CCCXVI

Consoli

SabinoeRufino.

Seguitò ad essere prefetto di RomaVettio Rufino, forse non diverso dal console suddetto, sino al dì 4 d'agosto, in cui quella dignità fu conferita adOvinio Gallicano. Le leggi del codice Teodosiano, benchè alcune abbiano la data fallata, pure ci fan vedere Costantino Augusto nella Gallia ne' mesi di maggioe d'agosto, essendo egli passato colà da Roma. La prima d'esse leggi[Cod. Theodos., l. 10, de longi temporis praescript.], data in Roma stessa, servì a non pochi di una mirabil quiete; perchè vien quivi decretato che chiunque si trovasse da gran tempo in pacifico possesso di beni una volta spettanti al demanio del principe, ed acquistati o per donazione o per altra via legittima, ne resterebbe per sempre padrone. Nell'Africa si osservava un abuso, cioè che per debiti con particolari, o col fisco, le donne onorate erano per forza tirate fuori delle loro case. Costantino, sotto pena di rigorosi supplicii, e della vita stessa, proibì tal vessazione. E perciocchè egli di giorno in giorno facea maggiormente comparire la sua venerazione alla religion cristiana, per condurre soavemente e senza forza all'amor d'essa i suoi sudditi, nell'anno presente con una legge indirizzata[Cod. Justinian., l. 3, de bis qui in Eccles. manumit.]a Protogene vescovo, probabilmente di Serdica, permise ad ognuno di dar la libertà ai suoi schiavi nella chiesa alla presenza del popolo cristiano, de' vescovi e de' preti. Queste manomissioni si faceano in addietro davanti ai magistrati civili con molte formalità o varie difficoltà: laddove da lì innanzi costò poca fatica il farlo, e bastava per indennità de' liberti cristiani un attestato de' sacri ministri della chiesa. Fu poi confermata questa legge da Costantino e dai suoi successori con altri editti. Non ostante la dichiarazione del concilio d'Arles, e la precedente di un romano, tenuto sotto Melchiade papa, ne' quali fu assoluto Ceciliano vescovo di Cartagine, e condannati come iniqui accusatori i Donatisti, imperversavano tuttavia quegli scismatici; e riuscì loro d'impetrar da Costantino un nuovo giudizio. Partitosi dalle Gallie, dove mai più non ritornò, e venuto a Milano l'Augusto regnante[Baron. Pagius. Fleury et alii.], quivi al concistoro suo nel mesed'ottobre si presentarono Ceciliano e le parti contrarie. Volle lo stesso imperadore con carità e pazienza ascoltar tutti ed esaminar tutto; e di nuovo la sentenza riuscì favorevole a Ceciliano, con restar nondimeno più che mai ostinati gli avversarii suoi, e continuar poscia lo scisma per più di un secolo nelle chiese dell'Africa. Se dicono il vero le leggi, da Milano passò Costantino nella Pannonia e Dacia nuova, veggendosi una legge da lui data nel dì 4 di dicembre in Sardica, indirizzata ad Ottaviano conte di Spagna, in cui ordina che i potenti, rei d'avere usurpato le donne, i servi o i beni altrui, o pur colpevoli d'altro delitto, saranno giudicati secondo le leggi ordinarie dai governatori de' luoghi, senza permettere l'appellazione al prefetto di Roma, e senza bisogno di scriverne all'imperadore. Dovea essere necessaria questa severità per frenare gli abusi di coloro che, per la lontananza della corte e pel vantaggio dell'appellazione, si facevano lecito tutto ciò che loro piaceva. Nè si dee tacere che stando esso imperadore in Arles della Gallia nel mese d'agosto, Fausta sua moglie a lui partorì un figliolo nel dì 7 di quel mese. Aurelio Vittore[Aurelius Victor, in Epitome.]il chiamaCostantino juniore; Zosimo[Zosimus, lib. 2, cap. 20.], secondo l'edizion del Silburgio, gli dà il nome diCostanzo. Il Tillemont[Tillemont, Mémoires des Empereurs.]ha esaminata tal controversia, ed inclina a crederloCostantino juniore; nè altro, a mio credere, si dee tenere. Nella edizione di Zosimo fatta da Arrigo Stefano si leggeCostantino; ed Eusebio[Eusebius, in Vita Constantini, lib. 1, c. 40.]e l'Anonimo Valesiano[Anonym. Valesianus post Amm.]decidono questa lite con dire cheCostantino juniorefu creato Cesare, siccome vedremo nell'anno seguente; e Zosimo confessa che questo Cesare era nato qualche tempo prima in Arles. Fu egli poscia imperadore.

Consoli

Ovinio GallicanoeBasso.

Probabilmente il secondo console si nominòSettimio Basso, il quale, secondo il Catalogo del Cuspiniano e Bucherio, nel dì 15 di maggio cominciò ad esercitar la carica di prefetto di Roma. Quanto a Gallicano, il Valesio pretende[Valesius, in Notis ad Ammian.]ch'egli fosseVulcazio Gallicanolo storico, perchèOvinio Gallicanoera prefetto di Roma. Ma in questi tempi noi troviamo sovente unita al consolato essa prefettura. L'Anonimo Valesiano e Zosimo ci fan sapere, che mentre Costantino Augusto era in Serdica, o sia Sardica, città della nuova Dacia, correndo l'anno decimo del suo imperio, trattò con Licinio imperadore d'Oriente per creare concordementeCesarii loro figliuoli. A Costantino Minervina sua prima moglie avea partoritoCrispoforse prima dell'anno 300. A questo principe, allorchè fu giunto all'età capace di lettere, diede il padre per maestro[Eusebius, in Chron.]il celebre Lattanzio Firmiano, acciocchè gl'insegnasse la lingua latina, l'eloquenza, ed insieme la vera pietà coi documenti della religione cristiana. Ne profittò il giovinetto; e noi presto il vedremo cominciarsi a segnalare nel mestier della guerra, e dar grande espettazion di sè stesso; ma sì belle speranze svanirono poi, siccome diremo, coll'infausta sua morte. Era parimente nato a Costantino Augusto da Fausta, di presente sua moglie,Costantinojuniorenell'anno precedente. Pertanto amendue furono decorati nel presente della dignità cesarea. Abbiamo da Libanio[Libanius, Oratione 3.]che usò Costantino di formar la corte a cadaun de' suoi figliuoli, e di dar loro il comando d'un'armata, ma con tenerli nondimeno sempre al suo lato, affinchè la verde loro età non li facesse sdrucciolare. Crispo nelle iscrizioni[Gruterus, Thesaur Inscription.]e medaglie[Mediob., Numism. Imperat.]si truova chiamatoFlavio Valerio Giulio Crispo; e il giovane CostantinoFlavio Claudio Costantino juniore. Anche l'imperador Licinio avea un figliuolo che portava il nome paterno diValerio Liciniano Licinio[Zosimus, lib. 2, cap. 20.], e si pretende ch'egli fosse entrato solamente nel mese ventesimo di sua età: il che se è vero, venghiamo a conoscere che un altro figliuolo di Licinio, già atto alle armi, e da noi veduto alla battaglia di Cibala, dovea essere premorto al padre. Ora anche a questoLiciniofanciullo fu conferita, d'accordo dei padri Augusti, la dignità cesarea. Dimorò in tutto questo anno, o nella maggior parte almeno, l'imperadore Costantino nella Dacia novella, nella Pannonia e in altri luoghi dell'Illirico, come consta dalle sue leggi[Gothofredus, in Chronic. Cod. Theodos.]e dagli autori suddetti; di modo che si può credere fallo in due d'esse che si dicono date in Roma nel marzo e nel luglio, se pure appartengono all'anno presente. In quelle parti si trovava ancora la moglie di Costantino, Fausta Augusta, che diede alla luce nel dì 13 d'agosto un figliuolo, a cui fu posto il nome diCostanzo. Fu anch'egli a suo tempo imperadore, e riuscì il più rinomato de' suoi figli, non so se più per li suoi vizii[Julian., Oratione I. Anonymus Valesianus.], ovvero per le sue virtù.

Consoli

Publio Valerio Licinio Augustoper la quinta volta, eFlavio Giulio Crispo Cesare.

Continuò ad esercitare anche per quest'anno la carica di prefetto di RomaSettimio Basso[Cuspinianus. Bucherius. Panvin.]; ma perchè egli fu obbligato a portarsi alla corte di Costantino, probabilmente soggiornante anche allor nell'Illirico,Giulio Cassiodal dì 13 di luglio fino al dì 13 d'agosto sostenne le sue veci in quell'uffizio, finchè, ritornato esso Basso, ne ripigliò l'esercizio. Nulla di rilevante intorno a Costantino ci somministra in quest'anno la storia, se non che troviamo tuttavia esso Augusto nell'Illirico, e particolarmente in Sirmio[Gothofredus, in Chronic. Cod. Theodos.], dove son date due sue leggi. Intanto, siccome abbiamo da Eusebio[Euseb., in Vita Constant., l. 4, cap. 1 et seq.], sotto questo piissimo Augusto godevano i cristiani una tranquillissima pace e libertà, crescendo ogni dì più il lor numero, ed alzandosi per tutto il romano imperio chiese e suntuosi templi al vero Iddio. Somministrava il buon principe, come consta dai suoi rescritti, ai vescovi dell'erario proprio l'occorrente danaro per le fabbriche e per altre spese pertinenti al culto divino; esentava inoltre i sacri ministri della Chiesa di Dio dalle gravezze imposte ai secolari. E quantunque Licinio Augusto in Oriente professasse come prima il culto degl'idoli, pure, più per paura di Costantino che per proprio genio, non inquietava punto i fedeli, i quali ne' paesi di sua giurisdizione abbondavano anche più che in altri luoghi. Tuttavia Sozomeno è di parere[Sozomenus, lib. 1, cap. 7.]che Licinio inqualche tempo si mostrasse seguace o almen fautore della religion di Cristo; e può questo dedursi anche da un passo d'Eusebio[Euseb., in Vita Constant., lib. 1, cap. 14.], siccome osservò il padre Pagi[Pagius, Crit. Baron.]. Ma fuor di dubbio è, per attestato de' medesimi due antichi storici, ch'egli o non mai ben rinunziò alla superstizion de' Gentili, o pure, dappoichè nella battaglia di Cibala restò sconfitto da Costantino, la ripigliò come prima, ed in quella credenza terminò poi i suoi giorni.

Consoli

Flavio Valerio Costantino Augustoper la quinta volta eValerio Liciniano Licinio Cesare.

ContinuòSettimio Bassonella prefettura di Roma sino alle calende di settembre, nel qual giorno succedette a lui in quella caricaValerio Massimo Basilio, il quale seguitò anche per li tre susseguenti anni, siccome dignità che non avea tempo fisso, e dipendeva dal solo volere del principe. Nel Catalogo del Cuspiniano, chiamato anche del Bucherio, egli si truova nei susseguenti anni appellato solamenteValerio Massimo; e varii rescritti di Costantino compariscono indirizzati aMassimo prefetto di Roma: che per quel solo cognome era egli più comunemente conosciuto. Il soggiorno dell'Augusto Costantino era tuttavia nell'Illirico, che abbracciava allora anche la Pannonia e la Dacia nuova: ciò apparendo da varie sue leggi. I motivi di fermarsi in quelle contrade, prive delle delizie dell'Italia e della Gallia, possiam credere che fossero l'amore verso un paese stato patria sua, ma più il vegliare agli andamenti dei Sarmati e di altre nazioni barbariche, sempre ansantidi bottinar nelle provincie romane. Forse anche era insorta guerra con loro. Sembra più verisimile ch'egli attendesse a fortificar quelle città, per essere all'ordine, giacchè correva sospetto che Licinio Augusto suo cognato macchinasse un dì guerra contro di lui. Ma quivi stando, non lasciava di promuovere il buon governo di Roma e dell'Italia, specialmente accudendo a levarne i disordini e gli abusi introdotti sotto i principi cattivi, e per istabilir dappertutto la umanità e la pace. Molte savie leggi da lui pubblicate in quest'anno si trovano raccolte dal Gotofredo[Gothofredus, Chron. Cod. Theodosian.]e dal Relando[Reland., Fast. Consul.]. Da due di esse[L. 1 et 2 de maleficiis.], date nel dì 1 di febbraio e 15 di maggio, raccogliamo ch'egli cominciò a metter freno alle imposture degli aruspici ed altri indovini della gentilità, acciocchè con vane speranze non ingannassero chi loro prestava fede; comandando che non potessero entrare in casa alcuna particolare per esercitarvi il lor mestiere, ma che loro unicamente fosse permesso il farlo nei templi e luoghi pubblici. Zosimo[Zosimus, l. 2, cap. 29.], fiero nemico di Costantino, pretende ch'egli solamente dopo la morte di Crispo e di Fausta prendesse avversione a quella razza di furbi, de' quali si fosse ben servito in addietro, con avergli predetto essi più fiate l'avvenire. Resta la di lui asserzione smentita dalle suddette sue leggi, scorgendosi che il saggio Augusto avea già scoperta la vanità di quell'arte, e la contava fra le superstizioni. Troppo lungi mi condurrebbe il ragionamento, se volessi qui rammentar tutte le sagge ordinazioni da lui fatte sopra altri soggetti in benefizio del pubblico, e riguardanti i servi, gli accusatori, le pasquinate, il mantenimento delle strade, varii artefici, gli sponsali, e così discorrendo. Truovansi ancora alcune leggi da lui date in Aquileia nel giugno e luglio di quest'anno;segno ch'egli venne sino alle porte d'Italia, se pur non sono fallate, come dirò, quelle date. Ma che andasse anche a Roma, qualche legge sembra indicarlo; contuttociò si può tener per fermo che sieno scorrette quelle date. Parlai poco fa di guerra coi Sarmati, ed in fatti crede il padre Pagi[Pagius, Crit. Baron.]che in quest'anno essa avesse principio, e continuasse nei tre seguenti; ma senza aver noi notizia sicura del tempo, anzi potendosi credere ciò non vero, per quel che osserveremo andando innanzi.

Consoli

Flavio Valerio Costantino Augustoper la sesta volta eFlavio Valerio CostantinojunioreCesare.

SeguitòValerio Massimoad essere prefetto di Roma, e seguitò l'Augusto Costantino a dimorar nella Dacia, Pannonia e Mesia, e solamente nell'aprile venne ad Aquileia: del che ci porgono testimonianza le leggi[Gothofred., Chron. Cod. Theodos.]da lui pubblicate in que' luoghi, a riserva di quellaAquileja, il cui nome vien da me creduto fallato. In vigor d'esse egli raffrenò il rigore dei ricchi, che facilmente s'impadronivano dei beni de' poveri lor debitori, volendo che fossero rilasciati quei beni, qualora il debito venisse pagato in contanti. Altrove da noi fu fatta menzione della legge Papia[L. unica de Commissor. Cod. Theodos.], e dei regolamenti di Augusto contra chi non prendeva moglie, essendovi pene per questi tali, siccome all'incontro privilegii per chi s'ammogliava: e tutto ciò a fine di procrear figliuoli, dei quali scarseggiava la repubblica, correndo bisogni di gente per le guerre. Ma perciocchè questa legge era contraria alla verginità e continenza,virtù lodate dal Vangelo, Costantino, intento a favorir la religion cristiana, levò via le pene intimate contro chiunque era maritato[L. unica de infirmand. poen. caelib.], lasciando solamente i privilegii accordati dalla legge Papia a chi avea de' figliuoli. Per altro santo Ambrosio sostiene[Ambrosius, de Virginit., lib. 3.]che i paesi, dove erano più vergini, come Alessandria, l'Africa e l'Oriente, erano più popolati degli altri. Osservasi ancora che nell'anno presente fece Costantino risplendere l'animo suo misericordioso nell'ordinare che i debitori del fisco non sieno posti nelle prigioni segrete, riserbate ai soli rei di delitti, nè sieno flagellati, nè sottoposti ad altri supplizii inventati dall'insolenza e crudeltà de' giudici; ma che sieno detenuti in prigioni alla larga, dove ognun possa vederli. La dissolutezza poi de' costumi e lo sprezzo dell'onestà era una conseguenza della falsa religione dei gentili. Ne abbiam più volte toccata qualche cosa. Costantino prese a correggere alcuno di quegli eccessi. Al ratto delle vergini, divenuto oramai male familiare in Roma, provvide egli con assai rigorose pene, stendendole anche alle stesse fanciulle, che volle prive dell'eredità paterna e materna, ancorchè sembrassero rapite per forza, parendo a lui difficile che non fossero almen colpevoli d'aver avuta poca cura e precauzione nella custodia di un tesoro che lor dovea essere così caro. Provvide in parte ancora alla libidine delle donne che abbandonavano il loro onore agli schiavi[L. unica, de mulier., quae serv.], con intimar la pena della morte ad esse, e l'essere bruciati vivi ad essi schiavi, con escludere i lor figliuoli da ogni successione e dignità. E fin qui il paganesimo avea senza alcun divieto permesso alle persone maritate il tener delle concubine. Lo proibì Costantino[Ibid., de concubin. Cod. Justinian.], come abuso troppo contrario alle leggi e all'onestà del matrimonio.Fu egli nondimeno il primo che accordasse ai figli naturali qualche luogo nella eredità del padre. Ebbe parimente cura il buon imperadore de' prigioni accusati di qualche delitto, ordinando che i processi criminali colla maggior diligenza si terminassero; e che gli accusati fossero detenuti in luoghi comodi ed ariosi, soprattutto durante il giorno. Mise anche la pena di morte ai guardiani ed altri ministri delle carceri che maltrattassero i prigionieri o per cavarne del danaro o perchè ne avessero ricevuto dai lor nemici, minacciando l'indignazione sua ai magistrati che non li punissero. Con tutta ragion poi si crede che a quest'anno appartenga la vittoria riportata da Crispo Cesare contra de' popoli transrenani, di cui parla Nazario[Nazar., in Panegyr. Constant.]all'anno seguente. Altra particolarità non ne sappiamo, se non che questo giovinetto principe fu alle mani con loro, li vinse e supplichevoli gli ammise alla pace. Qualche medaglia[Mediobarb., Numism. Imp.]cel rappresenta vincitor degliAlamanni. Abbiamo ancora da Eusebio[Euseb., in Chronic.]che circa questi tempi Licinio imperador d'Oriente cominciò a scoprire il suo mal animo contra de' cristiani, perchè li cacciò tutti dalla sua corte.

Consoli

Flavio Giulio Crispo Cesareper seconda volta eFlavio Valerio CostantinojunioreCesareper la seconda.

Valerio Massimocontinuò tuttavia nella prefettura di Roma, e Costantino Augusto seguitò a dimorar nell'Illirico, come si ha dalle sue leggi[Gothofred., Chronic. Cod. Theodos.]date inSirmio, Viminacio e Serdica. Una sola si osserva data in Aquileia. Ma il far saltare sì sovente Costantino dalla Pannonia e Dacia ad Aquileia, più di una volta ha somministrato motivo a me di sospettare che la data di quelle possa appartenere non ad Aquileia città d'Italia, ma bensìad Aquas, o pureAquis, luogo della Mesia superiore, dove probabilmente l'imperadore andava a bagnarsi. Trovasi appunto nell'anno 325 una legge[L. 1, de erogat. milit. Cod. Theodosian.]data in quel luogo. L'anno fu questo, in cui Nazario, chiamato insigne oratore da Eusebio[Euseb., in Chronico.], e lodato anche da Ausonio, recitò un panegirico, che tuttavia abbiamo, in lode di Costantino imperadore, in occasione dei voti quinquennali fatti nel dì primo di marzo per la salute di Crispo e di Costantino juniore Cesari, i quali entravano nell'anno quinto della dignità cesarea. Verisimilmente fu esso recitato in Roma, mentre essi Cesari e l'Augusto lor padre erano ben lontani di là, argomentandosi dal vedere sul fine un desiderio dell'oratore, che Roma possa oramai godere la consolazion di mirare il suo principe e i suoi figliuoli. Raccoglie Nazario[Nazar., in Panegyr. Constantin., cap. 38.]in poche parole nella perorazione i benefizii già fatti da Costantino al popolo romano e al resto dell'imperio, con dire che i Barbari al Reno erano stati respinti dalle Gallie, e nei loro stessi paesi aveano provato il filo delle spade romane. Che la nazion de' Persiani, la più potente che fosse allora dopo la romana, facea premura per istar amica di Costantino; nè si trovava nazion sì feroce e barbara, che non temesse od amasse un imperadore di tanto senno e valore. Che per tutte le città dell'imperio si teneva buona giustizia, si godeva un'invidiabil pace ed abbondanza di viveri. Che le città mirabilmente venivano ornate di nuove fabbriche, ed alcune di esse pareano interamente rinnovate. Che molteleggi pubblicate da Costantino tendevano tutte a riformare i costumi e a reprimere i vizii. Che le sofisticherie, le calunnie, le cabale non aveano più luogo nel foro, volendo egli che con semplicità si amministrasse la giustizia. Che le oneste donne erano in sicuro, ed onorato il matrimonio, col non soffrire gli adulterii e i concubinati. Finalmente che ognuno si godeva in pace il suo, senza paura di soperchierie dalla parte dei prepotenti, o concussioni da quella del fisco. Altrettanto s'ha da Optaziano[Optatianus, Panegyr. Constantin., apud Velserum.]nel panegirico di Costantino, con aggiugner egli che questo buon principe, per quanto poteva, addolciva il rigor delle leggi; e quantunque anche le sue fossero ben rigorose, pure egli con gran facilità accordava il perdono ai colpevoli. Abbiamo poi dal suddetto Nazario[Nazar., Panegyr., cap. 36.]che il giovinetto Crispo Cesare, dopo essersi acquistato non poco credito nella guerra contra degli Alamanni, venne nel furore d'un rigoroso verno, cioè ne' primi mesi dell'anno corrente, a ritrovar il padre Augusto, tuttavia soggiornante nell'Illirico.

In quelle parti appunto noi osserviamo pubblicate da lui molte leggi[Gothofr., in Chron. Cod. Theodos.], e massimamente in Sirmio. In una di esse[L. 1, de bonis proscript., Cod. Theod.], data in Serdica nel dì 27 di febbraio, egli temperò l'usato rigore delle confiscazioni per delitti, ordinando che restasse esente dalle griffe del fisco tutto quel che i delinquenti prima de' lor misfatti avessero donato alle mogli, ai figliuoli e ad altre persone, non essendo di dovere che chi non avea avuta parte ne' delitti, l'avesse nella pena. Comandò inoltre che i ministri del fisco nella memoria de' beni confiscati notassero sempre se il reo avea dei figliuoli; ed avendone, se loro avea fatta qualche donazione, con disegno, come si può credere,di far loro qualche grazia a proporzione del loro bisogno. V'ha un'altra legge sua[L. 1, de Paganis, Cod. Theodos.], in cui concede licenza di consultare gli aruspici, o sia gl'indovini della superstizione pagana: il che fece dubitare il cardinale Baronio[Baron., in Annal. Eccles.]e il Gotofredo[Gothofred., de Statu Christian.]che Costantino in questi tempi retrocedesse dalla religione cristiana per aderire alla falsa de' gentili. Ma siccome lo stesso Gotofredo, Giovanni Morino, il padre Pagi e il Relando hanno osservato, altro non fece quel grande Augusto, che permettere all'importunità dei Romani il continuare nel loro abuso di prestar fede a quelle imposture, perchè troppo si lagnavano di non poter prevedere i mali avvenire per guardarsene, come stoltamente si figuravano di raccogliere dalle viscere delle bestie sagrificate. E che in effetto più che mai stesse Costantino forte nell'amore e nella profession della fede di Cristo, si tocca con mano in riflettere ad alcune leggi da lui date in questo medesimo anno in favore della stessa santa religione. Nel dì 7 di marzo ordinò[L. Omnes Judices. De feriis, Cod. Theod.]che nel giorno di domenica cessassero tutti gli atti della giustizia, i mestieri e le occupazioni ordinarie della città, a riserva di quelle dell'agricoltura, in cui v'ha de' giorni che il lavorare è di grande importanza. Con altra sua legge, la quale fu pubblicata in Cagliari nel dì 3 di luglio, si vide[L. 1, de feriis, Cod. Theodos.]proibito in esso dì di domenica ai giusdicenti di far processi ed altri atti giudiciali, riserbando solamente il poter dare in esso giorno nelle chiese la libertà agli schiavi e il farne rogito, trattandosi in ciò di un atto di carità cristiana. Anche Eusebio[Euseb., in Vita Constantin., lib. 4, cap. 18.]fa menzione di questa legge, dicendo aver desiderato il piissimo imperadore che ognuno impiegasse quel santo giorno in orazioni al vero Dio, come egli facevacon tutta la sua casa. Concedeva anche vacanza ai soldati cristiani in tutto quel dì, acciocchè andassero alle chiese ad offerire a Dio le lor preghiere. Inoltre con legge[L. Habeat unusquisq. De Episc.]indirizzata al popolo romano, e pubblicata nel dì 3 di luglio, decretò lecito ad ognuno di lasciar nei testamenti quei beni che volessero alla Chiesa cattolica, e che queste ultime volontà sortissero il loro effetto. Or veggasi se Costantino si fosse punto alienato dalla già abbracciata religione di Gesù Cristo. Truovasi poi una legge[L. 3, de maleficiis, Cod. Theod.], la cui data è del dì 22 di giugno in Aquileia (se pur non fu, come dissi,Aquisnella Mesia), nella quale egli ordina di punir severamente chiunque impiega magia contro la vita e pudicizia altrui, lasciando poi la libertà di valersi di rimedii superstiziosi per guarir le malattie, o per conservare i beni della terra, o per altri usi che non recavano nocumento a chicchessia. Anche per questa licenza potrebbe taluno fare un reato al buon Costantino, quasichè egli non sapesse riprovate dalla legge santa de' cristiani quelle benchè non nocive superstizioni. Ma nè pur Costantino approvava quell'abuso; solamente lo permetteva ai pagani, come pur lasciava lor fare i sagrificii ai loro falsi dii. Non si può dire quanto fossero in voga presso i gentili gli amuleti e i rimedii superstiziosi, inventati dagl'impostori per la guarigione dei mali, per iscoprir l'avvenire, e per altri loro bisogni. Il saggio principe, che non volea ne' principii irritar troppo, e muovere a sedizioni l'immensa moltitudine dei pagani, con opprimere le loro benchè sciocche usanze, permetteva loro quelle stoltezze, giacchè di là non proveniva verun danno al pubblico, benchè sia da credere ch'egli se ne ridesse, e le detestasse ancora in suo cuore.

Consoli

Petronio ProbianoedAnicio Giuliano.

De' suddetti consoli si trova un bell'elogio fra gli epigrammi di Simmaco: la prefettura di Roma per questo anno ancora fu amministrata daValerio Massimo. Quanto all'imperador Costantino, noi il troviam tuttavia di soggiorno nell'Illirico, ciò apparendo dalle sue leggi[Gothofred., Chronolog. Cod. Theodos.]date in Sirmio e Sabaria. E nell'anno presente appunto possiam credere che succedesse la guerra viva da lui fatta coi Sarmati, di cui parla Zosimo[Zosimus, lib. 2, cap. 21.]. Il padre Pagi la fa cominciata fin dall'anno 319. Il Mezzabarba[Mediobarb., in Numismat. Imperat.]la mette all'anno precedente, e potrebbe essere cominciata allora. Il non fare Nazario, nel panegirico recitato l'anno avanti, menzione alcuna di tal guerra, assai motivo ci porge di tenerla insorta dopo il dì primo di marzo di esso anno, e probabilmente terminata nel presente, come han creduto il Gotofredo[Gothofredus, Chronolog. Cod. Theod.]e il Tillemont[Tillemont, Mémoires des Empereurs.]. Che fosse di molta importanza e di non lieve pericolo, si può raccogliere da Optaziano panegirista[Optatianus, Panegyr. Constant., cap. 32.], il quale asserisce che i Sarmati uniti ai Carpi e Geti, appellati poi Goti, furono più volte sconfitti da Costantino a Campona, a Margo e a Bononia città sul Danubio. Erano que' Barbari, per relazion di Zosimo, venuti all'assedio di una città di qua dal Danubio col loro re Rausimodo, figurandosi di poterla espugnare con facilità, perchè era bensì la parte inferioredelle mura di pietra viva, ma la superiore di legno. A questa attaccarono essi il fuoco, e diedero poi l'assalto. Dentro v'era una buona guarnigione, che con dardi e sassi seppe far gagliarda difesa, tanto che loro sopraggiunse alle spalle Costantino, che moltissimi ne uccise, e più ne fece prigioni. Il resto si salvò colla fuga di là dal Danubio coll'aiuto delle barche tenute da essi in pronto. Rinforzatosi dipoi Rausimodo con altra gente, meditava di tornar addosso ai Romani, quando l'ardito Costantino, valicato il Danubio, all'improvviso arrivò loro addosso vicino ad una collina piena di boschi, e ne fece grande strage, restandovi fra gli altri ucciso lo stesso re Rausimodo. Assaissimi furono i prigionieri, e il resto di que' Barbari, deposte l'armi, dimandò quartiere; sicchè con gran moltitudine di prigioni il vittorioso Augusto se ne tornò di qua dal Danubio, e distribuì per varie città quella barbara gente, dando loro, secondo il costume, dei terreni dal coltivare[Du Cange, Hist. Byz.]. Restano varie medaglie[Mediob., in Numismat. Imperator.]che attestano la suddetta vittoria, spettanti più verisimilmente all'anno presente che al precedente. Trovasi ancora fatta menzione da lì innanzi nel Codice Teodosiano de' giuochi sarmatici, i quali possiam conghietturare istituiti in memoria di questa gloriosa Vittoria. Si facevano essi sul fine di novembre e principio di dicembre, come s'ha da un calendario dell'Hervagio. Mandò in quest'anno l'Augusto Costantino a Roma Crispo Cesare suo figliuolo con Elena avola sua, e in riguardo loro volle rallegrar il popolo romano, con far grazia a tutti i rei di varii delitti, a riserva del veleno, omicidio ed adulterio. Così intende quella legge[Lib. 1, de indulgen. crim., Cod. Theod.]il Gotofredo: legge nondimeno oscura, perchè vi sta solamente scritto:propter Crispi, adque Helenae partum: il che diede molto dapensare al cardinal Baronio[Baron., in Annal.]. Conghietturò il Tillemont[Tillemont, Mémoires des Empereurs.]con altri, che qui si parlasse del parto di un'Elena moglie di Crispo; ma di questo maritaggio niun vestigio abbiano nella storia. Però esso Gotofredo in vece dipartumleggeparatum, oapparatum, con interpretare l'andata di Crispo e d'Elena sua nonna all'augusta città. In questo anno ancora, siccome nel seguente, pubblicò Costantino leggi favorevoli a chi degli schiavi pretendeva di essere stato messo in libertà, qualor questa gli fosse messa in dubbio.

Consoli

Acilio SeveroeVettio Rufino.

Un'iscrizione dal Doni e da me[Thes. Novus Inscript., pag. 373.]data alla luce, fu posta aCaio Vettio Cossinio Rufino, prefetto di Roma e proconsole dell'Acaia, che sembra veramente spettante al secondo console di quest'anno, avendo in fattiVettio Rufinoesercitata la prefettura urbana nell'anno 315, e non trovandosene altro di questo nome ornato di quella dignità. Per più anni aveaValerio Massimotenuta la medesima carica; ma nel presente a lui fu sostituito in essaLucerioossiaLucrio Verinonel dì 13 di settembre, come si ha ancora dall'antico Catalogo del Cuspiniano[Cuspinianus, Panvinius, Bucherius.]. Una legge di Costantino Augusto, data nel gennaio o febbraio di quest'anno, cel fa vedere in Tessalonica ossia Salonichi, città della Macedonia. Il motivo, per cui egli si fosse portato colà, l'abbiamo da Zosimo[Zosimus, lib. 2, cap. 22.], cioè per fabbricar quivi un porto, essendone dianzi priva quella città. Abbiamo poi una sualegge[L. 1, de Episcop., Cod. Theodos.]data in Sirmio nel dì 25 di maggio. Gli fu riferita una vessazione recata dai Pagani ai Cristiani, con volere che ancor questi intervenissero ai sagrifizii delle loro lustrazioni: azione incompatibile colla purità della religione di Cristo. Perciò ordinò esso Augusto, che chiunque del basso popolo facesse loro violenza in materia di religione, fosse sonoramente bastonato, e gli altri di condizione più alta fossero condannati a pene pecuniarie. Fu poi questo un anno memorando per le imprese bellicose dell'imperadore suddetto. Avvenne che i Goti[Anonymus Valesian.]nell'anno presente (se pur non fu nel precedente) avendo osservata poca guardia nella Tracia e nella Mesia Inferiore, provincia spettanti a Licinio Augusto, fecero colà una grande incursione, saccheggiando e menando in ischiavitù una gran moltitudine di gente. Fossero costoro passati anche nelle terre dipendenti da Costantino, o pur temendo egli che vi passassero, nè veggendo egli provvisione al bisogno dalla parte di Licinio, mosse l'armi sue contra di que' Barbari da Tessalonica; e con tal empito giunse loro addosso, ch'ebbero per grazia il poter impetrar da lui la pace colla restituzion dei prigioni. Due leggi[Lib. 1, de re militar., et lib. 1, de comment., Cod. Theodos.]da lui date sul fine di aprile, dove parla delle scorrerie de' Barbari e de' saccheggi familiari a quelle nazioni, con imporre fra le altre cose gravissime pene a chiunque tenesse mano alle loro violenze e bottini, han fatto credere che ne' primi mesi dell'anno corrente succedesse questa barbarica irruzione. Ma perciocchè Costantino o andasse ad assalir costoro nelle giurisdizion di Licinio, o pur vi entrasse per necessità d'inseguirli, Licinio, in vece di ringraziarlo pel benefizio fatto a' sudditi suoi, con liberarli dall'oppression dei Goti, ne fece un'amara querela, comese Costantino avesse violati i patti, ed esercitata una prepotenza nel paese non suo. Fece quanto potè Costantino per giustificar l'azione sua, e mostrar indiscreti que' lamenti. A nulla giovarono le lettere e deputazioni. Licinio non ammettendo scuse, più che mai parlava alto col cognato Augusto, di maniera che Costantino, perduta la pazienza, alzò anch'egli la testa, e non facendo frutto le minaccie, venne in fine a guerra aperta con esso Licinio.

Era già assai tempo che si conoscevano raffreddati gli animi di questi due Augusti e cognati. Licinio, se crediamo all'apostata Giuliano[Julian., de Caesarib.], era odiato da Dio e dagli uomini per l'abbondanza ed enormità de' suoi vizii. Imperocchè, per attestato d'Eusebio[Euseb., Histor. Eccles., lib. 9, cap. 8; et Vita Const., lib. 1, cap. 55.]e di Aurelio Vittore[Aurel. Victor, in Epitome.], la brutalità sua nella libidine si tirava dietro la detestazione d'ognuno, perchè non era sicura l'onestà di persona alcuna o vergine o maritata, dalle di lui violenze; nè bastando a lui di svergognar dal suo canto le famiglie più nobili, permetteva anche ai suoi cortigiani di saziar, come volevano, le lor voglie impure senza rispetto alcuno alle case più riguardevoli. Di tutto ciò è da credere che fosse ben mal contento l'Augusto Costantino, da che a lui avea conceduta Costanza sua sorella in moglie. Superiore nulladimeno alla di lui sfrenata libidine era l'avarizia, febbre sua oltre modo cocente. Da questa provenne un'infinità di mali, perchè per adunar danari s'inventavano ogni dì nuovi pretesti; e gran disavventura si riputava allora l'essere facoltoso, perchè non mancavano mai accusatori e delitti da gastigare, cioè da spogliare gl'innocenti de' loro beni. Non mancavano già aggravii reali e personali ai popoli; ma Licinio sapea far ben crescere questa gravosa mercatanzia, coll'inventarnuovi estimi, e far trovare più campi dove non erano, e far risuscitare chi da gran tempo più non si contava tra i vivi. Seppe anche trovar la sua avarizia delle insolite gravezze per cavar dai testamenti e dai maritaggi grosse somme di danaro. E pure con tutto il suo succiar continuamente il sangue de' suoi popoli, ed ammassar tesori, il bello era che tutto dì egli si lagnava di essere poverissimo e miserabile, come in fatti son tutti gli avari, i quali non godono quel che hanno, e muoiono sol di voglia di quel che non hanno. Osservavasi oltre a ciò in lui un'esecrabile crudeltà, col non volere che alcuno assistesse ai prigioni, sotto pena d'essere cacciato nelle medesime carceri, e proibendo l'aver compassione d'essi, e il somministrar da mangiare a chi si moriva di fame, facendo con ciò diventare un delitto le opere della misericordia. Se un principe tale fosse amato da' sudditi suoi, non occorre ch'io lo ricordi ai lettori. Tutto il rovescio era l'Augusto Costantino, di modo che Eusebio[Euseb., in Vita Const., lib. 1, cap. 49.], scrittore che fioriva in questi tempi, ebbe a dire che l'imperio romano, diviso allora fra questi due principi, parea simile al dì e alla notte. La parte di Costantino, cioè l'Occidente, compariva un bel giorno sereno; ma l'Oriente, dominato da Licinio, si poteva affatto assomigliare alla notte.

Ma ciò che maggiormente a Costantino riuscì dispiacevole, e da non sofferire nell'indegno suo cognato Licinio, fu la persecuzione da lui mossa contra dei Cristiani, il numero de' quali nelle provincie dell'Asia e dell'Egitto di gran lunga a proporzione superava quei dell'Occidente. Già dicemmo ch'egli cacciò di sua corte chiunque professava la religione cristiana. Ordinò poscia che i vescovi non potessero celebrar concilio alcuno; che il popolo cristiano non potesse raccogliersi nelle chiese per fare le sue divozioni, ma che loro fosse lecitosolamente a cielo aperto: perchè si figurava che le loro orazioni avessero per iscopo la salute e felicità di Costantino, e non già la sua, e che tramassero sempre delle congiure contra di lui. Fece inoltre cassare chiunque de' soldati non sagrificava agl'idoli; cacciò in esilio i nobili professanti la legge di Cristo; e passò in fine a minacciar la morte a chiunque abbracciasse questa santa religione[Euseb., in Vita Const., lib. 2, cap. 3 et seq.]. Ma perciocchè la paura che egli aveva di Costantino il riteneva dal muovere una pubblica persecuzione contra de' Cristiani, prese a farla il più cautamente o segretamente che poteva, con insidie e calunnie, le quali costarono la vita a molti innocenti vescovi, e l'atterramento di non poche chiese in Amasia ed in altre città, senza volersi riflettere all'infausto fine di tanti suoi predecessori, persecutori della Chiesa di Dio. Tutto questo non poteva se non dispiacere al piissimo Costantino, perchè contrario agli editti concordemente pubblicati in favor della religione cristiana, ed insieme ai patti della pace stipulata dopo la battaglia di Cibala; e tanto più che ciò parea fatto per far dispetto ad esso Augusto, professore e protettore di questa religione. Perciò a questi dissapori aggiunto l'altro che di sopra accennai della guerra coi Goti, si venne all'armi, ed ognun degli Augusti gran preparamento fece per terra e per mare. Zosimo[Zosimus, lib. 2, cap. 22.]minutamente descrive la flotta allestita da Licinio consistente in trecentocinquanta galee raccolte dall'Egitto, Fenicia, Cipro, Bitinia ed altri luoghi, e in quasi centocinquanta mila fanti, e quindici mila cavalli cavati dalla Frigia e Cappadocia. Costantino, all'incontro, unì dugento grossi legni, due mila altri da carico, cento venti mila pedoni, con circa dieci mila cavalli. Che nel di lui esercito si contassero moltissimi Goti ausiliarii, lo abbiamo da Giordano[Jordan., de Reb. Getic.]. Venne Licinioa postarsi ad Andrinopoli con tutte le sue forze. Costantino anch'egli marciò da Tessalonica a quella volta colle sue, menando seco non già de' maghi, indovini ed altri ciurmatori, come facea Licinio, ma dei santi vescovi e ministri della Chiesa, perchè delle orazioni loro più che mai avea allora bisogno, e in queste più che nelle armi metteva la sua fidanza. Per lo contrario strideva Licinio a tutto pasto della divozione di Costantino e de' suoi cherici; e perchè a lui i suoi falsi aruspici e sacerdoti promettevano senza fallo vittorie, tutto altero e coraggioso si dispose alla pugna. Ma prima fece di molti sagrifizii in un sacro bosco ai suoi idoli, e tenne un ragionamento ai suoi cortigiani, proponendo che si vedrebbe ora chi avesse più forza, o tanti antichi suoi dii, o pure il nuovo e vergognoso Dio di Costantino.

Stettero qualche dì le due armate a vista, ma separate dal fiume Ebro nella Tracia. Costantino, impaziente di venir alle mani, finse di voler gittare un ponte ad un passo stretto con preparar gran copia di materiali[Zosimus, lib. 2, cap. 22.]; ma un dì condotta seco parte dell'esercito suo, passando per mezzo ad una folta selva, andò a trovar un guado dianzi adocchiato in quel fiume. Passò egli arditamente con soli dodici cavalieri, ed immantinente si scagliò contro i primi delle guardie nemiche ivi esistenti, che sbalordite per l'impensato assalto, parte restarono trucidate, parte diedero alle gambe. Ebbe con ciò comodo la di lui armata di passar tutta di là dal fiume; e in quello stesso giorno, come sembra indicare lo storico Zosimo, o pure in altro dì, egli è fuor di dubbio che si venne dipoi ad una giornata campale. Secondo il calendario del Bucherio[Bucher., de Cyclo.], nel dì 3 di luglio accadde quel memorabil e sanguinoso conflitto, in cui il segnale dato ai soldati dalla parte di Costantino fuDio Salvator nostro[Euseb., in Vita Constan., lib. 2, cap. 6.], ecoll'aiuto d'esso il pio Augusto riportò in fine una segnalata vittoria. Ci assicura Eusebio d'aver inteso dalla bocca del medesimo imperadore, che cinquanta delle sue guardie, tutti cristiani, furono scelti per portare l'insegna della Croce santa per mezzo l'esercito suo, e che dovunque compariva questa sacra bandiera, restavano sbaragliati i nemici. Trentaquattro mila persone rimasero estinte sul campo, la maggior parte di quei di Licinio, e molti con arrendersi salvarono le vite. Lo stesso Costantino che si cacciò anche egli nella mischia, ne riportò una lieve ferita. Verso la sera furono presi gli alloggiamenti nemici, e nel dì seguente essendosi trovati più branchi di soldati fuggiti di Licinio qua e là sparsi, parte volontariamente venne all'ubbidienza di Costantino, e parte ostinata fu messa a filo di spada. Raccomandatosi alle gambe d'un poderoso destriero fuggì Licinio a Bisanzio: e quivi si afforzò per sostenere un assedio[Anonym. Valesianus. Zosim., lib. 2, cap. 23.], confidato spezialmente nella flotta sua, comandata da Abanto, ossia da Amando, uffiziale di molta sperienza e valore. Ma lento non fu il vittorioso Costantino ad inseguire co' suoi il fuggitivo nemico, e ad imprendere l'assedio di Bisanzio. Conoscendo poi l'impossibilità di riuscir nell'impresa, finchè l'armata navale di Licinio mantenesse la comunicazion dell'Asia con quella città; ordinò a Crispo Cesare suo figliuolo di far vela colla sua flotta, per venire a nuova battaglia in mare. Trovaronsi a fronte le due armate navali nello stretto di Gallipoli; quella di Licinio era composta di dugento navi; e i capitani di Costantino ne scelsero solamente ottanta delle meglio corredate e più forti. Derideva Abanto, generale di Licinio, il poco numero dei legni nemici, e si credeva d'ingoiarli col tanto superiore de' suoi; ma alle pruove si trovò ingannato. Con ordine procedevano quei di Costantino alla pugna; senza ordine gli altri; e la moltitudine di tante navi non servì loro se non d'imbroglio,perchè urtandosi nel sito stretto l'una con l'altra, cagion fu che molte d'esse coi soldati e marinari perissero. La notte separò la zuffa. Fatto poi giorno, pensava Abanto di venire al secondo combattimento, quando levatosi un vento furioso spinse la di lui flotta con tal empito ne' sassi e lidi dell'Asia, che perirono cento e trenta delle sue navi e circa cinque mila de' suoi soldati, combattendo in questa maniera Dio contra di chi era nemico del suo nome[Euseb., Hist. Eccles., lib. 10, cap. 9.]. Se ne fuggì Abanto, e lasciò aperto il varco alla flotta di Costantino, se voleva inoltrarsi e passare anch'essa ad assediar Bisanzio per mare.

Ma Licinio, ravvisato il pericolo, colle migliori sue milizie e coi tesori si ritirò, e andò a piantarsi in Calcedonia dell'Asia, con isperanza di rimettere in piedi una nuova armata, e di trovare in altri incontri più propizia la sorte. Aveva egli stando in Bisanzio, secondo l'Anonimo del Valesio, dichiarato Cesare[Anonymus Valesianus. Aurel. Victor, in Epitome.]Martinianosopraintendente a tutti gli uffiziali della sua corte, per valersi di questo campione a riparar le sue perdite. Zosimo[Zosimus, lib. 2, cap. 25.]e l'altro Vittore[Victor, de Caesarib.]scrivono che tal determinazione fu da lui presa, dappoichè si fu ritirato a Calcedonia. Abbiamo medaglie[Mediobarb., in Numismat. Imperat.], dove il troviamo appellatoMarco Martiniano, e decorato, non solamente del titolo diCesare, ma anche d'Augusto: il che discordando dagli antichi storici ci può far giustamente dubitar d'impostura in quelle medaglie; giacchè (convien pure ripeterlo) non sono mancati ne' due ultimi secoli fabbricatori d'iscrizioni e medaglie, rivolti a far mercato della curiosità degli eruditi. Fu spedito Marciniano a Lampsaco per impedire il passaggio della flotta di Costantino; ma l'assennato e prode Augusto, in vece di valersi delle navi grosseda carico, si servì di alcune centinaia di barchette, ed empiutele di soldatesche, felicemente le fece passar lo Stretto, e andò a sbarcar nella Bitinia circa trenta miglia lungi da Calcedonia, dove soggiornava Licinio. Benchè Costantino desse tanto tempo al cognato da ravvedersi e da chiedere pace, egli non si era saputo fin qui umiliare; perchè tante volte ingannato dai suoi falsi dii e sacerdoti, pure cercava dei nuovi dii che gli recassero aiuto: laddove Costantino non di altro si fidava che della protezione del vero Dio, e a lui continuamente ricorreva con preghiere. Contuttociò si raccoglie da Eusebio[Euseb., in Vita Costantini, lib. 2, cap. 15.]che qualche trattato e concordia seguì fra loro; ma non sincera dalla parte di Licinio, il quale cercò in questa maniera di addormentar Costantino, per unire intanto una poderosa armata. Non furono occulti i di lui disegni, e si venne a scoprire ch'egli da tutte le nazioni barbare cercava soccorsi, ed in fatti ottenne un grosso rinforzo dai Goti: il perchè Costantino determinò di schiacciar la testa, se poteva, a questo serpente, con venire ad una nuova battaglia, se pur non fu lo stesso Licinio il primo a volerla, siccome risulta da Eusebio. Abbiamo da Zosimo[Zosimus, lib. 2, cap. 26.], che nell'armata di Licinio si contavano cento trenta mila combattenti, avendo egli richiamato Martiniano da Lampsaco colle milizie inviate colà. Con quanta gente procedesse a quel fatto d'armi Costantino, nol sappiamo. Si venne alle mani. Licinio facea portar fra le schiere le statue de' suoi falsi dii per incoraggiare i suoi. Le insegne di Costantino colla croce quelle erano che promettevano sicura vittoria a lui: e così fu. S'affrontarono le armate a Crisopoli[Anonym. Valesianus.]in poca distanza da Calcedonia nel dì 18 di settembre; andò in rotta ben presto quella di Licinio; e tale strage ne fu fatta, che Zosimo[Zosimus, lib. 2, cap. 26.]giunse ad aprir ben la bocca con dire, esservi periti cento mila de' suoi. Ma più sicuro sarà l'attenersi all'Anonimo di Valesio, che mette solamente venticinque mila stesi morti sul campo. Questa insigne vittoria si tirò dietro la presa di Bisanzio, e poi di Calcedonia.

RitirossiLiciniocon que' pochi che potè raunare a Nicomedia; ma incalzato dall'armi vittoriose di Costantino, senza dimora assediato in quella città, altro scampo non ebbe che d'inviar supplichevole Costanza sua moglie al fratello Costantino. Andò essa, ed ottenne salva la vita al consorte. Venne poscia il medesimo Licinio nel campo a' piedi di Costantino, in cui mano rimise la porpora imperiale; riconobbe lui per suo signore ed imperadore, ed umilmente dimandò perdono delle cose passate. Costantino il tenne seco a tavola, poscia il mandò come in luogo di rilegazione a Tessalonica, essendosi, per quanto scrive Zosimo, obbligato con giuramento alla sorella di conservargli la vita. Per conto diMartiniano Cesare, Aurelio Vittore[Aurelius Victor, in Epitome.]e Zosimo[Zosimus, lib 2, cap. 28.]scrivono che per ordine di Costantino dalle guardie fu immediatamente tagliato a pezzi. L'Anonimo Valesiano vuol che per allora gli fosse lasciata la vita, ma questa dopo qualche tempo tolta gli fu nella Cappadocia. Così il giovaneLicinio, nipote di Costantino, perchè figliuolo di Costanza sua sorella, e di pochi anni di età, se crediamo a Teofane[Theophan., Chronographia.], restò spogliato della porpora e del titolo di Cesare; ma dopo tre anni, siccome vedremo, anch'egli fu ucciso. Alcune medaglie presso il Du-Cange[Du-Cange, Hist. Byz.]ed altri, cel rappresentanoCesareanche dipoi; ma della legittimità d'esse noi non siamo bastevolmente sicuri; e certo poco verisimile si scorge che a lui fosse lasciato un titolo di tanto decoro. Che amolti ancora de' ministri ed uffiziali di Licinio, principali in addietro persecutori dei cristiani, fosse reciso il capo, non dimenticò di dirlo Eusebio[Euseb., in Vita Constant., lib. 2, cap. 18.]. Per tali vittorie in pochissimo tempo tutte le provincie romane dell'Oriente coll'Egitto vennero all'ubbidienza di Costantino: con che l'antico romano imperio, dopo tante divisioni e vicende, si vide totalmente riunito sotto la signoria di un solo Augusto. E tutto ciò nell'anno presente 323, giacchè non pare sussistente l'opinione del Pagi[Pagius, in Crit. Baron.], che vuol cominciata in questo e terminata nell'anno seguente la guerra suddetta. Che i popoli dell'Oriente, liberati dal pesante giogo di Licinio, si rallegrassero di tal mutazione, e che anche i pagani romani giubilassero al mirar saldate tante piaghe del loro imperio, si può facilmente immaginare. Ma non è già l'esprimere la allegrezza degl'innumerabili cristiani, sparsi per tutte le terre d'esso imperio, in vedere vittoriosa la Croce di tanti suoi nemici, e divenuto padrone di sì vasta monarchia un adoratore della medesima. Nè già tardò Costantino a liberar dalle carceri, a richiamar dall'esilio e dai metalli, e a rimettere in possesso dei lor beni, tanti d'essi cristiani che aveane provata la persecuzion di Licinio. Ed a coloro che, per esser seguaci di Cristo, era stato tolto il cingolo militare, fu permesso il rientrar, se volevano, nell'onore della milizia.

Intorno a questi tempi venne a mettersi sotto la protezione dell'Augusto Costantino,Ormisdafiglio primogenito di Ormisda II, re della Persia. Zosimo[Zosimus, lib. 2, cap. 27.]è quello che ci ha conservati gli avvenimenti di questo principe. Perchè nel giorno natalizio del re suo padre i grandi non gli fecero quell'onore che era dovuto ad un principe ereditario, il giovane si lasciò scappar di bocca, che se arrivava alla corona, voleva far loroprovare le sorte di Marsia. Non intesero quei magnati allora che volesse ciò dire; ma informati dipoi da un Persiano stato nella Frigia, significar ciò che sarebbono scorticati vivi, se la legarono al dito. Venuto dunque a morte il re suo padre, quando Ormisda si pensava di succedergli, scoppiò la congiura de' grandi, che lui preso confinarono in un castello, con crear poscia reSapore, suo fratello minore. Questi, se vogliam credere ad Agatia[Agathias, Histor.], non era per anche nato; ma perchè la regina si trovava incinta, e i magi predicevano che nascerebbe un maschio, i Persiani misero la tiara, ossia la corona sul ventre della madre, che in fatti partorì un fanciullo. Ma dopo qualche tempo l'industriosa moglie d'Ormisda trovò la maniera di liberarlo, inviandogli, per mezzo di un fidato eunuco, un grosso pesce, nel cui ventre stava nascosa una lima, e facendogli sapere di mangiarne, allorchè niun fosse presente, e di valersi del ventre di quel pesce. Nello stesso tempo inviò gran copia di vivande e di vini ai guardiani delle carceri, i quali abborracchiati ben bene, ne rimasero tutti ubbriachi. Allora il prigioniero Ormisda, aperto il pesce e trovata la lima, segò i ceppi, e per mezzo de' balordi custodi uscì fuori, e si rifugiò nella Armenia. Quivi fu ben ricevuto da quel re suo amico, e con una scorta inviato a Costantino, che l'accolse con onore, e trattollo sempre da par suo colla moglie, a lui, secondo Zonara[Zonaras, in Annalibus.], rimandata dai Persiani. Ma Costantino niun altro impegno volle mai prendere in favore di lui. Attesta Ammiano[Ammianus, lib. 16, cap. 10.]che in molta considerazione fu esso Ormisda anche sotto Costanzo Augusto per la sua saviezza. Allorchè esso Costanzo, nell'anno di Cristo 356, fu a Roma, in osservare la mirabil piazza di Traiano, e la suntuosa statua a cavallo del medesimo Augusto, disse ad Ormisda, di volerfare per sè una somigliante cavallo. Gli rispose Ormisda:Signore, fate prima una stalla uguale a questa, se potete, acciocchè vi stia bene il cavallo che pensate di fare. Interrogato ancora del suo sentimento intorno alle grandiosità e alle mirabili cose di Roma rispose:Solamente essergli piaciuto(vi ha chi crede che dicessedispiaciuto)d'aver imparato che anche in Roma gli uomini morivano. Benchè ci sieno delle dispute fra gli eruditi[Gothofredus, Valesius, Pagius, Tillemont et alii.]intorno al tempo, in cui Costanzo, secondo figliuolo di Costantino Augusto e di Fausta, fu creatoCesaredal padre: pure sembra opinione più ricevuta il credere che in quest'anno nel dì 3 di novembre fosse a lui conferita quella dignità[Idacius, in Fastis. Chron. Alexandrinum. Pagius, Critic. Baron.]. Era egli in età di sei o sette anni, perchè nato nell'agosto dell'anno 317.

Consoli

Flavio Giulio Crispo Cesareper la terza volta, eFlavio Valerio Costantino Cesareper la terza.

Prefetto di Roma nel Catalogo del Cuspiniano, ossia del Bucherio, continuò ad essere nell'anno presenteLucerioossiaLucerio Valerio Verino. Secondo l'asserzione d'Idacio[Idacius, in Fastis.], che mette in un anno la totale sconfitta di Licinio, e nel seguente la di lui morte, dovrebbe Licinio, coerentemente a quanto s'è detto di sopra, essere giunto nel presente al fine de' suoi giorni. Il Pagi[Pagius, Crit. Baron., ad hunc annum et seq.], che pretese atterrato Licinio solamente nell'anno corrente, differisce la di lui morte al seguente. Eusebio[Eusebius, in Chron.], dopo averdetto che Costanzo fu creatoCesare(il che anche da esso padre Pagi vien riferito all'anno 323), seguita a narrar la morte d'esso Licinio. Quello intanto che non cade in controversia, si è che mentre Licinio inviato a soggiornare in Tessalonica, dove si può credere che godesse libertà e buon trattamento, quivi per ordine di Costantino fu strangolato. Non solamente Zosimo[Zosimus, lib. 2, cap. 28.]ed Eutropio[Eutropius, in Breviar.]autori pagani, ma anche Eusebio nella sua Cronica (se pur non è san Girolamo traduttore della medesima) chiaramente dicono che Costantino, in torgli la vita, mancò alla promessa e al giuramento da lui fatto a Costanza, sua sorella e di lui moglie, di lasciarlo in vita. E Zosimo, autore per altro di umore alterato contro le azioni di questo invitto principe, aggiunge che non era in lui cosa insolita il violar la parola e i giuramenti. Eusebio[Eusebius, in Vita Const., lib. 2, cap. 48.], nella vita di esso Costantino, altro non dice, se non che Licinio dal consiglio di guerra fu giudicato degno di non più vivere. E l'Anonimo Valesiano[Anonym. Valesianus.]pare che scriva, avere i soldati in un tumulto dimandata la di lui morte, e che vi acconsentisse Costantino per tema ch'egli, imitando Massimiano Erculio, un qualche dì ripigliasse la porpora. Quel solo che può sembrar più verisimile, si è il dirsi da Socrate[Socrat., Hist. Eccl., lib. 1, cap. 4.], che egli tolto fu dal mondo perchè sollecitava i Barbari in suo favore. Qualche movimento d'essi in questi tempi probabilmente fece sospettare che avesse origine dai segreti impulsi di Licinio, e però piombò sopra di lui la sentenza di morte, arrivando anch'egli, per giusto giudizio di Dio, al fine di tanti altri persecutori della santa ed innocente religione di Cristo. Furono perciò cassati i decreti ed altri atti di Licinio, fatti durante la di lui tirannia. Poche sono le leggi di Costantino sottol'anno presente, e queste cel fanno vedere in Sirmio e Tessalonica. Nè apparenza alcuna ci è ch'egli venisse a Roma, come s'avvisò il cardinal Baronio[Baron., Annal. Eccl.], il quale racconta succeduto in quella gran città il battesimo d'esso Augusto, la sontuosa donazione che si pretende da lui fatta alla Chiesa romana, la lepra del medesimo, con altri assai strepitosi avvenimenti. Niuno v'ha oggi dei letterati che non conosca essere tai fatti invenzioni favolose de' secoli posteriori, nè io mi fermerò punto ad esporne la falsità, perchè superfluo sarebbe il dirne di più. Quel sì che può appartenere all'anno presente, si è la premura del piissimo Costantino per soffocare la già insorta eresia d'Ario contraria alla divinità del nostro Signor Gesù Cristo. Gran tumulto per questa bolliva in Egitto e nei paesi circonvicini; ed Alessandro vescovo santo di Alessandria avea già scomunicato l'ostinato eresiarca. Maraviglia è che Costantino solamente catecumeno allora nella fede di Cristo, dopo aver vedute le dissensioni de' cristiani nell'Africa per la petulanza de' Donatisti senza poterle acquetare, trovando nato anche un più fiero scisma per cagion d'Ario, non si scandalizzasse e formasse cattiva opinion de' cristiani. Ma il saggio Augusto, ben riflettendo questi non essere mali o difetti della religione in sè santissima, ma bensì dei mortali troppo esposti al furor delle passioni; e sentendosi ben radicato nell'amore d'essa religione, concepì anzi uno zelo grande per ismorzar quell'incendio. Perciò da Nicomedia spedì un suo fedel deputato ad Alessandria, che si crede essere stato Osio, insigne vescovo di Cordova, per mettere la pace fra Alessandro ed Ario. Bellissima è la lettera da lui scritta in questa occasione, rapportata da Eusebio Cesariense, se non che egli si mostra in essa poco conoscente della controversia de' cattolici con Ario, perchè probabilmente mal informato da Eusebio vescovo di Nicomedia,gran protettore del medesimo Ario, e sommo imbroglione, il quale si era, non ostante i suoi demeriti, introdotto forte nella corte dell'imperadore. Venuta dipoi una sincera informazione del fatto, scrisse egli un'altra lettera piena di zelo contra dell'eresiarca. Ma indarno la scrisse. Chiaritosi dipoi che non v'era mezzo per mettere in dovere l'orgoglioso Ario, perchè assistito e fomentato da varii vescovi suoi partigiani, non potè lo zelantissimo principe ritener le lagrime, e ricorse poi al ripiego di far celebrar per questa causa nell'anno seguente il famoso concilio di Nicea, di cui parleremo. Credono il Baronio[Baron., Annal. Eccl.]e il Tillemont[Tillemont, Mémoires des Empereurs.]che in questi tempi avvenisse ciò che racconta s. Giovanni Grisostomo detto da san Flaviano a Teodosio Augusto. Cioè che avendo i furiosi Ariani in Egitto scoperto l'Augusto Costantino contrario all'empia loro opinione, sfogarono la loro rabbia contra delle di lui statue, sfregiandole con una pioggia di sassate. Saputo che l'ebbe, non se ne alterò punto il magnanimo imperadore; e perchè i suoi cortigiani pur lo instigavano a farne vendetta, si mise la mano al volto, e tastatoselo, sorridendo poi disse che non si sentiva ferita alcuna: il che fece ammutolire gli adulatori consiglieri.

Benchè poi, per quanto ho detto, poche leggi si riconoscano date nell'anno presente da Costantino, pure Eusebio[Euseb., Vit. Constant., lib. 2, c. 19. Idem, Hist. Eccles., lib. 9, cap. 9.]si stende a raccontar varie nobilissime di lui azioni e costituzioni fatte, dappoichè colla caduta di Licinio egli ebbe uniti gli imperii d'Occidente e d'Oriente, tutte in favore del pubblico e della professata da lui religione di Cristo. Molte furono le provvisioni da lui fatte per rimettere la felicità nelle conquistate provincie dell'Oriente e dell'Egitto, diffondendo spezialmente le rugiade della sua munificenza sopra que' popoli cotanto in addietroestenuati dalle estorsioni di Licinio: di modo che a tutti parve di rinascere da morte a vita, e sembrava loro un miracolo tanta mutazione di cose. Ma quello, a che maggiormente si applicò il piissimo imperadore, fu di favorire i cristiani, e di dilatare la loro religione, scorgendo provenuto dalla santità e verità di essa il conseguimento di tante sue vittorie, e l'abbassamento di qualsivoglia persecutore della medesima. Leggesi presso Eusebio l'ampio editto da lui pubblicato per i cristiani in addietro oppressi, e per la ristituzion delle chiese e dei loro beni. Poscia, per promuovere la cristiana religione, diede fuori altre leggi di gran forza contro dei professori del paganesimo[Euseb., Vit. Constant., lib. 2, cap. 44.], con esortar ognuno, ma senza forzare alcuno, ad abbracciar il culto del vero Dio. Cominciò ad inviar nelle provincie governatori per lo più cristiani, o se pur gentili, loro era vietato di sacrificare e di far alcun'altra azione d'idolatria, affinchè le persone tuttavia dedite agl'idoli si disavvezzassero dal prestar loro onore e fede. Ordinò che si ristabilissero le chiese già abbattute, che se ne fabbricassero dell'altre e più magnifiche, sperando di vedere un dì tutti i suoi sudditi adoratori di Gesù Cristo, e volle che l'erario suo soccombesse a tutte le occorrenti spese. Abbiamo inoltre un editto composto da lui stesso in latino, e tradotto in greco da Eusebio, in cui, deplorando la cecità dei suoi predecessori nell'adorare i falsi dii, esorta in forma patetica tutti i sudditi suoi a riconoscere e venerare Iddio creatore del mondo, notando che già in qualche paese erano stati aboliti gl'idoli, ed interamente cessato il sacrilego lor culto: del che sommo piacere egli sentiva. Proibì ancora le imposture degli aruspici e di altri indovini della setta gentile, meritando ben più fede Eusebio storico contemporaneo, che Zosimo[Zosimus, lib. 2, cap. 29.]gentile, vivuto quasi un secolo dopo, il quale spaccia Costantinocome tuttavia attaccato a quegl'ingannatori, e come seguace delle superstizioni pagane. Che questo zelantissimo imperadore giugnesse anche a far serrare i templi e spezzare gl'idoli in molti paesi, l'abbiamo dal suddetto Eusebio[Euseb., Vit. Const., lib. 2, c. 48.]; ma di questo tornerà occasion di parlare; perciocchè non nel solo anno presente, ma in altri susseguenti andò sempre più crescendo lo zelo di questo insigne Augusto per isbarbicare la gramigna de' pagani: cosa nondimeno da lui eseguita con destrezza, affinchè non nascessero sedizioni, e chiunque voleva ridursi alla vera religione, spontaneamente e non per forza lo facesse.


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