The Project Gutenberg eBook ofAmore bendato

The Project Gutenberg eBook ofAmore bendatoThis ebook is for the use of anyone anywhere in the United States and most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this ebook or online atwww.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you will have to check the laws of the country where you are located before using this eBook.Title: Amore bendatoAuthor: Salvatore FarinaRelease date: October 2, 2006 [eBook #19437]Language: ItalianCredits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK AMORE BENDATO ***

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Title: Amore bendatoAuthor: Salvatore FarinaRelease date: October 2, 2006 [eBook #19437]Language: ItalianCredits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)

Title: Amore bendato

Author: Salvatore Farina

Author: Salvatore Farina

Release date: October 2, 2006 [eBook #19437]

Language: Italian

Credits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)

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Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the

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Via Larga, 19

1875

Prezzo Lire 2.

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Dirigere le domande alla TIPOGRAFIA EDITRICE LOMBARDAVia Larga, 19. Milano.

Via Larga, 19

1875

Proprietà letteraria

In cui la signora si confida col suo spirito famigliare.

…Infine ho la coscienza di non essere perversa, e se scendo in fondo al cuore, trovo che sarei capace di far la moglie come le più brave. Ma che colpa ne ho io se quest'uomo non mi sa prendere, se non se ne dà nemmeno pensiero, se non mi ama? Non mi ama, e non solo non mi ama, ma non mi ha amato mai! Quasi quasi me lo diceva in faccia, perchè è schietto ed abborre le simulazioni, il signor marito. Gli ho risposto, come andava fatto, che a me non ne importa un bel nulla e che alla fin dei conti siamo pari, perchè neppure io l'amo nè l'ho amato mai…

Ed ora finalmente tutto sta per finire fra di noi, il mondo è largo, e dei Leonardi e delle Erneste ce ne possono vivere molte paia senza che siano obbligati a guardarsi nel bianco dell'occhio a tavola, ad andare a braccetto per le vie. Sarò finalmente libera, mi tornerà il respiro.

Ah! che orrorei diritti ed i doveri dei coniugiper due che non si vogliono bene! E che odioso e fatuo libro il codice colla sua aria di volere, con quattro ciancie numerate, regolare in eterno un affetto che alle volte dura… Quanto ha durato il nostro? Apparentemente tre mesi, in realtà meno di tre quarti d'ora, perchè non ci è mai stato affetto vero tra Leonardo e me; non l'amo e non mi ama, oggi come ieri e come tre mesi or sono.

Tu sai come è andata la cosa; morì la mamma, rimasi sola nel mondo; lo zio Rinucci, la zia Rinucci e mia cugina Rinucci mi aprirono le braccia a modo loro, vale a dire mi accolsero in casa nei primi giorni che succedettero alla sciagura; poi lo zio fece l'inventario dell'eredità ed accettò in mio nome; la zia procurò di divagarmi affidandomi tutte le rimendature, mia cugina si fece regalare quattro o cinque anelli, un medaglione ed uno scialletto di seta azzurra, che, secondo lei, pareva fabbricato apposta per dar luce al biondo-stoppa dei suoi capelli.

Un giorno, dopo che ne erano passati molti e tutti monotoni ad un modo, la signora Virginia mia cugina, non so più in qual proposito, mi fece sapere che il mio naso non le piaceva, che era fatto non so come e che pareva non so che; non potendolo cambiare per andarle a genio, la consigliai di non porre il suo in ciò che non le spettava e di guardarsi nello specchio. D'allora in poi fu guerra. Me ne doleva proprio; nella mia afflizione per aver perduta la mamma, avrei avuto bisogno di carezze, ed invece mi toccava tener viva una guerricciola di dispettuzzi, perchè guai se mostravo di accasciarmi, subito la signora Virginia s'inanimiva e pigliava le arie di vincitrice. L'autorità tutelare dello zio Rinucci intervenne, ordinando che io andassi in collegio a compiere la mia educazione.

Avevo 19 anni suonati, ed entrare in collegio nell'età in cui le altre ne escono non mi garbava molto; pur vi andai felice di uscire dalla casa del tutore. I due anni passati al collegio furono relativamente lieti; una volta o due al mese ritornavo all'amplesso dei tre Rinucci, presso i quali trovavo sempre qualche rimendatura lasciata in disparte per me, e qualche amorevolezza delle solite da ricambiare colla cuginetta. Ci trovavo pure Leonardo.

Confesso che mi sembrò un bel giovinotto; non stetti a badare che era troppo lungo, troppo miope, troppo dinoccolato, troppo frivolo, e lo trovai elegante e disinvolto, un po' indolente, ma garbato. Porgevo orecchio alla sua conversazione briosa, da cui non usciva un'idea, e mi pareva che quel mulinello di parole mi parlasse di un mondo che io non aveva ancor visto da vicino, un mondo in cui le signore vestono di velluto e di seta, ed i signori portano l'occhialetto. Dico il vero, vivervi sempre in codesto mondo non mi sarebbe garbato punto, ma entrarvi al braccio d'un marito lungo, elegante, disinvolto e miope, attraversarlo tirandomi dietro lo strascico di velluto e cento occhiate curiose per poi uscirne e correre in una tranquilla casetta a ritrovare il micio, la gabbia dei canarini, la vesta da camera, il focolare ardente, le ciancie a quattr'occhi, l'ultimo romanzo pubblicato, la festa di ogni giorno—ah! questo sì mi seduceva.

Il signor Leonardo era molto gentile con tutti e specialmente meco; non me ne sarei accorta, se la mia cuginetta non avesse avuto l'ingenuità di mostrarmi aperto il suo dispetto; era un trofeo di vittoria e non me lo lasciai strappare di mano.

In appresso fui forse col signor Leonardo più civettuola del necessario, se è vero, come mio marito mi ha detto poc'anzi, che egli mi aveva creduta innamorata pazzamente di lui. Anch'io credeva lui pazzamente innamorato di me, e le collere della Virginia me ne facevano sempre più persuasa ed orgogliosa. Ebbi torto, non dovevo cedere a sentimenti così meschini, ma infine l'ho scontato caro il trionfo della mia vanità. Sono proprio pentita, mi pare che quando mia cugina verrà a vedermi per gustare la propria vendetta, me le getterò nelle braccia e bagnerò di lagrime la sua testina color di stoppa.

Venne il giorno sospirato e temuto; compii i ventun anno, e per primo atto della mia autorità di donna, dichiarai che non volevo rimanere un'ora di più nel collegio. Ne uscii. Tornai a far rimendature e dispettuzzi in casa Rinucci. Una settimana dopo, la vita mi pareva così insopportabile che trovai la forza di comperare il primo codice e dichiarare a mio zio che la non poteva durare e che io voleva andarmene a viver sola.

Il mio coraggio giungeva fino alla petulanza e lo fece ammutolire. Toccò alla zia a parlamentare per convincermi che la mia idea era assurda, che non può una giovinetta far casa da sè senza esporsi alle censure, ai sospetti del mondo maligno. Non era la via migliore per farmi disdire; sostenni che una giovinetta può benissimo, che se la legge le dà questo diritto deve averci le sue ragioni.

Incominciarono i commenti all'articolo 323. «Lo spirito della legge, entrò a dire mio zio, è, non è, insegna…;» io feci la sorda e mi attenni alla lettera.

Fu allora che il signor Leonardo trovò nel suo cervellino balzano la bella idea che ci ha condotti a questo punto.

—Signorina,—mi disse—se vi piacessi, come mi piacete, ci sarebbe modo di accomodar tutto senza scandali… Acconsentireste a darmi la vostra mano?—

Gliele diedi tutte e due ridendo, le pigliò ridendo, ci sposammo ridendo. Fu una vera fanciullaggine.

Per parte mia ero andata a nozze come si va in campagna, certa di annoiarmici un pochino, ma felice della libertà che mi aspettava, curiosa degli orizzonti nuovi che mi si promettevano, anticipando alla mia vanità di fanciulla tutte le dolcezze della domestica autorità di padrona di casa. Non pensavo allora che dalla campagna si ritorna e dal matrimonio no, e se pure ci pensavo qualche volta alla sfuggita, facevo dentro di me un ragionamento zoppo che andava a finire così: «tocca a Leonardo farmi felice, ci pensi lui!» Oh! sta a sentire come ci ha pensato.

Nei primi giorni, durante il viaggio, pareva proprio felice; andare di città in città, d'albergo in albergo, farsi trascinare in carrozza da un museo ad una pinacoteca, scendere da un monte per salire sopra un campanile, visitare i tesori dei santi, la corona di ferro, le mummie di non so chi—tutto ciò gli pareva delizioso; fu un'orgia pei suoi occhietti che non vedono più in là d'una spanna. Io lo osservava per le vie, quando camminava impettito, lungo lungo, colla testa alta, leggermente curvata indietro per impedire che l'occhialetto gli cadesse dal naso, e quando si fermava a pigliar le note nel taccuino per potersi ricordare di ogni cosa e parlarne poi al Circolo; vedevo un sorriso di cuor contento errargli sul labbro, e pensavo:—È innamorato, beato lui!…—

Allora mi davo la spinta coll'immaginazione e per un quarto d'ora m'innamoravo anch'io.

Non tardai ad accorgermi che in quella felicità apparente l'amore non entrava per nulla; la fatuità ne faceva tutte le spese. Leonardo era incantato di trovarsi in una condizione nuova, di sapersi spinto colla velocità dei convogli diretti attraverso paesi ignoti, di vedersi passare dinanzi tutta quella fantasmagoria di strade, di monumenti, di teatri e di musei; era insomma felice perchè non si annoiava e non aveva bisogno di pensarci. Al termine del viaggio l'uomo annoiato, frivolo, indolente, senza pensieri e senza sentimenti, ricomparve tal quale, anzi peggio della vigilia delle nozze. Allora fui impaurita. Scesi dentro di me e ci vidi un mondo sopito, frugai dentro di lui e non ci trovai nulla, fuorchè una perfetta soddisfazione di sè medesimo, una tranquilla coscienza del proprio valore. Allora mi domandai se era possibile passar la vita con un uomo che non comprendeva alcuno de' miei sentimenti, che non palpitava di nessuno de' miei affetti, non legato a me da memorie, da simpatie, da nulla, fuorchè dal codice—e mettendoci della buona volontà, risposi di sì, a patto di formare l'abitudine, di sostituire la condiscendenza all'amore, di far germogliare in lui qualche sentimento e qualche pensiero embrionale. Divenni… noiosa!

Lo riconosco. Per guarire la sua spensieratezza gli proponevo mille quesiti domestici da risolvere; per farlo uscire dalla sua fatuità gli facevo sfilare dinanzi una processione di fantasmi dell'avvenire. Non riuscii a nulla, nemmeno a seccarlo. Egli continuava a passare press'a poco il giorno al Caffè, la notte al Circolo.

Una carezza fredda, un bacio di gelo, una sfuriata di ciancie sul cavallo balzano del contino, sul calesse nuovo del banchiere, sul prossimo duello, sull'ultimo spettacolo alla Scala, sulla prima ballerina, sui polsini del marchese X, che erano, diceva lui, meglio stirati de' suoi…. e quando aveva finito si addormentava col sorriso del giusto sulle labbra…. Ho resistito un pezzo; mi parve prima scipito, poi ridicolo e finalmente odioso.

L'altro ieri mi trovò in lagrime; bisognava sentirlo: «è una vittima, ha il cuore sensibile, e non può soffrire le lagrime; a me non manca nulla, io sono un'ingrata, il poveretto non domanda che la sua pace e le sue care abitudini, io sono padrona di fare quel che mi piace, ho una casa ora ed egli me l'ha data perchè io vi sia libera, ma lasci lui libero.»

—Non sono un egoista—disse egli.

—Non sei un egoista—diss'io—sei uno stolido.

Leonardo è uomo flemmatico, girò sui tacchi e via… al Caffè od al Circolo.

E poc'anzi, quando l'ho preso di fronte e gli ho domandato perchè mi avesse sposato, mi ha risposto ingenuamente che «allora gli piacevo e che credeva di fare un'opera buona.»

È anche un uomo schietto Leonardo!

—Senti, gli ho detto, questa vita non la posso e non la voglio più vivere, la legge ammette la separazione per incompatibilità d'umori, ed i nostri sono incompatibili.

E gli mostravo il mio secondo codice, comperato ieri l'altro.

Egli si è messo a ridere.

—Buon Dio! Lo dici tu che i nostri umori sono incompatibili; da parte mia sono disposto a compatire le tue idee romanzesche, spiritiche, filosofiche, sentimentali, compatisci tu le mie e vivremo come Filemone e Bauci.

E siccome io pigliava fuoco, egli ha sorriso dall'alto della sua persona sterminata, si è dondolato un paio di volte, ed ha finito con dire: «Farai quello che vorrai, sei contenta? Ma senza scandali, senza codice, senza tribunali; se non puoi viver meco, vivrai sola, pensaci stanotte…»

E via… al Caffè od al Circolo.

Tutto dunque sta per finire; domattina quando egli verrà stabiliremo le norme della nuova vita, andrò a stare altrove… lontano, in campagna… vivrò nella mia solitudine, nei miei affetti contemplativi, con te, mio buon amico….

Sul punto di prendere tale deliberazione, scendo ancora una volta dentro di me e m'interrogo:—Ho io fatto quanto stava nelle mie forze per non arrivare a questo?—Sì, tutto, tutto. Ho combattuto la ripugnanza che ora mi domina, quando appena tentava le vie del mio cuore; venti volte fissai i confini della mia sofferenza e venti volte li respinsi indietro. Sol che egli avesse fatto un passo verso di me, io ne avrei fatti dieci, e ci sarebbe stato forse possibile intenderci ancora. Ma non lo seppi smuovere dalla sua indolenza, non mi riuscì di farlo un istante venir fuori dal castello merlato della sua fatuità.

Passar la vita a far la parte di vittima d'uno scioccherello col pretesto specioso che questo scioccherello è mio marito, è cosa superiore alla mia virtù.

Mi piacciono le situazioni chiare e definite.

Sia pure l'abbandono, sia pure la solitudine, sia pure la noia, purchè mi si diano per quello che sono e per quello che valgono; non so che farmi d'una casa che è una prigione, d'unafamigliache è una parola, d'untrono domesticoche è una metafora.

Tu non puoi darmi consigli, ma potessi anche, ed io non te ne chiederei ora, perchè sono irremovibile. Ho solo voluto narrarti la cosa pel bisogno di confidarmi ad un amico, e di persuaderti che, almeno nellosciogliermi, ho messo il senno, la maturità di consiglio, la ponderatezza, tutte quelle buone cose che doveva mettere all'atto di lasciarmi legare da un articolo del codice. Ma egli allora mi piaceva, ed io gli piacevo. Così almeno ha detto lui.

Vorrei un po' sapere perchè ora non gli piaccio più!

Perdona se ti ho trattenuto un pezzo colle mie chiacchiere; spero di non averti annoiato, perchè non mi hai interrotto; ma d'altra parte tu sei così buono che non ne sono sicura…. Buona notte, cioè buon giorno. È l'alba.

In cui il signore si confida col suo medico.

Era l'alba. Era quel breve momento del giorno, in cui il sonno e la vita, il silenzio ed il suono, la tenebra e la luce sembrano stare insieme, tollerandosi a vicenda, mutando l'antitesi in un'armonia sfumata e fuggevole.

Penetrava dal vano della finestra un filo di luce pallida, accompagnato dall'alito fresco del mattino; fendevano l'aria le prime note d'un grandioso concerto che fra breve doveva prorompere in tutta la sua sonorità sul vecchio ippocastano del giardino; qualche piccolo concertista impaziente provava a gola spiegata i gorgheggi più difficili. E non ostante quei voli, quello sbatter d'ali intorpidite, quei canti e quel sommesso bisbiglio delle frondi, persisteva nell'aria qualche cosa del silenzio notturno.

Ernesta si provò un istante ad accompagnare dalla finestra il suo buon amico (uno spirito famigliare molto docile e molto taciturno), ma per mancanza di direzione certa, abbandonò quasi subito le vie delle nuvole e tornò coll'occhio e col pensiero in terra, al giardinetto, all'ippocastano.

Quel giardino era tutto un mondo agli ocelli suoi, un mondo popolato di creature innocue ed allegre, su cui non posava mai ala di nibbio; l'ippocastano era un conservatorio che dava le più belle vocette ed i migliori cantori dell'universo; lo dirigeva un usignuolo; uno stornello faceva con molta buona volontà le veci del direttore.

Ernesta rimaneva immobile ad ascoltare una bella sinfonia descrittiva, dimentica per poco delle sue sciagure. Quel mattino di maggio aveva cento mani leggiere e fresche per accarezzarla sulla fronte, sulle guancie, sugli occhi stanchi dalla veglia; i passeri le davano il buon giorno in coro, e le rondini inquiete le passavano rasente fino quasi a toccarla colle ali, mandando un grido di saluto, in cui entrava un po' di paura. La giovine donna aveva quell'acutezza di senso delle nature fantastiche e nervose; a lei le conversazioni dei passeri parevano sempre piene di attrattiva, era persuasa che le rondini nel passare le dicesseroaddio, e rispondevaaddioa fior di labbro per non far battere troppo forte quei cuoricini sbigottiti dalla propria audacia; poi spingeva il capo fuor del davanzale e volgeva gli occhi in alto, dove un'altra rondine si teneva appesa al nido sotto la gronda e la guardava curiosamente.

A poco a poco si unirono nuove voci al concerto, e la sinfonia giunse alla massima sonorità. Ernesta non sapeva staccarsi dal davanzale; la veglia protratta le aveva acuito i sensi più ancora; udiva, o le pareva d'udire, parole nuove, accenti ignorati, e quando lo stornello, appollaiato sull'ultimo ramo dell'ippocastano, incominciò un canto che si staccava su tutte le voci, le parve che a lei sola si rivolgesse e che avesse a dirle qualche cosa importante. Spinse un seggiolone nel vano della finestra e stette ad ascoltare un pezzo, ad occhi chiusi, facendo ad ogni tanto di sì col capo. Finalmente fece di sì un'ultima volta, curvò la testa sul petto e stette immobile….

Nel risvegliarsi, Ernesta fu molto stupita di vedersi quasi all'oscuro, sopra una poltroncina, nel vano della finestra, di cui erano state chiuse le imposte; balzò in piedi si stropicciò gli occhi, aprì le vetrate e ricevette sulle guancie il caldo bacio del sole di mezzodì.

Pensò: «Qualcuno è venuto, mentre io dormiva, chi mai? Leonardo; Olimpia non entra se non la chiamo.»

Stette un pezzo immobile a fantasticare su questo nonnulla.

—Egli è tornato a casa all'alba, secondo il solito, ha visto il lume acceso attraverso la toppa, ha avuto paura si appiccasse fuoco alle cortine del mio letto, ed è entrato pian piano per non svegliarmi, mi ha vista addormentata sul seggiolone, si è accostato, ha chiuso adagino la finestra già invasa dal sole, mi ha guardato per vedere se mi svegliassi e se ne è andato sulla punta dei piedi portando via il lume acceso….—

E nel dire a sè stessa queste cose, essa se lo vedeva innanzi il suo Leonardo, nè ora nè maisuo, e gli pareva curiosissimo in quegli atti, e pensava: —Qual gioia se fosse un altro, amante e riamato, per poter correre in camera di lui e svegliarlo con un bacio e dirgli: «Cattivo, è così che dovevi fare!»

Ma si corresse e disse che un altro, come lo voleva lei, non sarebbe tornato a casa a quell'ora. Ci pensò ancora, prima di conchiudere con un sospiro; poi si lasciò cadere sopra una poltroncina dinanzi allo specchio, e tirò languidamente il cordone del campanello per chiamare Olimpia.

Press'a poco a quell'ora, dalla stanza più remota, la voce di un altro campanello avvertiva il vecchio cameriere che il padrone si era svegliato. La testa canuta di Bortolo non entrò sola; la precedeva un testone crespo ed espressivo, solidamente piantato sopra un corpo alto e massiccio.

Bortolo era corso innanzi ad aprire le finestre, per lasciar entrare la luce; il visitatore si era fermato sul limitare, tenendo pronto un sorriso di saluto, e sul lettuccio in fondo alla camera un giovane pallido e bruno si era tirato mezzo il corpo fuor delle coltri, portando una mano agli occhi e facendo cenno coll'altra a Bortolo perchè non aprisse tanto le imposte. Bortolo misurò studiosamente un grado di luce che potesse venir tollerato dal suo padrone, e se n'andò in silenzio. Leonardo e l'incognito stettero faccia a faccia.

—A che ora sei venuto a letto?—domandò il visitatore con una voce dolce e carezzevole, pigliando il polso del giovane.

—Saranno state le sei, m'immagino.

—Si capisce; hai il polso agitato, incerto; segno che hai dormito poco e male e che hai passato la notte al solito.

Leonardo sembrava alla tortura, si contorse sul letto, guardò qua e là, e non rispose. L'altro gli toccò il mento coll'indice:

—La lingua.—

Leonardo mise fuori la lingua di mala grazia.

—Temevo peggio,—proseguì a dire il dottore col medesimo accento mellifluo,—hai unorganismoche fa miracoli di resistenza, ma finirà col cedere; tu non puoi durarla un pezzo così. Ed ora vediamo gli occhi.—

E senza badare alle smorfie dell'ammalato, il dottore andò ad aprire la finestra e tornò a fare il suo esame:

—Nessun peggioramento,—disse,—ma d'altra parte nessun modo d'impedire lo sviluppo d'un malanno serio, se non muti vita… pensaci….

—Ci penso.

—Senti delle punture?…

—No….

—Hai degli abbagli?

—No….

—Vedi doppio qualche volta?

—No… cioè sì… qualche volta! Insomma mi secchi! Lasciami dunque in pace. Questa mattina sono d'una irritabilità nervosa….

—Comprendo, i soliti guai con tua moglie.

—Sì… cioè no… non i soliti, ma peggio dei soliti… anzi bisognerà che ci pensi sul serio, e ti assicuro che faccio una fatica, una fatica… sono malato, dovrebbe risparmiarmi… nossignore!

—Che dice tua moglie?

—Agenore mio, ha una testa bizzarra!… dice che non vuol più star meco; ha comperato un codice e voleva che lo studiassimo insieme per imparare come ha disposto la legge quando due non possono andare d'accordo! Ma io ci vado, ci sono sempre andato, ci andrò sempre d'accordo purchè mi lasci fare a modo mio….—

Il dottore Agenore abbozzò un sorriso malizioso.

—Sta zitto, proseguì Leonardo coll'accento d'un fanciullo viziato, so quello che vorresti dire, che tutti i cattivi mariti non parlano diversamente… ma ti pare che io sia un cattivo marito? Che cosa faccio a mia moglie? Nulla.—

L'amico dottore si rizzò sulla punta dei piedi, e si lasciò ricadere sui calcagni, ripetendo come un eco: —Nulla!—

Fatto un grandissimo sforzo sopra di sè per contenersi, Leonardo scivolò sotto le lenzuola, tirandosele fino sotto il naso. Quell'atto di supremo accasciamento fe' balenare un altro sorrisetto sulla faccia del dottore, il quale ripetè ancora una volta: «Nulla!»

—Nulla,—ripigliò Leonardo con una convinzione profonda,—assolutamente nulla; in questi giorni sono stato costretto a fare una specie di esame di coscienza; ebbene, ti giuro che sono un marito immacolato. Non ho intrighi, tu lo sai, non faccio la corte a nessuna donna; colle ballerine mi piace solo cenare, perchè in generale sono creature allegre e d'una ignoranza e d'un appetito che mettono di buon umore; non giuoco, non mi ubbriaco, non faccio debiti. Se mi guardo d'attorno, vedo il conte A… che mantiene una corista, il signor B… che si fa mantenere da un vecchio soprano di cartello, il barone C… che passa i giorni e le notti alla bisca e corre di galoppo verso la rovina, eccetera; tu li conosci, costoro ed altri, al par di me, e sai che hanno tutti moglie e figliuoli… eccoli i cattivi mariti! eccoli! ho anch'io il senso critico dell'uomo virtuoso.—

Leonardo tacque; e vedendo che il dottore Agenore faceva di sì col capo, tirò un lungo sospiro, si voltò sul fianco e proseguì con voce compassionevole:

—Sono proprio disgraziato, piglio moglie credendo di fare un'azione meritoria, di assicurarmi la mia porzione di paradiso, e invece mi tiro un inferno addosso. Tu sai come è andata. Ernesta mi piaceva ed io piaceva ad Ernesta; sola lei, solo io; essa non aveva una casa, ed io ne aveva una, in cui non stavo mai… Ci sposiamo? Sposiamoci. E fu fatto. «Mobiglierà la casa di suo genio, dicevo, perchè sarà lei che dovrà starci, io mi reputerò felice di vedermi venire incontro un visino ridente e mi sentirò meglio equilibrato nel mondo.» Sissignore che facevo i conti senza quella testolina bizzarra; figurati, vorrebbe che non mettessi il piede al Circolo, nè al Caffè, che non riconoscessi più i miei amici da scapolo, che avessi paura dei gonnellini delle ballerine, che andassi in teatro solo per accompagnarvi lei, che la conducessi a spasso e nelle buone famiglie e che stessimo a sbadigliare a quattrocchi tutto il giorno quanto è lungo… e tu sai quanto è lungo! Mi provai a persuaderla e sulle prime sperai di ricavarne qualche frutto…. «Disgraziata! non sai che è la tomba del nostro amore che tu vuoi scavare con queste male abitudini? Lasciami fare a modo mio, e non mi pentirò mai di aver preso moglie, e mi piacerai sempre, e ti amerò in eterno; hai unaposizione, una famiglia; sei una donnacollocata, come si dice, puoi ricevere, dar delle veglie; divertiti come io mi diverto, onestamente, fatti delle abitudini che non urtino le mie abitudini…, e lasciami in pace.» Tempo perduto, fiato sprecato; ho dovuto sempre finire a piantarla colle sue smanie ed andarmene al Circolo. Ha certi paroloni in bocca, si fa certe idee dei doveri coniugali da diventare insopportabile; peccato, perchè è bellina proprio e vi sono nella giornata alcune ore che avrei sempre passato volentieri con lei; ma a darle retta non sarei più un uomo, diventerei un fantoccio, e mi farebbe muovere a suo capriccio. Pazienza; per parte mia rinuncio ai vantaggi sperati da questo matrimonio; poichè non sa riconoscere la sua felicità, peggio per lei; vuole andarsene, si accomodi.—

E così dicendo la povera vittima girava orizzontalmente come sopra un perno e si voltava sull'altro fianco. Per un pezzo stette zitto, aspettando forse che l'amico dottore entrasse a dire qualche cosa, ma l'amico dottore non discuteva mai le opinioni degli altri senza un qualche gravissimo interesse, ed aveva in ciò le sue ragioni filosofiche; onde Leonardo, che aveva preso l'aire e non poteva fermarsi, dovette fare un'evoluzione contraria sul proprio perno e mettere un'altra volta la sua faccia di vittima di fronte alla faccia pensosa dell'Esculapio.

—Io la compatirei mia moglie, sì, se mi lasciasse in pace, sento che avrei la forza di compatirla; le sono idee bevute coll'educazione, idee da borghesucci, da gente di affari. Un impiegato che passa nove ore del giorno all'ufficio, un bottegaio, un negoziante, che so io, ecco i mariti modelli! Dio del cielo! La cosa difficile! Date otto giorni di vacanza all'impiegato, tre feste di seguito al bottegaio, un piccolo fallimento che costringa a quindici giorni di ozio un negoziante, e se costoro non fanno dare in ismanie le loro Penelopi, come io la mia senza colpa, mi si mozzi un dito, mi si mozzi! Mia moglie non comprende queste cose perchè è un po' fatua, un po' spensierata, un po' frivoluccia, un po' insomma tutto quello che ella dice che io sono, ma io… ma io….

La faccia da ridere del dottor Agenore imbrogliò la frase di Leonardo, il quale fu costretto a fermarsi ed a domandare:

—Dimmi tu se ho ragione.

—Non c'è che dire,—rispose il medico,—hai ragione; le tue facoltà sono equilibrate per modo che non vi può essere dubbio… hai ragione… è la natura genuina, è il tuo sangue, sono i tuoi nervi, non potrebbe essere altrimenti… insomma hai ragione.

—Manco male! interruppe l'altro,—manco male; io appartengo ad una classe che ha vacanza tutto l'anno, e che di necessità deve avere abitudini matrimoniali diverse… Bada un po' quanti avventori ammogliati con prole conta il Caffè Cova! ed il Circolo quanti! Domanda a costoro se, quando si sono coniugati, fu loro possibile da un giorno all'altro mutare le abitudini di una quindicina d'anni per cucirsi alle sottane della moglie! Non bisogna esagerare la virtù di quei quattro articoli del codice che vi legge il Sindaco o l'Assessore; sono quattro buoni articoli, ma non possono far miracoli; il giorno dopo che si è cessato di essere scapoli, in fondo si è rimasti quello che si era la vigilia. Molti credono il contrario e si illudono e fanno la propria e l'altrui infelicità; io non l'ho creduto un istante e sento che potrei far la vita di marito con molto garbo… se mia moglie mi lasciasse in pace. Il marchese Viani e l'ingegnere Stefani fanno così, ma essi hanno avuto la fortuna di trovare delle mogli che comprendono lasituazione, ed a me ne è toccata una testereccia che vuol guastarmi il sangue colle sue idee balzane…. Pazienza! Ci separeremo. Accetto la mia parte di vittima.—

Dicendo queste ultime parole, il poveraccio protendeva tutte e due le mani fuori del letto come eccitando il dottor Agenore a consegnargli immediatamente quella parte disgraziata.

Pochi minuti dopo Leonardo, non sapendo più che dire e sicuro che avrebbe aspettato invano i consigli del suo amico medico, si determinò a levarsi da letto alla muta. Il dottore Agenore stava a guardarlo seduto sopra una poltroncina.

—Fammi il piacere, dimmi ancora che ho ragione—uscì a dire Leonardo arrestandosi di botto, mentre stava mettendosi i polsini.

Agenore rialzò il capo e disse senza scomporsi:

—Certo che sì; finchè parli tu, la ragione è dalla tua.

—Che intendi di dire?

—Tua moglie farà le sue argomentazioni, immagino?

—Pur troppo….

—E le fa in buona fede….

—Ma senza senso comune….

—Non importa, le fa col suo senso, co' suoi sensi, ha ragione anche lei; avete ragione tutti e due; sono i nervi, è il sangue, il fluido… la disgrazia, se ti piace meglio.

—Le conosco le tue teoriche, non le discuto….

—E fai bene, perchè sarebbe inutile… sono le mie; io non discuto le tue… perchè sono le tue; la discussione è un acrobatismo dell'ingegno, uno sforzo erculeo sul trapezio, sulla corda o sulla barra che non approda a nulla. Tu non sei padrone ora di pensare diversamente da quello che pensi; date le tue condizioni fisiche, dato l'equilibrio momentaneo delle tua facoltà, è fatale. Vuoi essere sicuro che questa tua idea d'ora è, non dirò la vera, ma quella che corrisponde esattamente al tuo temperamento?… Aspetta a domani, fra una settimana, fra un mese.

—E mi consigli?

—Di non risolvere nulla per ora.

—Impossibile… impossibile… impossibile. S'ha a finire; ieri dopo il desinare, bisticci, ieri l'altro idem; e indietro e indietro sempre bisticci e scene analoghe…. Le ho detto che oggi le avrei risposto ed oggi le risponderò.—

Leonardo aveva finito di vestirsi e si guardava intorno.

—Vacci subito,—disse Agenore,—spicciati, io ti aspetto qui….—

Leonardo non rispose, prese sbadatamente il cappello e lo tenne in mano facendolo girare.

—È una scena disgustosa,—disse alla fine lentamente,—non ci avevo pensato, mi sembrava facile ed è difficile; ci saranno lagrime, parole grosse… ho una natura così impressionabile; mi spiace veder piangere una donna…. Ernesta poi… a cui voglio bene…. Ah! mi viene un'idea; è la mattina delle idee… ma questa è eccellente…. Ecco, Agenore, ci vai tu da mia moglie, te le presenti, le sveli l'animo mio, la persuadi che io non ho alcun torto verso di lei, le spieghi bene le cose, la induci ad accettare la vita libera nel tetto coniugale…. ed in caso disperato….

—In caso disperato?

—Le dici che il suo codice non serve a nulla, che quando ella vorrà stare in città, io me ne andrò a viaggiare, e quando ella vorrà andare in campagna od ai bagni io starò in città…. così sarà liberata dalla mia odiosa presenza e non si faranno scandali. Ci vai?

—Ci vado.

—Ah tu sei il migliore degli uomini ed il migliore dei medici; mi hai tolto una montagna dallo stomaco; servigi come questo non si dimenticano…. conta sulla mia gratitudine… io corro perchè è la una e mezza; alle due mi aspettano al Cova. Fatti annunciare…. mia moglie non ti farà fare anticamera.—

E Leonardo, trasformato in volto dall'ottima idea che gli era venuta, uscì guardandosi intorno per paura di incontrarsi colla sposa; quando fu sul pianerottolo, si fregò le mani come uno scolaro e scese le scale a precipizio.

Missione diplomatica.

Il dottor Agenore aveva accettato il difficile incarico con un po' di leggierezza. Ci pensava ora e diceva a sè stesso che se la discussione è inutile, la persuasione è impossibile, salvo in certi casi di felice rilassamento delle fibre. Finì con dirsi che po' poi non doveva fare un predicozzo, nè un'orazione, ma un'ambasciata pura e semplice.

E si fece annunciare alla signora.

La signora lo ricevette nella sua camera da letto, in veste da mattina, sdraiata sopra un divano, dandosi l'imperio e la disinvoltura dell'indolenza.

—Buon giorno, dottore,—disse la prima,—come sta?

—Bene,—rispose Agenore senza scomporsi,—e quanto a lei, cara signora, invece di domandarglielo me ne accerterò io stesso.—

Così dicendo, le si sedeva accanto e le pigliava il polso tra l'indice ed il pollice.

—Un po' agitato, ma abbastanza regolare; ella è in grado di ascoltare pacatamente quello che le devo dire…. Suo marito….

—Mio marito!… è dunque mandato da mio marito?E perchè non è venuto egli stesso?

—Era aspettato al Cova.

—Ah!

—Il mio amico Leonardo è dolente di non essere compreso, è sicuro di fare il suo dovere di buon marito, non sa darsi pace…—

Ernesta lo interruppe.

—E infine non sa che farsi di me….

—Non dice questo.

—Che cosa dice? Ha egli pensato, come ho pensato io, che questa vita è intollerabile? E che ha risoluto?—

Il dottor Agenore si vide così sbalzato dall'esordio alla perorazione, senza aver fatto un passo; prima di rispondere provò a puntellarsi.

—E ci ha ella proprio pensato? Ed è venuta per davvero alla conclusione che questa vita è intollerabile? Ed è certa di non aver avuto un po' di febbre, una momentanea irritazione nervosa? Perchè, cara signora, noi siamo povere creature avviluppate in una rete di nervi, mal difese da un'epidermide impressionabilissima, e anche quando i tessuti muscolare e connettivo sono sparsi coll'eguaglianza che fa le donne leggiadre come lei ed i temperamenti felici, non si sa mai quello che accade nei vasi; il sangue, la linfa, gli umori sono altrettanti nemici che noi alimentiamo, e quando ci pare di essere persuasi d'una cosa, siamo esposti a pentirci un'ora dopo.

—Nelle cose del raziocinio può essere, ma il cuore non si inganna mai.

—Il cuore! Ah! non mi parli del cuore, cara signora; bisogna averlo visto il cuore! È il più fallace di tutti gli organi. Quando io guardo un oggetto e lo trovo bello….—

Il dottore Agenore guardava l'epidermide vellutata della faccia di Ernesta.

—…. Allora sono press'a poco sicuro di non fare un giudizio falso; posso sbagliare, ma è difficile, è difficile…. così quando scevero una stonatura in un concerto, così quando mi fido al tatto—piccole imprudenze quasi sempre innocue—ma se entro a far funzionare il cervello od il cuore, non ne imbrocco una giusta, parola d'onore! Dieci anni sono io era spiritualista, credevo a tutte le verità che insegna la madre Chiesa, perchè le dovevo credere; le credevo senza intenderle, come consiglia la Dottrina, e ne ero persuaso; oggi che la scienza mi ha aperto gli occhi, non ho più la fede, e mi sono fatto un'opinione ferma che allora fossi un grande…. Devo dire la parola?

—Dica.

—Un grand'imbecille… Allora ed oggi io era persuaso, e pure allora od oggi, secondo le idee volgari, avevo torto; invece ho sempre avuto ragione, perchè la ragione od il torto sono parole. I fatti eccoli, e glieli garantisco: l'equilibrio delle facoltà, i moti delle fibre, la temperatura del sangue e degli umori.

—Diceva dunque che mio marito?….—interruppeErnesta abbandonandosi sul divano.

—Il mio amico Leonardo ama la sua libertà (è fatto così), ama pure sua moglie, ma più la libertà (non ci può nulla); vorrebbe accontentarle tutte e due…. potendo.

—E non potendo?

—Non potendo, egli viaggierà spesso e la signora passerà alcuni mesi in campagna; così sarà liberata dalla vista odiosa del marito…. (parole testuali) se però le accomoda.

—Mi accomoda,—disse Ernesta balzando in piedi e suonando il campanello.

—Che fa ora?—chiese il dottore rizzandosi,—non si ecciti così; ella tanto giovane, tanto bella, tanto spiritosa! Ah! È un peccataccio nero farla andare in collera! Il mio amico Leonardo non ha senso comune….

—Non m'importa di lui,—disse Ernesta, ed aggiunse volgendosi ad Olimpia accorsa alla chiamata:—Prepara subito le mie valigie, parto oggi stesso….—

La cameriera fece cenno di sì, guardò il dottore e se n'andò; Agenore, pigliando per mano la bella adirata, la trasse con lieve violenza sul divano e cominciò colla sua voce carezzevole:—Povera creatura! Povera creatura! Quante doti inapprezzate ed inapprezzabili, quanta bellezza, quanto sentimento, quanta bontà! Tutte le più felici emanazioni d'unorganismoeletto! Il tanto da far beato un misantropo! E codesto Leonardo!….

—Che ne importa a me di Leonardo!—ripetè la bella con accento che invano voleva parer duro;—questo mondo è vasto, ci posso vivere anche senza Leonardo, ci vivrò, e sarò felice, perchè alla fine….

—Perchè alla fine,—proseguì il dottor Agenore accalorandosi, alla fine la vita è breve, e la gioventù fugge, e la bellezza svanisce, e i fluidi perdono la loro elasticità, e quella febbre simpatica che piglia in una volta due esseri….—

Il dottore non ebbe tempo di dare il suo nome volgare alla febbre simpatica che piglia in una volta due esseri, perchè Ernesta, obbedendo ad un impeto irresistibile, proruppe in lagrime e nascose la faccia fra le mani.

Non si era mai aperto un orizzonte così ampio agli occhi del medico materialista, il quale ebbe le vertigini, fece un sogno audace, ed approfittando della licenza che gli dava la sua veste dottorale, prodigò un mondo di carezze poco scientifiche alla bella donna. Forse per la prima volta in vita sua egli si accorgeva del fascino sintetico che emana da una creatura di genere femminino. E si trovava senza avvedersene a vagheggiare le forme leggiadre di quel corpo che aveva le seduzioni della bellezza, della grazia, dell'abbandono e del frutto proibito. Bisogna dire che i filosofi materialisti non siano corazzati meglio degli altri e che il conoscere gli elementi, di cui si compone una corbelleria, non renda molto più forti nel resistere alla tentazione di commetterla. I nervi del dottor Agenore ne stavano appunto commettendo una, e il cervello, coll'aria di volersene stare in disparte, se ne faceva l'istigatore ed il complice.

Si indovinano le fantasie di quell'uomo così poco fantastico; egli vedeva una bella donna sul punto di separarsi da un marito indegno, l'accompagnava nella solitudine, spiava gli occulti moti del suo cuore e ne scandagliava il vuoto…. si sentiva un desiderio cocente di colmare quel vuoto, di pigliare il posto dell'indegno, e trovava quel desiderio legittimo.

—Ah!—diceva egli perdendo assolutamente di vista la dottorale gravità,—ah! cara signora, non le mancherà, no, chi l'adori come ne è degna; quel povero Leonardo è malato, non capisce il bello, non sa amare robustamente, la linfa lo atrofizza, i cattivi umori gli inacidiscono l'umore…., a lei doveva toccare in sorte un uomo gagliardo, di temperamento sanguigno (il temperamento meglio fatto per l'amore), un uomo non viziato dall'abuso, non stanco dei piaceri, ma che dalle fatiche d'una vita studiosa sapesse volare….—

Il dottor Agenore disgraziatamente non sapeva volare sulle ali della rettorica meglio di così, ed anche così non poteva durare un pezzo. Si fermò per ripigliar fiato, ebbe un momento di rilassatezza delle fibre e temette di essere andato troppo oltre.

Ernesta, riasciugate le lagrime, teneva gli occhi immobilmente fissi sul pavimento; probabilmente non aveva inteso nulla.

Agenore si guardò alla sfuggita nello specchio, si rimproverò in cuore di non essersi fatto radere al mattino, fece uscire i polsini dalle maniche del farsetto coll'aria d'un guerriero che assicura l'asta in pugno, e ricominciò l'assalto.

Quando mezz'ora dopo il dottore usciva dalle camere di Ernesta, aveva quell'aria tra fatua e rimminchionita d'un uomo per lo più grave che è dovuto uscire dalla propria gravità e non sa bene se ne sia contento.

—Ci fai una grama figura, Agenore amico mio—diceva l'amico Agenore—una grama figura!… ma quella donna è tanto bella, e Leonardo così fatuo!…—

Leonardo aspettava al Cova con una certa ansietà:

—Dunque?

—Se ne va.

—Dove?

—In campagna, sul lago, oggi stesso, non vuol saperne di conciliazione.

—Ed io?

—E tu in luglio andrai ai bagni di Spa, te li ordino fin d'ora per gli occhi, ed allora la signora Ernesta tornerà in Milano se ne avrà voglia.—

Leonardo stette un po' sopra pensiero, poi, vergognoso di parere inquieto, strinse la mano all'amico dottore e disse ridendo:

—Grazie, grazie, grazie.—

Il dottore, che stava per cedere ad un nuovo rilassamento delle fibre, vinse lo scrupolo, respirò libero e sentenziò dentro di sè:

—Se facessi diversamente, sarei un imbecille.

In cui si fa una rivelazione e si mostra un disegno.

Il dottor Agenore deve aver dato di sè una idea più solenne del necessario; i modi, le sentenze, l'accento gli possono aver prestato sembianze di colosso; è tempo di ridarlo alle sue vere dimensioni; sappiate dunque che non era uncattivo soggetto.

Tutta la sua filosofia materialistica, appresa nell'anfiteatro anatomico dell'Università di Pavia, non aveva potuto indurirgli una fibra od intorpidirgli un nervo; medico-chirurgo-ostetrico, salvo qualche canone scientifico di più e molte ingenuità di meno, egli era rimasto organicamente come quando traduceva iTristi d'Ovidiodalle panche del Liceo. È naturale, è logico, secondo la sua filosofia medesima.

E siccome il dottor Agenore aveva studiato medicina per amore della teorica, e si era limitato nella pratica alle costipazioni degli amici, non è temerario asserire che egli era una creatura press'a poco innocua.

Andava famoso al Caffè Cova per le sue avventure galanti, incominciate sempre con una lezione d'anatomia, allo scopo di ottenere la cura radicale delle opinioni e dei sentimenti delle belle. Si diceva di lui che una volta, dopo d'aver spinto l'innamorata fino alle ultime trincere e costrettala alla resa, aveva rinunciato ai frutti della vittoria, perchè il generale supremo dell'esercito nemico,vulgoil marito, era entrato in sospetto della cosa, se ne sarebbe accorto e ne avrebbe avuto dolore. La clientela del dottore rideva grassamente delgran rifiuto, come lo chiamava con frase dantesca; Agenore lasciava ridere e rispondeva invariabilmente:

—È questione di principî. L'adulterio è cosa semplicissima; la fisiologia non lo vieta, anzi lo consiglia; è il solo rimedio trovato dalla Natura a quella malattia sociale che è il matrimonio, a patto però che il marito non ne sappia nulla. Se egli lo sa (fragile ed imperfetto come è quasi sempre il nostro organismo), ne avrà dolore, dolore egoistico, se volete, ma sacrosanto; e chi sapendolo fa cosa che cagioni dolore ad un suo simile, costui, signori miei, commette una birbonata.

I clienti si guardavano in faccia e ripigliavano a ridere, dicendo dentro di sè che in fondo quel materialista implacabile valeva meglio di certi spiritualisti che fanno complice la rettorica delle loro imprese galanti.

Il dottor Agenore non era dunque un cattivo soggetto; tale non lo avevano voluto il sangue, la balia, la complessione, a dispetto dell'anfiteatro anatomico. Non se ne vantava, no, sapendo di non averci merito, come altri non ha colpa del contrario, ma in fine ne conveniva egli stesso con modesta compiacenza:non era un cattivo soggetto.

Quanto a ciò che egli meditava di fare era per filo e per segno suggerito dagli avvenimenti. Pensate: una moglie bella, giovane, sola, abbandonata alle noie della campagna; l'amico marito che non se ne dà pensiero e chiude gli occhi addirittura, certo che la virtuosa moglie si darà spasso onestamente, vale a dire senza scandali…. Ah! In fede mia ciò che il dottor Agenore meditava di fare era suggerito per filo e per segno dagli avvenimenti! Ed ecco ciò che meditava di fare:

Aspettare alcuni giorni, il tanto necessario a lasciare sbollire i primi entusiasmi campagnuoli di quella testolina bizzarra, partire, arrivare in un momento di noia, col pretesto di farle visita, di assicurarsi della sua salute, ed incominciare una cura radicale.

Aspettò, partì e giunse a Bellagio. Ed è inutile dire che la mattina della partenza non aveva dimenticato di farsi radere.

Il dottor Agenore intraprende una cura radicale.

La villetta, che pareva fatta apposta per esser nido d'un amore clandestino, era situata sopra Bellagio un bel tratto, ai due terzi del colle. Di lassù si vedevano i tre bracci del lago, ma più direttamente quello che si allunga verso Lecco. L'idea di nido nasceva spontanea vedendo biancheggiare la casa attraverso il boschetto che da quella parte copre la ripida balza del monticello.

Il dottore Agenore vi giunse verso il mezzodì, a piedi, sotto la sferza d'un sole di maggio che per l'occasione fausta si era fatto anticipare i raggi di luglio. Grondava di sudore il poveraccio, era impolverato ed ansante. Avrebbe potuto farsi tirar su in carrozza—e tale era stata la sua intenzione in principio—ma giunto alle falde del nido, ebbe un'ispirazione: far la strada a piedi, arrivare dinanzi alla bella, sbuffante e coperto di polvere… un tiro da maestro.

Quando fu ad un trar di sasso dalla porta d'ingresso, si fermò a guardare tutto intorno; le finestre della casicciola erano chiuse, non si vedeva anima viva; poi udì uno starnazzar d'ali affrettate; un paio di colombi gli passarono sul capo, seguì cogli occhi l'alata coppia, e vide sotto una pianta, nel fitto del vicino boschetto, una bianca veste di mussola ed una capigliatura nera, disciolta, cadente a ricci sopra un bel viso tondo più bianco della mussola… lei—lei stessa—Ernesta!

La cara donnina aveva intorno a sè uno stormo di colombi, cui dava da mangiare, costringendoli talvolta a venire a prendere le briciole sulla palma della mano. Come vide il dottore, non si rizzò, gli fece un saluto ed un cenno perchè aspettasse alquanto e non si movesse.

Il dottore s'impalò duro duro e non fiatò nemmeno.

Finalmente il pasto finì e la bella congedò i colombi che spiccarono il volo dirigendosi al basso. Anche Ernesta spiccò il volo ed in un istante fu presso ad Agenore con modi festosi.

—Il bravo dottore! Il bravo dottore! E la bella visita! Perdoni se non ho lasciato subito i colombi, ma se l'avrebbero avuto a male e sarebbe stato perdere otto giorni di pazienza… Li addomestico a venire a mangiare il miglio e le briciole sulla palma della mano… mi costa molta fatica, perchè non sono veramente eroi i miei piccoli allievi, ma tanto, sa? a quest'ora due sono educati… Bisogna vederli come mi guardano in faccia ad ogni boccone, tirando indietro il collo, per decidere se debbono fidarsi. E m'interrogano anche, mi dicono un po' spaventati: «ôh? ôh?» Fra una settimana mi verranno dietro come cagnolini… scusi, sa?… ma hanno da essere i compagni della mia solitudine.—

Il dottore Agenore strinse nelle sue grosse mani la manina che gli veniva presentata, scrollò la testa lanosa, levò al cielo la faccia lucente, fu lì lì per dichiarare col suo più bel falsetto che la sorte di quei colombi era invidiabile e che egli avrebbe voluto essere per lo meno un piccione. Ma disse a sè stesso che porre lamozione degli affettiprima ancora d'ogniesordiosarebbe stato invertire tutte le regole della rettorica e tradire il proprio sistema di seduzione.

Si trattenne in tempo. E non solo si trattenne, ma ebbe forza di darsi un'aria quasi indifferente e di assicurare la bella che egli veniva in qualità di medico e di amico di casa per vedere come… se mai… insomma pervedere. Ernesta ringraziò con un sorriso ingenuo, si attaccò al braccio del poderoso cavaliere e si diresse verso la palazzina, dicendo colla più gaia sonorità d'accento:

—Ella vuol sapere se sono felice; sissignore, sono felice. Quanto? molto, troppo, tanto che ho paura di qualche disgrazia. Ho ritrovato in campagna tutti i miei giorni d'infanzia, uno per uno… quello in cui stetti ad ascoltare il canto dell'usignuolo dal mio lettuccio; quello in cui assediai la galleria d'un grillo con una pagliuzza e ne feci venir fuori il castellano, quello in cui seguì le processioni delle formiche, quell'altro in cui fui colta da un acquazzone. Salvo che allora godevo spensieratamente, ed oggi invece penso ai miei godimenti, e, quando non me li centuplico, me li sciupo… Lei si fermerà qui tutt'oggi, spero? Desinerà meco! Non dica di no, altrimenti mi faccio venire lo spasimo e la costringo a rimanere per curare i miei nervi… è inteso; ella rimarrà qui fino a sera; desinerà meco. Se teme d'annoiarmi, s'inganna; io non trovo tempo d'annoiarmi, non ne troverà nemmeno lei; le farò vedere il giardino, l'orticello, la conigliera e anche la colombaia… già ne ha veduto i nuovi inquilini; preferiscono vagar pel bosco, ma di tanto in tanto ci vengono per beccare il miglio; finiranno ad amare la loro casa quando sapranno che è tutta per loro.—

Ernesta si interruppe di botto ed uscì in una risata; aveva parlato con tanta volubilità, che il dottore Agenore, pur volendo scusarsi e ringraziare, aveva invano aperto le labbra per cogliere un momento di intervallo da colmare con un ma.

—Ma,—prese a dire—non so se devo…

—Lo so io, e basta; la sequestro, la faccio prigioniero, ella è nel mio territorio.—

Il dottor Agenore anche questa volta fu ad un pelo di supplicare la bella, perchè mitigasse la pena di morte che gli infliggeva colla sua bellezza in prigionia perpetua; ma anche questa volta l'ardita metafora gli parve, come sarebbe stata, prematura.

Erano giunti alla casa, ed al loro arrivo uno stormo di uccelli si levò a volo dal tetto, oscurando il cielo come un nugolo nero. Ernesta battè le mani allegramente:

—Quanti! Quanti! e' sono stornelli, li riconosco al volo; veda, come si muovono in giro per l'aria! a momenti si poseranno ancora. A Milano ce n'era una colonia che abitava i tetti del mio vicinato, e faceva la guerra alle civette; verso il tramonto era una festa seguire i loro circoli, il cielo pareva un mosaico. Ecco, si sono posati, senta come ciarlano! sembrano dire: «Noi siamo le creature più felici della terra…»

—Ed i nostri viaggi circolari sono i più economici ed i più spediti.—

L'aggiunta scherzosa del dottore fece ridere la bella, la quale uscì a dire con un vezzo infantile:

—E perchè no? Sarebbe ella per caso uno di quei dottori che hanno fatto la scoperta che l'uomo parla per farsi intendere e gli uccelli gridano per assordarsi a vicenda? Scommetto di no.—

Il dottore protestò che ella aveva vinto la scommessa.

—Gli uomini e gli uccelli—aggiunse—sono scorie animate dalla stessa madre comune, e la Natura, anche quando pare matrigna, è madre imparziale; il polipo stesso che vive inchiodato allo scoglio deve avere grandi soddisfazioni tutte sue nella vita contemplativa; è una specie di filosofo pratico, il quale ha ridotto lo scibile a quest'unica formula: afferra quello che ti passa a tiro delle braccia e caccialo in bocca. Osservi la profondità della massima che in poche parole compendia lo scopo della vita ed i mezzi di ottenerlo. Il polipo ha le abitudini del filosofo sedentario, ma disgraziatamente il filosofo sedentario non ha tante braccia quante ne ha il polipo.—

Il paragone fece ridere Ernesta; ma il dottore era entrato in materia e non voleva uscirne, e proseguì atteggiandosi con una certa solennità, senza lasciare il braccio della bella:

—Comprendo; ella vuol dirmi che il confronto è strambo, irriverente, che l'uomo è il re della creazione… e che so io; ma è lui che lo dice, e alla Natura, cara signora, non importa nè punto nè poco del suo reame; per essa tutti gli esseri sono eguali, come eguale è l'opera principale che a tutti domanda. Filosofia, scienze, arti—ghiribizzi fosforescenti; non siamo qui per questo, cara signora.

—E perchè ci siamo?—domandò Ernesta, levando gli occhi con uno stupore scherzoso.

—Per un occulto motivo che ci sfugge, e per uno palese che è… che è… che è… l'amore.—

In un'altra occasione Agenore avrebbe detto «la riproduzione delle specie,» ma il suo sistema di seduzione si fermava, come tutti gli altri sistemi, all'amore… sostantivo comune di genere mascolino.

Ernesta levò i begli occhi sbigottiti sul dottore.

—E dice che l'arte, la scienza, il pensiero importano nulla?

—Alla Natura sì, lo dico e lo sostengo; se le importasse del pensiero mio, dovrebbe pure importarle del pensiero d'un altro assolutamente contrario al mio, il che è assurdo; la infinita varietà delle idee ci riporta al caos.

—Dica all'urto, da cui nasce l'ordine.

—Urto d'atomi, confusione con apparenza d'ordine; a guardarci bene addentro, ciò che pare ordinato non è che piccino e forma nell'infinito il caos. Creda a me, nulla delle cose nostre è necessario, fuorchè… fuorchè… l'amore.

—Virtù, affetti, sentimenti, pensieri, opere, tutto dunque è vano?—chiese Ernesta, crollando vezzosamente il capo ad ogni parola.

—La virtù è una convenzione; non esistono che gli affetti, e sono buoni o cattivi secondo le condizioni dei vasi, dei nervi, dei tessuti. I pensieri è provato che sono bagliori fosforici, le opere sono giocattoli con cui inganniamo noi stessi, rispettabili se servono a farci passar meglio la vita e dar modo di passarla meglio ai nostri figlioli; e quanto al bene in sè, è fatale come il male; vi è l'organismodell'assassinio, come vi è l'organismodel sagrificio, varietà dell'infinita razza di egoisti puri e semplici.

—Ella cheorganismoha?—domandò Ernesta ridendo.

—Un organismo che entra nella gran categoria… voglio essere sincero.

—Egoista puro e semplice.

—Egoista sì, la mia parte, puro e semplice forse no; ho le mie massime virtuose.

—E ci crede?

—Ci credo; sono fatto così; dall'immensa vanità di tutte le cose umane ho sceverato una sensazione, la sola vera, profonda, sacrosanta, dopo l'amore: il dolore. Tutta la mia moralità entra in questo dogma: «Godi senza dar dolore agli altri.»—

Ernesta non disse più nulla, spinse l'uscio socchiuso della casetta ed entrò in un salotto, salutata al solito dai canarini che svolazzavano per la gabbia a farle festa. Ma questa volta la bella non badò al cinguettìo carezzevole, e si lasciò cadere sopra un divano in atto di stanchezza. Agenore le sedette a fianco, stette un pezzo a guardarla in silenzio, poi le prese la mano, che non si ribellò.

Il sangue acceso del dottore gli mandò sul volto una vampata.

Erano soli; dalla porta rimasta socchiusa penetrava un raggio di sole, i canarini si erano acquetati nel vano della finestra, le cui cortine di garza azzurra lasciavano passare una fantastica luce.

Era venuta l'ora. Non l'esordio mancava oramai, ma l'occasione d'avventare una metafora. Agenore si guardò intorno, poi guardò ancora Ernesta;—era immobile e pensosa.

—Senta,—prese a dire, stringendo la mano che aveva tenuto nella sua,—senta…—

E invano volle andar oltre. Ernesta non sollevava il capo, pensava sempre.

—Senta…—disse Agenore per la terza volta rompendo l'impaccio con un impeto;—l'amore è l'unico bisogno della natura; solo nelle sue febbri amorose l'uomo trova il conforto della vanità delle altre febbri, si dimentica, si perde, rivive a modo suo… Affrettiamo l'amore!—

L'ultima frase, che era veramente un'invocazione filosofica a tutte le creature dell'universo, avrebbe potuto aver sembianze più pratiche e meglio determinate; ma Ernesta non l'udì. Non udì la frase, e non vide un colombo, uno probabilmente dei due audaci, che era venuto a posarsi sul limitare e cacciava la testina di mezzo al vano, guardando curiosamente prima con un occhio, poi coll'altro.

Il dottore lo vide.

—Ah!—sospirò egli melanconicamente parlando al colombo—come invidio la tua sorte!…—

Ma sentendosi rivolgere la parola in un falsetto che non gli era famigliare, il colombo tirò indietro il collo, guardò alquanto sbigottito l'incognito e la sua padrona, domandò un paio di volte: «ôh? ôh?» e non punto rassicurato, allargò le ali e spiccò il volo.

A quel rumore la bella si scosse, levò lentamente il capo, sprigionando insieme la mano dalla stretta del dottore, fe' prova di levarsi da sedere e ricadde dando in uno scoppio di pianto.

Invano volle reprimersi, le lagrime le sgorgavano abbondanti. Agenore si avvicinò colle fibre in tumulto; non sapeva che pensare, non sapeva che dire….

—Che è stato?—Che è stato?

Finalmente Ernesta riasciugò gli occhi, e rispose melanconicamente:

—È stato lei; sono state le sue massime, la sua scienza. Ah! se il mondo, se l'uomo, se la vita fossero ciò che ella dice, cento volte meglio la morte… Sono pazza, quasi quanto lei,—aggiunse provandosi a sorridere;—è nulla, un ingorgo delle glandule lacrimali; ora è passato; mi aspetti qui, vado a cancellarne ogni traccia coll'acqua fresca, poi le farò vedere il giardino, l'orticello, la colombaia….—

Il dottore accompagnò la bella cogli occhi, e quando fu scomparsa, si picchiò la fronte in aria d'uomo che ha trovato.


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