Consoli
PaolinoeGiuliano.
Intorno ai nomi di questi due consoli molta disputa è stata fra gli eruditi[Panvinius. Du-Cange. Pagius. Relandus. Tillemont.], ma senza che si possa conchiudere cosa alcuna; e però non ho io voluto esporre se non l'ultimo loro sicuro cognome, per cui erano comunemente conosciuti. Non è inverisimile che amendue fossero della famigliaAnicia. Dal dì 4 di gennaio probabilmente sino al dì 3 di novembre dell'anno seguente la prefettura di Roma fu esercitata daAcilio Severo[Cuspinianus. Panvinius. Bucherius.]. Famosissimo riuscì dipoi l'anno presente per la celebrazione del sacro concilio di Nicea, primo dei concilii generali, dove intervennero trecento e dieciotto vescovi, da' quali concordemente fulminati furono gli anatemi contra dell'ostinato Ario e della sua pestilente eresia. Non si può dire abbastanza quanto sfavillasse l'ardore dell'ottimo Augusto Costantino per la purità della dottrina della Chiesa di Dio e per l'unione dellamedesima. Egli fu che promosse quella non mai veduta in addietro memorabil assemblea di prelati, secondato in ciò anche dalle premure del santo pontefice Silvestro. Assistè egli medesimo a quell'augusta raunanza, ed ebbe parte a tutto ciò che vi si fece, ma con far sempre ammirare la sua umiltà, e un gran rispetto ai vescovi, riconosciuti da lui per giudici di tali controversie. Di più non ne dico io, perchè intorno a questo è da consultare la storia ecclesiastica. Terminato poi il concilio, ancorchè Eusebio vescovo di Nicomedia, e Teognide vescovo di Nicea godessero dianzi non poco della grazia sua, pure perchè non si acquetavano alle decisioni sacrosante del medesimo concilio, e continuavano a sostenere l'empietà di Ario, li mandò in esilio. Per tanti capi sarà sempre in benedizione nella cristianità la memoria di Costantino il Grande; ma egli spezialmente per cagione di questo importantissimo concilio si meritò una particolar venerazione presso tutti i cattolici. Basta leggere le Storie di Eusebio e di Socrate e gli Atti del concilio suddetto per conoscere qual fosse in tal occasione il fervore di questo gran principe nel culto e nell'amore della santa religione di Cristo. E però torno a dire, essere una marcia bugia quella di Zosimo[Zosimus, lib. 2, c. 29.]scrittore pagano, il quale circa cento anni dipoi fiorì, allorchè scrisse che Costantino, anche dopo la caduta di Licinio, continuò a seguitar il culto de' gentili, e a valersi degli aruspici ed indovini del paganesimo, con abbracciar il Cristianesimo solamente dopo la morte del figlio e della moglie. Da troppe prove si vede smentito un tal racconto, nè occorre fermarsi a confutarlo. Gli spettacoli de' gladiatori fin qui erano stati le delizie del popolo romano, anzi di tutti i popoli del romano imperio, benchè dappertutto non si facessero, perchè costavano troppo. Al mirare quegl'infami combattenti, chel'un l'altro ferivano, o scannavano solamente per vile interesse, giubilavano gli spettatori, applaudendo alla destrezza ed agilità degli uni, senza punto compassionare il sangue e la morte degli altri. Ora Costantino, illuminato dai documenti della legge di Cristo, ravvisata la deformità e barbarie di que' giuochi, pieno di giusto zelo, con suo editto[L. 1, de Gladiator., Cod. Theodos.], mentre dimorava in Berito, nel dì primo di ottobre, li vietò da lì innanzi sotto rigorose pene. Pretese il Gotofredo che quella legge fosse solamente locale, nè si stendesse per tutto il romano imperio; e non per altro, se non perchè sotto i successori di Costantino s'incontrano nè più nè meno gli spettacoli de' gladiatori[Thesaur. Novus Inscript., Tom. III, in fine.]. Credo io di avere abbastanza dimostrato, massimamente coll'autorità di Eusebio, che veramente fu universale quel divieto di Costantino, ancorchè i di lui figliuoli non sapessero poi sostenerlo: tanto erano impazziti i pagani dietro a que' barbarici e sanguinarii giuochi. All'anno presente ancora appartiene un'altra legge[L. 1, de Usuris, Cod. Theodos.]di Costantino, data nel dì 17 di aprile intorno alle usure. Erano queste a dismisura cresciute, perchè, secondo le leggi romane, non era proibito il cavar frutto dai prestiti, e perciò abbondavano allora i prestatori. Secondo l'opinione del Gotofredo, Costantino ridusse, per conto dei danari prestati, il frutto al dodici per cento, cioè a pagare l'uno per cento ogni mese; e, per quel che riguarda i naturali prestati, come sarebbe il grano, permise che il frutto d'ogni anno uguagliasse il capitale. Le leggi del Vangelo corressero dipoi sì fatte usure, e ne moderarono l'esorbitanza con lodevoli provvisioni. Possono vedersi nel codice Teodosiano altre leggi del medesimo Augusto, tutte correttrici degli abusi d'allora, o pure testimoni della di lui munificenza verso le chiese e verso le vergini sacre e le povere vedove, alle quali assegnòun'annua prestazione di grano. Nobilissimo del pari fu un suo editto, per cui si mostrò pronto ad ascoltare e ricevere le querele ed accuse d'ognuno, purchè assistite da buone pruove, contra di tutti gli uffiziali di corte, governatori delle provincie ed altri pubblici ministri che si abusassero del loro ufficio, promettendo di punir le loro ingiustizie e frodi, e di premiar chiunque gli scoprisse questi traditori della giustizia e nemici del pubblico e privato bene.
Consoli
Flavio Valerio Costantino Augustoper la settima volta eFlavio Giulio Costanzo Cesare.
Entrò nella prefettura di RomaAnicio Giulianonel dì 13 di novembre[Bucher., de Cyclo.]in luogo di Acilio Severo, e in quella carica continuò egli per i due seguenti anni. Un grande sfregio patì nell'anno presente la riputazione di Costantino per quelle passioni ed inganni, da' quali non va esente quasi mai alcuno de' potentati perchè uomini anch'essi come gli altri, ed uomini che hanno men freno degli altri. Prima nondimeno di palesar questo suo trascorso, convien dire che il vittorioso imperadore determinò in questo anno di passare, dopo tanto tempo di lontananza, a Roma, secondo tutte le apparenze, per celebrar ivi i vicennali del suo augustale imperio con più solennità. Di febbraio noi il troviamo[Gothofr., Chron. Codic. Theodos.]in Eraclea di Tracia, nel marzo in Sirmio di Pannonia, e nell'aprile in Aquileia. Ci comparisce nel principio di luglio in Milano, e nel dì 8 di luglio in Roma, dove abbiamo da Idacio[Idacius, in Fastis. Euseb., in Chron.]ch'egli celebrò l'anno ventesimo del suo imperio augustale, siccome nell'anno precedenteegli avea solennizzato in Nicomedia il ventesimo del cesareo. Per quel che riferisce Zosimo[Zosimus, lib. 2, cap. 29.], il popolo romano con una sinfonia di maledizioni e d'ingiurie lo accolse, non per altro, se non perchè sempre più si accertarono ch'egli aveva dato un calcio al culto dei loro idoli. In fatti solito era in quelle grandi solennità che gl'imperadori col senato, esercito e popolo si portassero al Campidoglio, per far ivi de' sacrifizii a Giove Capitolino; ma nulla di ciò volle far Costantino; e perchè si scaldarono alcuni per l'osservanza di quel sacrilego rito, non seppe ritenersi il pio imperadore dal prorompere in parole di abborrimento e sprezzo della superstizione pagana: il che gli tirò addosso l'odio del senato e popolo romano, costante per la maggior parte nell'idolatria. Anzi, se crediamo al medesimo Zosimo, l'esser egli restato mal soddisfatto di loro fece cader in mente il pensiero di formare una nuova Roma, e veramente la formò dipoi, siccome vedremo. Si vuol nondimeno ascoltare Libanio sofista[Liban., Oration. 14 et 15.], cioè un oratore di questo secolo, ben più di Zosimo vicino a Costantino, allorchè asserisce aver questo imperadore trattato i Romani con assai dolcezza, tuttochè le loro pasquinate e parole pungenti paressero degne di un trattamento diverso. Accadde un dì che, avendo egli stesso udita una salva d'insolentissime grida di quel popolo in dispregio suo, dimandò ai suoi due fratelli (cioè probabilmente a Delmazio ed Annibaliano, o pur Costanzo) che gli stavano appresso, cosa in tal congiuntura fosse da fare. L'un di essi fu di parere che s'inviassero i soldati a tagliare a pezzi que' temerarii. L'altro rispose che così avrebbono fatto i principi cattivi, ma che i buoni doveano dissimulare e sofferir le vane dicerie e scappate della plebe senza giudizio. Se ne rise in fatti Costantino:cosa che, a parer di Libanio, gli acquistò l'affezion de' Romani. Anche Aurelio Vittore[Aurelius Victor, de Caesarib.]lasciò scritto che il dolore mostrato dal popolo romano, allorchè questo glorioso principe venne a morte, assai diede a conoscere ch'egli era molto amato da essi Romani. Dopo essersi fermato in Roma Costantino per qualche tempo, sembra, secondo le leggi[Gothofredus, Chronolog. Cod. Theod.]che restano, aver egli di nuovo ripigliato il cammino alla volta della Pannonia, giacchè una sua legge di settembre è data in Spoleti, un'altra di ottobre in Milano, e una di dicembre in Sirmio.
Veniamo ora al passo più degli altri scabroso della vita di Costantino. Abbiam più volte fatta menzione diCrisposuo primogenito, partorito a lui da Minervina sua prima moglie, già creatoCesare, giovane di grande espettazione, e che avea anche dato saggi del suo valore nella guerra coi Franchi e con Licinio. Questo infelice principe nell'anno presente[Idacius, in Fastis.], per ordine dello stesso Augusto suo padre, tolto fu di vita, chi dice col veleno, e chi colla spada. Zosimo[Zosimus, lib. 2, cap. 29.]pretende succeduto così funesto avvenimento in Roma nel tempo che vi si trattenne Costantino; ma Ammiano Marcellino[Ammianus, lib. 14, cap. 11.], scrittore più vicino a questi tempi, assegna la città di Pola nell'Istria per luogo di tal tragedia. Perchè Costantino, principe sì saggio e clemente, e nello stesso tempo sì crudo padre, giugnesse a tanta severità, nol seppero dire di certo neppure gli antichi scrittori, e solamente a noi tramandarono i loro sospetti. Zosimo immaginò incolpato il misero giovane di tenere un'amicizia illecita con Fausta Augusta sua matrigna; o, per dir meglio, che Fausta facesse calunniosamente credere al marito d'essere stata tentata da questo suo figliastro[Zonaras, in Annalibus.]. Altri si figurarono che lamedesima Augusta inventasse delle cabale per persuadere a Costantino che il figlio macchinasse contro la vita e lo stato del padre[Aurel. Victor, in Epitome.]. Certamente i più convengono in dire che per le accuse della matrigna Crispo innocente perdè la vita. E ben probabile è che quell'ambiziosa donna, la qual già avea tre suoi proprii figliuoli, mirasse di mal occhio il figliastro Crispo anteposto per cagion dell'età ai suoi fratelli, per timore ancora che a lui solo potesse un dì pervenire l'imperio, e però si studiasse di screditarlo presso del padre, e le riuscisse di precipitarlo. Ell'era figliuola di un gran cabalista, cioè di Massimiano Erculio. Probabilmente profittò anch'essa di quell'indegna scuola. Comunque sia, la morte di questo amabil nipote fu un coltello al cuore di Elena madre dell'Augusto Costantino, nè potea essa darsene pace. Andò ella dipoi tanto pescando, che dovette in fine far costare al medesimo imperadore non men l'innocenza di Crispo, che la malvagità e la calunnia di Fausta sua matrigna; e vuole Filostorgio[Philostorgius, in Histor.]che si scoprisse allora, come l'iniqua donna avea tradito il talamo nuziale con prostituirsi a delle vili persone. Un sicuro segnale che Costantino la credesse rea, fu l'aver egli medesimamente ordinato che a lei si fosse tolta la vita: il che si crede eseguito con farla serrare in un bagno d'acqua bollente[Zosimus. Victor. Sidonius et alii.]. Se un esecrando commercio fosse stato fatto credere a Costantino fra la matrigna e Crispo, contra di amendue nello stesso tempo sarebbe caduta la pena. Perciò l'essersi differita la morte di Fausta rende assai verisimile che, scoperte le sue trame ed iniquità, essa arrivasse al meritato gastigo. Eutropio[Eutropius, in Breviar.]aggiugne che non si fermò qui l'ira di Costantino, perchè egli appresso feceuccidere molti de' proprii amici, o sospetti, o complici dei delitti verisimilmente di Fausta.
Ora questo lagrimevole avvenimento, di cui Eusebio non si attentò di far parola, perchè tasto troppo delicato, non volendo egli dispiacere ai figliuoli allora regnanti di Fausta, certo è che diede da mormorar non poco a' grandi e piccoli, ed offuscò non poco la gloria di Costantino, con esser giunto taluno[Sidonius Apollinaris, lib. 5, Epist. 8.]ad assomigliare il governo e secolo di lui a quel di Nerone; e senza trovarsi chi abbia saputo scusare o giustificare la credulità soverchia, o il rigore estremo da lui mostrato in tal occasione. Perciò Eutropio non ebbe difficoltà di dire che Costantino ne' suoi primi anni meritò d'essere uguagliato ai più insigni principi di Roma, ma che nel progresso egli potè contentarsi d'essere annoverato fra i mediocri. Non sussiste poi ciò che Zosimo[Zosimus, lib. 2, cap. 29.], dopo aver narrata questa tragedia, aggiugne con dire, che rimordendo la coscienza ad esso Augusto per tali trascorsi, e cercando la via di rimettersi in grazia di Dio, ricorse ai pagani, che gli dissero di non aver maniera di purgare i parricidii (il che Sozomeno[Sozomenus, Histor., lib. 1, cap. 5.]mostra essere falso), ebbe allora ricorso ad un Egiziano venuto di Spagna, cristiano di religione, che già s'era introdotto in corte (vuol probabilmente dire Osio, vescovo di Cordova), il quale l'assicurò che dal battesimo de' cristiani restava cancellata qualsivoglia reità: e però Costantino da lì innanzi aderì alla religione di Cristo. Più chiaro del sole è che molto prima di questi tempi Costantino s'era rivolto al Dio vero, con abbandonar gl'idoli. Che poi per tali fatti Dio permettesse che sopra Costantino si affollassero da lì innanzi varie sciagure, e che ne' figli suoi terminasse la sua discendenza, del che sembra essere persuasoil Tillemont[Tillemont, Mémoires des Empereurs.]: tuttavia meglio è non voler entrare ne' gabinetti di Dio, perchè le cifre de' suoi, sempre per altro giusti, giudizii venerar si debbono anche senza intenderle, e massimamente per non saper noi i veri reati di Costantino. Abbiamo poi da Eusebio[Eusebius, in Chron.]e da Eutropio[Eutrop., in Breviar.]che nell'anno stesso, in cui a Crispo tolta fu la vita, anche il giovaneLicinio, figliuolo del già Licinio Augusto, fu, d'ordine di Costantino, ucciso, nulla avendo servito a lui l'essere nato da Costanza sorella dell'imperadore medesimo. Qual motivo influisse a farlo privar di vita, e s'egli tuttavia conservasse il titolo di Cesare, a noi resta ignoto. Può ben temersi che anche per tale azione s'aguzzassero contra di Costantino le lingue di chi fra i pagani mirava lui di mal occhio. L'anno fu questo, in cui esso Augusto con sua legge[L. 6, de Episc., Cod. Theodos.]ordinò che i cherici ed altri ecclesiastici si cavassero dalla classe de' poveri, e non se ne ordinasse se non quel numero ch'era necessario alle chiese, acciocchè l'esenzione da lui conceduta ai sacri ministri del Vangelo non riuscisse dannosa al pubblico, cioè al corpo secolare. Con altra legge ancora[L. 1, de Haereticis, Cod. Theodos.]dichiarò che i privilegii da lui accordati alle persone ecclesiastiche s'intendessero in favore de' soli cattolici, e che ne restassero esclusi gli eretici e sismatici. Credesi finalmente[Pagius. Tillemont.]che in quest'anno fosse composto il poema in versi di Publilio Optaziano Porfirio, che giunto sino a' dì nostri fu dato alla luce dal Velsero, contenente le lodi di Costantino, ma formato con degli acrostici, e con altre di quelle ingegnose, o, per dir meglio, laboriose bagattelle, che erano anche nel secolo precedente al nostro il grande sforzo degl'ingegni minori. Contuttociò anche tali rimasugli dell'antichitàson da tenere in pregio, sì per le cose che contengono, come per farci intendere ancora il genio di que' secoli, nei quali per altro fiorirono tanti uomini grandi nelle lettere e nella santità. Augurando Optaziano in esso poema i vicennali felici a Costantino, e non men felici i decennali ai di lui figliuoli; perciò si crede composto quel poema prima della morte di Crispo.
Consoli
Flavio Valerio CostantinoeMassimo.
Nell'assegnare il nome del primo console ho io seguitato il padre Pagi[Pagius, Crit. Baron., ad hunc annum.]e il Relando[Reland., Fast. Consul.]; ma debbo ora dire che non abbiam sicurezza d'esso, nè sappiam chi egli fosse: tanto son diverse le date delle leggi di quest'anno e le asserzioni dei Fasti. Presso alcuni in vece diCostantinosi leggeCostanzo. Presso altri il puro suo nome è scritto senza il titolo diCesare, e in altri sì. Alcuni il fanno consoleper la prima volta, altriper la seconda, ed altri per laquinta. Fu creduto questo Costantino dal Panvinio[Panvin., Fast. Consul.]un parente di Costantino Augusto. Può essere che un dì salti fuori qualche iscrizione che tolga ogni dubbio. Una[Thes. Novus Inscript., pag. 354.]ne ho io recato, dove altra menzione non è fatta che diFlavio Cesaree diMassimo. Per conto di questo ultimo conghietturò il suddetto Panvinio ch'egli non fosse diverso daValerio Massimo Basilio, già da noi veduto prefetto di Roma; ma nei Fasti si soleva notare il solo ultimo cognome. Nella stessa prefettura seguitò ancora in questo annoAnicio Giuliano. Truovavasi loAugusto Costantino, per quanto apparisce dalle date di varie sue leggi[Gothofred., Chronolog. Cod. Theodos.], nell'anno presente in Tessalonica ed Eraclea, cioè in città della Macedonia e Tracia. San Girolamo, che dopo aver tradotta in latino la Cronica di Eusebio Cesariense[Hieronymus, in Chronico.], la continuò poi fino ai suoi giorni, fa verso a questi tempi menzione diArnobiooratore africano. Era egli di credenza pagano, ed insegnava agli scolari rettorica. Convertito alla religione di Cristo, impugnò di poi la penna contro le superstizioni e follie del gentilesimo con que' libri che tuttavia abbiamo gravi d'erudizion pagana, e bisognosi di commento. Non è improbabile che circa questi tempiElena, madre dell'Augusto Costantino, donna santa e colma di zelo per l'abbracciata religione di Cristo, andasse a Gerusalemme, dove scoprì il sepolcro del divino nostro Salvatore, e la vera croce, su cui egli morì. Portatone l'avviso a Costantino, ordinò che si fabbricasse ivi un insigne tempio col titolo della Resurrezione. Altre chiese a petizione della piissima Augusta egli piantò nel monte Oliveto, in Betlemme ed altri luoghi, per onorar le memorie della nascita e passion del Signore. Ma intorno a ciò è da consultare la storia ecclesiastica, depurata nondimeno da alcuni racconti poco sussistenti. L'anno preciso, in cui sant'Elena fu chiamata da Dio a miglior vita, resta tuttavia ignoto o controverso. Potrebbe essere che ciò succedesse nell'anno seguente. Eusebio[Euseb., in Vita Const., lib. 2, cap. 23 et seq.], dopo aver narrato le suntuose chiese alzate da Costantino in quei santi luoghi, descrive ancora le gloriose azioni di pietà, di munificenza e d'umiltà della santa imperadrice, e quanto amore a lei professasse, quanto onore le concedesse il figlio Augusto. Non solamente volle che foss'ella riconosciuta per imperadrice, e che si battessero medaglie d'oro in suo onore, ma le conferì ancora unapiena balìa per valersi del tesoro imperiale in opere di pietà. Appresso aggiugne, che essendo ella mancata di vita in età di circa ottant'anni, Costantino fece portare il suo corpo nella città regale, cioè a Roma, come comunemente vien creduto, e deporlo in un magnifico sepolcro. Altri visibili segni diede Costantino dell'amor suo verso la madre. Imperciocchè sotto quest'anno nota san Girolamo[Hieron., in Chronico.], ch'egli varie fabbriche alzò in onore di san Luciano martire, seppellito nel borgo di Drepano nella Bitinia, con farne una città, a cui diede il nome della madre, forse tuttavia vivente, chiamandola Elenopoli. Ne parla ancora la Cronica Alessandrina[Chron. Alexandrinum.]. Filostorgio[Philostorgius, Hist., lib. 2, cap. 13.]attribuisce alla stessa Elena la fabbrica di quella città e l'insigne tempio edificato in onore del suddetto martire. Abbiamo anche da Sozomeno[Sozomenus, lib. 2, cap. 2.]che una città di Palestina prese il nome di Elenopoli da questa santa imperadrice. Veggonsi iscrizioni, trovansi medaglie che confermano il gran credito ch'ella meritamente godè, tanto in vita che dopo morte, per le sue luminose virtù.
Consoli
JanuarioeGiusto.
S'incontra il primo console appellato ancheJanuarino. Seguitò nell'anno presente ad esercitar la prefettura di RomaAnicio Giuliano. Le poche leggi[Gothofred., Chronolog. Cod. Theodos.]che abbiamo appartenenti a quest'anno ci fan vedere Costantino in Nicomedia, capitale della Bitinia, e poi in Oiscos, o Escos, luogo della Dacia, o piuttosto della Mesia inferiore, oggidì Bulgaria.Qui la Cronica Alessandrina ci fa sapere che Costantino passò più volte di là dal Danubio, e che sopra quel fiume fece fabbricar un ponte di pietra. Anche l'uno e l'altro Vittore[Victor, in Epitome. Idem, de Caesarib.]attestano la fabbrica di questo ponte, nè si sa vedere perchè il Tillemont[Tillemont, Mémoires des Empereurs.]la chiami affatto inverisimile. Noi sappiamo che Costantino, più di quel che si possa credere, fu avidissimo della lode e della gloria. Ben probabile è ch'egli non volesse essere da meno di Traiano, da cui fu fabbricato un simil ponte su quel fiume regale. Abbiamo anche medaglie[Mediobarb., in Numismat. Imperat.], dove si mira quel ponte col motto SALVS REIPVBLICAE DANVBIVS. Questi movimenti di Costantino hanno poi fatto pensare a qualche erudito[Gothofredus et Tillemont.]che in quest'anno egli avesse guerra coi Goti e Taifali, popoli abitanti di là dal Danubio in faccia alla Mesia. E però il Mezzabarba[Mediob., in Numismat. Imperator.]rapporta monete battute, a suo credere, nel presente anno col motto VICTORIA GOTHICA. Ma forse tali medaglie son da riferire nell'anno 322. Per altro ve n'ha di quelle, dove egli comparisce circa questi tempiimperadore per la vigesima seconda volta, e queste dovrebbono assicurarci di qualche vittoria da lui riportata verisimilmente contra de' Barbari transdanubiani. In questi tempi appunto gli autori della storia ecclesiastica[Socrat. Sozomen. Philostorg. Pagius. Baronius et alii.]muovono gravi querele contro la memoria di Costantino, perchè egli richiamò dall'esilio l'eresiarca Ario, e poi Eusebio, Mari e Teognide, vescovi protettori del medesimo: dal che vennero poi non poche turbolenze alla Chiesa di Dio, e cominciò la persecuzione contra di sant'Atanasio. Certo è da stupire come un sì saggio Augusto, dianzi veneratore dei decreti del celebre concilio niceno, e che avea banditi i vescovisuddetti, perchè disubbidienti al medesimo concilio, poscia retrocedesse, e tanto si lasciasse avviluppar da Eusebio, vescovo di Nicomedia, che da lì innanzi il tenne per uno de' suoi più intimi consiglieri, e in riguardo suo molti falli commise in favore dell'arianismo. A simili salti è suggetto chiunque de' principi non sa sceglier buoni ministri.
Consoli
Flavio Valerio Costantino Augustoper l'ottava volta eFlavio Valerio Costantino Cesareper la quarta.
Ad Anicio Giuliano nella prefettura di Roma succedette nel dì 7 di settembrePublio Optaziano[Cuspinianus. Panvinius. Bucherius.], che taluno ha creduto quel medesimo Optaziano poeta da noi veduto di sopra autore del panegirico di Costantino. Ma quel poeta si nomòPublilio, e forse non è da credere che uomo di grande affare e degno di sì riguardevol carica egli fosse, da che si perdeva in quelle pedanterie d'acrostici. Oltre di che, san Girolamo[Hieronymus, in Chron.]scrive ch'egli in quest'anno fu richiamato dall'esilio. Poscia nella suddetta prefettura entrò, nel dì 8 di ottobre,Petronio Probiano. Dimorò Costantino in questi tempi, siccome risulta dalle date delle sue leggi[Gothofred., in Chron. Cod. Theodos.], nella Pannonia, Dacia e Tracia, ora in Sirmio, ora in Naisso, Sardica ed Eraclea. Era egli in questi tempi tutto applicato alla fabbrica della nuova città di Costantinopoli, della cui dedicazione parleremo all'anno seguente. Nota san Girolamo, nella sua Cronica, che in quest'anno solamente fece Costantino morir Fausta sua moglie; ma dee ben prevalere l'opinione di tanti altri che tal tragedia riferiscono all'anno stesso in cui tolta fu la vita a Crispo Cesare. Aggiugneil medesimo che parimente in questi tempi fece grande strepito in Africa Donato vescovo di Cartagine, con avvalorare lo scisma di quelle chiese, e che da lui venne il nome de' Donatisti più tosto che da un altro precedente Donato. Similmente scrive che nella città di Antiochia si cominciò a fabbricare la suntuosa basilica de' cristiani, chiamata Aurea, per ordine senza fallo di Costantino. Giovanni Malala[Joannes Malala, in Chronogr.]probabilmente indica il medesimo tempio, con dire che esso Augusto edificò in quella città la gran chiesa, cioè la cattedrale, opera veramente magnifica, con aver demolito il bagno del re Filippo, già maltrattato dalle ingiurie del tempo, e divenuto inutile. Presso a quella chiesa ancora fabbricò lo spedale dei pellegrini; e del tempio di Mercurio formò la basilica appellata di Rufino.
Consoli
GallicanoeSimmaco.
In alcuni Fasti[Cassiodorus, Prosper, in Fastis.]in vece diGallicanosi trova unCostanzo per la terza volta, piuttosto cheper la settima, console conSimmaco. Però taluno ha creduto ch'egli fosse sostituito a Gallicano. Io il lascio nelle sue tenebre. Continuò anche per l'anno presentePetronio Probianoad esercitar la prefettura di Roma. S'è disputato non poco fra gli eruditi[Baron. Gothofred. Petavius. Pagius.]intorno all'anno, in cui Costantino Augusto cominciò la fabbrica della nuova città di Costantinopoli, e poi ne fece la dedicazione. Lasciando io il primo punto che poco importa, dico convenire oggidì i più in credere che in quest'anno egli dedicasse quella città, mutando il nome di Bisanzio in quello diCostantinopoli. Era egli negli anni addietro, siccome sommamente vago di gloria, invogliato di fabbricare una città, per imporle il suo nome, ed eternar con ciò maggiormente la sua memoria nei secoli avvenire. Pensava ancora di stabilir ivi la sua residenza, facendo di quella città una nuova Roma, che gareggiasse in grandezza ed ornamenti colla vecchia. Pretende Zosimo[Zosimus, lib. 2, cap 30.]che egli a ciò s'inducesse, perchè mal soddisfatto del popolo romano, da cui era stato caricato di maledizioni l'ultima volta che egli fu a Roma, a cagion della religione mutata. Non è questo improbabile, dacchè sappiamo che dalla nuova città egli escluse ogni reliquia di paganesimo: il che non gli sarebbe con egual facilità e quiete riuscito nell'antica Roma. Fosse questo il motivo, o pure il desiderio della gloria, e di divertire i suoi pensieri in tempo di pace, che gl'ispirasse tal disegno, certissimo è aver egli a tutta prima scelto un sito sulla costa dell'Asia in vicinanza della già distrutta città di Troia, per fabbricarvi la novella sua città, e che v'impiegò assai tempo ed operarii ad alzarne le mura e le porte. Ma nell'andar egli soggiornando in quelle vicinanze, meglio di quel che avesse fatto in addietro, adocchiò, e ravvisò la mirabil situazione dell'antica città di Bisanzio, e quivi determinò di far la sua reggia; e lasciato andare l'incominciato lavoro, tutto si diede ad accrescere e rinnovare quest'altro luogo. Chiunque anche oggidì osserva Costantinopoli, confessa non potersi trovare un sito più bello, più delizioso e più comodo di quello sulla terra, perchè posta quella città sotto moderato clima sul fin dell'Europa in un promontorio, e in faccia alla vicina Asia, col mare che le bacia le mura, con porto capacissimo di navi, con fertili campagne, e frapposta a due mari, ciascun dei quali può facilmente mantenere in essa l'abbondanza. Quivi dunque tutto si diede l'Augusto Costantino a fabbricare,con aprire gli scrigni ed impiegar largamente i suoi tesori in quell'impresa, con ritenere il meglio del vecchio Bisanzio, ed accrescere a meraviglia il circuito delle sue mura.
Gli autori greci[Euseb. Sozomen. Philostorg. Codinus, et alii.], siccome si può vedere nella descrizion di Costantinopoli cristiana, che abbiamo dall'erudita penna del Du-Cange, contano maraviglie, avvenimenti soprannaturali, ed anche favolosi, della fondazione di questa città. Non convenendo all'assunto mio l'entrare in sì fatto argomento, a me basterà di dire che le nuove mura abbracciarono un gran sito, entro il quale egli fece edificare un superbo imperial palagio, con altri assaissimi per i suoi cortigiani ed uffiziali, belle strade e case, piazze non inferiori in bellezza a quelle di Roma, circhi, statue, fontane, terme, portici suntuosi sostenuti da più file di colonne di marmo: in una parola, si studiò egli di formare una città che in fabbriche ed ornamenti potesse competere con quella di Roma che era la maraviglia delle città. E per maggiormente abbellirla, non si mise scrupolo di spogliar l'altre città, per asportar colà le cose più rare, senza neppur eccettuare quella di Roma. Chi leggesse la storia sola di Zosimo[Zosimus, l. 2, cap. 31.], crederebbe che Costantino in questa nuova città avesse eretti templi ai falsi dii, ed onorate le statue loro. Ma Eusebio[Euseb., in Vita Costantini, lib. 3, cap. 48.], che scrive le cose de' suoi dì, ed altri antichi scrittori[Socrates, l. 1 Histor., cap. 16 et alii.]ci assicurano che egli unicamente vi fabbricò delle magnifiche chiese, fra le quali mirabil poscia fu quella de' Santi Apostoli, oltre a varii oratorii in memoria de' martiri, e che in quella città non soffrì alcun tempio de' gentili, nè che le statue de' loro dii si onorassero ne' templi. Quelle che v'erano, o che furono portate altronde colà, servivano solamente per ornamento della città, e non per ricevere culto dai pagani. Però di là fuestirpata l'idolatria, ed in essa pubblicamente non si adorava se non il vero Dio e la croce santa; e questa gioiellata facea bella comparsa nella sala maggiore dell'imperial palazzo. Quel solo che troviam ripreso da Zosimo[Zosimus, lib. 2, cap. 32.]e da Temistio[Themistius, Orat. 3.]in Costantino, fu la soverchia fretta sua, per aver presto il piacere di veder terminate tante fabbriche, perchè, trovandole malfatte, le disfaceva, ed altre non poche d'esse ebbero in effetto corta sussistenza, e convenne ai susseguenti Augusti di risarcirle e far di nuovo. A fine poi di popolare quest'ampia città, ed accrescerne l'abitato, tirava ad essa i popoli delle altre città e provincie, allettandoli con privilegii ed esenzioni, e con donar loro terre da coltivare, ovver danari. E a molti senatori ancora, venuti da Roma a stanziare colà, donò palazzi e ville. Assegnò anche rendite annuali che servissero ad aumentare le case e a sempre più abbellir la città di nuovi edifizii. Altre poi erano destinate per dare annualmente al povero popolo pane o pur grano, carne ed olio[Sozom. Socrates. Zosimus. Cod. Theodos. et alii.].
In questa maniera non passò gran tempo che Costantino vide piena di abitatori la sua città, con avere, siccome scrisse anche san Girolamo[Hieron., in Chronico.], spogliate quasi tutte le altre per ingrandire ed ornar questa sua favorita figlia. Affinchè poi vi abbondassero i viveri, concedette varii privilegii ai mercatanti di grano dell'Oriente e dell'Egitto, che tutti da lì innanzi correvano a smaltire in sì popolata città le lor vettovaglie, città che per l'addietro tante ne produceva, che ne facea parte all'altre. I Greci moderni, spezialmente Codino[Codinus, Origin. Constantin.], spacciarono dipoi una man di fole intorno a questa fondazione, e massimamente una curiosa particolarità, che, quantunque favolosa, merita di essere comunicata ai lettori. Cioèche Costantino, allorchè era dietro alla fabbrica d'essa città, chiamò a sè i principali nobili romani, e li mandò alla guerra contro i Persiani. In quel mentre, secondo le misure venute da Roma, ordinò che si fabbricassero palazzi e case affatto simili a quelle che essi godevano in Roma; e dopo averle mobigliate di tutto punto, segretamente fece venir colà le loro mogli e i figliuoli con tutte le famiglie, e le collocò in quelle abitazioni. Dopo sedici mesi tornarono que' nobili dalla guerra, accolti con un solenne convito dall'imperadore, il quale fece poi condurre cadauno all'abitazion loro assegnata, e tutti all'improvviso si trovarono fra gli abbracciamenti dei lor cari. Torno a dire, che è spezioso il racconto; ma che chiunque l'esamina, ne scorge tosto la finzione; e tanto più che guerra non fu allora coi Persiani, nè gli antichi fan parola di questo fatto, e lo avrebbono ben saputo e dovuto dire, se fosse avvenuto. Ora varii autori[Idacius, in Fastis. Chronic. Alexandrinum. Hieron., in Chron. Zonaras, in Annalib. et alii.]s'accordano in iscrivere che l'Augusto Costantino nel dì 11 di maggio dell'anno presente fece con gran solennità di giuochi e profusion di doni la dedicazione di questa nuova città, abolendo l'antico nome di Bisanzio, ed ordinando ch'essa da lì innanzi fosse chiamatacittà di Costantino, o siaCostantinopoli. Fra le sue leggi[L. 2, de Judaeis, Cod. Theod.]comincia appunto a trovarsene una data sul fin di novembre in quella città col suddetto nome. Non è già che in quest'anno fosse ridotta a perfezione così insigne città, ricavandosi da Giuliano Apostata[Julian., Oratione I.]e da Filostorgio[Philostorgius, Histor., lib. 2, cap. 9.]che si continuarono i lavori anche qualche anno dipoi. Ma perchè dovevano essere terminate le mura, le porte e i principali edifizii, perciò l'imperadore impaziente non potè aspettare di più per darle il nome e farne la dedicazione in quel giorno, che annualmente fu poi celebrato anche ne' secolisusseguenti dalla nazione greca. Per maggiormente poi esaltare la sua città, Costantino le diede ancora il titolo diseconda Roma, o pure diRoma novella[Sozomenus, Histor., lib. 2, cap. 3. Socrates, Hist., lib. 1, cap. 1.]; volle che godesse tutti i diritti e le esenzioni che godeva la vecchia, stabilì ivi un senato, ma del secondo ordine, e varii magistrati, che esercitavano la loro autorità sopra tutto l'imperio dell'Oriente, e sopra l'Illirico orientale; in una parola, se vogliam credere a Sozomeno, andò così crescendo Costantinopoli, che in meno di cento anni giunse a superar Roma stessa non men per le ricchezze che per la copia degli abitanti. Zosimo[Zosimus, lib. 2, cap. 35.]scriveva, circa cento anni dappoi, che facea stupore la sterminata folla di gente e di giumenti che si mirava in quelle strade e piazze; ma che, essendo strette esse strade, scomodo e pericoloso era il passarvi. Giunge anche a dire che niun'altra città potea allora paragonarsi in felicità e grandezza a Costantinopoli, senza eccettuar Roma vecchia, la qual certo cominciò a declinar da qui innanzi non poco per questa emula nuova.
Consoli
Annio BassoedAblavio.
Nel dì 12 d'aprile entrò nella prefettura di RomaAnicio Paolino. Le leggi[Gothofred., Chronolog. Cod. Theodos.]pubblicate in quest'anno dall'Augusto Costantino cel fanno vedere tuttavia residente in Costantinopoli, applicato ivi al compimento di varie fabbriche. Allora fu ch'egli con un prolisso editto, il quale nel Codice di Giustiniano si trova diviso in sei diverse leggi, e indrizzato a tutte le provincie del romano imperio, si studiò di provvedere alle concussioni ed avanie dei giudici, notai, portieri ed altriuffiziali della giustizia, ed anche alla prepotenza de' privati. Vuol dunque ivi che chiunque si sentirà aggravato dall'avarizia, rapacità e ingiustizia de' suddetti, liberamente porti le sue doglianze ai governatori; e, non provvedendo essi, ricorra ai conti delle provincie, o ai prefetti del pretorio, affinchè essi ne diano conto alla maestà sua, ed egli possa punire questi abusi e delitti secondo il merito. Nè solamente impiegava in questi tempi Costantino i suoi tesori per l'accrescimento della sua diletta città di Costantinopoli; stendeva anche la sua munificenza ad altre città, con fabbricar ivi dei riguardevoli templi in onore di Dio, de' quali parla Eusebio[Euseb., in Vita Const., lib. 3, cap. 50 et 63.]. Faceva inoltre sfavillare il suo zelo in favore della Chiesa cattolica, con aver pubblicato un editto contra de' varii eretici che allora l'infestavano, ma non già contra degli Ariani, perchè introdottosi forte in grazia di lui uno scaltro protettore d'essi, cioè quel volpone di Eusebio, vescovo di Nicomedia, di cui si parlò di sopra, andò egli non solamente inorpellando al buon Augusto i sacrileghi dogmi dell'eresiarca Ario, ma mise anche sottosopra le due insigni chiese di Antiochia e di Alessandria: del che potrà il lettore chiarirsi consultando la storia ecclesiastica. Racconta eziandio il medesimo Eusebio[Idem, ibidem, lib. 4, cap. 2.]che Costantino fece sentire la beneficenza sua a tutto l'imperio, con levare un quarto dei tributi che annualmente pagavano i terreni: indulgenza che gli tirò addosso la benedizione dei popoli. E perciocchè non mancavano persone, le quali si lamentavano di essere state oltre il dovere aggravate negli estimi delle loro terre sotto i principi precedenti, spedì estimatori dappertutto, acciocchè riducessero al giusto quello che fosse difettoso. Parla anche Eusebio della non mai stanca liberalità di questo grazioso regnante verso le provincie e verso chiunque a lui ricorreva; di maniera cheegli giunse, per soddisfare a tanti che chiedevano onori, ad inventar nuove cariche e nuovi uffizii, colla distribuzion de' quali si studiava di rimandar contenta ogni meritevol persona. Zosimo[Zosimus, lib. 2, cap. 32 et seq.], che per cagione del suo paganismo non seppe se non mirar d'occhio bieco tutte le azioni di Costantino, gli fa un reato di questo, e particolarmente perchè di due prefetti del pretorio egli ne formasse quattro. Il primo d'essi era prefetto del pretorio dell'Italia, da cui dipendeva l'Italia tutta colla Sicilia, Sardegna e Corsica, e l'Africa dalle Sirti sino a Cirene, e la Rezia, e qualche parte dell'antico Illirico, come l'Istria e Dalmazia, e verisimilmente anche il Norico. Era il secondo quello dell'Oriente, a cui Costantino, per onorar la sua cara Costantinopoli, diede una buona porzione, unendo sotto di lui l'Egitto colla Libia Tripolitana, e tutte le provincie dell'Asia, e la Tracia, e la Mesia inferiore con Cipri ed altre moltissime isole. Il terzo fu quel dell'Illirico, al quale erano sottoposte le provincie della Mesia superiore, la Pannonia, la Macedonia, la nuova Dacia, la Grecia ed altri adiacenti paesi, compresi anticamente sotto esso nome d'Illirico. Fu il quarto quello delleGallie, che comandava a tutta la Francia moderna sino al Reno, e a tutta la Spagna, con cui andava congiunta la Mauritania Tangitana, e alle provincie romane della Bretagna. Zosimo pretende che l'istituzione di tali magistrati riuscisse pregiudiziale all'imperio. Ma doveva far mente quello storico che Diocleziano il primo fu in certa maniera ad istituire quattro prefetti del pretorio, allorchè in quattro parti divise il romano imperio. Quel che più importava, quand'anche se ne faccia autore Costantino, con ottima intenzione o per maggior comodo de' popoli egli creò que' magistrati. Veggasi ilGotofredo[Gothofred., tom. VI Cod. Theodosian. Pancirolus, Notitia Utriusque Imperii. Bulenger., de Imp. Roman., lib. 3.]ed altri che han trattato dell'uffizio, dell'autorità e delle incumbenze de' prefetti del pretorio. Che se uffiziali di tanta dignità, o i lor subalterni col tempo si abusarono del loro impiego, alla lor negligenza o malizia si dovea attribuire il reato, e non già alla dignità, saviamente e con buon fine istituita, che, al pari di tante altre, potè cadere in mani cattive.
Consoli
PacazianoedIlariano.
TrovasiAnicio Paolinocontinuare in quest'anno ancora nella prefettura di Roma. Se vogliam riposar sull'asserzione di quella mala lingua di Zosimo[Zosimus, lib. 2, cap. 31.], da che Costantino si perdè tutto dietro alla fabbrica di Costantinopoli, non si curò più di far guerra, ed attese solamente a darsi bel tempo. Cinquecento Taifali, nazione scitica, fecero con soli cinquecento cavalli un'irruzione nel paese romano (probabilmente in quest'anno), e non solamente niuna schiera loro oppose Costantino, ma anche, dopo aver perduta la maggior parte dell'esercito suo, allorchè vide comparire sino ai trincieramenti del suo campo i nemici che davano il sacco alla campagna, si mise fuggendo con gran fretta in salvo. Ho tradotto le stesse parole di Zosimo, acciocchè il lettore comprenda la contraddizione di questo appassionato storico. Se Costantino perdè tanti de' suoi armati, il che suppone qualche battaglia, come non oppose egli gente a que' Barbari? Ma nè questi svantaggi della cesarea armata, nè la fuga dell'invitto imperadore son cose da credere a Zosimo, venendo egli smentito da Eusebio scrittorecontemporaneo[Euseb., in Vit. Const., lib. 4, cap. 5.], e da s. Girolamo[Hieronymus, in Chronico.], e da Socrate[Socrates, Histor., lib. 1, cap. 18.], e da Sozomeno[Sozomenus, Histor., lib. 2, cap. 8.]. Sotto quest'anno san Girolamo scrive che i Romani vinsero i Goti; perciocchè con questo nome usarono molti di comprendere molte delle nazioni scitiche, Tartari da noi chiamate oggidì, si può conghietturare ch'egli significasse i Taifali di Zosimo. Eusebio anch'esso ci assicura che Costantino soggiogò le dianzi indomite nazioni degli Sciti e dei Sarmati. E Socrate attesta bensì che i Goti fecero delle incursioni nel territorio romano, ma soggiugne che Costantino li vinse. Abbiamo anche dall'Anonimo Valesiano[Anonym. Valesianus.]che i Sarmati, pressati dalla guerra che lor facevano i Goti, implorato l'aiuto di Costantino, l'impetrarono; e che per la buona condotta diCostantino Cesarecirca cento mila di que' Barbari perirono di fame e di freddo. Pare perciò che Costantino, primogenito dell'Augusto Costantino, quegli fosse che un titolo di generale a nome del padre guerreggiasse coi Goti: il che si può anche inferire da Giuliano Apostata[Julian., Oration. I.]. A ciò si dee unire lo scriversi da Idacio[Idacius, in Fastis.]che i Goti furono sconfitti dai Romani nel paese de' Sarmati, correndo il dì 22 d'aprile dell'anno presente. Secondo l'Anonimo Valesiano[Anonym. Vales.], Ararico o sia Aorico, re dei Goti, per tale riconosciuto anche da Giordano[Jordan., de Reb. Get., cap. 21.]istorico, fu poscia obbligato a chiedere pace, per sicurezza della quale diede alcuni ostaggi, e fra essi un suo figliuolo. Anche Aurelio Vittore[Aurelius Victor, de Caesarib.]ed Eutropio[Eutrop., in Breviar.]riconobbero vinti da Costantino Augusto i Goti; di maniera che le dicerie di Zosimo si scuoprono effettiunicamente del suo mal cuore verso di un imperadore sì glorioso e degno. Abbiamo inoltre nelle medaglie[Mediob., in Numismat. Imperator.]autenticati questi fatti colla memoria della VICTORIA GOTHICA. E qui Eusebio[Euseb., in Vit. Const., lib. 4, cap. 5.]osserva un riguardevol pregio dell'Augusto Costantino. Erano stati soliti non pochi de' precedenti imperadori di pagare alle nazioni barbare confinanti un annuo regalo, che in sostanza era un tributo, ed indizio che i Romani si professavano come sudditi e servi de' Barbari. Non volle l'invitto Costantino sofferir questo vergognoso aggravio; e perchè ricusò di pagare, ebbe guerra con que' popoli. Confidato nella protezione di quel divino Signore, colla cui croce egli procedeva nelle guerre, domò tutti coloro che osarono di fargli resistenza; nè più pagò loro tributo: il che vien confermato da Socrate[Socrates, Hist., lib. 1, cap. 18.]. Gli altri Barbari poi che non presero l'armi ammansò egli in tal maniera con prudenti ambascerie, che li ridusse da una vita senza legge e simile alle fiere ad una civile ed umana forma di vivere, imparando in fine gli Sciti ad ubbidir ai Romani. Così Eusebio vescovo di Cesarea, egregio testimonio di tali affari, perchè vivente e scrivente allora le sue Storie. Ma esso Eusebio, nel descrivere le azioni di Costantino, perchè si prefisse di compilar quelle solamente che riguardavano la di lui pietà, non si curò delle altre che concernevano la di lui gloria civile e militare; e però non sappiamo distintamente in che consistessero le sue guerre e vittorie contra dei Goti e d'altri Barbari. Se fossero pervenute sino a' dì nostri le storie diPrassagora Ateniese, conosciute da Fozio[Photius, in Biblioth., Cod. 62.], e quelle diBemarco Cesariense, mentovate da Suida[Suidas, in Lexico.], siccome ancora le Vite degl'imperadori composte daEunapio, autori che trattarono de' fatti diCostantino, altre particolarità noi sapremmo ora della di lui vita. Tanto nondimeno a noi resta da potere smentire la licenza di Zosimo ostinato pagano. Nè si dee tacere aver asserito Socrate[Socrat., lib. 1, cap. 8.]e Sozomeno[Sozomenus, lib. 1, cap. 18.]che le vittorie di Costantino, riportate nelle guerre coi Goti, fecero visibilmente conoscere la protezione di Dio sopra questo principe, in guisa tale che moltissimi d'essi Goti, convinti anche per tale osservazione della verità della religion cristiana (passata settanta anni prima nelle lor contrade coll'occasion degli schiavi cristiani), la abbracciarono e professarono, benchè infettata dagli errori d'Ario. Abbiamo ancora dal sopraccitato storico Giordano[Jordan., de Reb. Getic., cap. 21.]che Alarico, re allora d'essi Goti, provvide all'armate di Costantino quaranta mila de' suoi soldati, i quali sotto nome di collegati cominciarono a militare al di lui servigio. Se costoro vollero i danari de' Romani, convenne che da lì innanzi se li guadagnassero col servire negli eserciti cesarei.
Consoli
Flavio DelmazioeZenofilo.
Quelle leggi e que' fasti, ne' quali in vece diDelmaziosi leggeDalmazio, s'hanno da credere alterati dai copisti ignoranti ed avvezzi a chiamarDalmaziaquella che negli antichi secoli era appellataDelmazia, siccome apparisce da varie iscrizioni militari nella mia Raccolta[Thesaur. Novus Inscr., Class. XI.]. Nelle medaglie[Goltzius. Tristanus. Spanhemius et alii.]poi troviamo conservato il di lui vero nomeDelmazio. Alcuni han creduto questo Delmazio fratello di Costantino, ma di altra madre. Oggidì opinion più ricevuta è ch'egli fosse figliodi un fratello di Costantino, nè andrà molto che il vedremo decorato col titolo diCesare. Nel dì 7 d'aprile fu conferita la carica di prefetto di Roma aPublio Optaziano[Cuspinianus. Panvinius. Bucher.]creduto dal Tillemont[Tillemont, Mémoires des Empereurs.]quel medesimo Publio Optaziano Porfirio che compose in acrostici il panegirico di Costantino. Ma poco durò il suo impiego, perchè nel dì 10 di maggio gli succedetteCeionio Giuliano Camenio. Fra i tre figliuoli dell'Augusto Costantino, l'ultimo eraCostante, nato circa l'anno 320. Al pari degli altri due fratelli fu anch'egli nel dì 25 di dicembre dell'anno presente creatoCesare[Idacius, in Fastis. Hieron., in Chronico.]. Nelle altre medaglie e nelle iscrizioni si trova chiamatoFlavio Giulio Costante. Abbiamo da san Girolamo che terribilmente infierì nella Soria e Cicilia la carestia colla mortalità d'innumerabili persone. Di questa orrida fame, che afflisse tutto l'Oriente, parla anche Teofane[Theophanes, Chronogr.], dicendo che un moggio di grano costava allora un'incredibile prezzo; e che in Antiochia e Cipri le ville altro non faceano che saccheggi sulle vicine, e buon per chi avea superiorità di forze. Racconta ancora Eunapio che in non so qual anno si patì penuria di grano in Costantinopoli, perchè i venti contrarii impedivano ai legni mercantili l'abbordare a quel porto. Trovavasi allora in gran credito alla corte di CostantinoSopatro, filosofo platonico, ito colà per frenare l'impetuosità di Costantino in distruggere il paganesimo. Ma, venuto un dì in cui mancò il pane alla piazza, infuriata la plebe con alte grida cominciò ad esclamare contra di Sopatro, con dire ch'egli era un mago, ed incantava i venti, affinchè non arrivassero i vascelli del grano. Zosimo[Zosimus, lib. 2, cap. 40.]pretende che questa fosse una cabala diAblavioprefetto del pretorio, al quale non piaceva tanta familiarità di quelbarbone coll'imperador Costantino. Nientedimeno si può credere che di gran conseguenza non fosse il favore goduto da costui; imperciocchè Costantino permise che l'infuriata plebe il mettesse a pezzi, forse, come vuole Suida, per far conoscere l'abborrimento suo al paganesimo. Si può anche riferire a questi tempi ciò che lasciò scritto Eusebio[Euseb., in Vita Constantin., lib. 4, c. 7.], cioè tanto essere salito in riputazione l'Augusto Costantino, che da tutte le parti della terra erano a lui spedite ambascerie. Ed egli stesso attesta d'aver più volte osservato alle porte del palazzo imperiale le varie generazioni di Barbari, fra' quali specialmente i Blemmii, gli Indiani, gli Etiopi, tutti venuti per inchinare un così glorioso e temuto monarca. Il vestir loro, la capigliatura, le barbe, tutte erano diverse. Terribile il loro aspetto, e la statura quasi gigantesca. Rosso il colore d'alcuni, candidissimo quello d'altri. Portavano tutti costoro dei regali a Costantino, chi corone d'oro, chi diademi gioiellati, cavalli, armi ed altre specie di donativi, per entrare in lega con lui, e stabilir seco buona amicizia. Più era poi quello che il generoso principe loro donava, rimandandoli perciò più ricchi di prima, e contenti a casa. Oltre a ciò, i più nobili fra que' Barbari soleva egli affezionarsegli, decorandoli con titoli ed ammettendoli alle dignità romane: dal che veniva che la maggior parte d'essi, non curando più ritornarsene alla patria, si fermava ai servigi del medesimo Augusto. E tale era la politica di Costantino, il cui cuore non si trovava inquietato dalla dannosa insaziabilità de' conquistatori, ma bensì nobilmente bramava di far godere un'invidiabil pace e tranquillità a tutti i sudditi del suo vasto imperio: lode non intesa dal maledico Zosimo[Zosimus, lib. 2, cap. 32.], che quasigli fa un reato, perchè desistè dalle guerre. E di questa sua premura di far godere la pace ai suoi popoli un bel segno diede, allorchè Sapore re della Persia (se crediamo a Libanio[Liban., Oration. 3.]), in occasione di inviargli una solenne ambasciata, gli dimandò una gran quantità di ferro, di cui niuna miniera si trovava in Persia, col pretesto di valersene per far guerra ai lontani. Tuttochè Costantino conoscesse che questo ferro potea un dì servire contro i Romani, pure, per non romperla con quel re, che parea disposto a far guerra, ne permise l'estrazione, assicurandosi coll'aiuto di Dio di vincere anche i Persiani armati, se l'occasion veniva. Della stessa ambasciata fa menzione Eusebio[Euseb., in Vita Const., lib. 4, cap. 8.], siccome ancora della suntuosità de' regali passati fra loro, e della pace di nuovo assodata fra i due imperii. Aggiugne che un motivo particolare ebbe il piissimo Costantino di mantener buona armonia con quel re, perchè la religione di Cristo avea stese le radici fino in Persia; ed egli, siccome protettor d'essa, non volea che i cristiani di quelle contrade restassero esposti alla vendicativa barbarie del re persiano. Anzi abbracciò egli questa congiuntura per iscrivere a quel regnante una lettera, a noi conservata da Eusebio e da Teodoreto[Theodoretus, Hist., lib. 1, cap. 24.], in cui, dopo aver esaltata la religion de' cristiani, come sola ragionevole e protetta da Dio, raccomanda a quel re i fedeli abitanti nel di lui regno. Il Gotofredo[Gothofred., Chron. Cod. Theodos.]e il padre Pagi[Pagius, Crit. Baron., ad hunc annum.]mettono sotto quest'anno lo studio di Costantino, affinchè si distruggessero i templi e gl'idoli più famosi del gentilesimo, come si ricava da san Girolamo[Hieron., in Chronico.]e da altri antichi scrittori.
Consoli
Lucio Ranio Aconzio OptatoeAnicio Paolinojuniore.
OptatoePaolinosono i cognomi indubitati di questi due consoli. I loro nomi son presi da iscrizioni riferite dal Panvinio e Grutero, le quali non è ugualmente certo che appartengano a questi personaggi. Dal Catalogo del Cuspiniano e Bucherio[Cuspinianus. Panvinius. Bucherius.]abbiamo che nel dì 27 d'aprile del presente anno la prefettura di Roma fu raccomandata adAnicio Paolino: sicchè, se regge il suddetto supposto, egli fu nello stesso tempo ornato delle due più illustri dignità di Roma. Un'iscrizione del Panvinio[Panvinius, in Fast.]parla di tutte e due queste dignità, e il Tillemont[Tillemont, Mémoires des Emp.]l'adduce per pruova che Paolino le esercitò nel medesimo tempo. Ma nelle iscrizioni si solevano annoverar tutte le dignità e gl'impieghi onorevoli dei personaggi, loro addossati in varii tempi; e però non è bastante quel marmo a togliere ogni dubbio che Paolino in quest'anno fosse console e prefetto di Roma. Le leggi del Codice Teodosiano[Gothofred., Chron. Cod. Theod.]ci fan vedere Costantino Augusto, nell'anno presente, ora in Costantinopoli, ora in Singidone della Mesia, ed ora in Naisso della Dacia. Diede egli nella prima d'esse città una legge[L. 2, de Offic. Judic. omn.]nel dì 26 di giugno in favor de' pupilli, delle vedove, e d'altre miserabili persone, concedendo loro il privilegio di non poter essere tratte fuori del loro foro e paese, quando abbiano liti, per farle litigare nel tribunale supremo del principe; e di poter esse all'incontro citare i loro avversarii a quel tribunale. Con varie altre leggi promosse il medesimo Augustol'ornamento della città di Costantinopoli, col concedere dei privilegii agli architetti, e l'abbondanza de' viveri con proporne degli altri ai mercatanti. Noi vedemmo di sopra all'anno 332 che trovandosi i Sarmati in pericolo di soccombere alla potenza de' Goti, ottennero aiuto da Costantino, dalle cui armi entrate nella Sarmazia furono que' Barbari sonoramente battuti e sconfitti. Due parole abbiamo dall'Anonimo Valesiano[Anonymus Valesianus.], le quali sembrano significare, che per aver egli dipoi trovati i medesimi Sarmati di fede dubbiosa ed ingrati a' suoi benefizii, anche contra di loro ebbe guerra, e li vinse. Socrate[Socrat., lib. 1, cap. 18.]chiaramente attesta le vittorie da lui riportate, non solo de' Goti, ma anche de' Sarmati, senza che ne sappiamo di più, nè in qual anno ciò succedesse. Truovansi perciò medaglie[Mediobarb., Numism. Imper.]d'esso Augusto, dove egli è appellato VICTOR OMNIVM GENTIVM; e in altre si legge: DEBELLATORI GENTIVM BARBARARVM. Ora si vuol narrare uno stravagante fatto che appartiene all'anno presente, per attestato d'Idacio[Idacius, in Fastis.], Eusebio[Euseb., in Vit. Const., lib. 4, cap. 6.]ed altri[Hieron., in Chron.]. Ossia che i popoli suddetti della Sarmazia (oggidì Polonia) avessero guerra solamente nell'anno 332 coi Goti, poi debellati dalle armi di Costantino; o pure, come par più probabile, che si riaccendesse un'altra volta quel fuoco; certo è che, sentendosi eglino debili di forze contra di sì potenti avversarii, misero l'armi in mano ai loro servi, cioè ai loro schiavi, e data coll'aiuto d'essi una rotta ai nemici, rimasero liberi da quella vessazione e pericolo. Ma che? Uno di gran lunga peggiore se ne suscitò in casa loro. Uso fu de' Greci, Romani e Barbari stessi di non ammettere alla milizia se non persone libere, e di non dar l'armi giammai agli schiavi, per timore checostoro dipoi non insolentissero e scuotessero il giogo; e tanto più perchè il numero degli schiavi ordinariamente era sterminato negli antichi tempi presso d'ogni nazione. Se i Romani in qualche gravissimo bisogno di gente si vollero valer degli schiavi, lor diedero prima la libertà. Non dovettero i signori sarmati usar tutta la convenevol precauzione in tal congiuntura. Insuperbiti i loro servi, e conosciuta la propria forza, rivolsero in fatti da lì a non molto l'armi contra de' proprii padroni; e questi, non potendo resistere, furono astretti a prendere la fuga, ed a lasciar tutto in potere di chi dianzi loro ubbidiva. San Girolamo[Hieron., in Chronico.]ed Ammiano[Ammian., Histor., lib. 17 et 19.]danno il nome di Limiganti a quei servi, e a' lor padroni quello di Arcaraganti. Ebbero questi ultimi ricorso allo Augusto Costantino, il quale benignamente gli accolse ne' suoi Stati. Per attestato dell'Anonimo Valesiano[Anonymus Valesianus.], erano più di trecento mila persone tra grandi e piccioli dell'uno e dell'altro sesso. Costantino arrolò nella milizia i più robusti: il rimanente fu da lui compartito per varii paesi, cioè per la Tracia, Scitia (cioè la Tartaria minore), Macedonia ed Italia, con dar loro terreni da coltivare. Altri di que' Sarmati liberi, per testimonianza d'Ammiano, si ricoverarono nel paese dei Victobali; e solamente nell'anno 358 furono rimessi dai Romani in possesso del loro paese.