«Non è lui! Non è lui!»
Aveva trovato! I modi di Ernesta, tra il beffardo e il romantico, quello spasimo nervoso finito in un singhiozzo, la stessa studiata indifferenza con cui la bella l'aveva accolto, tutto concorreva nella gran rivelazione. Agenore non era un gaglioffo; anche cedendo alle lusinghe di questo fantasma, non attribuiva scioccamente la sua fortuna al merito della propria testa lanosa e del proprio naso affilato; conveniva anzi con rara modestia che la cosa era andata così perchè non poteva andare altrimenti, vale a dire perchè Ernesta era nell'età, in cui si ha bisogno di quell'inganno del pericardio che i profani chiamano amore, e doveva necessariamente trovare la sua testa lanosa la più bella testa dell'umanità mascolina, non vedendone altre da vicino. E non tralasciava di ringraziare il caso di averlo fatto venire nel momento buono, quando forse, attraverso le fantasticherie innocenti della natura campagnuola, incominciava a farsi strada nel sangue e nei nervi della bellissima creatura un po' di noia necessariamente condita dalle fantasticherie non innocenti della natura intima e fisiologica. Ricordava, e si stupiva di non avervi badato prima, che la leggiadra Ernesta era stata con lui in ogni occasione bizzarra e fantastica; rammentava una parola oscura che ora si accendeva come un razzo, una stretta di mano lunga, un'occhiata languida, carezzevoli sciarade che egli non aveva pensato ad indovinare. E si picchiava la fronte colla stess'aria di prima, ma tanto più forte, quanto più cresceva la maraviglia.
Finì col conchiudere che egli aveva posto inutilmente l'assedio ad una fortezza, smantellata, infliggendo senza necessità strategica le pene dell'aspettazione e del digiuno ad un esercito impaziente e ad una guarnigione disposta alla resa. E quando Ernesta riapparve, Agenore aveva con un lampo di genio deliberato di mutare il piano di battaglia.
La bella donna, non so per qual capriccio, aveva cambiato la veste assolutamente bianca in un'altra assolutamente nera, d'un tessuto trasparente che lasciava indovinare due spalle pienotte e due braccia fatte al torno. Delle lagrime versate non si vedeva traccia; gli occhi maliziosi sfolgoravano anzi una luce insolita, le labbra color di ciriegia scoccavano sorrisi che facevano fremere come baci. Il dottore, dotto com'era delle debolezze femminili, non si dissimulava che vi ha una civetteria innocente, la quale si propone di piacere, unicamente per piacere, non importa a chi, al medico, al fattore, allo specchio; ma quel passaggio dal bianco al nero, addirittura, gli dava a pensare non senza ragione. Di tutte le figure rettoriche, l'antitesi è la più astuta, la più formidabile: tu adoperi un'iperbole pel gusto di far rumore, una metafora a modo di scherzo; ma l'antitesi, che stordisce la vittima dandole due colpi in uno, la metti solo in campo nelle grandi occasioni. Agenore applicava queste idee ed altre sull'antitesi a quel brusco passaggio dal bianco al nero che non poteva credere privo di significato.
Da uomo sicuro del fatto suo, egli concedette un armistizio alla bella, e come le ebbe detto che era leggiadrissima così vestita, del che, anche volendo, non era possibile far di meno, si mostrò disinvolto ed indolente, solo curante di rinvigorire la potenza fascinatrice che emanava dal proprio fluido. Fu docile come un bambino, la lasciò dire, la lasciò fare, e dall'alto della sua persona colossale guardava quel corpicino tutto leggiadria, con una certa solennità che doveva mettere in croce una donnina un po' curiosa. Ma era poi curiosa Ernesta?
Essa fece gli onori di tutte le parti della villa, come aveva promesso; presentò al dottore le varie insalate, le ortensie, i garofani, i conigli, ed il dottore mostrò ad ogni volta, e scrupolosamente, la faccia di chi «è lieto di fare una conoscenza,» come si dice. Quando quest'ispezione fu terminata, era l'ora del desinare. Olimpia venne ad avvertire che la tavola era pronta.
A tavola, il dottor Agenore, accorgendosi di certe occhiate furtive che Ernesta gli lanciava ogni tanto, fu costretto a misurare i bocconi e pose questo sacrifizio a debito della bella donna, nel libro mastro dell'amore….
Non era più luogo ad incertezze: la signora lasciava leggere chiaro il proprio turbamento; era come un'inquietudine lieve, un bisogno di dire qualche cosa, per cui non trovava le parole, ed una conseguente mutezza. Costretto ad alimentare il discorso che cadeva un paio di volte ad ogni portata, Agenore parlava di tutto e di tutti, a bocca piena, disseppelliva argomenti vecchi, ne creava di nuovi. E fu così, nella foga d'una bella narrazione filata, che gli venne fuori, senz'avvedersene:Leon…. Era uno sproposito grossolano; quando se ne avvide, il nome era uscito più che mezzo e tanto valeva finirlo, come fece, a denti stretti….Leonardo. La bella levò il capo e guardò il commensale in faccia con una cert'aria, di cui il dottore non comprese nulla.
—Che fa Leonardo?—domandò Ernesta mordendo una ciambella in modo da mettere in mostra i dentini.
—Quello che è solito fare,—rispose Agenore con accento commiserativo….—nulla…. passa la vita al Caffè ed al Circolo; si ammala, si finisce da sè, è cosa intesa e non ci si pensa nemmanco più.
—E che si fa al Caffè ed al Circolo?
—Si fuma, si chiacchiera, si gioca, s'invecchia prima dell'ora, come il mio amico Leonardo, si attutiscono i sensi nell'inerzia e nello sforzo: ella sa che suo marito è minacciato negli occhi, potrei citarle il conte S…. a cui una paralisi ha tolto il tatto; del gusto non ne parliamo; ve n'ha che non sanno più che cosa mangiare, e morrebbero di fame senza provar l'appetito; in generale sono gente che vive con un paio di sensi in tutto, ai meglio forniti ne rimangono tre…
—È dunque uno spedale il Circolo?
—Press'a poco; io, grazie ai cielo….—
E qui Agenore s'interruppe parendogli dimostrato che egli, grazie al cielo, era un uomo in perfetto ordine.
Dopo il desinare, e solo quando, finite le funzioni di chimificazione, si doveva credere la digestione avviata, il dottore reputò non contrario all'igiene il porre in atto il suo nuovo sistema.
Erano venuti fuori di casa e si avviarono passo passo lungo un viale. Agenore offrì il braccio alla signora, si guardò parecchie volte intorno e finalmente sprigionò un lungo sospiro.
—Da che deriva il sospirare dopo pranzo?—domandò Ernesta levando gli occhi a guardare in faccia il suo cavaliero.
—Ah!—rispose il dottore, con una vocina di flauto,—non mi mortifichi; creda che non so perdonarmi d'averle messo in capo certe idee….
—Non m'ha messo in capo nulla; le ho già dimenticate le sue idee….
—E fa bene…. e fa bene….
Pausa.
—….Io stesso quanto sarei più felice se potessi accettare le fantasie che stanno di casa in quella sua leggiadra testina! A volte….—
Il dottore con un'occhiata fuggitiva si accertò che la bella lo guardava in faccia colle labbra socchiuse in atto di stupore.
—… A volte sento come un bisogno indefinito, come una smania impotente…. allora le mie massime mi fanno paura, la mia scienza mi ripugna…. sogno anch'io ad occhi aperti, come fanno tanti, e dico dentro di me: «potessi credere alle loro stravaganze! perchè qual frutto dal mio senno anticipato? Tanto ci è la tomba che darà il senno a tutti…. Potessi credere che la nostra individualità è preziosa e non si perde, che l'ionon si distrugge e rimane conscio del passato e dei misteri della vita, ad errare nello spazio, animella leggera, sopra e sotto nuvole…. e che quella che diciamo vita è una prova ed altrove è la vita vera, che ci aspetta un organismo più eletto, un mondo migliore!…»
—È proprio così, è proprio così!—esclamò Ernesta facendosi rossa in viso dal piacere.—Oh! perchè se queste cose le pensa non le crede?—
Agenore ripigliò il filo, parlò del perispirito, del presentimento, degli spiriti famigliari, della comunicazione del pensiero dei vivi coi morti, con un accento fra il desideroso e l'incredulo, e finalmente crollò il capo in atto di sfiducia.
Ernesta era una buona figliuola, e se la mettevate nel territorio spiritico ridiventava fanciulla. Invasa come da apostolico zelo, per convertire alla propria religione un incredulo, non sapeva nemmanco lei quel che avrebbe fatto; trasse il dottore sopra una panca, a' piedi d'una magnolia, gli ordinò scherzosamente di mettersi a sedere e di starla ad ascoltare ed incominciò a dire del perispirito, del presentimento, degli spiriti famigliari, della comunicazione del pensiero tra i vivi ed i morti.
Agenore fingeva di pigliar fuoco e di spegnersi, ed il suo apostolo si infervorava a tenerlo acceso, piantava gli occhioni in faccia al miscredente, gli stringeva le grosse mani, non gli lasciando una fibra senza un fremito, soffiandogli nelle vene un calore niente affatto spiritico.
Dirà chi legge: «lo sciagurato dottore non pensava alla bassezza che stava commettendo?» Sissignore, ci pensava, e rispondeva a sè stesso press'a poco così:—Il volgo profano direbbe che io sto commettendo una bassezza; ma di grazia a chi, tranne a Dio misericordioso, può recar dolore questabassezzache a me deve dare la mia porzione di paradiso?—
Prima di scendere dietro i monti, il sole, mostrandosi tra nugolo e nugolo, spinse un ultimo raggio attraverso il fogliame lucente della magnolia per salutare la coppia ciarliera—e la trovò mutola. Agenore stringeva fra le sue una mano della bella, e la bella lasciava fare: pareva distratta, passava ogni tanto la mano libera sulla fronte come per allontanare un pensiero insistente—pensiero insistente non importuno, lo diceva la benigna languidezza dell'atto con cui veniva respinto.
Per la prima volta dopo le disillusioni matrimoniali, il quesito dell'avvenire si proponeva ad Ernesta in una forma nuova. Stretta dagli impacci del decoro all'uomo che l'aveva sciolta di buon grado dagli odiosi vincoli del codice, che cosa doveva essa a colui che era stato suo marito e di cui ancora portava il nome? Nulla, nulla. Una voce ferma, sicura, spontanea come un istinto, una voce che non poteva ingannarla, le ripeteva sdegnosamente:—Nulla, nulla.—Far d'una casa un nido, ecco la sostanza delle giuste nozze; il rimanente è finzione, è formula, è apparato per aggiungere solennità al vincolo. Volte le spalle al nido, lasciata solitaria e fredda la coltre che doveva essere scaldata dall'amore, più nulla vi dovete a vicenda—siete liberi; se Leonardo è come morto per te, dovrai tu ridurti ad una vita monastica, non palpitare più d'alcun affetto per non appannarne il decoro? E quale decoro? Quello d'un ricco vagabondo che ozia al Caffè od al Circolo, che sbadiglia o dorme, o cena colle ballerine?
Ah! giusto! La società sarà ferita nel cuore se tu osi profanare un nome così bello, una vita così preziosa!
Ernesta passava una mano sulla fronte; Agenore le sorrideva come un elemosinante che aspetta.
E un eco del mondo, rompendo le voci dispettose della coscienza, giungeva fino a lei così:
«Ah! Non a Leonardo tu vai debitrice, ma a te medesima!»
Taceva l'eco.
«Certo, ripigliava a dire una voce beffarda, in nome della virtù tu sei debitrice a te stessa d'un supplizio lento; domarti, vincerti, stringere il cuore come in una morsa, reciderti i nervi, soffiare il gelo nel tuo sangue, dimenticare che hai vent'anni, e che a vent'anni si ama e che la bellezza è un dono per farsi amare—questo tu devi a te stessa. Dovrai esercitare il lampo dello sguardo e del sorriso a velarsi, a nascondersi, oppure ad accendere fuocherelli che ardano solitari e si spengano per mancanza di alimento; se il tempo è pigro, ti parrà forse men pigro occupandolo nelle finte battaglie dell'amore, nella scherma della civetteria. Sei giovine, bella, ardente, fantastica. Sappi comporre la tua gioventù ad una senilità precoce, fa della bellezza una mostra, un trastullo della tua vanità, dà al fuoco le apparenze del ghiaccio e fantastica di là dal mondo una vita che non assomigli a questa. Così sarai riverita, onorata, stimata, e gli uomini e le donne che banchettano ripeteranno il nome tuo come quello d'una digiunatrice da proporre a modello…. agli altri.»
Ancora Ernesta passava una mano sulla fronte, ed ancora Agenore le sorrideva.
«Pazza, che ridi e soffri, che smanii quando ridi, e dubiti, e temi, mentre beffi i tuoi dubbi e le tue paure. No, nulla devi all'uomo che ti abbandona, nulla al mondo che ti tiranneggia indifferente; ed a te stessa, unicamente, la vita, l'amore, la giovinezza devi. Non sei nata per consumarti nella solitudine, per avvizzirti nell'aridità del cuore, per atrofizzare la fibra in una vacua contemplazione.
«Sei bella!… Guardati intorno, te lo dicono cento occhi desiderosi; cerca un cuore sano; dalla folla bambinesca, fatua, melensa, scevera un uomo, e gridalo al mondo senza arrossire:—È lui, è lui!»
Per la prima volta gli occhi di Ernesta s'incontrarono con una certa trepidanza negl'occhi del dottor Agenore, il quale continuava a sorriderle come un elemosinante che aspetta….
Ma una voce acuta, meglio un fischio che una voce, gridò ad un tratto dall'alto della magnolia, due volte, tre, con insistenza. E dove il dottor Agenore udì solo la nota ripetuta d'uno stornello, Ernesta intese distintamente:—Non è lui, non è lui, non è lui!»
Si levò in piedi trasfigurata in volto, in preda ad una commozione profonda, fe' cenno ad Agenore stesse zitto e ricercò coll'occhio in mezzo al verde fogliame l'alato consigliere…. finchè lo vide:
«Non è lui, non è lui, non è lui!—ripetè lo stornello e spiccò il volo a raggiungere la carovana de' suoi compagni che girava intorno intorno come una nuvola.
—È singolare!—disse Ernesta pensosa;—proprio come a Milano!
—Che ci è di singolare?—domandò Agenore con un po' di malumore per lo scioglimento frivoluccio della situazione.
Ernesta non rispose.
Un'ora dopo essa accommiatava con infinito garbo il suo dottore, raccomandandogli di affrettarsi per giungere a Bellagio prima di notte.
Voci della campagna.
Quando fu sola, si tenne un istante immobile, ad occhi chiusi, con una mano sul petto come per raccogliersi, poi andò a sedere sopra una panca di legno, in un padiglione che dominava la casa. Pensava… Non mai quell'idea erasele presentata con tanta evidenza come ora; soleva anzi sorriderne come d'una fantasia superstiziosa, accoglierla come un amico strambo che non si sappia indursi a respingere. Già aveva detto: «chi sa? può essere.» Ora le veniva sulle labbra: «È lei!» Lei, vale a dire sua madre, a cui era stato finalmente concesso di comunicare colla figlia per mezzo d'uno stornello! Era la rivelazione tante volte promessale dal suo spirito famigliare, era il vagheggiato dubbio fatto preziosa certezza… perchè l'aveva proprio sentita vibrare in fondo al petto la nota voce!
Le batteva il cuore frequente, si sentiva forte d'una baldanza insolita che si mesceva ad una insolita tenerezza, e guardava innanzi a sè fantasiando. Una sfinge, che si sollevava e si abbassava tenendosi sospesa sul calice dei fiori, le passava rasente e già era lontana, lieta del suo bottino; un frosone tardivo attraversava l'aria frettoloso, senza perdersi in ciancie; un'allodola piombava dall'alto come un corpo senza vita, a poche spanne da terra, allargava le ali ed andava a nascondersi fra i solchi; i pipistrelli uscivano dai fessi e si disegnavano come alati sgorbi nell'ombra. Dovunque Ernesta figgesse l'occhio, si accendeva una luce; ad una ad una si affacciavano le stelle, in ogni zolla balenava il segnale amoroso delle lucciole. I grilli venivano sul limitare delle loro gallerie a trillare a gara, i ranocchi terrestri dall'alto degli alberi facevano la parodia dei passeri, ed in lontananza il cuculo provava la sua terza minore.
E la sfinge e il frosone e le lucciole e i grilli e perfino le rane ed i pipistrelli erano i messi della Natura e recavano tutti la stessa ambasciata: «salute!» lo stesso consiglio: «rimani con noi;» lo stesso conforto: «qui è la pace infinita, qui s'abbreviano le vie che dalla terra conducono al cielo, qui si palpita dell'eterno amore, si contempla l'eterna bellezza, si ode l'eterna armonia.»
Gli stornelli, geometri alati, disegnavano ancora nell'azzurro cielo i loro circoli neri, componendosi a varie forme, ora triangoli, ora rettangoli, ora quadrati; ad ogni viaggio si posavano sul tetto della palazzina, si vedeva un brulichio d'ali, si udiva un ciaramellio confuso: «vieni qui» «no, là» «sotto quella tegola» «in quel vano» «te la fa.» E poi uno scoppio di risate, seguito da un nuovo volo della carovana decimata. Ad ogni volta i viaggi divenivano più brevi e le figure geometriche più piccine; finalmente gli uccelli si posarono un'ultima volta sul tetto e nissuno più ne partì. «Ci sei?» «Ci sono.» «Buona notte!»
E le ombre si addensavano, e le stelle ammiccavano più fulgide, e i grilli trillavano più forte, e il cuculo inanimito appaiava più di frequente le sue note.
E quando quelle voci tacevano un istante per ascoltare, la Natura ne sprigionava altre mille per mandare un messaggio ad Ernesta. «Salute,» le diceva il venticello blando baciandola sulle guancie e tentando di scioglierle i capelli. «Rimani qui» ripeteva una frasca sospinta sul viale; e la voce solenne che si levava dal lago e la solenne voce dei boschi che scendeva dalle montagne si accordavano a dire: «Qui si contempla l'eterna bellezza, qui si ode l'eterna armonia.»
Ernesta fantasticava sempre: oh! vivere sotto il tetto che era nido agli stornelli, nella solitudine che affina i sensi, farsi della sfinge l'amica del crepuscolo, dei grilli e delle rane gli amici della notte, dell'usignuolo l'amico di tutte l'ore; ascoltare i passeri biricchini, il cuculo armonista, ricevere la visita delle farfalle e dei mosconi e passare così la vita…!
«Fino ad oggi ho vegetato, finì col dire a sè stessa, sono stata cieca, sorda, muta; incomincierò da domani a vivere, non perderò una nota, non mi sfuggirà un colore, e griderò a tutte le creature che mi passeranno vicine: «Salute, io sono una donnina felice!»
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Otto giorni dopo, colla data del 6 giugno, Ernesta scriveva al dottor Agenore:
«Caro Dottore—Mi annoio mortalmente: le è possibile anticipare l'ordinazione dei bagni al suo amico Leonardo e mandarlo a Spa, perchè io possa passare una quindicina di giorni a Milano?»
E colla data del 10 il dottor Agenore rispondeva:
«Carissima signora—Il mio amico Leonardo parte domattina, colla prima corsa.»
Voci della città.
Ernesta tornò in città, e con lei Olimpia, il cuoco ed i canarini.
Entrando nelle sue stanze, rivedendo i suoi mobili, aprendo i suoi cassetti, frugando nei ripostigli noti a lei sola, la bella si avvide con stupore di provare una gioia tutta cittadinesca pari press'a poco a quella tutta campagnuola che aveva provato rivedendo dopo tanto tempo le acque del lago di Lecco, i colombi e la pineta dall'alto del suo villino di Bellagio. Questa scoperta la indusse ad una breve considerazione filosofica che terminò in un sospiro, ma non le tolse di abbandonarsi intera alla festa di quel mutamento.
A calcoli fatti ella doveva rimanere in città venti brevissimi giorni, chè tanto doveva durare la cura idropatica dell'amico Leonardo; si proponeva dunque di stare allegra, di compensare coll'intensità la breve durata del diletto. Al programma della festa non aveva pensato, ma che dovesse riuscire una magnifica festa chi poteva dubitarne?
La prima persona che vide nel giorno successivo all'arrivo, fu lei, proprio lei, l'amabile cuginetta. Non dico che in un programma festoso non potesse entrare una visita della signorina Virginia, ma è certo che se Ernesta avesse avuto tempo di fare un programma, l'avrebbe messa da ultimo, od in un intermezzo da non saper proprio come occupare altrimenti.
L'amabile cuginetta venne sola, a piedi, accompagnata dal vecchio servitore, poco dopo il mezzodì, quando il sole batteva a piombo ed il lastrico delle vie pareva infuocato. La povera creatura s'era sagrificata così in nome del dovere, aveva esposto i suoi capelli di stoppa e le suola de' suoi stivaletti al pericolo di pigliar fuoco, per amore della virtù minacciata e del decoro offeso. In altri termini i Rinucci sapevano tutto; il grande affetto aveva loro svelato ogni cosa; pel vivo attaccamento eransi tenuti informati di quanto accadeva… ed ahi! (un gran sospiro) accadevano cose che essi erano ben lungi dal prevedere e che se avessero potuto prevedere….
Ernesta allo spettacolo di tanta solennità ebbe il crudele pensiero di stare ad ascoltare attentissima, anche quando la signora Virginia non sapeva più come andare innanzi. Un altro sospiro tappò alla meglio la frase. Dopo di che l'amabile cuginetta si contorse sulla sedia cercando di mantenersi nel proprio sussiego e ripigliò a dire:
«Perdona se sono schietta, non so essere altrimenti; e sai se ti voglio bene.»
Ernesta non potè far di meno di rispondere alla muta:
«Oh! questo sì poveretta!
—Ebbene, per l'amore che ti porto mi duole che si possa dire di te….
—Che si dice?
—Si dice che non ami Leonardo, che vi siete separati, che te ne andasti in campagna per non stare con lui.
—E chi lo dice?
—Il mondo.»
Ernesta fe' uno sforzo per sorridere.
«Il mondo è un chiaccherone maligno, ne dice tante!
—Non è vero dunque?—domandò Virginia con impeto di desiderio che pareva genuino.
—Leonardo non ama la campagna, a me piace molto… è naturale che io ci vada e lui rimanga.»
E vedendo che la cuginetta aveva pronta un'obiezione e lottava senza probabilità di resistere alla propria naturale schiettezza, la prevenne:
«Sono qui per pochi giorni, per dar sesto alla casa.»
Ciò detto strinse la mano della visitatrice, le domandò notizie della sua salute e di quella degli zii Rinucci, chiese informazioni del cappellino alla calabrese e dell'avvenire dello strascico….—Benissimo mamma e babbo Rinucci; gran voga il cappellino alla calabrese, minacciato un'altra volta lo strascico, probabilità di ritornare alle vesti corte ed agli stivaletti alla scudiera…—Queste notizie furono date con singolare parsimonia di parole e conchiuse con un terzo sospiro che era in verità un preamboletto; in fatti la cuginetta ripigliò ingenuamente:
—Ah! sono proprio contenta che non vi sia nulla di vero nelle dicerie che mi erano venute all'orecchio!—
Ernesta stette zitta.
—E che Leonardo e tu vi vogliate bene come nei primi giorni!—
Ernesta zitta.
—E dimmi un po' dove è andato tuo marito?
—A Spa per fare i bagni.
—È ammalato?
—Agli occhi.
—Gravemente?…
—Spero di no….—
Tutte queste domande imbarazzavano molto Ernesta; ancora un paio e la non avrebbe saputo che rispondere…. fortunatamente entrò in quella il dottor Agenore.
—Il dottor Agenore—la signorina Rinucci mia cugina.—
Dopo l'inchino di prammatica, la signorina Rinucci domandò al nuovo venuto con una esitazione ben simulata:
—Ella è forse il dottore?…—
E guardava la cugina per eccitarla ad aggiungere una nota esplicativa alla presentazione pura e semplice.
—Sicuro,—disse Ernesta,—è il dottore che ha ordinato i bagni di Spa a Leonardo.
—Ah! ed è dunque gravemente ammalato negli occhi quel povero signor Leonardo?—domandò Virginia rivolgendosi direttamente al dottore.
—Disgraziatamente sì,—rispose Agenore non comprendendo il significato dell'occhiata della padrona di casa—è minacciato da una cateratta.
La sensibilissima Virginia si lasciò sfuggire un piccolo grido di terrore.
—Cieco!… Cieco!… E tu non mi dicevi nulla,Ernesta?—
Ernesta volle rispondere, ma il medico prese la parola:
—Quando parlo dicateratte, distinguo; ve n'ha di molte specie: cateratta semplice, complicata, centrale, posteriore, argentea, calcarea, capsulare, piramidale, linfatica, lattea, parziale o totale, unilaterale o bilaterale, eccetera; avere una cateratta non vuol già dire essere ciechi; anzi nei più dei casi si ha la cateratta e non si è perfettamente ciechi.
—E che cateratta è quella del signor Leonardo?
—Cara signora, non è propriamente una cateratta, è la minaccia d'una cateratta, vale a dire un intorbidamento catarattoso corticale…. mi spiego?… che qualche volta guarisce da sè….
—Qualche volta?…
—E per cui i più celebri autori consigliano le frizioni di joduro di potassio, l'uso dei mercuriali ed i bagni, specialmente quelli di Karlsbad, di Eger, di Spa….
—Ed ha ella fiducia nei bagni?
—Perchè no?… alla peggio, se non si riesce a scoprire i momenti patogenetici della formazione della cateratta, non resta altro al medico se non aspettare pazientemente che la cateratta siamaturaper l'operazione….
—E non è riuscito a scoprire quei momenti?
—Nossignora, nè io nè altri—e perciò l'ho mandato ai bagni.
—A maturare!…—
E qui la tenera Virginia Rinucci si coprì gli occhi colla mano.
La mestizia di Ernesta, cui le parole del medico suonavano dure per la prima volta, faceva una meschina figura al confronto di quell'acuto dolore.
Si parlò ancora e sempre di cateratte; Virginia era curiosissima, ed il dottore Agenore, impastato egli pure di creta come tutti i dottori, sapeva di non trovar ogni giorno un'occasione di sfoggiare le sue reminiscenze scolastiche. Finalmente il supplizio finì; Virginia baciò in volto la cuginetta promettendole di tornar presto a consolarla; Ernesta mandò un bacio ai cari zii Rinucci….
Rimasti soli, Agenore che aveva parlato quasi sempre lui, dichiarò ad Ernesta che la signorina Virginia era una donnetta amabile, non bella veramente, ma amabile, soprattutto nel conversare.
—Sì—rispose Ernesta—è molto vivace.
—E piena di spirito.
—Senta, dottore—prese a dire Ernesta—bisogna che ci mettiamo in regola; nella mia qualità di moglie, io sono assai poco informata dei casi di mio marito; mi informi, mi dica lei; mia cugina ha promesso di venirmi a vedere presto, e siccome sa il piacere che mi procura, non è donna da mancare…. mi tempesterà di domande….
—Sono ai suoi ordini, disse il dottore.
—Perchè è andato a Spa mio marito?
—Per fare la cura idropatica.
—Questo lo so; ma perchè a Spa piuttosto che a Karlsbad o ad Eger? Ci sarà stata una ragione, immagino…. e la cuginetta vorrà saperla.
—Ecco: Spa è un piccolo paradiso in estate, ha colline boschive, dintorni leggendarii e deliziosi, paesaggi pittoreschi, casette eleganti, clima saluberrimo ed acque miracolose…. dicono.
—E ci è proprio andato per tutto questo il suo amico Leonardo?
—Per questo, ed anche per altro…. per esempio, perchè ci vanno i più danarosi; perchè vi è folla in questa stagione; ed è folla di principini, di duchini e di marchesini; qualche testa coronata e molte corone senza testa… perchè vi sono corse di cavalli, tiri ai colombi, esposizioni di quadri, partite di pesche negli stagni, perchè vi è teatro aperto, infine perchè… devo dirlo?
—Dica.—
Prima di obbedire, il medico si tirò più presso alla bella donna e le prese la mano confidenzialmente:
—Perchè ce l'ho mandato io, e ce l'ho mandato col cuore leggiero, senza badare molto alla scelta…. voleva divertirsi e si divertirà.
—È vero che il suo amico è minacciato da una cateratta?
—Sì, signora, da una cateratta, da una pleurisia, da una malattia di cuore,—rispose il dottore sospirando per l'interruzione.—È un organismo che si dissolve.
—E delle cateratte si guarisce coi bagni?
—Qualche volta; se poi non si guarisce, almeno non si peggiora, e si tira in lungo.
—Quanto tempo?
—Dieci anni, venti, fino alla tarda vecchiaia; la più parte delle cateratte, di cui si fa l'operazione, sono cataratte senili.—
Di nuovo il dottore cercò di volgere destramente il discorso, ma fu interrotto, e quando più tardi ritentò, ancora fu interrotto. Finì con andarsene senza aver avuto altro premio della sua docilità, fuor che un sorriso ed una stretta di mano, l'elemosina che ogni bella donna fa al primo venuto.
Ernesta trovò male spesa quella giornata, ed anche pensando alle venture per occuparle meglio, non potè sollevarsi interamente dall'oppressione del brutto esordio.
Al domani, avvezza a levarsi oramai all'alba, fu in piedi prestissimo; aveva un mondo di cose da fare—diceva—quando ebbe dato il miglio e l'acqua fresca ai canarini, e messo in ordine la guardaroba, si guardò intorno, non trovò più faccende. Prima del mezzodì fu costretta a spolverare vecchi fascicoli di musica ed a risvegliare gli echi sonnacchiosi del suo pianoforte rauco. Dopo il mezzodì, si buttò disperatamente sul divano e chiese un'altra porzione di sonno. L'ottenne, ma fece i sognacci, si risvegliò di malumore. Allora ricordò i suoi libri, frugò negli scaffali, squadernò alcuni vecchi romanzi, lesse alcune pagine cogli occhi, senza comprendere, e finì col farsi commentare da Olimpia il programma del desinare. Insomma fece tanto che mentre al mattino meditava il modo più naturale di risparmiarsi la seccaggine della inevitabile visita del dottore, dopo il desinare si sorprese più d'una volta a guardare l'orologio ed a trovare che il dottore tardava più dell'usato. E quando finalmente venne, gli mosse incontro giubilante.
Agenore avea momenti di furberia sopraffina; quel giorno comprese che la bella si annoiava, e credette di aver trovato la tattica vera per arrivare alcapricciodi quella donna.
Ernesta, a parer suo, era una di quelle nature battagliere, che, combattute con qualunque arme, resistono, ma abbandonate a sè stesse, lasciate inoperose e passive, si arrendono. La nuova strategia del dottore si compendia in una parola:la noia.
Il terzo, il quarto, il quinto giorno Ernesta si annoiò, con minori spasimi e più metodo, ma non meno profondamente del primo e del secondo. Ed il dottore venne ad ora fissa a levare il suo sassolino che allargava quotidianamente la breccia.
Qualche volta la bella apriva le finestre che mettevano in giardino e passava un'ora in contemplazione, astrattamente, senza diletto, e se le avveniva di fermare l'occhio sull'ippocastano e sulle brevi aiuole e di averne coscienza, usciva invariabilmente in un confronto dispettoso tra il campione della natura riveduta e corretta dall'uomo e tutta la natura semplice e grandiosa, come le si mostrava a Bellagio. Invano le rondini la salutavano nel passare. Invano i passeri la chiamavano a nome dalle grondaie, invano l'usignuolo esauriva il suo repertorio d'ariette; le frondi, il venticello, gl'insetti le parlavano all'orecchio invano.
E passavano i giorni, tristamente monotoni, lunghi, pieni d'angoscia senza nome. Il dottore, a forza di staccar sassolini allargando la breccia, si era fatto un mucchio di rottami dinanzi: la diffidenza, la beffa leggiadra, lo spirito, potenti ostacoli prima, erano diventati nulli. Ernesta si lasciava indovinare la noia nel viso; si lasciava leggere negli occhi il piacere immenso che provava vedendo Agenore, l'unico amico suo. L'altro, lo spirito famigliare, l'aveva abbandonata; più volte essa aveva voluto interrogarlo, trattenersi con lui, ed era invece venuto a porla in croce, con risposte inaudite, lo spiritello buffone di un anonimo, a cui aveva ogni volta imposto in nome degli spiriti superiori d'andarsene pe' fatti suoi.
Un giorno, presa dalla disperazione, sentì la curiosità di penetrare nella camera di Leonardo.
Non v'era entrata quasi mai e ne serbava una memoria confusa; come vi fu, si tenne in mezzo della stanza, si guardò intorno curiosamente come un fanciullo e per poco non battè le mani per la piacevole commozione; era un'ora da occupare illegittimamente, lo diceva essa pure, ma in modo piacevole.
Si aspettava mille rivelazioni curiose, non ne trovò una; fruga e rifruga in cassettoni ed in cassettini, le sole reliquie che potè raccogliere, non prive d'un certo significato, furono il ritratto della B…. prima ballerina assolutadi rango francese, una donnetta come ce ne sono tante, ed un mazzolino di fiori dissecati. Il ritratto portava una dedicaa' suoi ammiratori, non priva d'ingenuità o di spirito, priva però d'un'emme; il mazzolino poteva essere un furto ad una bella, se pure non era uscito dal paniere d'una fioraia.
Le avventure di Leonardo o non erano dunque degne di nota od erano di quelle che non lasciano traccia; rimaneva Leonardo. Eccolo, in piedi quanto è lungo, che minaccia d'uscire dai margini del ritratto di gabinetto. A vederlo così pare proprio un bell'uomo, un po' patito, ma con una faccia espressiva, e con due occhietti vispi e lucenti da non potersi credere destinati ad un intorbidamento caterattoso corticale.
Ernesta stette un pezzo con Leonardo fra le mani; pensava…. a che pensava?
Finalmente ripose il ritratto nell'albo, cacciò la prima ballerinadi rango francesesotto il monte di libri, da cui l'avea disseppellita, chiuse le finestre come le aveva trovate, ed uscì sulla punta dei piedi.
La sera il dottor Agenore venne e staccò il suo sassolino.
Tornò il domani, e l'altro, e l'altro. Ernesta lasciava fare. Ma un giorno le fu annunciata la visita della cuginetta.
—Non sono in casa,—disse ad Olimpia.
—Ho già detto che ci è, non sapevo….
—Ebbene, di' che hai sbagliato e che non ci sono.—
Olimpia tornò poco dopo a dire che la signorina Virginia la pregava di aspettarla in casa il giorno successivo all'una dopo il mezzodì.
Ernesta non rispose; il giorno, la sera, la notte parve distratta al solito, e il domani all'alba fece fare le sue valigie. Alle dieci e 35, lieta, giubilante del tiro fatto alla cuginetta dalla testa di bambola, ripartiva per Bellagio—e con lei Olimpia, il cuoco ed i canarini.
In cui si leggono i caratteri dell'amabile cuginetta.
Passò un mese. «L'amico Leonardo non è tornato….» aveva detto il dottor Agenore quindici giorni prima; Ernesta si era accontentata di levare gli occhi e di lasciarsi uscire di bocca sbadatamente: «Ah!»—«L'amico Leonardo non è ancora tornato:» aveva ripetuto il dottore la settimana innanzi; Ernesta non aveva più risposto nulla. Questa volta il medico non fiatava in proposito e la bella non voleva interrogare. Il fatto è che, dopo un mese, ancora Leonardo non era tornato dai bagni.
In questo tempo la strategia del dottore aveva dato gran risultati; oramai la breccia, per cui egli doveva entrare da conquistatore, era molto più che una breccia; ancora un poco, e diveniva un arco di trionfo. La virtù di Ernesta pareva diventata una di quelle virtù in agonia, delle quali si dice: «sarà per domani.» Non era lontano il giorno, in cui doveva spirare fra le braccia del medico. Così almeno diceva a sè stesso il medico.
Questo trionfo gli era costato un tesoro di sapienza e di perseveranza; fortunatamente, per un filosofo materialista la parolaapostasianon ha significato, perchè altrimenti Agenore non avrebbe saputo come legittimare la falsa credulità con cui aveva accolto certi fenomeni soprannaturali. Per esempio che gli stornelli possano o no recare le ambasciate degli spiriti superiori, sarà vero o non sarà vero—io non lo so—ma al dottore Agenore doveva parere incredibile. Invece no; ci metteva ancora qualche dubbio, perchè la bella missionaria mettesse più fervore e nel fervore dimenticasse la severità verso alcune arditezze dell'innamorato—ma concedeva questo fenomeno ed altri, ed altri; era disposto a concedere l'impossibile.
Naturalmente egli non sospettava che tiro gli giuocasse, all'alba ed al tramonto, quella birba di stornello incaricato dell'ambasceria; egli non l'udiva nei due crepuscoli ripetere con quanto fiato aveva in gola; «non è lui, non è lui!» parlando appunto di lui, altrimenti…. La bella, che lo stava ad ascoltare estatica delle ore intiere, vi attingeva non so qual forza virtuosa di tirare in lungo, di dire ad ogni volta: «non oggi, non oggi.» E ilnon oggidoveva essere scritto a grossi caratteri nel sorriso di Ernesta; le occhiate, i silenzi, le strette di mano, dovevano ripeterlo con un accento che gettava brividi di voluttà nelle vene del dottore, perchè costui non guastò mai la strategia con una mossa troppo arrischiata o con un assalto repentino. Era uomo metodico il dottore, se ne vantava; una volta venutagli l'idea dell'arco di trionfo, egli lo trovava non solo più comodo della breccia, ma più in carattere colle proprie dottrine. Aspettava rassegnato, paziente, assiduo. Quel giorno Ernesta fu la prima a chiedere di Leonardo.
—Non è arrivato,—rispose il dottore colla sua voce melliflua;—avrà trovato modo di darsi spasso, si darà spasso. Vorrà fermarsi a Spa tutta la bella stagione; quest'anno doveva esservi un'esposizione di rose, non avrà voluto perdere l'esposizione di rose; erano anche aspettate le dame Viennesi per dare concerti al Casino, non avrà voluto perdere le dame Viennesi; ve n'ha delle belline fra i violini…. Un caro matto il mio amico Leonardo, un caro matto!—
Quel giorno come gli altri, il dottore si credette giunto al possesso sospirato, ma quel giorno, come gli altri, lo stornello si pose di mezzo, e la bella dopo essere rimasta pensosa ad ascoltare la solita ambasciata, finì a dire con un sorriso, con una stretta di mano e con un'occhiata: «non oggi.»
Passarono così molti giorni, spesi nello stesso modo, quando nella bella monotonia di quel cielo senza nubi scoppiò la folgore all'improvviso—tornò Leonardo… cieco!
Il dottor Agenore ne diede la notizia ad Ernesta senza preamboli; secondo lui l'intorbidamento caterattoso corticale si era felicemente mutato, per effetto d'una granulazione, in cateratta bilaterale perfetta e vicinissima alla maturità….
La prima impressione prodotta nell'animo di Ernesta dall'inaspettato annuncio fu un perfetto sbigottimento, senza pensiero, senza dolore; le idee si sprigionarono poi in folla da quel vuoto, ma prive d'ordine, di legame, di consistenza, balenando un istante per sparire subito dopo e riapparire ancora; solo di mezzo a quel caos, insisteva, giganteggiava vie più, fino ad invadere tutto l'orizzonte del pensiero, un'inquietudine, una domanda: «che fare?»
La prima risposta fu pronta come la parola dell'istinto, determinata come il linguaggio della coscienza:—correre a Milano, allietare la notte dello sciagurato con un raggio di luce confortatrice, con una parola affettuosa, con una carezza.
Poi la voce generosa tacque; altre voci svegliarono gli echi del suo cuore:—vivere al fianco d'un cieco, condannarsi ad aver sempre dinanzi una faccia senza luce, ad udire una voce monotona e lamentevole, rinunciare per sempre alle gioie della vita, alle lusinghe mondane, spegnere la propria gioventù in una noia melanconica, far l'infermiera al capezzale d'un uomo che non ride, che cerca invano nel buio un'idea vestita di gai colori, sagrificarsi, distruggersi in un'intera dimenticanza di sè medesima…. E perchè? E per chi?…—
Così pensava Ernesta.
Leonardo era suo marito, ma di nome soltanto, non per affetti e per sentimenti comuni, per dolori patiti insieme, per gioie insieme gustate; e non ora solo la finzione della legge aveva ceduto alla beffa della realtà; già avevano scelto di separare l'indistruttibile.
Quali diritti vantava Leonardo sopra di lei? Nessuno: potendo serbarne, non aveva voluto. E in fondo chi era Leonardo? Uno, in compagnia del quale ella aveva fatto un breve sogno ed un lungo viaggio circolare; uno che aveva abitato nella stessa casa, che le dava deltu, e le consentiva il diritto di portare il suo nome—null'altro. Nè i bisogni li avevano stretti di più, nè gli affetti si erano sostituiti ai bisogni. Sentimenti, idee, abitudini, credenze, tutto era contrario fra di loro, o per lo meno diverso, o per lo meno ignoto. In fondo chi era Leonardo? Un estraneo.
Che dirà il mondo?… Il mondo! una grossa parola. In quanti sono a fare il mondo? E quali sono? Cinquanta avventori del Caffè, cinquanta del Circolo, una ventina di amiche e di conoscenze—ecco il mondo! Bisogna avergli riguardo, poveretto, perchè è molto maligno, molto ciarliero e molto annoiato. Bisogna recitare la commedia del sagrificio per questo scioperato che non crede alla virtù, che fa il cinico per mancanza di spirito, che fa lo scettico per nascondere la vacuità del pensiero.
Tolto l'amore che santifica, il sagrifizio si misura per quello che vale. E quanto potrebbe valere il suo? E sapeva ella se Leonardo stesso non preferisse le cure accorte d'una infermiera già pratica a quelle d'una infermiera novizia?
Quando Ernesta aveva risposto a tutte queste domande, ci pensava ancora; era come una lotta con un nemico invisibile e forte solo della sua inerzia.
Fu in una di queste tregue che venne recata una lettera col bollo di Milano. Era della cuginetta. Diceva in caratteri calligrafici alla cara Ernesta che «il cuore le consigliava di scriverle, e che scrivendo essa sapeva di compiere un dovere;» annunciava la cecità di Leonardo e notava con lirismo alquanto prolisso come il disgraziato non dovesse più vedere «le belle stelle, i bei fiori, il verde dei prati, l'azzurro del firmamento.» Scongiurava Ernesta tornasse nel tetto coniugale, avvertendo fra parentesi che ella sapeva tutto; finiva col dire in bel modo che ella sarebbe «orgogliosa e felice d'aver indotto la cugina a rientrare nella via del dovere….»
Oh! questa proprio ci voleva per non farla muovere da Bellagio! Il dispetto divampò un istante nei begli occhi lucenti, poi si spense.
E da capo Ernesta si rifece a pensare.
Mezz'ora dopo essa scriveva:
«Amabile Cuginetta,
«Il desiderio di concorrere a farmi rientrare nella via del dovere non ti ha fatto affrettare abbastanza. La tua lettera ha trovato le mie valigie pronte. Ti ringrazio infinitamente dell'intenzione, ma sarai lieta anche tu di sapere che la tua eloquenza tenera non entra per nulla nella determinazione che ho presa. In fretta.—Ernesta.»
Più tardi gli stornelli si staccarono come un nugolo dal tetto della casa e parvero accompagnare la padroncina che se ne andava.
Cieco!
Per via era stata sorretta dall'entusiasmo del sagrificio; ma come fu a Milano, Ernesta sentì venir meno il proposito preso, e solo per quella specie di forza d'inerzia che continua gli effetti della prima determinazione, giunse sino alla soglia di casa sua. Entrò…. le batteva il cuore forte.
Bortolo, vedendola, levò le braccia al cielo, e pianse in silenzio; Ernesta strinse fra le sue le mani del vecchio, snodò i nastri del cappellino e non se lo tolse dal capo, consegnò la valigetta al servitore e sedette sopra uno sgabello dell'anticamera. Stette alcuni istanti immobile in faccia al vecchio che la guardava crollando il capo canuto, poi si rizzò in piedi, ma non si mosse. Finalmente si avviò a passi lenti, attraversò le camere, si arrestò innanzi all'uscio socchiuso della stanza dell'infermo. Bortolo veniva dietro come trasognato, colla valigetta in mano.
Non si udiva alcun rumore. Ernesta spinse lentamente l'uscio e s'inoltrò in preda ad una commozione insolita. Da principio non vide nulla; gli occhi suoi, ancora impressionati dalla luce viva, non riuscivano ad afferrare un raggio nelle ombre fitte; quasi prima di vederlo, intese un passo, ed indovinò il dottore e sentì la larga mano posarsi sulle sue. Si fece ancora innanzi, e vide un'ombra nera nel mezzo, ed avvezzando l'occhio alla scarsa luce, riconobbe Leonardo seduto sopra un ampio seggiolone, colla testa appoggiata allo schienale e cogli occhi bendati…. Le si strinse il cuore, si sentì invadere da un'onda di pietà e non giunse in tempo a soffocare un singhiozzo.
Leonardo volse leggermente il capo dalla parte di Ernesta, e parve stare in ascolto; non udendo più nulla, ripigliò la positura di prima. Ernesta rialzò gli occhi ancora lagrimosi e circondò con uno sguardo di tenerezza il quadro melanconico! Quell'uomo già così irrequieto, così vivace, così ciarliero, così ridente, ora rimaneva immobile, muto; la faccia scialba si era composta ad una gravità insolita; il lungo corpo come inchiodato sopra un seggiolone aveva tutta la solennità della sventura.
Il dottore Agenore mandò via con un cenno Bortolo, e come fu solo con Ernesta, volle prenderle la mano, che la bella divincolò dolcemente; allora egli si fe' presso all'infermo, gli toccò il polso e lo chiamò sommessamente a nome:
—Leonardo!—
Ernesta si appoggiò allo schienale del seggiolone e si tirò indietro come per nascondersi.
—Leonardo!—ripetè Agenore,—ma non ebbe risposta.
Il dottore fece il giro badando a non inciampare nelle gambe allungate del cieco, e venne presso ad Ernesta.
—Dorme,—disse sottovoce,—sicuramente dorme; cara signora, ella fa un'azione generosa; riconosco la sua bell'anima.—
L'ultima parola torturò alquanto le labbra del dottore, il quale cercò di compensarle della fatica fatta con un bacio sulla manina bianca della bella donna. Ma Ernesta si sciolse da quella stretta con un movimento brusco, guardò il volto dell'infermo, poi disse senza collera, ma con dignità, accennando Leonardo:
—Egli non ci vede….
—Sicuramente no,—rispose Agenore,—appunto per questo…. se ci vedesse, non dico.—
Ernesta non si lasciò persuadere, si staccò lentamente dal dottore ed andò a sedere in un canto. Agenore le venne presso.
—È proprio cieco del tutto?—domandò poco stante la bella.
—Del tutto.
—Una cateratta?
—Sissignora; a Spa ebbe un febbrone, un'infiammazione della pleura, poi una granulazione che affrettò la cateratta, la quale ora è perfetta e quasi matura per l'operazione.
—È un'operazione facile?
—Facilissima.
—Dolorosa?
—Dolorosa.
—Molto?
—Molto.—
Ernesta tacque un istante; poi ripigliò:
—È almeno sicura quest'operazione?
—Sicurissima.
—E riesce sempre?
—Riesce sempre.
—E ridona perfettamente la vista?
—Qualche volta sì….
—Come?
—La riuscita d'un'operazione non dipende dal risultato finale; si dice che un'operazione è riuscita benissimo, quando tutte le regole dell'arte si sono potute mettere in atto senza contrasti fisiologici nè accidentali…. All'anfiteatro anatomico si fanno, per norma degli studiosi, centinaia e centinaia di operazioni che riescono quasi tutte bene, e pure si fanno sopra gente che non ci guadagna nulla, e che dopo l'operazione rimane morta nè più nè meno di prima.
—È almeno facile la guarigione?—domandò Ernesta.
—Facile no; molte volte, dopo un'operazione ben riuscita, la cateratta si riproduce; oppure….
Ernesta l'interruppe posandogli una mano sui braccio.
—Si muove….—
Il dottore andò presso l'infermo, gli toccò il polso e gli parlò con accento di tenerezza.
—Leonardo….
—Agenore…. rispose una voce dolente che fece palpitare il cuore della povera donna.
—Come ti senti?
—Bene.
—Ti bruciano gli occhi?
—No….
—L'infiammazione cessa; tanto meglio…. mi raccomando, bevi la tua pozione, mangia le minestrine, e non agitarti; procura di dormire…. io me ne vado, tornerò stanotte.
—Grazie—disse Leonardo—rimango solo?
Prima di rispondere, Agenore guardò Ernesta, la quale gli fe' cenno di non dir nulla.
—No…. qualcuno starà sempre in camera con te…. ed in ogni caso…. ecco il cordone del campanello….—
Agenore parlava al cieco coll'accento, con cui si parla ai fanciulli quando sono malati; in fondo egli voleva bene a Leonardo, il che non toglieva agli occhi suoi la legittimità dei propri diritti sopra Ernesta.
Questa volta comprese che bisognava rispettare le prime impressioni e se ne andò, accontentandosi di un saluto dei più semplici. Marito e moglie rimasero soli. Ernesta sentiva un impaccio singolare, una debolezza nuova; combattuta fra gl'impeti della pietà e le riluttanze della fierezza, tratteneva il respiro come paurosa di svelarsi.
Per alcuni istanti il silenzio fu profondo.
—Bortolo!—chiamò poco dopo l'infermo.
Ernesta sussultò leggermente e non rispose.
—Bortolo!—ripetè Leonardo colla stessa inflessione di voce—ho sete….
La povera donna si staccò con uno sforzo dalla seggiola, venne presso al cieco e gli porse il bicchiere contenente la pozione.
Il disgraziato cercò la mano e la lisciò leggermente, bevette un sorso e riconsegnò il bicchiere senza dir nulla.
Ernesta tremava da capo a' piedi; guardò il volto pallido del marito, ed alla povera luce che vi batteva sopra vide due lagrime uscire lentamente di sotto alla benda nera; allora sentì sciogliersi i nodi che la trattenevano, si fece innanzi, prese una mano dell'infermo e la strinse fra le sue. Non trovò parole. Leonardo si scosse…. sorrise.
—Ernesta! disse poco dopo.
Non disse altro.
Un singhiozzo gli rispose.
Crepuscolo e notte.
Che dissero quelle lagrime? Che disse quel singhiozzo?Che disse il tremito delle mani congiunte?E il palpito affrettato dei due cuori riavvicinatidalla sciagura che disse?
Un pezzo stettero come ad ascoltare a vicenda, poi Leonardo ed Ernesta si composero ad una serena gravità, e finalmente essa si sollevò mostrando il volto bello d'una bellezza nuova.
Il povero cieco non fece atto di trattenerla, ma parve raccogliersi in sè stesso come per meglio udire il fruscio della veste ed il passo leggiero, e quando si avvide che quel fruscio e quel passo si dirigevano verso l'uscio, sospirò forte. Allora Ernesta si arrestò sulla soglia, stette un istante dubbiosa, e ritornò nel mezzo della stanza. Poco dopo affacciandosi alla portiera chiamò Olimpia, a cui diede sottovoce un ordine; la cameriera tornò quasi subito recando una veste da camera, la signora si spogliò silenziosamente degli abiti polverosi da viaggio e vestì gli altri.
Leonardo aveva seguito con attento orecchio tutti quei movimenti. Quando la moglie venne ancora ad assiderglisi presso, egli lottò dentro di sè e finalmente ruppe il silenzio ripetendo con voce affievolita:
—Ernesta!—
La povera donna die' un sussulto, come se avesse udito la voce d'un defunto, e facendosi forza e guardando il marito con espressione di profonda pietà, riuscì a balbettare:
—Che vuoi, Leonardo?
—Nulla,—rispose l'infermo, crollando il capo,—nulla.Volevo sentire la tua voce, ora sono contento.—
E tacque.
Mal sapeva Ernesta vincere una certa riluttanza, pur vi si provava; guardando la faccia impallidita del cieco, la sua fronte per la prima volta corrugata dal pensiero, le sue labbra ora sorridenti senza fatuità, il suo lungo corpo già dinoccolato e dimesso, vera immagine dell'indolenza, composto ora ad una rigidezza insolita, comprese tutta la solennità della sventura, e disse a sè stessa che la sventura cancella ogni colpa.
Avendo scelto la parte di confortatrice, a lei spettava prima di tutto togliersi alla contemplazione del passato che era una barriera alla carità. Non trovava nulla; non le veniva sulle labbra una frase naturale che, senza averne l'aria, dicesse: «Leonardo, mettiamo l'amicizia dove non fu mai l'amore.»
—Ernesta! ripetè poco dopo il cieco.
—Sono qua…. vicina a te….
—Lo so, mi è parso anche di sentire i tuoi sguardi fissi sopra di me…. e anche ora li sento…. non è vero forse?
—È vero.
—T'annoierai, sono un melanconico compagno; e poi devo star molto male con questa bendaccia sugli occhi.—
Sorrideva.
—Perchè non mi parlavi?—domandò mutando tono di voce.
—Credevo che tu dormissi.
—Non dormivo, pensavo…. sai? non sono più lo spensierato d'una volta…. mi par di esser solo, in un mondo vuoto e nero, in un tempo immobile come l'eternità, e se voglio che il tempo cammini, e se ho da veder qualche cosa intorno a me, bisogna che pensi….—
A questo punto s'udì lo scattar della molla d'un orologio a pendolo; Leonardo ammutolì e stette in ascolto contando lo ore sottovoce.
—Sette!… Non è vero? Proprio sette!… Bisogna aprire la finestra, è l'ora…. il sole se ne è andato, non vi è pericolo che la luce troppo viva mi faccia male.—
E siccome Ernesta indugiava, non sapendo se dargli retta o no, il cieco soggiunse:
—Me l'ha concesso Agenore, che è pieno di scrupoli. È lui che ha voluto le finestre chiuse e la benda nera e fitta…. e tutto ciò per impedire ad un cieco di veder la luce….—
Ernesta si accostò silenziosamente alla finestra e ne aprì le imposte.
—Anche la vetrate….—disse Leonardo.
E quando sentì alitare sul viso la brezzolina della sera, fece atto di levarsi in piedi, ma Ernesta corse a lui e lo trattenne.
—Grazie,—disse il cieco melanconicamente,—anche tu sei paurosa come Agenore; ma sono forte, la finestra è là, e mi sento d'andarvi solo…. sta a vedere.—
Ernesta cercò di dissuaderlo, ma vedendo che non riusciva, prese il braccio destro del marito e se lo pose sull'omero, e reggendolo colla mano manca, lo trasse fino al davanzale non tralasciando di dire:—Bada, un momento solo!—
La finestra metteva come le altre in giardino. Leonardo stette alcuni istanti in silenzio, poi disse:—Sento la brezza, mi par di vederla…. ecco, rasenta il suolo, curva i fiori e gli alberelli a piedi del vecchio ippocastano che risponde a quegli inchini con cortese dignità. Non è così?…
—È proprio così—rispose Ernesta commossa.
—E l'usignuolo e le rondini che fanno?
—L'usignuolo—rispose Ernesta,—si dondola nel fitto d'un salice, le rondini interrompono i voli rapidi per posarsi sopra un ramo e pigliar parte alla generale altalena.
—E all'immenso susurrar delle frondi,—proseguì il cieco,—l'usignuolo e le rondini frammettono volate rotte a mezzo, gorgheggi sommessi e interiezioni di piacere.—
Colle mani appoggiate al davanzale continuò a stare immobile, intento, non perdendo una nota di quel concerto. Ernesta non lo aveva abbandonato interamente a sè, gli teneva ancora una mano appoggiata sul braccio e con lievissima violenza sembrava dirgli:—Basta, basta, ti farai del male!—Ma il cieco non comprendeva, non le badava neppure; tutto immerso in un'estasi melanconica veniva a poco a poco accendendosi, trasfigurandosi in volto. Poco dopo disse con voce sommessa e lenta non cessando d'ascoltare:
—Perchè non ho mai guardato attentamente il mio giardino? ora mi parrebbe di vederlo, lo vedrei ora! Ne ho solo una memoria confusa; veggo l'ippocastano nel mezzo, distinguo il susurro d'un salice qui sotto, e lo vedo…. il resto si smarrisce nel verde…. forse se mi levassi la benda….
—No,—disse Ernesta con voce di preghiera.
—E perchè no? non potrei riacquistare la vista, come l'ho perduta? A volte mi pare che, radunando tutte le mie facoltà in un unico atto visivo, dovrei rompere il velo che mi nasconde la luce….—
Leonardo pronunciò queste ultime parole con un accento strano—un misto di trepidanza e di energia—e non aveva finito di nominare la luce, che già sbarrava gli occhi spenti cercandola, e la benda gli ricadeva sul petto.
—Nulla, nulla, nulla!—ripetè crollando il capo; e senza opporre alcuna resistenza si lasciò guidare da Ernesta, che col cuore oppresso dall'affanno, lo trasse dolcemente a sedere sul seggiolone e gli rimise la nera benda sugli occhi.
Scese la notte. Finchè dalla finestra semiaperta penetrava, insieme colla blanda carezza del venticello, un raggio di luce pallida, Ernesta stette silenziosa, coll'occhio fisso sull'infermo, pieno il cuore di una dolcezza serena e melanconica; quando ogni luce si spense e nel nero vano della finestra scintillarono le stelle lontane, si scosse, fu in piedi d'un balzo e suonò leggermente il campanello. Leonardo, che pareva assopito, non si mosse, solo come Ernesta gli fu presso, egli domandò con voce dolente:
—È notte?
—È notte.
—E siamo all'oscuro?
—Ecco…. portano il lume.—
Il cieco intese i passi del servitore, il cigolìo della porta, il romore del lume posato sul marmo del caminetto…. e continuò ad ascoltare.
—Perchè è rimasto Bortolo?—domandò.
E siccome s'indugiava a rispondergli, soggiunse:
—È vero, sono stato su più del solito…. guai se lo sa Agenore…. Bortolo dammi mano…. senti, tira vento…. si spegnerà il lume…. non bisogna che si spenga.—
Bortolo venne presso al padrone e l'aiutò a rizzarsi, intanto Ernesta chiudeva la finestra, ed usciva sulla punta dei piedi.
Leonardo si lasciò condurre al suo letto e spogliare; quando fu sotto le lenzuola levò una mano ad accarezzare la testa tremante del vecchio servitore, e domandò sotto voce:—se n'è andata?
—Ritorna.
In fatti Ernesta tornava. Era andata a dare ordini ad Olimpia ed al cuoco, aveva ripreso le redini della casa.
—Bortolo,—disse ella,—tu dormirai stanotte, hai gli occhi gonfi dalla veglia, rimarrò io qui….
—Starà male….
—Sul divano starò benissimo, e poi non ho sonno, domani vedremo.—
Il vecchio chinò il capo ed uscì; di nuovo Ernesta e Leonardo rimasero soli.
—Come sei buona!—disse l'infermo.
—Taci,—rispose Ernesta pigliando un accento di graziosa autorità; è tardi, bisogna stare in silenzio, riposare il cervello, dormire.—
Leonardo sorrise e stette zitto. Un'ora dopo dormiva, e la giovane donna, stanca delle commozioni patite, si buttava sul divano e chiudeva gli occhi mormorando una preghiera.
Era ancora notte fitta quando si svegliò; nel sonno sua madre era venuta a vederla, l'aveva baciata in fronte con un bacio lieve lieve, le aveva parlato dell'avvenire con un linguaggio di musica, e finalmente, mostrandole dalla finestra una buia via sparsa di stelle, le aveva detto all'orecchio:—Addio Ernesta.—
La bella sognatrice udiva ancora l'eco del suo nome pronunciato con un filo di voce sottile come un soffio, ed alla debole luce della lampada ricercava tutt'intorno la cara visione.
—Ernesta!—ripetè un filo di voce sottile come un soffio.
—Leonardo!—
E d'un balzo fu al capezzale.
—Ti ho forse svegliata?—domandò il cieco,—ti chiamavo piano piano per non destarti.
—Ero desta; che vuoi?
—È l'alba?
—Non ancora.
—Non ancora!—ripetè Leonardo con un sospiro:—ho pure dormito molto ed è un gran pezzo che sono sveglio; come è lunga la notte!
—Bisogna dormire.
—È vero, bisogna dormire; nel sonno mi par di non essere più cieco; veggo buone faccie, ridenti, bianche più della neve, con occhi splendidi più di stelle, veggo campagne verdi come smeraldi, acque di zaffiro e un cielo che par d'oro lucente; e veggo il sole che mi saetta e mi avvolge co' suoi raggi e non mi abbaglia e non riesce a farmi battere le palpebre.
—Povero Leonardo! lo vedi, bisogna dormire.
—Povero Leonardo!—ripetè il cieco; e poco dopo soggiunse:—Manca molto all'alba?
—Tre ore.
—Bisogna dormire.—
Egli si abbandonò sul guanciale, essa tornò lentamente al divano.
Era il primo momento che Ernesta si sentiva padrona del suo pensiero; finora aveva operato come per obbedire ad un'ispirazione; una voce avevale detto: «Il tuo posto è al capezzale di Leonardo che soffre;» ed essa era corsa a Milano, si era fatta forte per ribellarsi alla tirannia delle amare ricordanze, aveva incominciato il pietoso ufficio. Poi all'austero sentimento del dovere, era succeduta una pietà infinita; aveva pianto, aveva tremato, aveva sentito alla forza della coscienza mescersi una debolezza invincibile. Ed ora, sola, nel profondo silenzio della notte, alla povera luce della lampada che minacciava di spegnersi, pensava, interrogava sè stessa.
Era contenta, quasi lieta; non ostante la malinconia del luogo e dell'ora, non ostante la solitudine in quella stanza buia, in faccia ad un uomo dormente, pallido, infelice… era contenta, quasi lieta. Le si accendevano nel pensiero baleni di luce, le correvano al cuore onde di tenerezza; non più il vuoto senza contorni, l'ansia senza fine, la vita senza legge; aveva ora uno scopo innanzi a sè, un ufficio santo, e, comunque apparisse avvolto di melanconia, un avvenire. L'idea di passare la vita al fianco di un cieco, di alleviargli gli spasimi della noia, d'essere per lui la luce, di essere per lui il mondo, di vivere per chiamargli ogni giorno sulle labbra un sorriso, più non le pareva superiore alle sue forze di donna; il sagrifizio s'inghirlandava, diveniva una festa. Dopo d'aver chiesto invano alla natura qualche cosa che le riempisse il cuore e la mente, sul punto di rivolgersi al mondo, agli uomini, alla colpa, ecco ritrovava in sè stessa il conforto cercato, udiva echeggiare nel cuore la parola a mille voci domandata invano. Era fiera, orgogliosa di sè stessa, d'una fierezza semplice, d'un orgoglio santo.
—Ernesta!—mormorò la voce del cieco.
—Leonardo.
—È l'alba?
—Non ancora.—
Un sospiro lungo, poi di nuovo il silenzio profondo, misurato dai battiti sommessi dell'orologio.
Ernesta chiudeva gli occhi, ma non per dormire; guardava dentro di sè, scandagliava il fondo del suo cuore; era contenta, quasi lieta.
E quando dopo una lunga contemplazione aprì gli occhi e li girò per la camera e non vide intorno a sè altro che tenebra, e giù in fondo, lontano, nel buio che non ha distanze, l'ultima luce azzurrognola del lumicino che si spegneva, fissò lo sguardo in quella povera aureola senza vederla, finchè, più che la mancanza di luce, un impercettibile cigolio annunziò che la fiamma era spenta. Allora il pensiero la riportò a Leonardo. S'immaginò cieca anch'essa, provò a sbarrare gli occhi, a fissarli nel buio, a tentar di raccogliere i contorni degli oggetti che ella conosceva, e invano, e provò a dirsi che quella camera nera era un mondo nero, e che, dannata a vagolare per le tenebre, non doveva più vedere un raggio di sole…. Ahi! povero Leonardo!