—Ernesta—mormorò la voce del cieco.
—Che vuoi?
—È l'alba?—
Prima di rispondere, la povera moglie attraversò tentoni la camera ed andò ad aprire le imposte della finestra.
—È l'alba!—rispose.
E un filo di luce pallida mostrò ad Ernesta il volto rasserenato del cieco, il letto, il divano, i fiorami della tappezzeria, tutte le note fisonomie di quella camera melanconica, che parevano animarsi per sorriderle, per dirle:—coraggio, non sei sola, noi siamo qui per applaudire alla tua anima generosa.—
Soliloquio.
Appunto in quel mattino il dottore fece un soliloquio.
—Agenore mio,—diss'egli,—un'occhiata alla situazione strategica; non hai da perdere tempo, se no Ernesta ti scappa. Ieri soltanto la facevi da vincitore che concede una tregua, oggi sei alla vigilia di levare l'assedio e di battere in ritirata. Bada un po' che ti capita: i Leonardi ciechi furono da tempo immemorabile l'ideale di tutte le Erneste ridotte a capitolare nelle braccia d'un dottore; e invece eccoti una moglie, che pareva disposta a fare la sua eroica scappatella fuor del territorio coniugale, rimanervi perchè il marito non ci vede! Ernesta ha una testolina bizzarra che pensa le cose al rovescio delle solite testoline bizzarre; ma tu non puoi già cambiarla, spianarne i bernoccoli, rimpastarle il fosforo; ti conviene pigliarla com'è, o lasciarla, ed ahi! è più difficile pigliarla che lasciarla! Ricapitola le idee, raduna le tue forze, decidi. La condizione è ancora buona, ma minaccia di farsi pessima; ciò che oggi è scrupolo, domani può diventare sentimento; lascia fare alla compassione, e la tua bella assediata ti casca nel tenerume; e se per poco stringe alleanza col marito, quello che hai avuto hai avuto…. E che cosa hai avuto? Fa bene i tuoi conti, totale: zero. Sei stato troppo generoso, dottor Agenore. Un uomo della tua fatta, grande, grosso, belloccio, con una testa espressiva!… Via, è una vergogna; lo specchio istesso ti canzona…. Al punto a cui sono giunte le cose la guerra d'astuzie non giova…. bada, il nodo della cravatta non è preciso, tiralo più a diritta… troppo, più a mancina, così va bene…. ma non hai a credere che basti; è vero, hai molto trascurato finora il nodo della cravatta, ma ad ogni modo non basta; fi sei fidato ai vezzi della tua zazzera tirata indietro, alla debolezza della fibra femminina, ed anche questo non basta: il più ed il meglio doveva farlo l'audacia…. Confessalo, sei stato timido come un seminarista…. Però non dimenticare di raderti; barba rasa di fresco è mezza bellezza. Due colpi di rasoio in fretta…. aggiusta ancora il nodo della cravatta che è andato di sghimbescio…. così…. indossa il farsetto da mattina, fa spuntare i polsini, nè troppo nè troppo poco, pianta il cappello a tubo perpendicolarmente sulla nuca, un'ultima guardatina allo specchio…. sei in arnese, non ti manca nulla…. tranne la bacchetta di giunco ed un programma: Ecco la bacchetta ed ecco il programma: arrivi in casa dell'amico Leonardo verso le dieci del mattino, e appena ti trovi innanzi ad Ernesta te la stringi al cuore senza fiatare. Il silenzio è necessario. Il resto verrà da sè. Tutto sta ad abbracciarla; se non l'abbracci, dottor Agenore, ti scappa.—
Il dottore, che si era fermato un istante sulla soglia di casa sua, a questo punto girò la maniglia dell'uscio e scese solennemente le scale.
In cui il dottor Agenore ne fa una grossa.
Alle nove venne annunciata la visita della pietosa Virginia Rinucci, la quale fece dignitosamente il suo ingresso nella camera della cugina. Ernesta le venne incontro e notò a bella prima che faceva il bocchino in un modo insolito, indizio infallibile di maggior solennità. In fatti ella recava cose fauste, nientemeno che l'annuncio ufficiale d'una visita di babbo e mamma Rinucci; la corporazione coniugale doveva venire al mezzodì in punto.
Ernesta riuscì a dissimulare la propria commozione per questo avvenimento e si accontentò di dire che gli zii Rinucci farebbero molto piacere a Leonardo.
Qui venne naturale che l'amabile cuginetta domandasse se Leonardo era visibile. Era visibile. All'atto di uscire dalla camera, Virginia fu impressionata dall'ordine, eccessivo in quell'ora, che vi regnava.—
«Ho dormito sopra un divano—disse Ernesta.
—In camera di Leonardo?
—Già.—
Virginia rispose al monosillabo con una stretta di mano silenziosa. Era impossibile con minor numero di parole e con maggiore sussiego dire alla cugina:
—Brava, sono contenta di te.—
La cugina non si mostrò eccessivamente lusingata di questa tacita approvazione, e levando lo sguardo al soffitto parve invocare mentalmente la misericordia del cielo su quella testina di stoppa.
Quando Virginia fu innanzi al cieco, la sua pietà divenne mutola; stette così un bel tratto, finchè Leonardo stesso domandò chi fosse nella camera; allora facendosi forza si nominò e ripetè il fausto annunzio della visita dei coniugi Rinucci; poi si guardò intorno cercando argomenti, e non trovandone tacque, rifece il bocchino, ripigliò il sussiego.
Poco stante Leonardo disse che voleva levarsi da letto; Ernesta chiamò Bortolo perchè aiutasse il suo padrone a vestirsi e fece atto di uscir dalla camera, preceduta dalla cugina; ma quando costei era già per metà fuori dell'uscio, essa tornò frettolosamente al capezzale del marito a dirgli con voce sommessa:
—Vuoi nulla da me?
—Nulla.
—Sono nel salotto; quando chiamerai, verrò.
—Grazie,—rispose Leonardo.
Nello stesso tempo s'intese un lieve grido dietro l'uscio che si riaprì; apparve il dottor Agenore. Aveva la faccia arrossata, non salutò nemmeno Ernesta ed entrò in funzione ex abrupto domandando all'ammalato il polso e la lingua.
Che cosa era avvenuto?
Ecco: il dottore Agenore entrava dall'anticamera piena di luce nel salotto, in cui si faceva di buon mattino la guerra al sole; era giunto tentoni fin presso all'uscio che metteva nella camera del cieco, quando l'uscio si aprì ed apparve una figura femminile.—Abbracciala, se no ti scappa.—Ed egli aveva schiuso le braccia per tirarsi sul petto la bella. Ma la bella, che veniva da una camera più oscura, vide l'atto, ne comprese l'intenzione, e diè indietro gridando al par d'una tortora spaurita. Il dottor Agenore riconosciuto l'errore stette un istante a braccia aperte come un crocifisso, e nella confusione finì alla meglio l'atto, stringendo con soverchia cordialità le due mani dell'amabile Virginia Rinucci.—Scusi…. buon giorno… come sta?—disse, balbettò, spinse l'uscio e si pose in salvo.
Ernesta guardò un istante il dottore con un impercettibile sorriso di malizia, poi andò a raggiungere la cuginetta.
Per tutto il tempo impiegato da Bortolo nell'aiutare a vestire il padrone, Agenore parve affaccendarsi singolarmente egli pure intorno all'amico Leonardo; in realtà non faceva nulla, pensava.
L'avea fatta grossa! La misurava coll'occhio da tutti i lati—l'avea fatta grossa!
Che cosa doveva argomentare la signorina Rinucci da quella ginnastica incominciata in un amplesso e finita in una stretta di mano bislacca? Una cosa sola evidentemente, il vero. Oltre che l'equivoco era evidente, egli aveva dovuto confessarlo chiedendone scusa. Dunque? Dunque Ernesta era compromessa, dunque la pace di lei era minacciata, minacciata la sicura oscurità del piccolo adulterio preparato con tante fatiche… Ah! non se ne sapeva dar pace.
Quando Leonardo fu accomodato nel seggiolone e le due donne rientrarono nella camera, il dottor Agenore avea il naso sopra una specie di taccuino. Per non leggere di peggio sulla faccia della signorina Virginia, leggeva il manuale medico. Finalmente si arrischiò a spingere pian pianino uno sguardo innanzi a sè, facendolo strisciare sui fogli, e vide… Quello che vide, se non gli ridonò la baldanza, almeno gli fe' rialzare il capo del tutto: vide Ernesta sorridente e l'amabile cuginetta che chinava gli occhi pudibondi a terra e si faceva rossa rossa—uno spettacolo da tentare un pittore d'idillii.
—Buone nuove,—disse allora facendo uno sforzo per rientrare nella sua gravità dottorale,—buone nuove; l'infiammazione del bulboè quasi cessata, fra qualche giorno spero che più nulla s'opporrà all'operazione.—
Virginia Rinucci, facendosi di tutti i colori e guardando Agenore languidamente, si arrischiò a domandare se la cateratta era matura.
—È maturissima—rispose il dottore cercando invano d'ingrossar la voce,—e l'operazione è indicata, indicatissima, quanto allo stato caterattoso; però ci è l'infiammazione del bulbo, e l'infiammazione del bulbo è unacontro indicazioni temporanea….. mi spiego?
—Perfettamente.
—Oh!… cessata l'infiammazione del bulbo, faremo l'operazione; parlerò al dottor Q…specialistacelebre…
—Non sarà lei l'operatore?—domandò Ernesta.
La signorina Rinucci stava evidentemente per fare la stessa domanda, perchè aprì la bocca e la richiuse guardando prima Ernesta e poi il dottore.
—Signore no,—rispose Agenore modestamente;—non sono da tanto; le operazioni di questa fatta richiedono unospecialista; io sarò l'assistente.
—Grazie,—disse Leonardo;—e quando vedrai il dottor Q…?
—Domani.—
Stettero tutti in silenzio immaginando che Leonardo parlasse ancora; ma egli non disse più nulla. La conversazione cadde di peso. Poco dopo il dottore era tornato al suo primo pensiero e guardava ogni tanto alla sfuggita la signorina Rinucci, la quale ad ogni volta chinava gli occhi pudicissimamente. Solo Ernesta non sorrideva più; si era fatta seria in viso e contemplava la faccia melanconica del cieco.
—Ah!—esclamò il dottore ad un tratto.
—Che cos'ha?—chiese Ernesta.
—Ho… ho…
Aveva un'idea luminosa, il modo di rattoppare la sbadataggine. Tutto oramai si riduceva a questo: far sapere all'amabile cuginetta che l'amplesso rudimentale, di cui ella era stata vittima, portava un altro indirizzo, che apparteneva come provento d'ufficio alla cameriera, ad Olimpia, e che era un innocente amplesso reo di questa unica colpa, di essere stato dato in salotto e non in anticamera.
—Ho….—soggiunse Agenore,—che è quasi mezzogiorno… e che a quest'ora dovrei essere….
—Il babbo sarà qui a momenti,—osservò Virginia.
—Signorina,—le disse il dottore che le si era avvicinato approfittando dell'attonitaggine di Ernesta—signorina, poc'anzi io…. bisogna che le spieghi…
La pudica Virginia chinò gli occhi a terra.—Parli al babbo…—disse, rialzò il capo e ripetè più forte della prima volta:—il babbo sarà qui a momenti…—
Alle prime parole il dottor Agenore spenzolò le braccia lungo i fianchi e rimase senza fiato; alle ultime si scosse, strinse la mano dell'amico Leonardo, salutò le due signore e prese la fuga.
Primi bagliori nel buio.
Passarono i giorni, simili nel muto dolore ma non monotoni nè angosciosi, come Ernesta aveva immaginato.
Sotto l'infinita melanconia di quella casa abitata dalla sventura s'indovinava ora una inalterabile serenità, un'armonia sommessa, una specie di gioia nascosta e mille soavi sentimenti senza nome. I due cuori, aperti per lo innanzi alle iruzze terrene, si erano chiusi a tutto ciò che non venisse dall'alto. Nelle anime prima esacerbate dal puntiglio, dalle stizze, era entrata una forza nuova che comandava la pace; alle aspre guerricciuole combattute a punta di spillo succedeva il santo rito d'una pietosa, benedetto dalla gratitudine d'un infelice. Si sentiva nel silenzio, si respirava nell'aria l'armonia che corregge i guasti della sventura, la gran dolcezza che si mesce agli sconforti più amari, la solenne parola che pare scendere dal cielo, quando mute sono le voci terrene: «coraggio,» e l'altra che prorompe dal cuore e trova la via fra le lagrime, quando tutt'intorno è il silenzio disperato: «siamo infelici, amiamoci!»
Il dolore fa grandi, dà alle creature umane qualche cosa della divinità.
Ernesta era ingegnosa nel ritrovare mille modi per alleviare la buia solitudine del povero cieco.
—Passeggiamo—gli aveva detto un giorno,—ti appoggerai al mio braccio; ti farà bene un po' di moto.—
Leonardo avea accettato con riconoscenza, avea posto una mano sull'omero della dama gentile ed era andato in giro per le camere.
—Quando cammino,—diceva—se per poco mi distraggo sembrami ad ogni passo di attraversare una distanza enorme; a volte il fermarmi non vale a cancellare questa impressione, il mondo nero continua a passarmi dinanzi; è una specie di passeggiata nel caos.
—E ti spiace?
—No, perchè sono teco,—rispondeva sorridendo,—e tu mi dai coraggio, mi rassicuri che sotto i miei piedi non ci è l'abisso, e che se mi cacciassi a perdermi nel vuoto mi tratterresti.
No, non mi spiace, mi sembra di tornare bambino, quando chiudevo gli occhi sulle ginocchia di mia madre per vedere il vuoto che a poco a poco si popolava d'immagini giranti a turbine, finchè anch'io diventavo un atomo di quel caos e giravo anch'io a turbine.
—Facevo io pure così,—diceva Ernesta con un riso melanconico;—qualche volta lo tento ancora, ma non mi riesce; è un giuoco che va fatto fra le ginocchia della mamma.—
Queste brevi passeggiate chiamavano sempre il sorriso sulle labbra dei due poveretti: era raro che Leonardo non si fermasse d'un tratto per dire un'idea faceta o bambinesca che gli veniva allora.
—Facciamo un giuoco, disse una volta.
—Facciamolo—disse Ernesta.
—Tu mi condurrai per mano, mi farai girare per le stanze, qua, là, cercando di farmi perdere, poi ci fermeremo ed io dovrò indovinare.
—Ho capito, lo chiamavamo giuocare al labirinto; chi non indovinava faceva la penitenza.—
Leonardo indovinava sempre, e non solo sapeva dire in qual camera, ma anche in qual punto, vicino a qual mobile si trovasse: Ernesta raddoppiava gli artifizi, gli inganni, le giravolte e finiva sempre con dire:—bravo!—
Spesso a quei puerili trastulli succedeva uno sconforto più intenso, un pensiero più tetro, un'immagine più melanconica.
«È proprio vero che ci sono le stelle nel cielo azzurro ed i profili fantastici delle piante nella notte, e di giorno il verde immenso, le nuvole di porpora e d'oro, i riflessi del sole? È proprio vero? A volte penso che non io sia cieco, ma che tutto siasi cancellato per sempre dallo spazio, che i colori, i contorni, siano andati perduti nel buio senza fine…. Dimmi che tu vedi le nuvole d'oro e il verde della campagna… dimmelo, Ernesta.
«Lo vedo, lo vedrai tu pure,—balbettava la povera donna con accento carezzevole.
Nulla rispondeva Leonardo, lagrimava in silenzio, ed alla voce sommessa, piena di singhiozzi frenati, che lo scongiurava di acquetarsi, diceva finalmente con un nuovo impeto melanconico:
«Oh! lascia ch'io pianga; non mi rimangono occhi che per piangere!»
Poi si diradava il nugolo e ricompariva la sola luce di quell'esistenza, un pensiero gaio, la sola luce di quel pallido volto, il sorriso.
«Debbe essere curioso vedermi attraversare le camere vicino a te; che bizzarro contrasto! io lungo lungo, tu piccina al paragone, tu piena di vivacità, di grazia e di luce, io spento, impacciato, stecchito. Ci deve essere una folla de' tuoi spiritelli che si tira indietro e si nasconde nel vano delle finestre per lasciarmi passare. Come devono ridere di me!»
Ogni giorno, spesso più volte in uno stesso giorno, Ernesta faceva la lettura; era una festa pel cieco, il quale indicava i libri come sapeva meglio, generalmente per via di esclusione. Questo no, quello nemmeno—li aveva letti tutti; infine i soli volumi che non avesse letto erano iSaggidel Montaigne, leConfessionidi Sant'Agostino, le Prose del Leopardi ed iCaratteridel La Bruyere, capitati non si sa come fra ilVisconte di Faublas, ilLinguaggio dei Fioried i romanzi di Paul de Kock. Ernesta leggeva bene, senza solennità, ma punteggiando le frasi coll'accento e colle pause; aveva una vocina morbida, chiara, dolce, che ingentiliva il vecchio francese del Montaigne e dava un vezzo singolare alla prosa volgarizzata di Sant'Agostino.
A mezzo d'un periodo, ad un epiteto forte, ad un paragone strano, ad uno dei mille aneddoti, coi quali il semplice e profondo pensatore francese infiora le sue idee, Leonardo faceva cenno alla vaga leggitrice di star zitta, si arrestava un istante in meditazione, poi accennava di proseguire; dopo una mezz'ora di lettura al più:
«Basta,—diceva,—non voglio che ti stanchi… grazie.
—Non sono stanca….
—Grazie… devo ora pensare a quello che ho letto…
E pensava; lungo tratto d'ora stava così immobile, colla testa appoggiata alla spalliera del seggiolone; spesso Ernesta credendolo addormentato camminava sulla punta dei piedi per non destarlo, ed allora egli si scuoteva mostrando a fior di labbra un sorriso.
…. Passavano così i giorni, simili nel muto dolore, ma non monotoni nè angosciosi. S'indovinava un'inalterabile serenità, una specie di gioia nascosta; si sentiva nel silenzio, si respirava nell'aria l'armonia che corregge i guasti della sventura, la gran dolcezza che si mesce agli sconforti più amari.
Oh! sì, il dolore fa grandi, dà alle creature umane un riflesso della divinità!
Inventario di cose e d'uomini.
«Stamane sono di buon'umore—disse Leonardo alla sua compagna,—vieni meco, Ernesta, andiamo a spasso; ti voglio fare l'inventario di tutti i mobili della casa, incominciando dal salotto; vedrai come li ho in mente! Se ne ho dimenticato qualcuno, me lo ricorderai, ho bisogno di radunare le mie memorie—sono esse il mio mondo. Quanti luoghi ho attraversati frettoloso, sbadatamente, e che ora avrei caro di rivedere col pensiero!… Per esempio il caffè Cova ed il Circolo li ho scolpiti nel cervello…. è qualche cosa, ma ci era posto anche per altro, ti pare?»
Ernesta rispose con una stretta di mano, con una muta carezza, accusandosi in cuore di essere stata la prima a fare a Leonardo il rimprovero che ora egli faceva a sè medesimo.
«Sì,—disse poi con accento ilare per sviare il pensiero del cieco,—sì, andiamo a spasso, mi farai l'inventario dei mobili della casa.
—Incominciamo dal salotto,—soggiunse Leonardo, avviandosi al braccio della moglie.
—Senti questo ch'io tocco; che cosa è?
—Una tenda americana; vi è dipinta una pianta a larghi fogliami, sopra un fondo color di porpora che raffigura il cielo del tropico.
—Bravissimo, ora va innanzi.
—Nel vano della finestra vi è un tavolinetto dipinto, con dorature ed intarsii di madreperla; il dipinto rappresenta un paesaggio turco con un crocchio d'uomini che fumano la pipa….
—Bravissimo.
—Sul tavolino un albo di ritratti, un grosso albo con coperta di tartaruga e fermagli dorati.
—L'albo ci era, ma non ci è più; ha mutato posto…. ora è sul tavolino di mezzo…. innanzi.—
Il suono del campanello interruppe il curioso inventario; Ernesta volse gli occhi all'uscio d'ingresso e Leonardo si tenne immobile nel vano della finestra.
«È Agenore,—diss'egli appena udì il rumore dei passi nell'anticamera, e subito dopo aggiunse:—non è solo.»
Era in fatti Agenore accompagnato dal dottor Q… oculista celebre.
La festicciola scherzosa finì. Si cancellò dai volti melanconici quel pallido riflesso di gioia, e l'inquietudine tornò a battere al cuore di Ernesta più forte che mai, e la rigidità della sventura incatenò ancora le membra del cieco.
Stava per aprirsi uno spiraglio nell'avvenire.
Il dottor Q… entrò, fece un saluto cortese col capo, e senza perdersi in parole inutili, sciolse egli stesso la benda del cieco per esaminarne gli occhi alla luce della finestra.
Perfino il cuore di Agenore batteva affrettato. Ernesta collo sguardo intento spiava una buona novella, un incoraggiamento, una speranza sulla faccia del dottore, il quale rimase impassibile e sereno. Solo quando ebbe rimessa la benda all'infermo, l'oculista disse queste parole:—Fra una settimana.
Un atto di contentezza di Agenore commentò la frase monca così:
«Fra una settimana si potrà fare l'operazione.»
Ernesta avrebbe voluto che il celebre medico rispondesse a cento domande, che essa non osava fare. Si aveva certezza, o probabilità, od almeno speranza di guarigione? Quando il medico fu per andarsene, la povera donna si fece forte.
—Riescono bene queste operazioni? domandò con un filo di voce.
—Riescono quasi sempre bene, rispose il dottorQ…. con accento benevolo;—si faccia coraggio.
Per spiegar meglio quel concetto, Agenore aggiunse sottovoce:
«Quanto a riescire, riescono…. ma!…»
E tenne dietro all'oculista promettendo di ritornare dopo il mezzodì.
Ancora Leonardo ed Ernesta rimasero soli.
«Innanzi,—disse la povera donna facendosi forza per nascondere il suo affanno,—innanzi; sei rimasto al tavolinetto nero con intarsiature di madreperla.
—Che uomo è il dottore?—domandò il cieco.
—Un uomo di aspetto comune, ma con una faccia buona.
—È vero, ha la voce affabile… è alto?
—No, mezzano.
—E come è? Voglio vederlo….
—Vedilo, disse Ernesta scherzosamente;—è un poco tarchiato, ha i capelli grigi, niente barba, mustacchi più neri che bianchi, fronte alta, naso medio, bocca grande… Lo vedi?
—No, rispose Leonardo…..
—Aspetta: fisionomia seria, occhi lucenti….
—È inutile; me ne farei un'immagine fantastica.—osservò il cieco; mi ricordo ora che prima di conoscerti, quando si parlava di te in casa Rinucci, mi fu descritto il colore de' tuoi capelli, dei tuoi occhi, la forma del tuo naso….
—Povero naso!—chi sa come lo calunniava la mia cuginetta!
—Ebbene,—proseguì il cieco sorridendo,—quando vidi te la prima volta, ti trovai tutta diversa da quello che t'immaginavo… Confrontando ora l'immagine che mi ero fatta, e la tua, trovo che, perchè mi avevano dipinta una bruna, io t'aveva immaginata nera, e perchè avevano parlato d'una donnetta piuttosto piccola di statura, io ti vedeva nana…. Il dottore Q….—soggiunse dopo breve silenzio con accento scherzoso che mal dissimulava l'inquietudine,—è celebre… e nel caso mio la fiducia ha da esser cieca… Proseguiamo l'inventario; eravamo rimasti all'albo…. ov'è l'albo?
—Sul tavolino di mezzo….
—Lasciamo stare l'inventario, guardiamo insieme l'albo.»
Ernesta obbedì senza dir parola, trasse il cieco a sedere sul divano, gli pose sulla ginocchia il grosso volume, l'aprì ed incominciò:
«Vittorio Emanuele II, il Principe ereditario, la principessa Margherita….
—Saltiamo i principi,—disse Leonardo, voltando alcuni fogli.
—Tuo padre e tua madre.»
Il cieco non disse nulla, stette un istante a capo basso, come cercando di veder meglio quelle amate sembianze, poi voltò la pagina lentamente.
«Un bel giovinetto, lungo lungo, con due baffetti neri ed un'aria di storditello….
—Io,—disse il cieco; e rise forte.
—Una giovinettina piccina, quasi nana, molto bruna, quasi nera, con un naso fatto così e così….
—Tu!—e rise più forte.
—Il baronetto William.
—Gli fui padrino in un duello…. un bel giovine alto, elegante… lo vedo.»
Ad Ernesta venne, non so per qual via, l'idea bislacca di ingannare la buona fede del cieco, collocando mentalmente, subito dopo il ritratto del baronetto William, un altro ritratto che ella sapeva sepolto sotto un monte di libri…. e disse colla massima indifferenza:
—La B…. prima ballerina assoluta dirango francese… stagione di carnevale e quaresima alla Scala.—
Il cieco sorrise.
—Come fa a trovarsi nell'albo quel ritratto?
—Ma!…—
Quando furono giunti all'ultima pagina, Leonardo stette immobile come per evocare nel buio le sembianze di tanta gente nota, finchè Olimpia venne a chiamare la signora per causa della minestrina del signore.
Bisogna sapere che le minestrine andavano soggette alla revisione di Ernesta, senza di che non potevano ristorare l'organismo del signore.
Rimasto solo, il povero cieco riaprì l'albo che ancora aveva fra le mani, fe' passare ad uno ad uno parecchi fogli contandoli; leggiero come una carezza, passò l'indice sopra una pagina; poi accostò insieme il volume e la bocca, e le labbra mormoranti una parola sommessa tenne a lungo fisse sopra le sembianze d'una giovinetta nè troppo piccina nè troppo bruna, ma con un naso fatto così e così….
Risultato ultimo d'una discussione filosofica.
Da molti giorni Ernesta non era uscita di casa.
—Ti ammalerai—aveva detto il cieco,—perderai il roseo delle guancie, ed io non potrò nemmeno accorgermene per dirti: «cattivella, vedi!»
Quel pomeriggio l'infermiera si arrese, accettò di scendere in giardino a fare una passeggiata, a patto che il dottor Agenore rimanesse a tener allegro l'ammalato.
Dalla finestra dischiusa si scorgeva la bella donna che passava nei viali, salutata dai passeri e preceduta di albero in albero dall'usignuolo, ed Ernesta anch'essa poteva vedere i volti ravvicinati del marito e del dottore.
Un pezzo i due amici stettero senza parlare; Leonardo pensava, e lo stesso Agenore, seguendo cogli occhi la bella, si distraeva imperdonabilmente, considerate le funzioni ciarliere che egli aveva accettate.
—Dove è ora Ernesta?—domandò il cieco.
—Fa il giro dell'ippocastano… si mette in un viale… si allontana…
—Le farà bene un po' di moto.
—Le farà bene…
—Tanto più se vi era avvezza, perchè doveva passeggiare molto in campagna… non è vero?
—Credo di sì…
—Non fosti mai a trovarla?
—Parecchie volte.—
Leonardo stette zitto aspettando che l'altro dicesse di più, e finalmente osservò:
—Doveva annoiarsi in campagna!—
Il dottore zitto.
—Dov'è ora Ernesta?
—Sotto il padiglione.—
Nuovo silenzio.
—Senti,—uscì a dire il cieco improvvisamente,—poichè abbiamo tempo, voglio parlarti d'una cosa. Ti ricordi quando, dopo avermi spiegato il tuo sistema filosofico… la materia cosmica eterna, le forze, la materia organica, i vasi, le fibre, i tessuti, che so io, mi domandavi se mi avevi convinto, ed io ti rispondeva che era inutile, tenessi tu le tue idee, terrei io le mie…
—Sì,—proseguì il dottore,—e le tue idee erano di non averne alcuna, di lasciar che le fibre e i vasi compissero le loro funzioni senza dartene pensiero.
—Te ne ricordi?… Ti dicevo: Se ci è qualcosa dopo di noi, lo vedremo, se non c'è nulla, buona notte; e quanto alla materia cosmica non sono io che le impedirò di godersi in pace la sua eternità. La vuoi eterna?… te la do eterna, a patto che lasci in pace la mia materia organica che non è eterna… Te ne ricordi?
—Altro!
—E dicevi, tirando mia moglie a far la trinità: «noi tre rappresentiamo le tre scuole filosofiche del secolo: il materialismo che combatte—io—lo spiritualismo che sogna—lei—l'indifferentismo che vegeta—tu.—»
—Testuale.
—Ebbene, allora non ci volevo pensare… da due mesi ci penso—e vuoi che ti dica la mia opinione sulle tue opinioni?
—Dilla.
—La tua materia cosmica eterna mi pare sorella del caos dei credenti; il tuo ignoto di genere femminino, che chiami forza, mi pare parente prossimo dell'ignoto, di genere mascolino, che mia moglie chiamaDio, Quanto ai nervi, alle fibre, ai vasi, ho paura che tu confonda la vita, gli affetti, i pensieri cogli stromenti dei pensieri, degli affetti, della vita.
—Sono le solite risposte degli spiritualisti; non hai trovato nulla di nuovo.
—Se le ho trovate alla prima, appena mi sono fermato a pensare, non hanno da essere rare nè curiose; ma l'averle trovate alla prima non significa forse che sono vere?
—No, significa solo che sono volgari.
—Senti, Agenore mio, tu non sai che cosa sia vivere due lunghi mesi nel buio, nel vuoto, tu non sai quanto si acuiscano i sensi, e che parole si odano nel silenzio, e che immagini si disegnino nel fondo nero. Non lo senti tu mai, nel mezzo della notte, quando tutto tace, quando nulla ti distrae nell'insonnia, un bisbiglio sommesso, un linguaggio che non è della vita e che pure tu comprendi? Non vedi fisonomie note e non prima vedute, manine che si allungano nel vuoto a carezzarti? Sei là, piccolo, debole, nell'immenso vuoto, nell'immenso buio, e non hai paura… qualche cosa di te si allontana nello spazio, non si perde, ritornerà per dove è partita, nel raggio d'una stella, come in un sentiero tracciato… Tutto questo, Agenore mio…
—Tutto questo, Leonardo mio, è buon indizio; prova la sensibilità della tua retina, la forza del tuo nervo ottico; tu continui a guardare ed a vedere senza servirti della pupilla oscurata; ecco il mistero.—
Il cieco sorrise.
—Dov'è ora Ernesta?—domandò poco dopo.
—Si è curvata a guardare una pianta… pare che non la conosca… perchè continua a guardarla.
—Che pianta è?
—Una ferraria… «Una ferraria!»—gridò poi affacciandosi alla finestra.
Si udì la voce argentina di Ernesta che rispose:«Grazie;» poi tutto tornò nel silenzio.
—Non è mai venuta a Milano quando ero assente?
—Chi?
—Ernesta.
—Sì, una volta.—
Era inconcepibile per Leonardo come l'amico dottore stentava a mettere fuori le parole. Mutò discorso.
—Sai tu perchè il mondo è pieno di cattivi?
—Ma è proprio pieno di cattivi?—domandò il dottore;—io non me ne sono mai accorto.
—Tanto meglio per te… tu sei buono… ma io intendo cattivi tanto coloro che insidiano l'onore, le sostanze, gli affetti del prossimo, quanto quegli altri che non si fanno scrupolo d'offendere un amico, per la vanità di dire una scioccheria spiritosa; ebbene, sai tu perchè ci sono tanti cattivi al mondo?
—La frenologia ha provato…
—Perchè ci sono troppi spensierati; perchè le piazze, i caffè, i circoli, i palchetti dei teatri formicolano di gente che teme di servirsi del proprio cervello. Un uomo che pensa finisce con accorgersi della sua e dell'altrui miseria; dà l'importanza che meritano alle cose che lo circondano; scende i gradini di quella piramide che è l'egoismo e si mescola alla folla, non se ne sta immobile sul vertice a credere il mondo creato per sè solo; ai sofismi del proprio interesse, delle proprie passioni, sa contrapporre i sofismi degli interessi e delle passioni contrarie, e dal cozzo cava la scintilla del vero… Ah! il pensiero è una forza!
—Verissimo, il pensiero è una forza, e gli spensierati non hanno mai fatto male a nessuno, perchè sono inermi e deboli; Tizio obbedisce all'istinto, e, senza pensarci quasi, ti accompagna per servirsi della tua carrozza e del tuo palco; digli che pensi molto, ed il pensiero gli darà la corazza dello strozzino. Sempronio ha la vanità di sapersi fare il più bel nodo della cravatta del mondo incivilito; digli che pensi molto e vorrà i giavellotti di deputato o lo spadone a due tagli di Ministro di grazia e giustizia; gli Ercoli dell'egoismo e dell'ambizione sono gente che ha pensato molto. Credi a me: l'organismo oscilla, ma non si muta; chi ha la cattiveria nel sangue la conserva, finchè dura la circolazione; vuoi guarirlo, svenalo.
—Sì, l'organismo non si muta; nè gl'istinti si mutano; sono con te; ma io, irascibile, diventerò padrone di me stesso, imparando a conoscermi col pensiero, e le ire e le collere del mio istinto serberò contro gli uomini cattivi e le cose cattive. Ambizioso d'onori, diventerò ambizioso di bene; cattivo marito, apprenderò a rispettare il culto della famiglia, e vorrò esserne il sacerdote…—
Il sospiro di Leonardo, dopo queste parole, s'incontrò e si confuse con un sospiro del dottore. Dopo di aver sospirato all'unisono, entrambi stettero zitti, poi il cieco disse sorridendo:
—E se non il sacerdote… il predicatore; dillo pure, lo hai sulle labbra… ma già è così: sono molto mutato e non ne ho colpa o merito, come ti piace; la mia maestra è la sventura… Dimmi, si è fermata molto in Milano?
—Chi?
—Mia moglie.
—Un paio di settimane.
—E tu la vedevi spesso?
—No… cioè… così.
—Ci veniva altri a vederla?
—La cugina, gli zii…
—Nessun altro?
—Credo di no; ma perchè mi fai queste domande?
—Perchè vorrei sapere se Ernesta, nell'abbandono… È bella Ernesta…. avrà avuto intorno qualche vagheggino?—
Il dottore non fiatava; ed il cieco con voce sommessa e carezzevole:
—Agenore, non mettermi alla tortura; ho ancora delle debolezze, mi vergogno, ho paura di farti ridere… dovresti indovinare tu…—
L'amico sprigionò un sospiro lungo lungo, poi disse:
—Non ci vuol molto ad indovinare… sei innamorato di tua moglie…
—È vero,—disse Leonardo facendosi rosso in viso;—ma chi sa se ella potrà amarmi ancora….
—Io non lo so…
—Sapesse almeno che sono mutato, che cambierò vita!…—
Il sangue, i nervi, le fibre, i tessuti, gli umori di quell'organismo saldo che si chiama il dottor Agenore, entrarono a tumulto; un momento di lotta acre e rabbiosa, poi tornò l'equilibrio; il sagrifizio era consumato: Agenore rinunciava ad Ernesta.
Ridano gli sfaccendati del caffè e del circolo, io giuro a chi legge che in quel solenne momento il dottore Agenore era bello. E non si sono udite mai parole più generose di queste che egli pronunciò forte, stringendo vigorosamente la mano del cieco, per farsi cuore:
—Glielo dirò io!
—Oh! grazie… quando?
—Subito, se vuoi, corro in giardino, me le getto ai piedi come tuo rappresentante, e le faccio la mia, cioè la tua dichiarazione in regola.
—No, aspetta… che fa ora Ernesta?—
Agenore, non vedendo la bella dove l'aveva lasciata poc'anzi, si affacciò alla finestra per cercarla; in quel mentre si udì un passo leggiero ed un fruscio d'abiti.
—Eccola,—disse Leonardo, ed aggiunse con accento di preghiera: «non ora, non ora.»—
E il dottore, che già si era mosso per andare in salotto, si fermò dinanzi all'uscio.
Entrò Ernesta e sorrise; entrò la signora VirginiaRinucci e chinò gli occhi a terra.
Agenore si credette in dovere di fare un saluto; ma la vergine arrossì. E per un quarticino d'ora, ad ogni volta che al dottore senza avvedersene accadeva di guardare la signorina o di rivolgerle la parola, la signorina arrossiva e chinava gli occhi a terra.
Agenore trovò quel quarticino d'ora eterno, sebbene lo spendesse a studiare coscienziosamente l'organismo del pudore, e finì ad andarsene dicendo che con un organismo simile era un peccato che la signorina Rinucci rimanesse zitella, e che il mondo le doveva un marito…
E in così dire rideva, il disgraziato!…
Un sogno ad occhi aperti.
Nel giorno successivo, quando il dottore venne a visitare il suo ammalato e gli ebbe toccato il polso, fu l'ammalato che toccò il polso al dottore e gli disse sottovoce, perchè Ernesta non intendesse:—oggi no, Agenore, oggi no.—
L'amico, che non aveva dimenticata la promessa ambasceria, e ruminava anzi in mente un discorsetto per parere un ambasciatore disinvolto, comprese subito e rispose: «va bene…» Ma Leonardo non parve rassicurato, ed appena ne ebbe agio, ripetè con accento di preghiera: «Non oggi, non oggi.»
Che diancine era dunque accaduto? Il dottore almanaccava invano, guardando in faccia ora l'uno ora l'altro dei due coniugi, e quando si trovò un istante solo col cieco, domandò senza preamboli:—Che è stato, che c'è di nuovo?
—Nulla,—rispose Leonardo,—nulla… ma ci ho pensato ancora…. non oso… che dirà di me? Dillo tu, che dirà di me?
—Io non lo so davvero: che vuoi che dica?
—Dirà che sono un egoista, che non occorre molta virtù per cambiar vita, ora che sono condannato alle tenebre, e che non vi è merito, ridotto nel mio stato, ad amare un'infermiera così attenta, così premurosa, così bella… questo dirà, non è vero?
—Non mi pare…—balbettò Agenore.
—Dirà—proseguì il cieco con accento melanconico,—che io doveva aprir gli occhi quando ci potevo vedere, ed accorgermi che avevo in casa un tesoro, quando passavo il mio tempo al circolo; dirà che allora dovevo darle o domandarle amore, quando essa domandava ed offriva amore ad uno scioperato… e che ora è tardi, dirà, e non sa che farsi dell'amore d'un cieco. Non è vero forse?—
Il dottor Agenore, il quale avea dato tante prove d'eroismo, non venne meno in questa difficile congiuntura ed accettò di buon animo, mettendo sulle labbra un sorriso lievemente melanconico, la parte di confortatore.
—Non mi pare; tua moglie è buona, ha un'indole affettuosa, ha bisogno d'amare qualcuno, e…
—E chi sa se questo qualcuno sono ancora io?
—E chi vuoi che sia? Non ti accorgi della premura, con cui ti sta intorno?
—Sì, mi accorgo di tutto, medito ogni sua parola, ogni sua intonazione di voce, il passo, i movimenti, ogni cosa. Ma non mi basta. Cerco la tenerezza che è figlia dell'amore, e trovo solo la tenerezza, che è figlia della compassione…
—Della compassione che è la nonna dell'amore, perchè sua figlia la tenerezza va a nozze col desiderio e genera l'amore, che poi rigenera quell'altra tenerezza. Sono casi di parentela molto complicati, vi è dell'incesto in mezzo, ma tanto è così…. Oh! manco male, ti ho fatto ridere!
—Di che si ride?—domandò Ernesta ritornando.
—Debbo dirlo?—chiese il dottore sottovoce all'infermo.
—Non oggi, non oggi.
—Si ride,—proseguì Agenore, accomodando la benda al cieco,—e si ride a torto, della teorica dell'amore di un filosofo tedesco, Arturo Shopenhauer, la teorica del completamento, secondo la quale gli organismi cercano istintivamente di completarsi coi loro contrarii, l'uomo sanguigno colla donna linfatica, l'uomo bruno colla donna bionda, il grosso….—
Stava per dire colla «sottile,» quando si rizzò quanto era grande e grosso, levò la testa bruna e si vide dinanzi la signorina Virginia Rinucci, più bionda e più sottile del solito, ma meno linfatica, a giudicarne dalle guancia imporporate dal rossore, la quale era entrata dietro ad Ernesta senza dir nulla.
Agenore salutò scusandosi di non averla veduta, senza altro risultato che di farla arrossire più forte.
—E viceversa,—aggiunse premurosamente per correggere l'effetto d'una involontaria dichiarazione,—i piccini coi donnoni, i biondi colle brune. L'ideale dei completamenti, il completamento tipico sarebbe quello d'un nano con una gigantessa, coniugi spaiati che si fanno vedere alle fiere.—
Ernesta rise, non so se dell'immagine o dell'intenzione del dottore.
Ma la pudica Virginia avea ricevuta una dichiarazione e se la teneva, e non ci era verso di fargliela restituire; e questa volta come le altre, Agenore dovette finire con lasciare il campo, infilando l'uscio.
Anche la cuginetta, le cui visite da qualche tempo coincidevano con quelle del dottore, non tardò ad andarsene.
Ernesta e Leonardo rimasero soli.
Era l'ora del mezzodì; dal cortile soggetto, attraverso le imposte chiuse in modo da lasciare passare insieme un filo d'aria e di luce, giungevano le vocette di alcuni fanciulli schiamazzanti.
—Ti disturbano?—chiese Ernesta,—vuoi che dica loro di star zitti? Sono buonini, mi obbediranno; o vuoi che chiuda la finestra del tutto?
—No,—disse Leonardo melanconicamente,—lasciali fare, mi par di essere tornato fanciullo, quando giocavo a mosca cieca coi miei compagni, ed uno alla volta ci mettevamo la benda sugli occhi… come io ora… lasciali fare, giuoco anch'io con essi.
—Povero Leonardo!—disse Ernesta.
—Povero Leonardo!—ripetè il cieco.
Non disse altro; pur comunque si adoperasse a nasconderlo, egli era inquieto, crollava ogni tanto il capo, come cercando nel buio, si muoveva, apriva la bocca per parlare, taceva.
—Conducimi a spasso—disse poco dopo.
Ernesta gli offrì l'omero perchè vi si appoggiasse e lo menò in giro per le camere, finchè egli disse:—Basta.
—Basta; ora sediamo, qui nel salotto, io nel seggiolone, tu al pianoforte… suonami qualche cosa.
—Un walzer di Strauss,—disse Ernesta aprendo il pianoforte dimenticato.
—No, una romanza mesta, un notturnino.
—O una marcia funebre,—aggiunse la bella ridendo.—Ecco il notturnino… incomincio, se sbaglio non ci badare, non lo faccio a posta.—
E incominciò.
Leonardo ascoltava estatico, e quando l'ultima nota si perdette, egli ancora ascoltava.
—Ti basta?—chiese la bella.
—Sì, non bisogna guastarmi la cara impressione; ogni pezzo di musica ha il suo linguaggio; bisogna ascoltarne attentamente uno e meditarvi su…—-
Ernesta chiuse il pianoforte e venne presso al marito.
—Siedi,—disse Leonardo provandosi a sorridere, obbedisci al tuo tiranno…
—Ecco fatto,—disse Ernesta.
—Ed ora dormiamo…
—E se non avessi sonno?
—Sarebbe un peccato… mi piacerebbe che tu dormissi così accanto a me… è un capriccio.—
Ernesta non rispose.
—Che fai?—chiese Leonardo dopo un breve silenzio.
—Dormo.
—Davvero?
—Mi provo.—
Succedette un silenzio più lungo, dopo il quale il cieco domandò con un filo di voce:
—Ernesta!
—Leonardo.
—Ah! lo vedi, non dormivi….—
Era incomprensibile per Ernesta il capriccio del cieco.
—Ora dormirò davvero,—disse, e chiuse coscienziosamente gli occhi, e si tenne immobile, abbandonata sulla spalliera del seggiolone, aspettando il sonno.
Un quarto d'ora dopo, quando parevale che oramai il marito dormisse, lo udì ripetere come prima:
—Ernesta!—
Non rispose, aprì gli occhi. Il cieco si curvava innanzi ad ascoltare, e ripetè sottovoce:
—Ernesta!—
Tacque un istante e di nuovo chiamò a fior di labbro:—Ernesta!—
Allora si rizzò in piedi lentamente, senza far rumore, come uno spettro, mosse un passo leggerissimo brancicando per cercare il seggiolone, e trovatolo, si trattenne ad ascoltare la respirazione di Ernesta, si curvò sopra di lei, e colle labbra tremanti le sfiorò le guancie. Si drizzò, stette in ascolto, come un ladro che ha carpito un tesoro, tornò senza far rumore al suo seggiolone e, quando si credette al sicuro, sorrise.
Ernesta, che lo guardava ad occhi aperti, lasciò scorrere una lagrima dove si era posato il primo bacio d'amore di suo marito.
Una rivelazione del dottor Agenore.
Nella sera di quel giorno medesimo, che era un giovedì, il celebre dottor Q… tornò a far visita al cieco, ed avvertì il suo collega che l'operazione si sarebbe potuta fare il sabato, se egli non avea nulla in contrario.
La clientela del dottor Agenore non avea fortunatamente nulla in contrario, dunque il dottore Agenore nemmeno.
Per altro il giorno successivo, levandosi da letto e dicendo: «domani!» non si sentiva ben rinfrancato. Siffatta era la solennità dell'avvenimento per lui, che nemmanco la laurea dottorale lo avea tanto commosso. Fu necessario un esame di coscienza.
«Agenore mio, disse egli, sta per entrare in ballo la tua riputazione di medico, la quale non è veramente gran cosa, ma ha il suo valore; l'estrazione d'una cateratta è delicatissimo negozio anche per l'assistente; bisogna che il dottore Q… abbia un aiuto e non un impaccio; a teoriche, se non sei un milionario, ne hai da spendere; ma in pratica corri rischio di sembrare un pitocco; se domani non riesci a tenere stirata abbastanza larima palpebraledel paziente, o per allargarla troppo cagioni unarrovesciamento, e guasti il tuo decoro e l'amico Leonardo…. la fai così grossa, così grossa, che non avrai bisogno di farne altre in tutta la tua carriera di medico….. Tu non sei uomo da tentennare nei gran momenti, ma ti conosco, non sai fare l'eroe dinanzi ad uno che soffre…. basta…. basta…. Intanto oggi tocca a te preparare il paziente…. farlo stare in gran quiete stanotte, perchè domani all'alba…. To'!… e l'ambasciata di Leonardo? bisogna farla; egli dice di no, perchè tu faccia di sì, questo s'intende. Ah! (un sospirone)—ti toccano tutte, Agenore mio, metti per conto tuo l'assedio in regola ad una bella donna, nelle condizioni più felici per la conquista, ed eccoti a far le parti dell'ambasciatore, a trattar l'alleanza per conto d'un altro… Quando si dice!…. Ha da venir in mente a lui, proprio a lui, al marito cieco d'innamorarsi di sua moglie e di sceglierti per confidente ed…. ambasciatore!…. Ah!…. basta…. Hai rinunciato ad Ernesta…. hai promesso a Leonardo…. il poveraccio aspetta un conforto, e tu glielo devi oggi…. perchè domani….»
Pensando al domani, il dottore si grattava la nuca e si prometteva di vegliare una parte della notte per ripassare il suo manuale d'oculista, alquesito: cateratte, come già in Pavia alla vigilia degli esami.
Quel giorno Agenore anticipò la visita, parlò al suo ammalato con una vocina anche più carezzevole del solito, tanto da farsi rivolgere da Ernesta tenere occhiate riconoscenti, a cui due giorni prima non avrebbe forse saputo dare la giusta interpretazione.
Raccomandò questo, quello, quest'altro; non si stancò di raccomandare, e per quanto facesse il disinvolto, e ripetesse ad ogni tratto che il domani era un giorno come un altro e l'operazione unacosa da nulla, non pensava egli stesso che al domani ed all'operazione.
Prima d'andarsene raccomandò ad Ernesta, per carità facesse rispettare appuntino le ordinazioni del medico, ed accostandosi a Leonardo gli disse per l'ultima volta:
—Senti, oggi hai da stare tranquillissimo; faresti bene a prendere un purgante blando…. No? Lascia stare, non è assolutamente necessario, ma la tranquillità sì è necessaria, e la voglio. Il dottor Q…, non potendo venir oggi a vederti, ti ha affidato a me, e se domani non ti trova come devi essere, converrà differire ancora…. E ti garba l'aspettare?… scommetto di no.
—No, no,—disse il cieco,—starò tranquillo.
—Va bene, ed ora me ne vado proprio….
Ma Leonardo gli stringeva la mano e non lo lasciava.
—Vuoi qualche cosa?—domandò Agenore;—ah! ho capito!….
—No, non hai capito….—soggiunse il cieco come mormorando fra sè e sè, ma in modo da essere inteso dall'amico:—Non oggi, non oggi.
—Sta bene,—disse il dottore, ed uscì facendo un cenno ad Ernesta.
La bella lo seguì nel salotto; si faceva forza, ma tremava, aveva paura di qualche penosa rivelazione….
—Che vuol dirmi, dottore? Qualche brutta notizia?…
—No, anzi—rispose Agenore, cacciando le dita nei taschini del panciotto per darsi un contegno, tutt'altro…. ho un'ambasciata da farle….
—Un'ambasciata? A me?
—Cioè, ieri era un'ambasciata…. oggi muta carattere, diventa una rivelazione….
—Una rivelazione!—ripete la bella, fissando gli occhi a terra come per cercare d'indovinare.
—Già…. ecco…. siccome….—
Ad ogni parola Agenore levava le dita d'una mano da un taschino e ve le ricacciava, alternando; finalmente si fece forza e disse tutto d'un fiato:
—La cosa è tale e quale…. mi stia a sentire; ieri Leonardo mi aveva pregato di dirgliela ed io aveva promesso, poi Leonardo non volle più per certi suoi scrupoli, ma ora io voglio, sebbene Leonardo non voglia, e gliela dico: Leonardo è innamorato di sua moglie…. ora ci pensi lei.
E tacque aspettando l'effetto delle sue parole.
—Ci ho pensato,—rispose la bella sorridendo e impadronendosi della mano che fu prima ad uscire dal taschino—grazie; ella ha un cuor d'oro… ed io…. lo sapeva…..
—Sapeva che ho un cuor d'oro o che Leonardo?,..—
La bella non lo lasciò finire.
—L'una cosa e l'altra.—
Disse, scrollò la mano del medico stupefatto, rise forte e fece atto d'andarsene; ma Agenore la trattenne.
—Dunque sono un ambasciatore in ritardo?… Non ho maggior fortuna a trattare gl'interessi degli amici che i miei? dunque?…
—Ottimo amico!—disse Ernesta.—
Agenore sospirò.
—È qualche cosa…. ma non mi basta; la risposta…. voglio la risposta, l'ho da portar io a Leonardo…. ci tengo….
—Mi dia tempo a pensare,—rispose scherzando la bella.
—Ho capito,—concluse Agenore,—ho capito…. non una parola di più, ho capito; tornerò stasera.—
Ernesta lo seguì collo sguardo, finchè fu scomparso, poi andò rasserenata presso al marito.
—Che ti ha detto Agenore?—le domandò il cieco.
—Mi ha ripetuto quello che aveva detto…. di farti riposare; pare proprio che sia necessario…. tornerà stasera….
—Non altro?
—Non altro.
—Non sa egli se guarirò?
—Lo spera.—
Tutto quel mattino Ernesta parlò a monosillabi; era inquieta, andava e veniva, a volte si fermava d'un tratto nel mezzo della camera, e rimaneva così immobile, distratta, finchè la voce dell'infermo la toglieva all'attonitaggine.
Dopo il mezzodì, all'ora medesima della vigilia, vedendo che Leonardo non le diceva nulla, fu lei la prima a proporre.
—Dovresti fare un sonnellino; è l'ora più calda del giorno, fa molto caldo oggi…. ti farà bene riposare il capo, perchè cessi dal farneticare intorno al giorno di domani…. dormi, ho sonno anch'io, dormiremo entrambi.
—Sì! disse il cieco con impeto di desiderio;—sì….—
Ernesta spinse un seggiolone vicino a quello del marito, vi si adagiò, poi disse scherzosamente: «buona notte.»
Scherzoso era l'accento, ma le batteva il cuore forte.
Questa volta Leonardo non seppe aspettare un pezzo, nondimeno, quando con un filo di voce chiamò:Ernesta! la bella non rispose. Allora il poveretto si rizzò in piedi, si piegò sull'amata donna come alla vigilia e la baciò lieve lieve sulle guance…. poi volle allontanarsi, ma si sentì trattenuto da morbide braccia che gli si stringevano attorno al collo, ed udì una sommessa voce, carezzevole, trepida, ripetergli fra i baci:—Leonardo mio! Leonardo mio!—
Il poveretto non era più cieco, poichè vedeva un paradiso.
È lui, è lui!
La foga degli affetti inonda il cuore e lo sommerge, la folla delle idee, invece di illuminare la mente, la scombuia. Come le grandi gioie ed i gran dolori, così le tenerezze grandi sono mute.
Tacquero.
Per un pezzo, stretti in quel laccio amoroso, carezzati e carezzevoli, rimasero come estatici ad ascoltare l'affrettato martello dei loro cuori; e quando Leonardo ruppe il silenzio, mormorando coll'accento dell'adorazione il nome di Ernesta, parve quella l'estrema parola d'un poema che avevano letto insieme, l'ultima nota d'una bella musica intesa da essi soli.
E venne sulle loro labbra il linguaggio degli uomini, dopo di aver sì lungamente parlato il linguaggio degli angeli; la rivelazione era compiuta. Non rimaneva più nulla a dire che già non sapessero:—Mi ami proprio?—Sì, tanto.—Ripetilo.—Sì, tanto.—Anch'io, anch'io.—Il più bel vaniloquio della terra…. Poi di nuovo tacevano, e le mani si stringevano più forte, e le labbra tremanti scoccavano baci sommessi, ed i petti pieni di felicità rompevano in brevi singhiozzi.
—Siediti qui, sulle mie ginocchia; disse il cieco,—lascia ch'io ti veda bene—ed accarezzando colle mani la fronte, i capelli, le guance, gli occhi della leggiadra creatura, andava ripetendo con una specie d'entusiasmo melanconico:—come sei bella! Come sei bella!—
Poco dopo soggiunse:
—Ecco il visino tondo che mi piacque tanto la prima volta che lo vidi; ecco gli occhi dolci conditi di malizia…. ed ecco i labbruzzi di fuoco che sorridono, e le guance che paiono due rose.—
Ernesta rispondeva ai baci, alle parole no; pensava; un mondo di fantasie meste o gioconde le si schiudeva dinanzi; e se staccava l'occhio da quegli incerti fantasmi dell'avvenire, l'aspettavano altri fantasmi, già paurosi ora benigni, quelli del passato, quelli delle lunghe noie, dei profondi sconforti, delle aspirazioni interminate che mozzavano il respiro…. e allora, come se obbedisse ad un segnale, dall'ippocastano del giardino lo stornello mandava la sua nota stridula, penetrante, compendio di tutto un tempo che non era più che una memoria:—è lui! è lui!—
—Qui, in mezzo al mento, ci è una fossetta, proseguiva il cieco,—ed ora che ridi ce ne sono altre due sulle guance; quante volte le avrei colmate di baci se avessi avuto giudizio!
E le colmava ora.
Ma a quelle baldanze, a quegli impeti, a quei guizzi di felicità che gli mandava sul volto la nuova fiamma, succedeva presto il buio d'un pensiero melanconico e pauroso.
E allora ripeteva il ritornello assiduo dell'inno eterno:
—M'ami proprio?
—Sì, tanto.
—E perchè m'ami?—
Ernesta ci pensava senza trovar risposta.
—Dillo, perchè mi ami?
—Non lo so; e tu perchè mi ami?
—Perchè sei bella, perchè sei buona.
—E anch'io t'amo perchè sei buono, perchè sei bello….
Quale sorriso passò sulle labbra di Leonardo!
—Sono bello io?
—Sì, sei bello…. ma non per questo t'amo.
—E perchè dunque?
—Non lo so….
—Hai ragione,—disse poi,—eri bella, eri buona anche quando non ti volevo bene. Ci deve essere stato qualcuno a parlarmi di te, ad aprirmi gli occhi, a farmi vedere quale dovea essere la mia festa, quale dovea essere il mio tesoro. E temei d'averti perduta per sempre, e t'invocai compagna de' miei giorni mutati in notte senza fine, non osando sperare. E quando accorresti al fianco della mia sciagura, non al mio fianco, riconobbi il tuo passo, indovinai i tuoi movimenti, compresi che eri tu l'angelo del conforto; ma non osai sperare di più. Ed ora che tu stessa me lo dici, che ti stringo fra le mie braccia, anche ora temo di fare un sogno troppo bello e mi domando che ho fatto io per meritare l'amor tuo. Tu non sai perchè m'ami; nemmeno io lo so. Le cose dell'amore si sentono, non si sanno. L'amore ha la benda agli occhi…. come me.—
Un bacio lungo lungo cancellò dalle labbra del disgraziato ogni traccia d'un melanconico sorriso.
—Che ne dici, Ernesta, guarirò?
—Guarirai,—rispondeva la poveretta facendosi forte.
—Se fosse vero! Poterti vedere, poterti guardare a lungo, specchiarmi negli occhi tuoi! Se fosse vero! Perchè così si soffre troppo; ho sofferto troppo…. tu non lo sai che io sono geloso….
—Geloso?
—Sì, geloso; geloso di tutti quelli che ti guardano, di tutti quelli che ti vedono, di tutti gli indifferenti, ai quali tu sei costretta a dare lo spettacolo della tua leggiadria, mentre a me solo è negato, mentre io solo ti guardo e non ti vedo. Ho sofferto, non te ne ho detto nulla, perchè era la mia espiazione; la gelosia ha punito l'indifferenza, ora sei vendicata…. sei contenta ora?…
—Sì,—-rispose Ernesta,—sono contenta perchè m'ami, perchè t'amo.
—E perchè m'ami? Non lo sai; nemmeno io; ma so perchè hai finito ad amarmi….
—E perchè?
—Perchè sei buona, perchè hai cominciato dalla pietà, perchè ti ho fatto compassione…. non è vero?
Nessuna risposta. Era vero.
—Senti,—proseguiva il cieco animandosi,—guarirò, voglio guarire, è necessario ch'io guarisca…. e allora, senti…. non andrò più al caffè nè al Circolo.—
Ernesta rideva.
—No non ci andrò più, staremo sempre insieme, andremo in campagna; ho tante cose da dirti, non mi annoierò; una volta ero uno spensierato, ora invece penso; ti dirò cose che ti faranno ridere, perchè tu già le saprai, ma che mi sono care perchè non le ho lette nei libri, e le ho trovate io…. ah! non mi annoierò al tuo fianco!—
Poco dopo soggiunse mestamente:
—Agenore dice che l'operazione sarà dolorosa, non è vero?…
—No…. balbettò Ernesta.
—Si, sì…. lo ha detto; ebbene, non importa, io saprò soffrire;—ed aggiunse provando a scherzare:—Mi hai sempre creduto un fanciullo, ho bisogno che tu sappia che in questo lungo tempo sono cresciuto, mi sono fatto uomo. Guarderò in faccia il dolore che deve ridonarmi la tua bellezza…. Ti sei fatta mesta? Pensi al domani?… Non ci pensare, vedi me, io non ci penso…. sorridimi….
—Che idea!
—Sorridimi…. mi fa bene sapere che tu mi sorridi, io non ti vedo, ma la mia anima si illumina d'una gran luce…. sorridimi.
—Ecco….—disse Ernesta;—ma una pietà profonda, uno sgomento mal definito si ribellavano al sorriso.
—Così…. così, diceva Leonardo.
—Sai?—prese a dire dopo una muta contemplazione—ho pensato alla filosofia di Agenore ed alla tua fede…. ci ho pensato molto….
—Ebbene?
—La tua dev'essere più vicina al vero….
—Ah! sono contenta! Credi anche tu che gli spiriti sopravvivano e possano comunicare con noi?
—Può essere….—
Di nuovo lo stornello lanciò le sue note allegre attraverso il vano della finestra.
—Sta a sentire—disse Ernesta,—sai che cosa mi sono messa in capo?… Che quello stornello sia mandato da mia madre…. sarà una sciocchezza, ma mi fa bene….
—Non è una sciocchezza se ti fa bene,—sentenziò il cieco.
—E sai tu che cosa mi va dicendo ora?—chiese scherzosamente la bella.
—No,—rispose Leonardo ridendo—non ne capisco nulla.
—Perchè non ci hai pratica; mi ripete una cosa che so benissimo, ma lo fa a fine di bene, poveretto!—mi ripete:—è lui! è lui!—Lo senti?
—E significa?
—E significa che sei tu, che sei tu….
—Che cosa?—
La risposta scoccò pronta, ardente, lunga dalle labbra di Ernesta, e s'impresse sulle guance del cieco.
E intanto lo scrupoloso stornello continuava a gridare a gola spiegata.