VIII.

VIII.

Cominciarono giorni d’amore e di lavoro, i più bei giorni cheSperanza Nostraavesse mai veduto. La mattina, un’ora dopo l’alba, giungevano a frotte le vendemmiatrici; più tardi i pigiatori dell’uva, che avevano acconsentito a passare la notte nel podere, scavalcavano i tini colle gambe ignude, e vi si dimenavano come ossessi, empiendo lo stanzone di cantilene amorose; il barbuto Pantaleo arrivava dai poderi vicini, col carrettone pieno di raspe che veniva ammucchiando nel magazzino, dove era stato piantato il lambicco, e Cecchino Misirolli, nude le braccia e riparata la testa da un enorme cappello di paglia, si piantava nel sentiero colla carriuola a mano, entro la quale alcune delle vendemmiatrici, con cui aveva fatto speciali patti, venivano a posare le sporte ricolmedi grappoli neri. Poi egli faceva una corsa rapida fino alla tinaia, sopportando le celie delle altre donne, che gli venivano dietro colla sporta carica d’uva in testa, per versarne il contenuto nei tini.

Al diverso lavorìo presiedeva Giovanni, non dimenticando la cucina, non dimenticando l’amore. Posto fra quei due fuochi, il poveretto sudava in modo inverosimile, tanto che la perfida Annetta, ogni volta che veniva dal vigneto alla casa, gli gridava da lontano di mettersi all’ombra, altrimenti si squaglierebbe tutto, che sarebbe un peccato.

Giovanni rideva e la minacciava col dito.

— Comare mia — le diceva — voi sarete punita, come è vero Dio!

Il vecchio Ambrogio seguiva le vendemmiatrici, e additava loro i grappoli che esse avevano lasciato per la racimolatura, o li staccava colle proprie mani. Il conte e il professore erano un po’ da per tutto, nella cantina, nella casa, fra i vitigni; e dove andava il conte, poco dopo compariva Beatrice, grave e sorridente, colle mosse già un tantino dondolanti e col corpo rovesciato indietro, e dove andava il professore ivi accorreva Angela, maturata e fatta ancora più bella, se è possibile, dall’amore corrisposto.

Non più nuvole sulla fronte ampia di Silvio; la sua faccia abbronzata dal sole era piena di luce; egli era ancora grave, perchè la sua piccola tiranna non solamente glie lo consentiva, ma si faceva grave anche essa per dichiarargli spesso che si era innamorata di lui la prima volta, in un tempo molto lontano.... (Abalia? No, in un’altra vita, era sicura di essere venuta al mondo ammirandolo ed amandolo).... che si era innamorata di lui, appunto perchè era grave.

Queste cose, se mai il signor zio si ostinasse a far l’incredulo, le troverebbe scritte un giorno, e allora le crederebbe... Ma allora essa sarebbe morta! — Morta! che orrore!... Sì, morta; era il destino che voleva così; essa non poteva vivere lungamente; ma pur che potesse sposarsi prima, non le importerebbe. — Queste idee funebri non oscuravano il visetto di Angela, le mettevano solo una pozzettina nel mento.

Avevano già parlato del tempo del matrimonio; Angela non voleva parere indiscreta nè impaziente, non era una bimba, e saprebbe aspettare se fosse necessario, ma lasciava intendere che se il re può dare la dispensa dell’età, non si fa nessun male approfittandone. Un’amica di una sua amica si era bene sposata a tredici anni e mezzo — era orfana anch’essa, ci s’intende; quando si è orfane bisogna pure aver qualcuno, e per aver qualcuno il meglio è prendere marito. Il re è pieno di giudizio, gli si vanno a dire queste cose, e lui concede la dispensa. La concede a tante!... Nel Campidano di Cagliari, per esempio, quante ragazze che si maritano prima dei quindici anni!

Silvio non aveva fretta. Si godeva la festa tranquilla del proprio cuore, si godeva la ciancia maliziosa della nipotina, e al contatto di quell’infanzia non tramontata ancora non sentiva più il peso dei suoi anni. Quando non era fra i tini, quando non iscriveva per il giornaletto di Sassari, quando non si cacciava in un capannellodi zappatori miscredenti per predicare loro il verbo della nuova agricoltura sarda, quando non faceva nulla di tutto ciò, pigliava parte volentieri ai giuochi d’Angela; le dava tempo di nascondersi, tenendo scrupolosamente gli occhi chiusi finchè essa lo avvisasse con un grido d’andarla a cercare, o si lasciava proporre degli indovinelli che non decifrava mai per poter fare la penitenza. Vedendolo in quei momenti, cogli occhi lucenti, udendolo ridere coll’abbandono d’un fanciullo, Beatrice, già quasi alla vigilia d’esser madre, sentiva per quei due ragazzi una tenerezza materna, e lo diceva senza beffa. Ma allora Silvio cessava di ridere, per pensare un momentino alla bizzarra trasformazione del proprio spirito e decidere se vi fosse da vergognarsi o da emendarsi. — Non si vergognava nè si emendava; — ripigliava a ridere, e un’altra volta faceva peggio.

Ancora si lasciava cogliere da qualche malinconia fuggitiva; faceva di più, se ne vedeva qualcuna da lontano, la chiamava a sè, per dar da fare ad Angela, a cui toccava cacciarla. Diceva: «Oggi ti pare d’amarmi, perchè sogni; domani, svegliandoti, ti domanderai meravigliata chi è questo vecchio pazzo che ha potuto credere...» Angela, non gli lasciava mai finire queste frasi cattive; subito lo picchiava con tutte le sue forze, finchè non lo avesse obbligato a ridere; poi, facendosi seria, diceva: «Il vecchio pazzo è mio zio — egli non sa nulla, egli non capisce e non capirà mai nulla.»

Avrebbe voluto fargli comprendere che sorta d’amore singolare, stranissimo, essa sentiva per lui. — Maera inutile; non vi riescirebbe mai. Gli diceva: «Fa conto che, amando te, io ami un altro... ma non un altro davvero... qualcuno o qualche cosa che non sei tu — come posso io cessare d’amarti?» Il professore non capiva bene il caso difficile, ed Angela insisteva: «Io non so come sia, ma mentre ti voglio tanto bene quando ti vedo, mi basta che tu mi volti le spalle e te ne vada... che so io? là... in fondo a quel viale, per volertene subito un poco di più. Ecco come ti voglio bene io... Tu invece!...»

Anche Silvio credeva di volerle bene così; egli pure si era accorto che, trovandosi separato da lei, qualche volta l’aveva amata di più; ma siccome poi se essa non gli stava dinanzi, colle sue ariette di donnina matura per l’amore, cominciavano gli scrupoli melanconici dell’età, così non era sicuro di vedere chiaro nella natura del proprio sentimento.

Per tutto ciò quelli erano i giorni belli diSperanza Nostra; la felicità di Beatrice e di Cosimo, più sicura di sè, ma pur non priva di qualche segreto sgomento, e la felicità dei due innamorati si compievano a vicenda.

Già Cosimo, quando si provava a leggere tutte le promesse dell’avvenire negli occhi della sua ammalata d’amore, vi poteva mettere egli pure la sua piccola promessa, perchè era alla vigilia di ridiventare un’altra volta ricco. Egli ricomperava i suoi poderi, riappendeva al loro posto, nella casa di Ploaghe, i ritratti degli antenati, e faceva contenta la povera madre morta; abbelliva la casa di Florinas, ristorava ilnuraghe...ma non abbandonerebbe maiSperanza Nostra, salvo che la faccenda della miniera diventasse così grossa, da richiedere la presenza di qualcuno in Iglesias.

Non ispiacerebbe a sua moglie diventar minatrice?

No, se lui diventasse minatore. — Ad ogni modo erano invitati e bisognerebbe pure andarvi! E allora sentirebbe che aria, che bei venti marini nell’alta gola del monte. Quando Beatrice avesse compiuto il suo capolavoro, riacquisterebbe la salute più presto, e al piccino non farebbe male respirare di buon’ora l’aria montana!

Tutte queste speranze, tutte queste promesse, facevano sorridere la bella donnina, la quale soffriva molto, soffriva sempre, pagava ogni giorno per sè e pel marito una parte del gran debito che contraevano colla generosa natura; ma fra tante promesse parlavano al suo cuore di madre lontane minaccie, crudeli perchè indistinte.

La vendemmia era finita, e Angela si era già fatta la più brava delle racimolatrici per soddisfare i gusti capricciosi dell’amica sua, che preferiva i grappoli meschini e terrosi avanzati nei vitigni, alla bell’uva moscatella appesa nella dispensa, quando il giornaletto di Sassari portò agli abitanti diSperanza Nostrauna gran notizia:

«È arrivata fra noi da Oristano la prima compagnia italiana acrobatica-equestre diretta dal famoso signor Alfonso, la quale si fermerà un mese, dando ogni sera rappresentazioni nel Teatro Diurno, trasformatoin Circo. La compagnia comprende quattro amazzoni: le signore Ada, Maria, Giovanna, Emma, dueclownse un Alcide. La compagnia vanta pure due curiosità: una è il celebre nano Battistone, detto l’uomo palla; l’altra è Nenna, ragazza meravigliosa, detta larana. Per domani si annunzia la prima rappresentazione.»

«È arrivata fra noi da Oristano la prima compagnia italiana acrobatica-equestre diretta dal famoso signor Alfonso, la quale si fermerà un mese, dando ogni sera rappresentazioni nel Teatro Diurno, trasformatoin Circo. La compagnia comprende quattro amazzoni: le signore Ada, Maria, Giovanna, Emma, dueclownse un Alcide. La compagnia vanta pure due curiosità: una è il celebre nano Battistone, detto l’uomo palla; l’altra è Nenna, ragazza meravigliosa, detta larana. Per domani si annunzia la prima rappresentazione.»


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