popoli con quella dei principi: si dimostra con gli esempii come talvolta sia necessaria, e non pertanto partorisce la rovina degli Stati. Ordine senatorio opportuno ad ovviare i mali della ingratitudine, ed esame di un concetto del Sieyes. Prerogative ed importanza del Senato.
Deputati come si devano eleggere: fallace fondamento elettorale su cui si basarono gli statuti italiani, ma non si poteva fare a meno sul principio: chi ebbe modo di riformarlo in processo di tempo e se ne astenne o non sa che cosa sia governo, o fu ignavo, forse anche peggio. Come si voglia chiamare la democrazia a prendere parte alle elezioni. Dei brogli dannosi alla libertà, e partiti per prevenirli. Della plebe, e perchè ributtata dagli uffici pubblici, e mantenuta ignorante favorisca la tirannide. Opinioni contrarie intorno al pregio della plebe; fatto sta ch'è piaga, e piaga dura perchè così si vuole. Partiti per immegliare le plebi persuasi dalla ragione di Stato del pari che dalla carità cristiana: intanto che le plebi si srugginiscono come le dovrebbero essererappresentate nei Parlamenti. Degli avogadori nella repubblica veneziana, e degli abati del popolo in quella di Genova.
Dimostrasi la suprema necessità che i deputati ricevano stipendio dai Comuni che rappresentano; cause che informarono lo Statuto toscano in proposito. Mandato gratuito dannoso alla bene ordinata democrazia: quello che sentisse e quello che disponesse su questo particolare il generale Paoli, uomo copioso di senno pratico sopra ogni altro italiano.
Della opposizione parlamentaria, e di quante specie ella sia: quale non debba patirsi; però dove cessi il governo rappresentativo intisichisce.
Deputazione è ufficio solenne; il deputato che senza congedo ottenuto e senza causa chiarita non risponde tre volte all'appello deve irremissibilmente cassarsi.
Deputazione a mo' dei benefizii curati esclude il cumulo; si espongono le cause per le quali sembra non pure logico ma onesto che i salariati dal governo devano rimanere esclusi. Governo che non attende con ogni diligenza a procurare sincere elezioni crea il paeselegalediverso, e talora anche contrario al paeseregalecon manifesto pericolo della libertà. Il governo che vizia l'elezioni è pari al pilota il quale incomincia la navigazione buttando in mare la bussola.
Legge che sia. Cicerone la definisce meglio degli altri; tuttavolta si mette avanti una nuova definizionee si spiega. Parlasi dei fini a cui mirano le leggi. Ragione di agire delle forze fisiche e morali dell'uomo di fronte al soggetto sopra il quale si versano. Distinzione prima delle leggi in due sorti; a cui spetti proporne sì le une che le altre. Modi pessimi di discutere le leggi, e quali parrebbero ad usarsi più dicevoli; che ne pensasse il generale Paoli, e come provvedesse.
Del sorteggio adoperato dagli antichi, e se possa praticarsi dai moderni.
Se si abbiano a desiderare leggi stabili, o se considerare ponti da muratori, che levansi dal muro, e si fissano più in alto di mano in mano che la fabbrica avanza.
Da capo dei vizii, e come possano adoperarsi per argomento di leggi: in qual modo abbiano saputo approfittarsene gli antichi.
Considerazioni sopra il concentramento degli ordini amministrativi. Parlasi di Federigo re di Prussia e di Napoleone I; differenza del principio e delle conseguenze dei sistemi loro. Il primo spinse la necessità dello Stato, e bene si mosse, meglio andò, sapientemente stette, sè ed i popoli avanzando mentre visse, felicitandoli nello avvenire: non così Napoleone, spinto più che altro da indomata improntitudine. Il concentramento comecchè in certe occasioni utile partorisce sempre la rovina della libertà: si chiarisce falsa la opinione, che sopra ogni altro ordine esso basti a governare gagliardamente; dove arriva taglia, ma atutto non arriva; anzi troppo più che non si pensa lascia di fuori. Ciò che nocque massimamente al governo degl'Inglesi nell'India fu l'amministrazione di soverchio concentrata: moniti di Enrico Russell con superbia molta e consiglio poco respinti. Governi concentrati in Italia esosi allo universale; prosperità mirabile dei nostri Comuni italiani donde muovesse. I governi concentrati nuocono alla libertà, ma i larghi disordinati apparecchiano la tirannide: assunto supremo sta nel dare buono assetto ai governi larghi purgandoli da' vizii che gli rovinano. Come si possano condurre due Stati ad accordarsi di formarne un solo. Statuti nostrani antichi non consultati nella composizione dei nuovi. Statuto del generale Paoli. Statuto di Leopoldo I. Ricercasi se lo Statuto Leopoldino sia stato, come Carlo Botta spaccia,una spiritosa invenzione; prove della sua verità somministrate dal senatore Gianni e dal granduca Leopoldo II. Ricercansi le cagioni del primo Statuto toscano, e di quello del Paoli, e come dovrebbero adattarsi agli Stati italiani. — A che cosa Leopoldo I i beni della religione di Santo Stefano destinasse; quello che egli sentisse degli eserciti stanziali, e come volesse possedere le milizie. Distinzione tra milizie civiche e soldati volontarii; con le milizie civiche possono ottimamente vincersi le guerre, e se ne adducono esempi. Ordini egregi di Leopoldo I intorno alle fortezze dello Stato. Del castello di San Giovambattista,del duca Alessandro, e di Filippo Strozzi. Provvidenze dell'inclito principe circa alle cariche pubbliche, ai benefizii ecclesiastici, alle pensioni, alle promozioni, ed alle esclusioni, le quali apparvero tali, che nè anco i repubblicani saprebbero immaginarle nè maggiori, nè più libere: per ultimo Leopoldo I, volendo accertarsi che le assemblee rappresentassero il paese davvero, prescrisse avessero a rimanerne esclusi gl'impiegati, gli ufficiali di corte, ed anco i semplici pensionati.
Trattasi della prima rivoluzione di Francia, e delle cause che la spinsero a commettersi in balìa di un soldato. Quale fosse l'animo di Napoleone giovane, e come indi a breve mutasse consigli. Ragioni della comparsa e della durata del primo impero: ragioni della sua decadenza. Napoleone presentendole si appiglia a più maniere partiti per ovviarle. Delle pratiche di Erfurt, e cagioni per le quali si possono credere vere: riscontri storici diligentemente raccolti: s'indagano le cause che secondo la verosimiglianza fecero capitare male coteste pratiche col Russo. Napoleone le aveva tentate innanzi con la Inghilterra, e del pari senza pro. Concetto napoleonico in che cosa pari, ed in che disforme a quello di Alessandro Macedonio, di Carlomagno, Carlo V, e di parecchi altri conquistatori. Fine della guerra russa, il quale avrebbe sortito Napoleone, se non gli ostava la Provvidenza.
Trovati dei dottori politici per ritemperare la monarchia di diritto divino con certe arguzie di libertà annacquata, che non attecchiscono. Cortigiani e clericali imbaldanziti presumono restituire gli ordini vecchi; mettendosi al cimento delle ultime prove se perdono, e con esso loro la monarchia di diritto divino.
I dottori accaparrano la monarchia popolesca, e la circondano di nuovi arzigogoli idonei a spingerla verso il precipizio, e presto: inettezza suprema dei pretesi moderati a reggere gli Stati chiarita a prova. Il pessimo dei concetti nei governi sta nel non averne alcuno, e dondolarsi su tutti. Quello che puoi fare procura che torni in benefizio de' più, poi fallo fino in fondo e presto; altrimenti i popoli si disamorano della libertà, e ricascano sul vecchio, e talora anco peggio.
Mette capo la seconda repubblica in Francia, ma bacata dalle dottrine dei perpetui dottori che l'entrano in corpo. Si dimostra come non fosse Luigi Napoleone quegli che spense la repubblica: ogni partito tirando ai proprii interessi, non si sa perchè dovesse egli astenersi di fare i suoi. Esame degl'intendimenti del popolo di Francia, e se meritino biasimo o piuttosto lode. Quello che il popolo francese restituendo lo impero si proponesse. Indagasi con pacata disamina se lo eletto del popolo all'aspettativa di lui abbia corrisposto; suoi concetti e sue opere così dentro come fuori, e quali razionalmente argomentandosarebbero le seguenze del suo operato per la Francia, per la Italia e per la Germania.
Se i presunti concetti dello imperatore di Francia offrano probabilità di riuscire, e riusciti se di durare; quali i fatti che avranno virtù di attraversarli.
Delle storie ed importanza loro; come le si abbiano, e da cui si abbiano a scrivere. Quello che gli scrittori italiani dovevano fare e non hanno fatto: abbietti scartafacci dei tempi nostri, che la vergogna vieta di appellare storie. Dei libri dei moderati, e di quelli dei repubblicani. Se la verità, la decenza e la reputazione del paese, che pure si compone di quella dei suoi uomini, sia rimasta offesa più dalle sfrontatezze dei nostrani o da quelle dei forestieri. Se la storia deva ingolfarsi nei gineprai di trattare per minuto delle guerre, delle paci, dei trattati e simili, ovvero chiarire qual popolo nel cammino dei secoli stornò e per quali cause, e quale altro progredì sempre retto, ed in grazia di quali sussidii: chi fu più fecondo di opere grandi, e chi ebbe copia maggiore di cuori generosi e d'intelletti divini. Conoscere la virtù alma generatrice di quanto sublima la nostra natura, dimostrarla, promoverla, alla venerazione del secolo additarla, e con essa le sue divine compagne la Risoluzione e la Speranza compiono l'assunto massimo dello scrittore di Storie.
Dei giornali:apotetedegli ingegni gobbi, edanco dei fatti bene pur troppo: scuole di errore e di arroganza: rovina ultima della favella italica; i libri sotto questa pianta parassita prima di nascere muoiono.
Questi a un di presso sono gli argomenti che ci studiammo trattare nel nostro scrittore italiano. Chiunque legge comprenderà agevolmente come non potrebbe desiderarne altri i quali fossero o più gravi per la materia, o più opportuni per la necessità, o più palpitanti[11]d'importanza a cagione delle fortune nelle quali versiamo; certo egli dubiterà del nostro valore ad esporli in guisa che la patria se ne approfitti, e a parlare schietto questo timore travaglia noi quanto lui, e forse anco più: ad ogni modo è forza dire prendendo consolazione nel riflettere che una di queste tre cose non ci può venire meno: o qualche utile verità troveranno chiarita, e tale da avvantaggiarne la Patria, e tanto ci tornerà a premio oltre la speranza: o tutto lo scritto apparendo erroneo ecciterà altri a indagare le cagioni del vero, e per benefizio universale dichiararle, ed anco questo fie che a noi piaccia: o per ultimo quando il libro ad altro non fosse buono che a porgere testimonianzacome l'ultimo pensiero che prima di pigliare sonno lasciamo sul capezzale è la Italia, e il primo che ci troviamo svegliandoci sia parimente la Italia, giudicheremo avere dato esempio buono alle generazioni che crescono, e procurato a noi desiderabile incremento di fama.
Pietro Giordani fu scrittore pei modi forbiti del dire preclaro, e per concetti eziandio commendevole assai: veramente gli nocque non poco alla facile eleganza del dettato quel suo volere ormare la favella italica sopra la greca, come recò pregiudizio al Boccaccio, e a quasi tutti i suoi alunni, massime cinquecentisti, la imitazione soverchia delle forme latine; imperciocchè dovrebbe pure capirsi, che la lingua nostra non ha da essere latina o greca bensì italiana, e ritenere, quantunque derivata in parte da quelle, indole propria; sentenza, che vale per il nostro come per ogni altro idioma. Ancora, alla copia del sapere il quale possedeva diverso e moltiplice il valentuomo, fecero impedimento due cose secondochè sembra potersi giudicare: primieramente il cervello educato a pascersi ogni dì con letture eccessive; per la quale usanza pessima osserviamo gli spiriti spossarsi nel digerire, così che quante volte presumano poi mettersi alla opera della meditazionevengono meno al prefazio: secondamente lo spesso e troppo lungo starsi a crocchio. Ed in vero se da una parte sarebbe peggio che inurbano, negare, che dalle veglie piacevoli nasca seguenza stupenda di beni come a modo di esempio sarebbero gentilezza di tratto, cortesia di espressioni, avvicendamento di uffici benevoli, rettitudine di giudizi, copia di notizie, ed altre più cose tutte care e gioconde, che troppo menerebbe in lungo riferire, dall'altra poi bisogna confessare, che abitua gli animi al dissipamento, e ad una certa compiacenza infeconda di vincere l'avversario nella disputa, piuttostochè a cercare e a rinvenire la verità, alla lusinga della lode casereccia, anzichè provvedere ad acquistarsi la pubblica, e per ultimo a versarsi per entro cerchio ristretto di pensieri ed anco di affetti.
Però se vorremo giudicare dirittamente dalle opere che egli ne lasciò, ci è dato conoscere quale e quanto fosse lo ingegno di lui: conciossiachè se da piccola materia egli seppe cavare scritti notabili per erudizione, per filosofia e per politica, o come non gli sarebbe riuscito di poggiare più in alto trattando materia di polso maggiore? In cosiffatte discipline proviamo come gli argomenti più gravi spesso non sieno i più ardui: all'opposto i leggeri spiombano, i solenni prestano ala allo ingegno: i miseri è d'uopo levare da terra, e con prodigii d'industria renderli notabili. E tanto intorno alle qualità di Pietro Giordano basti;del quale parve bene favellare nel modo con che e' fu fatto per reprimere (se pure fie possibile mai) la temeraria parlantina di parecchi sciagurati, che reputano bello levarne i pezzi adesso ch'è morto. — Pietro Giordani vivendo fece a molti il viso dell'arme, e si mostrò stizzoso troppo più che a filosofo vero non convenga, ma ciò invece di somministrare motivo per procedere ingiusti contro la memoria di lui deve persuadere i discreti a compassionare e sfuggire le debolezze umane.
Chiunque si affatica con coscienza intorno all'arte ardua di dettare non ingenerose scritture, quegli apprende a rispettare coloro che lo hanno preceduto: certissimi segni d'ignoranza la prosunzione e lo sprezzo; nè qui si arrestano i suoi rei portati, chè per ultimo, e di tutti peggiore la ignoranza mette al mondo la ingratitudine: famiglia infame, che la eletta gioventù italiana torrà, come merita, in abbominio.
Pietro Giordani pertanto scrivendo lettera nobilissima al signore marchese Gino Capponi intorno alle ragioni dello scrittore italiano parecchie cose gli viene esponendo degne certo di molta lode, comecchè congiunte insieme non paia che formino quella pienezza di facoltà necessaria a tanto ufficio, nè taluna sembra, che faccia al caso: tutte poi non si presentano meditate convenientemente al soggetto: così vero questo, ch'egli stesso le propone per via di sommario di trattato il quale si augurava svolgere in un libro che stavaper dettare, e non compose mai, piuttostochè materia ordinata e digesta.
E poichè l'argomento apparisce di suprema importanza, vale il pregio che ogni uomo ci eserciti sopra lo ingegno meno come prova di sapienza, che per debito cittadino; e di tanto sembra, che egli debba andare sicuro, che offerendo l'obolo alla santissima opera se non gli si potrà tenere conto dell'utile, ad ogni modo sarà accetta l'ottima mente.
Donde nasca e da cui venga lo scrittore italiano poco rileva: fra le domande che a diritto gli si possono volgere non pare che deva avere luogo quella che fece Farinata a Dante nostro: «chi fur gli maggior tui?» Solo sarebbe desiderabile che possedesse roba non tanta da generare superbia ed ignavia, nè tanta poca che lo costringesse a sottomettersi altrui; estremo danno la servitù antica per la quale l'uomo veniva a forza ridotto in potestà di altro uomo, e tuttavolta più trista la odierna assai, come quella che lo induce a compiacere in grazia del salario le voglie del padrone. Quella vinceva il corpo, questa il corpo, e l'anima per giunta: la prima dava di tratto in tratto qualche Spartaco, il quale convertite le catene in ispada periva in battaglia, la seconda partorisce, ed anco di rado, Seneca, che muore svenato dentro un bagno caldo: quegli finisce col ferro in mano, questi con ciancie di filosofia su la bocca. Non vuolsi affermare tutte, che non sarebbevero, ma quasi tutte le laide o scellerate cose derivano dal bisogno; però laddove lo scrittore cammini scusso della molta roba, e della poca metta principalmente ogni suo onesto studio a farla. Ai consigli dissennati non badi, chè se turpe si deve reputare l'agonia della incontentabilità, e miseria degna più di compassione che di ribrezzo l'avarizia, trovasi onore nel procacciarsi sostanza. Quali i concetti e le opere di Catone Censore in proposito nessuno ignora: da lui stimasi atto da figliuolo di donna vedova sminuire il censo paterno, e disdoro espresso non lasciarlo, dopo lunga vita, cresciuto agli eredi; nè diverso da Catone adoperò Marco Bruto, ultimo dei Romani, il quale si dette con molta alacrità a ragunare pecunia per sopperire alle imminenti distrette della Patria. Intendimento disperato, e quasi sempre infelice, imperciocchè spente le virtù prische, male si presuma restaurare le fortune pericolanti della Patria co' vizii e le loro sequele: così ai dì nostri argomentano co' guadagni avanzati ai convegni della vanità e della corruzione alimentare gl'istituti di carità, e si risolvono in maschere di decenza che la ipocrisia fabbrica sul peccato, e la carità non se ne avvantaggia o poco. Vezzo plebeo e volgarissimo intento è trarre a dileggio quanto esperimentiamo nella vita degno di esempio, e però non mancheranno di proverbiare lo ammaestramento, che primo s'indirizza allo scrittore italiano, e che consiste nel procacciarsi civanzo; ma tu, giovane,pon mente a questo: nessuno scoglio al mondo più del bisogno è pauroso per miserabili naufragi di coscienze umane, e se colui che impropera lasciò il bisogno annidarsi in casa senza tentare gli estremi conati per cacciarnelo via, tieni per ferma di queste due cose l'una, o ch'egli è un vile, o che già si trova sul cammino per diventarlo. Nei libri dei Latini si legge avere la necessità comune l'epiteto con le Furie, e questo eradiro, che suonaempio, crudele: adesso chi fie che presuma vincere i Romani nel senso dello indomato decoro?
La miseria rende contennendo l'uomo, e con esso le discipline ch'egli esercita, nè a torto, imperciocchè paiano inette a fargli le onorevoli spese; donde avvenne che lettere e letterati caddero presso a molti in dispregio; il che quanto avanzasse la civiltà consideri chi ha senno. Leggendo le sventure dei letterati del Valeriano riesce oltre ogni credere amaro considerare come uomini meccanici arrivassero a stato onorevole, e i letterati no, quasi le lettere tolgano il volere e il sapere di governarsi decentemente nelle faccende ordinarie della vita; la quale sentenza per antichi e moderni esempii si chiarisce falsissima. Lasciando delle altre parti d'Italia per favellare soltanto di quella che ci è patria, i tre Villani, il Davanzati, il Sassetti, ed altri non pochi mercadanti furono, il Buonarotti, il Vinci, il Vasari, il Lippi pittori, scultori e tutto quanto piacque loro essere, imperciocchè a volere mettere qui tutto quello cheseppero fare cotesti ingegni divini verrebbero manco il tempo e la lena. Il Dante si versò nelle bisogne pubbliche; il Petrarca altresì, nè fu alieno il Boccaccio dai traffici e dalle ambascerie. Ai tempi nostri vedemmo Roscoe, Lewis, Campbell, comecchè tenessero banca o fondaco, dettare nobili prose e versi di eletta gentilezza. Gualtiero Scott uomo di toga assunse l'arduo carico di bilanciare con lo immenso piacere dei suoi scritti lo abisso della noia diffusa sul genere umano dai barbari dettati degli autori forensi; e bisogna confessare, che se non giunse a saldare il debito, poco resto si lasciava indietro; nè il Byron stesso ebbe a schifo i guadagni, i quali poi spendeva in beneficii degni del suo cuore, ch'egli ebbe pari alla mente altissima: e questo, lui morto, anco i detrattori di leggieri consentirono.
Sogliono comunemente predicare che le lettere, in ispecial modo la poesia, non approdano, come quelle che tenendo a sè l'anima assorta la rendono incapace a qualsivoglia altro esercizio, ed è errore. Chi tale adopera, piuttostochè letterato insigne vuolsi estimare uomo imperfetto o tocco da qualche infermità. Di ciò andate sicuri, che chi più sa, più può, e lo fece vedere Talete milesio, il quale schernito dagli amici perchè avesse mandato a male la sostanza domestica per attendere ai suoi vaneggiamenti, raccolse con endica tempestiva gli olii della contrada, che rivendè in tempo di diffalta presagita da lui in virtù dellescienze fisiche nelle quali si versava; e così ridivenuto ricco d'inestimabile tesoro, lo distribuì agli amici, tornandosene povero e sgombro di fastidii a filosofare.
Qui cade in acconcio inquisire se sia o no giusto il rammarichío della poca protezione o nessuna compartita dai governi ai letterati, e se sia vero che promovendo essi le lettere prosperassero, derelitte intristissero. Le lettere da Dio vengono, e ai popoli vanno; la luce per essere creata abbisognò della parola; le lettere no, che sgorgarono spontanee dal pensiero divino, e se tu avverti la potenza donata allo spirito umano di esercitarle in qualsivoglia più misera condizione della vita, alla indomata libertà del concetto, alla impossibilità da un lato d'impedirne il baleno, ed alla agevolezza dall'altro di tramandarlo durevole e lontano, non potrai dubitare un momento ch'elle sieno della Provvidenza vicarie veraci per incamminare gli uomini a migliori destini. In carcere l'uomo pensa; anzi, misericordia di Dio!, il carcere come la cote, acuisce l'acciaro, dà il taglio alla mente, onde ella ferisce più affilata che mai; l'esilio raddoppia le voci, imperciocchè i cuori chelasciasti nella terra del tuo nascimento ti rispondano co' mille echi di desiderio e di affetto. Su le anime il tiranno nulla può.
Adesso abbi per fermo, le migliori rugiade che bagnino le lettere, fiori dalla ghirlanda di Dio caduti sopra la terra, consistere nella persecuzione, e subito dopo la persecuzione nell'oblio dei re.
Mosso da pari sentimento Schiller cantava: «la musa alemanna non vide fiorire per lei il secolo di Augusto; i favori dei Medici non le sorrisero, non conobbe auguste protezioni, nè le sue rose ai raggi principeschi sbocciarono. Lontana dal soglio del massimo fra i figliuoli dell'Allemagna, Federigo, ella non ebbe da lui sussidii nè onori; però l'Allemagna quando si sente battere poderoso il cuore nel petto può gridare con voce altera: — devo a me quanto valgo, — e questa è la ragione per la quale il canto del bardo alemanno sprilla più fiero, e rotola le sue onde; questa la ragione per cui dovizioso di propria abbondanza attinge dal fondo dell'anima, e ride delle regole.»
Narrasi eziandio, come il Mirabeau significando certo giorno a Federigo II il suo rammarico perchè egli si fosse astenuto dal promovere le lettere germaniche, l'udisse scappare fuori con questa risposta: «voi v'ingannate, avvegnachè io non sappia che cosa meglio avessi potuto fare in pro delle lettere e dei letterati tedeschi, che valga al non ci avere mai atteso, o letto i libri loro.» Parvestrano al francese, e nol fu; Federigo in quel punto apriva l'animo suo sincerissimo: di vero, se bene tu cerchi troverai come nè Virgilio, nè Orazio ai raggi del sole di Augusto si fecondassero: prima di lui nacquero, faville ultime del tizzo repubblicano che si muore. Astutezza di Ottaviano fu attaccarli alla propria fortuna, onde dopo lui i principi che bene appresero le arti di regno studiaronsi fregiare i regali ammanti più che di gemme con la gloria degli uomini famosi. Allora se i principi appellaronsi Augusto, o Lorenzo, o Luigi, o Napoleone, invece di scintillare con la propria luce soltanto, mescolaronci l'altrui, e ne aumentarono il bagliore, ossivvero ebbero nome Alfonso, o Maria Teresa, e consapevoli o nescienti ne rischiararono alquanto le tenebre dei tempi. Virgilio, ingegno sostanzialmente didattico, plastica, imita e adula, povero fiore rapito ai campi e chiuso dentro la stufa imperiale; Orazio pauroso del suo genio lo costringe a commettere mosaici con frammenti greci, e tremando di sentirsi levato in alto dalle penne pindariche si avvoltola per la polvere, e canta la sua viltà. Mette sgomento al cuore considerare come la storia, più che non si crede, spesso si faccia complice della menzogna cortigiana ingannando il mondo; di vero, Luigi XIV impone nome al secolo, e la storia per consuetudine di servitù continua a lui morto la piaggeria, che vivo a forza gli compartiva; all'opposto ella doveva avvertire come le letterefrancesi, accese alquanto dalla scarmana per le contenzioni della Fronda, alle sue mani ripigliassero la consueta pallidezza; apresi il secolo di cotesto ventoso col Cornelio e col Molière, e si chiude con Giovambattista Rousseau. Schiller non si appose quando cantò le lettere promosse dai Medici, imperciocchè essi non favorissero le lettere bensì gli eruditi e gli artisti; il che suona troppo diverso; anzi Leone X protesse il Baraballo alternando con esso lui esametri e pentametri da cacciare addosso la quartana al santo collegio delle Muse, e lasciò morire di fame Marone. Quanto all'Ariosto poi, quello che gli facesse Leone X e quello che da lui ricavasse egli medesimo racconta giocondamente nella Satira III:
Piegossi a me dalla beata sede,La mano e poi le gote ambe mi preseE il santo bacio in ambedue mi diede.Di mezza quella Bolla anco corteseMi fu, della quale il mio BibbienaEspedito mi ha il resto alle mie spese.
Piegossi a me dalla beata sede,
La mano e poi le gote ambe mi prese
E il santo bacio in ambedue mi diede.
Di mezza quella Bolla anco cortese
Mi fu, della quale il mio Bibbiena
Espedito mi ha il resto alle mie spese.
E dove conducesse te la munificenza delmagnanimoAlfonso, o miserrimo Tasso, fa ribrezzo pensare; e tuttavolta importa rimettere dinanzi agli occhi della gioventù italiana, molto più che conforta stupendamente il consiglio dato di sopra, parte massima di umana dignità consistere nel cavarsi fuori del bisogno, e formarsi stato. Giovanetto ancora egli ebbe a vendere le poche masseriziedomestiche, già impegnate ad Abramo Levi giudeo, lire venticinque per mettere l'epitaffio al padre suo, e non fu il peggio; più tardi implorò qualche frutto per saziare la fame, alla quale, comecchè parchissimo egli sempre si mantenesse, non era bastata la grama cena, e neanche questo fu il peggio; angustiato da turpe necessità in altra occasione chiede a Scipione Gonzaga dieci scudi se non per presto, almeno perelemosina, e ciò stringe il cuore, ma non lo sbigottisce ancora; il cuore nostro resta percosso quando il nepote Alessandro gli chiede aiuto, ed egli povero non gli può mandare altro chesonetti, dond'egli spera che caverà danaro mercè la larghezza degli elogiati; resta percosso quando per salvarsi dalla disperazione e procacciarsi pane ebbe a strappare dalle labbra della sua Musa avvampata di vergogna lodi a persone indegne, la memoria delle quali gli lacerarono l'anima come rimorsi: allora maledisse alla fortuna, ed ordinò si bruciassero le opere sue, e prima delle altre laGerusalemme. Gli amici suoi raccomandavanlo a Francesco I dei Medici e a Bianca Cappello perchè a cavarlo di prigione non lo aiutassero; solo, per carità lo presentassero di qualche danaro, ch'egli molto bene si era guadagnato spogliandosi in farsetto per levarli a cielo; ed indi a poco confortano lo stesso Granduca di chiamarlo a corte, non gli dovendo dare noia la pazzia, imperciocchèpazziaopoesiaarieggino fra loro. La donna mandava venticinquescudi, Francesco duramente rispondeva non volere matti in casa, e aveva ragione, ci aveva una mano di furfanti e di sgualdrine, e bastava: per la quale cosa in questo turpe negozio tu non sai distinguere, che più meriti infamia o le derisorie raccomandazioni degli amici, o l'aspro rifiuto del Claudio toscano, o la umiliante elemosina della granducale baldracca.
Egli è mestiero che la gente si persuada, i Sacerdoti coltivarono le lettere finchè nelle mani loro servirono a mo' di lanterna che ne dirigeva, rischiarandoli, i propri passi nei secoli, sicchè in sicurtà ed in ispeditezza vincevano quelli di coloro che andavano tastoni pel buio; quando cresciuto il lume rischiarò zona maggiore e i passi altrui, essi lo vollero spegnere; in questa parte più astuti i despoti dei sacerdoti finsero proteggere le lettere per contaminarle; qui come altrove gli odii loro meno funesti degli amori. Di ciò, per non dilungarci troppo, valga uno esempio solo e stupendo. Veruno ignora in quanta fama salisse di promotrice delle lettere e delle scienze Caterina II di Russia; qualche pugno di danaro gittato furbescamente, una pelliccia donata al Voltaire, un diluvio di piaggerie ai così detti filosofi le fruttarono la nomea di Semiramide del Settentrione, quasi che la Semiramide asiatica fosse ricordanza onorata: tre grossi volumi formano le leggi dettate da costei sopra un tanto argomento, e con sì forbito stile e concetti magnifici che ogni uomoè obbligato a farne le maraviglie. Ciò nonostante Caterina II, femmina se altra ne visse mai d'istinti regi, non promosse le scienze, molto meno le lettere; anzi l'ebbe in uggia, e presentendole ostili, desiderò che si spegnessero: questo alla libera ella confessa nella sua lettera al principe di Panin suo bertone (chè la parola amante non si vuole profanare), il quale prendendo ingenuamente sul serio le lustre della donna scettrata, si affliggeva del poco profitto fatto dai Russi nella istruzione: «mio caro principe, gli scriveva Caterina, non vi accorate per la poca inclinazione che i Russi dimostrano agli studii, e pel fatto, secondo il giudizio vostro, lamentabile, che gli ordini dati per fondare scuole ci procurino piuttosto buona reputazione fuori che civanzo in casa, perchè voi avete a sapere, che dal giorno in cui i Russi attenderanno agli studii davvero nè io rimarrò imperatrice, nè governatore rimarrete voi.» Come Caterina gli altri despoti tutti; ella non peggiore dei colleghi suoi; più sincera forse, o piuttosto, consentendo alla natura muliebre, meno discreta.
Quello che i letterati possono e dovrebbero adoperare di meglio così in benefizio delle lettere come della fama loro sta in questo, che imitando il caso di Diogene con Alessandro, dicano a viso aperto ai potentati i quali presumono umiliarli proteggendoli: «fatevi oltre, e non ci togliete quello che voi non ci potete donare, la luce della libertà e l'amore dei popoli.»
A tanta gloria non furono sortite le arti cui chiamano belle, sia perchè esse abbisognino di troppi aiuti materiali, sia perchè, secondo la necessità della natura loro le consiglia, propongansi piuttosto il bello che il buono, sia perchè impressionando del continuo lo spirito con la immagine degli obietti fisici non arrivino a tenere il dominio dell'anima indefessamente, profondamente. Le arti spettano al lusso; finchè i popoli crescono in virtuosa potenza o le schifano, o consentono che ci si affatichino dintorno i servi; nello scadimento l'esercitano i cittadini; le idolatrano corrotti; ornato elegante ad ogni maniera di turpitudini, pretesto splendido agli ozii codardi. Le lettere anche perseguitate, anco peste dal piè del tiranno, possono, vibrando la lingua, trafiggergli il calcagno con ferita più letale di quella dell'aspide: togli al letterato lo inchiostro, egli scriverà col sangue, e ciò fie meglio; nè occorre di rado nelle storie degli uomini. Le lettere quando non ponno impedire la morte del Popolo, o lamentano come Geremia, o incidono sopra il suo sepolcro un epitaffio truce come Cornelio Tacito. Le arti ai favori della tirannide si espandono, a mo' di pavone che spiega le piume della coda ai raggi del sole, le lettere intisichiscono, o tacciono, e bevendo l'acqua del dolore, e mangiando il pane dello affanno ritemprano la lena per giorni migliori. Come durando il cielo tuttavia bruno si ode di tratto in tratto la nota confortevole dell'allodolamessaggera dell'alba, così le lettere prima di ogni altro indizio prenunciano il fine della barbarie. Chiunque ne intende il canto si frega le mani assiderate, e voltatosi a quella plaga, si rallegra nella speranza della prossima luce.
Il senno antico non fece le arti sorelle delle muse, nè le commise alla custodia di un Dio; negò loro nascimento celeste, anzi neppur concesse che una ninfa le procreasse, bensì le dava figliuole alla povertà, e con pari culto la madre e le figlie venerava: la più parte di loro percuotono come il tuono; indi a poco gli echi propagandosi per gli spazii remoti cessano, e se ne perde la memoria; altre durano per maggiore periodo di tempo, ma confidate a materia, che il fuoco incenerisce, l'acqua infradicia, l'aria consuma, si perdono anch'esse, e delle maraviglie sudate appena sopravvive un nome; inoltre, se non tutte, parecchie delle arti rimangono circoscritte da luogo, da tempo, o dentro la persona del tutto; d'altre poi esce una immagine alterata, diversa, e sovente deforme. Pongansi per esempio il canto (materia armonica, che uscita appena dalle labbra si sperpera per l'armonia che governa il creato) e la pittura, che si tramanda lontana o in grazia delle copie o del bulino, ovvero ancora mercè i trovati moderni — crepuscoli di sole tramontato. Più felici in questo le arti, che spesso largamente retribuisconsi, e se non tutte ad un tratto, secondo la sua stagione ciascheduna di loro si tuffa nell'abbondanza deiplausi, dei guadagni e dei piaceri. Una volta toccò alla pittura ed alla scultura, oggi tocca alla musica ed alle arti industriali. Le lettere in prima commettonsi a tutte le materie alle quali partitamente si affidano le arti, e sono metalli, marmi, legni, carte, pergamene, papiri, e via di seguito, e poi alla Memoria. Questa Dea non si scompagna mai dalle sue figliuole, e senza requie le porta attaccate al collo di su di giù traverso il mondo e i secoli. Pari ai sospiri degli amanti, le lettere percorrono in un baleno lo spazio che passa tra l'Indo e il Polo: alle ossa dell'uomo si attaccano, gli si mescolano nel sangue, formano anima all'anima di lui; cattoliche, apostoliche, universali veracemente le lettere; se non curate adesso, poco loro preme; si assettano sopra un termine della via donde passano i secoli, aspettano che gl'infesti sfumino a guisa di nuvole per lo emisfero della eternità, poi si levano come ristorate dal riposo, e tornano agli esercizii santi. L'Alighieri quando capita al mondo il gesuita Bettinelli e il Lamartine, il quale non è a propriamente parlare gesuita,leva le ciglia un poco in su, e vede affrettarsi in difesa della sua fama la bella schiera di Parini, Alfieri, Gozzi e Foscolo: dov'eglino si facessero attendere l'Alighieri non se ne accorgerebbe, perchè i minuti nelle vite come le sue sono secoli. Poichè dunque le lettere tanto trovano premio nella fama lontana e nella immortalità, attributo massimo diDio, non invidiano, all'opposto cortesi consentono che le arti vengano largamente retribuite di beni transitorii: queste vivano più di pane, perocchè esse vivano più di Dio.
Tuttavolta sarebbe errore grande tacerlo, non tutti gli artisti abbisognarono, od avrebbero avuto bisogno di potenti protettori; egli è difficile persuaderci che Michelangiolo, il quale andava convinto che il concetto dell'artista in sè circoscrivesse il marmo, onde a lui non era mestieri di altro che sviscerarnelo con la mano obbediente all'intelletto; egli è difficile credere che il Dio agitantesi nell'anima sua non si rivelasse anche senza la protezione del Magnifico Lorenzo. Nondimeno, comecchè riesca più destro irritarsi della verità e maledirla, che confutarla, vuolsi manifestare apertamente, le arti ritraggono sempre qualche cosa del cortegiano; più spesso accompagnano la decadenza de' popoli che gl'incunaboli loro; nè di questo solo esse hanno colpa, bensì ancora di avere fatto amabile l'errore, e diffusone e perpetuatone il culto nei cuori degli uomini, molto più delle donne. I Sacerdoti abbandonati dalle lettere virili si appigliarono alle arti come a tavola di naufragio; alle are di Venere celeste diserte sostituirono i simulacri di Venere terrena, ingegnandosi ritenere co' sensi i mortali, di cui fuggivano loro l'intelletto e la fede.
La seconda necessità dello scrittore italiano consiste nel farsi forte; e la forza naturalmente distinguesi in fisica ed in morale. Innanzi tratto vuolsi indagare a che queste forze giovino; in processo come le si acquistino, smarrite ricovrinsi, acquistate mantengansi. Non si può negare che qualchevolta le gagliarde membra si uniscono a piccolo ingegno e a cuore perverso, mentre per lo contrario in fievoli membra talora balenò anima di fuoco; ma ragionando si devono mettere da parte l'eccezioni, e tenerci a quello che per esperienza vediamo ordinariamente accadere; però il senno antico insegnava uomo, giusta sua natura complesso, doversi giudicare quello il quale possedeva in corpo sano mente sana. Altri, e per noi ancora, parecchie fiate fu avvertito, come i Romani solenni plasmatori di uomini appellassero virtus la forza non feroce, o gladiatoria, bensì corretta da intendimento buono: e così la sentiva quel santissimo petto del Parini (le poesie del quale valgono a ritemperare l'anima megliodi venti volumi di filosofia) quando induce Chirone a favellare al giovanetto Achille così: