IX.

IX.

Il signor Alfonso aveva presentato un cavallino sardo, piccolo, ma intelligente come un cristiano, che in due mesi di lezione si era impadronito di tutto lo scibile della razza cavallina. Esso si rizzava sulle gambe deretane, batteva insieme gli zoccoli delle zampe anteriori, e veniva incontro al suo padrone per abbracciarlo; ballava a suon di musica, batteva il tempo, s’inginocchiava, sparava una pistola, faceva il morto, per risuscitare di scatto, salutare il pubblico ed andarsene alla greppia di corsa, accompagnato dagli applausi del pubblico delle gallerie e dei palchetti. Poi era comparsa la signorina Emma, un’amazzone, magra e nera come un chiodo, la cui missione in terra era di sfondare dei cerchi di carta aumentandone successivamente il numero; il pubblicosassarese, sebbene la giovane fosse brutta, le aveva fatto buona accoglienza, e ad ogni cerchio per cui era passata gridandohop!aveva battuto le mani, ma senza entusiasmo. La signorina Giovanna, un altro chiodo, capocchia espressiva, che cavalcava a dorso nudo, si era fatta segnalare per certi salti, con cui balzava in groppa ad una magnifica cavalla bianca, afferrandosi colle mani alla criniera.

Ma tutto codesto, senza i lazzi dei due pagliacci, che ogni tanto facevano la burletta di spararsi a vicenda parecchie ceffate rumorose, avrebbe lasciato freddi gli spettatori. Quei due pagliacci avevano certamente l’obbligo di non star mai zitti, e per obbedire a tale necessità dicevano tutto quello che veniva loro in capo. Ma non mancavano ogni tanto di chiamare Battistone, curvandosi a terra e mettendo le mani alla bocca per fare arrivare la voce fino a lui, di lamentare l’assenza di Battistone, di domandarsi a vicenda che cosa era avvenuto di Battistone.

— Ah! poveretto me! disse uno che aveva il viso trinciato di sberleffi rossi e neri, ora mi ricordo; l’ho lasciato dinanzi al catino, in cui mi sono lavato la faccia, vi sarà caduto dentro e sarà annegato.

— Sai bene che non può essere, è impermeabile e non va a fondo — non è forse perciò che lo chiamano l’uomo palla elastica? — Era vero, l’altro pagliaccio se n’era dimenticato. Ma dov’era Battistone? Perchè mai Battistone non veniva? Perchè abbandonava così i suoi amici? Senza Battistone non ci sarebbe modo di spassarsi un momentino a far quattro giochetti.Battistone! Battistone! — A forza di sentir parlare di Battistone, anche il pubblico aveva una gran voglia di vederlo, e quando finalmente il nano affacciò la grossa testa ridente al parapetto del circo, lo accolse una risata rumorosa, più lusinghiera di, qualsiasi applauso. Battistone indossava una specie di zimarra umoristica, che gli scendeva un po’ più giù dei piedi, e nella quale egli inciampava ad ogni passo, ruzzolando sull’arena, balzando e rimbalzando come una pallottola vera e propria. Per causa di quella zimarra misteriosa gli spettatori non avevano ancora accertato se Battistone avesse un paio di gambe, ed erano tentati di credere ai due pagliacci, i quali assicuravano che l’amico pallottola si moveva su due ruote di orologio da tasca; ma Battistone aveva le mani assai bene attaccate a due solidi moncherini e le adoperava per menare palmate formidabili, che se non arrivavano alle facce impiastricciate dei suoi colleghi, non cadevano senza rumore sopra un’altra parte del corpo, e facevano ridere anche meglio. Lui poi era invulnerabile; gli scappellotti passavano sopra il suo testone, andando a colpire il terzo pagliaccio, e le pedate non lo arrivavano mai. In un momento egli ebbe guadagnato tutte le simpatie del pubblico.

Ma Battistone tutto quanto, nessuno ancora l’aveva visto; e quando i due pagliacci proposero al nano di fare alcuni giochetti per passar l’ora, ed offrirono di aiutarlo a togliersi la zimarra, grande fu l’aspettazione del pubblico. È incredibile quanta difficoltà s’incontrava volendo svestire la zimarra di Battistone; ipagliacci v’inciamparono prima molte volte e caddero, si rialzarono e ricaddero, poi v’inciampò lo stesso Battistone, il quale attraversò tutta l’arena barcollando, ma reggendosi sempre in piedi e pigliando in ultimo un atteggiamento da silfide, per ricevere gli applausi e beffarsi dei compagni; ma finalmente la zimarra cadde dalle spalle del nano, e Battistone apparve in maglia rosea e corte brache di velluto nero, strette alle reni ed alle cosce, tondo, grasso, inverisimile.

— Senti — gli propose uno dei pagliacci — facciamo una bella sonata, io sarò il sonatore, la tua pancia sarà la gran cassa.

Ma Battistone non ebbe tempo di rispondere per le rime, perchè in quel punto un corpicciuolo contorto, strano viluppo di gambe e braccia, saltò dal parapetto nell’arena, e corse saltelloni a cacciarsi fra i pagliacci. Quel mostricino era tutto coperto d’una maglia a gran chiazze verdi e gialle, aveva in testa un cappuccio della medesima stoffa, e saltellava battendo quasi col ventre sull’arena.

— La rana! La rana! — gridò Battistone.

Beatrice e Cosimo assistevano alla rappresentazione da un palchetto di proscenio. Cosimo era pallido e un po’ agitato, quasi dispettoso di aver dovuto cedere al capriccio di sua moglie; la contessa invece sorrideva perchè aveva promesso di essere forte e di divertirsi.

Quando la rana fece il suo ingresso nel circo, Cosimo si chinò verso sua moglie e le disse all’orecchio: — Ce ne andiamo, Bice? è meglio.

No, essa voleva rimanere, voleva vedere, ed ebbe la forza di sorridere ancora.

Per indurre il suo povero Cosimo a condurla in teatro, Beatrice aveva adoperato le carezze e il ragionamento.

— Domani — gli aveva detto — quella cattiva donna ti verrà a cercare in casa tua, ti presenterà la sua creatura, colla sfrontatezza in cui è maestra. Tu che cosa le dirai? La farai cacciare? Andiamole incontro noi stessi, facciamoci vedere uniti, sarà meglio.

E quanto durarono le corse delle amazzoni e i lazzi dei pagliacci, essa aveva tenuto d’occhio il portone da cui entravano i cavalli e i cavalieri e dove ogni tanto si affacciava qualcuno della compagnia. Pensava: a quest’ora la zoppa ha visto Cosimo, ha visto me, e perciò non osa mostrarsi.

La rana era apparsa all’improvviso; in un momento in cui Beatrice aveva gli occhi sopra Battistone, qualcuno aveva messo sopra il parapetto la fanciulla, che di là era balzata nell’arena.

Quando Battistone e i due pagliacci gridarono in voce di falsetto: — La rana! La rana! — Beatrice allungò la mano e trovò quella di suo marito e la strinse in silenzio, senza abbandonare cogli occhi lo strano spettacolo.

Del corpicciuolo di Nenna, non si vedeva altro che il dorso contratto, intorno a cui le gambe e le braccia contorte mettevano una mostruosa cornice; le mani spuntavano di dietro, dando immagine delle zampe d’una rana.

I due pagliacci presero a dichiarare, rubandosi le parole a vicenda, la natura strana di questo fenomeno, ma laranairrequieta saltellava di qua e di là e Battistone le raccomandava di star ferma, intanto che si faceva la spiegazione. A un certo punto, perdendo la pazienza, il nano disse:

— Ah! non vuoi smettere? Ti farò smettere io. Signori e signore — soggiunse, rivolgendosi agli spettatori: quando abbiano in casa una ragazza che non voglia star ferma, facciano come vedono fare a me.

Egli prese la rana per la maglia, la sollevò e la depose a terra capovolgendola. Uscì allora dal cappuccio rovesciato una testina di fiamma, una faccetta petulante contornata da un’aureola di capelli rossi.

Il pubblico batteva le mani — Nenna rideva.

In quella positura, la rana non si poteva più muovere, e Beatrice, a cui batteva forte il cuore, ebbe agio d’esaminarla. Non era bella, Nenna; solamente aveva la faccia bianchissima, macchiata di lentiggini, e i capelli abbondanti, rossi e crespi, che le stavano tanto bene; rideva, e ridendo apriva una bocca troppo grande, dalle labbra troppo sottili; gli occhi lucevano di compiacenza, ma erano piccoli e tondi, e nel naso schiacciato si aprivano due fosse larghe; — era paffuta e fresca, ma non bella.

Da tanto tempo, senza volere, anzi con un sordo dispetto, Beatrice si era venuta immaginando una fanciulla sottile e delicata, con un visino ovale e pallido, due occhioni aperti e neri come i capelli.

Se quel fantasma le fosse apparso lì, sorridente conmelanconia, in sembianza d’una fanciulla viva, forse essa avrebbe avuto ancora il coraggio d’amarla — certo non l’avrebbe potuta odiare, come ne aveva avuto paura. Ma quella Nenna era tutt’altro. Beatrice guardò Cosimo alla sfuggita, e vedendo che egli teneva lo sguardo altrove: — Ma guarda, gli disse con gioia trattenuta, guarda.

— Ed ora che cosa facciamo? disse Battistone ai compagni.

— Facciamo l’obelisco.

— Sì, sì, facciamo l’obelisco.

— Tu intanto, soggiunse il nano parlando a Nenna, tu puoi andare dove ti piace, ma bada a non venirmi fra i piedi.

Egli voltò la rana, che subito diè un balzo, come se avesse una molla sotto il ventre.

La costruzione dell’obelisco umano fu difficile, perchè i pagliacci pretendevano di far stare Battistone sotto, e Battistone invece voleva andare in cima.

Ne nacque una contesa, in cui si spararono gran numero di ceffate sonore, ma Battistone al solito non ne toccò nemmanco una.

Poi uno dei pagliacci disse a Battistone gravemente:

— Se io ti do una buona ragione, che ti persuada, prometti di startene sotto tranquillo?

Battistone promise e l’altro ripigliò:

— Vedi, amico, tu non devi venire sopra di noi, perchè hai dimenticato a casa le ali.

Battistone si picchiò la fronte. — Era vero! Quale disgrazia! — E crollando l’enorme testone e allargandoil breve compasso delle gambe polpute, si piantò nel mezzo dell’arena, e si lasciò saltare sugli omeri uno dei pagliacci senza barcollare, ma cacciando fuori la lingua per far ridere gli spettatori.

La rana intanto faceva il giro dello steccato a saltellini; le era caduto il cappuccio, e la sua testina vivace appariva intera in mezzo all’onda dei capelli rossi; dai palchetti della prima galleria le signore si affacciavano per dirle qualche cosina gentile quando passava sotto: — Nenna! Nenna! Ed essa alzava gli occhi giocondi. — Ti fa male star così? — La rana faceva di no col capo e rideva.

Il secondo pagliaccio tirato su dal primo era andato a metterglisi sugli omeri, e Battistone li reggeva tutti e due, senza piegare, ma allungando sempre più la lingua, con gran gioia del pubblico.

— Ne puoi portare ancora? domandò quello che stava in alto.

Battistone brontolò con voce soffocata un sì grottesco.

— Signori e signore, annunziò il pagliaccio più alto, Battistone dice disì, ma non ne ha voglia; quando è di buon umore egli è solito portare a spasso a questo modo tutta la compagnia, ma oggi non è di buon umore. Porterai ancora la Nenna e nessun altro, sei contento? aggiunse curvandosi a parlare al nano.

La Nenna, che stava allora vicina al palchetto del conte Cosimo, si voltò a guardare verso il portone d’entrata. Un uomo tozzo, di forme poderose, l’Alcide della compagnia, uscì dondolandosi, colle mani suifianchi. Aveva un faccione che pigliava luce da una gran bocca ridente e da due occhietti tondi ed azzurri; i capelli tagliati a spazzola, del più bel rosso di fiamma, e un grosso naso schiacciato. Vedendo quel colosso curvo accanto a Nenna, non poteva rimanere alcun dubbio della loro parentela. L’Alcide domandò sottovoce alla fanciulla:

— Sei stanca?

E la fanciulla rispose di no.

Allora l’Alcide le prese un braccio, lo piegò adagino, e lo fece uscire da quel viluppo di ossa e di carni, poi fece altrettanto coll’altro braccio; dopo di che le gambe si trovarono naturalmente libere e la fanciulla fu in piedi di scatto. Era, per l’età sua, piccola e tarchiata, ma così agile che pareva quasi snella.

Con un salto fu sulla palma d’una mano del colosso, il quale la fece passare più volte, da una mano all’altra, per presentarla al pubblico. Poi Nenna pose un piede sul ventre di Battistone come sopra uno sgabello e di là si arrampicò sul corpo dei pagliacci. Quando fu in cima, si piantò ritta e superba mandando baci a tutti. Allora l’obelisco si mosse con lentezza, preceduto dall’Alcide fulvo, il quale camminava rinculoni, non istaccando gli occhi da Nenna, e pronto a riceverla nelle proprie braccia, se avesse a cadere.

Battistone cacciava fuori una spanna di lingua.


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