IX.

IX.

Un’ora dopo seguivano, fra lo studiolo del conte e la vicina anticamera, parecchie scenette nuove e singolari, che cominciavano coll’allegria nervosa ed andavano a finire nel tenerume.

I cinque servi del conte erano là, in anticamera, aspettando d’essere chiamati ad uno ad uno, e ridevano tutti, perchè Cecchino colle mille lire ereditate si proponeva di ritirarsi in campagna a vivere di rendita. Veramente Cecchino non aveva detto questo; egli prometteva solo di girare così bene fra le dita quel biglietto da mille, da potersi ritirare in campagna quando fosse vecchio; ma il cuoco pigliò le prime parole sfuggite al guattero e le condì d’una sua salsa così ghiotta, che bisognò ridere ad ogni costo, finchè la porta dello studiolo si aprì per lasciar passare latesta di Ambrogio, il quale chiamò: Cecchino! Si aspettò che l’uscio si fosse chiuso alle spalle del piccolo possidente campagnuolo, e allora Giovanni diede in uno scoppio di risa, che gli spartì la faccia come una mela; gli altri tre fecero coro.

Ma poco dopo Cecchino riapparve colle lagrime agli occhi e col biglietto da mille che doveva asciugarle, come il povero figliuolo pareva tentato di fare, e allora Giovanni fu il primo a domandare sul serio che cosa era stato.

— È stato, rispose Cecchino, che il padrone se ne va, la padrona se ne va, tutti se ne vanno, e mi hanno licenziato.

Ambrogio riapparve e chiamò: Giovanni! — e il cuoco non potè manifestare il proprio pensiero al suo aiutante.

Ma non si tardò a vedere che anche la faccia del cuoco si era allungata, che pareva così difficile, perchè a lui pure il conte aveva detto che se ne andava, che se ne andavano, e che non era più in grado di mantenere tanti servi.

— Non è la cosa in sè, assicurava Giovanni; è il modo con cui me l’ha detta. — Giovanni, mi ha detto: da quanto tempo eri al servizio di mia madre? — Da dieci anni; ho detto — E lui ha detto: tu sei un vecchio amico di casa — Oh! sì! sì! ho detto — E lui: ci dobbiamo lasciare; ha detto — E aveva la voce tremante. — Vado in un paese dove non avrò bisogno di essere molto servito, vado per lavorare anche io — Ha detto così per dire, si capisce, ma l’ha detto,e non so perchè mi ha fatto pena l’idea di vederlo lavorare. Che cosa vuol fare?

— Stefano! chiamò sommessamente Ambrogio; dalla porta socchiusa si vide un momento il conte Cosimo, che teneva la fronte appoggiata alla mano sinistra, mentre colla destra scriveva. A Stefano pure ed a Francesco ed a Pantaleo in ultimo seguì lo stesso caso. Se non si ride, se non si fa il chiasso quando si ha un biglietto di mille lire in tasca, quando mai si può stare allegri? Così diceva il cuoco; e pure Stefano, Francesco e Pantaleo ne avevano meno voglia di prima — tale e quale come il cuoco. In quello stanzino del conte si era mostrata a ciascuno di loro l’immagine confusa di una sventura a cui non sapevano dare un nome, e mentre si consolavano a vicenda, dicendo forte che essere licenziati da una buona casa, colben-servitoin regola, non è un male da morirne, che in Milano le case dei signori non mancano, mentre dicevano questo, erano stupiti di scorgere dentro il loro cuore un sentimento, che valeva più di mille lire e che toglieva valore a quel biglietto della Banca Nazionale. Cecchino, per esempio, era sicuro che se il signor conte gli avesse detto: «restituiscimi il tuo biglietto da mille e ti conduco meco in Sardegna,» egli avrebbe detto di sì. — Giovanni, più sincero o più avveduto, confessava che avrebbe chiesto tempo a riflettere e che avrebbe finito col dire di no; ma erano tutti certi d’aver dentro qualcuno, il quale aveva una gran voglia di fare questo contratto rovinoso.

Mentre duravano i commenti, venne nell’anticamera Ambrogio.

— Ragazzi, disse egli con voce sepolcrale, il signor conte partirà fra due giorni; sono incaricato di pagarvi, oltre il salario, un’indennità per gli otto giorni d’uso. Assesteremo i conti domattina; ma se qualcuno di voi vuole andarsene subito, lo dica.

— Se io me ne vado, disse Giovanni, chi fa la cucina?

— Non si fa più cucina, si mangia dal trattore.

— Ed io rimango! disse Giovanni con enfasi; io farò la cucina fino all’ultimo momento; le ultime due braciuole che il conte Cosimo e la contessa Beatrice mangeranno in Milano, devono passare per le mie mani.

I colleghi di Giovanni lo guardavano a bocca aperta, ammirandolo senza domandarsi perchè.

— Anch’io rimango fino all’ultimo! annunziò Francesco.

— Anch’io! Anch’io!

Era cosa intesa. Rimarrebbero fino all’ultimo tutti.

E Ambrogio? E Annetta?

Ambrogio e Annetta facevano anche di meglio, accompagnavano i loro padroni in Sardegna. Nessuno fiatò a questa notizia; ma l’invidia parlò nel silenzio.

— Bella prova! disse; chi di noi non andrebbe volentieri in Sardegna per continuare a servire la contessa Beatrice e il conte Cosimo? Ma non ci vogliono, ci hanno licenziato.

— Questa Sardegna, domandò poi Giovanni, che cosa è?

— È un’isola, rispose Cecchino, affrettandosi a farpompa del profitto fatto a scuola; le grandi isole del Mediterraneo sono tre: la Sicilia, la Sardegna e la Corsica.

— Lo so che è un’isola; ma io domando che isola è, se è come da noi, se la gente parla un linguaggio che si capisce; questo domando io, nient’altro. Perchè, caro il mio figliuolo, tu non eri ancora venuto al mondo, quando io sapeva che l’isola è una cosa, la terra ferma un’altra. La terra ferma è questa qui: Milano, Como, Pavia e Brescia. La Sardegna invece è un’isola.

Cecchino, umiliato dalla dottrina prepotente del suo tiranno, non osò fiatare.

— Da quel poco che ho potuto capire, disse allora Ambrogio, la Sardegna è un paese grande grande, un paese che ha ogni ben di Dio, un paese dove non ci è nemmeno bisogno di lavorare la terra. Voi date due colpi di zappa prima di seminare, tirate quattro calci dopo seminato, e vedete spuntare le biade alte un metro e mezzo, con certe spighe grosse quanto il pugno, con certi grani grossi più de’ fagiuoli. E vi fanno un vino! un vino!... — Ah! poi si va a caccia dei cinghiali e dei cervi come da noi alle quaglie — E che altro? ah! invece di pescare gli agoni cogli ami e col tramaglio, si fa la pesca dei tonni grossi come vitelli. — In Sardegna non vi è polenta, ma non vi sono affamati; il contadino mangia il pane di farina, non abita la campagna, lavora i campi colla pipa in bocca e fuma tabacco di contrabbando.

Le cognizioni di Ambrogio sulla Sardegna non andavanomolto più in là; egli ne aveva inteso parlare tante volte in vario senso e se n’era fatta un’idea a mosaico, in cui entrava un po’ di tutto, non escluso lo sgomento. Credeva, per esempio, che in Sardegna bastasse mettere il naso a una finestra, di notte, per buscarsi la terzana; era certo che la campagna fosse popolata di banditi; e che le vendette e gli omicidi funestassero le famiglie. Diceva per conchiudere: «Insomma è un paese che vi nutre bene e vi fa vivere senza fatica, quando non vi uccide colla febbre o con una schioppettata tirata da una siepe di fichi d’India.»

La conseguenza immediata di quella diceria sconnessa, fu che Cecchino buttò all’aria la berretta e dichiarò che egli pure se ne andava in Sardegna.

— E che ci vai a fare? chiese Giovanni.

— Con questi qui, disse Cecchino allungando due braccia da quadrumano, econ questo qua, non ho paura dell’aria. Quanto costa il viaggio per andare in Sardegna?

Egli spiegava il biglietto da mille e ne studiava il disegno; diceva modestamente che quando l’avesse perduto di vista, non ne ritroverebbe mai più un altro in tutta la sua carriera mortale.

Egli diceva così; ma pensava il contrario.


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