IV.

Garzon nato al soccorsoDi Grecia, or ti rimembraPerchè alla lotta e al corsoIo ti educai le membra.Che non può un'alma ardita,Se in forti membri ha vita?Il petto dell'uomo forte rimbomba gagliardo all'urto delle nobili passioni come lo scudo di acciaio al picchio della mazza guerriera. La forza fisica comparte potenza di fare e di sopportare, e in verun tempo mai fu di necessità che gl'Italiani si trovassero capaci all'una come all'altra virtù. — L'anima sola, comecchè prodigiosa nelle sue facoltà, non basta per trattare ferro, nè durare alle fatiche ed ai dolori; talora sembra che cavalchi il corpo a mo' di destriero, ed invero lo cavalca, lo sprona e lo avventa, ma lo sforzo dura poco e vien meno. Hanno i Córsi un proverbio egregio, che suona: «se il giovane volesse, e il vecchio potesse, cosa è mai non si facesse?» La forza resulta dalla sanità, la quale a sua posta deriva dagli organi sortiti da natura e per industria mantenuti perfetti; e poichè degli organi si vale lo spirito per conoscere le cose, egli è evidente, che quanto meglio in questo stato mantengonsi, più distinte, precise e limpide porgeranno le idee, dal confronto delle quali emana il giudizio.La semplice sposizione dei magnanimi gesti rende sublime lo scritto, poco rileva se prosa o poesia; adesso se nobile intento e degno di lode è riportarle, divina cosa parrà certamente concepirle ed operarle: ora senza che il corpo risponda amico all'anima questo non si può. Koërner cantava e combatteva i nemici della sua Patria, e il commiato della tremenda canzone fu il sangue sparso sul campo di battaglia; gl'italiani scrittori abbisognano di membra ben disposte e gagliarde prima per sentire profondamente quanto si avvisano far sentire altrui; poi per confermare con l'esempio le parole. Ai tempi nostri furono visti istigatori indefessi ad avventurarci ad ogni impresa per quanto arrisicata si fosse: se non arrivava l'ora del pericolo, davvero tra Achille e loro pareva non ci avesse a correre divario; ma l'ora venne, ed essi cagliarono; anzi fecero peggio, avversarono e calunniarono chi qualche ultima favilla della virtù italica accoglieva nel cuore: donde ciò? Forse da anima venduta? Dio guardi da supporre viltà anco negli emuli. Questo fie più retto come più onesto credere, che derivasse dalle membra infievolite troppo nella ignavia e nelle mollizie, cui per salvare dall'obbrobrio che meritano, decorano col nome di studii civili. Di tutte le arti tiranniche dobbiamo maledire quella che divezzò i cittadini dalle armi, le quali sono tutela in guerra, nella pace decoro, e conferiscono sempre alla prestanza del corpo non meno che alla ferma salute.Un atto risoluto può uscire, anzi per ordinario esce da un furore, il quale per essere subito non cessa di comparire divino, come a mo' di esempio fu quello di Pietro Micca quando appiccò il fuoco alla mina per salvare la Patria; e di questo come di tanti altri gesti conformi troviamo idonei anco i temperamenti segaligni e morbidi, ma la pazienza delle lunghe e replicate sensazioni dolorose, l'impero dell'angoscia, la mente indomita fra le torture sono frutto di membra provate al travaglio. Tommaso Campanella durò 40 ore il tormento a Napoli atroce così, che le funi segavangli le ossa e le vene gli laceravano; costretto a sedersi di tratto in tratto sopra il legno acuto e tagliente che glidivoròla sesta parte della carne, e la terra bevve dieci libbre del suo sangue, egli non disse verbo, e se ne vanta a ragione. Dei circostanti, egli racconta, taluni gli dicevano vituperio, ed a esasperargli il dolore squassavano le funi, tali altri alla sfuggita della mirabile costanza lo commendavano, ma egli si tacque, perchè favellando gli sarebbe parso di restare vinto, servo del dolore, e affatto indegno di vivere. Nè l'uomo può rimanere contaminato se prima nol consenta; e poichè consentire sta in noi, così del pari sta in noi serbarci puri. In questa guisa del pari Epitteto scrisse e con lo esempio confermò, ma nè l'uno nè l'altro avrebbero retto allo strazio crudele se per abito lungo non si fossero assuefatti alla fatica e all'ambascia. E per noi Italiani lastagione del dolore, oh! non è anco passata, no; e in ogni caso giova starci parati a tutto: dicono che Annibale da quando venne in Italia costumasse portare il veleno dentro lo anello, nè lo depose dopochè ebbe vinto alla Trebbia, al Trasimeno, e a Canne, e fece bene, che lo adoperò più tardi, e noi da gran tempo proviamo la fortuna nemica. Forte di membra pertanto d'uopo è che sia lo scrittore italiano per sentire e per patire, per significare alla Patria parole magnanime, e per confermarle con l'esempio.Le membra gagliarde apparecchiano albergo convenevole all'anima forte; donde deriva cotesta ordinata compostezza di concepire, di esprimere e di fare. La forza vera non si mostra mai arruffata, nè disonesta la sua dignità con moti violenti; i forti quasi mai sono feroci, i deboli impauriti sempre. La massima parte dei simulacri vetusti di Ercole rappresentano il semideo in atto di riposo, e ciò dovrebbe avviare la mente a meditarci sopra, perchè più c'insistiamo col pensiero e più troviamo stupenda la sapienza degli antichi effigiata per via di simboli. Dalla contemperata fortezza dell'animo e del corpo emana il senso del buono e del bello morale, quasi dalle corde l'armonia; e l'armonia insomma invita ad operare il gesto illustre, e a cantarlo: piacciono le azioni magnanime perchè armoniche e belle, le nefande aborrisconsi perchè stonano e appaiono laide. E qui ancora a significare intero il concetto bisognaricorrere al senno amico, che finse Amore seduto sul dorso del Leone guidarne i passi modulando la lira. Giammai fu vista più bella immagine significare concetto più bello.IV.Argomento di arguta disamina ci somministra il quesito se giovi o no al letterato torre donna. Oltre al vero fece fortuna il detto (come ai mordaci ordinariamente avviene) che il matrimonio nasca dallo amore come l'aceto dal vino, mentre spesso anco avviene che l'amore, quasi ritraesse dalla natura del bigatto, non partorisca seta se prima non abbia perduto le ale. Però difficilmente si potrebbe negare; il fatto non cammina favorevole allo assunto di coloro che vorrebbero l'uomo letterato con la moglie al fianco e i figliuolini in grembo; fra gli antichi Omero per quanto sappiamo, non condusse donna, e dei Latini non la ebbero Virgilio nè Orazio; dei quattro Poeti, che noi altri Italiani salutiamo principi, se togli Dante, gli altri rifuggirono le nozze, nè egli si lodò di cotesta sua Gemma Donati; fra i moderni si mantennero scapoli l'Alfieri, il Parini, il Foscolo, il Niccolini, il Giusti ed altri parecchi, e certo quel sentirsi appellare coniugato, per via di traslazionedesunta dal giogo che preme il collo alla coppia dei Bovi, non è cosa che vada troppo a sangue. Il Byron sperimentò martirio questo benedetto nodo, e forse lo fece provare. In sentenza poi hacci ribocco piuttosto che abbondanza d'improperii così in prosa come in rima contro il torre donna non pure dei letterati, ma di ogni altra maniera cittadini altresì: anzi la satira contro il matrimonio per coloro i quali si esercitano in cosiffatti componimenti somministra soggetto obbligato come sarebbero pei predicatori le anime del purgatorio; e la fiera filippica di messere Giovanni Boccaccio, da disgradarne quale altra più acerba di Demostene o di Tullio, vuolsi tacere per non venire in fastidio alle donne gentili, quantunque, come per mettere un po' di faldella alla piaga, egli la conchiuda così: «nè creda alcuno, ch'io per le sopradette parole voglia dissuadere agli huomini torre moglie, anzi il lodo molto, ma non a ciascuno: lascino i filosofanti sposarsi a ricchi sciolti, a signori, e a lavoratori; essi con la filosofia si dilettino, la quale molto è migliore sposa, che alcun'altra.»Ciò nonostante sembra potersi affermare, che se a molti tornò di pregiudizio la cura della famiglia, parecchi altri stupendamente promosse: donde ne deriverebbe a mo' di regola, che per salire in fama torna lo stesso condurre moglie o lasciarla, e forse giova più averla, che no. E poichè questo non verrà di leggieri consentito,massime dopo le premesse poste in capo al capitolo, sarà necessario discorrere parcamente alquante parole a mo' di dimostrazione.E non ci ha dubbio, l'amore finchè gli durano le ali e la balìa di volare vive una vita tessuta col profumo della infinita famiglia dei fiori; ma i fiori cessano, e la dolce stagione con essi; in breve sopraggiungono i giorni mesti dove è povero il sole e la natura arcigna, nè le membra intirizzite tu ti scaldi se non gettando con le proprie mani legna nel tuo focolare, e l'anima gelata col calore degli intimi affetti. Havvi una gioia che non teme mutamento di tempo, e per primavera non cresce, come per autunno non menoma, ed è la domestica: se la donna torna incresciosa pel vaniloquio, non è sua colpa, ma di cui la educò frivola; s'ella ti empie d'inezie, di vanità, di voglie perpetuamente mutabili, di bambineschi intenti, di lussi rovinosi e non pertanto ridicoli la casa, non è sua la colpa, bensì di quelli che l'allevarono arnese di voluttà, non compagna nella vita. Con le donne quasi sempre siamo a tempo per correggere: il nodo sta nel saperlo fare. Poco basta alla donna per apprendere molto, imperciocchè il cuore col soperchiante affetto le illumini la mente; e in poesia tutto, nelle altre discipline massima parte resulti dall'intelletto acceso dallo amore. E se la donna virtuosa è corona di gloria sopra la fronte del marito, va sicuro che neanche la donna muteràl'illustre consorte avventuroso o no per veruno di quelli (e fingitelo potentissimo) che a null'altro sanno raccomandare la propria memoria, eccettochè alle monete. La donna e l'uomo non uscirono alla vita per vivere separati, nè per costumare a modo di belve, chè questo non consentono lo spirito arguto e il senso della dignità, quindi ebbero doti alquanto diverse, le quali conferite insieme si compiono perfezionandosi. La donna, impera gli accesi desiri della balda gioventù; la donna quando l'ambizione od altra più acuta cupidità delusa ti accese la febbre nel sangue, può posando il tuo capo sopra il suo seno, e con le amorose mani abbracciandolo, ricondurci il sereno; ti visiterà prigione, ti curerà infermo; se la vita ti fie croce da portare sul Golgota, quale troverai Cireneo che più ti sovvenga della donna? E se al contrario un tripudio sempre felice sopra i fiori al tremolìo di stelle, ella te ne raddoppierà lo incanto, imperciocchè gioia solitaria sia mezzo dolore; e morire con la tua nella mano della tua donna quasi pegno di nozze immortali, non ti par ella esultanza suprema? Certo sì, se avvertirai come la scienza della lunga vita consista nel sapere morire un'ora. Qualche volta la moglie non volle sopravvivere al dolce compagno, e la sola volontà bastò ad ucciderla; quando poi non trovò la volontà potente da tanto, allora ricorse a partiti estrinseci; e talora eziandio lo precedè nella morte, insegnandogli con divina virtù come si deva alla innocenza posporre la vita.Vi ha tale che sostiene essere i figli un getto di dadi sul tavoliere della fortuna; o asso o sei, senza che i tuoi accorgimenti valgano, o poco a riparare come a promovere; e davvero qualche volta sembra per lo appunto così, ma per ordinario non vi ha natura per trista che sia la quale non ceda alla virtù del precetto, e meglio degli esempi buoni. La natura che noi costumiamo considerare inanimata alle diligenze del cultore s'immeglia, le belve stesse alle amorevolezze ammansiscono, ora con quale consiglio o con quanta verità vorremo credere disperato con le anime razionali quello che vediamo partorire ottimi effetti con le piante e con le belve?Ah! il figlio buono.... chiudi gli occhi e fingitelo in culla roseo e come l'ego dormio sed cor meum vigilatdello Albano; — fingitelo giovancello quando il suo intelletto si apre ai raggi della scienza come la magnolia a quelli del sole, e tramanda profumi di sapere; — fingitelo poeta col capo incoronato da una luce che sprilla dai suoi medesimi pensieri; — fingitilo nel foro, in campo, magistrato o soldato...... si vide ella mai maggior copia di affetti? E bellissimi tutti e tutti divini; nella somiglianza loro diversi, nella diversità concordi, pari ai colori dell'iride, che uniti insieme compongono il fascio della luce, essi formano Amore.Comecchè tu sperimenti ottimi la consorte ed i figli, anzi per questa loro bontà appunto, altri contrappone,ti si moltiplicheranno le angoscie che tragge seco la famiglia, e lo scioperio, e il divagamento. Certo se penserai cavare tutta la tua scienza dai libri, corri grandissimo rischio che l'abbia ad andare così, ma bada che la natura è il massimo dei libri, e gli uomini e le fortune loro ne fanno le pagine; e coloro che durano nei tempi imperituri ad altro libro, per ordinario non lessero se non in questo uno; e affanni, e gioie, e cure, e necessità sono ale che impennano la fantasia e l'ingegno, non altramente che per ogni vento blando o impetuoso vibrano le corde armoniche dell'arpa eolia.Dallo avvicendarsi uffici benevoli, dai soccorsi scambievoli, dalla corrispondenza degli affetti, dalla comunione del riso, e più da quella del pianto, dalla vita insomma per quanto n'è concesso unificata nasce la sostanza della quale si alimentano gli amori perenni.Dalla necessità di ben governare il censo avito, o di procacciarlo se manca, da quella di allevare, nudrire, educare ed incamminare i figliuoli, stringere parentadi, coltivare le clientele, gratificare le amistanze, versarsi insomma entro ogni maniera di negozii domestici oltre a disporre la tua mente a ben considerare le cose, l'arricchisce del senso pratico senza del quale le teorie o non giovano, o le provi fratte da scavezzartici il collo. E di questo hai a persuaderti, che chi governa bene la famiglia, riuscirà eziandio ottimamente ad amministrarei pubblici negozii; e col trattato del governo della buona famiglia di Agnolo Pandolfini, o di Lionbattista Alberti che sia, ti capiterà di mostrarti più atto al maneggio della repubblica, che non co' dogmi di Aristotele, o co' ghiribizzi di Platone.Se abbondano in te la tenerezza e la fantasia, la famiglia ti farà poeta nuovo, ed invece di logorare l'estro a raccontarci amori, su i quali per quanto Venere piova dallo aperto cinto grazie immortali, ella non può impedire che dalla materia surgano, e nella materia si spengano, dirai le gioie e gli affanni dei casti talami, della cuna e della bara de' figliuoli, i riti, le solennità, le feste, e tutto quello infine che nella famiglia si accende, e per istarvi celato non tramanda meno il benefico calore dintorno. Poche di queste poesie abbiamo noi, e dell'egregie pochissime. Gl'indiani ne posseggono in copia, e le donne vi si mostrano, e non poteva essere altrimenti, valentissime; degl'inglesi, degli americani e dei tedeschi non si parla nemmeno: or come noi ne patiamo scarsezza? Arduo spiegarlo, ma di queste tre cose una n'è colpa di certo, o manco di affetto svaporato nella tremenda vanità, o natura vinta dal costume d'imitare poetando anzichè significare quello che detta dentro l'amore, o difficoltà dello idioma nostro, che eletto sopra ogni altro mai senza molto studio non risponde al pensiero amico e franco: ma di questo più largamente altrove.Se all'opposto soverchiano in te la meditazione e il calcolo, la famiglia ti somministrerà larghissimo argomento a studii di economia, di agricoltura, di architettura, di ammaestramento (base suprema e trascurata troppo della famiglia del pari, che della società), e delle discipline molteplici che ci mettono capo. Se sai, e se vuoi, gli studii domestici ti vestiranno di tutte arme così, che uscendo di casa potrai esercitarti nei certami dei Parlamenti e dei carichi pubblici senza pure avere bisogno di abbassare la visiera, od allacciarti un fermaglio. I cittadini si fanno in casa; operano in città.Distratto in tanti e tanto gravi negozii il letterato nostro riuscirà senza dubbio meno fecondo: che monta questo? Morire in cento tomi può talora giovare a cui scrive, ma il fatto prova che nuoce sempre a chi legge. I nostri vecchi, cessate le faccende fuori di casa, quelle di dentro messe in sesto, riducevansi nello scrittoio, e quivi dopo molta considerazione aggiungevano quattro fili o sei alla trama che ordivano durante la intera loro vita; scarse in numero le opere, ma gemme della patria letteratura. Quante volte fece, disfece, e rifece poi quel benedetto Bernardo Davanzati le sue pagine! Però le ridusse a perfezione, nè per molta industria tu ci adoperassi sopra sapresti o torre, o apporre, o migliorare periodo; e dirimpetto alla sterile fecondità moderna, che cosa sono i due volumi del Giannotti, il volumedel Gelli, o quello del Soderini, o l'altro del Vettori, le storie del Segni, il trattato del Cavalcanti, anzi le stesse scritture del Macchiavello e del Guicciardino, se ne sceveri quelle che spettano a negozii pubblici, e dettate per ragione di officio? I diamanti si lavorano sottilmente con lungo studio, su i macigni si tira giù la mazza quanto portano i bracci. Nulla importa agli uomini possedere di molti libri; a bruciarne cinque sesti sarebbe tanto guadagno; preme invece moltissimo averli buoni.E tutto questo forse nello spirito di taluni varrà a cancellare le ragioni esposte sul principio del capitolo, e persuaderli a torre moglie: e ciò veramente per ora non si vorrebbe. Ci hanno periodi più o meno lunghi nella vita dei popoli nei quali bisogna con ogni partito richiamare la perduta virtù, ed anco la primitiva ferocia. Niccolò Macchiavello parlò distesamente della necessità di ricondurre di tratto in tratto gli Stati ai loro principii a fine di preservarli dalla corruzione; questo è da intendersi ai loro contrarii, e così spiegata la sentenza si accomoda agli Stati ugualmente bene che alla famiglia, ai popoli che agl'individui. Ora siccome lo scopo non pure degli scritti e dei pensieri, bensì fino dei palpiti dell'uomo ha da essere il bene della Patria, in tale stremo ogni dipersione di energia vuolsi riprendere come quasi delitto. E non direbbe la verità colui il quale negasse gli affetti per la mogliee pei figli nulla potere sul cuore dell'uomo. Il cacciatore quando ha messo le mani addosso al leoncello già tiene il leone, e Tiberio la pensava come il cacciatore rispetto ai figliuoli di coloro ch'ei disegnava a morire. Saul, quel sì acerbo cuore, rimpiange di essere padre, però che se nol fosse già si sarebbe tra i nemici ferri scagliato da gran tempo, e avria già tronco la vita orribile che viveva; e gli affetti di padre e di marito pur troppo inviliscono i petti umani, e li dissuadono dai proponimenti feroci. Chi fra i moderni dotato di natura gentile reggerebbe alla donna sua, amata del pari che venerata, di alta stirpe discesa, per alti sensi famosa, farglisi incontra col figlio in braccio, unico frutto di santissimo amore, su la soglia della porta donde si sorte al campo nemico, e dopo averlo salutato co' nomiDi padre, madre, fratello e marito,scongiurarlo a non varcarla, e starsi seco? Tra i moderni non mi sovviene alcuno, e tra gli antichi Ettore solo; per la quale cosa anco dopo tanta onda di secolo la sua fama, comecchè vinto, con altre poche siffatte costituisce lo scarso patrimonio della dignità umana, mentre la fama del vincitore lusinga unicamente l'orgoglio del luogo che gli fu patria. Conchiudesi giovare anzichè nuocere le sollecitudini e gli affetti di famiglia così allo incremento come allo esercizio delle facoltà intellettuali, e quelli doversi ricercare e contrarre;a tempi ordinarii però: negli altri poi dove le necessità patrie t'impongano stare sempre parato a mettere in isbaraglio la vita, sarà prudente astenercene. Nello intelletto dello schiavo, che anela a rompere le dolenti e vergognose catene, non può capire altro pensiero che non sia libertà.V.Forte pertanto il letterato e civile deve esercitarsi in forte e nobile palestra; le parole dalla sua bocca hanno da scoccare come dardi dall'arco e ferire acutissime le male pesti che più da vicino travagliano l'umano consorzio; di fatti si abbia in mente sempre, che principale fra le imprese di Apollo fu saettare il Pitone. Ora le male pesti vedemmo secondo i tempi varie, però quantunque diverse non disgiunte mai dalla viltà; qui dunque importa rivolgere massimamente la parola acuita, qui le magnanime ire.Ma, ahimè! lo spirito umano tanto usa ed abusa della facoltà di discorrere per diritto e per traverso l'interminabile spazio delle cogitazioni, che ad ogni piè sospinto nella via che più ti appariva retta tu inciampi in qualche contrasto. Di vero corre certa opinione (la quale per essere stata professata dal Goëthe diventò quasi precetto) dissuasoradal mescolare alle lettere qualsivoglia lega di passioni popolesche:..... orecchio ama pacatoLa Musa, e mente arguta, e cor gentile.Nella quiete stanno l'ordine e l'armonia, nel tumulto dissonanza; gl'impeti disonestano i moti del corpo, le facoltà dell'intelletto scompigliano. Linfe pure, incenso immacolato e spirito sereno desiderano nei sacrifizii le Grazie. L'arte di sè si nudrisce, ed a sè stessa soddisfa; non va dintorno a limosinare il plauso degli uomini; gli aspetta al tempio dove detta leggi, non ne riceve nessuna; quando altri non la curi o non l'attenda, che preme a lei? Ella suona o canta per le Muse e per sè. Precetto e formula di cosiffatta opinione è la seguente: esercitare l'arte per l'arte.Questo ne sembra errore. Poichè le lettere formano il pane quotidiano dell'anima umana, male possono e meno devono starsi superbe da parte, ma come quelle che molto ritraggono della mente divina, e perciò della bontà di Dio, hanno a farsi incontro ai derelitti, agli agitati, agli oppressi, ed immedesimarsi con loro; dei palpiti loro palpitare, ai fremiti fremere. Fra quanti conosciamo importuni consolatori veruno ci apparisce più detestabile degli amici di Giobbe, i quali lo redarguivano co' sofismi, o con rimbrotti lo aspreggiavano; diversamente i Côrsi, ed anche oggi l'osservano:l'amico si conduce nella casa percossa dalla sventura, vi penetra pian piano, si accosta al desolato, lo abbraccia, lo bacia in bocca, e poi si accosta alla parete dove o piange sommesso, o, piegata la faccia, tace. Per lo scrittore sviscerato della Patria si para davanti troppo più nobile scopo, che quello di sentire lodare il suo libro per bello, ed è di udirlo lodato per buono. Le statue si fanno di marmo, e fredde, ed immobili; dentro ai musei ripongonsi, dove la gente una o due volte nel corso della sua vita si fa ad ammirarle; non così le lettere; queste con noi vivono: a mensa siedono con noi, sul capezzale del nostro letto riposano, le nostre veglie consigliano, i sogni stessi rallegrano, ammaestrano e dirigono, con noi scendono nel foro, ci accompagnano nella curia, pellegrinano, esulano, s'imprigionano con noi. Quale pertanto spetta ufficio alle lettere umane ai giorni nostri? Quello della colonna di fuoco, che condusse gli ebrei fuori dalla schiavitù dell'Egitto.Può accadere benissimo, anzi sarà, che le lettere in questo modo ed a simile intento professate scapitino di certa armonia nelle parti, nelle forme ridondino, insomma presentino alquanto della indole tumultuaria; ma che perciò? Esse troveranno compenso, che vale a mille doppi lo scapito, nel maggior calore, nella vivezza delle tinte, negli sprilli abbaglianti di subita luce. Ma la causa vera per la quale le lettere devono agitarsicon le commozioni della vita dei popoli non è questa, bensì quest'altra. Le lettere non appartano l'uomo dai doveri del cittadino; al contrario, per esse, questi obblighi a dismisura crescono; quindi in ciò si abbia sempre fisso il pensiero, che se piace alla Patria che il cittadino detti buoni libri, molto più preme che egli operi ottime azioni. Adesso azione di suprema bontà di cittadino fra popolo libero e incivilito consiste nel persuadere, o ammaestrare come la libertà bene si usi, e come il retaggio della sapienza si mantenga e si accresca, fra popolo oppresso e barbaro, come possa la libertà rivendicarsi, la ferocia correggersi, e i beni dello intelletto conseguirsi. Chè se al cittadino tanto gli valga l'ingegno, e lo sovvenga la fortuna da compiere a un punto una buona azione ed un'opera egregia, allora dovremo celebrarlo meritissimo e felicissimo. Quando poi il suo libro non riesca mirabile di dettato, sarà pur sempre opera buona, e di queste massimamente pei tempi che corrono abbisognano la Patria e l'Umanità. Noi siamo fronde di albero, queste vengono e vanno; il punto sta che il ceppo si mantenga, e di giorno in giorno con la sua vetta si avvicini al cielo. Che presunzione sarebbe mai quella, che ogni sasso nelle basiliche volesse mostrare ai posteri la singola sua apparenza? Trista celebrità è quella che resulta dal trovarsi separati dalla fabbrica: imperciocchè dimostri che te come inetto o cattivo scartarono, eadesso rimani sopra la pubblica strada inciampo a chi passa.Dalle quali premesse sembra potersi inferire con sicurezza, che si versino in massimo errore quelli i quali sostengono la febbre politica e le altre che in giornata agitano il consorzio sociale tornare in esizio alla coltura delle lettere.Se cessati i ragionamenti vogliamo consultare i fatti, troveremo come le passioni, segnatamente le politiche, abbiano partorito le più nobili composizioni o vogli in prosa, o vogli in versi, che onorino lo intelletto umano. Poche poesie noi troviamo da contrapporre agli inni splendidi di Moisè e di Debora. Moltissimi fra i salmi di David, i treni di Geremia, le visioni dei Profeti, che cosa altro sono elleno mai, tranne poesie politiche? Le canzoni che meglio tra le altre si stimino, e che meritino veramente se ne faccia caso nelle rime del Petrarca, spettano alla politica, alla politica i canti che nellaDivina Commediavanno cercandosi con maggiore divozione.E messi alquanto in disparte i fatti per tornare ai ragionamenti, volgiamo il pensiero a considerare le regole dell'arte; e innanzi tratto, che cosa queste regole sono elleno mai? Sono raccolta di precetti desunta dai libri dei meglio reputati scrittori perchè dieno norma a quelli che vengono dopo per conseguire il senso di concepire e la facoltà di ritrarre il bello. Ma qual bello? Per certo quello che seppero comprendere ed effigiarefino a quel giorno; ma il bello rimase esaurito con essi? Trovarono veramente, e trovate tentarono tutte le vie che menano a quello? Si chiude ella la intelligenza umana, come Pier Grandenigo fece la serrata del gran Consiglio di Venezia? Ancora nel comporre questo decalogo del bello consultaronsi tutte le produzioni dello spirito umano? Come furono rappresentati i popoli dell'Asia, come i settentrionali, e per non dilungarci troppo, come i Germani e gl'Inglesi? Ancora; qual fu il giudizio che presiedè alla scelta? Diversi i modi di concepire il bello secondo l'età, i tempi e i luoghi, onde farebbe mestieri che lo intelletto commesso fino dai primi giorni in compagnia al sole avesse perlustrato co' suoi raggi, e perlustrasse il globo: nè basterebbe, conciossiachè sapete voi come volerannno e come canteranno i Cigni nelle età che il tempo tiene tuttavia chiuse nelle sue mani? Chi diè la norma al Dante? Veramente si ignora; e chi somministrò all'Ariosto il modello di dondolare pei campi del piacere sempre vago e sempre vario ad ogni moto? Certo se non furono le nuvole estive che vagano pel cielo tirreno quando tramonta il sole, noi non sapremmo. E qui fa capo eziandio un altro riscontro di distinzione fra le lettere e le arti. Le arti, come quelle che imitano suoni ed aspetti di natura fisica, possono più o meno sottoporsi a certe discipline; ma le lettere essendo espressione d'intelletto e di sentimento sconfinati non conosconoforme, regole o discipline determinate: il finito mal può comprendere l'infinito. Pari il firmamento e il bello; veruna traccia fissa tu ci vedi per entro, e da per tutto smagliano stelle.E poichè molte altre parole saranno dette intorno a questo argomento nel proseguire del discorso, così sarà bene per ora rimanerci a tanto ponendo in sodo che le lettere le quali non si mescolano alle nostre gioie e ai nostri affanni non sono Angioli consolatori mandati da Dio, bensì Lemuri e Spettri venuti ad atterrirci con la rimembranza del morto passato, o co' presagi del dolente avvenire.Le lettere mirano indietro come colui che piglia campo per avventarsi più abbrivato nell'avvenire; vita, speranza sono le lettere, e avviamento certo a quella perfettibilità alla quale consentirono i cieli che l'uomo pervenisse quaggiù come ragione del vivere e ricompensa della fatica.VI.Non tutto concedesi a tutti, ed è parte di sapienza non piccola credere così, e chiamarsi soddisfatti che così sia; imperciocchè laddove all'anima i desiderii donassero ali sarebbe piuttosto colpa che viltà astenersi dal volo, il quale con lesue ampissime ruote comprendesse quanto uomo può sapere, ed anco più oltre. Questo la Provvidenza non volle; però battere col desiderio ad una porta che non si aprirà mai, è tale agonia che mena alla demenza od alla disperazione.Difficile sopra modo penetrare gli arcani di Dio, però quanto più l'uomo si terrà lontano da siffatta prosunzione tanto meglio farà, e tuttavolta se disegno di lui fu che gli uomini uno dell'altro abbisognassero affinchè il consorzio appetissero, per gli scambievoli offici si ricercassero e prediligessero, certo non senza alto consiglio era creata la varietà degl'ingegni e dei talenti, affinchè dove quegli mancava questi supplisse.Non per ciò si deve intendere che l'uomo si mantenga tanto chiuso nella sua arte o scienza che le altre dispettoso ripudii; mai no, bensì s'intenda in questo altro modo che ponendo egli il fondamento in una cosa le altre più o meno da lontano saluti, o tanto cerchi, quanto conferiscano a somministrargli migliore notizia della sua. Inoltre occorrono certe maniere di arti e di scienze che arieggiano fra loro come figliuole genuine dei medesimi parenti: arti e scienze di cui una non può levare la voce senza che l'altra non vi risponda, e queste talora vedemmo ospitate sotto un medesimo tetto, e con santo amore e pari prestanza coltivate tutte. Fra gli artisti Michelangiolo le universe arti, che chiamansi belle, esercitando lasciò incerto il giudizio dei posteri in quale primeggiasse.Lionardo da Vinci oltre a questo lasciò libri su la pittura, intorno alla statica, e delle cose fisiche molto scrisse o poco noto ai suoi tempi, o affatto ignorato, e per virtù sua da lui solo conosciuto; inventò strumenti nuovi e musicò egli stesso soavissimamente. Terribilissimi per moltiplice e svariato sapere, come lo furono coi fatti, anco i frati tra noi, massime Tommaso Campanella e fra Paolo Sarpi, storici, matematici, di ogni arcano di natura ricercatori solerti e scuopritori spesso felici; e per non dilungarci troppo basti allegare per tutti Giovanni Pico della Mirandola.Ma se comparisce naturale che in messere Francesco Guicciardino e in Niccolò Macchiavello il maneggio dei pubblici negozii accenda l'attitudine a bene comprenderli e l'arte di vestirli con accomodate parole, può parere in altri ostentazione di talento, e diremmo quasi d'jattanza, sciorinare opere fra loro disparatissime. Così non troviamo niente a riprendere alloraquando Goethe canta inni su tutte le corde della lira alemanna, e tesse drammi a foggia di quante scuole comparvero fin qui; taluni, nuovi, ricavati dal proprio intelletto e detta romanzi e memorie; regge teatri ed amministra lo Stato; ma sembra che non isfugga allo spruzzo di vanità quando egli imprende a trattare di mineralogia, e, secondo che ci affermano, anco di anatomia. Nasce dubbio eziandio, che talora il versarsi in discipline troppodiverse sia segno di mente piuttostochè ampia, sformata, come a modo di esempio ne comparisce quella dell'Hoffmann, il quale sedeva giudice in tribunale e immaginava racconti di cui la creazione contendonsi le Muse e la Pazzia, dipingeva vôlte, intagliava modelli di smerletti, e presiedeva alla orchestra di teatro. Però badisi che non senza disegno qui più che altrove si adoperarono formule dubitative, conciossiachè se vanità espressa o follia questo moltiplice trasformarsi si ha da reputare nei mediocri (com'era quel tale giureconsulto che, conferendo col Montaigne, invece di parlare di leggi gli tenne discorso continuo di fortificazioni), la esperienza e l'ossequio in cui meritamente si devono avere gl'ingegni rari ci renda rispettivi a giudicarli; chè la temerarietà è quasi vaiolo, il quale se incolga ai giovani, stante l'avventatezza della età, non si giudica mortale, diversamente negli anni maturi: tuttavolta si può riputare provato che chi troppo si spande meno si addentra, e ne abbiamo prova nel Brugham, il quale non pago alla gloria di avvocato chiarissimo, di uomo di stato insigne, volle esercitarsi nelle discipline pedagogiche, nella chimica, nella fisica e via discorrendo: per modo che in taluna gli avvenne di mostrarsi meno che mediocre, e non poteva fare a meno. Imporre limite al corso dell'umano intelletto non sarebbe prudente, poichè quello a cui non arrivò una generazione pervenne l'altra; e quantunque anchea questo corso presentiamo un fine, pure ci torna difficile determinarlo, onde fie meglio non assegnargli limite alcuno, massime perchè non sapremmo come si potesse impedire all'uomo di oltrepassarlo quante volte gliene pigliasse vaghezza: lasciando pertanto liberissimo il corso alle inquisizioni della umanità, fie senno appunto per renderle più efficaci che l'intelletto del singolo uomo, piuttostochè sperperarle in troppe più cose che la sua natura comporti, si affatichi virtuosamente ad approfondire uno o due dei problemi, che tanti e tanto difficili si vanno di giorno in giorno moltiplicando intorno al suo miglioramento. Questa dottrina umilia la presunzione di parecchi, ma non è da farne caso, imperciocchè la prosunzione indichi la presenza della ignoranza, come l'odore dello zolfo una volta quella del demonio: gli uomini umili di cuore e sapienti di spirito assai di leggeri si persuadono non essere ognuno di loro libro compito, bensì tomo scompagnato di tale opera a cui non sarà dato fine che coll'ultima vita della umanità.VII.Agitarono un tempo con molta caldezza nelle scuole la questione se deva prima attendersi allostudio delle arti della parola, ossivvero all'altro di acquisire e di ordinare le idee: fra tutte le oziose dispute oziosissima questa; dacchè le idee nella mente umana sorgano delineate dalla parola, come gli oggetti sporgono fuori dall'ombra contornati per virtù della luce. La idea scevrata dal modo di significarla noi non sapremmo concepire, eccetto che come un dolore del cervello, e sarebbe peggio della moneta nell'arca dello avaro; imperciocchè la moneta quantunque chiusa possederà forma, contorno, e la sua testa e l'arme, ma la idea sarà meno che embrione; la prima, aperto il serrame, uscirà a fecondare dei commerci qualunque tocchi; la seconda, per quanto tu volga la chiave, non spillerà fuori della conserva. Nè possiamo separare nella nostra mente la vita dalla parola, o almanco dalla voce, e per ciò dalla idea; e questo così nell'uomo come nella bestia, restando omai posto in sodo presso lo universale che le bestie, per possedere organi più difettivi dei nostri, non perciò furono dotate meno del talento di manifestare gl'interni moti dell'animo giusta le loro necessità. Quando Dio animò l'uomo certamente gli disse quello che Michelangiolo dando del mazzuolo sul ginocchio a Moisè gridava:parla!Chè a ragione nel concetto di quel divino ingegno la vita si comprendeva nella parola. E forse senza paura d'inciampare potrebbe arrisicarsi di più, affermando che Dio stesso per rivelarsi ai mortali diventò parola:Deus autem erat verbum.Ma ciò poniamo per buoni rispetti da parte, e da parte mettiamo altresì quello che da altri egregiamente, e da noi nella guisa che potemmo migliore, fu detto intorno alla dignità, virtù e potenza della lingua, contenti di aggiungere questo che parrà a taluni soverchio e non pertanto si trova verissimo: valere la lingua a conservare la nazionalità dei popoli, meglio dei pensieri; anzi i pensieri conferire a dissolverla, quanto a stabilirla la favella; di vero i pensieri sono cosmopoliti, e corrono corrono senza guardarsi mai addietro, riuscendo magnifici e copiosi quanto più si allontanano dalla sorgente, mentre all'opposto le lingue compiaccionsi dell'aria paesana, e sovente per ritemprarsi amano di ritornare ai loro principii.Qui vuolsi considerare la lingua come strumento, e sotto questo aspetto mirate un po' come il muratore prima d'imprendere il suo lavoro apparecchi la cazzuola, la squadra, l'archipendolo, la calce e i mattoni; lo scalpellino, i mazzuoli e le subbie; altri, altri arnesi; ora lo scrittore per chiarire gl'interni sensi non dovrà fare procaccio di buono e fido arnese com'è per lui la favella? Il gran-cancelliere d'Inghilterra Francesco Bacone insegnò con la profondità che in esso era natura, che l'uomo il quale sa tutto compendia tutto: adesso come potrebbe egli arrivare a questo se non conoscesse nelle più riposte viscere il valore delle parole per appropriarle alla più breve, efficace potente manifestazione del suo pensiero?La sapienza umana, per quello che spetta all'uso che si può fare di lei, somministra strumenti, i quali forse non tornerebbe inopportuno distinguere in primi e secondi, a cagione non tanto della genesi quanto della importanza loro, e fra i primi pare che si possano riporre la lingua e la logica, nei secondi la religione, la poesia, le scienze fisiche e morali, la politica, il commercio, le industrie, seppure questi studii non devano, come si ha da credere, comprendersi nella denominazione generica di scienze fisiche e morali.Non reca punto di maraviglia pertanto se la massima parte delle scritture italiane compaiano arruffate, e quasi diremmo orride, se gli studii della favella non solo si trascurino per negligenza, ma a disegno detestinsi; piuttosto dovremmo maravigliarci che non si mostrino peggiori. Appena poi reputiamo necessario avvertire che la retta intelligenza delle parole, quantunque ne sia massima parte, non costituisca però lo intero studio delle lingue; questo studio consiste eziandio nel venusto formare delle locuzioni, nello svariato ed elegante trapasso di periodo in periodo, di membro in membro e d'inciso in inciso; simili aggiuntature di periodo danno più fastidio che altri non pensa agli esercitati, per gl'imperiti poi sono disperazione addirittura; adesso importa sapere come si possa limpidamente abbreviare la orazione, ora come si deva con onesta pompa dilatare, e nell'uno e nell'altro stile come si conservila chiarezza, suprema dote dell'arte dello scrivere e del dire. Lo studio della lingua consiste massimamente per ultimo nell'arte di studiare le opere degli scrittori dei varii secoli, da tutti cernendo, e non imitando da alcuno, però che lo stile importa che sia cosa tua come la seta appartiene al bigatto, il mele e la cera all'ape, pasciuta che il primo abbia la foglia e la seconda succhiato i fiori. Quando si legge delle lunghe ed assidue cure che gli scrittori dell'antichità, non mica dozzinali bensì principi, come Cicerone e Demostene, ponevano per venire a capo di possedere l'arte della parola; i travagli che duravano, e perfino i viaggi che imprendevano, parrà non pure nuovo ma forte che senza viatico di sorte oggi taluni possano mettersi in cammino, sostenendo che le lingue non hanno già a considerarsi mummie, bensì spiriti viventi e ambulanti; formare il popolo le lingue; e tornare bene scrivere come si parla; perchè a fine di conto scopo dello scrittore è che lo intendano. Di queste sentenze parte errori, parte vero mescolato con molto falso. Il popolo e l'uso compongono le lingue, però il popolo perito e l'uso retto, altramente ti avverrà in lingua quello che partorisce in politica il suffragio universale presso un popolo ignorante e corrotto; colà ti deturperà l'idioma con ogni maniera sconcezze, qui ti eleggerà il tiranno. Scrivi pure come parli, a patti però che tu parli bene, e allora buon per te, se come pretendi sai; che se non va così,appunto per essere capito da tutti importa tu ti sviluppi dal mal'abito tuo o della tua terra, chè tu non iscrivi per Genova, Torino, Girgenti o Roveredo, bensì per la universa Italia; e se il cielo ti arride, non per gli uomini del tuo tempo unicamente, ma a quelli eziandio che lo chiameranno antico. Posa l'animo, in tutto e sempre troveranno gli uomini un fiore, una qualità scadente ed un'altra pessima, nè il fiore sarà mai patrimonio dei troppi, la quale sentenza significata in altri termini vuol dire che gira e rigira, tu non potrai levare l'aristocrazia dell'ingegno, e per conseguente l'aristocrazia di rivelarsi con modi ottimi. Puossi torre a Dante la patria, la facoltà del canto non si può. Re senza regno ne furono visti e parecchi, e o Dio! come grami, e nonchè serbassero parte alcuna di regio, appena parevano uomini, sicchè il senso che ispiravano non era già disprezzo, e nè manco ira, compassione bensì. Omero separare dalla sua Iliade non si può; dovunque vada, a qualunque età pervenga, sempre appare come è pur troppo re:E va dinanzi agli altri come Sire.Guaio grande allo studio della lingua consideriamo questo, che essendo il trattarne difficile, riesce più che in altra materia spropositarne agevolissimo. Onde gli uomini di alto intelletto, quale l'argomento richiederebbe, volentieri lo adoperanoin opere più illustri non però più utili di quello che sia la filologìa, e poichè le aquile lasciano questa preda vi si affollano i corvi. La è proprio esultanza quando vediamo Dante volgere la mente a discorrere le ragioni della eloquenza volgare, e il Macchiavello impiegare nelle faccende della lingua l'acume di che fece prova in quelle di Stato; e degli antichi tacendo, documenti bellissimi sopra il soggetto arduo lasciarono Monti, Perticari, Giordani, Leopardi, Tommaseo, Niccolini, Manzoni ed altri, che pure dovrieno nominarsi, e che si passano non già perchè demeritino onore, ma per istudio di brevità. All'opposto angustia l'anima l'aspetto di non pochi (e comecchè degl'insetti umani fastidiosissimo provammo sempre l'insetto pedante, ad ogni modo vuolsi dire apertamente), i quali ai dì nostri più che altrove a Firenze si versano in lavori filologici con pretensione molta e senno poco, sia dettando regole, sia rivendicando alla meritata polvere quisquilie, che per dirne meno fanno perdere un tempo del quale dovremo rendere conto a Dio. Questo non vorremmo noi, che così adoperando costoro ci sembra voglianci mettere al pane bollito; dacchè se ci mostriamo teneri alle belle parole, volentieri poi consentiamo che le parole senza concetto suonano rumore vano; anzi non ci pare bella la parola se adoperata a esprimere ree o futili cose. Checchè se ne sbottoneggi, torna più facile mettere in canzona l'Accademiadella Crusca, che farne a meno; non badisi ai termini nei quali adesso la vediamo condotta; supponiamo che ci fossero chiamati partecipi quanti con amore e felicità coltivano le lettere italiane, e per legge dello istituto e più dall'animo benevolo venisse loro imposto il doppio obbligo di specolare il passato ampliando e correggendo dirittamente l'antico vocabolario, ed il futuro naturando i segni co' quali i nuovi trovati si appellano, questo sarebbe massimo benefizio alle lettere italiane, e quandochesia sarà fatto; le fortune delle cose grandi come delle piccole in Italia si tengono per mano a mo' delle Ore: e il Tempo, deposta la falce, si recò su le ginocchia la lira, e musicando ne affretta la vicenda.VIII.Taluni dei nostri vecchi costumarono dire:nihil de Deo, parum de Principe;altri rovesciando ammonivanonihil de Principe, parum de Deo. Omettendo decidere quale dei due avesse ragione, rimane vero che a senso loro di teologia e di politica si avesse a tacere: ai giorni nostri per lo contrario molto si favella dell'una cosa e dell'altra, come quelle che importano massimamente alle nostre sorti presenti e future. Di ciò porgetestimonianza il ragguaglio delle opere esposte in vendita alla fiera di Lipsia, dove le teologiche superano di gran pezza le altre, e nel 1826, a mo' di esempio, le prime sommarono a 327, mentre, fra le altre facoltà, le arti meccaniche che andarono innanzi a tutte toccarono appena la cifra del 200; ed è ragione, imperciocchè quanto maggiore distende l'uomo l'ala della mente, tanto più in lui si agita l'agonia di conoscere quello che gli si serba nel secolo immortale, parendogli questo, com'è veramente, transitorio troppo e caduco.Però andrebbe errato chi credesse che i libri teologici che appaiono per le stampe in giornata promovessero tutti la esistenza di Dio; all'opposto molti si affaticano a negarla; nè basta, chè oltre procedendo intendono a dimostrare con supremi sforzi la ragione del nego.Nel passato secolo i filosofi francesi, considerando di quanti mali fosse stata origine la religione per colpa dei tristi sacerdoti, reputarono savio rifarsi alla radice del male, epperò non pretermisero industria capace di sovvertire la religione cristiana. Gli alemanni, adesso più universali, ed anco nello errore più logici, contemplando come sacerdoti crudeli, ipocriti, seminarii insomma di errore non fossero privilegio del cristianesimo soltanto, bensì ogni religione annoverasse i suoi, e tutti tinti nella medesima pece, si avvisarono prendere le cose più dall'alto negando Dio addirittura; e parve loro bel fatto, dacchè le visceredella filosofia non si hanno a commovere partitamente pel cristiano, l'ebreo, il maomettano, il buddista, l'idolatra, e per gli altri cultori di religioni quante ve ne ha diverse sopra la terra, bensì per la universa famiglia degli uomini.Tornerebbe sazievole riportarne i molti ed irti ragionari; basti dirne ciò che meglio cade in acconcio al nostro concetto: virtù fiacca quella che per operare il bene ed astenersi dal male abbisogna del prospetto del premio e della pena, anzi nemmeno virtù, perchè governata dalla paura o dalla cupidità: inoltre incerta, perchè dove la paura cessi, od altra passione più veemente di lei sospinga, l'uomo irromperà al misfatto e al peccato. Non su la fede, dubbia cosa sempre, ma sopra fondamento invariabile aversi a basare la morale umana. Doversi e potersi trovare una specie di abbaco, un'aritmetica, per così dire, alla mano di tutti, con la quale riuscirebbe agevole formare un bilancio esatto dello scapito che fruttano le male azioni, e del benefizio di quiete d'animo, di estimativa universale, ed anco di sostanze che deriva dalle buone; onde la pratica della virtù sarebbe persuasa alla gente come vantaggioso affare. Difficile a concepirsi la esistenza di Dio, impossibile comprenderlo nei suoi attributi, epperò disperato formarne regola, sopra la quale ormare le azioni umane; e così di seguito.Incominciando di fondo, si risponde: certo difficile la comprensione della esistenza di Dio, matroppo più difficile quella dell'ateismo, appunto perchè l'uomo non avendo facoltà, per quanto astragga, perdere di vista i sensi donde in lui derivano nozioni ed idee, non potrà mai concepire fattura senza fattore. Gli speculatori devono volgere i pensamenti loro su cose fattibili, su le altre no, chè allora non si chiama filosofare, bensì svagellare: ora svellere dal cuore dell'uomo Dio è tempo perso; nè sostituirvi la ragione unica e schietta potrai. Per quanto ti ci travagliassi dintorno, non giungeresti a impedire che negli uomini l'affetto soverchi il raziocinio; sentire è palpitare, e ogni uomo palpita; argomentare è arte d'ingegno educato; e torre via col tardo lavorìo del cervello quello che il cuore di slancio per tempo sentì non sembra impresa da tentarsi nemmeno. Invece di combattere non vincibile battaglia (lasciamo da parte se empia), liberate la fede di Dio dalla caligine di che l'hanno circondata gli uomini, adoperate sì ch'ei splenda archetipo di verità e di giustizia ai mortali.E questo fie massimo fra gli assunti del letterato italiano.Molte le male piante che si abbarbicano intorno alla religione: principali fra queste la indifferenza, la superstizione, l'ateismo e la empietà; ma quale istituto, quantunque nella sua origine santissimo di perfezione, non partorì nelle mani dell'uomo immani sequenze? Qui intanto occorrono maggiori gli abusi in quanto questo negozio cosìnella vita dei popoli come in quella dello individuo tenga parte primaria.E' non vi ha dubbio comprendere Dio nella sostanza e negli attributi suoi noi non possiamo. Le nostre facoltà trovansi corte a tanto concetto: sarebbe bene che la faccenda fosse diversa, ma noi non nascemmo a tribolarci nel desiderio di cose vane, bensì a trarre il maggiore profitto dalla condizione in cui ci collocò la natura. A Dio assegninsi pure attributi quali alla nostra mente paiono grandi, e soprattutto buoni pel tempo e le opinioni che ci si volgono dintorno: più tardi potrà darsi che i posteri gli sperimentino insufficienti; spetterà a loro in quei giorni accomodarsi lo stadio che avranno a percorrere; a loro stringersi dove meglio gli tornerà la cintura. Gli attributi di Dio dovrebbero essere quelli, che imitati adesso avrebbero virtù di generare maggiore copia di bene alle presenti generazioni. Se nelle religioni che ci precederono su questo suolo latino si potesse sceverare il concetto della divinità speculato nella mente dei fondatori di quelle, dalla frasca sacerdotale forse vedremmo la progressione della idea di Dio, che da principio materiale affatto diventa spirituale e materiale. Apollo è nume propizio, libera la terra dal serpente, sana i morbi, gli animi ferini ingentilisce co' sodalizii delle Muse, come un mortale ama, e peggio troppo come un mortale odia. Cristo ama ed odia come un Dio, non ammazza belve, ma conquideipocriti, non iscortica Marsia, bensì minaccia della geenna gli oppressori; non allieta i mortali co' canti delle Muse, ma ne rigenera le anime, le chiama sorelle, figlie di un medesimo padre che è ne' cieli, schiude alquanto le porte del paradiso, e quinci prorompe un raggio, non di voluttà, ma di suprema intelligenza e d'infinito amore; Cristo ha vinto il paganesimo, ma non ha compite le sue conquiste: con esso in mano i popoli possono camminare ancora per secoli nei sentieri del meglio. Sì in verità lo possono, ma con Cristo solo.La natura dello scritto e la materia piena di pericolo c'invita a traversarla in fretta, pure rileviamo un'accusa la quale riesce a immaginarsi facilissima. In questo modo, si obbietterà, la religione convertesi in argomento di governo; e legarla così alle vicende degl'interessi umani egli è un torla dal cielo e avvilupparla per la terra: l'angiolo diventerebbe serpente. Si potrebbe in succinto sermone rispondere che Aristotele si spingeva più oltre insegnando alla recisa la religione essere stata inventata dai legislatori per contenere i popoli e condurli a lor senno: con la vita cessate le cause del vivere, epperò in un col corpo perire lo spirito; e le dottrine di Aristotele invece di bandirsi da Roma sovversive alla religione, ella celebrò e forse celebra adesso come fondamento dei dogmi ortodossi, chi lo bestemmiò scomunicava, e sofferiva che in talune chiese della Germania nei giorni festivi, invece di leggere ilVangelo, si leggesse un brano deiMoralidi lui; ma qui non siamo nel foro dove si agita per avere ragione, non già per trovare la verità; mal si gioca di scherma nei gravi argomenti, epperò, buttato là lo Stagirita, insistendo, è da dirsi: che presenta di strano chiamare la religione in soccorso al governo degli uomini? Cristo si fece uomo e come uomo patì per approdare all'umanità, ora quello che Dio fece, perchè repugnerebbe fosse fatto con la legge di Dio? Da un lato si presume il temporale indissolubile con lo spirituale e ciò per imperare; da un altro si sostiene lo spirituale incompatibile col temporale, e ciò per fuggire servitù: nè qui nè là ragione; mirate i Romani vetusti i quali niente di queste cose apprendevano, come quelli presso cui la religione non formava istituto separato, non privilegio di persona, bensì parte di reggimento e professione della universa cittadinanza. Partesi egli l'uomo? Non si parte, e nonpertanto lo hanno diviso per tenerlo meglio: questi si prese il corpo, quegli l'anima; il corpo da vicino governano, l'anima da lontano; l'uno con l'autorità della mannaia, l'altra con l'autorità del terrore, e questa anco del premio perchè spirituale essendo non costa nulla. Il Macchiavello, che nelle cose di stato fu quella cima di uomo che il mondo sa, non dubitò affermare che i popoli senza il fondamento della religione è forza che rovinino; e siccome le dottrine che spone male si potrieno con parolepiù ingenue di quelle che per lui si adoperavano riferire, così sarà prudente rimandare il lettore aiDiscorsi intorno alle Deche di Tito Livio, dove ne parla, e certo sopra tutti gli argomenti che adduce forte ci percote lo esempio col quale dimostra che, sciolto ogni ritegno, sotto la sequela delle sventure sarebbe la repubblica senza fallo perita, se non era Scipione che costrinse col ferro alla mano le poche legioni superstiti a giurare di non deporre che con la vita la spada. Che importa a noi se gli attributi conferiti a Dio dagli uomini reggano o no tutti alla prova della virtù dissolvente della critica? — Basta alla umanità che sia creduto ch'egli abbia quelli che dal danno la tutelano, e gli altri che le fruttano benefizio. Pon mente: quando o la fortuna, o l'ira di Dio o il mal talento dell'uomo, o la viltà del popolo, o tutte queste cose insieme diedero allo stato un tiranno, chi si sentirà potente di contenere costui uso a balenare i suoi voleri a modo di fulmine? La forza sta nella sua destra, la legge nella sua sinistra, il gregge umano gli rumina sotto i piedi e senza fremito. Allora non gioverà ch'egli creda sopra lui senza fine più alto, ch'egli non è sul capo de' suoi schiavi, vivere un Ente che vede, sa e può disperdere un mondo non che un uomo, migliaia di mondi non che un gramo pianeta com'è la terra coll'alito delle sue narici? In mezzo ai baccanali della prepotenza non sarà bene ch'ei tema vedere di trattoin tratto sbucare fuori dalla nuvola la mano che scriva sopra l'avversa parete la sua condanna? Se egli ha copia di satelliti, di carnefici, e di giudici, e di commissari straordinari, e di giunte militari, ministri del supremo Vendicatore, paventi il tiranno la fame, la guerra e la peste. Nè il contradire opponendo che timore di Dio non trattenne mai tiranni da trassinare i popoli, parrebbe giusto, imperocchè i più di essi appunto non conoscano religione, e fra coloro che o in parte, o tardi la conobbero, chi sa quante scelleratezze ella impedì, o quante altre riparò, o di quali amari rammarichi non fu ella semenza! Chi nol crede legga il testamento di Filippo II, e dica poi se più l'empie di orrore la vita di lui o di terrore la morte. Al principe che il dominio, sceso in esso tirannico da tempi barbari, temperò con leggi volute dalla crescente civiltà dei popoli, se mal consiglio altrui o ribollimento di superbia propria lo inducesse a rimpiangere la passata sfrenatezza del potere, la religione da prima gli porrebbe un dito su le labbra e gli direbbe: «taci, tu hai giurato, e Dio è custode dei giuramenti fatti nel nome santo di lui»; e poi seguitando lo garrirebbe: «ch'è questa arroganza? Dio, creatore dell'universo, di cui la tua mente non può concepire, non che il tuo occhio contemplare la immensità, Dio di petto all'universo s'impose leggi, e dirittamente le osserva.» Così placando la sua superba febbre lo ricompenserebbe con laserenità della coscienza onesta, col sentire che meglio vale sicurezza giusta che ingiustizia con pericolo, e provare che se non è eterno amore, il timore lo è anco meno, e conduce seco l'odio per giunta. — I popoli senza religione, remolino di venti scatenati, terribile più quanto meglio stia nelle mani loro il reggimento, o si governino a democrazia. Chi potrà insegnare ai popoli co' diritti i doveri da un punto all'altro, se la religione non può? Chi varrà nel giorno della vendetta a persuaderli al perdono, se non trova del cuore loro la via la voce del Dio che si fece popolo e perdonò dal sommo del patibolo i suoi carnefici? Badisi a questo: l'opera criminosa dell'uomo, prima di diventare delitto, fu peccato. La legge dà in mano al giudice il malfattore bello e compito; il giudice tale e quale lo consegna al giustiziere: inani riti il più delle volte e tempo veramente sprecato procedure e giudizii; dicono ai giorni nostri proporsi nelle pene l'ammenda del reo; non ci credete affatto, chè le sono ipocrisie per parere; a ciò non pensano; ci pensassero, non possederebbono abbastanza facoltà, proposito e sapere per venirne a capo; quando pure tutte queste cose possedessero, riuscirebbe ogni partito invano, imperciocchè inremeabili sieno i passi verso lo inferno, e che si possa a un punto essere piombati nel baratro e comparire nel mondo; Dante lo ha mostrato e la esperienza insegna. Non date retta a specchi, o come volgarmenteoggi si appellano:statistiche; queste per bugiarderia hanno vinto la mano agli stessi epitaffi. Ad impedire il primo furto poco ritegno basta; il solo miracolo può trattenere la mano che si stende per la terza volta ladra alla roba altrui. Ora la legge non arriva al peccato, i giudici non assistono al lento e progressivo formarsi della materia perversa, che costituisce il misfatto; essi non sanno come queste secrete infermità si guariscano, e, guarite, come se ne impedisca il ritorno; le leggi ordinariamente non badano all'uomo che dopo la sua pubertà, e unicamente per percuoterlo ci badano; ora a sedici anni il malvagio ha messo il tetto. La famiglia dà alla città l'uomo perchè glielo strozzi. A tanto guaio non può, come non deve, riparare altro che la religione. In qual guisa, con quali partiti, istituti ed uomini, se conservando o cancellando, ossivvero in parte levando ed in parte mettendo del nuovo qui non è luogo a trattare; chè solo adesso si ebbe in mira avvertire gli scopi che pei tempi che corrono deve proporsi lo scrittore veracemente italiano. Le materie religiose, considerate appunto dalla parte dell'utile che come istituto governativo devono partorire al consorzio umano, ci paiono argomento così ampio e nobile alla meditazione, come necessario alla contingenza dei casi che ci stanno sopra gravi di molta minaccia.IX.Passammo per l'argomento della religione al modo stesso che san Pietro Igneo traversò la catasta delle legna accese a tutta possa correndo per timore delle scottature; ora favellando più ad agio, diremo di altro assunto che per consenso universale, se non pareggia la religione, merita tenergli dietro immediatamente; questo è la poesia. Quando il sindaco di Londra, paragonata la Inghilterra ad un vascello in mezzo all'oceano, poichè ebbe tritamente descritto i varii ministerii degli incoli suoi, e confrontatili con quelli degli ufficiali di marina, interrogò Chatterton che cosa stesse a fare in mezzo a tanta operosità il poeta? Questi rispose: il poeta è il pilota che dritto su la prua sta speculando le stelle per indirizzare il corso del naviglio a termine immortale. La poesia era una volta il tramite pel quale il cielo corrispondeva con la terra; gli uomini resero a Dio quanto egli concesse loro di divino in parole di armonia cantando in sua lode inni e peana: nè qui si fermarono, chè intenti a trasfondere nei precetti regolatori l'umano consorzio più che per loro si potesse di dottrina immortale, vestirono di numeri le leggi; e questo non solo nei primordidel vivere civile, bensì a civiltà progredita, secondochè si legge, costumò Solone vissuto sei secoli prima di Cristo. Vati presso molte religioni defunte furono detti coloro i quali per molto tesoro fatto di notizie antiche riuscivano, in grazia della dotta esperienza, a divinare il futuro; ond'è che i Romani appunto commettessero ai vati di cantare il carme secolare, come quello che, nel mentre chiudeva la porta sulle spalle del secolo decrepito, dall'altra parte l'apriva alla faccia del secolo giovanetto. Omero, che fra i poeti vetusti ritrae meglio degli altri la sacerdotale indole del vate, ne ammaestra essere cosa non pure piena di profitto ma di onestà porgere ascolto alle parole del poeta; a patto però che le sue parole sappiano di divinità; non diverso da lui, Orazio definiva il poeta uomo in cui splende mente divina e talento di esporre con eloquio illustre illustri concetti. Di qui la causa per la quale si reputa dicevole favellare di poesia dopo la religione.Quale si deva proporre nobile assunto la poesia, Chatterton poeticamente espresse, il quale volendo adesso significarsi con più piano sermone, diremo che la poesia deve, secondo la occorrenza, promovere anzi tutto la libertà della patria da qualsivoglia tirannide domestica o straniera, celebrare le virtù cittadine, accendere nei superstiti la venerazione degl'incliti defunti, invogliando ad imitarne gli esempi, palesare le gioie della famiglia,renderle desiderabili se trascurate, se amate sublimarle, esaltare la santità degli affetti, la dignità del lavoro, sollevare i cuori all'amore di tutto quanto è onesto, gentile, decoroso e bello. Religione, Patria, Famiglia, triade che non conosce eterodossi nel mondo, sia materia di nobile canto al poeta civile.Veruna scienza od arte presuma che le possa essere fatta parte più magnifica che alla poesia; però, quanto più grandi la mercede e la fiducia, tanto maggiore in lei l'obbligo. Quindi severissimo pende il giudizio sopra i poeti i quali abusarono dei doni dello spirito per pervertire coloro che dovevano letificare; e sopra tutti meritano infamia quelli che inaridiscono i cuori soffiandoci dentro i semi del dubbio e della disperazione. Lo Eforo abbia facoltà di tagliare quante più corde vuole alla lira propria od all'altrui, purchè ci lasci intatte quelle della Speranza e di Dio.Meditando su la materia, sembra a prima vista che la dottrina del dubbio e della disperazione abbia a nuocere meno se sprilli dal canto che dalle altre scienze morali: imperciocchè si possa credere che il poeta si commetta volentieri in balia dello impeto della passione, e guardando, com'egli di frequente fa, i beni ed i mali a traverso le lacrime del dolore e della gioia, veda gli oggetti alterati nel colore o nella forma: inoltre la natura poetica tende al superlativo, e talora ostenta disperazione per avere conforto, sfiducia per esseresmentita: finalmente si adoperò talvolta la disperazione artatamente per destare con ogni maniera di punture la inerzia dei cittadini; e di vero la umanità rinnovandosi giovaneggia sempre; ed in noi stessi provammo, allorchè più il sangue bolliva, quanto ebbe virtù di abbrivarci con impeto ai più subiti partiti, come alle risoluzioni più magnanime quel provocarci che altri faceva, dicendo noi non essere da tanto, il potere non bastarci nè il volere; chi va senz'ale si rassegni a rasentare la terra! — Siffatte scuse poi non si addicono alle altre discipline che procedono pacate per via di dimostrazione e di raziocinio.Nelle storie sopra tutto questo pessimo vezzo torna pregiudicevole, dacchè dobbiamo estimare che lo storico, dopo avere interrogato con molta circospezione le antiche e le moderne vicende, indagato le arcane ragioni di quelle, distinto gli errori, le colpe e le necessità, si disponga a ordire la tela per ammaestramento dei contemporanei e dei posteri. Se lo storico, o prima del suo pellegrinaggio traverso i documenti della storia, o dopo, va convinto come la stirpe nostra sia incorreggibile, e allora o perchè scrive egli? Cotesta sua è vaghezza di gufo o di tale altro maligno uccello della notte. Forse non gli pare abbastanza squallido il cimiterio, ond'ei venga co' suoi maluriosi singulti ad aumentarne l'orrore? Che se poi non sentendo cosiffatta convinzione così egli adoperi per una sua certa acrimonia di sangue ocapriccio dello spirito, allora costui meriterebbe non solo essere bandito dal novero degli scrittori, bensì ancora dalla comunione degli uomini.La mente, dettando queste sentenze, trascorre spontanea a Carlo Botta, scrittore di molta efficacia di stile, e che, malgrado la disparità dei giudizi, non invenustamente forse potrebbesi paragonare a Paolo Veronese. Però, quanto nelle forme del dire degno di lode molta, con poca mistura di biasimo, altrettanto nei concetti e nella moralità della storia reprensibile: conciossiachè sia che lo muova certa sua acerbezza di spirito o levità d'intelligenza, procede invaghito a manifestarsi scontento perpetuamente di tutti e di tutto, quale governo meglio si confaccia all'umano consorzio egli non ci sa dire, anzi alla scoperta non assolve veruno: forse talvolta in pelle in pelle sorride all'aristocrazia, ma indi a breve anco a lei fa il viso dell'arme, e condanna alle gemonie. Che pro ricava l'uomo dallo indefesso travagliarsi a migliorare le sue sorti? La felicità non è fiore che cresca in questi nostri giardini terrestri. Tali proposizioni, che sarebbero biasimevoli nei sermoni del più spericolato fra i predicatori, devono reputarsi indegni di storico grave. Che se egli quello che scrisse pensò, doveva tacere, e se nol pensò fu peggio che tristo scrivendolo, perchè bugiardo a sè, nemico altrui. E certo i generosi che si collettarono per dargli abilità di dettare con animo scevro da ogni sollecitudine la continuazionedelle Storie del Guicciardini, nol fecero già con lo intendimento che da lui si mandassero auspicii tanto alla patria nefasti. È sapienza più spesso riprendere l'uomo che lodarlo, ammaestrarlo sempre, disperarlo giammai.Al miglioramento umano vuolsi credere non come ad una di quelle cose che portano in fronte le parole:adora e taci(imperciocchè correremmo grandissimo rischio che per siffatta prosunzione moltissimi non credessero punto), bensì come a dimostrazione di problema geometrico. L'uomo nascendo porta seco molta parte di bestia, ed il negarlo è vano; nè da questo lato trovi in lui cosa buona; se ben consideri, conoscerai le bestie nascere naturalmente cattive, come quelle che governate dallo istinto della voracità, sieno pure quanto vuoi mansuete, pel pasto si osteggiano; dopo il pasto, la gelosia per le femmine partorisce le offese. Però l'uomo possiede talenti fisici ed intellettuali per modo estesi da trovare spediente a soddisfare i propri appetiti, e in parte moderarli senza danno altrui; all'opposto contribuendo all'utile universale. Ormai non fa mestieri avvertire nè meno che la perfettibilità non consiste nel mortificarsi, murarsi fra quattro mura e fare la pelle dell'istrice a quanto alletta e piace: mai no; coteste a' dì nostri si stimano pratiche da insensati; in questo altro piuttosto consentirà l'universale a riporre la perfettibilità dell'uomo: — nel godimento della maggior sommadi piaceri fisici e morali con vantaggio del corpo e spirito così suoi come altrui.Il corso della umanità verso il bene è quasi un fiume: appena egli esce dalla sorgente montana, tu lo vedi esitare con acque dubbiose sul cammino che deve tenere: in breve acquista baldanza e si caccia giù per dirupi in corsa avventurata, rompendosi fragoroso e spumante: non vi rechi sgomento se lo vedete volare in fiocchi di spuma e in sprilli minutissimi, in breve saprà raccogliere le membra spante per ripigliare copiosamente magnifico il suo sentiero: ad un tratto, senza che ne apparisca evidente ragione, si strema, fa gomito, e, come vinto dall'angoscia, si ripiega verso la sua sorgente. Qui molti dicono: la è finita; e s'incamminano a casa. Ma il fiume, dal breve riposo ricuperata balìa, torna a scorrere verso il mare: chi lo ha seguito si conforta, ed ormai non teme più sinistro. Troppo presto ei confida: il fiume incontra un lago, ed in quello sboccando, confonde le sue acque con le acque di lui. Allora altra parte di gente che gli tenne dietro torna a disperare e dice: abbiamo veduto la sua tomba, andiamcene con Dio. I più ostinati, rimasti, vedranno come il fiume non abbia mescolato le sue con le acque del lago, bensì all'opposto, traversandole con forza invincibile, sbocchi per altra parte, aprendosi largo letto per la pianura, e finalmente maestoso e tranquillo si acquieti nelle braccia della Teti marina.Guai all'uomo che non mira sempre davanti a sè! Tuttavolta, anche a rischio che ne incolga la sorte della moglie di Lot, adesso ci bisogna voltarci addietro, e vedere se veramente ci sia causa di disperare; guardiamo dunque se il fiume della umanità abbia progredito, ossivvero stornato verso la sorgente. Nella decadenza dello impero il tiranno coronato era padrone del mondo, e con una rete lo circondava tutto: questa rete era di ferro; l'ira sua inevitabile come il destino, la forza prepotente al pari di quella dell'uracano; oggi molti i despoti d'intenti uguali, ma di polso tremulo e con le coste fradice: allora la schiavitù rodeva il corpo sociale come la lebbra i corpi fisici, adesso non più servaggio nè lebbra: la confisca in quei tempi arnese ordinario di regno, ai tempi nostri non si conosce confisca; e sì che non manca chi ne avrebbe voglia ed anco bisogno, ma si vergogna, e, stretto alquanto l'agrume co' denti, se gli sente alleghire, e comecchè a malincuore, lo lascia andare: uno solo non si vergogna e divora; ma siccome piglia a cui ha divorato, fa dire: non ci badate, la rabbia è tra i cani! Il fideicommisso ed il maggiorasco ecco cascarono come vecchia tappezzeria di damasco da vecchia parete: i delitti di lesa maestà scomparirono da parecchi codici: di giorno in giorno vie più si comprende come la misura unica, giusta e per tutti sia quella del becchino; tre braccia avvantaggiate tanto pel carnefice quanto per la vittima!... Certo taluni, nonsi vuol negare, riconficcarono gli assi dei patiboli politici: pazienza! pazienza! chi conficca sa egli per cui avrà conficcato? Le libertà del commercio in alcuni paesi hanno preso stabile stanza; alla porta di altri picchiano, non mica a modo di mendico, bensì dello esecutore di giustizia che viene a gravarti i mobili di casa, e s'impazienta aspettare. Sicuramente a cui guarda la superficie sembra l'aspetto della terra pari a quello che fu; anche a Pompei, a Resina e ad Ercolano la gente nella vigilia della eruzione del Vesuvio ballava. E poi nuove cause furono versate in seno al corpo sociale, e la causa è seme necessario di altri effetti; ai piedi delle donne chinesi si mettono con profitto freni di ferro, non già ai cervelli italiani, e peggio ancora alle forze perpetuamente operative del mondo.Ma per tornare all'argomento, si potrebbe aggiungere, in prova del maggior danno che, disperando, partoriscono le storie sopra la poesia, quest'altra considerazione, che lo storico si presume almeno abbia a ragionare per tutti, mentre il poeta per sè solo sente.E ciò nonostante il poeta disperando sgomenta troppo più dello storico. Lo storico per ordinario favella a pochi eletti; il poeta alle moltitudini; il primo sponendo i suoi pensieri incontra intelligenze assuete a meditare; donde l'esame e la confutazione, fecondi entrambi di benefizio inestimabile in pro della verità; il secondo commove cuori con lapercossa della convinzione, la quale non si discute ma si sente, e la più parte dei cuori geme inferma pei mali presenti e pel presagio degli avvenire. Questa convinzione poi casca giù pesa come mazza da arme qualora si parta dal Byron o dal Leopardi.Però il Byron troppo diverso dal Leopardi: quegli è quasi vento che manda sottosopra l'oceano, questi il simoun del deserto, che dove passa sterilisce; lo spirito del Byron, come Giacobbe che contende con l'angiolo, lotta, si contorce, urla smanioso, tenta mordere e talora anco morde: insomma è battaglia di anima legata alla materia, sforzo d'intelligenza che vorrebbe spingere il volo nelle regioni più sublimi dell'empireo e rompe l'ale ai ferri della gabbia: bufera d'ira e di dolore suscitata dalla impotenza a penetrare la ragione de' misteri che non può conoscere nè dare all'oblio: ma la procella passa e torna il sereno così profondamente limpido, così gloriosamente divino, che appuntandoci gli occhi ci vedi lassù nell'alto la Speranza e Dio. Non così la disperazione del Leopardi: come infeconda, la sperimentiamo del pari generosa: infelicissimo egli era per cause intrinseche ed estrinseche; fuori di lui padre rigido, censo angusto, uomini avari, tempi o nemici o poco propizi alle lettere; dentro lui salute incerta, deformità umiliante, inettezza a operare da uomo; di qui l'umore nero che a mo' di caligine si frappone tra lui e gli oggetti circostanti, e la sazietà di tutto, perfino delle cose che non poteva averesperimentate, la scredenza e il decreto che condanna gli uomini a miseria immortale, perchè egli si sente senza rimedio infelice. Dai canti del Byron nessuno cavò argomento di appiattarsi dietro la lapide del sepolcro dinanzi ai certami della vita; molti per converso ci trovarono acciaro per farsene usbergo al petto e combattere pertinaci contro gli uomini, le cose, e, se la necessità lo portava, contro lo stesso destino; mentre è ricordo pieno di amarezza quello di avere trovato il volume di poesia del Leopardi in tasca al giovane che sul principio di questo anno 1857 si precipitò dal ponte di Carignano. Che fosse piccolo ingegno Giacomo Leopardi non è da dirsi, pure torremmo volentieri licenza di dubitare assai se la fama a cui saliva egli meritasse intera per ciò che spetta a splendore d'immagini ed altezza di concetti e a facile eleganza di eloquio, ma senza dubbio poi, giusta la opinione nostra, la demeritò come poeta cristiano e come poeta civile. Per ultimo, qualunque potessero essere state le colpe di Giorgio Byron, gli vennero riscattate dall'ultimo canto agitatore della sua anima ad infiammarsi di entusiasmo per la Grecia a guisa di leone che si sferza i fianchi, e dalla morte incontrata per rivendicare in libertà cotesta patria del bello. Meritamente la sorella Augusta volle che su la tomba di lui si tenesse memoria del pellegrinaggio del fanciullo Aroldo e di cotesta morte; tanto basta per raccomandarlo alla ricordanza, e, quello cheimporta più assai, allo amore immortale degli uomini.

Garzon nato al soccorsoDi Grecia, or ti rimembraPerchè alla lotta e al corsoIo ti educai le membra.Che non può un'alma ardita,Se in forti membri ha vita?

Garzon nato al soccorso

Di Grecia, or ti rimembra

Perchè alla lotta e al corso

Io ti educai le membra.

Che non può un'alma ardita,

Se in forti membri ha vita?

Il petto dell'uomo forte rimbomba gagliardo all'urto delle nobili passioni come lo scudo di acciaio al picchio della mazza guerriera. La forza fisica comparte potenza di fare e di sopportare, e in verun tempo mai fu di necessità che gl'Italiani si trovassero capaci all'una come all'altra virtù. — L'anima sola, comecchè prodigiosa nelle sue facoltà, non basta per trattare ferro, nè durare alle fatiche ed ai dolori; talora sembra che cavalchi il corpo a mo' di destriero, ed invero lo cavalca, lo sprona e lo avventa, ma lo sforzo dura poco e vien meno. Hanno i Córsi un proverbio egregio, che suona: «se il giovane volesse, e il vecchio potesse, cosa è mai non si facesse?» La forza resulta dalla sanità, la quale a sua posta deriva dagli organi sortiti da natura e per industria mantenuti perfetti; e poichè degli organi si vale lo spirito per conoscere le cose, egli è evidente, che quanto meglio in questo stato mantengonsi, più distinte, precise e limpide porgeranno le idee, dal confronto delle quali emana il giudizio.

La semplice sposizione dei magnanimi gesti rende sublime lo scritto, poco rileva se prosa o poesia; adesso se nobile intento e degno di lode è riportarle, divina cosa parrà certamente concepirle ed operarle: ora senza che il corpo risponda amico all'anima questo non si può. Koërner cantava e combatteva i nemici della sua Patria, e il commiato della tremenda canzone fu il sangue sparso sul campo di battaglia; gl'italiani scrittori abbisognano di membra ben disposte e gagliarde prima per sentire profondamente quanto si avvisano far sentire altrui; poi per confermare con l'esempio le parole. Ai tempi nostri furono visti istigatori indefessi ad avventurarci ad ogni impresa per quanto arrisicata si fosse: se non arrivava l'ora del pericolo, davvero tra Achille e loro pareva non ci avesse a correre divario; ma l'ora venne, ed essi cagliarono; anzi fecero peggio, avversarono e calunniarono chi qualche ultima favilla della virtù italica accoglieva nel cuore: donde ciò? Forse da anima venduta? Dio guardi da supporre viltà anco negli emuli. Questo fie più retto come più onesto credere, che derivasse dalle membra infievolite troppo nella ignavia e nelle mollizie, cui per salvare dall'obbrobrio che meritano, decorano col nome di studii civili. Di tutte le arti tiranniche dobbiamo maledire quella che divezzò i cittadini dalle armi, le quali sono tutela in guerra, nella pace decoro, e conferiscono sempre alla prestanza del corpo non meno che alla ferma salute.

Un atto risoluto può uscire, anzi per ordinario esce da un furore, il quale per essere subito non cessa di comparire divino, come a mo' di esempio fu quello di Pietro Micca quando appiccò il fuoco alla mina per salvare la Patria; e di questo come di tanti altri gesti conformi troviamo idonei anco i temperamenti segaligni e morbidi, ma la pazienza delle lunghe e replicate sensazioni dolorose, l'impero dell'angoscia, la mente indomita fra le torture sono frutto di membra provate al travaglio. Tommaso Campanella durò 40 ore il tormento a Napoli atroce così, che le funi segavangli le ossa e le vene gli laceravano; costretto a sedersi di tratto in tratto sopra il legno acuto e tagliente che glidivoròla sesta parte della carne, e la terra bevve dieci libbre del suo sangue, egli non disse verbo, e se ne vanta a ragione. Dei circostanti, egli racconta, taluni gli dicevano vituperio, ed a esasperargli il dolore squassavano le funi, tali altri alla sfuggita della mirabile costanza lo commendavano, ma egli si tacque, perchè favellando gli sarebbe parso di restare vinto, servo del dolore, e affatto indegno di vivere. Nè l'uomo può rimanere contaminato se prima nol consenta; e poichè consentire sta in noi, così del pari sta in noi serbarci puri. In questa guisa del pari Epitteto scrisse e con lo esempio confermò, ma nè l'uno nè l'altro avrebbero retto allo strazio crudele se per abito lungo non si fossero assuefatti alla fatica e all'ambascia. E per noi Italiani lastagione del dolore, oh! non è anco passata, no; e in ogni caso giova starci parati a tutto: dicono che Annibale da quando venne in Italia costumasse portare il veleno dentro lo anello, nè lo depose dopochè ebbe vinto alla Trebbia, al Trasimeno, e a Canne, e fece bene, che lo adoperò più tardi, e noi da gran tempo proviamo la fortuna nemica. Forte di membra pertanto d'uopo è che sia lo scrittore italiano per sentire e per patire, per significare alla Patria parole magnanime, e per confermarle con l'esempio.

Le membra gagliarde apparecchiano albergo convenevole all'anima forte; donde deriva cotesta ordinata compostezza di concepire, di esprimere e di fare. La forza vera non si mostra mai arruffata, nè disonesta la sua dignità con moti violenti; i forti quasi mai sono feroci, i deboli impauriti sempre. La massima parte dei simulacri vetusti di Ercole rappresentano il semideo in atto di riposo, e ciò dovrebbe avviare la mente a meditarci sopra, perchè più c'insistiamo col pensiero e più troviamo stupenda la sapienza degli antichi effigiata per via di simboli. Dalla contemperata fortezza dell'animo e del corpo emana il senso del buono e del bello morale, quasi dalle corde l'armonia; e l'armonia insomma invita ad operare il gesto illustre, e a cantarlo: piacciono le azioni magnanime perchè armoniche e belle, le nefande aborrisconsi perchè stonano e appaiono laide. E qui ancora a significare intero il concetto bisognaricorrere al senno amico, che finse Amore seduto sul dorso del Leone guidarne i passi modulando la lira. Giammai fu vista più bella immagine significare concetto più bello.

Argomento di arguta disamina ci somministra il quesito se giovi o no al letterato torre donna. Oltre al vero fece fortuna il detto (come ai mordaci ordinariamente avviene) che il matrimonio nasca dallo amore come l'aceto dal vino, mentre spesso anco avviene che l'amore, quasi ritraesse dalla natura del bigatto, non partorisca seta se prima non abbia perduto le ale. Però difficilmente si potrebbe negare; il fatto non cammina favorevole allo assunto di coloro che vorrebbero l'uomo letterato con la moglie al fianco e i figliuolini in grembo; fra gli antichi Omero per quanto sappiamo, non condusse donna, e dei Latini non la ebbero Virgilio nè Orazio; dei quattro Poeti, che noi altri Italiani salutiamo principi, se togli Dante, gli altri rifuggirono le nozze, nè egli si lodò di cotesta sua Gemma Donati; fra i moderni si mantennero scapoli l'Alfieri, il Parini, il Foscolo, il Niccolini, il Giusti ed altri parecchi, e certo quel sentirsi appellare coniugato, per via di traslazionedesunta dal giogo che preme il collo alla coppia dei Bovi, non è cosa che vada troppo a sangue. Il Byron sperimentò martirio questo benedetto nodo, e forse lo fece provare. In sentenza poi hacci ribocco piuttosto che abbondanza d'improperii così in prosa come in rima contro il torre donna non pure dei letterati, ma di ogni altra maniera cittadini altresì: anzi la satira contro il matrimonio per coloro i quali si esercitano in cosiffatti componimenti somministra soggetto obbligato come sarebbero pei predicatori le anime del purgatorio; e la fiera filippica di messere Giovanni Boccaccio, da disgradarne quale altra più acerba di Demostene o di Tullio, vuolsi tacere per non venire in fastidio alle donne gentili, quantunque, come per mettere un po' di faldella alla piaga, egli la conchiuda così: «nè creda alcuno, ch'io per le sopradette parole voglia dissuadere agli huomini torre moglie, anzi il lodo molto, ma non a ciascuno: lascino i filosofanti sposarsi a ricchi sciolti, a signori, e a lavoratori; essi con la filosofia si dilettino, la quale molto è migliore sposa, che alcun'altra.»

Ciò nonostante sembra potersi affermare, che se a molti tornò di pregiudizio la cura della famiglia, parecchi altri stupendamente promosse: donde ne deriverebbe a mo' di regola, che per salire in fama torna lo stesso condurre moglie o lasciarla, e forse giova più averla, che no. E poichè questo non verrà di leggieri consentito,massime dopo le premesse poste in capo al capitolo, sarà necessario discorrere parcamente alquante parole a mo' di dimostrazione.

E non ci ha dubbio, l'amore finchè gli durano le ali e la balìa di volare vive una vita tessuta col profumo della infinita famiglia dei fiori; ma i fiori cessano, e la dolce stagione con essi; in breve sopraggiungono i giorni mesti dove è povero il sole e la natura arcigna, nè le membra intirizzite tu ti scaldi se non gettando con le proprie mani legna nel tuo focolare, e l'anima gelata col calore degli intimi affetti. Havvi una gioia che non teme mutamento di tempo, e per primavera non cresce, come per autunno non menoma, ed è la domestica: se la donna torna incresciosa pel vaniloquio, non è sua colpa, ma di cui la educò frivola; s'ella ti empie d'inezie, di vanità, di voglie perpetuamente mutabili, di bambineschi intenti, di lussi rovinosi e non pertanto ridicoli la casa, non è sua la colpa, bensì di quelli che l'allevarono arnese di voluttà, non compagna nella vita. Con le donne quasi sempre siamo a tempo per correggere: il nodo sta nel saperlo fare. Poco basta alla donna per apprendere molto, imperciocchè il cuore col soperchiante affetto le illumini la mente; e in poesia tutto, nelle altre discipline massima parte resulti dall'intelletto acceso dallo amore. E se la donna virtuosa è corona di gloria sopra la fronte del marito, va sicuro che neanche la donna muteràl'illustre consorte avventuroso o no per veruno di quelli (e fingitelo potentissimo) che a null'altro sanno raccomandare la propria memoria, eccettochè alle monete. La donna e l'uomo non uscirono alla vita per vivere separati, nè per costumare a modo di belve, chè questo non consentono lo spirito arguto e il senso della dignità, quindi ebbero doti alquanto diverse, le quali conferite insieme si compiono perfezionandosi. La donna, impera gli accesi desiri della balda gioventù; la donna quando l'ambizione od altra più acuta cupidità delusa ti accese la febbre nel sangue, può posando il tuo capo sopra il suo seno, e con le amorose mani abbracciandolo, ricondurci il sereno; ti visiterà prigione, ti curerà infermo; se la vita ti fie croce da portare sul Golgota, quale troverai Cireneo che più ti sovvenga della donna? E se al contrario un tripudio sempre felice sopra i fiori al tremolìo di stelle, ella te ne raddoppierà lo incanto, imperciocchè gioia solitaria sia mezzo dolore; e morire con la tua nella mano della tua donna quasi pegno di nozze immortali, non ti par ella esultanza suprema? Certo sì, se avvertirai come la scienza della lunga vita consista nel sapere morire un'ora. Qualche volta la moglie non volle sopravvivere al dolce compagno, e la sola volontà bastò ad ucciderla; quando poi non trovò la volontà potente da tanto, allora ricorse a partiti estrinseci; e talora eziandio lo precedè nella morte, insegnandogli con divina virtù come si deva alla innocenza posporre la vita.

Vi ha tale che sostiene essere i figli un getto di dadi sul tavoliere della fortuna; o asso o sei, senza che i tuoi accorgimenti valgano, o poco a riparare come a promovere; e davvero qualche volta sembra per lo appunto così, ma per ordinario non vi ha natura per trista che sia la quale non ceda alla virtù del precetto, e meglio degli esempi buoni. La natura che noi costumiamo considerare inanimata alle diligenze del cultore s'immeglia, le belve stesse alle amorevolezze ammansiscono, ora con quale consiglio o con quanta verità vorremo credere disperato con le anime razionali quello che vediamo partorire ottimi effetti con le piante e con le belve?

Ah! il figlio buono.... chiudi gli occhi e fingitelo in culla roseo e come l'ego dormio sed cor meum vigilatdello Albano; — fingitelo giovancello quando il suo intelletto si apre ai raggi della scienza come la magnolia a quelli del sole, e tramanda profumi di sapere; — fingitelo poeta col capo incoronato da una luce che sprilla dai suoi medesimi pensieri; — fingitilo nel foro, in campo, magistrato o soldato...... si vide ella mai maggior copia di affetti? E bellissimi tutti e tutti divini; nella somiglianza loro diversi, nella diversità concordi, pari ai colori dell'iride, che uniti insieme compongono il fascio della luce, essi formano Amore.

Comecchè tu sperimenti ottimi la consorte ed i figli, anzi per questa loro bontà appunto, altri contrappone,ti si moltiplicheranno le angoscie che tragge seco la famiglia, e lo scioperio, e il divagamento. Certo se penserai cavare tutta la tua scienza dai libri, corri grandissimo rischio che l'abbia ad andare così, ma bada che la natura è il massimo dei libri, e gli uomini e le fortune loro ne fanno le pagine; e coloro che durano nei tempi imperituri ad altro libro, per ordinario non lessero se non in questo uno; e affanni, e gioie, e cure, e necessità sono ale che impennano la fantasia e l'ingegno, non altramente che per ogni vento blando o impetuoso vibrano le corde armoniche dell'arpa eolia.

Dallo avvicendarsi uffici benevoli, dai soccorsi scambievoli, dalla corrispondenza degli affetti, dalla comunione del riso, e più da quella del pianto, dalla vita insomma per quanto n'è concesso unificata nasce la sostanza della quale si alimentano gli amori perenni.

Dalla necessità di ben governare il censo avito, o di procacciarlo se manca, da quella di allevare, nudrire, educare ed incamminare i figliuoli, stringere parentadi, coltivare le clientele, gratificare le amistanze, versarsi insomma entro ogni maniera di negozii domestici oltre a disporre la tua mente a ben considerare le cose, l'arricchisce del senso pratico senza del quale le teorie o non giovano, o le provi fratte da scavezzartici il collo. E di questo hai a persuaderti, che chi governa bene la famiglia, riuscirà eziandio ottimamente ad amministrarei pubblici negozii; e col trattato del governo della buona famiglia di Agnolo Pandolfini, o di Lionbattista Alberti che sia, ti capiterà di mostrarti più atto al maneggio della repubblica, che non co' dogmi di Aristotele, o co' ghiribizzi di Platone.

Se abbondano in te la tenerezza e la fantasia, la famiglia ti farà poeta nuovo, ed invece di logorare l'estro a raccontarci amori, su i quali per quanto Venere piova dallo aperto cinto grazie immortali, ella non può impedire che dalla materia surgano, e nella materia si spengano, dirai le gioie e gli affanni dei casti talami, della cuna e della bara de' figliuoli, i riti, le solennità, le feste, e tutto quello infine che nella famiglia si accende, e per istarvi celato non tramanda meno il benefico calore dintorno. Poche di queste poesie abbiamo noi, e dell'egregie pochissime. Gl'indiani ne posseggono in copia, e le donne vi si mostrano, e non poteva essere altrimenti, valentissime; degl'inglesi, degli americani e dei tedeschi non si parla nemmeno: or come noi ne patiamo scarsezza? Arduo spiegarlo, ma di queste tre cose una n'è colpa di certo, o manco di affetto svaporato nella tremenda vanità, o natura vinta dal costume d'imitare poetando anzichè significare quello che detta dentro l'amore, o difficoltà dello idioma nostro, che eletto sopra ogni altro mai senza molto studio non risponde al pensiero amico e franco: ma di questo più largamente altrove.

Se all'opposto soverchiano in te la meditazione e il calcolo, la famiglia ti somministrerà larghissimo argomento a studii di economia, di agricoltura, di architettura, di ammaestramento (base suprema e trascurata troppo della famiglia del pari, che della società), e delle discipline molteplici che ci mettono capo. Se sai, e se vuoi, gli studii domestici ti vestiranno di tutte arme così, che uscendo di casa potrai esercitarti nei certami dei Parlamenti e dei carichi pubblici senza pure avere bisogno di abbassare la visiera, od allacciarti un fermaglio. I cittadini si fanno in casa; operano in città.

Distratto in tanti e tanto gravi negozii il letterato nostro riuscirà senza dubbio meno fecondo: che monta questo? Morire in cento tomi può talora giovare a cui scrive, ma il fatto prova che nuoce sempre a chi legge. I nostri vecchi, cessate le faccende fuori di casa, quelle di dentro messe in sesto, riducevansi nello scrittoio, e quivi dopo molta considerazione aggiungevano quattro fili o sei alla trama che ordivano durante la intera loro vita; scarse in numero le opere, ma gemme della patria letteratura. Quante volte fece, disfece, e rifece poi quel benedetto Bernardo Davanzati le sue pagine! Però le ridusse a perfezione, nè per molta industria tu ci adoperassi sopra sapresti o torre, o apporre, o migliorare periodo; e dirimpetto alla sterile fecondità moderna, che cosa sono i due volumi del Giannotti, il volumedel Gelli, o quello del Soderini, o l'altro del Vettori, le storie del Segni, il trattato del Cavalcanti, anzi le stesse scritture del Macchiavello e del Guicciardino, se ne sceveri quelle che spettano a negozii pubblici, e dettate per ragione di officio? I diamanti si lavorano sottilmente con lungo studio, su i macigni si tira giù la mazza quanto portano i bracci. Nulla importa agli uomini possedere di molti libri; a bruciarne cinque sesti sarebbe tanto guadagno; preme invece moltissimo averli buoni.

E tutto questo forse nello spirito di taluni varrà a cancellare le ragioni esposte sul principio del capitolo, e persuaderli a torre moglie: e ciò veramente per ora non si vorrebbe. Ci hanno periodi più o meno lunghi nella vita dei popoli nei quali bisogna con ogni partito richiamare la perduta virtù, ed anco la primitiva ferocia. Niccolò Macchiavello parlò distesamente della necessità di ricondurre di tratto in tratto gli Stati ai loro principii a fine di preservarli dalla corruzione; questo è da intendersi ai loro contrarii, e così spiegata la sentenza si accomoda agli Stati ugualmente bene che alla famiglia, ai popoli che agl'individui. Ora siccome lo scopo non pure degli scritti e dei pensieri, bensì fino dei palpiti dell'uomo ha da essere il bene della Patria, in tale stremo ogni dipersione di energia vuolsi riprendere come quasi delitto. E non direbbe la verità colui il quale negasse gli affetti per la mogliee pei figli nulla potere sul cuore dell'uomo. Il cacciatore quando ha messo le mani addosso al leoncello già tiene il leone, e Tiberio la pensava come il cacciatore rispetto ai figliuoli di coloro ch'ei disegnava a morire. Saul, quel sì acerbo cuore, rimpiange di essere padre, però che se nol fosse già si sarebbe tra i nemici ferri scagliato da gran tempo, e avria già tronco la vita orribile che viveva; e gli affetti di padre e di marito pur troppo inviliscono i petti umani, e li dissuadono dai proponimenti feroci. Chi fra i moderni dotato di natura gentile reggerebbe alla donna sua, amata del pari che venerata, di alta stirpe discesa, per alti sensi famosa, farglisi incontra col figlio in braccio, unico frutto di santissimo amore, su la soglia della porta donde si sorte al campo nemico, e dopo averlo salutato co' nomi

Di padre, madre, fratello e marito,

Di padre, madre, fratello e marito,

scongiurarlo a non varcarla, e starsi seco? Tra i moderni non mi sovviene alcuno, e tra gli antichi Ettore solo; per la quale cosa anco dopo tanta onda di secolo la sua fama, comecchè vinto, con altre poche siffatte costituisce lo scarso patrimonio della dignità umana, mentre la fama del vincitore lusinga unicamente l'orgoglio del luogo che gli fu patria. Conchiudesi giovare anzichè nuocere le sollecitudini e gli affetti di famiglia così allo incremento come allo esercizio delle facoltà intellettuali, e quelli doversi ricercare e contrarre;a tempi ordinarii però: negli altri poi dove le necessità patrie t'impongano stare sempre parato a mettere in isbaraglio la vita, sarà prudente astenercene. Nello intelletto dello schiavo, che anela a rompere le dolenti e vergognose catene, non può capire altro pensiero che non sia libertà.

Forte pertanto il letterato e civile deve esercitarsi in forte e nobile palestra; le parole dalla sua bocca hanno da scoccare come dardi dall'arco e ferire acutissime le male pesti che più da vicino travagliano l'umano consorzio; di fatti si abbia in mente sempre, che principale fra le imprese di Apollo fu saettare il Pitone. Ora le male pesti vedemmo secondo i tempi varie, però quantunque diverse non disgiunte mai dalla viltà; qui dunque importa rivolgere massimamente la parola acuita, qui le magnanime ire.

Ma, ahimè! lo spirito umano tanto usa ed abusa della facoltà di discorrere per diritto e per traverso l'interminabile spazio delle cogitazioni, che ad ogni piè sospinto nella via che più ti appariva retta tu inciampi in qualche contrasto. Di vero corre certa opinione (la quale per essere stata professata dal Goëthe diventò quasi precetto) dissuasoradal mescolare alle lettere qualsivoglia lega di passioni popolesche:

..... orecchio ama pacatoLa Musa, e mente arguta, e cor gentile.

..... orecchio ama pacato

La Musa, e mente arguta, e cor gentile.

Nella quiete stanno l'ordine e l'armonia, nel tumulto dissonanza; gl'impeti disonestano i moti del corpo, le facoltà dell'intelletto scompigliano. Linfe pure, incenso immacolato e spirito sereno desiderano nei sacrifizii le Grazie. L'arte di sè si nudrisce, ed a sè stessa soddisfa; non va dintorno a limosinare il plauso degli uomini; gli aspetta al tempio dove detta leggi, non ne riceve nessuna; quando altri non la curi o non l'attenda, che preme a lei? Ella suona o canta per le Muse e per sè. Precetto e formula di cosiffatta opinione è la seguente: esercitare l'arte per l'arte.

Questo ne sembra errore. Poichè le lettere formano il pane quotidiano dell'anima umana, male possono e meno devono starsi superbe da parte, ma come quelle che molto ritraggono della mente divina, e perciò della bontà di Dio, hanno a farsi incontro ai derelitti, agli agitati, agli oppressi, ed immedesimarsi con loro; dei palpiti loro palpitare, ai fremiti fremere. Fra quanti conosciamo importuni consolatori veruno ci apparisce più detestabile degli amici di Giobbe, i quali lo redarguivano co' sofismi, o con rimbrotti lo aspreggiavano; diversamente i Côrsi, ed anche oggi l'osservano:l'amico si conduce nella casa percossa dalla sventura, vi penetra pian piano, si accosta al desolato, lo abbraccia, lo bacia in bocca, e poi si accosta alla parete dove o piange sommesso, o, piegata la faccia, tace. Per lo scrittore sviscerato della Patria si para davanti troppo più nobile scopo, che quello di sentire lodare il suo libro per bello, ed è di udirlo lodato per buono. Le statue si fanno di marmo, e fredde, ed immobili; dentro ai musei ripongonsi, dove la gente una o due volte nel corso della sua vita si fa ad ammirarle; non così le lettere; queste con noi vivono: a mensa siedono con noi, sul capezzale del nostro letto riposano, le nostre veglie consigliano, i sogni stessi rallegrano, ammaestrano e dirigono, con noi scendono nel foro, ci accompagnano nella curia, pellegrinano, esulano, s'imprigionano con noi. Quale pertanto spetta ufficio alle lettere umane ai giorni nostri? Quello della colonna di fuoco, che condusse gli ebrei fuori dalla schiavitù dell'Egitto.

Può accadere benissimo, anzi sarà, che le lettere in questo modo ed a simile intento professate scapitino di certa armonia nelle parti, nelle forme ridondino, insomma presentino alquanto della indole tumultuaria; ma che perciò? Esse troveranno compenso, che vale a mille doppi lo scapito, nel maggior calore, nella vivezza delle tinte, negli sprilli abbaglianti di subita luce. Ma la causa vera per la quale le lettere devono agitarsicon le commozioni della vita dei popoli non è questa, bensì quest'altra. Le lettere non appartano l'uomo dai doveri del cittadino; al contrario, per esse, questi obblighi a dismisura crescono; quindi in ciò si abbia sempre fisso il pensiero, che se piace alla Patria che il cittadino detti buoni libri, molto più preme che egli operi ottime azioni. Adesso azione di suprema bontà di cittadino fra popolo libero e incivilito consiste nel persuadere, o ammaestrare come la libertà bene si usi, e come il retaggio della sapienza si mantenga e si accresca, fra popolo oppresso e barbaro, come possa la libertà rivendicarsi, la ferocia correggersi, e i beni dello intelletto conseguirsi. Chè se al cittadino tanto gli valga l'ingegno, e lo sovvenga la fortuna da compiere a un punto una buona azione ed un'opera egregia, allora dovremo celebrarlo meritissimo e felicissimo. Quando poi il suo libro non riesca mirabile di dettato, sarà pur sempre opera buona, e di queste massimamente pei tempi che corrono abbisognano la Patria e l'Umanità. Noi siamo fronde di albero, queste vengono e vanno; il punto sta che il ceppo si mantenga, e di giorno in giorno con la sua vetta si avvicini al cielo. Che presunzione sarebbe mai quella, che ogni sasso nelle basiliche volesse mostrare ai posteri la singola sua apparenza? Trista celebrità è quella che resulta dal trovarsi separati dalla fabbrica: imperciocchè dimostri che te come inetto o cattivo scartarono, eadesso rimani sopra la pubblica strada inciampo a chi passa.

Dalle quali premesse sembra potersi inferire con sicurezza, che si versino in massimo errore quelli i quali sostengono la febbre politica e le altre che in giornata agitano il consorzio sociale tornare in esizio alla coltura delle lettere.

Se cessati i ragionamenti vogliamo consultare i fatti, troveremo come le passioni, segnatamente le politiche, abbiano partorito le più nobili composizioni o vogli in prosa, o vogli in versi, che onorino lo intelletto umano. Poche poesie noi troviamo da contrapporre agli inni splendidi di Moisè e di Debora. Moltissimi fra i salmi di David, i treni di Geremia, le visioni dei Profeti, che cosa altro sono elleno mai, tranne poesie politiche? Le canzoni che meglio tra le altre si stimino, e che meritino veramente se ne faccia caso nelle rime del Petrarca, spettano alla politica, alla politica i canti che nellaDivina Commediavanno cercandosi con maggiore divozione.

E messi alquanto in disparte i fatti per tornare ai ragionamenti, volgiamo il pensiero a considerare le regole dell'arte; e innanzi tratto, che cosa queste regole sono elleno mai? Sono raccolta di precetti desunta dai libri dei meglio reputati scrittori perchè dieno norma a quelli che vengono dopo per conseguire il senso di concepire e la facoltà di ritrarre il bello. Ma qual bello? Per certo quello che seppero comprendere ed effigiarefino a quel giorno; ma il bello rimase esaurito con essi? Trovarono veramente, e trovate tentarono tutte le vie che menano a quello? Si chiude ella la intelligenza umana, come Pier Grandenigo fece la serrata del gran Consiglio di Venezia? Ancora nel comporre questo decalogo del bello consultaronsi tutte le produzioni dello spirito umano? Come furono rappresentati i popoli dell'Asia, come i settentrionali, e per non dilungarci troppo, come i Germani e gl'Inglesi? Ancora; qual fu il giudizio che presiedè alla scelta? Diversi i modi di concepire il bello secondo l'età, i tempi e i luoghi, onde farebbe mestieri che lo intelletto commesso fino dai primi giorni in compagnia al sole avesse perlustrato co' suoi raggi, e perlustrasse il globo: nè basterebbe, conciossiachè sapete voi come volerannno e come canteranno i Cigni nelle età che il tempo tiene tuttavia chiuse nelle sue mani? Chi diè la norma al Dante? Veramente si ignora; e chi somministrò all'Ariosto il modello di dondolare pei campi del piacere sempre vago e sempre vario ad ogni moto? Certo se non furono le nuvole estive che vagano pel cielo tirreno quando tramonta il sole, noi non sapremmo. E qui fa capo eziandio un altro riscontro di distinzione fra le lettere e le arti. Le arti, come quelle che imitano suoni ed aspetti di natura fisica, possono più o meno sottoporsi a certe discipline; ma le lettere essendo espressione d'intelletto e di sentimento sconfinati non conosconoforme, regole o discipline determinate: il finito mal può comprendere l'infinito. Pari il firmamento e il bello; veruna traccia fissa tu ci vedi per entro, e da per tutto smagliano stelle.

E poichè molte altre parole saranno dette intorno a questo argomento nel proseguire del discorso, così sarà bene per ora rimanerci a tanto ponendo in sodo che le lettere le quali non si mescolano alle nostre gioie e ai nostri affanni non sono Angioli consolatori mandati da Dio, bensì Lemuri e Spettri venuti ad atterrirci con la rimembranza del morto passato, o co' presagi del dolente avvenire.

Le lettere mirano indietro come colui che piglia campo per avventarsi più abbrivato nell'avvenire; vita, speranza sono le lettere, e avviamento certo a quella perfettibilità alla quale consentirono i cieli che l'uomo pervenisse quaggiù come ragione del vivere e ricompensa della fatica.

Non tutto concedesi a tutti, ed è parte di sapienza non piccola credere così, e chiamarsi soddisfatti che così sia; imperciocchè laddove all'anima i desiderii donassero ali sarebbe piuttosto colpa che viltà astenersi dal volo, il quale con lesue ampissime ruote comprendesse quanto uomo può sapere, ed anco più oltre. Questo la Provvidenza non volle; però battere col desiderio ad una porta che non si aprirà mai, è tale agonia che mena alla demenza od alla disperazione.

Difficile sopra modo penetrare gli arcani di Dio, però quanto più l'uomo si terrà lontano da siffatta prosunzione tanto meglio farà, e tuttavolta se disegno di lui fu che gli uomini uno dell'altro abbisognassero affinchè il consorzio appetissero, per gli scambievoli offici si ricercassero e prediligessero, certo non senza alto consiglio era creata la varietà degl'ingegni e dei talenti, affinchè dove quegli mancava questi supplisse.

Non per ciò si deve intendere che l'uomo si mantenga tanto chiuso nella sua arte o scienza che le altre dispettoso ripudii; mai no, bensì s'intenda in questo altro modo che ponendo egli il fondamento in una cosa le altre più o meno da lontano saluti, o tanto cerchi, quanto conferiscano a somministrargli migliore notizia della sua. Inoltre occorrono certe maniere di arti e di scienze che arieggiano fra loro come figliuole genuine dei medesimi parenti: arti e scienze di cui una non può levare la voce senza che l'altra non vi risponda, e queste talora vedemmo ospitate sotto un medesimo tetto, e con santo amore e pari prestanza coltivate tutte. Fra gli artisti Michelangiolo le universe arti, che chiamansi belle, esercitando lasciò incerto il giudizio dei posteri in quale primeggiasse.Lionardo da Vinci oltre a questo lasciò libri su la pittura, intorno alla statica, e delle cose fisiche molto scrisse o poco noto ai suoi tempi, o affatto ignorato, e per virtù sua da lui solo conosciuto; inventò strumenti nuovi e musicò egli stesso soavissimamente. Terribilissimi per moltiplice e svariato sapere, come lo furono coi fatti, anco i frati tra noi, massime Tommaso Campanella e fra Paolo Sarpi, storici, matematici, di ogni arcano di natura ricercatori solerti e scuopritori spesso felici; e per non dilungarci troppo basti allegare per tutti Giovanni Pico della Mirandola.

Ma se comparisce naturale che in messere Francesco Guicciardino e in Niccolò Macchiavello il maneggio dei pubblici negozii accenda l'attitudine a bene comprenderli e l'arte di vestirli con accomodate parole, può parere in altri ostentazione di talento, e diremmo quasi d'jattanza, sciorinare opere fra loro disparatissime. Così non troviamo niente a riprendere alloraquando Goethe canta inni su tutte le corde della lira alemanna, e tesse drammi a foggia di quante scuole comparvero fin qui; taluni, nuovi, ricavati dal proprio intelletto e detta romanzi e memorie; regge teatri ed amministra lo Stato; ma sembra che non isfugga allo spruzzo di vanità quando egli imprende a trattare di mineralogia, e, secondo che ci affermano, anco di anatomia. Nasce dubbio eziandio, che talora il versarsi in discipline troppodiverse sia segno di mente piuttostochè ampia, sformata, come a modo di esempio ne comparisce quella dell'Hoffmann, il quale sedeva giudice in tribunale e immaginava racconti di cui la creazione contendonsi le Muse e la Pazzia, dipingeva vôlte, intagliava modelli di smerletti, e presiedeva alla orchestra di teatro. Però badisi che non senza disegno qui più che altrove si adoperarono formule dubitative, conciossiachè se vanità espressa o follia questo moltiplice trasformarsi si ha da reputare nei mediocri (com'era quel tale giureconsulto che, conferendo col Montaigne, invece di parlare di leggi gli tenne discorso continuo di fortificazioni), la esperienza e l'ossequio in cui meritamente si devono avere gl'ingegni rari ci renda rispettivi a giudicarli; chè la temerarietà è quasi vaiolo, il quale se incolga ai giovani, stante l'avventatezza della età, non si giudica mortale, diversamente negli anni maturi: tuttavolta si può riputare provato che chi troppo si spande meno si addentra, e ne abbiamo prova nel Brugham, il quale non pago alla gloria di avvocato chiarissimo, di uomo di stato insigne, volle esercitarsi nelle discipline pedagogiche, nella chimica, nella fisica e via discorrendo: per modo che in taluna gli avvenne di mostrarsi meno che mediocre, e non poteva fare a meno. Imporre limite al corso dell'umano intelletto non sarebbe prudente, poichè quello a cui non arrivò una generazione pervenne l'altra; e quantunque anchea questo corso presentiamo un fine, pure ci torna difficile determinarlo, onde fie meglio non assegnargli limite alcuno, massime perchè non sapremmo come si potesse impedire all'uomo di oltrepassarlo quante volte gliene pigliasse vaghezza: lasciando pertanto liberissimo il corso alle inquisizioni della umanità, fie senno appunto per renderle più efficaci che l'intelletto del singolo uomo, piuttostochè sperperarle in troppe più cose che la sua natura comporti, si affatichi virtuosamente ad approfondire uno o due dei problemi, che tanti e tanto difficili si vanno di giorno in giorno moltiplicando intorno al suo miglioramento. Questa dottrina umilia la presunzione di parecchi, ma non è da farne caso, imperciocchè la prosunzione indichi la presenza della ignoranza, come l'odore dello zolfo una volta quella del demonio: gli uomini umili di cuore e sapienti di spirito assai di leggeri si persuadono non essere ognuno di loro libro compito, bensì tomo scompagnato di tale opera a cui non sarà dato fine che coll'ultima vita della umanità.

Agitarono un tempo con molta caldezza nelle scuole la questione se deva prima attendersi allostudio delle arti della parola, ossivvero all'altro di acquisire e di ordinare le idee: fra tutte le oziose dispute oziosissima questa; dacchè le idee nella mente umana sorgano delineate dalla parola, come gli oggetti sporgono fuori dall'ombra contornati per virtù della luce. La idea scevrata dal modo di significarla noi non sapremmo concepire, eccetto che come un dolore del cervello, e sarebbe peggio della moneta nell'arca dello avaro; imperciocchè la moneta quantunque chiusa possederà forma, contorno, e la sua testa e l'arme, ma la idea sarà meno che embrione; la prima, aperto il serrame, uscirà a fecondare dei commerci qualunque tocchi; la seconda, per quanto tu volga la chiave, non spillerà fuori della conserva. Nè possiamo separare nella nostra mente la vita dalla parola, o almanco dalla voce, e per ciò dalla idea; e questo così nell'uomo come nella bestia, restando omai posto in sodo presso lo universale che le bestie, per possedere organi più difettivi dei nostri, non perciò furono dotate meno del talento di manifestare gl'interni moti dell'animo giusta le loro necessità. Quando Dio animò l'uomo certamente gli disse quello che Michelangiolo dando del mazzuolo sul ginocchio a Moisè gridava:parla!Chè a ragione nel concetto di quel divino ingegno la vita si comprendeva nella parola. E forse senza paura d'inciampare potrebbe arrisicarsi di più, affermando che Dio stesso per rivelarsi ai mortali diventò parola:Deus autem erat verbum.Ma ciò poniamo per buoni rispetti da parte, e da parte mettiamo altresì quello che da altri egregiamente, e da noi nella guisa che potemmo migliore, fu detto intorno alla dignità, virtù e potenza della lingua, contenti di aggiungere questo che parrà a taluni soverchio e non pertanto si trova verissimo: valere la lingua a conservare la nazionalità dei popoli, meglio dei pensieri; anzi i pensieri conferire a dissolverla, quanto a stabilirla la favella; di vero i pensieri sono cosmopoliti, e corrono corrono senza guardarsi mai addietro, riuscendo magnifici e copiosi quanto più si allontanano dalla sorgente, mentre all'opposto le lingue compiaccionsi dell'aria paesana, e sovente per ritemprarsi amano di ritornare ai loro principii.

Qui vuolsi considerare la lingua come strumento, e sotto questo aspetto mirate un po' come il muratore prima d'imprendere il suo lavoro apparecchi la cazzuola, la squadra, l'archipendolo, la calce e i mattoni; lo scalpellino, i mazzuoli e le subbie; altri, altri arnesi; ora lo scrittore per chiarire gl'interni sensi non dovrà fare procaccio di buono e fido arnese com'è per lui la favella? Il gran-cancelliere d'Inghilterra Francesco Bacone insegnò con la profondità che in esso era natura, che l'uomo il quale sa tutto compendia tutto: adesso come potrebbe egli arrivare a questo se non conoscesse nelle più riposte viscere il valore delle parole per appropriarle alla più breve, efficace potente manifestazione del suo pensiero?

La sapienza umana, per quello che spetta all'uso che si può fare di lei, somministra strumenti, i quali forse non tornerebbe inopportuno distinguere in primi e secondi, a cagione non tanto della genesi quanto della importanza loro, e fra i primi pare che si possano riporre la lingua e la logica, nei secondi la religione, la poesia, le scienze fisiche e morali, la politica, il commercio, le industrie, seppure questi studii non devano, come si ha da credere, comprendersi nella denominazione generica di scienze fisiche e morali.

Non reca punto di maraviglia pertanto se la massima parte delle scritture italiane compaiano arruffate, e quasi diremmo orride, se gli studii della favella non solo si trascurino per negligenza, ma a disegno detestinsi; piuttosto dovremmo maravigliarci che non si mostrino peggiori. Appena poi reputiamo necessario avvertire che la retta intelligenza delle parole, quantunque ne sia massima parte, non costituisca però lo intero studio delle lingue; questo studio consiste eziandio nel venusto formare delle locuzioni, nello svariato ed elegante trapasso di periodo in periodo, di membro in membro e d'inciso in inciso; simili aggiuntature di periodo danno più fastidio che altri non pensa agli esercitati, per gl'imperiti poi sono disperazione addirittura; adesso importa sapere come si possa limpidamente abbreviare la orazione, ora come si deva con onesta pompa dilatare, e nell'uno e nell'altro stile come si conservila chiarezza, suprema dote dell'arte dello scrivere e del dire. Lo studio della lingua consiste massimamente per ultimo nell'arte di studiare le opere degli scrittori dei varii secoli, da tutti cernendo, e non imitando da alcuno, però che lo stile importa che sia cosa tua come la seta appartiene al bigatto, il mele e la cera all'ape, pasciuta che il primo abbia la foglia e la seconda succhiato i fiori. Quando si legge delle lunghe ed assidue cure che gli scrittori dell'antichità, non mica dozzinali bensì principi, come Cicerone e Demostene, ponevano per venire a capo di possedere l'arte della parola; i travagli che duravano, e perfino i viaggi che imprendevano, parrà non pure nuovo ma forte che senza viatico di sorte oggi taluni possano mettersi in cammino, sostenendo che le lingue non hanno già a considerarsi mummie, bensì spiriti viventi e ambulanti; formare il popolo le lingue; e tornare bene scrivere come si parla; perchè a fine di conto scopo dello scrittore è che lo intendano. Di queste sentenze parte errori, parte vero mescolato con molto falso. Il popolo e l'uso compongono le lingue, però il popolo perito e l'uso retto, altramente ti avverrà in lingua quello che partorisce in politica il suffragio universale presso un popolo ignorante e corrotto; colà ti deturperà l'idioma con ogni maniera sconcezze, qui ti eleggerà il tiranno. Scrivi pure come parli, a patti però che tu parli bene, e allora buon per te, se come pretendi sai; che se non va così,appunto per essere capito da tutti importa tu ti sviluppi dal mal'abito tuo o della tua terra, chè tu non iscrivi per Genova, Torino, Girgenti o Roveredo, bensì per la universa Italia; e se il cielo ti arride, non per gli uomini del tuo tempo unicamente, ma a quelli eziandio che lo chiameranno antico. Posa l'animo, in tutto e sempre troveranno gli uomini un fiore, una qualità scadente ed un'altra pessima, nè il fiore sarà mai patrimonio dei troppi, la quale sentenza significata in altri termini vuol dire che gira e rigira, tu non potrai levare l'aristocrazia dell'ingegno, e per conseguente l'aristocrazia di rivelarsi con modi ottimi. Puossi torre a Dante la patria, la facoltà del canto non si può. Re senza regno ne furono visti e parecchi, e o Dio! come grami, e nonchè serbassero parte alcuna di regio, appena parevano uomini, sicchè il senso che ispiravano non era già disprezzo, e nè manco ira, compassione bensì. Omero separare dalla sua Iliade non si può; dovunque vada, a qualunque età pervenga, sempre appare come è pur troppo re:

E va dinanzi agli altri come Sire.

E va dinanzi agli altri come Sire.

Guaio grande allo studio della lingua consideriamo questo, che essendo il trattarne difficile, riesce più che in altra materia spropositarne agevolissimo. Onde gli uomini di alto intelletto, quale l'argomento richiederebbe, volentieri lo adoperanoin opere più illustri non però più utili di quello che sia la filologìa, e poichè le aquile lasciano questa preda vi si affollano i corvi. La è proprio esultanza quando vediamo Dante volgere la mente a discorrere le ragioni della eloquenza volgare, e il Macchiavello impiegare nelle faccende della lingua l'acume di che fece prova in quelle di Stato; e degli antichi tacendo, documenti bellissimi sopra il soggetto arduo lasciarono Monti, Perticari, Giordani, Leopardi, Tommaseo, Niccolini, Manzoni ed altri, che pure dovrieno nominarsi, e che si passano non già perchè demeritino onore, ma per istudio di brevità. All'opposto angustia l'anima l'aspetto di non pochi (e comecchè degl'insetti umani fastidiosissimo provammo sempre l'insetto pedante, ad ogni modo vuolsi dire apertamente), i quali ai dì nostri più che altrove a Firenze si versano in lavori filologici con pretensione molta e senno poco, sia dettando regole, sia rivendicando alla meritata polvere quisquilie, che per dirne meno fanno perdere un tempo del quale dovremo rendere conto a Dio. Questo non vorremmo noi, che così adoperando costoro ci sembra voglianci mettere al pane bollito; dacchè se ci mostriamo teneri alle belle parole, volentieri poi consentiamo che le parole senza concetto suonano rumore vano; anzi non ci pare bella la parola se adoperata a esprimere ree o futili cose. Checchè se ne sbottoneggi, torna più facile mettere in canzona l'Accademiadella Crusca, che farne a meno; non badisi ai termini nei quali adesso la vediamo condotta; supponiamo che ci fossero chiamati partecipi quanti con amore e felicità coltivano le lettere italiane, e per legge dello istituto e più dall'animo benevolo venisse loro imposto il doppio obbligo di specolare il passato ampliando e correggendo dirittamente l'antico vocabolario, ed il futuro naturando i segni co' quali i nuovi trovati si appellano, questo sarebbe massimo benefizio alle lettere italiane, e quandochesia sarà fatto; le fortune delle cose grandi come delle piccole in Italia si tengono per mano a mo' delle Ore: e il Tempo, deposta la falce, si recò su le ginocchia la lira, e musicando ne affretta la vicenda.

Taluni dei nostri vecchi costumarono dire:nihil de Deo, parum de Principe;altri rovesciando ammonivanonihil de Principe, parum de Deo. Omettendo decidere quale dei due avesse ragione, rimane vero che a senso loro di teologia e di politica si avesse a tacere: ai giorni nostri per lo contrario molto si favella dell'una cosa e dell'altra, come quelle che importano massimamente alle nostre sorti presenti e future. Di ciò porgetestimonianza il ragguaglio delle opere esposte in vendita alla fiera di Lipsia, dove le teologiche superano di gran pezza le altre, e nel 1826, a mo' di esempio, le prime sommarono a 327, mentre, fra le altre facoltà, le arti meccaniche che andarono innanzi a tutte toccarono appena la cifra del 200; ed è ragione, imperciocchè quanto maggiore distende l'uomo l'ala della mente, tanto più in lui si agita l'agonia di conoscere quello che gli si serba nel secolo immortale, parendogli questo, com'è veramente, transitorio troppo e caduco.

Però andrebbe errato chi credesse che i libri teologici che appaiono per le stampe in giornata promovessero tutti la esistenza di Dio; all'opposto molti si affaticano a negarla; nè basta, chè oltre procedendo intendono a dimostrare con supremi sforzi la ragione del nego.

Nel passato secolo i filosofi francesi, considerando di quanti mali fosse stata origine la religione per colpa dei tristi sacerdoti, reputarono savio rifarsi alla radice del male, epperò non pretermisero industria capace di sovvertire la religione cristiana. Gli alemanni, adesso più universali, ed anco nello errore più logici, contemplando come sacerdoti crudeli, ipocriti, seminarii insomma di errore non fossero privilegio del cristianesimo soltanto, bensì ogni religione annoverasse i suoi, e tutti tinti nella medesima pece, si avvisarono prendere le cose più dall'alto negando Dio addirittura; e parve loro bel fatto, dacchè le visceredella filosofia non si hanno a commovere partitamente pel cristiano, l'ebreo, il maomettano, il buddista, l'idolatra, e per gli altri cultori di religioni quante ve ne ha diverse sopra la terra, bensì per la universa famiglia degli uomini.

Tornerebbe sazievole riportarne i molti ed irti ragionari; basti dirne ciò che meglio cade in acconcio al nostro concetto: virtù fiacca quella che per operare il bene ed astenersi dal male abbisogna del prospetto del premio e della pena, anzi nemmeno virtù, perchè governata dalla paura o dalla cupidità: inoltre incerta, perchè dove la paura cessi, od altra passione più veemente di lei sospinga, l'uomo irromperà al misfatto e al peccato. Non su la fede, dubbia cosa sempre, ma sopra fondamento invariabile aversi a basare la morale umana. Doversi e potersi trovare una specie di abbaco, un'aritmetica, per così dire, alla mano di tutti, con la quale riuscirebbe agevole formare un bilancio esatto dello scapito che fruttano le male azioni, e del benefizio di quiete d'animo, di estimativa universale, ed anco di sostanze che deriva dalle buone; onde la pratica della virtù sarebbe persuasa alla gente come vantaggioso affare. Difficile a concepirsi la esistenza di Dio, impossibile comprenderlo nei suoi attributi, epperò disperato formarne regola, sopra la quale ormare le azioni umane; e così di seguito.

Incominciando di fondo, si risponde: certo difficile la comprensione della esistenza di Dio, matroppo più difficile quella dell'ateismo, appunto perchè l'uomo non avendo facoltà, per quanto astragga, perdere di vista i sensi donde in lui derivano nozioni ed idee, non potrà mai concepire fattura senza fattore. Gli speculatori devono volgere i pensamenti loro su cose fattibili, su le altre no, chè allora non si chiama filosofare, bensì svagellare: ora svellere dal cuore dell'uomo Dio è tempo perso; nè sostituirvi la ragione unica e schietta potrai. Per quanto ti ci travagliassi dintorno, non giungeresti a impedire che negli uomini l'affetto soverchi il raziocinio; sentire è palpitare, e ogni uomo palpita; argomentare è arte d'ingegno educato; e torre via col tardo lavorìo del cervello quello che il cuore di slancio per tempo sentì non sembra impresa da tentarsi nemmeno. Invece di combattere non vincibile battaglia (lasciamo da parte se empia), liberate la fede di Dio dalla caligine di che l'hanno circondata gli uomini, adoperate sì ch'ei splenda archetipo di verità e di giustizia ai mortali.

E questo fie massimo fra gli assunti del letterato italiano.

Molte le male piante che si abbarbicano intorno alla religione: principali fra queste la indifferenza, la superstizione, l'ateismo e la empietà; ma quale istituto, quantunque nella sua origine santissimo di perfezione, non partorì nelle mani dell'uomo immani sequenze? Qui intanto occorrono maggiori gli abusi in quanto questo negozio cosìnella vita dei popoli come in quella dello individuo tenga parte primaria.

E' non vi ha dubbio comprendere Dio nella sostanza e negli attributi suoi noi non possiamo. Le nostre facoltà trovansi corte a tanto concetto: sarebbe bene che la faccenda fosse diversa, ma noi non nascemmo a tribolarci nel desiderio di cose vane, bensì a trarre il maggiore profitto dalla condizione in cui ci collocò la natura. A Dio assegninsi pure attributi quali alla nostra mente paiono grandi, e soprattutto buoni pel tempo e le opinioni che ci si volgono dintorno: più tardi potrà darsi che i posteri gli sperimentino insufficienti; spetterà a loro in quei giorni accomodarsi lo stadio che avranno a percorrere; a loro stringersi dove meglio gli tornerà la cintura. Gli attributi di Dio dovrebbero essere quelli, che imitati adesso avrebbero virtù di generare maggiore copia di bene alle presenti generazioni. Se nelle religioni che ci precederono su questo suolo latino si potesse sceverare il concetto della divinità speculato nella mente dei fondatori di quelle, dalla frasca sacerdotale forse vedremmo la progressione della idea di Dio, che da principio materiale affatto diventa spirituale e materiale. Apollo è nume propizio, libera la terra dal serpente, sana i morbi, gli animi ferini ingentilisce co' sodalizii delle Muse, come un mortale ama, e peggio troppo come un mortale odia. Cristo ama ed odia come un Dio, non ammazza belve, ma conquideipocriti, non iscortica Marsia, bensì minaccia della geenna gli oppressori; non allieta i mortali co' canti delle Muse, ma ne rigenera le anime, le chiama sorelle, figlie di un medesimo padre che è ne' cieli, schiude alquanto le porte del paradiso, e quinci prorompe un raggio, non di voluttà, ma di suprema intelligenza e d'infinito amore; Cristo ha vinto il paganesimo, ma non ha compite le sue conquiste: con esso in mano i popoli possono camminare ancora per secoli nei sentieri del meglio. Sì in verità lo possono, ma con Cristo solo.

La natura dello scritto e la materia piena di pericolo c'invita a traversarla in fretta, pure rileviamo un'accusa la quale riesce a immaginarsi facilissima. In questo modo, si obbietterà, la religione convertesi in argomento di governo; e legarla così alle vicende degl'interessi umani egli è un torla dal cielo e avvilupparla per la terra: l'angiolo diventerebbe serpente. Si potrebbe in succinto sermone rispondere che Aristotele si spingeva più oltre insegnando alla recisa la religione essere stata inventata dai legislatori per contenere i popoli e condurli a lor senno: con la vita cessate le cause del vivere, epperò in un col corpo perire lo spirito; e le dottrine di Aristotele invece di bandirsi da Roma sovversive alla religione, ella celebrò e forse celebra adesso come fondamento dei dogmi ortodossi, chi lo bestemmiò scomunicava, e sofferiva che in talune chiese della Germania nei giorni festivi, invece di leggere ilVangelo, si leggesse un brano deiMoralidi lui; ma qui non siamo nel foro dove si agita per avere ragione, non già per trovare la verità; mal si gioca di scherma nei gravi argomenti, epperò, buttato là lo Stagirita, insistendo, è da dirsi: che presenta di strano chiamare la religione in soccorso al governo degli uomini? Cristo si fece uomo e come uomo patì per approdare all'umanità, ora quello che Dio fece, perchè repugnerebbe fosse fatto con la legge di Dio? Da un lato si presume il temporale indissolubile con lo spirituale e ciò per imperare; da un altro si sostiene lo spirituale incompatibile col temporale, e ciò per fuggire servitù: nè qui nè là ragione; mirate i Romani vetusti i quali niente di queste cose apprendevano, come quelli presso cui la religione non formava istituto separato, non privilegio di persona, bensì parte di reggimento e professione della universa cittadinanza. Partesi egli l'uomo? Non si parte, e nonpertanto lo hanno diviso per tenerlo meglio: questi si prese il corpo, quegli l'anima; il corpo da vicino governano, l'anima da lontano; l'uno con l'autorità della mannaia, l'altra con l'autorità del terrore, e questa anco del premio perchè spirituale essendo non costa nulla. Il Macchiavello, che nelle cose di stato fu quella cima di uomo che il mondo sa, non dubitò affermare che i popoli senza il fondamento della religione è forza che rovinino; e siccome le dottrine che spone male si potrieno con parolepiù ingenue di quelle che per lui si adoperavano riferire, così sarà prudente rimandare il lettore aiDiscorsi intorno alle Deche di Tito Livio, dove ne parla, e certo sopra tutti gli argomenti che adduce forte ci percote lo esempio col quale dimostra che, sciolto ogni ritegno, sotto la sequela delle sventure sarebbe la repubblica senza fallo perita, se non era Scipione che costrinse col ferro alla mano le poche legioni superstiti a giurare di non deporre che con la vita la spada. Che importa a noi se gli attributi conferiti a Dio dagli uomini reggano o no tutti alla prova della virtù dissolvente della critica? — Basta alla umanità che sia creduto ch'egli abbia quelli che dal danno la tutelano, e gli altri che le fruttano benefizio. Pon mente: quando o la fortuna, o l'ira di Dio o il mal talento dell'uomo, o la viltà del popolo, o tutte queste cose insieme diedero allo stato un tiranno, chi si sentirà potente di contenere costui uso a balenare i suoi voleri a modo di fulmine? La forza sta nella sua destra, la legge nella sua sinistra, il gregge umano gli rumina sotto i piedi e senza fremito. Allora non gioverà ch'egli creda sopra lui senza fine più alto, ch'egli non è sul capo de' suoi schiavi, vivere un Ente che vede, sa e può disperdere un mondo non che un uomo, migliaia di mondi non che un gramo pianeta com'è la terra coll'alito delle sue narici? In mezzo ai baccanali della prepotenza non sarà bene ch'ei tema vedere di trattoin tratto sbucare fuori dalla nuvola la mano che scriva sopra l'avversa parete la sua condanna? Se egli ha copia di satelliti, di carnefici, e di giudici, e di commissari straordinari, e di giunte militari, ministri del supremo Vendicatore, paventi il tiranno la fame, la guerra e la peste. Nè il contradire opponendo che timore di Dio non trattenne mai tiranni da trassinare i popoli, parrebbe giusto, imperocchè i più di essi appunto non conoscano religione, e fra coloro che o in parte, o tardi la conobbero, chi sa quante scelleratezze ella impedì, o quante altre riparò, o di quali amari rammarichi non fu ella semenza! Chi nol crede legga il testamento di Filippo II, e dica poi se più l'empie di orrore la vita di lui o di terrore la morte. Al principe che il dominio, sceso in esso tirannico da tempi barbari, temperò con leggi volute dalla crescente civiltà dei popoli, se mal consiglio altrui o ribollimento di superbia propria lo inducesse a rimpiangere la passata sfrenatezza del potere, la religione da prima gli porrebbe un dito su le labbra e gli direbbe: «taci, tu hai giurato, e Dio è custode dei giuramenti fatti nel nome santo di lui»; e poi seguitando lo garrirebbe: «ch'è questa arroganza? Dio, creatore dell'universo, di cui la tua mente non può concepire, non che il tuo occhio contemplare la immensità, Dio di petto all'universo s'impose leggi, e dirittamente le osserva.» Così placando la sua superba febbre lo ricompenserebbe con laserenità della coscienza onesta, col sentire che meglio vale sicurezza giusta che ingiustizia con pericolo, e provare che se non è eterno amore, il timore lo è anco meno, e conduce seco l'odio per giunta. — I popoli senza religione, remolino di venti scatenati, terribile più quanto meglio stia nelle mani loro il reggimento, o si governino a democrazia. Chi potrà insegnare ai popoli co' diritti i doveri da un punto all'altro, se la religione non può? Chi varrà nel giorno della vendetta a persuaderli al perdono, se non trova del cuore loro la via la voce del Dio che si fece popolo e perdonò dal sommo del patibolo i suoi carnefici? Badisi a questo: l'opera criminosa dell'uomo, prima di diventare delitto, fu peccato. La legge dà in mano al giudice il malfattore bello e compito; il giudice tale e quale lo consegna al giustiziere: inani riti il più delle volte e tempo veramente sprecato procedure e giudizii; dicono ai giorni nostri proporsi nelle pene l'ammenda del reo; non ci credete affatto, chè le sono ipocrisie per parere; a ciò non pensano; ci pensassero, non possederebbono abbastanza facoltà, proposito e sapere per venirne a capo; quando pure tutte queste cose possedessero, riuscirebbe ogni partito invano, imperciocchè inremeabili sieno i passi verso lo inferno, e che si possa a un punto essere piombati nel baratro e comparire nel mondo; Dante lo ha mostrato e la esperienza insegna. Non date retta a specchi, o come volgarmenteoggi si appellano:statistiche; queste per bugiarderia hanno vinto la mano agli stessi epitaffi. Ad impedire il primo furto poco ritegno basta; il solo miracolo può trattenere la mano che si stende per la terza volta ladra alla roba altrui. Ora la legge non arriva al peccato, i giudici non assistono al lento e progressivo formarsi della materia perversa, che costituisce il misfatto; essi non sanno come queste secrete infermità si guariscano, e, guarite, come se ne impedisca il ritorno; le leggi ordinariamente non badano all'uomo che dopo la sua pubertà, e unicamente per percuoterlo ci badano; ora a sedici anni il malvagio ha messo il tetto. La famiglia dà alla città l'uomo perchè glielo strozzi. A tanto guaio non può, come non deve, riparare altro che la religione. In qual guisa, con quali partiti, istituti ed uomini, se conservando o cancellando, ossivvero in parte levando ed in parte mettendo del nuovo qui non è luogo a trattare; chè solo adesso si ebbe in mira avvertire gli scopi che pei tempi che corrono deve proporsi lo scrittore veracemente italiano. Le materie religiose, considerate appunto dalla parte dell'utile che come istituto governativo devono partorire al consorzio umano, ci paiono argomento così ampio e nobile alla meditazione, come necessario alla contingenza dei casi che ci stanno sopra gravi di molta minaccia.

Passammo per l'argomento della religione al modo stesso che san Pietro Igneo traversò la catasta delle legna accese a tutta possa correndo per timore delle scottature; ora favellando più ad agio, diremo di altro assunto che per consenso universale, se non pareggia la religione, merita tenergli dietro immediatamente; questo è la poesia. Quando il sindaco di Londra, paragonata la Inghilterra ad un vascello in mezzo all'oceano, poichè ebbe tritamente descritto i varii ministerii degli incoli suoi, e confrontatili con quelli degli ufficiali di marina, interrogò Chatterton che cosa stesse a fare in mezzo a tanta operosità il poeta? Questi rispose: il poeta è il pilota che dritto su la prua sta speculando le stelle per indirizzare il corso del naviglio a termine immortale. La poesia era una volta il tramite pel quale il cielo corrispondeva con la terra; gli uomini resero a Dio quanto egli concesse loro di divino in parole di armonia cantando in sua lode inni e peana: nè qui si fermarono, chè intenti a trasfondere nei precetti regolatori l'umano consorzio più che per loro si potesse di dottrina immortale, vestirono di numeri le leggi; e questo non solo nei primordidel vivere civile, bensì a civiltà progredita, secondochè si legge, costumò Solone vissuto sei secoli prima di Cristo. Vati presso molte religioni defunte furono detti coloro i quali per molto tesoro fatto di notizie antiche riuscivano, in grazia della dotta esperienza, a divinare il futuro; ond'è che i Romani appunto commettessero ai vati di cantare il carme secolare, come quello che, nel mentre chiudeva la porta sulle spalle del secolo decrepito, dall'altra parte l'apriva alla faccia del secolo giovanetto. Omero, che fra i poeti vetusti ritrae meglio degli altri la sacerdotale indole del vate, ne ammaestra essere cosa non pure piena di profitto ma di onestà porgere ascolto alle parole del poeta; a patto però che le sue parole sappiano di divinità; non diverso da lui, Orazio definiva il poeta uomo in cui splende mente divina e talento di esporre con eloquio illustre illustri concetti. Di qui la causa per la quale si reputa dicevole favellare di poesia dopo la religione.

Quale si deva proporre nobile assunto la poesia, Chatterton poeticamente espresse, il quale volendo adesso significarsi con più piano sermone, diremo che la poesia deve, secondo la occorrenza, promovere anzi tutto la libertà della patria da qualsivoglia tirannide domestica o straniera, celebrare le virtù cittadine, accendere nei superstiti la venerazione degl'incliti defunti, invogliando ad imitarne gli esempi, palesare le gioie della famiglia,renderle desiderabili se trascurate, se amate sublimarle, esaltare la santità degli affetti, la dignità del lavoro, sollevare i cuori all'amore di tutto quanto è onesto, gentile, decoroso e bello. Religione, Patria, Famiglia, triade che non conosce eterodossi nel mondo, sia materia di nobile canto al poeta civile.

Veruna scienza od arte presuma che le possa essere fatta parte più magnifica che alla poesia; però, quanto più grandi la mercede e la fiducia, tanto maggiore in lei l'obbligo. Quindi severissimo pende il giudizio sopra i poeti i quali abusarono dei doni dello spirito per pervertire coloro che dovevano letificare; e sopra tutti meritano infamia quelli che inaridiscono i cuori soffiandoci dentro i semi del dubbio e della disperazione. Lo Eforo abbia facoltà di tagliare quante più corde vuole alla lira propria od all'altrui, purchè ci lasci intatte quelle della Speranza e di Dio.

Meditando su la materia, sembra a prima vista che la dottrina del dubbio e della disperazione abbia a nuocere meno se sprilli dal canto che dalle altre scienze morali: imperciocchè si possa credere che il poeta si commetta volentieri in balia dello impeto della passione, e guardando, com'egli di frequente fa, i beni ed i mali a traverso le lacrime del dolore e della gioia, veda gli oggetti alterati nel colore o nella forma: inoltre la natura poetica tende al superlativo, e talora ostenta disperazione per avere conforto, sfiducia per esseresmentita: finalmente si adoperò talvolta la disperazione artatamente per destare con ogni maniera di punture la inerzia dei cittadini; e di vero la umanità rinnovandosi giovaneggia sempre; ed in noi stessi provammo, allorchè più il sangue bolliva, quanto ebbe virtù di abbrivarci con impeto ai più subiti partiti, come alle risoluzioni più magnanime quel provocarci che altri faceva, dicendo noi non essere da tanto, il potere non bastarci nè il volere; chi va senz'ale si rassegni a rasentare la terra! — Siffatte scuse poi non si addicono alle altre discipline che procedono pacate per via di dimostrazione e di raziocinio.

Nelle storie sopra tutto questo pessimo vezzo torna pregiudicevole, dacchè dobbiamo estimare che lo storico, dopo avere interrogato con molta circospezione le antiche e le moderne vicende, indagato le arcane ragioni di quelle, distinto gli errori, le colpe e le necessità, si disponga a ordire la tela per ammaestramento dei contemporanei e dei posteri. Se lo storico, o prima del suo pellegrinaggio traverso i documenti della storia, o dopo, va convinto come la stirpe nostra sia incorreggibile, e allora o perchè scrive egli? Cotesta sua è vaghezza di gufo o di tale altro maligno uccello della notte. Forse non gli pare abbastanza squallido il cimiterio, ond'ei venga co' suoi maluriosi singulti ad aumentarne l'orrore? Che se poi non sentendo cosiffatta convinzione così egli adoperi per una sua certa acrimonia di sangue ocapriccio dello spirito, allora costui meriterebbe non solo essere bandito dal novero degli scrittori, bensì ancora dalla comunione degli uomini.

La mente, dettando queste sentenze, trascorre spontanea a Carlo Botta, scrittore di molta efficacia di stile, e che, malgrado la disparità dei giudizi, non invenustamente forse potrebbesi paragonare a Paolo Veronese. Però, quanto nelle forme del dire degno di lode molta, con poca mistura di biasimo, altrettanto nei concetti e nella moralità della storia reprensibile: conciossiachè sia che lo muova certa sua acerbezza di spirito o levità d'intelligenza, procede invaghito a manifestarsi scontento perpetuamente di tutti e di tutto, quale governo meglio si confaccia all'umano consorzio egli non ci sa dire, anzi alla scoperta non assolve veruno: forse talvolta in pelle in pelle sorride all'aristocrazia, ma indi a breve anco a lei fa il viso dell'arme, e condanna alle gemonie. Che pro ricava l'uomo dallo indefesso travagliarsi a migliorare le sue sorti? La felicità non è fiore che cresca in questi nostri giardini terrestri. Tali proposizioni, che sarebbero biasimevoli nei sermoni del più spericolato fra i predicatori, devono reputarsi indegni di storico grave. Che se egli quello che scrisse pensò, doveva tacere, e se nol pensò fu peggio che tristo scrivendolo, perchè bugiardo a sè, nemico altrui. E certo i generosi che si collettarono per dargli abilità di dettare con animo scevro da ogni sollecitudine la continuazionedelle Storie del Guicciardini, nol fecero già con lo intendimento che da lui si mandassero auspicii tanto alla patria nefasti. È sapienza più spesso riprendere l'uomo che lodarlo, ammaestrarlo sempre, disperarlo giammai.

Al miglioramento umano vuolsi credere non come ad una di quelle cose che portano in fronte le parole:adora e taci(imperciocchè correremmo grandissimo rischio che per siffatta prosunzione moltissimi non credessero punto), bensì come a dimostrazione di problema geometrico. L'uomo nascendo porta seco molta parte di bestia, ed il negarlo è vano; nè da questo lato trovi in lui cosa buona; se ben consideri, conoscerai le bestie nascere naturalmente cattive, come quelle che governate dallo istinto della voracità, sieno pure quanto vuoi mansuete, pel pasto si osteggiano; dopo il pasto, la gelosia per le femmine partorisce le offese. Però l'uomo possiede talenti fisici ed intellettuali per modo estesi da trovare spediente a soddisfare i propri appetiti, e in parte moderarli senza danno altrui; all'opposto contribuendo all'utile universale. Ormai non fa mestieri avvertire nè meno che la perfettibilità non consiste nel mortificarsi, murarsi fra quattro mura e fare la pelle dell'istrice a quanto alletta e piace: mai no; coteste a' dì nostri si stimano pratiche da insensati; in questo altro piuttosto consentirà l'universale a riporre la perfettibilità dell'uomo: — nel godimento della maggior sommadi piaceri fisici e morali con vantaggio del corpo e spirito così suoi come altrui.

Il corso della umanità verso il bene è quasi un fiume: appena egli esce dalla sorgente montana, tu lo vedi esitare con acque dubbiose sul cammino che deve tenere: in breve acquista baldanza e si caccia giù per dirupi in corsa avventurata, rompendosi fragoroso e spumante: non vi rechi sgomento se lo vedete volare in fiocchi di spuma e in sprilli minutissimi, in breve saprà raccogliere le membra spante per ripigliare copiosamente magnifico il suo sentiero: ad un tratto, senza che ne apparisca evidente ragione, si strema, fa gomito, e, come vinto dall'angoscia, si ripiega verso la sua sorgente. Qui molti dicono: la è finita; e s'incamminano a casa. Ma il fiume, dal breve riposo ricuperata balìa, torna a scorrere verso il mare: chi lo ha seguito si conforta, ed ormai non teme più sinistro. Troppo presto ei confida: il fiume incontra un lago, ed in quello sboccando, confonde le sue acque con le acque di lui. Allora altra parte di gente che gli tenne dietro torna a disperare e dice: abbiamo veduto la sua tomba, andiamcene con Dio. I più ostinati, rimasti, vedranno come il fiume non abbia mescolato le sue con le acque del lago, bensì all'opposto, traversandole con forza invincibile, sbocchi per altra parte, aprendosi largo letto per la pianura, e finalmente maestoso e tranquillo si acquieti nelle braccia della Teti marina.

Guai all'uomo che non mira sempre davanti a sè! Tuttavolta, anche a rischio che ne incolga la sorte della moglie di Lot, adesso ci bisogna voltarci addietro, e vedere se veramente ci sia causa di disperare; guardiamo dunque se il fiume della umanità abbia progredito, ossivvero stornato verso la sorgente. Nella decadenza dello impero il tiranno coronato era padrone del mondo, e con una rete lo circondava tutto: questa rete era di ferro; l'ira sua inevitabile come il destino, la forza prepotente al pari di quella dell'uracano; oggi molti i despoti d'intenti uguali, ma di polso tremulo e con le coste fradice: allora la schiavitù rodeva il corpo sociale come la lebbra i corpi fisici, adesso non più servaggio nè lebbra: la confisca in quei tempi arnese ordinario di regno, ai tempi nostri non si conosce confisca; e sì che non manca chi ne avrebbe voglia ed anco bisogno, ma si vergogna, e, stretto alquanto l'agrume co' denti, se gli sente alleghire, e comecchè a malincuore, lo lascia andare: uno solo non si vergogna e divora; ma siccome piglia a cui ha divorato, fa dire: non ci badate, la rabbia è tra i cani! Il fideicommisso ed il maggiorasco ecco cascarono come vecchia tappezzeria di damasco da vecchia parete: i delitti di lesa maestà scomparirono da parecchi codici: di giorno in giorno vie più si comprende come la misura unica, giusta e per tutti sia quella del becchino; tre braccia avvantaggiate tanto pel carnefice quanto per la vittima!... Certo taluni, nonsi vuol negare, riconficcarono gli assi dei patiboli politici: pazienza! pazienza! chi conficca sa egli per cui avrà conficcato? Le libertà del commercio in alcuni paesi hanno preso stabile stanza; alla porta di altri picchiano, non mica a modo di mendico, bensì dello esecutore di giustizia che viene a gravarti i mobili di casa, e s'impazienta aspettare. Sicuramente a cui guarda la superficie sembra l'aspetto della terra pari a quello che fu; anche a Pompei, a Resina e ad Ercolano la gente nella vigilia della eruzione del Vesuvio ballava. E poi nuove cause furono versate in seno al corpo sociale, e la causa è seme necessario di altri effetti; ai piedi delle donne chinesi si mettono con profitto freni di ferro, non già ai cervelli italiani, e peggio ancora alle forze perpetuamente operative del mondo.

Ma per tornare all'argomento, si potrebbe aggiungere, in prova del maggior danno che, disperando, partoriscono le storie sopra la poesia, quest'altra considerazione, che lo storico si presume almeno abbia a ragionare per tutti, mentre il poeta per sè solo sente.

E ciò nonostante il poeta disperando sgomenta troppo più dello storico. Lo storico per ordinario favella a pochi eletti; il poeta alle moltitudini; il primo sponendo i suoi pensieri incontra intelligenze assuete a meditare; donde l'esame e la confutazione, fecondi entrambi di benefizio inestimabile in pro della verità; il secondo commove cuori con lapercossa della convinzione, la quale non si discute ma si sente, e la più parte dei cuori geme inferma pei mali presenti e pel presagio degli avvenire. Questa convinzione poi casca giù pesa come mazza da arme qualora si parta dal Byron o dal Leopardi.

Però il Byron troppo diverso dal Leopardi: quegli è quasi vento che manda sottosopra l'oceano, questi il simoun del deserto, che dove passa sterilisce; lo spirito del Byron, come Giacobbe che contende con l'angiolo, lotta, si contorce, urla smanioso, tenta mordere e talora anco morde: insomma è battaglia di anima legata alla materia, sforzo d'intelligenza che vorrebbe spingere il volo nelle regioni più sublimi dell'empireo e rompe l'ale ai ferri della gabbia: bufera d'ira e di dolore suscitata dalla impotenza a penetrare la ragione de' misteri che non può conoscere nè dare all'oblio: ma la procella passa e torna il sereno così profondamente limpido, così gloriosamente divino, che appuntandoci gli occhi ci vedi lassù nell'alto la Speranza e Dio. Non così la disperazione del Leopardi: come infeconda, la sperimentiamo del pari generosa: infelicissimo egli era per cause intrinseche ed estrinseche; fuori di lui padre rigido, censo angusto, uomini avari, tempi o nemici o poco propizi alle lettere; dentro lui salute incerta, deformità umiliante, inettezza a operare da uomo; di qui l'umore nero che a mo' di caligine si frappone tra lui e gli oggetti circostanti, e la sazietà di tutto, perfino delle cose che non poteva averesperimentate, la scredenza e il decreto che condanna gli uomini a miseria immortale, perchè egli si sente senza rimedio infelice. Dai canti del Byron nessuno cavò argomento di appiattarsi dietro la lapide del sepolcro dinanzi ai certami della vita; molti per converso ci trovarono acciaro per farsene usbergo al petto e combattere pertinaci contro gli uomini, le cose, e, se la necessità lo portava, contro lo stesso destino; mentre è ricordo pieno di amarezza quello di avere trovato il volume di poesia del Leopardi in tasca al giovane che sul principio di questo anno 1857 si precipitò dal ponte di Carignano. Che fosse piccolo ingegno Giacomo Leopardi non è da dirsi, pure torremmo volentieri licenza di dubitare assai se la fama a cui saliva egli meritasse intera per ciò che spetta a splendore d'immagini ed altezza di concetti e a facile eleganza di eloquio, ma senza dubbio poi, giusta la opinione nostra, la demeritò come poeta cristiano e come poeta civile. Per ultimo, qualunque potessero essere state le colpe di Giorgio Byron, gli vennero riscattate dall'ultimo canto agitatore della sua anima ad infiammarsi di entusiasmo per la Grecia a guisa di leone che si sferza i fianchi, e dalla morte incontrata per rivendicare in libertà cotesta patria del bello. Meritamente la sorella Augusta volle che su la tomba di lui si tenesse memoria del pellegrinaggio del fanciullo Aroldo e di cotesta morte; tanto basta per raccomandarlo alla ricordanza, e, quello cheimporta più assai, allo amore immortale degli uomini.


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