X.
Invitato da Ambrogio a recarsi alla casina del Mulino a vento, babbo Nicola, ovvero sia l’Alcide, si era affrettato a recarvisi dopo la prova, conducendo per mano la piccola Nenna.
Facendo la lunga e difficile ginnastica della vita, babbo Nicola non aveva avuto molto tempo da pensare, ma pure egli aveva imparato che i mestieri migliori sono quelli pei quali si fatica meno — ed ora andando alla casina, egli aveva in mente d’essere avviato a fare unmestiereeccellente.
Diceva alla bimba, parlandole come se fosse una donna:
— Nenna, t’immagini tu che cosa andiamo a fare in casa dei signori?
Nenna ci pensò un poco, poi rispose:
— A prendere dei soldi.
Quell’acume fece ridere forte l’atleta.
— Ma tu che sai leggere, insistè, hai capito bene bene che cosa voleva quel vecchio e tutte le domande che ti faceva?
— Altro! rispose la ragazza, mi ha domandato se a far la rana ci si piglia gusto, ed io gli ho detto di sì, che quando ci è molta gente in teatro ci si piglia gusto; ha voluto sapere se tu sei il mio babbo; oh! bella, e chi dovresti essere se non il mio babbo?
Nicola lasciava cadere uno sguardo di compiacenza sulla piccina, che alzava verso di lui gli occhietti tondi e vivaci.
— Ma l’altra domanda che ti ha fatta quel vecchio, l’hai capita?
— Altro! Mi ha domandato se mi piacerebbe stare in una bella casa, giocare in una bella campagna e imparare tante belle cose.
— E io indovino che cosa gli hai risposto, disse l’Alcide ridendo con malizia.
— Bella prova! osservò Nenna, è facile.
— Tu gli hai risposto, proseguì babbo Nicola, che ti piacerebbe.
— Invece no, corresse Nenna, andare a scuola non mi piacerebbe.
— Sta zitta, disse l’atleta, siamo arrivati; ecco il signor Ambrogio sulla porta; che cosa gli dirai entrando?
— Gli dirò che mi dia i confetti che mi ha promesso.
Ambrogio, stando sull’uscio, sorrideva con indulgenza alla fanciulla, ma senza abbandono. Quella Nennache egli aveva visto un giorno fare la rana sopra un tappeto, in una piazza di Milano, era molto mutata, e per essere sinceri, senza guadagnarci nulla. Crescendo, si era fatta grossa e tozza; aveva la guardatura audace, il sorriso sfacciato; non era bella, e per quanto costasse al vecchio Ambrogio l’arrischiar d’essere ingiusto verso una fanciulla innocente, forse quella Nenna non era nemmeno buona.
— Sono venuta, disse la fanciulla porgendo distrattamente le guance per farsi baciare; e tu i confetti ce li hai?
Invano babbo Nicola la guardò scoraggiato e le raccomandò timidamente di smettere. Nenna con un’occhiata ordinò a lui di non seccarla, poi cacciò le mani nelle tasche di Ambrogio. Il vecchio lasciò fare e intanto veniva cercando nella faccia grassa e lentigginosa della ragazza il suo piccolo fantasma d’un tempo. Frugarono così entrambi inutilmente.
— Non ci è nulla! disse Nenna.
— Non ci è nulla, disse Ambrogio. Ma ti ho promesso i confetti e li avrai.
Egli prese per mano la bambina e la introdusse nel salotto a terreno. L’Alcide li accompagnò colla coda dell’occhio, non osando staccarsi dal vestibolo, perchè non gli avevano detto di entrare.
— Aspettami un momentino, disse Ambrogio alla bimba, io vado ad avvertire una signora che ti vuol vedere.
— Non dimenticare i confetti, disse Nenna.
— Te li darà la signora, disse il vecchio.
— Dille che ne porti tanti, insistè la rana; e siccome il vecchio era già fuori dell’uscio e non rispondeva, Nenna gli corse dietro gridando: tanti, tanti.
Il povero Alcide, stando nel vestibolo, alzava inutilmente una manaccia poderosa; da lontano quella correzione paterna riusciva tanto inefficace, che Nenna gridò ancora una volta, sebbene Ambrogio non la potesse più udire: tanti!
— Sta zitta, piccolo demonio, brontolò babbo Nicola.
La ragazza venne tranquillamente a sfidare la collera dell’atleta, ripetendogli sotto il naso: gli ho detto solamente che ne voglio tanti.
Babbo Nicola, disarmato dall’impudenza della sua Nenna, guardava severamente innanzi a sè, e la ragazza gli chiese:
— Che cosa guardi nel muro?
Allora l’atleta staccò lentamente gli occhi dal punto in cui li aveva messi e li chinò verso quel piccolo portento. Ma Nenna lo prese per mano e voleva tirarlo nel salotto.
Egli non ci voleva andare.
— Vieni, diceva la bimba piantando i calcagni e curvandosi a tirar con tutte le sue forze — quella signora darà a me i confetti, darà a te i soldi.
Beatrice, entrando, intese quelle ultime parole.
Essa venne dinanzi alla bimba, si chinò, e le strinse colle mani asciutte e bianche il faccione paffuto; poi guardò babbo Nicola, che apriva la bocca, dandosi ad intendere di sorridere, e gli disse allegramente:
— Si vede subito che è vostra figlia.
L’Alcide rise forte, parendogli il partito migliore in un caso simile. Poi disse col fiato mozzo, come se inghiottisse le parole:
— È un po’ monella, mi fa tribolare, ma mi vuol bene.
— Non è vero, dichiarò Nenna.
— Non è vero che sei monella? disse Beatrice.
— Non è vero che gli voglio bene; è un babbo cattivo.
Beatrice veniva guardando attentamente la fanciulla, ne interrogava con un resto di paura gli occhi tondi e il viso audace.
— Perchè mi guardi così? disse Nenna.
Allora la contessa si chinò a baciare in fronte la ragazza, la prese per mano e la trasse sul canapè.
— Mettiti a sedere vicino a me, rispose, e lascia che ti guardi; non ti voglio male, io.
Perchè le diceva questo? Ci pensò appena l’ebbe detto e fu pronta a soggiungere:
— L’altro giorno ti ho vista in teatro, tu facevi la rana...
— Mi hai visto! esclamò Nenna, non è vero che la faccio bene la rana?
— E appena ti ho vista, mi è venuta in mente un’altra ragazza della tua età, una ragazza che ti somigliava e che è morta.
— Faceva la rana anche quella ragazza? domandò Nenna.
Beatrice non rispose; la fanciulla aveva girato la testa in modo repentino, e a un certo punto aveva mostrato un profilo, una linea forse, o un’illusione.
— Guarda quel vaso, disse la contessa.
— Ebbene; che cosa ci è in quel vaso?
— Guarda più in là, quel quadro.
— Perchè devo guardare quel quadro?
— Bambina cara! esclamò Beatrice con un impeto di gioia. Ora sono contenta!
L’atleta rimaneva in piedi sull’uscio, con una gamba nel salotto e l’altra nel vestibolo.
— Babbo Nicola! chiamò Beatrice, venite avanti; sentiamo, quando l’avete avuta questa figliuola?
L’interrogato portò prima tutta la persona nel salotto, poi disse:
— Ha otto anni e mezzo, faccia il conto, mi è nata nel... aspetti un poco.
Ma Beatrice aveva altre dieci domande sulla lingua, e non poteva aspettare.
— Da quanto tempo non vai più a scuola, Nenna? Che cosa hai imparato a scuola? Sai leggere? Sai scrivere? Che cosa sai fare? Non ti piacerebbe saper tante cose?
— Anche quell’altro, quel vecchio, mi ha fatto la stessa domanda, rispose Nenna; ma io a scuola non ci voglio più andare; ne so abbastanza, ne so fin troppo! So leggere, so scrivere; ho anche scritto una lettera.
Beatrice domandò senza paura: a chi?
E Nenna rispose che una volta aveva scritto una lettera ad un conte, per fargli sapere che essa andava in Sardegna con babbo Nicola. La sua mamma aveva piegata la lettera ed aveva pensato lei a mandarla.
La contessa guardò deliberatamente in faccia babbo Nicola, il quale rimase impassibile come l’innocenza.
Beatrice non fu soddisfatta.
— Che lettera? domandò all’Alcide.
Il poveraccio si strinse nelle spalle. Egli non sapeva leggere nè scrivere, lo confessava umilmente; egli non sapeva far altro che sollevare dei pesi. Non ignorava che la povera Cesira aveva avuto degli amici... delle brave persone a cui scriveva qualche volta; aveva qualche difetto, la povera Cesira, bisognava darle qualche correzione ogni tanto, ma in fondo era una buona donna. — Diceva queste cose con semplicità, ma dimenando il capo, come per nascondersi allo sguardo insistente di Beatrice.
— Non bisogna parlare di queste melanconie, conchiuse; alla ragazza fa pena.
Nenna lo guardava in faccia con malizia.
— Si chiama Cesira la tua mamma? domandò la contessa alla fanciulla.
— Si chiamava Cesira, — rispose l’Alcide con voce rauca.
— È morta! spiegò tranquillamente la piccina.
La contessa Beatrice non volle guardare nel proprio cuore, e si strinse al petto la fanciulla.
Sentiva un gran bisogno di dire qualche cosa, ma si faceva forza e taceva.
Babbo Nicola, quando ebbe lasciato durare un poco il silenzio, cacciò una mano dopo l’altra nella gran spazzola de’ suoi capelli, e disse: «non bisogna parlare di queste cose. Nenna ci soffre.... pare così, che essa sia indifferente...»
Pareva davvero; Nenna alzava gli occhietti scrutatori in faccia al babbo.
— Quando è morta? domandò Beatrice.
Babbo Nicola tossì e rispose:
— Non sono ancora tre mesi. Ecco come è andata: Dovevamo partire per Oristano, dove la compagnia aveva bisogno d’un Alcide; voleva venire anche lei, ma non istava bene; un giorno si sentì più male, venne il medico e mi disse: — È spacciata! — È andata così.
Nenna, che non gli aveva staccato gli occhi di dosso un momento, a questo punto lo interruppe per dire a Beatrice:
— Piange.
— Non è vero, protestò Alcide; ma era verissimo.
— È una sciocchezza, disse per iscusarsi; lo so bene che è una sciocchezza, perchè se io l’ho picchiata, qualche volta un po’ forte, è perchè ho le mani pesanti e uno non può sempre regolarsi come vuole; essa poi mi tirava a cimento, io faceva pel suo bene, ma ora mi dispiace, povera anima, vorrei non averle mai dato nemmeno uno scappellotto... Era una buona donna in fondo.
— Babbo Nicola, disse Beatrice coraggiosamente, voi siete un brav’uomo; la vostra ragazza non ha più madre; volete toglierla dal circo ed avviarla meglio?
— Avviarla meglio?... balbetto l’Alcide.
— Che cosa vuol dire avviarmi meglio? chiese Nenna.
— Vuol dire entrare in un collegio, studiare, e divenire maestra di scuola, per esempio; ti piacerebbe?
— Altro! fare la maestra, sì, mi piacerebbe; babboNicola, lasciami fare la maestra, io insegnerò alle bambine a fare la rana.
Quando Beatrice ebbe lasciato andare Nenna, colle tasche piene di confetti e di soldi, e si fu fatta promettere dall’Alcide che tornerebbe presto a farle visita, corse col tremito della gioia impaziente ad aprire un uscio, dietro cui l’aspettava suo marito a braccia aperte.
— Cosimo mio! disse, quanto siamo felici! poi tacque lungamente, stretta al seno di lui.
Egli non interrogava, perchè aveva inteso tutto, stando sull’uscio.
— Quell’uomo non sa nulla, disse ad ogni modo Beatrice; si vede che essa lo ingannava; egli non legge nè scrive, l’hai visto? è una forza bruta, ma non pare un uomo cattivo. E la Nenna? Non è bella, non è nemmeno piacente, veduta da vicino; è tutta il ritratto di suo padre, ma ha qualche cosa nel sorriso e nello sguardo che quell’uomo non ha. Mi pare che essa sia la sua tiranna. Non mi piace, ecco. È una crudeltà, ma sento così... Già, posso essere severa perchè non mi faccio più illusioni nemmeno sul conto mio, conchiuse sospirando.
Che cosa voleva dire?
Voleva dire che oramai sapeva d’essere come tutte le altre. Cioè? Cioè niente di meglio delle altre.
— Quando quell’uomo, che pure picchiava la sua donna, mi ha detto con voce lagrimosa che la funambola era morta, io che mi credeva migliore di tanti, perchè non ho mai picchiato nessuno, io ho sentito una gioia feroce...Fortunatamente ho avuto vergogna di compiangere la povera orfanella. Non sono ancor giunta all’ipocrisia, ma chi sa? Forse vi sono avviata benino.
Le parole di Beatrice erano severe e l’accento voleva essere grave — ma bastò che Cosimo le dicesse:proprio?con un po’ di canzonatura, per farla ridere come una pazza.
Beatrice riuscì a ripigliare il tono serio, per dire:
— Il cielo ci colma di favori; ha fatto morire quella donna perchè non gettasse la sua ombra in casa nostra, ha dato a Nenna un babbo che le somiglia, che le vuol bene e che non si adatterebbe a vivere senza di lei. La nostra buona azione a cui avevamo rinunciato, nessuno ce la domanda, nessuno la vuole, nemmeno Nenna, che preferisce far la rana nel circo.
— Non vi avevamo rinunziato, osservò Cosimo, ora tu sei ingiusta con te stessa...
— Ora tu sei un poco ipocrita, ribattè Beatrice.
Laranavenne un’altra volta in casa dei buoni signori, la vigilia della rappresentazione a beneficio di babbo Nicola.
Nel manifestino che andava distribuendo, l’Alcide prometteva al colto pubblico ed all’inclita guarnigione di piantarsi ritto sull’arena e di non lasciarsi smovere da un torello sardo, che tirasse con tutte le sue forze, prometteva inoltre di sparare una cannonata reggendo il cannone sulle braccia. Beatrice quel giorno fu generosa coll’Alcide, ma si scusò di non assistere alla rappresentazione.
— Non posso, disse; e poi le cannonate mi fanno paura.
— Te lo diceva io, osservò Nenna, se sanno che spari il cannone, nessuno viene in teatro; tutti si turano le orecchie, quando Giovanna fa l’esercizio militare sul cavallo e poi spara il fucile, pensa!
Nenna tornò un’ultima volta nella casina del mulino a vento, e fu dopo l’ultima rappresentazione, quando si doveva imbarcare per Livorno; ma fu ricevuta da Ambrogio, il quale consegnò alla ragazza un cartoccio di confetti e un borsellino, a nome della contessa che non aveva potuto aspettarla in casa, perchè aveva dovuto andare lontano...
Essendo inutile continuare la bugia, poichè tanto tanto la ragazza non chiedeva della contessa, ed era occupata a tastare il cartoccio e il borsellino, il vecchio Ambrogio s’interruppe.
— La signora contessa, soggiunse, dice di scriverle quando avrai bisogno di qualche cosetta e di non dimenticarti di lei.
— Non ce ne dimenticheremo, cominciò l’Alcide, la nostra riconoscenza...
Nenna, impaziente di trovarsi all’aperto per aprire il borsellino, tirò babbo Nicola per un braccio: — Andiamo babbo, sai bene che è tardi...
Non era vero che la contessa fosse andata lontano: ma siccome Nenna, veduta da vicino due volte, non ci aveva guadagnato nulla, Beatrice se n’era rimasta inSperanza Nostra. Aveva preferito dare un bacio di meno alla bimba e metterle una moneta di più nel borsellino.