CCCXII

Consoli

Flavio Valerio Costantino Augustoper la seconda volta ePublio Liciniano Licinio Augustoper la seconda.

Tali furono i consoli per le Gallie e per altri paesi, dove regnavaCostantino, e nell'Illirico, dove dominavaLicinio. Andavano d'accordo insieme questi due imperadori. Ma in Roma, per attestato d'Idacio[Idacius, in Fastis.]e del Catalogo Bucheriano[Bucher., de Cyclo.], fuconsoleil soloMassenzio per la quarta volta. In Oriente credono alcuni che procedesseroconsoli Massimino Augusto e Picenzio. Fu in quest'anno prefetto di Roma Aradio Rufino. Fra tanti imperadori cavati dall'aratro e dalla zappa, che in questi tempi governarono, o, per dir meglio, divisero e lacerarono l'imperio romano, niuno, a mio credere, fu più pernicioso e pestilente di Massenzio e di Massimino; l'uno signoreggiante in Roma, nell'Italia e nell'Africa; e l'altro nell'Oriente. Ne ho per testimonio Aurelio Vittore[Aurelius Victor, de Caesaribus.]e lo stesso Zosimo[Zosimus, lib. 2, cap. 14.], nemico di Costantino, oltre agli storici cristiani che, parlano a lungo delle loro scelleraggini. Sopra gli altri Lattanzio[Lactantius, de Mortib. Persecut., cap. 37 et sequent.]descrive la lascivia incredibile di Massimino e le violenze da lui usate. L'autore incerto[Incertus, in Panegyr. Const., cap. 4.]del panegirico di Costantino ed Eusebio[Euseb., in Vita Constant., lib. 1, cap. 33.]ci fan sapere gli enormi vizii di Massenzio, tali che possono far orrore a chiunque legge; sì sfrenata era la sua libidine, barbarica la sua crudeltà, non solo nellaAfrica, come abbiam detto, ma nell'Italia ancora e in Roma stessa. Niuna matrona era ivi sicura dalle unghie di questo avoltoio. La moglie dello stesso prefetto di Roma, cristiana di religione, per sottrarsi alla di lui bestiale violenza, si cacciò un pugnale nel petto e morì: azione gloriosa bensì secondo la morale de' pagani, ma non già secondo quella de' Cristiani. Le estorsioni poi fatte da Massenzio per adunar tesori con disegno di valersene a far guerra a Costantino, e per tener contente ed allegre le sue milizie, furono innumerabili, perchè continue. Tutto dì saltavano fuori calunnie contra dei benestanti e de' medesimi senatori; ed oltre ai lor beni vi andava anche la vita, di maniera che il senato restò spogliato dei suoi più illustri soggetti. Potevano poi i soldati a man salva commettere quante iniquità volevano contra l'onore, la vita e i beni degl'innocenti, perchè la giustizia per conto loro avea affatto perduta la voce e le mani. Lo stesso, che in Roma, si praticava per tutta l'Italia dai suoi perversi ministri. Giunse Massenzio per questa via in meno di sei anni a spogliar Roma e le provincie italiane di tulle le ricchezze adunate dai popoli in più di dieci secoli addietro[Aurelius Victor, de Caesaribus. Euseb., in Vita Constantini, lib. 1, cap. 35.]. Fu fatto anche in Roma un giorno un gran macello di cittadini romani per leggerissima cagione. Forse fu quella, di cui Zosimo[Zosimus, lib. 2, cap. 13.]fa menzione, dicendo che attaccatosi il fuoco in Roma al tempio della Fortuna, perchè uno de' soldati metteva in burla quella falsa deità, i Romani accorsi a folla per ismorzar l'incendio, se gli avventarono addosso e l'uccisero. Di più non vi volle perchè gli altri soldati ammutinati facessero una fiera strage di que' cittadini, e se non accorreva Massenzio, la città affatto periva. Anche Nazario[Nazar., in Panegyr. Constant.], anche Prudenzio[Prudentius, in Sammach., lib. 1.]cilasciarono un vivo ritratto del compassionevole stato di Roma sotto di questo tiranno, impudico, crudele, assassino delle sostanze altrui, e dato alla magia per la folle speranza di scoprir l'avvenire: nel che quanto egli s'ingannasse fra poco apparirà.

Intanto l'Augusto Costantino con segrete lettere veniva sollecitato dai Romani a calare in Italia, per liberarli dall'insoffribil tiranno; ma quello che finalmente diede la spinta alle di lui armi, fu l'udire che Massenzio era risoluto di muovere a lui stesso guerra, con lasciarsene anche intendere dappertutto, e mirabil preparamento faceva a tal fine, fingendo di voler vendicare la morte di Massimiano suo padre. Un gran dappoco[Aurelius Victor, de Caesaribus. Incertus, Panegyrico Constantin.], un figlio della paura era per altro Massenzio; dato unicamente ai piaceri, non usciva quasi mai di palazzo: il più gran viaggio che faceva, ma di raro, consisteva in passare agli orti di Sallustio. La fidanza nondimeno di riuscire nelle grandi imprese, la riponeva egli nel numero e nella forza delle sue scapestrate milizie, in alcuni suoi valorosi uffiziali, e nei tesori ammassati con impoverire tutti i suoi sudditi. Oltre al grosso corpo dei suoi pretoriani, gente creduta la più valorosa dell'altre, oltre all'armata che già servì sotto suo padre, aveva egli fatta copiosa leva di soldati non meno in Italia che nell'Africa. Il panegirista anonimo di Costantino gli dà un esercito di cento mila combattenti. Aggiugne che quello di Costantino ascendeva solo alla quarta parte, cioè a venticinque mila, espressamente dicendo che era minore di quel di Alessandro il Grande, consistente in quaranta mila. Zosimo[Zosimus, lib. 2, cap. 15.], all'incontro, benchè lontano da questi tempi e fatti, pure con più verisimiglianza racconta che Massenzio avea in armi, oltre alle vecchie sue squadre, ottanta mila Italiani, e quaranta mila tra Siciliani ed Africani,di modo che nella sua armata si contavano cento settanta mila pedoni, e diciotto mila cavalli. Dall'altra parte Costantino aveva messo in piedi un esercito di gente, parte gallica e parte germanica, sino al numero di novanta mila fanti ed otto mila cavalli. Abbiamo da Nazario[Nazar., in Panegyr. Constant., cap. 9.]che Costantino tentò prima le vie dolci per risparmiare la guerra, con ispedir ambasciatori a Massenzio e far proposizioni di pace. Più che mai ostinato nei suoi disegni si trovò il tiranno: e non passò molto[Nazar., ibid., cap. 10.]ch'egli diede principio alla danza con abbattere in Roma le statue ed immagini di Costantino, più che mai protestando di voler la vendetta del padre. Ora Costantino, veggendo che a costui piaceva il giuoco continuò più che mai a mettersi in arnese. Ma per assicurarsi di non aver che un nemico da affrontare, trattò prima una lega con Licinio imperadore dell'Illirico, e gli riuscì di stabilirla con promettergli in moglieFlavia Valeria Costanzasua sorella[Lactant., de Mort. Persecut., cap. 43.]. Informato di questo accordo Massimino imperador dell'Oriente, che prima era in trattato di lega con esso Licinio, ingelosito della contratta loro forte amistà, quasi che mirassero alla di lui rovina, tosto si rivolse al tiranno di Roma, cioè Massenzio, con offerirsi di stringersi in lega con lui. Massenzio a braccia aperte accettò le esibizioni, parendogli mandato dal cielo un sì fatto aiuto in occasione di tanta importanza. Pure noi non sappiamo che Licinio porgesse in questa guerra soccorso alcuno a Costantino, nè che Massimino si sbracciasse punto per sostenere Massenzio.

Non volle già il saggio Costantino lasciarsi prevenir da Massenzio, ma animosamente determinò di prevenir lui, e di allontanar dal suo dominio la guerra, con portarla nel paese nemico. Probabilmente adunque sulla primavera dell'anno presente mosse egli dal Renol'armata sua[Incertus, in Panegyr. Costantini, cap. 5.], con inviarne un'altra per mare, e tal diligenza fece che all'improvviso comparve all'Alpi, e le passò senza trovar resistenza. Trovò bensì la città di Susa ben fortificata, ben rinforzata di guarnigione, che si oppose ai suoi passi, nè volle cedere alla chiamata. Costantino, senza mettersi ad assediarla, comandò immantinente che si attaccasse il fuoco alle porte, e si desse la scalata alle mura. V'entrò vittoriosa la di lui gente; e pure il buon imperadore ne impedì il sacco, e perdonò a quegli abitanti e soldati[Nazar., in Panegyr. Constan., cap. 22.]. S'inoltrò poi l'esercito suo alla volta di Torino; ma prima di giugnervi, ecco possenti schiere di nemici a cavallo, tutte armate di ferro, attraversargli il cammino. Fatto far largo ai suoi, Costantino le prese in mezzo, e poi diede loro addosso. I più restarono ivi atterrati a colpi di mazze, gli altri inseguiti sino a Torino, trovarono le porte che non si vollero aprir dagli abitanti per loro, a piè delle quali perciò rimasero estinti. Di volere del popolo entrò in quella città Costantino, ricevuto con giubilo da tutti. Questo primo prosperoso successo dell'armi sue mosse le circonvicine città a spedirgli dei deputati, con esibirgli la lor sommessione e provvisione di viveri, di maniera che, senza più sfoderar la spada, egli arrivò a Milano, dove entrò fra i viva di tutto quel popolo. Il buon trattamento ch'egli faceva a chiunque volontariamente si rendeva, invitava gli altri ad accettarlo allegramente per signore. Dopo aver dato per qualche giorno riposo all'esercito suo in quella nobil città, passò Costantino a Brescia, dove trovò un buon corpo di cavalleria che parea disposto a far fronte; ma sbaragliato con pochi colpi, prese tosto la fuga, con salvarsi a Verona, dove si erano unite le soldatesche di Massenzio, sparse prima in varii siti per difendere quella forte città[Incertus, in Panegyr. Costant., cap. 8.]. Aveaquivi il comando dell'armi Ruricio Pompeiano prefetto del pretorio, uomo di molta sperienza ne' fatti della guerra, che, senza volersi esporre all'azzardo di una battaglia, si dispose a sostenere l'assedio, con restare a sua disposizione il di là dall'Adige. Fu dato principio all'assedio, ma riconoscendosi la vanità d'esso se non si stringeva la città anche dalla parte settentrionale, riuscì poi alle milizie di Costantino di valicar quel fiume nella parte superiore in sito poco custodito da' nemici; e però d'ogni intorno restò assediata Verona. Più d'una sortita fece Pompeiano, ma con lasciar sempre sul campo la maggior parte dei suoi: il perchè prese egli la risoluzione di uscirne segretamente dalla città per portarsi a raunar gente, e tornar poi a soccorrerla. Ritornò in fatti con molte forze[Nazar., in Panegyr. Const., cap. 26.]. Ma Costantino, lasciata la maggior parte dell'esercito all'assedio, col resto, benchè inferiore di numero ai nemici, andò coraggiosamente ad assalirlo. Si attaccò la zuffa verso la sera, e durò parte della notte, colla totale sconfitta e strage grande de' Massenziani, e colla morte dello stesso lor generale Pompeiano. Grandi prodezze fece in questo combattimento Costantino, coll'entrare nel più forte e pericoloso della mischia, e menar le mani al pari d'ogni semplice soldato, di maniera che dopo la vittoria i suoi uffiziali colle lagrime agli occhi lo scongiurarono di non azzardar più a questa maniera una vita di tanta importanza[Incertus, in Panegyr., cap. 11.]. Pare che continuasse anche qualche tempo l'assedio, e che la città fosse presa o per dedizione o per assalto, e poi saccheggiata, ma i panegiristi d'allora, usati, secondo il loro mestiere, a farci veder solamente il bello del loro eroe, non ci lasciano scorgere come terminasse quella tragedia, se non che l'Anonimo scrive, che Pompeiano cagion fu della rovina di Verona, e che miserabil fu la calamità di quelpopolo. A tutti nondimeno fu salva la vita, ed anche agli stessi soldati nemici. Ma perchè non v'erano tante catene da poter legare sì gran copia di prigioni, Costantino ordinò che delle spade loro si facessero tante catene per custodirli nelle carceri.

Tocca Nazario[Nazar., in Panegyr. Const., cap. 27.]di passaggio le città d'Aquileia e di Modena, con far comprendere che anch'esse fecero della resistenza, e convenne usar della forza contra di esse. Ma in fine anche quei popoli si renderono e con piacere, perchè sottoposti a Costantino si promettevano migliore stato, e in fatti si trovarono da lì innanzi in buone mani. Niuna altra opposizione provò l'Augusto principe nella continuazion del suo viaggio, finchè arrivò alle vicinanze di Roma, primario scopo delle sue armi, per desiderio di far sua la capital dell'imperio, e di liberar quel popolo dal giogo intollerabile del violento tiranno Massenzio. Costui non s'era attentato in addietro, e molto meno si attentava ora a mettere il piede fuori di Roma[Lactant., de Mortib. Persecut., cap. 44.], perchè da' suoi astrologhi o maghi era stato predetto, che qualora ne uscisse, sarebbe perito. L'armata sua di gran lunga era superiore all'altra; in Roma aveva egli raunata un'immensa copia di viveri; ed inoltre colle immense somme d'oro, da lui messe insieme colle inudite sue avanie, si lusingava di poter sovvertire tutte le milizie di Costantino, siccome gli era venuto fatto con quelle di Severo e di Galerio. Il perchè sembrava più tosto godere che rattristarsi della venuta di Costantino, stante il tenersi egli come in pugno di spogliarlo di gente, di riputazione e di vita. Ma differenti erano gli alti disegni di Dio, che intendeva di liberar oramai Roma dal tiranno, e la sua Chiesa dalla persecuzion de' pagani, i quali intorno a tre secoli sparso aveano tanto sangue di persone innocenti. Era già l'Augusto Costantino assai inclinatoverso de' Cristiani, ancorchè nato ed allevato nella superstizion dei Gentili, con aver forse ereditato questo buon genio da Costanzo suo padre, da noi veduto sì favorevole ai cristiani, o pur da Elena sua madre. Trovandosi egli ora in questo gran cimento; cioè a fronte di un potentissimo nemico, e sul bivio o di perdere o di guadagnar tutto, allora fu che, conoscendo il bisogno di essere assistito da Dio, seriamente pensò a qual Dio dovesse egli ricorrere per aiuto. La follia e falsità de' finora creduti suoi dii in varie occasioni l'avea egli osservata, e però sull'esempio di suo padre non soleva più adorare se non il Dio supremo, padrone e regolatore dell'universo. Eusebio[Euseb., in Vita Constan., lib. 1, cap. 27 et seq.]gravissimo storico ci assicura d'aver intesa la verità di questo fatto dalla bocca del medesimo Costantino, allorchè da lì ad alcuni anni familiarmente cominciò a trattare con lui. Cioè si raccomandò egli vivamente a Dio creatore del tutto, quando nel marciar egli coll'esercito suo un giorno, sul bel mezzo dì mirò in cielo sopra il sole una croce di luce, ed appresso le seguenti parole:Con questa va a vincere.Di tal miracoloso fenomeno spettatori furono anche i soldati della sua comitiva. Restò egli perplesso del suo significato, quando nella seguente notte apparendogli in sogno Cristo, gli disse, che, di quella bandiera valendosi, egli vincerebbe. Nulla di più occorse perchè Costantino, fatti chiamare de' sacerdoti cristiani, ed esposto loro quanto avea veduto, imparasse a conoscere la venerazion dovuta alla Croce santificata da Gesù Cristo, e dal culto de' falsi dii passasse alla pura e santa religion dei Cristiani: fatto de' più mirabili e strepitosi che somministri la storia, perchè mutò affatto in poco di tempo anche la faccia del romano imperio.

Fece adunque Costantino mettere nelle sue insegne il monogramma diCristo Signor nostro, e con questa animosamente procedette contro del tiranno. In qual tempo precisamente, cioè se nel principio di questa guerra o pur nelle vicinanze di Roma, accadesse un tal fatto, l'han ricercato gli eruditi. Chiaramente Lattanzio[Lactantius, de Mort. Persecut. cap. 43.]scrive che Costantino prima di venir a battaglia con Massenzio, avvertito da Dio in sogno, fece mettere il nome di Cristo negli scudi de' soldati, e che in virtù d'esso vinse. E benchè possa parere strano a taluno, che i panegiristi di allora e gli storici pagani, come Eutropio, Sesto Vittore e Zosimo non abbiano fatto menzione alcuna di un avvenimento di tanta conseguenza; pure non è da maravigliarsene, perchè nè pur essi parlano della religion cristiana abbracciata da Costantino; o se ne parlano, solamente è per isparlarne, e non già per riconoscerne i pregi e i miracoli. A buon conto fuor di dubbio è che Costantino, abbandonati gl'idoli, abbracciò la credenza dei cristiani, e fu il primo degl'imperadori che venerasse la Croce; avvenimento per sè stesso miracoloso, ed effetto della mano di Dio. Lattanzio poi ed Eusebio furono scrittori nobili, contemporanei e familiari di quel grande Augusto, nè loro si può negar fede senza temerità. Le precauzioni che prese in questa congiuntura Massenzio, furono di portare l'armata sua, più numerosa di lunga mano che quella di Costantino, fuori di Roma, alla difesa del Tevere e di Ponte Molle; e di fabbricar su quel fiume un ponte di barche, congegnato in maniera, che levando via alcuni ramponi[Eusebius, in Vita Constantini, lib. 1, c. 38.], da' quali era legato nel mezzo, esso si scioglieva, non tanto per assicurarsi della propria ritirata occorrendo, quanto per annegare i nemici se si mettevano a passarlo. Arrivato che fu Costantino a Ponte Molle, quivi si accampò coll'esercito suo, ma senza scorgere come potere passar oltre; colla opposizione di un fiume alloraassai ricco d'acque, e difeso da tante squadre nemiche. Ma permise Iddio che il tiranno dovette essere sì caldamente spronato dagli uffiziali suoi, a' quali per la superiorità delle forze parea certa la vittoria, che s'indusse a far egli passare l'armata sua di là dal fiume pel nuovo ponte di navi, con animo di venir a battaglia campale col nemico; ed intanto prese posto fra Costantino e il Tevere ad un luogo appellato i Sassi Rossi, lungi da Roma, se disse il vero Aurelio Vittore[Aurelius Victor, de Caesaribus.], nove miglia. Non poteva Massenzio far cosa più grata di questa a Costantino, il quale non altro temeva, se non che il tiranno stesse chiuso in Roma, ed aspettasse piuttosto un assedio; il che sarebbe stato la rovina o di Roma, o degli assedianti, perchè quella gran città era a maraviglia fornita di munizioni da bocca e da guerra, e di un'armata maggior della sua[Incertus, in Panegyr. Costantini, cap. 16.]. Due giorni prima il tiranno spaventato da un sogno, s'era levato dal palazzo, e colla moglie e col figliuolo (non sappiamo se Romolo o pure un altro) era passato ad abitare in una casa particolare: dal che i superstiziosi Romani presagirono tosto che fosse imminente la sua caduta.

Era venuto il dì in cui Massenzio dovea celebrare il giorno suo natalizio, o pure l'ultimo dell'anno sesto del suo imperio con feste e giuochi; cioè il dì 27 d'ottobre, per quanto si ricava da Lattanzio[Lactantius, de Mortib. Persec., cap. 44.], ovvero il dì 28 d'esso mese, come si raccoglie da un Calendario antichissimo pubblicato dal Bucherio[Bucherius, de Cycl.]. Non mancò Massenzio di dare al popolo giuochi circensi; ma perchè il medesimo popolo gridò che Costantino non si potea vincere, tutto in collera si levò di là, e spediti alcuni senatori a consultare i libri sibillini[Zosimus, lib. 2, cap. 16.], mentreegli attendeva a far de' sacrifizii, gli fu riferito essersi trovato che in quel giorno avea da perire il nemico de' Romani. Questo bastò per incoraggirlo, perchè l'interpretò contra di Costantino, senza pensare ch'egli stesso potesse essere quel desso; e però tutto in armi passò all'esercito suo, il qual già era alle mani coll'avversario. Così Lattanzio. Ma i panegiristi di Costantino[Incertus, in Panegyr. Const., cap. 16. Nazar., in Panegyr., cap. 28.]sembrano dire ch'egli in persona schierò la propria armata ed attaccò la zuffa[Zosimus, lib. 2, cap. 16.]. Fu questa delle più terribili e sanguinose, e parve che Dio permettesse che il tiranno ristrignesse la sterminata moltitudine de' suoi fra il Tevere e l'esercito nemico, acciocchè restando sconfitta, ne perisse la maggior parte o trafitta dalle spade, o sommersa nel fiume. In fatti Costantino, dopo aver messe in miglior ordinanza di battaglia le sue milizie, tutto fiducia nel Dio de' cristiani, fece dar alle trombe, e innanzi agli altri si scagliò contro ai nemici. I primi a piegare furono i soldati romani ed italiani, perchè ansiosi d'essere liberati dall'insoffribil tiranno. Tennero forte gli altri, e moltissimo sangue si sparse; ma in fine rotta la cavalleria di Massenzio, tutto il suo campo voltò le spalle, ma con aver dietro le spade nemiche, ed avanti un largo fiume. Però la strage degli uccisi fu grande, maggior la copia di coloro che finirono la lor vita nelle acque. Anche Massenzio, spronato il cavallo, cercò di salvarsi pel suo ponte di barche, ma il trovò sì carico per la folla dei fuggitivi, ch'esso ponte si sciolse, e si affondò, ed egli in compagnia d'altra non poca gente precipitò nell'acque, ed ivi restò sommerso[Euseb., in Vit. Const., lib. 1, cap. 38.]. Giunta questa nuova in Roma, niuno per qualche tempo osò di mostrarne allegrezza, perchè non mancava chi l'asseriva falsissima; ma ritrovato nel giorno appresso il cadaverodell'estinto tiranno, e spiccatane dal busto le testa, portata che fu questa sopra un'asta nella città, allora tutto il popolo proruppe[Eutrop., in Breviar. Aurelius Victor, de Caesarib. Zosimus, lib. 1, cap. 16.]in trasporti incessanti di gioia, senza potersi esprimere quanta fosse la consolazion sua al trovarsi libero da un tiranno, delle cui iniquità parlarono cotanto non meno i cristiani che gli etnici scrittori. Ma crebbe il giubilo, quando videro entrar in Roma nel giorno susseguente al fatto d'armi il vittorioso Costantino in foggia di trionfo, ma insieme in abito di pace e d'amore, perchè senza condur prigioni, e con fare buon volto a tutti, e solamente con aria di clemenza si lasciò vedere a quel gran popolo.

Zosimo scrive ch'egli fece levar di vita un picciolo numero di persone troppo in addietro attaccate al tiranno; ed oltre a ciò Nazario sembra dire che Costantino sradicò dal mondo la di lui schiatta colla morte probabilmente del figliuolo di Massenzio, che non sappiamo se fosse Romolo o pure un altro. La clemenza sua si stese dipoi sopra il restante delle persone[Incertus, in Paneg. Const., cap. 21. Libanius, Oratione 21.], ricevendo in sua grazia chiunque era stato apertamente contra di lui, e conservando loro il possesso dei beni ed impieghi, e fino ad alcuni, dei quali il popolo dimandava la morte. Accettò inoltre al suo servigio que' soldati di Massenzio ch'erano salvati nella rotta, con levar loro l'armi; benchè dipoi loro le restituì, mandandoli solamente divisi alle guarnigioni dei suoi stati sul Reno e sul Danubio. Ma ciò che più d'ogni altra sua risoluzione diede nel genio al popolo romano, e gli guadagnò le benedizioni di ognuno, fu ch'egli abolì affatto la milizia pretoriana. Questo considerabil corpo di gente militare e scelta, istituito anche prima da Augusto, e conservato dai susseguenti imperadori per difesa delle lor persone,dell'imperial palazzo e della città di Roma, l'abbiamo tante volte vedute prorompere in deplorabili insolenza per rovina della medesima città, e divenuto con tante sedizioni l'arbitrio dello imperio, perchè avvezzo ad usurparsi l'autorità di creare o di svenar gl'imperadori. Incredibili specialmente erano stati i disordini da lor commessi sotto Massenzio, principe che per tenerseli bene affezionati, permetteva lor tutto, e sovente dicea che stessero pure allegri e spendessero largamente, perchè nulla lascerebbe mancare a soldati di tanto merito. Costantino ritenne chi volle servire al soldo suo con essere semplice soldato; e, licenziati gli altri, distrusse il castello pretoriano, specie di fortezza destinata lor per quartiere. Noi non sappiamo che altra guarnigione da lì innanzi stesse in Roma, fuorchè i vigili destinati a battere di notte la pattuglia, e forse qualche discreta guardia del palazzo dei regnanti. Ma non fu per questo abolita l'insigne carica di prefetto del pretorio, la quale continuò ad essere una delle prime nella corte imperiale. Anzi, perchè la division fatta da Diocleziano del romano imperio in quattro parti avea introdotto quattro diversi prefetti del pretorio, volendo cadaun de' principi il suo prefetto, cioè il suo capitano delle guardie; così ne seguitò il loro istituto, con trovar noi da qui innanzi i prefetti del pretorio dell'Italia, delle Gallie, dell'Illirico e dell'Oriente. Comparve poi nel senato il novello signore[Incertus, in Panegyr. Const., cap. 18.], e con graziosa orazione piena di clemenza parlò che voleva salva l'antica loro autorità. Gli accusatori, de' quali sotto i principi cattivi abbondò sempre la razza in Roma, e per cui non meno i rei che gl'innocenti perdevano roba ed anche vita, fu vietato l'ascoltarli da lì innanzi, ed intimato contra di essi l'ultimo supplicio. Erano poi innumerabili coloro che Massenzio ingiustamente avea o cacciati in esilio, oimprigionati, o condannati a diverse pene, o spogliati delle loro sostanze[Nazar., in Paneg. Constant., cap. 32 et seq.]. A tutti fu fatta grazia, ad ognuno restituiti i lor beni. In somma parve che Roma rinascesse in breve tempo, perchè nel termine di soli due mesi la benignità di Costantino riparò tutti i mali che nello spazio di sei anni avea fatto la crudeltà di Massenzio. Per questa vittoria dipoi divenne egli padron di tutta l'Italia, e fu meravigliosa la commozione delle persone accorse allora dalle varie provincie a Roma, per mirar coi loro occhi l'invitto liberatore che rotte avea le lor catene. Fu anche inviata in Africa la testa del tiranno accolta ivi con istrepitose ingiurie; e però senza fatica, anzi con gran festa, i popoli ancora di quelle provincie riconobbero per lor signore chi gli avea finalmente tratti da lagrimevole schiavitù.

Consoli

Flavio Valerio Costantino Augustoper la terza volta,Publio Valerio Liciniano Licinio Augustoper la terza.

Fu in quest'anno prefetto di RomaRufio Volusiano. Ho ben io, secondo l'uso di altri scrittori, notato negli anni addietro, cominciando dal principio dell'Era nostra, leIndizioni, cioè un corso di quindici anni, terminando il quale si torna a contare la prima indizione. Ma tempo è ormai d'avvertire che non furono punto in uso le indizioni ne' secoli passati, e che, per consentimento degli eruditi, ne fu istitutore Costantino il Grande[Panvin., in Fast. Consul. Petav., de Doctrina Tempor. Pagius, in Critic. Baron.]. Il motivo di tal istituzione resta oscuro tuttavia. Opinione fu de' legisti, ch'essa indizione fossecosì chiamata da un determinato pagamento di tributi, e il cardinal Baronio[Baron., in Annalib. Eccles.]aggiunse, fatto questo regolamento pel tempo destinato ai soldati di militare, dopo il quale s'imponeva un tributo per pagarli. Conghietture son queste assai lodevoli, ma che nulla di certo a noi somministrano. Quel che è fuor di dubbio, servirono da lì innanzi, e tuttavia servono le indizioni per regolare il tempo. Tiensi inoltre che la prima indizione cominciasse a correre nel settembre dell'anno precedente, e non già per la vittoria di Costantino contra di Massenzio, come immaginò il Panvinio, perchè questa accadde sul fine d'ottobre. Ma perchè appunto nel settembre antecedente non era Costantino per anche padrone di Roma, han creduto alcuni che si desse principio ad essa indizione nel settembre dell'anno corrente: il che alle pruove non sussiste. Potè anche prima della vittoria Costantino introdurre l'uso di tali indizioni, essendo per altro fuor di dubbio che le nuove indizioni cominciavano il corso loro nel dì primo di settembre, o pure nel dì 24 d'esso mese; e questo uso per assaissimi secoli durò in Occidente, con essere poi prevaluto quel della curia romana, la quale da qualche secolo in qua conta dal dì primo di gennaio la novella indizione. Egli è ben credibile che l'Augusto Costantino continuasse a dimorare in Roma almen sino alle calende di gennaio di quest'anno, per solennizzar ivi il terzo suo consolato. Quivi pubblicata fu una legge[Cod. Theodos. L. 13, tit. 10, lib. 1.]in sollievo de' poveri, che dai collettori delle pubbliche imposte erano più del dovere caricati per favorire i ricchi. Passò egli dipoi a Milano, ed era in quella città nel 10 di marzo, come apparisce da un'altra sua legge[Gothofredus, in Chron. Cod. Theodos.]. Chiamato colà Licinio imperadore dall'Illirico, vi venne per isposareCostanzasorella dell'Augusto Costantino, a lui promessa nell'anno precedente, e quivi in fatti si solennizzarono quelle nozze, e si formò un nuovo decreto per la pace delle chiese e persone cristiane.

Fin quando era in Roma Costantino, avviso gli pervenne che i Franchi, gente avvezza a violar per poco i patti e i trattati, faceano de' preparamenti per passar ai danni delle Gallie. E perciò, sbrigato dagli affari dell'Italia, volò alle sponde del Reno[Incertus, Panegyr. Const., cap. 22. Zosimus, lib. 2, cap. 17.], e trovò non ancora passati i Barbari. Fece egli finta di ritirarsi, mostrandosi non accorto dei loro andamenti, ma lasciò in un'imboscata un grosso corpo di gente. Allora fu che i Barbari, credendo lui ben lontano, si arrischiarono a valicare il Reno in gran copia. Ma caduti nell'agguato, pagarono ben caro il fio della loro perfidia. Nè questa bastò. Eccoti giugnere di nuovo Costantino, il quale, radunata una buona flotta di navi, ed imbarcata la sua gente, passò animosamente il Reno, e portò lo sdegno e la vendetta addosso a quelle barbare e disleali nazioni. L'Anonimo Panegirista gonfiando le pive secondo l'uso de' suoi pari, giugne a dire, aver Costantino dato sì gran guasto al loro paese, e fatta cotanta strage di loro, che si credeva non doversi più nominar la nazione dei Franchi, avvezza in que' tempi a solamente nudrirsi di cacciagione. Ci farà ben vedere la storia che sparata oratoria fosse la sua. Sembra che in questo anno appunto il panegirista suddetto, creduto Nazario da alcuni, recitasse in Treveri quel panegirico in lode di Costantino, con dire, fra l'altre cose, che il senato romano ad esso Augusto avea dedicata una statua, come ad un dio liberatore, e che l'Italia gli avea anche essa dedicato uno scudo e una corona d'oro. Ed è anche da osservare che quell'oratore, per altro pagano, sul fine ricorre non al suo Giove, non ad Apolloo ad altra delle false divinità, ma all'invisibile Creatore dell'universo Iddio, pregandolo di conservar vita così preziosa come quella di Costantino. Dovea costui sapere qual già fosse la credenza di questo glorioso imperadore, già divenuto adoratore del solo vero Iddio.

L'anno fu questo, per attestato di Lattanzio, e non già l'anno 316, come han creduto Zosimo, l'autore della Cronica Alessandrina e Idacio, in cui il vecchioDiocleziano, già imperadore, diede fine al suo vivere nella villa del territorio di Salona, città della Dalmazia sull'Adriatico, dove dicemmo ch'egli s'era ritirato a vivere dopo l'abdicazion dell'imperio. Quivi si crede che sorgesse la moderna città di Spalatro. Non si può negare che di belle qualità concorressero in Diocleziano. Due autori pagani, cioè Libanio[Liban., Oratione 14.]e Giuliano l'Apostata[Julian., Oratione I.], il lodano come persona ammirabile in molte cose, benchè non in tutte, riconoscendo fra l'altre, ch'egli avea faticato di molto in utilità del pubblico. Veggonsi tuttavia molte leggi fatte da lui, ed inserite nel Codice di Giustiniano, che spirano prudenza e giustizia. Gran cura ebbe egli sempre di promuovere i buoni[Aurelius Victor, in Epitome.]e di punire i cattivi, di mantenere l'abbondanza dei viveri, e di rimettere in buono stato i paesi spopolati per le guerre. Sotto di lui andarono a vuoto tutti gli sforzi delle barbare nazioni: tanta era l'applicazione di lui, tanti i suoi viaggi e le sue fatiche per reprimere col braccio del suo bravo, cioè di Massimiano Erculio, i nemici del romano imperio. Sapeva anche farsi amare, e soprattutto poi fu con ragione ammirata la di lui saviezza, perchè, quantunque per forza deponesse l'imperio, pure disingannato delle spinose grandezze del principato, non seppe mai più indursi a ripigliarlo, risoluto di finire i suoi giorni in vitaprivata. Ma non andò esente da biasimo[Lactantius, de Mortib. Persecut., cap. 7.]l'aver egli, secondo la sua politica, moltiplicati i principi, e divise le provincie dell'imperio, siccome abbiamo veduto; perciocchè, oltre all'essere costato carissimo ai popoli il dover mantenere dueAugustie dueCesari, nello stesso tempo dominanti nel paese loro assegnato, e con corte non inferiore alle altre, di qui poi venne uno smembramento della monarchia romana, e le guerre fin qui accennate, ed altre che vedremo fra poco. Moltiplicò eziandio gli uffiziali e gli esattori in cadauna provincia, che servirono a conculcare ed impoverire i popoli. E perciocchè egli sommamente si dilettò di alzar suntuose fabbriche tanto in Roma che in altri paesi, e particolarmente a Nicomedia, con disegno di renderla uguale a Roma, e fatta una fabbrica, se non gli piaceva, la faceva atterrare per alzarne una nuova: di qua vennero infinite angarie alle città, per somministrar artefici, per condurre materiali, e per pagar taglioni; di modo che per ornare le città egli rovinava le provincie. Dell'avarizia di Diocleziano abbiam parlato altrove. Ammassava tesori, ma non per ispenderli, fuorchè una parte nelle fabbriche suddette; poichè per altro se occorrevano bisogni del pubblico, soddisfaceva coll'imporre nuove gravezze. E qualora egli osservava qualche campagna ben coltivata, o casa ben ornata, non mancavano calunnie contro ai padroni, per carpir loro non solamente gli stabili, ma anche la vita, perchè egli senza sangue non sapea rapire l'altrui. Cosi Lattanzio. Ed anche Eusebio attesta aver egli colle nuove imposte così scorticati i popoli, che più tollerabile riusciva loro il morire che il vivere.

Motivo ancora alla pubblica censura diede il fasto di Diocleziano per lo suo sfoggiare in abiti troppo pomposi, siccome accennammo di sopra; e il peggio fu che introdusse il farsi adorare, cioèl'inginocchiarsi davanti a lui: cosa allora praticata solamente coi falsi dii, e non gli dispiaceva di ricevere il titolo di Dio, e che si scrivesse alla sua divinità. Questi conti avea da fare un così ambizioso ed avaro principe col vero Dio, ad onta ancora del quale aggiunse in fine agli altri suoi reati quello della fiera persecuzione che egli, come capo dell'imperio, mosse contra degl'innocenti seguaci di Cristo. Noi già il vedemmo, appena cominciata questa persecuzione, colpito da Dio con una lunga e terribile malattia, e poi balzato dal trono. Certamente per alcuni anni nel suo ritiro fu onorato da que' principi che regnarono dopo di lui, perchè tutti da lui riconoscevano la lor fortuna, ed era da essi sovente consultato negli affari scabrosi. Ma il fine ancora di Diocleziano non andò diverso da quello degli altri persecutori della Chiesa di Dio. Fioccarono le disgrazie e i crepacuori sopra di lui nell'ultimo di sua vita. Vide abbattute da Costantino le statue ed iscrizioni sue; vide Valerla sua figliuola, già moglie di Galerio Massimiano, e Prisca sua moglie, rifugiate nell'anno 311 nelle terre di Massimino imperador d'Oriente, maltrattate da lui, spogliate dei lor beni, e poi relegate ne' deserti della Soria. Mandò ben egli più volte de' suoi uffiziali[Lactantius, de Mortib. Persec., cap. 41.]a pregare quel crudele Augusto di restituirgli due sì care persone, ricordandogli le tante sue obbligazioni; ma nulla potè ottenere: negativa, per cui crebbe tanto in lui il dolore e il dispetto, che, veggendosi sprezzato ed oltraggiato da tutti, cadde in una tormentosa malattia. A farlo maggiormente disperare dovette altresì contribuire, se è vero, ciò che narra Aurelio Vittore[Aurelius Victor, in Epitome.], cioè che avendolo Costantino e Licinio pregato d'intervenire in Milano alle nozze poco fa accennate, egli se ne scusò con allegare la sua grave età: del che mal soddisfatti quei principi, gliscrissero una lettera minaccievole, trattandolo come da lor nemico. Per questo disgustoso complimento, venuto dietro alle altre suddette disavventure, egli si ridusse a non voler nè mangiare nè dormire, sospirando, gemendo, piagnendo, e rivoltandosi ora nel letto, or sulla terra, tanto che disperato chiuse gli occhi per sempre circa il mese di giugno dell'anno presente. Fu egli poi deificato secondo l'empietà d'allora, per attestato di Eutropio[Eutrop., in Breviar.]. Nelle medaglie[Mediob., Numism. Imper.]nol veggo col titolo di Divo, ma bensì in un editto di Massimino e in altre memorie si truova a lui compartito questo sacrilego onore. Fiorirono a' suoi tempi Sparziano, Lampridio, Capitolino, Vulcazio Gallicano e Trebellio Pollione, scrittori della Storia Augusta tante volte di sopra mentovati, senza de' quali resterebbe per due secoli troppo involta nelle tenebre la storia romana. Fiorì ancora Porfirio, filosofo celebre del paganesimo, e nemico giurato della religione cristiana: intorno ai quali si possono vedere il Vossio, il Tillemont, il Cave ed altri autori.

Più visibilmente ancora si fece in quest'anno sentir la mano di Dio sopra un altro persecutore della religione cristiana, forse il più crudele degli altri, cioè sopraMassiminoAugusto, signoreggiante nelle provincie d'Oriente. Già vedemmo che anch'egli concorse nello editto pubblicato da Galerio Massimiano imperadore, di concerto con gli altri Augusti, per dar la pace ai Cristiani; ma se ne dimenticò egli ben tosto, e seguitò con più cautela, ma pur seguitò ad infierir contra di loro. Abbiamo da Eusebio[Eusebius, Histor. Eccl., lib. 9, cap. 9.], che, tolto di vita Massenzio, unitamente Costantino e Licinio Augusti diedero fuori nell'anno precedente un proclama in favor de' cristiani; ed inviatolo a Massimino, non solo il pregarono di conformarsi alla loro intenzione,ma in certa guisa gliel comandarono. Per paura mostrò egli della prontezza a farlo; e, pubblicato un editto, l'inviò a Sabino e agli altri uffiziali del suo imperio. Ma nè pure per questo cessò il suo mal talento, perchè di nascosto faceva annegar quei cristiani che gli capitavano alle mani; nè permetteva loro di raunarsi, nè di fabbricar le chiese loro occorrenti. Giacchè i suddetti due Augusti in Milano confermarono il già fatto editto per la pace de' cristiani, alcuni han creduto che comunicassero di nuovo ancor questo a Massimino, ma senza apparirne pruova alcuna. Anzi abbiamo che lo stesso Massimino cominciò la guerra a Licinio nel tempo stesso che questi venne a trovar Costantino in Milano. S'era avuto non poco a male quel superbo[Lactant., de Mortib. Persecut., cap. 44.]che il senato romano avesse decretata la precedenza di Costantino agli altri due Augusti, nè sapeva digerire la vittoria da lui riportata contro Massenzio. S'aggiunse che egli avea bensì tenuta nascosta la sua lega con Massenzio, ma di questa venne ad accertarsi Costantino colle lettere trovate dopo la morte del tiranno nella di lui segreteria. Il perchè immaginando egli un mal animo in Costantino verso di sè, vieppiù gli crebbe la rabbia al vedere ito Licinio a Milano per abboccarsi con esso Costantino e per contrarre parentela con lui, perchè tutto a lui pareva concertato per la propria sua rovina. Determinò dunque di prevenir egli i veri o creduti suoi avversarii; e preso il tempo medesimo in cui Licinio Augusto si trovava lungi da suoi Stati per la sua venuta a Milano, mosse l'esercito suo, e a gran giornate dalla Soria si trasferì nella Bitinia. Durava tuttavia il verno; il rigor della stagione, le nevi, le pioggie, le strade rotte gli fecero perdere gran parte de' suoi cavalli e delle bestie da soma. Ciò non ostante, senza prendere posa, traghettato lo stretto, passò nella Tracia, e si presentò sottoBisanzio, dove coi regali e colle promesse tentò indarno di sedurre quella guarnigione, e gli convenne adoperar la forza. Perchè erano pochi i difensori, non più che undici giorni sostennero l'assedio e gli assalti, e poi si renderono. Arrivato Massimino ad Eraclea, ivi ancora fu obbligato a spendere alquanti giorni per ridurre alla sua ubbidienza quella città. Un ritardo tale al corso delle sue armi servì ai corrieri per portare volando in Italia l'avviso della invasione, e a Licinio per tornarsene con diligenza a' suoi Stati. Quivi in fretta raunate quelle truppe che potè, s'innoltrò sino ad Andrinopoli non già col pensiero di venire ad alcun fatto d'armi, ma solamente per fermare le ulteriori conquiste di Massimino, perch'egli non avea più di trenta mila combattenti, laddove il nemico ne conduceva settanta mila. Il racconto è tutto di Lattanzio.

Seguita egli poi a dire che giunsero a vista l'una dell'altra le due armate tra Andrinopoli ed Eraclea[Lactant., de Mortib. Persecut., cap. 46.]. Era il penultimo dì d'aprile, e Licinio, veggendo di non poter fare di meno, pensava di dar battaglia nel giorno primo di maggio, perchè, essendo quel dì in cui Massimino compieva l'anno ottavo dell'esaltazione sua alla dignità cesarea, sperava di vincerla, come era succeduto a Costantino contra Massenzio in un simile giorno. Massimino, all'incontro, determinò di venire alle mani nell'ultimo di aprile, per poter poi dopo la segnata vittoria festeggiare nel dì appresso il suo natalizio. E la vittoria se la teneva ben egli in pugno, dopo aver fatto voto a' suoi insensati Numi, che guadagnandola, avrebbe interamente esterminati i cristiani. Ora Licinio, che non potea più ritirarsi, nella notte in sogno fu consigliato di ricorrere per aiuto all'onnipotente vero Dio d'essi cristiani con una preghiera ch'egli poi, venuto il giorno, fece scrivere in assaissimi biglietti, e distribuire fra l'esercito suo. La rapportaintera lo stesso Lattanzio[Lactant., de Mort. Persecut., cap. 47.]. La mattina dunque del dì ultimo d'aprile ben per tempo mise Massimino in ordinanza di battaglia le sue milizie: il che riferito nel campo di Licinio, anche egli fu forzato a schierar le sue. Era quella campagna sterile e fatta apposta per sì brutta danza: le due armate stavano già a vista l'una dell'altra, e chi ansioso e chi timoroso di venire al cimento: quando i soldati di Licinio, cavatisi di testa gli elmi, e colle mani alzate verso il cielo, a dettatura de' loro uffiziali, intonarono per tre volte coll'imperadore la preghiera suddetta al formidabil Dio degli eserciti, supplicandolo della forte sua assistenza in quel bisogno, con tal mormorio, che anche si udì dalla nemica armata. Ciò fatto, rimessi in testa gli elmi, imbracciano gli scudi, e pieni di coraggio stanno con impazienza aspettando il segno della battaglia. Seguì un abboccamento fra i due imperadori, ma senza che Massimino volesse piegarsi a condizione alcuna di pace, perchè lusingato dalla speranza di veder desertare tutto l'esercito di Licinio alla sua parte, per esser egli in concetto di principe assai liberale verso le persone militari. Anzi sognava con tanto accrescimento di forze di poter poi procedere contra di Costantino, e di abbattere dopo l'uno anche l'altro. Ed eccoti dar fiato alle trombe, accozzarsi amendue le armate[Eusebius, Histor. Eccl., l. 1, cap. 10.]. Parve che quei di Massimino non sapessero mettere mano alle spade, nè scegliere i lor dardi. Di qua e di là correa Massimino per animarli alla pugna, pregando, promettendo ricompense, ma senza essere ascoltato. Per lo contrario quei di Licinio come lioni menavano le mani, facendo, benchè tanto inferiori di numero, orribil macello dei nemici, i quali sembravano venuti non per combattere, ma per farsi scannare. Già era seguita una fiera strage di loro, quando Massimino, accortosi che la faccendapassasse diversamente dal suo supposto, cadutogli il cuor per terra, gittò via la porpora; e presa una veste da servo, e datosi alla fuga, andò a passare il mare allo stretto di Bisanzio. Intanto l'una metà del suo esercito restò vittima delle spade, l'altra o si rendè o si salvò colla fuga[Lactant., de Mortib. Persecut., cap. 48.]. Le stesse sue guardie si diedero al vincitore Licinio.

Tal diligenza fece Massimino in fuggire, che nel termine di una notte e di un dì, cioè nella sera del giorno primo di maggio pervenne (certamente coll'aiuto delle poste) a Nicomedia in Bitinia, lontana dal luogo della battaglia suddetta cento sessanta miglia. Quivi nè pur credendosi sicuro, prese seco in fretta i figli, la moglie e pochi de' suoi cortigiani, e ritirossi nella Cappadocia, dove, dopo aver messo insieme, come potè, un corpo di soldatesche, in fine ripigliò la porpora; e tutto furore fece uccidere molti de' suoi sacerdoti e profeti, accusandoli come autori delle sue disgrazie coi loro falsi oracoli. Ma Licinio, senza perdere tempo, con una parte del vittorioso esercito suo, ricuperata che ebbe assai facilmente la Tracia, passò il mare, e s'impadronì della Bitinia. Trovavasi egli nella città di Nicomedia nel dì 13 di giugno[Idem, ibidem.], quando, riconoscendo dal Dio dei cristiani l'avvenimento felice delle sue armi, a nome ancora dell'Augusto Costantino, pubblicò un editto, con cui annullò tutti gli altri emanati contra di essi cristiani, e loro concedette la libertà della religione e la fabbrica della chiese. Inseguì poscia Licinio con vigore il fuggitivo Massimino, il quale, troppo tardi conosciuto il gastigo di Dio per l'ingiustizia e barbarie sua contro chi professava la legge di Cristo[Eusebius, Histor. Eccl., lib. 1, cap. 10.], pubblicò anch'egli un editto in lor favore: con che cessò la fiera carnificina che dianzi si faceva degl'innocenti sudditisuoi. Fortificò poscia Massimino i passi del monte Tauro per impedire i progressi al nemico Licinio[Zosimus, lib. 2, cap. 17.]; andò anche in Egitto per far nuove leve di gente; ma ritornato alla città di Tarso, e udito che Licinio superava gli argini e i trinceramenti del monte suddetto, e che per mare e per terra gli veniva addosso una fiera tempesta, allora s'avvide di non poter resistere alle forze dell'avversario, nè alla giustizia di Dio irritata contro di lui. Adunque disperato ebbe ricorso al veleno[Euseb., lib. 9, cap. 10. Lactant., de Mortib. Persecut., cap. 49.]; ma perchè lo prese dopo aver mangiato e bevuto a crepa pancia, non potè il veleno levarlo di vita, e solamente gli cagionò una terribil malattia, per cui s'empiè tutto di piaghe, sentendosi anche bruciar le viscere, e consumare fra insoffribili dolori. Arrivò il suo corpo a diseccarsi, non restandogli altro che la pelle e l'ossa, in guisa che perdè affatto la sua forma antica, nè più si conosceva per quel che fu[Chrysostomus, Orat. in Gent.]. Gli uscivano ancora gli occhi di testa; effetti tutti non men del potente veleno, che dell'ira di Dio, come attestano Eusebio e san Girolamo[Hieronymus, in Zachariam, cap. 14.]; di modo che quel suo corpo tutto marcito meritava più tosto d'essere appellato un fetente sepolcro, in cui si trovava imprigionata un'anima cattiva. Così fra gli urli, e con dar della testa ne' muri, e confessando finalmente il grave suo delitto, per aver perseguitato Gesù Cristo nella persona de' suoi servi, ma senza abbandonar per questo la superstizion pagana, finì Massimino la detestabil sua vita. Lasciò de' figli maschi, alcuno dei quali aveva egli associato all'imperio, e una figliuola di sette anni, promessa già in moglie a Candidiano figlio bastardo di Galerio Massimiano. Ma Licinio levò poi dal mondo tutta la di lui stirpe, secondo i giusti giudizii di Dio,che furono visibili sopra tutti questi tiranni persecutori della santa sua religione.

Per la morte di Massimino, il vincitor Licinio niuna fatica durò più ad impossessarsi di tutto l'Oriente[Aurelius Victor, de Cesaribus. Zosimus, lib. 2, cap. 18. Euseb., lib. 9, cap. 11.]. Pervenuto egli ad Antiochia, quivi lasciò le redini alla sua fierezza non solamente, come dissi, contro la prole di Massimino e contra della di lui moglie, che fu gittata ne' gorghi del fiume Oronte; ma anche contro la maggior parte de' suoi favoriti e ministri, fra' quali spezialmente si contarono Calciano e Peucecio o Picenzio, che aveano sparso tanto sangue del popolo cristiano. Levò del pari la vita ad un Teotecno, facendogli prima confessar le sue imposture, per le quali avea fatto di gran male ad essi cristiani. Mentre dimorava Licinio nella suddetta città d'Antiochia, venne a presentarsegli Candidiano, che già dicemmo figliuolo di Galerio imperadore, e perseguitato da Massimino. Fu sulle prime ben accolto, ben trattato, di maniera che Valeria figlia del fu Diocleziano, che l'avea adottato per figliuolo, partendosi dal luogo dell'esilio suo, venne travestita alla corte per vedere l'esito di questo giovane. Ma quando men se l'aspettava la gente, tolta fu da Licinio a Candidiano la vita, ed insieme con lui perdè la sua Severiano, figlio di quel Severo Augusto che vedemmo ucciso nell'anno 307. Fu preteso che l'un d'essi, o pure amendue avessero disegnato, dopo la morte di Massimino, di prendere la porpora. Uscì ancora sentenza di morte contro la suddetta Valeria, la quale, udito sì disgustoso tenore, prese la fuga, e per quindici mesi andò errando sconosciuta in varii paesi, finchè scoperta in Tessalonica, ossia in Salonichi, e presa con Prisca sua madre, già moglie di Diocleziano[Lactantius, de Mort. Persec., cap. 51.], furono tutte e due condannatenell'anno 315 a perdere la testa, compiante da ognuno, e massimamente Valeria, per essersi tirati addosso que' disastri col voler conservare la castità in mezzo agli assalti dell'iniquo Massimino. Ma Iddio, sdegnato contro la stirpe di quegli Augusti che tanta guerra aveano fatto ai suoi servi, non essi solamente, ma anche tutta la lor famiglia volle sradicata dal mondo. Fu in oltre l'estinto Massimino dichiarato tiranno e pubblico nemico dei due Augusti Costantino e Licinio, spezzate le sue statue, cancellate le iscrizioni, ed abbattuta ogni memoria alzata in onore di lui e de' suoi figliuoli. Nè si dee tacere che, non so se prima o dopo la rotta data nel penultimo dì d'aprile da Licinio a Massimino, unValerio Valentesi fece proclamarAugustoin Oriente[Lactantius, de Mortib. Persecut., cap. 50. Aurelius Victor, in Epitome.]. Massimino il prese; ma non avendo egli voluto allora ucciderlo, Licinio di poi, divenuto padrone dell'Oriente, gli diede il meritato gastigo con torgli la vita. Il padre Pagi[Pagius, Critic. Baron. ad hunc annum.]ne parla a lungo sotto quest'anno; ma contuttociò resta non poca oscurità intorno ai fatti di costui.

Consoli

Caio Ceionio Rufio Volusianoper la seconda volta edAnniano.

Truovasi prefetto di Roma in questo annoRufio Volusiano. Ciò non ostante, vien creduto ch'egli esercitasse nel medesimo tempo il consolato, giacchè la prefettura era stata a lui appoggiata nel settembre dell'anno precedente. Sul principio di questo terminò i suoi giorniMelchiadepapa[Chron. Damasi, seu Anast. Biblioth.], e succedette a lui nella sedia di san PietroSilvestro, chenoi vedremo uno de' più gloriosi pontefici della Chiesa di Dio, e felice anche in terra, perchè vivuto a' tempi del primo degl'imperadori cristiani, cioè di Costantino. Certamente non tardò questo insigne Augusto a farsi conoscere dopo la rotta di Massenzio quale egli era, cioè attaccato alla religione de' cristiani, e per questo si stima ch'egli, trionfalmente entrato in Roma, non passasse al Campidoglio, ricusando di portarsi a venerar il Giove sordo de' Romani[Euseb., Hist. Eccles., lib. 9.]. Fece in oltre alzare una statua in Roma a sè stesso, che teneva la croce in mano, per segno che da quella egli riconosceva la riportata vittoria. La prudenza sua non gli permise per allora di far altra maggior risoluzione, perchè egli desiderava che i popoli spontaneamente, e non già per forza, si arrendessero al lume del Vangelo, oltre al temer di sedizioni, ove egli avesse tentato di levar la libertà della religione in un subito ad immensa gente che tuttavia professava il paganesimo. Truovasi in alcune iscrizioni, fra gli altri titoli d'autorità e d'onore conferiti a Costantino, quello dipontefice massimo; ma, siccome osservò il padre Pagi[Pagius, Crit. Baron. ad annum 312.], non fu cotal titolo da lui preso, ma solamente a lui dato dai pagani, secondo l'antico lor uso. Per altro pubblicamente egli si studiava di far conoscere ai Romani il Dio, a cui si doveano gl'incensi[Euseb., in Vita Constant., lib. 1, cap 42.]; un gran rispetto professava ai vescovi ed altri ministri dell'Altissimo; ne teneva alcuni ancora in sua corte, li voleva alla sua mensa, e compagni anche nei viaggi, credendo che la loro presenza tirasse sopra di lui i favori e le benedizioni del cielo. Era già insorto nell'Africa lo scisma de' Donatisti con una deplorabil division di quelle chiese. L'Augusto Costantino, benchè novizzo nella religion di Cristo, in vece di scandalezzarsi di una tal discordia troppo contraria agli insegnamenti delVangelo, si accese più tosto di zelo per curare e sanar quella piaga[Labb., Concil. Collect. Baron., in Annal. Pagius, in Crit. Bar.]. Intimò dunque un concilio di vescovi ad Arles, acciocchè ivi si discutessero le accuse de' Donatisti contra di Ceciliano vescovo; e in una lettera loro scritta espresse i sentimenti della sua vera pietà, con rilevare la benignità di Dio verso de' peccatori, dicendo:Ho operato anch'io molte cose contrarie alla giustizia, senza figurarmi allora che le vedesse la suprema Potenza, ai cui occhi non sono nascose le fibre più occulte del mio cuore. Per questo io meritava d'essere trattato in una maniera conveniente alla mia cecità, e di essere punito con ogni sorta di malanni. Ma così non ha fatto l'onnipotente ed eterno Dio che tien la sua residenza ne' cieli. Egli per lo contrario mi ha compartito dei beni, de' quali io non era degno, nè si possono annoverar tutti i favori, coi quali la bontà celeste ha, per così dire, oppresso questo suo servo.

Dacchè ebbe Licinio Augusto atterrato il nemico Massimino, siccome dissi, tutte le provincie dell'Oriente coll'Egitto vennero in suo potere, e si unirono coll'Illirico, formando egli così una vasta possanza. L'Italia, l'Africa e tutte le restanti provincie d'Occidente rendevano ubbidienza all'Augusto Costantino di lui cognato. Ma, per attestato di Aurelio Vittore[Aurelius Victor, de Caesaribus.], troppo diversi di genio erano questi due principi. Costantino, istruito già delle massime del Vangelo, inclinava alla clemenza; se non avea già abolito, tardò poco ad abolire l'antico uso del patibolo della croce, perchè santificata dal divino Salvator nostro, siccome ancor l'altro di rompere le gambe ai rei. Ai suoi stessi nemici lasciava egli ancora godere gli onori e i beni, non che la vita; laddove Licinio, uomo selvatico e dato al risparmio, facilmente infieriva contra delle persone; ed abbiam veduto di sopra un notabile esempiodella sua crudeltà; sapendosi inoltre ch'egli non si guardò dal tormentare a guisa di vili servi non pochi innocenti e nobili filosofi di que' tempi. Poco per questo durò fra tali regnanti la buona armonia, anzi si allumò guerra fra loro nell'anno presente. Truovavasi l'imperador Costantino ne' primi mesi di questo anno in Treveri, dove pubblicò varii ordini e leggi[Gothofred., Chron. Cod. Theodos.]concernenti il pubblico governo, ed una principalmente, in cui rimediò al disordine accaduto sotto il tiranno Massenzio; cioè all'aver molti perduto la lor libertà per la prepotenza e violenza de' grandi che tuttavia li riteneva per ischiavi. Coll'intimazione di gravi pene comandò egli che fosse escluso dalle dignità chiunque avea poco buon nome e carestia d'onoratezza. Il motivo della disunione e guerra nata in quest'anno fra Costantino e Licinio resta dubbioso. Zosimo[Zosimus, lib. 2, cap. 18.]scrittor pagano ne rigetta tutta la colpa sopra il solo Costantino, che non sapeva mantenere i patti, e cominciò a pretendere qualche paese come di sua giurisdizione. Eutropio[Eutrop., in Breviar.], anch'egli scrittore pagano, ne attribuisce l'origine all'ambizione di Costantino, malattia troppo familiare ai regnanti del secolo, e che mai non suol dire basta, se non quando il timore la frena. Ma Libanio sofista pretende che Licinio per lo stesso male fosse il primo a rompere la concordia; ed il perchè ce l'ha conservato l'Anonimo Valesiano[Anonymus Valesianus post Ammianum.]. Scrive questo autore, aver Costantino maritataAnastasiasua sorella a Bassiano, con disegno di dichiararlo Cesare, e di dargli il governo dell'Italia. Per camminar dunque d'accordo col cognato Licinio, spedì a lui un personaggio nomato Costanzo, richiedendolo del suo assenso. Venne in questo mentre Costantino a scoprire che Licinio segretamente per mezzo di Senecione, fratello di Bassiano, esuo confidente, era dietro ad indurre lo stesso Bassiano a prendere l'armi contra del medesimo Costantino. Di questa trama fu convinto Bassiano, e gli costò la vita. Fece Costantino istanza per aver nelle mani il manipolatore di tal trama, cioè Senecione; e Licinio gliel negò. Per questa negativa, e perchè Licinio fece abbattere le immagini e statue di Costantino in Emona, città, non so se dell'Istria o della Pannonia, si venne a guerra aperta. Costantino marciò in persona con una armata di soli venti mila tra cavalli e pedoni alla volta della Pannonia, per farsi giustizia, coll'armi, e s'incontrò nelle campagne di Cibala con Licinio, il cui esercito ascendeva a trentacinque mila uomini, parte cavalleria e parte fanteria. Qui furono alle mani i due principi, e ne rimase sconfitto Licinio. Zosimo[Zosimus, lib. 2, cap. 18.]descrive l'ordine di quella battaglia, che durò dalla mattina sino alla sera con gran mortalità di gente; ma in fine l'ala destra, dove era lo stesso Costantino, ruppe la nemica; e le legioni di Licinio, dopo aver combattuto a piè fermo tutto quel giorno, poichè videro il lor principe a cavallo in fuga, anch'esse sull'imbrunir della notte, preso sol tanto di cibo che bastasse per allora, ed abbandonato il resto de' viveri, de' carriaggi e del bagaglio, frettolosamente si ritirarono alla volta di Sirmio, dove prima di loro era pervenuto Licinio[Idacius, in Fastis. Euseb., in Chron.]. Nel dì 8 di ottobre succedette questo sanguinoso fatto d'armi; ed essendo il racconto di Zosimo così circostanziato, merita ben più fede che quel di Eutropio[Eutrop., in Breviar.], il quale sembra dire che Licinio prima di questo tempo ebbe una percossa da Costantino, e che poi, sorpreso all'improvviso sotto Cibala, di nuovo fu disfatto. L'Anonimo Valesiano fa giugnere la sua perdita sino a venti mila persone: il che par troppo.

Poco si fermò Licinio in Sirmio, cittàda due bande cinta dal Savo fiume, colà dove esso si scarica nel Danubio[Zosimus, lib. 2, cap. 18.]; ma presi seco le moglie e i figliuoli, e rotto il ponte, marciò con diligenza verso la novella Dacia, finchè arrivò nella Tracia. Per viaggio[Anonymus Valesianus.]egli creò Cesare Valente, uffiziale assai valoroso della sua armata, di cui leggerissima informazione ci resta nella storia. Indarno gli spedì dietro Costantino cinque mila de' suoi per coglierlo nella fuga. Impadronissi dipoi Costantino di Cibala e di Sirmio; ed allorchè fu arrivato a Filippi, città della Macedonia, o piuttosto a Filippopoli della Tracia, comparvero da Andrinopoli ambasciatori di Licinio per dimandar pace; ma nulla ottennero, perchè Costantino esigeva la deposizion di Valente creato Cesare al suo dispetto, e Licinio non acconsentì. Intanto con somma diligenza mise Licinio insieme un'altra assai numerosa armata colle genti a lui spedite dall'Oriente; e fu di nuovo in campagna. Ma nol lasciò punto dormire l'infaticabil Costantino, che gli giunse addosso nella pianura di Mardia. Seguì un'altra giornata campale con perdita vicendevole di gente, secondo Zosimo, e con restare indecisa la sorte, avendo la notte messo fine al menar delle mani; ma dall'Anonimo del Valesio abbiamo che terminò la zuffa con qualche svantaggio di Licinio, il quale, col favor della notte tiratosi in disparte, lasciò nel dì seguente passar oltre Costantino, con ridursi egli e i suoi a Berea. Pietro Patrizio[Petrus Patricius, de Legat., Tom. I Hist. Byzantin.]lasciò scritto che Costantino perdè in tal congiuntura parte del suo bagaglio, sorpreso in un'imboscata da quei di Licinio. Tornò dunque esso Licinio a spedire a Costantino proposizioni di pace, e l'ambasciatore fu Mestriano, uno de' suoi consiglieri, il quale trovò delle durezze più che mai. Contuttociò, considerando l'Augusto Costantinoquanto egli si fosse allontanato da' proprii Stati, e molto più come sieno incerti gli avvenimenti delle guerre, finalmente si lasciò piegare ad ascoltar l'inviato. Mostrossi egli irritato forte contra di Licinio, perchè senza suo consentimento, anzi ad onta sua, avesse creato un nuovo Cesare, cioèValente, e volesse anche sostenere piuttosto quel suo famiglio[Anonymus Valesianus. Zosimus.](che così il nominava egli) che un Augusto suo cognato. Però, se si aveva a trattar di pace, esigeva per preliminare la deposizion di Valente. Cedette in fine Licinio a questa pretensione, e fu dipoi conchiusa la pace. Se non è fallato il testo di Aurelio Vittore[Aurelius Victor, in Epitome.], Licinio levò appresso non solamente la porpora, ma anche la vita ad esso Valente. Per questa pace vennero in potere di Costantino l'Illirico, la Dardania, la Macedonia, la Grecia e la Mesia superiore. Restarono sotto il dominio di Licinio la Soria colle altre provincie orientali, l'Egitto, la Tracia e la Mesia inferiore[Jordan., de Reb. Getic.], appellata da alcuni la picciola Scitia, perchè abitata ne' vecchi tempi dalle nazioni scitiche. Così venne a crescere di molto la signoria di Costantino colle penne tagliate al cognato. Nel Codice Teodosiano[Cod. Theodos., l. 1, de Privileg. eorum, etc.]abbiamo una legge pubblicata da Costantino nelle Gallie nel dì 29 di ottobre di quest'anno; ma, siccome osservò il Gotofredo, sarà scorretto quel luogo, o pure il mese, non essendo probabile che Costantino tornasse sì tosto colà dopo la guerra fatta a Licinio.

Consoli

Flavio Valerio Costantino Augustoper la quarta volta ePublio Valerio Liciniano Licinio Augustoper la quarta.

Per attestare al pubblico la ristabilita loro unione, presero amendue gli Augusti il consolato in quest'anno. TruovasiRufio Volusianotuttavia prefetto di Roma nel dì 25 di febbraio, ciò apparendo da un decreto[Cod. Theodos., lib. 2, quor. appellat.]a lui indirizzato da Costantino. Secondo il Catalogo de' prefetti, dato alla luce dal Cuspiniano e dal Bucherio, in quella dignità succedetteVettio Rufinonel dì 20 d'agosto. Per la maggior parte dell'anno presente si trattenne l'imperador Costantino nella Pannonia, Dacia, Mesia superiore e Macedonia, per dar buon sesto a que' paesi di nuova conquista, siccome attestano le leggi raccolte dal Gotofredo[Gothofred., in Chron. Cod. Theodos.]e dal Relando[Reland., in Fast.]. Ora si truova egli in Tessalonica, ora in Sirmio e in Cibala, ed ora in Naisso e in altre città tutte di quelle contrade. In una d'esse leggi inviata ad Eumelio, che si vede poi nell'anno seguente vicario dell'Africa, egli abolisce l'uso di marcar in fronte con ferro rovente i rei condannati a combattere da gladiatori negli anfiteatri, o pure alle miniere, per non disonorare, siccome egli dice, il volto umano, in cui traluce qualche vestigio della bellezza celeste. Fors'anche ebbe egli riguardo in ciò alla fronte, dove si faceva da' cristiani la sacra unzione e il segno della croce, usato anche allora, per testimonianza di Lattanzio e di Eusebio. Truovasi egli parimente nella città di Naisso, dove era nato, che fu poi da lui abbellita con varie fabbriche, e quivi pubblicò una leggeben degna della sua pietà, con ordine specialmente di farla osservare in Italia, e di tenerla esposta in tavole di bronzo. Un crudele abuso da gran tempo correva, che i padri e le madri per la loro povertà non potendo alimentare i lor figliuoli, o gli uccidevano, o li vendevano, o pure gli abbandonavano, esponendoli nelle strade; con che divenivano schiavi di chiunque gli accoglieva[Cod. Theodos., l. 1, de aliment.]. Ordinò dunque il piissimo imperadore, che portando un padre agli uffiziali del pubblico i suoi figliuoli, con provare la impotenza sua di nutrirli, dovesse il tesoro del pubblico, o pure l'erario del principe, somministrare gli alimenti a quelle povere creature. Nell'anno poi 322 fece una somigliante legge per l'Africa; incaricando i proconsoli e gli altri pubblici ministri di vegliare per questo, e di prevenir la necessità de' poveri, prendendo dai granai del pubblico di che soddisfare alla lor deplorabile indigenza, acciocchè non si vedesse più quell'indegnità di lasciar morire alcuno di fame. Poscia col tempo ordinò che i fanciulli esposti dai lor padri nelle necessità, e fatti schiavi, si potessero riscattare, dando un ragionevol prezzo, o pure il cambio d'un altro schiavo. Con altra legge[Ibidem, l. 1, de pignoribus.]data in Sirmio noi troviamo che egli vietò sotto pena della vita, nel pignorare i debitori, massimamente del fisco, il levar loro i servi ed animali che servono a coltivar la campagna, anteponendo con ciò il bene del pubblico al privato, come richiede il dovere de' buoni e saggi principi. Abbiamo inoltre una legge[Ibidem, l. 1, de matern. bon.]data da Costantino nel dì 18 di luglio, mentr'egli era in Aquileia, ed indirizzata ai consoli, pretori e tribuni della plebe di Roma, la qual poi solamente nel dì 5 di settembre fu recitata nel senato da Vettio Rufino prefetto della città. Tal notizia ci mena ad intendere che esso Augusto, dopo aver ordinatigli affari suoi nella Pannonia, Macedonia, Mesia e Grecia, calò in questi tempi in Italia. In fatti si trovano due susseguenti leggi[Gothofred., Chron. Cod. Theodos.]da lui date in Roma sul fine d'agosto e principio di settembre. Altre leggi poi cel fanno vedere nel medesimo settembre, ottobre e ne' due seguenti mesi ritornato nella Pannonia; ma certamente in alcuna di esse leggi è fallata la data, perchè Costantino non sapeva volare. Dicesi pubblicata in Murgillo nel dì 18 di ottobre quella[Ibidem, l. 1, de Judaeis.], con cui Costantino proibisce ai Giudei d'inquietare, siccome faceano, coloro, i quali abbandonavano la lor religione per abbracciar la cristiana; minacciando anche il fuoco a chi in avvenire ardisse di molestarli; siccome ancora diverse pene a chi passasse alla religione giudaica. Se poi crediamo qui al cardinal Baronio, nell'anno presente tenuto fu un concilio di settantacinque vescovi in Roma da papa Silvestro; ma essendo a noi venuta cotal notizia dai soli atti di san Silvestro, che oggidì son riconosciuti[Pagius, Crit. Baron. Natalis Alexander et alii.]da ogni erudito per apocrifi, cade ancora a terra quel concilio, perchè fondato sopra imposture, e contenente cose troppo inverisimili.


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