Consoli
Flavio Valerio Costanzo Augustoper la sesta volta eCaio Galerio Valerio Massimiano Augustoper la sesta.
Prefetto di Roma in quest'anno fuAnnio Anulino. Non solo erano a Costantino assai note le premure che faceva per rivederlo Costanzo Augusto suo padre, ma eziandio che la di lui sanità ogni dì più andava declinando[Lactantius, de Mortib. Persec., cap. 14.]. Perciò cotanto anche egli pregò e si raccomandò per levarsi da quei pericolosi ceppi,che Galerio, per non venire ad una aperta rottura con Costanzo, si contentò in fine che egli se ne andasse. Diedegli dunque una sera le dimissorie, con gli opportuni ordini alle poste di somministrargli i cavalli, ma con dirgli che aspettasse a muoversi la mattina seguente, finchè egli fosse levato di letto, perchè avea degli altri ordini da dargli. Fu creduto preso da lui questo tempo per ispedire innanzi un corriere ad avvisar Severo Cesare, che, nel passare Costantino per l'Italia, sotto qualche pretesto il ritenesse. Galerio a questo fine stette in letto quella mattina sino a mezzodì. Levatosi allora, disse che si facesse venir Costantino. Ma Costantino, appena fu a letto Galerio, nella notte innanzi se ne era partito, camminando per le poste con tal fretta, come se fuggisse da un gran pericolo, ed aspettasse d'essere inseguito. Anzi, dopo aversi presi quanti cavalli gli occorreano alle poste[Anonymus Valesianus post Ammian.], ebbe la precauzione di storpiar di mano in mano gli altri, affinchè niuno gli potesse correre dietro. A questo avviso oh sì che Galerio per la collera fumò[Zosimus, lib. 2, cap. 5.]. Peggio fu allorchè, dopo avere ordinato di inseguirlo tosto a briglia sciolta, gli fu detto che non restavano più cavalli abili alle poste. Durò fatica a ritener le lagrime per la rabbia. In questa maniera felicemente Costantino si levò dalle unghie di chi mal volontieri il mirava tra i vivi, e senza interrompimento passate l'Alpi, arrivò nelle Gallie, cioè nella giurisdizion di suo padre. Aurelio Vittore e Zosimo[Aurel. Victor, in Epit. et Zosimus, lib. 2, cap. 5.]attribuiscono la fuga di Costantino alla sua ansietà di regnare, e al dispetto di veder anteposti nella dignità a sè, figliuolo d'un imperadore, due selvatici villani, cioèSeveroeMassimino. Non è improbabile che fosse anche così. Arrivò Costantino all'Augusto suo padre, e nol trovò già sugli estremi dellavita, come scrivono Eusebio[Euseb., Vit. Constant., lib 1, cap. 21.]ed Aurelio Vittore, perchè, oltre all'Anonimo Valesiano, Eumenio[Eumen., Panegyr. Constant., cap. 7.], scrittore più sicuro di tutti, ci assicura, nel panegirico di lui recitato pochi anni dipoi, che Costantino giunse a Gesoriaco, oggidì Bologna di Picardia, nel tempo appunto che Costanzo suo padre era per levar le ancore di una poderosa flotta da lui preparata per passare nella Bretagna a guerreggiar coi popoli Pitti e Caledonii. Immenso fu il giubilo suo all'inaspettato arrivo del figlio, il quale unissi tosto a lui nel passaggio per quella spedizion militare.
Abitavano i Pitti e Caledonii in quella parte della gran Bretagna che oggidì Scozia si noma, nazione fiera, che si credeva, secondo Beda[Beda, Hist. Angl., lib. 1, cap. 1.], venuta dalla Scitia colà. L'Usserio[Usser., de Reb. Britann.]la stimò uscita della Scandinavia o de' luoghi circonvicini. Ma gli antichi[Aurelius Victor, in Epitome.]stendevano talvolta il nome degli Sciti non solo alla presente Tartaria, ma anche alla Russia e agli ultimi popoli del Settentrione. Fu assistito Costanzo in quella militare impresa da Eroe re degli Alamanni, che intervenne in persona. Altro non sappiamo di quella guerra, se non che, per attestato dell'Anonimo Valesiano[Anonymus Valesianus.], egli riportò vittoria di quei popoli. Ma mentre si trovava esso Costanzo nella città di Jorch, la sanità sua, stata assai debole in addietro, e molto più infievolita per la vecchiaia, peggiorando il condusse all'ultima meta; e però nel dì 25 di luglio[Idacius, in Chronico.]in mezzo ai figliuoli passò all'altra vita. Magnifico funerale fu a lui fatto, e siccome pagano di credenza, secondo il sacrilego rito dei gentili, fu egli anche deificato, ciò apparendo da varie medaglie[Mediobarb., in Numismat. Imperat.]. Hanno disputato e tuttavia disputano glieruditi inglesi intorno al luogo della sua sepoltura. Era egli nato a Naissum, città della nuova Dacia, che oggidì si chiama la Servia, e però nell'Illirico, come si ricava da Stefano Bizantino[Stephanus, de Urbibus.], dall'Anonimo Valesiano, da Costantino Porfirogeneta[Constantinus Porphyrogeneta, de Provin.]e da altri scrittori. Se è vero che Claudia sua madre, moglie di Eutropio suo padre, fosse figliuola di Crispo fratello di Claudio il Gotico imperadore, non si può negare un po' di nobiltà alla di lui origine. Certamente gli antichi diedero per indubitata questa sua discendenza. La famiglia Claudia e il nome di Crispo si truova nei suoi posteri. Per la via dell'armi diede egli principio alla sua maggior fortuna, e trovandosi alla guerra nel paese dell'Elvezia, oggidì gli Svizzeri, quivi Elena, donna di bassissima condizione, gli partorì, nell'anno di Cristo 274, Costantino, che fu poi gloriosissimo imperadore. Se Elena fosse moglie o pur semplice concubina di Costanzo, non s'è potuto finora decidere. Eusebio[Eusebius, in Chron.]nella Cronica (se pur non è ivi san Girolamo che parli), Zosimo[Zosimus, lib 2, cap. 5.], nemico aperto di Costantino il Grande, l'autore della Cronica Alessandrina[Chronic. Alexandrinum.], Niceforo ed altri ci rappresentano l'imperador Costantino nato fuori delle nozze. All'incontro l'Anonimo Valesiano chiaramente ci dà Elena per sua moglie; ed Eutropio[Eutrop., in Breviar.], scrittore assai vicino a questi tempi, mette Costantino natoex obscuriori matrimonio, confessando bensì la viltà della madre, madre nondimeno sposata da Costanzo. Lo stesso vien attestato dai due Vittori[Aurelius Victor, in Epitome, et de Caesarib.], con dire che Costanzo, allorchè fu creato Cesare, dovette ripudiarela prima moglie, e questa non potè essere se non Elena, perchè non apparisce che egli altra ne avesse. Quelche è più, l'anonimo panegirista[Incertus, in Panegyr. Const., pag. 3.]di Costantino scrisse di lui:Quo enim magis continentiam patris acquare potuisti, quam quod et ab ipso fine pueritiae illico matrimonii legibus tradidisti, ut primo ingressu adolescentiae formares animum maritalem, ec. Ma se un autore contemporaneo scrive che Costantino, per non essere da meno di suo padre nella continenza, appena uscito dalla puerizia prese moglie; certamente in confronto di tale autorità cessa quella di Zosimo e d'altri autori molti posteriori, e sembra giusto il credere stata Elena moglie legittima di Costanzo, benchè egli poi, secondo l'uso dei gentili, la ripudiasse per prendere Teodora figliuola di Massimiano Augusto, nell'anno di Cristo 292.
Scrittore non v'ha fra gli antichi, nè solo dei cristiani, ma anche de' gentili, il quale non parli con elogio delle qualità di esso Costanzo Augusto[Lactantius, de Mortib. Persecut., cap. 8. Incertus, in Panegyr. Maximian. Eutrop., in Breviar. Eusebius, in Vita Constantini, lib. 1.]. Osservavasi in lui un natural buono, dolce ed eguale, e un amore perpetuo della giustizia. Quanto egli si mostrava focoso e valoroso nel mestier della guerra, altrettanto poi compariva moderato nelle vittorie, e facile a perdonare; nè mai l'ambizione il portò a desiderar quello de' colleghi, nè gli appetiti bestiali a contravvenire ai doveri della continenza. Con queste ed altre virtù s'era egli comperato il cuore de' popoli delle Gallie; ma specialmente si celebrava da tutti l'onorata sua premura che i sudditi godessero quiete e felicità, amando che si arricchisse non già il fisco, ma essi bensì. Viveva egli appunto con grande frugalità per non aggravarli; e contento per uso suo di pochi vasi d'argento, allorchè dovea far dei solenni conviti, mandava a prendere in prestito l'argenteria degli amici. Fra l'altre cose racconta Eusebio[Eusebius, in Vita Constantini, lib. 1, cap. 14.]un fatto degno di memoria. Cioè, che essendo giunte questerelazioni a Diocleziano, spedì egli nella Gallia alcuni suoi uomini con ordine di fare a nome suo una parlata forte intorno alla sua disattenzion nel governo, stante la sua povertà, e il non aver tesori in cassa per valersene ne' bisogni della repubblica. Costanzo, dopo aver mostrato di gradir lo zelo del vecchio imperadore, li pregò di fermarsi qualche giorno nel suo palazzo. Intanto fece sapere a tutti i più ricchi delle provincie di sua giurisdizione d'essere in bisogno di danaro. Tutti allegramente corsero a portare ori ed argenti, gareggiando fra loro a chi più ne recasse. Allora Costanzo, fatti venire gli uomini di Diocleziano, mostrò loro quel ricco tesoro, dicendo che questo lo tenevano in deposito persone sue fidate per darlo alle occorrenze. Maravigliati coloro se ne andarono, riferendo poi a Diocleziano quanto aveano veduto. E Costanzo, richiamati i padroni di que' danari, loro puntualmente tutto restituì colla giunta di molti ringraziamenti. Ho io udito raccontar questo fatto di un principe d'Italia del secolo prossimo passato; ma probabilmente la copia di tal azione non sussiste. Non fu men luminosa in Costanzo la pietà[Euseb., lib. 8, cap. 13 Hist. Eccl. et in Vita Constant., lib. 1, cap. 15. Optatus, lib. 1. Lactant., de Mortib. Persecut., cap. 15.]. Ancorchè egli non giugnesse mai ad abbracciar la vera religion di Cristo, pur si tiene che abborrisse il copioso numero dei suoi falsi dii, e non adorasse se non un solo dio sovrano del tutto. Amava inoltre non poco i cristiani, li favoriva in ogni congiuntura, moltissimi ne teneva al suo servigio in corte. Ed allorchè nell'anno 303 Diocleziano e Galerio pubblicarono que' fieri editti contro il nome cristiano, e gl'inviarono anche a Costanzo e a Massimiano Erculio per l'esecuzione, Massimiano gli eseguì con piacere; ma Costanzo, per non parere di opporsi agli altri, lasciò bensì che si abbattessero molte chiese nelle Gallie, siccome accennai di sopra, ma non permise che si perseguitassero le persone, nè chefosse tolta ad alcuno la libertà della religione. Egli è credibile che indulgenza tale provenisse dal suo naturale amorevole verso tutti, o pure dalle insinuazioni a lui fatte da Elena sua prima consorte, se pur ella era in que' tempi cristiana; del che si dubita, ed Eusebio chiaramente lo niega. Può nondimeno essere che anch'ella fosse almeno in que' primi tempi assai inclinata a religion così santa. Si racconta ancor qui da Eusebio[Euseb., in Vita Constant., lib. 1, cap. 16.]una memorabil azione di Costanzo. Allorchè vennero que' fulminanti editti contra dei Cristiani, egli intimò a chiunque de' suoi cortigiani, de' giudici e dei provveduti di altri uffizii, professanti la legge di Gesù Cristo, che dimettessero i posti, o pur lasciassero quella religione. Chi s'appigliò all'uno, chi all'altro partito. Allora Costanzo rimproverò ai disertori del Cristianesimo la loro infedeltà e viltà, e li cacciò dal suo servigio, con dire, che dopo aver tradito il loro Dio, molto più erano capaci di tradir lui; e però ritenne al servigio suo i fedeli, confidò loro la sua guardia, e li trattò come suoi amici nel tempo stesso che gli altri principi infierivano contro alla greggia di Cristo. Dopo Elena sua prima moglie, ch'egli fu obbligato a ripudiare nell'anno 292, dalla quale ebbeCostantino il Grande, sposòFlavia Massimiana Teodora, figlia di Massimiano Augusto, che gli partorì tre maschi, cioèDelmacio,Giulio CostanzoedAnnibaliano, siccome ancora tre figlie,Costanza,AnastasiaedEutropia.
Prima di morire, siccome abbiamo da Eusebio Cesariense[Euseb., in Vita Constantini.], da Lattanzio[Lactantius, de Mortibus Persecut.], da Giuliano Apostata[Julian., Oratione I.], da Libanio[Libanius, Oratione III.], e massimamente da Eumenio[Eumen., Panegyr. Constant., cap. 7.]scrittore contemporaneo, Costanzo determinò che il solo Costantino primogenito suo, nato, per quanto si crede, nell'anno 274, regnasse, e che gli altri suoi fratelli vivesserovita privata. Raccomandollo ancora all'esercito suo, e nol raccomandò indarno; imperciocchè nel giorno stesso, in cui mancò di vita esso suo padre, tutte le milizie col re degli Alamanni, Eroc, il quale ausiliario dei Romani si trovava anch'egli a Jorch nella Bretagna, il proclamarono, come s'ha da Eusebio,ImperadoreedAugusto, e il vestirono di porpora. Dopo di che egli attese ai funerali de! padre. Zosimo[Zosimus, lib. 2, cap. 9.]e l'Anonimo Valesiano[Anonymus Valesianus, post Ammian.]pretendono che da' soldati altro titolo non fosse dato che quello diCesarea Costantino. Truovansi in fatti medaglie[Mediobarbus, Numism. Imperator.], dove egli è appellatoCesare, battute senza dubbio dopo il dì 25 luglio dell'anno presente, in cui cominciò il suo regno. Ma facilmente si possono conciliar gli autori. Fu veramente proclamato Costantino dai soldatiImperadore Augusto, asserendolo anche Lattanzio[Lactantius, de Mortib. Persecut., cap. 25.]; ma egli camminando con più ritenutezza, nè volendo romperla a visiera calata con gli altri principi regnanti, mandò bensì loro l'immagine sua laureata, come solevano i principi novelli, ma con espressioni di voler buona armonia con loro. Galerio Augusto a tal vista forte si alterò, e fu in procinto di far bruciare quell'immagine e chi la portò; ma i suoi amici tanto dissero, rappresentandogli che se si veniva ad una rottura, i soldati del medesimo Galerio, siccome affezionatissimi a Costantino, di cui per pratica sapeano le rare doti e virtù, passerebbono tutti al servigio di lui, che Galerio smontò, accettò l'immagine, mandò a Costantino la sua, ma con obbligarlo di contentarsi del solo titolo diCesarecolla tribunizia podestà. Fu sì discreto Costantino, che in ciò si sottomise alla volontà di Galerio. Se vide sì di mal occhio esso Galerio l'esaltazione di Costantino, non è punto da stupirsene, perchè questa rovesciava tutti i disegni da lui fatti. Si era egli figurato,mancando di vita Costanzo, di poter dar aLicinio, suo gran favorito, il titolo e la dignità augustale, tagliando fuori i figli di esso Costanzo, per aver solamente delle creature sue e da sè dipendenti nel governo; e col tempo di crear ancheSeveroAugusto, e CesareCandidianosuo bastardo, adottato da Valeria Augusta sua consorte; con disegno finalmente, dopo aver regnato quanto a lui piacesse, di rinunziare l'imperio, come aveano fatto Diocleziano e Massimiano, per passare gli ultimi anni di sua vita quieto in onorato ritiro. E perchè la morte di Costanzo arrivò molto prima de' suoi conti, e saltò su Costantino, da tali avvenimenti rimasero sconcertate tutte le di lui misure. Accomodossi bensì Costantino, siccome dissi, ai voleri di Galerio, col prendere il solo titolo diCesare; ma Galerio, per serrare a lui il passo alla dignità augustale, giacchè non vi doveano essere se non due Augusti, secondo il regolamento fatto da Diocleziano, da lì a non molto dichiaròSevero Imperadore Augusto, mostrando di farlo, perchè questi era maggiore d'età e più anziano nella dignità cesarea che Costantino. E fin qui camminarono con quiete gli affari, e da Galerio dipendevano tutti gli altri principi.
Ma non tardò la mutazion delle cose, per i costumi ed atti tirannici di Galerio stesso. Ne abbiamo la descrizion da Lattanzio[Lactantius, de Mortib. Persecut., cap. 21.]. Allorchè egli vinse i Persiani, imparò che que' popoli erano schiavi dei re loro; e però anche a lui saltò in testa di valersi di quel modello per ridurre i Romani alla medesima servitù, ed opprimere la lor libertà. Toglieva a suo capriccio i posti e gli onori alle persone, e tutto dì sfoggiava in nuove invenzioni di crudeltà, con adoperarle prima contro i Cristiani, e stendendole poi ad ogni sorta di persone, e a' suoi cortigiani stessi. Le croci, il bruciar vive le persone, il farle divorar dalle fiere (al qual uso teneva spezialmente dei grossissimi e ferocissimi orsi) erano divenuti spettacoli d'ognigiorno, presente lo stesso Galerio, che ne rideva, nè voleva mettersi a tavola senza aver prima pasciuti gli occhi coll'orribil morte d'alcuno. Le carceri, gli esilii, i metalli, il taglio della testa parevano a lui pene troppo lievi. Erano prese ancora e condotte nel Serraglio di lui le matrone nobili. Oltre a ciò, la giustizia andò in bando, perchè egli o facea morire, o cacciava in esilio gli avvocati e legisti, e per giudici erano elette persone militari, che nulla sapeano delle leggi, e si mandavano senza assessori nelle provincie. Per incorrere nell'odio suo bastava essere letterato o professor d'eloquenza. In somma tutto era confusione, e l'iniquità sola regnava. A questi malanni s'aggiunse l'immensa avidità e violenza di Galerio per far danari. Furono messe intollerabili imposte per tutte le provincie dell'imperio; ed esatte con incredibil rigore sopra le teste degli uomini e degli animali, sopra le terre, gli alberi e le viti. Nè infermi, nè vecchi, nè età alcuna andava da questo torchio esente. Perchè i poveri non poteano pagare, col pretesto che fosse finta la loro impotenza, una gran quantità di essi ne fece annegare. Ma in fine la mano di Dio cominciò ad apparire anche contra di questo nemico, non solo del popolo cristiano, ma di tutto il genere umano, siccome era avvenuto agli altri due Augusti persecutori del Cristianesimo.
Accadde che Galerio si mise in punto per istendere quelle sue gravissime imposte alla medesima città di Roma, senza far caso de' privilegii e della esenzion del popolo romano; ed avea già inviate persone per informarsi del numero e dei beni di quei cittadini. A simili aggravii non era avvezzo il popolo romano, siccome quello che fin qui avea ritenuta qualche figura di padrone e non di servo; e però insorsero in Roma non pochi lamenti e principii di sedizione, dei quali seppe ben profittareMassenziofigliuolo di Massimiano Erculio imperadore deposto. Costui si truova nelle antichemonete[Goltzius et Mediobarbus, Numismat. Imp.]appellatoMarco Aurelio Valerio Massenzio. Gli antichi panegiristi[Incertus, Panegyr. Const.]cel rappresentano figliuolo supposto al suddetto Massimiano da Eutropia sua moglie, per farsi amare da lui. Così ancora hanno Aurelio Vittore[Aurelius Victor. Anonymus Valesianus.]e l'Anonimo Valesiano. Ma se questo non è certo, almen per indubitato sappiamo che Massenzio fu un vero complesso di tutti i vizii, poltrone, eppur superbo al maggior segno, crudele senza pari, ed inclinato unicamente alla malvagità. Tuttochè Galerio gli avesse data molto tempo prima per moglie una sua figliuola, pure per la riconoscenza dei di lui sfrenati ed abbominevoli costumi, nol volle mai promuovere alla dignità cesarea. Dimorava Massenzio[Aurel. Victor. Zosimus, lib. 2, cap. 9.]in una villa del distretto di Roma, sfaccendato, quando gli venne all'orecchio la disposizione del popolo romano ad una sedizione per timor degli aggravii che lor minacciava Galerio. Diedesi egli a far de' maneggi coi pochi soldati pretoriani restati in Roma, disgustati appunto di Galerio, perchè gli avea ridotti ad un poco numero[Lactantius, de Mortib. Persecut., cap. 26.]. Guadagnò alcuni uffiziali, cioè Luciano, Marcello e Marcelliano, con promettere loro mari e monti. Disposto tutto, costoro diedero fuoco alla mina, con uccidere Abellio vicario del prefetto di Roma, se pur non era egli stesso il prefetto. Quindi proclamaronoAugusto Massenzio, che tuttavia dimorava in villa, nel dì 27 di ottobre, come s'ha da Lattanzio, oppur, come sostiene il Tillemont[Tillemont, Mémoires des Empereurs.], appoggiato ad un antico calendario, nel dì 28 del mese stesso. Non si oppose, anzi consentì all'esaltazione di questo novello imperadore il popolo romano, perchè gli fece costui sperare di molti vantaggi, e specialmente la sua residenza in Roma, giacchè la lunga lontananza della corte da quella città riusciva ad essa pregiudizialenon poco. Alla nuora dell'esaltazion del figliuolo, dalla Lucania si accostòMassimiano Erculioa Roma. V'ha chi crede[Aurelius Victor, de Caesaribus.]ch'egli fosse molto prima consapevole di quella trama, e pare che anche si opponesse ai disegni del figlio. Ma ben più probabil sembra ciò che scrive Eutropio[Eutrop., in Breviario.], cioè che siccome egli mal volentieri avea deposto lo scettro, e stato continuamente alla vedetta, spiando ed aspettando occasion propizia per ripigliarlo, così ebbe piacere che il figliuolo cominciasse la danza, perchè in tal guisa si preparava a lui il gradino per rimontar sul trono. In fatti dalla Lucania passato Massimiano nella Campania, quivi si fermò[Lactantius, de Mortib. Persecut.], e, secondo altri, sen venne a dirittura a Roma con apparenza di assistere al figliuolo, o piuttosto di arrivar a comandare sopra il figliuolo, siccome poi dimostrarono i fatti. Nè molto andò che sovrastando sedizioni in Roma contra di Massenzio, personaggio screditato per i suoi vizii, e scorgendosi necessaria l'autorità di suo padre, amato e rispettato tuttavia dai più dei Romani, pregollo il figliuolo di ripigliar la porpora, e gliela mandò nella Campania[Incertus, in Panegyr. Maximian. et Constant., cap. 10.], oppur gliela diede in Roma, dichiarandolo di nuovo Imperadore Augusto, e suo collega nell'imperio. Dopo essersi fatto pregare l'astuto Massimiano anche dal senato e popolo romano, di buon cuore accettò. Sicchè due Augusti si videro allora in Roma, cioèMassimianoeMassenzio: e due altri nell'Illirico e nell'Oriente, cioèGalerioeSevero; eCostantinoCesare nelle Gallie, nelle Spagne e nella Bretagna. Fu profittevole questa novità ai Cristiani[Euseb., Histor. Eccl., lib. 8, cap. 14.], perchè Massenzio ordinò tosto che cessasse nei paesi a lui sottoposti la persecuzione.
Quanto a Costantino, una delle prime azioni del governo suo fu di restituire anch'egli dal suo canto la libertà adessi Cristiani di professar pubblicamente la loro religione. La buona sua madre Elena gliene avea predicata la santità[Euseb., in Vita Constantini, lib. 1, cap. 25.], ispirato l'amore, e con che frutto, l'andremo scorgendo. Poscia si applicò a regolar gli affari delle provincie di sua dipendenza con tal prudenza e dolcezza, che si tirò dietro le lodi e l'amore d'ognuno. Nè molto lasciò in ozio il suo valore. Nel tempo che Costanzo suo padre si trovava impegnato nella guerra della Bretagna[Eumen., Panegyr. Constant.], i Franchi, popoli della Germania, rotta la pace, aveano fatta una irruzion nelle Gallie. Contra di loro sfoderò il ferro Costantino, già ritornato nelle Gallie; gli sconfisse, prese due dei loro re[Eutrop., in Breviar.], cioè Ascarico e Regaiso, ossia Gaiso, dei quali poi fece una rigorosa, anzi barbarica giustizia, con esporli alle fiere, nel tempo dei magnifici spettacoli ch'egli diede al pubblico. Non era per anche il di lui feroce genio ammansato dalla religion di Cristo. Dopo questa vittoria all'improvviso egli passò il Reno, per rendere la pariglia ai nemici dell'imperio, e indurli a rispettar maggiormente da lì innanzi la maestà romana. Addosso ai Brutteri, popoli della Frisia, si scaricarono le armi sue con istrage e prigionia di migliaia d'essi, con incendiar le loro ville, e con ispogliarli di tutti i loro bestiami. L'aver egli poi data alle fiere la gioventù di quella nazione restata prigioniera, fu probabilmente un gastigo dei patti rotti anche da essi, ma non esente da macchia di crudeltà. Nè contento di ciò Costantino, affinchè i popoli della Germania se l'aspettassero addosso, quando a lui piacesse, prese a fabbricar un ponte sul Reno in vicinanza di Colonia: opera di mirabil magnificenza, con aver piantate in mezzo a sì vasto fiume le pile, e condotta col tempo la fabbrica a perfezione, come chiaramente attesta Eumenio, pretendendo in vano ilValesio[Valesius, Rer. Franc.]che egli non la terminasse. Con tali imprese questo prode principe, e col mettere buone guarnigioni per le castella sparse sulla riva del Reno, tal terrore infuse nelle genti germaniche, che per gran tempo le Gallie goderono una mirabil quiete, non attentandosi più di turbarle le barbare nazioni.
Consoli
Marco Aurelio Valerio Massimiano Augustoper la nona volta eFlavio Valerio Costantino Cesare.
Col Relando[Reland., in Fast.], appoggiato ad alcuni Fasti, ho ben io enunziati i consoli suddetti; ma avvertir debbo i lettori che gran confusione cominciò ad introdursi nei consolati per questi tempi, a cagion delle turbolenze e divisioni insorte nel romano imperio, e dei molti regnanti fra loro discordi. Altri consoli furono fatti in Roma da Massenzio e da Massimiano, ed altri da Galerio Augusto nell'Oriente. I sopra enunziati sembrano i Romani. Gli altri, secondo i Fasti di Teone, furonoSevero AugustoeMassimino Cesare. Forse ancheCostantinofu promosso da Galerio al consolato, solamente dopo la morte diSevero. Alcuni, per non fallare, usarono allora di notare ilpost consulatumdei consoli dell'anno precedente.Giusteo Tertulloesercitò in questo anno la prefettura di Roma. Da che conferita fu da Massenzio l'augustal dignità a Massimiano Erculio suo padre, questi per maggiormente imbrogliare le carte, e dar da pensare a Galerio, scrisse lettere aDiocle, o siaDiocleziano,che si godeva la quiete in una villa di Salona, dove si era fabbricato un sontuoso palazzo e un delizioso orto e giardino, invitandolo ed esortandolo a ripigliar la porpora imperiale. Son di parere altri che questo succedesse più tardi. Diocleziano, che più senno di lui e meno ambizione avea, tosto rigettò la proposizione, con dire al messo[Aurelius Victor, in Epitome.]:Oh se vedesse i bei cavoli piantati di mia mano qui in Salona, al certo non darebbe il cuore a Massimiano di tentarmi in questa maniera.Che anche Galerio tentasse Diocleziano, lo scrive ben Aurelio Vittore, ma non par credibile. Che poi fosse veramente disingannato esso Diocleziano della vanità del regno, si può anche raccogliere da Vopisco[Vopiscus, in Vita Aureliani.], il quale racconta di avere inteso da suo padre, come questo principe attestava, non esserci cosa più difficile che il ben regnare; perchè dicea che quattro o cinque persone del primo ministero si collegano insieme per ingannare il padrone, e tutto ciò che esse vogliono san farlo volere a lui. Imperciocchè, aggiungeva egli, non potendo il principe, collo stare nei suoi gabinetti, veder le cose co' proprii occhi, crede di operar saviamente stando sulla fede di molti che gli attestano la medesima cosa. E intanto nulla egli vede, nè sa la verità, e qualunque sia la sua buona intenzione, capacità e prudenza, egli è ingannato e venduto, e dà le cariche a chi meno le merita, e le toglie a chi sarebbe più atto ad esercitarle.
Allorchè Galerio Massimiano Augusto ebbe intesa la ribellion di Massenzio genero suo, parve che non se ne mettesse gran pensiero[Eutrop. Aurel. Vict. Lactantius.], ben sapendo che egli era un solennissimo poltrone, ed immerso nei vizii, per i quali in vece dell'amore si guadagnerebbe l'odio di tutti. Però senza curarsi di venir egli in persona ad abbattere questo idolo (il che seavesse fatto, sarebbono forse passati gli affari a seconda dei suoi desiderii), diede questa incombenza aSevero Augustosua creatura, a cui particolarmente apparteneva il governo dell'Italia. Venne Severo in Italia nell'anno presente con una buona armata, ma composta la maggior parte di milizie, che due anni prima aveano servito a Massimiano Erculio, ed ansavano di tornare alle delizie di Roma. Però appena si presentò Severo alle mura di Roma, che Massenzio facilmente subornò con segrete offerte quell'armata, la quale, alzate le bandiere, e passata nel suo partito, rivolse l'armi contra di Severo. Altro scampo adunque non restò a costui che di prendere la fuga, ed incontratosi in Massimiano, che probabilmente conduceva rinforzi di gente a Roma, il più che potè fare fu di ritirarsi a Ravenna. Quivi fu bensì assediato da Massimiano, ma essendo quella città forte ed abbondante di viveri, apparenza non v'era di superarla[Idacius, in Chronico.]. Superolla la frode, se è vero quanto narra Zosimo[Zosimus, lib. 2, cap. 10.], perchè non si accordano in tutto con lui Eusebio ed Eutropio: cioè Massimiano con varie lusinghe, promesse e giuramenti il trasse a deporre la porpora e a venir seco a Roma. Giunto che fu Severo al luogo appellato le Tre Taberne, sbucò un agguato di armati ivi dallo spergiuro Massimiano preparati, che col laccio gli tolsero la vita, o pure, come ha l'Anonimo Valesiano[Anonymus Valesianus.], tenuto ivi in prigione, allorchè Galerio calò in Italia, fu fatto strangolare. Gli altri scrittori il dicono ucciso in Ravenna, e che per grazia gli fu permesso di morir dolcemente colle vene tagliate; e Lattanzio[Lactantius, de Mortib. Persecut., cap. 26.]lasciò scritto, che egli, veggendo disperato il caso, volontariamente s'era renduto a Massimiano. Pare che tal tragedia succedesse nel febbraio di questo anno. Rimase di Severo un figlio per nomeSeveriano, cheLicinio fece poi morire nell'anno di Cristo 313 per estinguere in lui ogni pretensione al dominio.
Sbrigato da questo nemico, Massimiano Erculio ben conosceva che gli restava più da fare con Galerio Augusto, uomo temuto pel suo valore, ma più per la copia e possanza delle sue armi; giacchè ognun prevedeva ch'egli non lascerebbe invendicata la morte di Severo. Pertanto andò in persona a trovare il vecchio Diocleziano che si godeva un delizioso riposo nella sua villa di Salona, per muoverlo a riassumere la porpora imperiale. Gittò i passi, perchè Diocleziano vedeva il mare in burrasca, ed egli se ne voleva stare sicuro sul lido, di là mirando le altrui tempeste. Rivolse dunque Massimiano le speranze e i passi suoi a Costantino Cesare, che nelle Gallie, dopo le vittorie riportate contro ai Franchi, con gran credito di valore e di forze si godeva la pace[Incertus, in Panegyr. Maximian. et Const.]. Per tirarlo nel suo partito, gli disse quanto male potè di Massenzio suo figliuolo, probabilmente esibendo di deporlo; il dichiarò ancoraImperadore Augusto, e gli diede in moglieFlavia Massimiana Faustasua figliuola, chiamata così nelle medaglie[Mediobarbus, in Numismat. Imp.], giacchè si suppone che fosse già mancata di vitaMinervinasua prima moglie, o pur concubina e madre di Crispo suo primogenito, che fu poi Cesare. Perciò di qui cominceremo a contare gli anni dell'imperio di Costantino. Intanto calò in Italia con poderoso esercito Galerio Augusto, e venne a Roma, con trovare che si era ingannato in credere sufficiente quell'armata ad assediarla, perchè, non avendola mai veduta, non ne sapeva la vasta circonferenza. Arrivato a Terni, spedì Licinio e Probo a Massenzio suo genero, per indurlo a venire a trovarlo, e trattare d'accordo. Se ne rise Massenzio: dal che maggiormente irritato Galerio minacciava l'eccidio al genero, al senato e a tutto il popolo romano[Anonym. Valesianus. Lactantius. Zosimus. Aurel. Vict.].Ma seppe anche questa volta Massenzio sedurre una parte della di lui armata, perchè conoscendo costoro quanto fosse vergognosa azione che soldati romani volgessero l'armi contra di Roma lor madre, non durarono fatica ad abbandonar Galerio, per darsi a Massenzio. Avrebbe fatto altrettanto il resto dell'armata di Galerio, s'egli, gittatosi ai lor piedi, non avesse con preghiere e promesse frastornata la lor sollevazione. Sicchè fu costretto a levar l'assedio; e colui che si credeva di far paura a tutti, ebbe per grazia il potersene andare in salvo, pieno non so se più di rabbia o di vergogna. Nel tornarsene addietro, parte per impedire ai nemici il tenergli dietro, e parte perchè così avea promesso ai soldati restati con lui, loro permise di dare il sacco a tutto il paese per dove passò: nella quale occasione commisero tutte quante le enormità che si sogliono praticare nel saccheggio delle nemiche prese città. Ebbe in questa maniera Galerio il comodo di tornarsene nella Pannonia, ma con lasciare in Italia il nome non d'Imperadore, ma di assassino de' Romani.
Mentre tali cose succedeano in Italia, Massimiano Erculio, che dimorava nelle Gallie, avea ben conseguito che il genero Costantino Augusto non si unisse con Galerio, ma non potè già ottenere ch'egli prendesse l'armi contra del medesimo Galerio, ancorchè venissero le nuove ch'esso al maggior segno spelato e scornato se ne scappava dall'Italia. Indispettito il suo cuore per questo, se ne ritornò a Roma, e quivi col figlio Massenzio seguitò a signoreggiare[Lactantius, de Mortibus Persecut., cap. 28. Eutrop., in Brev.]. Ma l'ambizioso ed inquieto vecchio non sapea sofferire che si desse la preminenza al figliuolo, benchè da lui avesse ricevuta la porpora, nè che i soldati mostrassero maggior obbedienza ad esso suo figlio che a lui. Perciò pien di veleno cominciò sotto mano a procurard'alienare gli animi delle soldatesche da Massenzio; ma vedendo che non gli riusciva il tentativo, un dì, fatte raunar le milizie e il popolo, alla presenza del figliuolo, esagerò forte i mali e i disordini correnti dello Stato, e poi si rivolse con fiera invettiva contra Massenzio, attribuendo alla di lui poca testa e cattiva condotta la serie di tutti que' malanni. Non avea lo indiavolato vecchio finito di dire, quando preso colle mani il manto purpureo del figliuolo, glielo strappò di dosso, e lo stracciò. Si contenne Massenzio in quel frangente, ed altro non fece se non che si rifugiò fra i soldati, i quali caricarono di villanie Massimiano, e si sollevarono contra di lui. Sembrerà a taluno una semplicità il dirsi da Zonara[Zonaras, in Annalibus.], che Massimiano volle dipoi far credere ai soldati che quella era stata una burla, per provare se amavano veramente suo figlio: il che nulla gli valse, perchè tanto strepito fecero le milizie, ch'egli fu forzato a fuggirsi di Roma. Se ne andò nelle Gallie a dolersi col genero Costantino d'essere stato cacciato dal figlio[Lactantius, de Mortib. Persecut., cap. 26.]; ma Costantino, a cui non doveano mancare più sicuri avvisi del fatto, niun impegno volle assumere dell'inquieto suocero, di maniera ch'egli, dopo essere dimorato qualche tempo, ma senza vantaggio de' suoi interessi, nelle Gallie, prese lo spediente di andar a trovare il maggior nemico che si avesse il figliuolo, cioè lo stesso Galerio Augusto. Fu creduto, per vedere se potesse aprirsi la strada a qualche tradimento per levargli la vita, ed occupar, se gli veniva fatto il suo luogo[Eusebius, in Chron.]. Trovavasi allora Galerio nella Pannonia a Carnonto, dove avea fatto venir Diocleziano da Salona, per dar più credito alla elezione di un nuovo Augusto ch'egli meditava, per supplire la mancanza dell'ucciso Severo. Andarono falliti tutti gl'intrighi, tutte le speranze di Massimiano, per aver trovato quelle milizie fedeli a Galerio, e tentata invano la costanzadi Diocleziano per fargli riassumere la porpora imperiale. Sicchè altro non gli restò che di assistere con lui e di dar vigore, per non potere di meno, alla promozione che Galerio fece diLicinio, dichiarandoloAugusto, avendogli forse ne' precedenti mesi conferito il titolo diCesare, come ha preteso taluno, e sembra confermato da Aurelio Vittore. Seguì tal funzione, secondo Idacio[Idacius, in Fastis.], nel dì 11 di novembre, non già dell'anno seguente, come ha esso Idacio, ma del presente, come si raccoglie dalla Cronica Alessandrina.
Licinioche, creato Augusto, si trova appellato nelle medaglie[Mediobarb., in Numismat. Imperat.]e nelle iscrizioni[Gruterus in Inscription. Thesaur. Novus Veter. Inscript.]Caio Flavio Galerio Liciniano Licinio, era nativo[Eutrop., in Breviar. Anonymus Valesianus.]anch'egli dell'Illirico, perchè venuto alla luce nella Dacia nuova, oggidì la Servia, di vile e rustica famiglia[Capitolin., in Gordian.], ancorchè egli dipoi cresciuto in fortuna si vantasse di trar l'origine sua dall'imperadore Filippo. Passato dall'aratro alla milizia, niuna conoscenza avea delle lettere, anzi se ne protestava nemico dichiarato[Aurelius Victor, in Epitome.], chiamandole un veleno e peste dello stato, e massimamente odiando gli avvocati e procuratori, ch'egli credeva atti solo ad imbrogliare ed eternar le liti del foro. L'amicizia fra lui e Galerio Augusto avea avuto principio fin quando si diedero entrambi al mestiere delle armi; ed ora poi cresciuta a tal segno la loro intrinsichezza, massimamente dipoi che di grandi prodezze avea fatto Licinio nella guerra co' Persiani, che Galerio nulla quasi facea senza il di lui consiglio. Pertanto prima d'ora avea egli risoluto di crearlo Augusto, subito che fosse mancato di vita l'imperador Costanzo. Ma essendo stato prevenuto da Costantino, Galerio eseguì ora il suo disegno con dargli la porpora imperiale, disegnando poi di mandarlo a far guerra a Massenzio tiranno di Romae dell'Italia. Scrive Eusebio[Euseb., in Vita Constantini, lib. 4. cap. 50.]che sul principio del principato di Costantino i Britanni posti all'Occidente dell'Oceano, si sottomisero al di lui dominio. Non so io dire, se ciò sia un fatto diverso da quanto si è narrato al precedente anno della guerra di Costanzo suo padre coi Pitti e Caledonii.
Consoli
Marco Aurelio Valerio Massimiano Augustoper la decima volta eCaio Galerio Massimiano Augustoper la settima.
Durando tuttavia la discordia tra tanti imperadori, continuò ancora la confusione ne' consolati. Pare che i suddetti consoli fossero pubblicati da Galerio Augusto, che era d'accordo con Massimiano, ma non già col di lui figliuolo e genero suo Massenzio, benchè probabilmente si trattasse di qualche accordo. Di qua venne che in Roma non furono accettati i consoli suddetti pei tre primi mesi. E non essendo seguito aggiustamento alcuno, abbiamo dall'autore del Catalogo dei prefetti di Roma[Bucher., de Cyclo.], cheMassenziosi fece dichiarar console nell'anno presente insieme conRomolosuo figliuolo, il quale è nomato nelle medaglie[Mediobarb., in Numismat. Imperat.]Marco Aurelio Romolo. Truovasi anche in alcuni Fasti sotto quest'annoDiocleziano console per la decima volta; ma è da credere uno sbaglio de' copisti, perchè Diocleziano non si volle più ingerire ne' pubblici affari. La prefettura di Roma fu in quest'anno appoggiata aStazio Raffino[Cospinianus. Bucherius.].Dopo essere stata lungo tempo vacante la cattedra di San Pietro, in quest'anno fu creato papaMarcello. Contuttochè il padre Pagi[Pagius, in Crit. Baron.]pretenda che nell'anno precedenteMassimino Cesareprendesse di sua autorità il titolo d'Augusto, tuttavia sembra più probabile che ciò succedesse nell'anno presente. Stava esso Massimiano alla guardia e al governo dell'Oriente. Allorchè egli intese cheLicinioera stato promosso, nel di 11 di novembre, alla dignità imperiale, cominciò forte a strepitare, pretendendo fatto a sè stesso un gravissimo torto, perchè, essendo egli stato dichiarato Cesare molto prima di Licinio, l'anzianità sua esigeva ch'egli fosse anteposto all'altro negli onori[Lactantius, de Mortib. Persec., cap. 32.]. Pervenuti a notizia di Galerio questi suoi lamenti, per attestato di Lattanzio, inviòpiù legatia Massimino per quetarlo, pregandolo istantemente di ubbidire, di accettar le risoluzioni da lui prese, e di cedere a chi era maggiore di lui in età: che tale dovea essere Licinio. Ostinossi Massimino nella sua pretensione, e perciò Galerio si rodeva le dita per aver alzato costui dal fango, e creatolo Cesare con isperanza d'averlo ubbidiente ad ogni suo cenno, quando ora il trovava sì restio e impaziente degli ordini. Andò poi a terminare la faccenda in avere il superbo Massimino, ad onta di Galerio, deposto il titolo diCesaree preso quel diAugusto, con far poi sapere a Galerio, essere stato l'esercito suo che l'avea proclamatoimperadore, senza ch'egli avesse potuto resistere. Queste ambasciate e questo dibattimento, che per la lontananza delle persone richiedeva del tempo, debbono a noi parere bastevoli fondamenti per credere seguita, non già nell'anno precedente, ma bensì nel presente, l'esaltazione di Massimino. Sicchè noi ora abbiamo nell'imperio romano cinque diversi Augusti,Galerio Massimiano,Massenzio,Costantino,Licinio, eMassimino. Lattanziovi aggiugne ancheDiocleziano; ma niuno scrive ch'egli mai ripigliasse la porpora. Da tanti principi ognun può immaginare qual confusione dovesse esser quella de' pubblici affari. Sembra nondimeno che, a riserva di Massenzio, gli altri andassero in qualche maniera d'accordo insieme. Quanto aMassimino, già appellatoDaza, come dicemmo, uscito da parenti rustici e vili nell'Illirico, egli si era tirato innanzi colla profession delle armi, e tuttochè si dica ch'egli fosse uomo quieto[Aurelius Victor, in Epitome.], pure abbiamo da Lattanzio[Lactantius, de Mortib. Persecut. cap. 32.]e da Eusebio[Euseb., Histor. Eccles., lib. 8, cap. 14.], ch'egli fu un grande assassino de' popoli a lui sottoposti, con ispogliarli per arricchire i soldati, e del pari superstizioso e fiero persecutor de' Cristiani, come risulta dalla storia ecclesiastica.
Chiarito in questi tempiMassimiano Erculio, che poco a lui profittavano le cabale sue ne' paesi di Galerio Augusto, se ne promise miglior effetto presso di Costantino imperadore, genero suo e figliuolo di un suo genero. Andossene dunque[Lactant., ibid., cap. 29.]a trovarlo nelle Gallie, fu ricevuto da lui con tutti gli onori, alloggiato nel palazzo, e sì nobilmente provveduto di tutto[Eumen., Panegyr. Constant., cap. 14 e seg.], come s'egli fosse padrone in quelle parti, volendo Costantino che ognun l'ossequiasse ed ubbidisse quasi più di lui stesso. Allora l'astuto vecchio, trovandosi in mezzo a tanti comodi, per far ben credere al genero di non covar più pensiero alcuno di regno, e di voler terminare in pace al pari di Diocleziano i suoi giorni, depose la porpora, e si ridusse ad una vita privata, in cui non mancava a lui delizia veruna. Tutto questo per più facilmente ingannare l'Augusto genero. Avvenne che i Franchi fecero in questi tempi qualche movimento d'armi contro le terre romane. Marciò a quella volta Costantinocon poca gente e alla sordina, così consigliato da Massimiano, per sorprendere i nemici; ma altro in testa avea il tuttavia ambizioso suo suocero. Sperava costui che Costantino restasse involto in qualche grave pericolo, e di poter egli intanto impadronirsi dell'armi e milizie lasciate addietro. In fatti, da che si fu separato da lui, s'inviò verso Arles, dov'era il grosso delle soldatesche, consumando nel cammino tutti i viveri, affinchè mancassero a Costantino, caso ch'egli si rivolgesse a quelle parti. Giunto ad Arles, di nuovo assunse l'abito imperiale, s'impossessò del palazzo e de' tesori, dei quali tosto si servì per adescare e tirar dalla sua quelle soldatesche; scrisse del pari all'altre più lontane, invitandole con grandiose promesse, e screditando presso tutti un genero, da cui tante finezze avea ricevuto Costantino, che non molto si fidava di questo inquieto vecchio, e gli avea lasciato appresso delle spie, immantinente fu avvertito de' primi moti del suo tradimento, e però a gran giornate dal Reno sen venne ad Arles, prima che Massimiano avesse preso buon piede; riguadagnò tutte le ribellate milizie, e seguitò il suocero, che andò a ritirarsi a Marsiglia. Dato l'assalto a quella città, si trovò che le scale erano troppo corte pel bisogno, e convenne far sonare la ritirata. Lasciatosi veder Massimiano sulle mura, Costantino avvicinatosegli, con tutta la dolcezza possibile gli rimproverò una perfidia così indegna di un par suo. Altro per risposta non riportò che delle ingiurie. Ma i cittadini in quel tempo, aperta una porta della città, vi lasciarono entrar la gente di Costantino, la quale, preso Massimiano, il condusse davanti al genero Augusto. Atto d'incredibil moderazione convien ben dire che fosse quel di Costantino, perchè a riserva de' rimproveri fatti al perfido suocero, e all'avergli tolta di dosso la porpora imperiale, niun altro male gli fece, nè il cacciò dalle Gallie; anzi sembra che seguitasse a ritenerlo in sua corte, vinto probabilmente dalle preghiere diFausta sua moglie. Qui nondimeno non finirono le scene di quest'uomo perfidioso, siccome vedremo. Liberato dal suddetto pericolo l'Augusto Costantino, perocchè tuttavia pagano[Eumen., Panegyr. Const., cap. 21.], fece dei ricchi donativi al superbo tempio d'Apollo creduto quello di Autun, dove opinione era che si scoprisse la gente spergiura in quelle acque calde.
Si può fondatamente riferire all'anno presente una sollevazione insorta nell'Africa, di cui parlano Zosimo[Zosimus, lib. 2, cap. 12.]ed Aurelio Vittore[Aurel. Victor, in Epitome.]. Probabilmente ubbidiva l'Africa a Galerio Augusto dopo la morte di Severo. Massenzio, imperadore di Roma e dell'Italia, ben sapendo che quelle provincie erano dinanzi assegnate all'Augusto dominante in Roma, cercò di stendere colà il suo dominio, e vi mandò le sue immagini scortate da una man di soldati. Furono queste rigettale da que' popoli. Ma perchè le truppe del paese non poterono o non vollero fare resistenza, Cartagine col resto della contrada venne alla di lui ubbidienza. Cadde in pensiero a Massenzio di portarsi personalmente in Africa per processare e spogliare chiunque avea sprezzate l'immagini sue; ed avrebbe eseguito il disegno, se gli aruspici, con allegar segni infausti nelle vittime, non l'avessero trattenuto. Pertanto non fidandosi diAlessandronativo della Frigia, che esercitava l'uffizio del prefetto del pretorio, o pur di suo vicario in Cartagine, gli scrisse che voleva per ostaggio un di lui figliuolo. Sapeva Alessandro che iniquo e sregolato principe fosse Massenzio, e però si andò scusando per non inviarlo. Scoperto poi che era venuta gente d'ordine d'esso Massenzio per assassinarlo, ancorchè persona di poco spirito e di molta età e pigrizia, intavolò una ribellione, e si fece proclamarAugustoda quelle milizie. Cosi ai cinque sopraccitati imperadori si aggiunse quest'altro, semprepiù crescendo con ciò lo smembramento del romano imperio. Crede il Tristano[Tristan., Medail., lib. 3.]che unNigriniano, appellatoDivoin qualche rara medaglia, fosse figliuolo del suddetto Alessandro; ma si può dubitarne. Per tre anni si sostenne esso Alessandro nella signoria dell'Africa, come apparisce dalle di lui medaglie[Mediobarbus, Numism. Imperator.].
Consoli
Massenzio Augustoper la seconda volta, eRomolo Cesareper la seconda.
I consoli da me proposti sono quei che Massenzio tiranno elesse in Roma, e venivano riconosciuti per l'Italia. Ma per le altre provincie del romano imperio, stante la discordia fra gli Augusti, non si sa che fossero eletti consoli; o se furono eletti, ne è ignoto il nome, dal che venne che la gente, per denotar l'anno presente, si valeva della formolapost consulatum Maximiani X et Galerii VII. Contuttociò vi ha chi pretende cheLicinio Augustoprendesse il consolato anche egli. Abbiam vedutoRomoloCesare, figliuolo di Massenzio, esercitare il secondo consolato nell'anno presente; ma forse in questo medesimo egli mancò di vita, credendo alcuni che nelle acque del Tevere egli si affogasse, ma senza notizia del come; anzi con dubbio tuttavia se tale veramente fosse la morte di lui, perchè il passo di un panegirista[Incertus, in Panegyr. Constantini, cap. 18.]di Costantino non lascia scorgere se ivi si parli di Massenzio stesso o pure del figlio. Anzi perchè vedremo veramente annegato Massenzio in quel fiume, di lui enon del figliuolo pare che s'abbia da intendere quel passo. La prefettura di Roma fu in quest'anno appoggiata adAurelio Ermogene. Il tempo, in cui Massimiano Erculio pose fine alle cabale sue colla morte, resta tuttavia incerto. Idacio[Idacius, in Fastis.]ne parla all'anno seguente. Eusebio[Eusebius, in Chron.]all'anno terzo di Massenzio suo figlio. E perciocchè esso anno terzo si stendeva alla maggior parte del presente, sembra a me assai verisimile che in questo succedesse il fine della sua tragedia, di cui buon testimonio è Lattanzio[Lactantius, de Mortib. Persecut., cap. 30.]scrittore di questi tempi, oltre all'Anonimo Valesiano[Anonymus Valesianus.], Zosimo[Zosimus, lib. 2, cap. 11.]ed Eutropio[Eutrop., in Breviar.]. Noi lasciammo questo maligno personaggio nelle Gallie, dove, deposta la porpora, non ostante la sua sperimentata perfidia, ricevea un trattamento onorevolissimo da Costantino suo genero. Ma avvezzo al comando, nè sapendo accomodarsi alla vita privata, che non fece il mal uomo? Ora con preghiere ed ora con lusinghe andò tempestando la figliuola Fausta, per indurla a tradire l'Augusto marito, con promettergliene un altro più degno, e a lasciar aperta una notte la camera del letto maritale. Finse ella d'acconsentire, e rivelò tutto a Costantino; ed egli per chiarirsene mise nel suo letto per quella notte un vile eunuco. Massimiano sulla mezza notte armato comparve colà, e trovate poche guardie, ed anche lontane, con dir loro d'aver fatto un sogno che egli voleva rivelare al suo caro figliuolo imperadore, passò nella stanza e trucidò il misero eunuco. Ciò fatto, uscì fuori confessando il fatto, ed anche gloriandosene; ma eccoti sopravvenir Costantino con una man d'armati, il quale, fatto portare il cadavero dell'ucciso alla presenza d'ognuno, fece una scarica d'improperii sopra l'iniquissimo vecchio, senzachèegli sapesse proferir parola in sua discolpa: tanto si trovò sbalordito e confuso. Gli fu data licenza d'eleggersi la maniera della morte, e questo fu il laccio, con cui diede fine alla scellerata sua vita. Fallò Zosimo con dire che questo ignominioso fine gli arrivò in Tarso, quando è certo che fu in Provenza, cioè ad Arles, dove soleva dimorar colla sua corte Costantino, o pure a Marsiglia, dove l'autore della Cronaca Novaliciense[Chron. Novaliciense, Rer. Italicar., Part. II, tom. 2.]circa l'anno 1054 pretende che fosse disotterrato il corpo di Massimiano, il quale si trovò imbalsamato ed esistente in cassa di piombo entro un'altra di candido marmo. Questo poi per ordine di Rambaldo arcivescovo d'Arles fu gittato in alto mare. E tale fu il fine obbrobrioso di quel superbo ed ambizioso principe, stato in addietro sì fiero persecutore della religione di Cristo, e d'uno ancora di questi ultimi imperadori nemici del nome cristiano, che Dio punì con una morte la più vergognosa ed infame. Dall'aver Costantino data onorevole sepoltura al suocero (come anche attesta santo Ambrosio[Ambrosius, Epistol. 53.], con dire che il fece mettere in una cassa non di marmo bianco, ma di porfido), dedusse il padre Pagi[Pagius, in Crit. Baron.]che esso Augusto si attribuiva ad onore d'esserenipote di Massimiano, adducendo per questo un'inscrizione a lui posta, dove si trova intitolato così. Ma se Costantino il Grande non appetisse, anzi abborrisse questa lode, si può argomentare[Euseb., Histor. Eccles., lib. 8, cap. 13. Lactantius, de Mort. Persec., cap. 42.]dal saper noi ch'egli fece atterrare tutte le statue ed immagini appartenenti a Massimiano, e cancellar quante iscrizioni e memorie potè di lui; e per conseguente è più tosto da riferire quel marmo a Costantino juniore, figliuolo del Grande e di Fausta figlia di esso Massimiano.
Console
Massenzioimperatore solo.
Ne' fasti d'Idacio e nell'Anonimo del Bucherio, o sia del Cuspiniano, è nominato il soloMassenzioconsole in Roma. Fuori d'Italia si contaval'anno II dopo il consolato di Massimiano Erculio X e di Galerio Massimiano VII. Ne' Fasti di Teone enunziati si veggono sotto questo annoAndronicoeProbo. Possiam sospettare che fossero sostituiti a Massenzio.Rufo Volusianosi trova nel presente anno prefetto di Roma. In questi tempi la giustizia di Dio, che già aveva abbattuto l'iniquo Massimiano Erculio, si fece sentire anche all'altro imperadore Galerio Massimiano, soggiornante[Lactantius, de Mortibus Persecut., cap. 31. Anonym. Valesianus.]in Sardica nella Dacia novella, cioè a colui che abbiam di sopra veduto principal promotore della persecuzion dei Cristiani. Era egli innamorato del suo paese nativo, ed abbiamo da Aurelio Vittore[Aurelius Victor, de Caesaribus.], ch'egli con far tagliare delle sterminate selve nella Pannonia, e mettere quelle terre a coltura, e con fare scolar l'acque del lago Pelsone nel Danubio, avea renduto un gran tratto di paese utilissimo alla repubblica. Ardeva egli di odio contra di Massenzio tiranno di Roma, nè ad altro pensava che a procedergli contro, ammassando a questo fine a tutto potere genti e denari. Col pretesto adunque d'aver egli a solennizzare i vicennali del suo regno cesareo, al che diceva che occorreano immensespese, dopo aver già rovinate le provincie a lui suddite a furia d'imposte, inorpellate col nome di prestanze, finì di smugnerle e di assassinarle con altre gravezze, alla riscossion delle quali deputò i suoi soldati, che meritavano piuttosto il nome di carnefici che di esattori: tanta era la lor crudeltà. Lattanzio ci fa qui un lagrimevol ritratto di quelle inumane esazioni, per le quali violentemente si toglievano alla gente tutti i frutti delle lor terre, senza lasciarle di che vivere. Ma chi è terribile sopra i re della terra, fece finalmente intendere a costui che v'era uno sopra di lui[Eusebius, Histor. Eccl., lib. 8, cap. 16. Lactantius, de Mort. Persec., cap. 33.], percuotendolo con piaga nelle parti segrete e vergognose, piaga orribile ed incurabile, per i cui dolori insoffribili cominciò egli a patire e a prorompere in grida ed urli spaventosi. Ciò probabilmente avvenne in Sardica, città della nuova Dacia. Si affaticavano i medici per curar questo fiero nemico, che già aveva cancrenate le carni, con tagliare e bruciare; e pareva che omai la piaga si cicatrizzasse, quando essa più che mai inferocì, menando tal fetore, che non solamente per tutto il palazzo, ma anche per tutta la città si diffuse, come iperbolicamente lasciò scritto Lattanzio. E, marcendo le carni, cominciò ad uscirne gran copia di vermi. In sì orrido stato sotto il flagello di Dio si trovava l'iniquo principe, del cui fine parleremo all'anno seguente. Sembra che al presente s'abbia da riferire quanto abbiamo da Nazario[Nazar., in Panegyr., cap. 18.]nel Panegirico di Costantino Augusto. Avevano formata una lega contra di lui i Brutteri, Camavi, Cherusci, Vangioni, Alamanni e Tubanti, popoli tutti della Germania; ed unita una formidabile armata si misero in campagna. Lento non fu Costantino a presentarsi colla sua incontro ad essi, ed ottenuto passaporto per gli suoi deputati a trattar con quelle barbarenazioni, travestito come un d'essi, passò nel campo nemico, accompagnato da due soli de' suoi, per ispiare le lor forze e disegni; il che felicemente seguì. All'aver prima saputo che Costantino era in persona all'armata, già aveano pensato coloro di separarsi, e di non voler battaglia; ma assicurati poi da Costantino non conosciuto, che l'imperadore era lontano dalle sue milizie, arrischiarono in fine il combattimento, in cui sbaragliati ad altro non pensarono che a menar ben le gambe. Dopo questa insigne vittoria, accennata in poche parole anche da Eusebio[Euseb., in Vita Constantini, lib. 1, cap. 25.], passò Costantino nella Gran Bretagna, chiamato colà dalle turbolenze mosse da alcuni di que' popoli, non si sa se ribelli o pur nemici. La soggiogò in poco tempo, forse con poca fatica, e senza venire a battaglia, perchè i di lui panegiristi non ne fanno parola.San Marcellopapa, cacciato in esilio da Massenzio tiranno di Roma, terminò sul principio di quest'anno la sua vita, onorato col titolo di martire, ed ebbe per successoreEusebionella sedia di san Pietro[Pagius, Crit. Baron.], il quale dopo soli quattro mesi e mezzo di pontificato fu chiamato da Dio a miglior vita. A lui succedette nella cattedra pontificaleMelchiadepapa.
Console
Caio Galerio Valerio Massimiano Augustoper la ottava volta.
Per la discordia di tanti imperadori più che mai continuò la confusione nei consolati. Dal canto suoGalerioAugusto, benchè confinato in letto per l'orribil sua malattia, procedette soloConsole perl'ottava volta, come s'ha dal Catalogo del Bucherio[Bucherius, de Cycl.]e da Idacio[Idacius, in Fastis.]. Suo collega è appellatoLicinioAugusto da Cassiodoro[Cassiodorus, in Fastis.], chi li mette amendue consoli sotto quest'anno. I Fasti di Teone e Lattanzio[Lactantius, de Mortib. Persecut., cap. 35.]fanno consoliGalerioeMassimino, amendue imperadori; il che può indicare che fosse tornata fra loro qualche armonia. In fatti ho io recato nell'Appendice al tomo IV delle mie Iscrizioni un marmo della Carintia, dove vien detto edificato un tempioMaximiano VIII et Maximino iterum Augg. Coss., e pare che si possa riferire all'anno presente. Quanto a Roma, siamo accertati dal suddetto Catalogo dei prefetti di Roma, pubblicato dal Cuspiniano e dal Bucherio, che si stette quivi sino al settembre senza consoli; ed allora solamente furono pronunziati consoliRufinoedEusebio, o pure, come la Cronica di Damaso[Chronic. Damasi, apud Anastasium. Bibliothecar.],VolusianoeRufino. Anche Idacio[Idacius, ibid.]mette questi due ultimi consoli; e certo per le conghietture da me altrove[Thesaurus Novus Inscript., pag. 172.]addotte, in quest'anno si può credere assunto in Roma al consolatoCaio Ceionio Rufino Volusiano. Forse il suo collega fuEusebio, potendosi temere il cognome diRufiomutato inRufino. Che se pure diverso da lui fuRufino, non è improbabile cheAradio Rufino, il quale troveremo prefetto di Roma nell'anno seguente, procedesse console nel presente. A Giunto Flaviano essa prefettura di Roma fu conferita sul fine di ottobre di quest'anno. Intanto fra orribili tormenti, divorato da' vermi, continuava[Lactantius, de Mortib. Persecut., cap. 33.]a marcire Galerio Massimiano Augusto[Euseb., Histor. Eccles., l. 8, cap. 17.]. Per quanti ricorsi egli avesse fatto ai suoi falsi dii, cioè ad Apollo edEsculapio, niun sollievo provava, anzi sempre più si sentiva peggiorare. Allora fu che s'avvide, ovvero ch'altri gli fece venir in mente, che l'onnipotente vero Dio il flagellava per gastigo della fiera persecuzione da lui specialmente accesa e crudelmente esercitata contra de' suoi servi cristiani. Il perchè s'avvisò di dar loro la pace, e sopra ciò pubblicò un editto, a noi conservato da Lattanzio e da Eusebio, in cui troviamo una filza di titoli corrispondenti alla di lui vanità. Quivi egli ordinò di non molestar da lì innanzi i seguaci di Gesù Cristo, affinchè essi potessero pregar Dio per la di lui salute. Ma niun segno ivi si legge di pentimento; e vi si leggono anzi delle bestemmie contro la credenza de' Cristiani. Ad esso editto concorsero ancora Costantino e Licinio Augusti, i quali andavano d'accordo con esso Galerio; e sembra che anche Massimino vi acconsentisse, per quanto accenna Lattanzio. Abbiamo poi dal medesimo autore che nel dì 30 d'aprile questo editto fu pubblicato in Nicomedia, dove furono aperte le prigioni, e che colà nel mese seguente arrivò la nuova cheGalerio imperadoreavea dato fine all'odiata sua vita. Mancò egli in fatti nel mese di aprile, terminando la sua superbia e crudeltà con evidente gastigo della mano di Dio.
Trovossi presente alla di lui morte Licinio imperadore, a cui egli raccomandò sua moglieValeria, figliuola di Diocleziano, eCandidianosuo figlio bastardo. Trovansi medaglie[Mediobarbus, in Numismat. Imp.]che ci assicurano aver egli ricevuto dall'empietà pagana gli onori divini nel paese, per quanto si può credere, che fu dipendente dalla di lui autorità. Per la morte di lui restòLicinioAugusto padrone di quelle medesime contrade, cioè di tutto l'Illirico, che abbracciava l'Ungheria ed altre provincie, e della Grecia, Macedonia e Tracia, ed anche della Bitinia, posta di là dallo stretto di Bisanzio. Ma non sì tosto ebbe intesa la di lui morteMassimino, imperadordelle provincie d'Oriente, che dato di piglio all'armi volò nella Bitinia, e se ne impadronì[Lactantius, de Mortib. Persecut., cap. 36.]. Accorse bensì Licinio a Bisanzio per opporsi, ma non fu a tempo; e perchè non si sentiva gran voglia di venir per ora con lui alle mani, diede orecchio ad un abboccamento[Euseb., Histor. Eccles., lib. 9, cap. 6 et 10.], in cui rimasero insieme d'accordo, restando padrone Massimino d'essa Bitinia: con che lo stretto di Bisanzio venne ad essere il confine de' loro imperii. Seguita poi a dire Lattanzio che Massimino tornò come prima a perseguitar i Cristiani, mostrando di farlo come pregato dalle città. Tuttavia per far risplendere la sua clemenza ordinò che ai servi del vero Dio non si levasse la vita, ma permettendo che loro si cavassero gli occhi, si tagliassero le mani o piedi, o il naso e l'orecchie. Valeria vedova di Galerio Augusto, ancorchè raccomandata a Licinio, si ritirò da lui, e passò sulle terre di Massimino con Candidiano, figliuolo del defunto marito, e da lei ancora adottato. Altro non dice Lattanzio[Lactant., ibid., cap. 39.], se non che le facea paura la libidine di Licinio, e ch'ella si giudicò più sicura sotto la protezion di Massimino, perchè uomo ammogliato. Ma que' villani imperadori tutti erano bestie anche per questo conto. Massimino, da che fu entrata ne' suoi stati la suddetta Valeria Augusta con Prisca sua madre, e moglie di Diocleziano già imperadore, cominciò a pulsarla, affinchè rinunziasse a lui tutte le sue pretensioni sopra la succession del padre e del marito Augusti. Valeria, forse per tener salvi i diritti dell'adottato Candidiano e i propri, non ne volle far altro. Veramente sul principio si trovò essa ben trattata da lui; ma da lì a poco tempo restò essa non poco ammirata e confusa, perchè Massimino le fece proporre di prenderla per moglie; al qual fine si esibiva di ripudiar quella ch'egli avea. La risposta di Valeria fuda donna saggia e di petto costante: che si maravigliava di una tal proposizione, come empia, pendente lo scorruccio del defunto consorte, e parere a lei strano ch'egli volesse abbandonar una moglie senza alcun demerito suo; e che questo procedere apriva a lei gli occhi per temer tutto da lui; in somma non essere permesso ad una persona del suo grado di pensare ad un secondo marito, come cosa scandalosa e senza esempio. Udita ch'ebbe Massimino questa generosa risposta, cangiossi tutta la libidine sua in odio e furore. Cacciò Valeria e tutti i suoi in esilio, senza assegnar loro un luogo fisso, e con farla vergognosamente condurre qua e là. Occupò tutti i di lei beni, le levò i suoi ufficiali, fece tormentare i suoi eunuchi, e mosse guerra alle nobili dame della di lei corte, alcune delle quali condannò alla morte con false accuse di adulterio, quando egli sapeva che erano più caste di quel ch'egli stesso voleva: iniquità che accrebbe a dismisura l'odio di ognuno verso questo manigoldo tiranno. Come terminasse la tragedia d'essa Valeria non tarderemo ad udirlo. Mosse anche guerra Massimino, per attestato di Eusebio, ai popoli dell'Armenia, perchè, siccome cristiani, non voleano far sacrifizii ai falsi dii; ma con poco suo utile. La fame e la peste anch'esse fecero guerra alle di lui armate.
Mentre tali cose succedevano in Oriente, Costantino Augusto si applicava a stabilire una buona pace nelle Gallie, per essere in istato di rispondere in buona forma alle minacce[Zosimus, lib. 2, cap. 14. Lactant., de Mort. Persec., cap. 43.]che andava facendo Massenzio tiranno di Roma contro di lui, servendosi del pretesto della morte di Massimiano Erculio suo padre, benchè in suo cuore non ne avesse disgusto. Visitò Costantino[Eumen., Panegyr. Constant.]in quest'anno la città di Autun, e trovandola desolata, rimise a quel popolo i debiti di cinque anni addietro contratti col fisco,e parte delle imposte per gli anni avvenire: il che fu di mirabil sollievo a quella città, la quale da lì innanzi prese il titolo di Flavia dalla famiglia dell'Augusto benefattore. Fu in questa congiuntura che l'oratore Eumene, o Eumenio, recitò in lode di lui un panegirico che resta con altri tuttavia. Pensava in fatti Massenzio di far guerra a Costantino, e già avea disegnato di passar pei Grigioni nelle Gallie, con formar de' mirabili castelli in aria, cioè figurandosi di poter atterrar Costantino con facilità, e poi d'impadronirsi della Dalmazia e dell'Illirico, con abbattere l'Augusto Licinio, dominante in quelle parti. Ma prima d'intraprendere questa guerra, giudicò meglio di ricuperar l'Africa[Zosimus, lib. 2, cap. 14. Aurelius Victor, de Caesaribus.]. Quivi tuttavia sussisteva l'usurpatoreAlessandroche avea preso il titolo d'Augusto. Colà fu inviato assai nerbo di gente Rufio Volusiano prefetto del pretorio, che probabilmente dopo tale impresa fu assunto al consolato. Menò egli seco Zena, uomo che egregiamente intendeva il mestier della guerra, ed era in credito d'uomo pien di mansuetudine. Poca fatica durò questo capitano a sbrigarsi di quel tiranno, con aver messo in fuga i di lui soldati. Restò egli preso e strangolato. Bella occasion fu questa pel crudele Massenzio di spogliar del suo meglio l'Africa tutta. Non vi fu persona, nobile o ricca, che a torto o a diritto non fosse processata e condannata come aderente all'estinto Alessandro, con perdere perciò vita e roba. Oltre a ciò, ordinò l'empio Massenzio che fosse dato il sacco e il fuoco a Cartagine, città allora delle più belle e riguardevoli del mondo, non che dell'Africa. In una parola, per tante crudeltà rimasero affatto impoverite e rovinate tutte le africane provincie; e pure delle lacrime di que' popoli si fece trionfo e falò in Roma, città nondimeno con ugual furore maltrattata dallo stesso Massenzio, siccome fra poco dirò.