III.

III.

Facciamola questa buona azione! aveva detto Beatrice a suo marito; e al primo sorriso di Cosimo si era affrettata ad esclamare: «ho vinto!» — Non aveva vinto ancora; rimaneva un avversario, appostato dove meno se lo sarebbe immaginato, nel proprio cuore di sposa; quell’avversario era una debolezza, a cui Beatrice, nell’impeto della carità e dell’amore, non si era quasi degnata di guardare.

Presa da quell’ebbrezza baldanzosa che danno le grandi alture morali, si era creduta padrona di tutta sè stessa, aveva confidato di far tacere le vocette dell’amor proprio e di poter mettere al posto di tutti i piccoli sentimenti d’una moglie innamorata, la coscienza della donna. Ma quando aveva potuto credersitrionfatrice delle riluttanze di suo marito, si era sentita gli occhi bagnati di lagrime, senza sapere perchè, e quel giorno non le era riuscito di scrivere alla funambola.

E il giorno dopo Cosimo aveva detto: — Beatrice mia, la lettera a quella disgraziata aspetta ancora un poco a scriverla; pensiamoci; io credo che non bisogni fare nessuna cosa a precipizio, nemmeno le buone azioni. Non sei tu pure del mio parere? — No, che non era di quel parere, e per convenire che sebbene la pensasse altrimenti, era forse meglio rifletterci ancora, Beatrice si fece pregare un poco. Ma era in buona fede; appena lui aveva detto:aspetta, essa si era sentita tornare tutta la baldanza della vigilia, rinvigorita da un tantino di rimorso; avrebbe scritto lì per lì non una, ma dieci lettere, e nel rassegnarsi ad aspettare, potè credere proprio di fare un sacrifizio.

Passarono i giorni e lo settimane, e Beatrice non parlò più di scrivere alla funambola.

Che cosa aspettava? Non lo sapeva nemmeno lei, ma l’idea di pigliare in casa la figlia illegittima d’una ragazza del circo, che si era data a suo marito, a poco a poco andò perdendo agli occhi suoi la bellezza con cui le era apparsa la prima volta, d’improvviso e da lontano, fino a diventare ridicola, fino a diventare odiosa. Non le pareva vero che fosse stata tanto sciocca da fare una pensata simile.

Quella Nenna era certamente una fanciulla viziosa, già corrotta dalle funambule e dagli acrobati, e Beatrice dovrebbe farla venire da Milano per vederselalì, sempre davanti, a ricordarle mattina e sera, per il rimanente della vita, che un’altra donna, una donna volgare... un giorno!...

E la cattiva madre che speculava sulla propria infamia, forse che sarebbe possibile tenerla distante, vietarle per l’avvenire ogni contatto con sua figlia? Perchè la Nenna non cesserebbe mai d’essere la figlia di Cesira, anche quando avesse imparato a dare a Beatrice quel nome di madre che la sorte non le aveva voluto concedere. E se venisse un giorno, quella Cesira? Con qual diritto chiudere le porte in faccia ad una donna che grida: «voglio vedere la mia creatura?...»

Altre paure, già domate, rizzavano il capo. Se guardando in volto a Nenna, studiandone le trasformazioni che vi porterebbe l’età, interrogandone il corpo e lo spirito, Beatrice venisse un giorno a sospettare che la disgraziata avesse la fronte, la bocca, o solo lo sguardo, o solo il sorriso di Cosimo. Se non potendo mai accertare il vero, vedesse nascere nel cuore di suo marito un sospetto, un dubbio pauroso e dolce, forse peggio, un sentimento istintivo capace di legarlo a quella creatura ed alla cattiva madre di lei, più che alla sua sposa legittima, che gli lasciava ignorare le gioie della paternità! Se il cielo, in premio della sua buona azione, le riserbasse questo spettacolo! Era pur stata sciocca! Ma come mai Cosimo non se ne accorgeva egli stesso, e non le veniva a dire colla dolce autorità dell’amore: «io ti proibisco di giocare su questa posta la nostra felicità?»

Ah! essa lo sapeva bene perchè suo marito taceva; perchè le leggeva nell’anima, perchè, vedendo la battaglia che le dava il buon senso, confidava che s’indebolisse tanto, da dover rinunziare ad una carità spropositata.

Non le spiaceva che fosse così, tutt’altro, ma si sentiva umiliata. Era la prima volta che il cuore le aveva detto una bugia nel suggerirle una buona azione superiore alle proprie forze; perchè ora poteva dubitare di tutto, e chi sa? forse gli scrupoli che erano succeduti al primo slancio, non erano già consigliati dal buon senso, ma dalla viltà. Le mancava il coraggio, ecco — bisognava convenirne apertamente, e nemmeno questo sapeva indursi a fare, aspettando accidiosamente non già che le tornasse la primitiva baldanza, ma che le fosse pure risparmiata la confessione umiliante. Suo marito non le diceva più nulla, ma si vedeva bene che ci pensava sempre e che egli pure aspettava.

E una sera, quando si credevano entrambi lontanissimi dall’arrivare ad una conclusione, ma pensavano tutti e due alla medesima cosa, si guardarono e s’intesero.

— Quanto siamo mai miseri! mormorò Beatrice.

Cosimo non disse di no.

Vedendosi compresa, Beatrice proseguì:

— Qualche volta ci crediamo angeli, ma siamo poi sempre... donne.

E suo marito le fece intendere con un bacio silenzioso che non gli spiaceva che essa fosse così.

— Bisogna scrivere a quella disgraziata, balbettò lagiovine moglie; ho pensato... che basterà per ora.... che io le mandi del denaro. Al resto vi è sempre tempo.

Disse queste ultime parole con dispetto, come se una forza ignota, superiore alla sua volontà («il buon senso» aveva detto prima) gliele strappasse dalle labbra.

Cosimo cominciò sorridendo: «brava...» ma essa gli tappò la bocca colla mano.

— Sta zitto!

Quella buona azione non riuscita, non pesò lungamente sulla coscienza di Beatrice, perchè due settimane dopo ella potè dire a sè stessa sul serio che forse — o generosa natura! — sì, forse non era stato il suo mal animo a farla andare a male, nè il mal animo del suo Cosimo, ma l’egoismo d’un altro, il primo capriccio d’una creaturina, che per venire al mondo metteva le sue condizioni. E appena intravide un bagliore di questa idea grandiosa, e le si fu accostata timidamente senza uscire ancora dall’ombra che essa lasciava intorno a sè, Beatrice sentì svanire tutti gli scrupoli di un falso sentimento, e disse forte a sè stessa, e lo disse a Cosimo, che solo qualche anima buona aveva potuto impedirle di commettere una corbelleria.

— Ce ne saremmo pentiti dieci volte, non avremmo osato confessarlo e saremmo forse stati miseri per tutta la vita.

Così assicurava Cosimo, che pure non sapeva... Se poi avesse saputo! Ma Beatrice, per non gettare l’animo suo nelle ansie di chi sogna la felicità e teme di svegliarsi, ancora non gli diceva nulla.

Era sola a godersi la speranza, sola pure a temere.

Non erano questi i loro patti, lo sapeva bene, ma era certa di non far male, violandoli, perchè sentiva pure di non esser stata mai così vicina al suo Cosimo.

Si provava a dirglielo: — io peggioro, gli diceva ridendo, io sono sempre più innamorata di te. Ogni giorno scopro che ti voglio bene in un modo nuovo; ti ho voluto il bene di sposa, di amica, di sorella, ora credo di volerti anche quello di madre. Mi pare che vorrei fasciarti e portarti in braccio...

Cosimo, che non voleva essere da meno, rispondeva che anche lui, sì, anche lui... almeno gli pareva... ma allora Beatrice, col dolce imperio dell’amore, gli ordinava di smettere.

— Sta zitto... sta zitto... tu non sai!

No, egli non sapeva, non indovinava, non ci si provava neppure, il malaccorto, e bisognò che dicesse lei ogni cosa, quando non si sentì più la forza di fare da sola tutta la fatica di aspettare, dubitando e sperando.

Ma in compenso, appena Cosimo ebbe aperti gli occhi, dichiarò di vederci per due. Nè ansie, nè dubbi; per lui tutto era chiaro; aveva fatto dei buoni studi, nel primo anno di matrimonio; poteva confessarlo, egli aveva di là, nella libreria, un libriccino malizioso, che gli aveva insegnato molti segretuzzi.

Non aveva essa un po’ di nausea? No? L’avrebbe più tardi. Non sentiva languori e brividi? No? Li sentirebbe forse fra un mese, forse prima. Già questi incomodi si sentono sempre troppo presto. Cosimo non dubitava di nulla, aveva la fede. Se a sua moglie facessepiacere saperlo, egli si sentiva capace, per via di certi calcoli matematici e lunari, di dirle il giorno preciso in cui... No? Ebbene, no, essa brancolerebbe nelle tenebre, egli terrebbe per sè la scienza; ma se Beatrice preferisse veder brancolare lui pure nel buio, non aveva che a dirlo.

Pareva ubbriaco, tanto era felice; felice tanto, che sua moglie si pentì di aver parlato troppo presto, e pianse.

Egli domandò:

— Perchè piangi? Ed essa rispose: Perchè ho paura di essermi ingannata. — Ma era inutile, Cosimo non si sgomentava.

Se Beatrice l’avesse lasciato fare, egli sarebbe corso subito aSperanza Nostraper dare la gran notizia a Silvio.


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