XI.
Tutta l’invernata successiva fu per Cosimo e per Beatrice un tempo di pace, fuggito nell’aspettazione tranquilla del loro piccolo Messia, che doveva arrivare in primavera. A Silvio e ad Angela la felicità sorrideva ancora da lontano, ma non perciò essi si perdevano d’animo; erano abbastanza contenti di sapere che la meta non fuggiva e che ogni giorno tramontato segnava un passo innanzi. Poichè se il Codice civile era severo con Angela, la fanciulla si proponeva d’essere scrupolosa nel far valere il proprio diritto e di non rimanere zitella nemmeno un giorno più del necessario. Silvio fingeva di ridere della fretta della sua fidanzata, ma per essere sinceri, a momenti aveva più fretta lui. Era quando gli sembrava di declinare a vista d’occhio, di precipitareaddirittura nella vecchiaia. Allora, col pretesto di tormentare un pochino la sua fanciulla, manifestava sgomenti e dubbi che tormentavano lui.
— Vedrai, diceva; ora ti sembra d’amarmi, ma quando tu avrai quindici anni, io ne avrò trentacinque, sarò vecchio e non mi vorrai più bene.
Al che Angela aveva già trovato la risposta.
— Quando tu avrai novant’anni, aveva detto, io ne avrò settanta, e saremo vecchi tutti e due e ci vorremo sempre bene.
Ah! essa poteva pensare alla vecchiaia senza sgomento, perchè il suo amore, perchè tutta la sua vita erano l’avvenire!
E intanto Angela veniva facendo di tutto per correggere gli scrupoli di suo zio; in pochi mesi si era fatta alta quanto comare Beatrice, e senza cessare di essere un po’ monella e un po’ sentimentale aveva certi quarti d’ora di sussiego da contentare il più austero dei mariti. In lei la donna non vi era forse ancora, ma il pretesto all’amore vi era già tutto. — Che cosa è l’amore? aveva chiesto Angela un giorno che si faceva il giuoco delle domande; al che Silvio aveva risposto all’improvviso, colla matita: — Un desiderio sempre sveglio, sempre insoddisfatto, di ottenere una cosa che ci sfugge. — La fanciulla lì per lì non aveva capito nulla, e lo stesso Silvio, lì per lì, ne aveva inteso pochino; più tardi, quando egli ritrovò la domanda e la risposta nel quaderno di Angela, scritte con inchiostro rosso, che pareva sangue, ci pensò lungamente e sotto gli occhi di Angela aggiunse al quaderno questealtre parole cattive che la fanciulla intese anche meno delle precedenti, che non è dir poco:
«Pensa, scrisse Silvio, che cosa deve essere l’amore d’un vecchio, il quale, senza avvedersene, ama nella sua fanciulla la propria giovinezza perduta!»
— Il vecchio... senza avvedersene... nella sua fanciulla, ama la propria giovinezza perduta... balbettò Angela. E vuol dire?
— Vuol dire che t’amo tanto da perdere il giudizio e scrivere delle cose senza capo nè coda.
Angela non istentò a credere che fosse proprio così.
Non perciò era scontenta del suo Silvio, gli piaceva essere amata anche in quel modo strano ed oscuro; e solo che Silvio avesse avuto il cuore un po’ più aperto all’entusiasmo, all’estasi, non avrebbe trovato nulla a ridire in quella sua filosofia, quasi sempre bigia, qualche volta nera. Glielo diceva chiaro: — Zio Silvio, gli diceva (essa lo chiamava ancora «zio Silvio» fuori del quaderno) — zio Silvio, a ragionare così nel buio che gusto c’è? A me non dispiace la melanconia, tutt’altro, ma la melanconia che piace a me è una melanconia diversa, che non fa male.
Verissimo; ad Angela non dispiaceva la melanconia, anzi ci trovava gusto; ma doveva essere una melanconia senza fondamento, come a dire lagrime di rugiada, gemiti di tortorella, ferite orrende fatte colla spina d’una rosa. Tante volte, se lui fosse stato capace di comprenderla, tante volte, al crepuscolo, accompagnando cogli occhi una nuvola viaggiatrice, si sarebbe ammalata così, di nulla, cioè d’amore e di dolore, perfarsi guarire dal venticello del tramonto, da una carezza, da un bacio. — Ma sì, lui non sapeva sospirare al vento e pigliare sul serio le nuvole vespertine.
Non la comprendeva bene, ecco.
Era da compatire, aveva altre nuvole nel cervello, il professore, nuvole vespertine anche queste, ma un po’ scettiche, molto filosofiche e punto romantiche. E se egli non pretendeva che la sua fidanzata vi tenesse fissi gli occhi della mente, che sarebbe stato pretendere l’impossibile, doveva pur riconoscere che mancava qualche cosa a rendere perfetto il loro amore e che vi era ancora un distacco fra Angela e lui. Che farci? nulla; aspettare che il tempo compisse l’opera sua, e intanto pigliare dell’amore quel poco che concedevano i quattordici anni della futura sposa.
Dell’amore di Angela, Silvio non poteva dubitare, perchè essa aveva trovato cento maniere di dirgli che l’amava, che lo adorava come un angelo mandato da Dio, come Dio stesso, ed anche più. Cosicchè il professore finì col dire a sè medesimo senza peccare di immodestia che la cosa era naturale. Pensò: «Aiutandosi coll’immaginazione, essa vedrà sempre in me un ideale severo che non potrà mai raggiungere; forse è il privilegio dei vent’anni che ci separano; oggi il mio amore la lusinga; la rassicurerà domani; la conforterà più tardi.»
Gli pareva bensì che a lui dovesse toccare un giuoco difficile, quello di parlare all’immaginazione col ragionamento, ma era determinato a vincere; la posta era grossa: amare ed essere amato.
Tutta questa filosofia, che più tardi doveva fare un gran bene al professore, intanto qualche volta lo seccava. Allora diceva sottovoce a sè stesso: «amico, tu ragioni troppo; fa come lei: accontentati d’amare» — e diceva forte scherzando: «bambina mia, quanto bene mi vuoi oggi?» Angela accettava subito lo scherzo; pigliando un’aria infantile e allargando le braccia, balbettava: «tanto così.»
Ma non sapeva fare come una volta.
— Sono troppo grande, diceva per iscusarsi, ma ti adoro!
Non era aspettato che a marzo; venne invece una notte di febbraio, annunziandosi quasi all’improvviso ed empiendo ad un tratto la casina bianca di un trambusto silenzioso e solenne. Ma fu, come doveva essere, un maschio; e dopo aver portato per tutta una settimana i più strani nomi che l’amore paterno possa immaginare, ebbe finalmente un nome di cristiano battezzato. E si chiamò Silvio, come il compare della pallida mammina, la quale, sorridendo dal suo letto al nuovo amore, era certamente così bella, come non era stata mai. Ma ora il professore poteva notare questa cosa ed altre senza turbamento.
Quando la mammina, sotto gli occhi di tutti, dava la merenda o la cena al neonato, a Silvio bastava guardare la faccetta bianca di Angela per leggervi che essa era pronta e rassegnata a fare altrettanto.
Nel mese di marzo l’ingegnere Marini scrisse, rammentando al conte Cosimo la promessa fatta per bocca di Silvio.
Egli dava le migliori notizie del filone; era un filone grosso, alquanto inclinato, e se i calcoli non erravano, faceva una giravolta, tanto per fermarsi più lungamente nei poderi del conte. Già compiuti i lavori di preparazione, un nuovo pozzo d’estrazione e un pozzo d’aria, assicurava che per istrappare al filone tutta la calamina e il piombo argentifero, ci vorrebbero un paio d’anni almeno, forse più.
Se Cosimo manteneva la promessa d’andare a visitare la miniera colla sposa, ci sarebbe forse qualche piccola modificazione da fare nel contratto, coll’utile dei proprietari vecchi della miniera e del proprietario nuovo.
— È necessario andare, disse Silvio; ora poi che sei padre di famiglia, non devi stare in dubbio un momento. L’aria del monte farà bene a comare Beatrice e non farà male a mio figlioccio. Partite, aSperanza Nostrabasto io...
Egli disse queste parole senza pensarci quasi, tanto erano facili e naturali; ma appena le ebbe dette, ne vide la conseguenza necessaria e dolorosa — anche Angela dovrebbe partire. Non sarebbe bello che la sua fidanzata rimanesse sola con lui, tanto più che Annetta accompagnava la padrona. Invano si provò a dire che non vi era alcun male, che Angela era sua nipote, anzi sua pupilla, e che in fin dei conti era una fanciulla; guardandola appena, si vedeva subito che non era più una fanciulla. E poi che farebbe Angela inSperanza Nostra, sola con Giovanni, con Ambrogio e con lui?
Non vi era rimedio; bisognava soffrire.
— Sarà per poco, disse ad Angela, dopo averlo detto a sè stesso, ma ci dobbiamo separare; va, fanciulla mia, sposa mia, vedrai una campagna diversa, una vita nuova, respirerai tu pure l’aria sana del monte, mi amerai sempre e me lo scriverai spesso.
Il professore non avrebbe mai immaginato che il sacrificio fosse tanto difficile per lui; l’aveva creduto invece meno facile ad Angela. La quale prima pianse, poi parve rassegnarsi e in ultimo non nascose quasi la contentezza di variare per poco la vita che faceva da tanto tempo, di fare un lungo viaggio in diligenza, di salire sopra una montagna per poi scendere nei pozzi delle miniere e far delle passeggiate misteriose colle fiaccole nelle gallerie sotterranee. Solo al momento di partire per davvero, la tenerezza la vinse una altra volta, e parve che volesse versare nuove lagrime; ma appena l’eroico Silvio le ebbe detto, ridendo nervosamente:-ecco, ora piangi, ci scommetto, — essa nascose un momentino la faccia nella pezzuola, poi disse piantando gli occhi lucenti in faccia al suo adorato sposo: — non piango; guarda... non piango.
— Brava! disse il professore, così va bene.
— E ricordati, soggiunse parlandole all’orecchio, ricordati di amarmi tutti i giorni e di scrivermi tutte le settimane.
Essa era disposta a fare di più, anche a scrivergli tutti i giorni.
Del resto non sapeva egli in che modo essa lo amava?
Sì, lo sapeva, Angela cara!
Silvio accompagnò i viaggiatori fino alla valle diScala di Gioca, e colà diede l’ultimo addio: diede anche un bacio agli amici, un bacio che cominciò dal figlioccio, passò per Cosimo e per comare Beatrice, e si trattenne in ultimo un po’ più sulle labbra di Angela.
«Ricordati,» disse quel bacio. E quel medesimo bacio rispose: — lo sai bene come t’amo!
— Sì, sì, lo so, Angela cara!
La diligenza cominciò la discesa tortuosa, e Silvio rimase appoggiato al parapetto di sasso, che domina la splendida vallata.
Egli seguiva come istupidito il grosso carrozzone, che si portava via, frettoloso, tutta la festa del suo cuore, scomparendo ogni tanto, in lontananza, dietro gli ulivi, riapparendo più giù, annunziato dal rumore dei sonagli e da una pezzuola bianca sventolata ad uno sportello.
Silvio accompagnò così la diligenza fino al fondo della vallata, poi la perdette di vista, poi la rivide come un punto sullo stradone di Codrongianus. Da un pezzo non iscorgeva più nulla, e rimaneva ancora dinanzi al parapetto.
Rimasto solo, il suo primo pensiero fu che avrebbe potuto egli pure andare ad Iglesias cogli amici; cheSperanza Nostraavrebbe sopportato benissimo quindici giorni di assenza, od anche un mese, tanto più che Giovanni sapeva il fatto suo e pur d’istruirlo a dovere....
Silvio pensò sul serio tutte le raccomandazioni che avrebbe dovuto dare al cuoco per potersi pigliare un poco di vacanza, e non permettere alla sua fidanzata di andarsene sola. Quando ebbe pensato molto, ed accomodato ogni cosa, si svegliò come da un sogno, e disse: a quest’ora sono a Codrongianus. Volse le spalle alla vallata, e tornò aSperanza Nostra, dove l’aspettava un compagno di sventura. Il cuoco era sull’uscio di casa, ed aveva il faccione tondo spartito dal suo sorriso enorme — non penava niente affatto.
— Sono andati? domandò allegramente, e non ricevendo risposta e non ne aspettando, soggiunse confidenzialmente: ma torneranno! e faremo le nozze quest’estate.
Il professore credette che parlasse di Angela, e si meravigliò che Giovanni ne sapesse più di lui; ma guardando in faccia il cuoco, si ricordò il frammento di dialogo inteso nella viottola e comprese ogni cosa.
— Annetta ti piglia?
— Se mi piglia! esclamò il cuoco: mi ha già preso e non mi lascia.
Per spiegare il proprio concetto, quel fatuo accostò una mano alla bocca, come per assaggiarla, ed annunciò semplicemente e sicuramente: «è cotta!»