VIII.

VIII.

Non vi era stato modo di resistere alla ospitalità aggressiva di Giannandreail Lungo; per non aver l’aria di diffidare dei letti dello stazzo era bisognato dir di sì, e passar la notte fra i pastori. Strappato quel sì a Beatrice, Giannandrea era andato ad aprire colle proprie mani la gran guardaroba di pino, e coll’aiuto di Nicoletta che aveva le braccia lunghe quanto quelle di suo padre, a dir poco, aveva tirato giù le lenzuola di tela finissima, tenute in serbo per le grandi occasioni. Tutti i giovani dello stazzo appresero con gioia che quella notte bisognava dormire sulla paglia, nel primo stanzone, perchè i migliori letti venivano preparati perli stragni, in due camere diverse, una per gli uomini, l’altra per le donne, secondo consigliava la decenza, Silvio e Cosimo chieseroinvano la paglia del giaciglio comune, bisognò che accettassero il letto.

Intanto che le donne si affaccendavano a preparare la casa per l’ospitalità della notte, Giannandrea propose a Beatrice di fare quattro passi fino al bosco.

Era l’ora del tramonto; il sole, che rallegrava ancora la campagna seminuda, lasciava però sul terreno ondulato delle gran chiazze d’ombra, che si venivano allargando a poco a poco. Le cutrettole saltellavano ancora fra i piedi delle giovenche attonite, ma si vedevano voli di storni e coppie di ghiandaie accorrere, da vari punti dell’orizzonte, al bosco. Il paesaggio silenzioso e nudo veniva animato ogni tanto dalla macchietta lontana d’un pastorello, che correva di qua e di là, tirando sassate senza fermarsi, per radunare le pecore sviate; poi fu tutto un gregge di montoni che apparve alla svolta di un sentiero e pigliò la corsa verso un chiuso con uno scampanio monotono; e poi più nulla fuorchè qualche muggito lontano; — incominciava il crepuscolo.

Al rumore che fece la brigata penetrando nel boschetto ceduo, ogni arbusto sembrò scoccare un messaggio ad un arbusto più lontano; ma non erano che fringuelli e tordi disturbati mentre si disponevano al sonno. Più addentro, nel fondo nero della boscaglia, dove pareva che fosse già notte, un usignuolo narrava ad alta voce una novelletta che gli altri uccelli stavano ad ascoltare; ma sebbene la brigata stesse zitta, il piccolo cantore ammutolì al rumore dei passi e volò via per ripigliare la sua leggenda lamentosa più lontano,nel fondo sempre più nero, finchè Giannandrea avvertì che era forse meglio arrestarsi e tornare indietro.

Per solito in quelle passeggiate all’aperto, Silvio non abbandonava mai il fianco di Beatrice, ma oggi egli lasciava che l’amica sua lo precedesse attaccandosi al braccio del marito. Si teneva volontieri nel fitto della brigata, il professore; diventando verboso contro il suo costume, gli sembrava di parlare della coltura dei campi, di annunziare a quei pastori increduli che vi era qualche cosa di meglio a fare in quella campagna, che lasciarvi vagare le capre; gli pareva di discutere sulla prosperità dell’isola e sul benessere comune; in verità egli non faceva che ammucchiare parole per nascondere un’immagine balenata un istante nel suo cervello. Diceva ai mandriani: «Voi sarete gli ultimi convitati al gran banchetto dell’agricoltura sarda; ma ci verrete voi pure; avrete distese meno ampie di terreno libero, ma i vostri montoni saranno nutriti meglio, non passeranno le notti all’aperto, vi daranno più carne, più latte e più lana; voi farete il cacio secondo i migliori metodi, arricchirete voi stessi e l’isola vostra;» — ma quando aveva fatto crollare il capo al suo uditorio incredulo, e suscitato qualche obiezione vivace, invece di rispondere prontamente, si distraeva: — Lo vede, esclamava il contradditore imbaldanzito, — lo vede, non sa rispondere, abbiamo ragione noi. — E Silvio sentiva il bisogno di gridare forte, così forte da empirne la campagna: — Sì, sì, avete ragione voi altri, io l’amo, io l’ho sempre amata!

Essa era là, dinanzi a lui, al braccio del marito, ridente e disinvolta, e non sentiva lo sguardo che le si attaccava alla nuca ed al collo, e le baciava le due guance, quando nei suoi movimenti di uccelletto, essa si voltava per ridere di qualche cosa prima verso Giannandrea, poi verso Cosimo. Ancora non si era voltata verso Silvio!

Ma il professore lo aveva caro. Non ricercato, confuso in mezzo ai pastori, egli si sentiva più forte, poteva promettere più sicuramente a sè stesso di non tradirsi. Perchè quell’amore, nato segretamente nel vecchio cuore di Silvio, aveva tutte le puerilità allettatrici d’un primo amore; e il professore già non pensava più a strapparselo dal petto con una confessione brutale, come nel primo momento di stupore; troppo gli era cara la rifioritura della sua gioventù declinante; ora i suoi trentatrè anni non gli pesavano, ed egli provava a dire a sè stesso che non è mai tardi per amare.

Purchè Beatrice e Cosimo non sapessero di nulla, purchè gli riuscisse di nascondere il petto all’occhio dell’amicizia, che male commetterebbe egli amando una donna tanto degna d’amore? Già, se d’amarla non si era accorto prima, non ostante la lunga dimestichezza, era perchè il cuore di Silvio non si dava nè alla bellezza, nè alla grazia — si arrendeva ora alla bontà, alla forza, ed alle altre virtù femminili che Beatrice aveva dimostrato sotto la rovina della vecchia casa De Nardi. Nobilitato da questo ragionamento, l’amore di Silvio pigliava un carattere doveroso, sano, che non poteva far male al cuore.

Così pensava Silvio, continuando a baciare cogli occhi questa o quella guancia di Beatrice, la quale ancora non si era voltata a ricercare dell’amico suo.

E il professore, continuando a far lezione di pastorizia agl’indocili alunni, già cominciava a notare che non era naturale quell’indifferenza di Beatrice, e le attribuiva un significato che gli empiva il cuore di sgomento. — Ella sa tutto! diceva a sè stesso; mi sono tradito baciandola! — E a questo pensiero, che lo gettava come un fanciullo in balìa di un gigante capriccioso, — stranissima cosa! — egli sentiva pure un’infinita dolcezza, la voluttà dei deboli e degli ammalati, penetrargli le carni e le ossa. Che importava infine se ella sapesse tutto? L’amore conosciuto dalla donna che ce lo ha ispirato, anche se non è corrisposto, ci diventa più sopportabile. Silvio aveva letto in qualche luogo questa massima confortatrice.

Si avvicinavano allo stazzo; Angela, che era stata trattenuta da una storiella di banditi, appariva nella luce del crepuscolo, ritta sopra il muricciuolo d’un chiuso. Il falso Efisio Pacis non l’abbandonava; stando a piè del muro, egli le si offriva a sostegno, ma la fanciulla, sicura di sè, appena appena gli sfiorava con una mano la testa. E la sua voce attraversò lo spazio, gridando nel silenzio: — Bice!

La giovine donna si arrestò un istante, vide la fanciulla, e le fece un saluto colla pezzuola, ma Angela non si accontentava di così poco, e chiamò un’altra volta con una cadenza prolungata: — Bice! — Allora la contessa, accostando le mani alla bocca, mandò all’aria il suo grido di risposta: «oooh!»

Quel grido echeggiava ancora per la campagna e nel cuore di Silvio, quando compare Baingio osservò:

— Il professore è distratto.

Ed era veramente così distratto, il professore, che anche a questa osservazione non rispose nulla.

Pochi passi ancora, ed egli avrebbe raggiunto Beatrice e Cosimo, i quali si erano arrestati; ma una singolare diffidenza di sè stesso gli consigliò di arrestarsi alla sua volta per mantenere le distanze, finchè fosse interamente quetato un piccolo tumulto del suo cuore. Poichè veramente pareva che Cosimo e Beatrice si fossero dimenticati di lui, nè si voltavano a guardarlo, tanto meglio. Ma in quella appunto Beatrice domandò forte al marito:

— E il professore? e soggiunse voltandosi: eccolo là, il signor Orso!

Il signor Orso accorse, come se avesse le ali.

— Avete bisogno di me? chiese con sufficiente disinvoltura.

Parve a Silvio che Beatrice lo guardasse in un modo curioso, ma senza dubbio s’ingannò perchè la contessa gli prese una mano tranquillamente, e gli disse:

— Abbiamo bisogno che venga un po’ con noi, signor Orso.

L’accento con cui gli parlava era il solito, il sorriso era quello con cui gli aveva aperto, inconsciamente, le porte dorate dell’amore.

«Meglio così! disse Silvio a sè stesso, il segreto è tutto mio, e di qua non deve uscire.»

E si toccava il cuore, traboccante di felicità.

Quando furono a pochi passi dal chiuso, Angela spiccò un salto dal muricciuolo e cadde nelle braccia di suo padre, che, indebolite dalle febbri, appena appena la trattennero.

La fanciulla, toccando terra, barcollò un momentino, poi corse come una cervetta incontro agli amici; Giorgio la seguì cogli occhi e sorrise.

— Povero cuor di padre! quanto deve soffrire! mormorò Beatrice.

— Ah! sì! poveretto! disse Silvio sospirando.

E fu stupito del suono falso che mandò la pietà sulle sue labbra d’innamorato contento.

— Che cosa ci è di bello nel bosco? domandò Angela prima d’arrestarsi.

— Bisognava venirci, rispose Beatrice; perchè la signorina è rimasta?

— Mi ha contato la storia d’un bandito, disse la fanciulla accennando con un moto del capo al falso Efisio, la storia d’un bandito buono.... il quale non aveva fatto altro male che difendere il proprio onore... però, per difendere il proprio onore, aveva ucciso un uomo.... la giustizia andò per pigliarlo, ma lui fuggì, attraversò il mare a nuoto, e si nascose in un paese lontano lontano...

Silvio e Beatrice si guardarono alla sfuggita. Angela, ansimando ancora per la corsa fatta, aggiunse:

— Non l’hanno preso, e lui non ha più fatto male a nessuno... e la storiella è finita. Zio Silvio, quanti Efisio Pacis ci sono?

— Perchè?

— Perchè quello là si chiama Efisio Pacis, e l’altro che ci venne a trovare la settimana scorsa a casa si chiamava pure Efisio Pacis....

— È vero; ce n’è due, rispose Silvio senza turbarsi.

— Anche questo qui ha conosciuto mia madre! conchiuse Angela, abbassando la voce. E non disse altro, perchè Giorgio si veniva avvicinando colle mani dietro la schiena, come un indifferente.

— Brav’uomo! gli chiese Angela; come si chiamava quel bandito?

— Ah! Non chiamarlo così, disse Beatrice.

— Come devo dire? Signor Efisio, ripetè, come si chiamava quel bandito?

Giorgio si avvicinò, e mettendo una mano sull’omero di Angela:

— Non mi chiamare:signore; io sono un poveretto.

— Come la devo chiamare?

— I fanciulli dello stazzo mi chiamanobabbo Efisio.

Angela fece una smorfietta colle labbra per fare intendere che essa non era da mettere a confronto coi fanciulli — però non si ribellò, e chiese per la terza volta:

— Babbo Efisio, come si chiamava quel bandito?

A babbo Efisio tremò la voce nel rispondere che non lo sapeva.


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