CCLXVIII

Consoli

Paternoper la seconda volta eMariniano.

Non si crede che questoPaternoconsole fosse quello stesso che nell'anno precedente esercitò il consolato ordinario, perchè non solevano le persone private goder quella insigne dignità due anni di fila, come talor facevano gli Augusti.Petronio Volusianobensì, stato prefetto di Roma nell'anno precedente, continuò in quella carica anche nel presente. Abbiam parlato di sopra diManio Acilio Aureolo, generale della cavalleria romana nell'Illirico, uomo di gran valore nell'armi. Ribellossi anch'egli, al pari di tanti altri, contro al disprezzato Gallieno; e chi si attiene a Trebellio Pollione[Trebellius Pollio, in Gallien.], mette la di lui rivolta sino nell'anno 201. Ma di gran lunga maggior apparenza di verità ha il racconto di Zosimo[Zosimus, lib. 1.], seguitato da Zonara[Zonaras, in Annalibus.], che riferisce all'anno precedente l'aver egli preso il titolo d'imperadore. Allorchè Gallieno si trovava nella Mesia, o pur nella Grecia, per timore chePostumoimperadore, o sia tiranno nelle Gallie, opur chi era succeduto a lui, non profittasse della di lui lontananza, ordinò adAureolodi venir colle sue milizie a Milano, e di far abortire i disegni di chi governava le Gallie. VenneAureolo, e meglio chiarito del discredito in cui era Gallieno, e che le Gallie per la morte di Postumo e per le mutazioni seguite, invece di dar gelosia all'Italia, pareano esposte ad essere vinte, credette essere questo il tempo di salire sul trono. Ne pervennero gli avvisi a Gallieno, che, conosciuta la gravità del pericolo, a gran giornate se ne tornò in Italia, e a dirittura marciò contra di Aureolo[Aurelius Victor, in Epitome.]. Avendolo sconfitto e ferito in un fatto d'armi, l'obbligò a ritirarsi a Milano, città che appresso fu da lui assediata[Zonaras, in Annalibus.]. Accadde in occasion di quella battaglia, che l'imperadriceCornelia Saloninacorse pericolo di essere presa da' nemici; perchè avendo essi osservato come poca guardia si faceva nel campo di Gallieno, arrivarono fino al padiglione di lui, dove dimorava essa imperadrice. Trovavasi ivi per avventura un soldato, il qual era dietro a cucire una sua veste. Costui, al comparir dei nemici, dato di piglio allo scudo e allo stocco, con tal ferocia due ne percosse, che gli altri giudicarono meglio di retrocedere. Intanto venne a rinforzar l'esercito di Gallieno Marziano generale, ch'egli avea lasciato nella Mesia, o nella Tracia contra de' Goti.Eraclianoprefetto del pretorio vi giunse anch'egli con della cavalleria. Zonara il chiama non Eracliano, ma Aureliano, il quale fu poi imperadore.

Ora questi generali, invece di condurre a fine l'assedio di Milano, piuttosto andavano concertando di levar dal mondo il malvoluto Gallieno[Trebellius Pollio, in Gallien.]. Ne diedeMarzianol'incumbenza aCecrope, oCecropio, capitano de' Dalmatini, uomo coraggioso, che arditamente prese l'impegno, con lusingarsi di poter egliessere assunto all'imperio. Ma qui, secondo il solito, discordano fra loro gli scrittori. Aurelio Vittore[Aurelius Victor, in Epitome.]scrive cheAureolo, vedendosi a mal partito, ebbe maniera di contraffare una lettera o carta, come scritta da Gallieno, in cui erano notati i principali uffiziali della armata, che egli intendeva di voler far morire quasi suoi traditori. Questa carta, trovata dagl'interessati, gli spronò a rimediare al proprio pericolo colla morte di Gallieno.Marzianoed Eracliano furono i principali de' congiurati;manon nega Trebellio Pollione[Trebellius Pollio, in Claud.]che ancheClaudionon tenesse mano a questo trattato. Sembra nondimeno più verisimile il dirsi da Zonara[Zonaras, in Annalibus.], che avendo molto prima quegli uffiziali tramata la congiura contro di Gallieno, ed essendo traspirata questa mina, eglino si affrettarono ad eseguirla; e la maniera fu la seguente. Una notte mentre Gallieno cenava, o pure se n'era ito a dormire, Eracliano e Cecrope comparvero affannati a dirgli che Aureolo con tutte le sue forze faceva una sortita. Gallieno spaventato si fa tosto armare, e, montato a cavallo, esce dalla tenda, movendo all'armi le soldatesche. In quella confusione ed oscurità Cecrope se gli appressò e l'uccise. Altri vogliono, che un dardo scagliato non si sa da chi gli levasse la vita; ed altri ch'egli fosse morto in letto. Non merita certo fede il dirsi da Aurelio Vittore[Aurelius Victor, in Epitome.], che Gallieno ferito inviasse prima di morire le insegne imperiali aClaudio, soggiornante allora in Pavia. Comunque sia, questo miserabil fine ebbe la vita diGallieno; e posciachè la nuova d'essere stato dipoi eletto imperadoreClaudio[Trebellius Pollio, in Claudio.], si seppe in Roma nel dì 24 di marzo, da ciò con sicurezza raccogliamo che la morte di esso dovette succedere alquanti giorni prima. Parimente sappiamo cheValerianodi lui fratello, il quale da alcuni fu creduto, ma con poco fondamento, ornato del titolo diCesare, ed anche diAugusto, e il giovineGallieno, di lui figliuolo, già dichiaratoCesare, restarono involti in questo naufragio ed ammazzati nelle vicinanze di Milano. V'ha chi li tiene privati di vita in Roma. In somma noi troviamo strapazzata di molto in questi tempi la storia italiana, senza sapere a chi attenerci senza pericolo di errare. Aurelio Vittore[Aurelius Victor, in Epitome.]aggiugne che portata la nuova dell'ucciso Gallieno a Roma, il popolo si sfogò con infinite imprecazioni contra di lui; e il senato scaricò l'odio suo contra de' suoi ministri e parenti,facendoliprecipitar giù per le scale gemonie. Claudio succeduto nello imperio, ordinò dipoi che non si recasse molestia agli altri che aveano schivato il primo furore della burrasca. E per far conoscere o dar ad intendere ch'egli non s'era mischiato nella morte di Gallieno, mandò il di lui corpo, per quanto si crede, a Roma, e comandò che un sì screditato Augusto fosse messo nel numero degli dii: il che si deduce da qualche rara medaglia, dove gli è dato il titolo di divo. Ma siamo noi ben certi, che antiche sieno e legittime tutte le medaglie che si chiamano rare e rarissime? Noi certo non leggiamo cheClaudiopunisse alcuno per la morte data ad esso Gallieno.

Dopo la tragedia di questo imperadore, i soldati che l'aveano odiato vivo, mostrarono di compiagnerlo estinto, e ne facevano elogi, con apparenza di formar una sedizione non già per vendicarlo, ma con disegno di dare un gran sacco in tal congiuntura a chi non se l'aspettava[Trebellius Pollio, in Gallieno.]. Per frenare la loro insolenza, Marziano e gli altri generali si appigliarono al solito lenitivo della moneta. Però loro promisero venti pezzi d'oro per testa, e non tardarono a sborsarli, perchè Gallieno avea lasciato un ricco tesoro. Questa rugiada smorzò tutto il lorofuoco, e concorsero anch'essi a dichiararGallienoun tiranno, e ad accettarClaudioper imperadore. Quanto a questo principe, noi il troviamo nominato nelle medaglie[Goltzius et Mediobarb., in Numismat. Imperat.]Marco Aurelio Claudio, e non giàFlavio, come l'intitola Trebellio Pollione; ed oggidì vien comunemente da noi conosciuto e mentovato col nome diClaudio II, e più sovente diClaudio il Gotico. Il suddetto Trebellio[Trebellius Pollio, in Claudio.], che si sforzò di esaltarlo dappertutto, perchè scriveva aCostantino Augusto, la cui avolaClaudiaera stata figlia diCrispofratello di essoClaudio, tuttavia non seppe trovare che la nobiltà del sangue fosse un pregio di Claudio. Era egli nato nell'Illirico, cioè nella Dalmazia o nella Dardania, provincie d'esso Illirico, nell'anno di Cristo 214, o nel 215, nel dì 10 di marzo. Le sue belle doti, le sue molte virtù per la scala dei gradi militari il portarono in fine all'imperio. S'egli avesse moglie non si sa: certo non ebbe figliuoli. Due erano i suoi fratelli, cioèQuintilloche succedette a lui nell'imperio, eCrispo, dal quale poco fa dissi discendente per via di una sua figliuola Costantino il Grande.Costantinaebbe anche nome una di lui sorella. Sotto lo imperador Decio cominciò egli la carriera dei suoi onori; e creato tribuno ebbe la guardia del passo delle Termopile, e sotto Valeriano il comando della quinta legione nella Soria, con salario da generale; poscia il generalato dell'armi in tutto l'Illirico. Trebellio Pollione rapporta una lettera di Gallieno, in cui mostra molto affanno dell'esser egli in cattivo concetto diClaudio, e la premura di placarlo; al qual fine spedì ancora molti regali. La verità si è, che tutti gli scrittori[Goltzius, et Mediob., in Numism. Imperat. Victor, Eutropius, Zosimus.], e fin Zosimo, benchè nemico di Costantino Augusto, confessano che in questo personaggio concorrevanoil valore, la prudenza, l'amore del pubblico bene, la moderazione, l'abborrimento al lusso ed altre nobili qualità, che senza dubbio il rendevano degnissimo dell'imperio, ed egli fu dipoi registrato da ognuno fra i principi buoni e gloriosi della repubblica romana.

Ora dappoichè tolto fu di vita Gallieno, o sia, come vuol Trebellio[Trebellius Pollio, in Claudio.], cheMarzianoedEraclianoprefetto del pretorio, avessero già fatto il concetto di alzarClaudioal trono imperiale, o pure che, tenuto il consiglio da tutta l'uffizialità, di consenso comune ognun concorresse nell'elezione di questo sì degno suggetto, certo è ch'egli fu creatoimperadorecon approvazione e gioia universale, e massimamente dell'esercito, perchè tutti riconoscevano in lui abilità da poter rimettere in buono stato l'imperio romano, lasciato in preda ad amici e nemici dalla negligenza di Gallieno. Allorchè s'intese in Roma l'assunzione di questo principe, che non mancò di parteciparla tosto con le lettere al senato, le acclamazioni furono immense, strepitosa la allegrezza del popolo. Gli atti d'esso senato ci scuoprono i comuni desiderii e le comuni speranze che il novello Augusto liberasse l'Italia daAureolo; la Gallia e la Spagna daVittoria, già madre di Vittorino, e daTetricodichiarato quivi imperadore (il che qualora sussistesse, converrebbe differire sino all'anno seguente la rovina di Vittoria e di Tetrico), e l'Oriente daZenobiaregina de' Palmireni e vedova di Odenato, la quale non volea più dipendere dai romani Augusti, e faceva da padrona nelle provincie orientali dell'imperio. La prima applicazione dell'Augusto Claudio quella fu di abbattere il tuttavia resistenteAureolocon dichiararlo tiranno e nemico pubblico. Mandò ben esso Aureolo messi a Claudio, pregandolo di pace, ed esibendosi di far lega o patti con lui; ma Claudio con gravità rispose,che queste erano proposizioni da faread un Gallieno(simile ad Aureolo nei costumi e timido)e non già ad un par suo. Secondo Trebellio Pollione[Trebellius Pollio, in Trigint. Tyrann., cap. 10.], Aureolo in una battaglia datagli da Claudio ad un luogo che fu denominato il ponte di Aureolo, oggidì Pontirolo, rimase sconfino ed ucciso. Zosimo[Zosimus, lib. 1.]all'incontro narra ch'egli si arrendè, ma che i soldati, già irritati contra di lui, gli levarono la vita. Non conobbe Trebellio una vittoria riportata in quest'anno da Claudio Augusto contra degli Alamanni; ma ne parla bene Aurelio Vittore[Aurelius Victor, in Epitome.]. Costoro probabilmente chiamati in soccorso suo dal vivente Aureolo, erano calati fin presso al lago di Garda nel Veronese. Claudio tal rotta diede loro, che appena la metà di sì sterminata moltitudine si salvò con la fuga. Trovansi medaglie[Mediobarbus, in Numismat. Imper.], nelle quali è appellatoGermanico, prima cheGotico, non perchè i Goti fossero popoli della Germania come ha creduto taluno, ma bensì per la vittoria da lui riportata degli Alamanni. Passò dipoi il novello Augusto a Roma[Eumenes, in Panegyrico Costantini. Trebel. Pollio, in Claudio.], dove ristabilì la disciplina e il buon governo, ch'egli trovò in uno stato deplorabile per la debolezza di Gallieno. Formò delle buone leggi, condannò vigorosamente i magistrati che vendevano ai più offerenti la giustizia, e frenò col terrore i cattivi. Uso era stato, anzi abuso, per attestato di Zonara[Zonaras, in Annalibus.], che alcuni dei precedenti imperadori donavano anche i beni altrui; e sotto Gallieno spezialmente ciò s'era praticato: e lo stesso Claudio possedeva uno stabile a lui donato dal medesimo Augusto, appartenente ad una povera donna. Ricorse questa a Claudio, con dire nel memoriale, che un uffiziale della milizia ingiustamentepossedeva un suo campo. Claudio accortosi che a lui andava la stoccata, in vece di averselo a male, rispose:Essere ben di dovere, che Claudio imperadore(obbligato a far giustizia a tutti)restituisse ciò che Claudio uffiziale avea preso, senza badar molto alle leggi del giusto. Sul fine di quest'anno si crede che dopo insigni fatiche per la Chiesa di Dio, terminasse i suoi giorniDionisioromano pontefice.

Consoli

Marco Aurelio Claudio AugustoePaterno.

V'ha una o due iscrizioni, nelle qualiClaudioè chiamatoConsole per la seconda volta. Non mi son io arrischiato ad intitolarlo tale, perchè più sono i monumenti, ne' quali egli si vede puramente appellalo console. QuestoPaterno, se a lui si applica un'iscrizione da me pubblicata[Thesaurus Novus Inscript., pag. 366, n. 1.], dovette essere chiamatoNonio Paterno. Era in quest'anno prefetto di Roma[Bucherius, de Cycl.]Flavio Antiochiano. Giacchè andava ben la faccenda sotto un imperadore sì screditato, come era Gallieno, aveano preso gusto alle ruberie e ai saccheggi delle provincie romane i Goti negli anni addietro; in questo invitarono al medesimo giuoco altre nazioni barbare, cioè Ostrogoti, Gepidi, Virtinghi, Eruli, Peusini, Trutungi ed altri di quei settentrionali feroci popoli. Nell'anno presente adunque si videro comparir di nuovo costoro, compresi da molti antichi sotto il nome di Goti o Gotti, a desolar l'imperio romano. Può dubitarsi di un errore nel testo di Zosimo[Zosimus, lib. 1, cap. 42.], allorchè scrive che formarono una flotta di seimila navi. Quando anche non fosseroche barche, il numero par troppo grande. Trebellio Pollione[Trebellius Pollio, in Claudio.]non riferisce se non due mille navi di que' Barbari. E di più non ne conta Ammiano Marcellino[Ammianus Marcellinus, Hist., lib. 31, c. 5.]là dove fa menzione di questi fatti. Ma sì Zosimo che Pollione fanno ascendere il numero di coloro a trecento venti mila persone combattenti, senza contare i servi e le donne. La prima scarica del loro furore fu contro la città di Tomi, vicina alle bocche del Danubio, da dove passarono a Marcianopoli, città della Mesia. Da ammendue respinti dopo varii combattimenti si rimisero nei loro legni, e dal mar Nero entrarono nello stretto di Bisanzio, dove la corrente rapida delle acque, che urtava quelle navi le une contra delle altre, ne fece perir non poche insieme colla gente. E non mancarono quei di Bisanzio di far loro quanta guerra poterono. Dopo avere[Zosimus, lib. 1, cap. 42. Trebellius Pollio, in Claudio. Ammianus Marcellinus, Zonaras, in Annalibus.]inutilmente tentata la città di Cizico, vennero nell'Arcipelago, e posero l'assedio a Salonichi, o sia Tessalonica, e a Cassandria. Aveano macchine proprie per prendere città, e già pareano vicini ad impadronirsi di ammendue, quando venne lor nuova, che Claudio Augusto s'appressava colle sue forze. Certo è cheClaudiodimorante in Roma, allorchè intese questo gran diluvio di Barbari, prese la risoluzione di andar in persona ad incontrarli; e tuttochè si disputasse da alcuni se fosse meglio il far guerra a Tetrico, occupator della Gallia e della Spagna, cioè delle migliori forze dello imperio, che ai Goti e agli altri Tartari rispose:La guerra di Tetrico è mia propria, ma quella de' Goti riguarda il pubblico: e però volle anteporre il pubblico al privato bisogno. Zonara[Zonaras, in Annalib.]in vece diTetricomettePostumo, che era già, secondo i nostri conti, morto. Or mentre egli attendeva a fare un possente armamentoper quella impresa, spedì innanziQuintillosuo fratello e con esso luiAureliano, al quale, per la maggior sperienza negli affari della guerra, diede il principal comando delle milizie nella Tracia e nell'Illirico.

L'arrivo di questi due generali con un poderoso corpo di gente quel fu che persuase ai Goti di abbandonar l'assedio di Salonichi, e di gittarsi alla Pelagonia e Peonia, dove la cavalleria dei Dalmatini si segnalò con tagliare a pezzi tremila di coloro. Di là passarono i Barbari nell'alta Mesia, dove comparve ancora l'AugustoClaudiocolla sua armata[Trebellius Pollio, in Claudio.]; si venne ad una giornata campale, che fu un pezzo dubbiosa. Piegarono in fine i Romani, e fuggirono o fecero vista di fuggire; ma ritornati all'improvviso per vie disastrose addosso ai Barbari, ne stesero morti sul campo cinquantamila, riportando una nobilissima vittoria d'essi. Quei che si salvarono colla fuga voltarono verso la Macedonia, ma assaliti dipoi in un sito dalla cavalleria romana ed oppressi dalla fame, buona parte lasciarono ivi le lor ossa; e il resto veggendosi tagliata la strada, si ridussero al monte Emo, dove fra mille stenti cercarono di passare il verno. Ancor questi li vedremo sterminati nell'anno seguente. Se è vero ciò che racconta Zonara[Zonaras, in Annalibus.], convien che una parte della lor flotta e gente, staccata dal grosso dell'armata, andasse a dare il guasto alla Tessalia ed Acaia. Vi fecero gran danno, ma solamente alle campagne, perchè le città erano ben munite e in guardia, e seppero ben difendersi. Tuttavia riuscì ai Barbari di prendere quella di Atene, dove raunati tutti i libri di quelle famose scuole erano per farne un falò, se un d'essi, più accorto degli altri, non gli avesse trattenuti, dicendo che perdendosi gli Ateniesi intorno a quelle bagattelle, non avrebbono badato al mestier della guerra, e più facile era il vincer essiche altri popoli. Questa disavventura di Atene verisimilmente non altra è che la raccontata di sopra all'anno 267. Aggiungono gli storici, che i Barbari suddetti tornando a navigare giunsero alle isole di Creta e di Rodi, e fino in Cipri, ma senza far impresa alcuna considerabile; anzi, assaliti dalla peste, rimase estinto un buon numero di loro. Altre novità ebbe in questi tempi l'Oriente.Zenobiaregina dei Palmireni, dominante nella Siria, scosso ogni rispetto ed ogni suggezione al romano imperio, rivolse i pensieri ad aggrandire il suo dominio colla conquista dell'Egitto[Zosimus, lib. 1, cap. 44.], mantenendo ivi a questo fine corrispondenza conTimagene, nobile di quel paese. Spedì colàZabdasuo generale con una armata di settantamila persone tra Palmireni e Soriani, il quale, data battaglia a cinquantamila Egiziani venutigli all'incontro, gli sbaragliò: vittoria che si tirò dietro l'ubbidienza di tutto quel ricco paese. Zabda, lasciato in Alessandria un presidio di cinque mila armati, se ne tornò in Soria. Trovavasi in quelle partiProboo siaProbatocon una flotta per dar la caccia ai corsari. Questi, udite le mutazioni dell'Egitto, verso là indirizzò le prore, ed ammassate quelle soldatesche che potè, sì dell'Egitto che della Libia, scacciò la guarnigion Palmirena da Alessandria, e fece tornar lo Egitto sotto il comando de' Romani. Ma non rallentò Zenobia gli sforzi suoi[Trebellius Pollio, in Claudio.]. Rispedì colà con nuovo esercito Zabda e Timagene, che furono sì bravamente ricevuti e combattuti da Probo e dai popoli di Egitto, che ne andarono sconfitti; ed era terminata la scena, se Probo non avesse occupato un sito presso Babilonia di Egitto, per tagliare il passo a duemila Palmireni. Ma Timagene ch'era con loro, siccome più pratico del paese, essendosi impadronito della montagna, con tal forza piombò sopra gli Egiziani, che li mise in rotta.Probo par questo di sua mano si diede la morte, e l'Egitto tornò in potere di Zenobia[Joannes Malala, in Chronogr.]. Claudio Augusto, perchè impegnato nella guerra dei Goti, non poteva attendere a questi affari, siccome nè pure alle Gallie occupate daTetrico[Eumenes, in Panegyr. Constant.], il quale in questi tempi tenne per sette mesi assediata la città di Autun che non voleva ubbidirlo, e colla forza in fine la sottomise. Al defunto papaDionisiosuccedette sul principio di quest'annoFelicenella sedia di san Pietro[Blanchinius, ad Anastasium.].

Consoli

Antiocoper la seconda volta eOrfito.

Il dirsi da meAntiococonsoleper la seconda volta, è fondato sopra un'iscrizione da me data alla luce[Thesaurus Novus Inscript., pag. 366.], e sopra i Fasti di Teone e di Eraclio, chiamati fiorentini, ne' quali i consoli di quest'anno son chiamatiAntioco per la seconda voltaedOrfito[Cuspinianus, Bucherius.]. Fu nell'anno presente prefetto di RomaFlavio Antiochiano: il che bastò al Mezzabarba[Mediobarb., in Numismat. Imper.]e al padre Pagi[Pagius, in Crit. Baron.], per dar questo nome al console suddetto. Ma non ho io osato per questo di mutar il nome a noi somministrato dai Fasti. Il resto de' Goti[Trebellius Pollio, in Claudio. Zosimus, lib. 1, cap. 45.]che avea passato il verno fra molti patimenti nel monte Emo, e per la peste andava sempre più calando, venuta la primavera tentò di aprirsi un cammino per tornarsene al suo paese; ma essendo bloccati que' Barbari da varii corpi dell'armataromana, bisognò farsi largo colle spade. Alla fanteria romana toccò l'urto loro, urto così gagliardo, che le fece voltar le spalle, e ne restarono sul campo duemila. Peggio anche andava, se non sopraggiungeva la cavalleria spedita daClaudio Augusto, che mise fine alla strage de' suoi. Furono poi cotanto incalzati i Goti dall'esercito romano, e ridotti anche a mal partito dalla peste, che, deposte l'armi, dimandarono di rendersi. Molti di essi furono arrolati nelle legioni; ad altri fu dato del terreno da coltivare; alcuni pochi restarono in armi sin dopo la morte di Claudio, di maniera che di tanta gente pochissimi furono coloro che potessero riveder le proprie contrade. Rapporta Trebellio Pollione[Trebellius Pollio, in Claudio.]una lettera di Claudio Augusto, scritta aBroccocomandante delle armi nell'Illirico, in cui dice di aver annichilati trecento ventimila Goti, affondate duemila navi di essi, che i fiumi e i lidi erano coperti di scudi, spade e picciole lance; grande il numero de' carriaggi e delle donne prese. Per così memorabil vittoria a Claudio imperadore fu conferito il titolo diGoticoo siaGottico[Julianus, Oratione I.], che comparisce in varie monete di lui[Goltzius et Mediobarb., in Numism. Imp.]. Dal medesimo Pollione[Trebellius Pollio, in Trigint. Tyrann., cap. 25.]abbiamo aver Claudio così ristretti gl'Isauri, da noi veduti ribellati sotto Gallieno, che già pensava d'averli colla corda al collo ai suoi piedi, e di metterli poi nella Cilicia, per togliere loro la comodità di nuove ribellioni col vantaggio dell'aspre lor montagne. Ma coloro continuarono nella rivolta, non si sa se per ostinazione di essi, ovvero per la morte sopraggiunta a Claudio. Nè pur sappiamo se a quest'anno o se all'antecedente appartenga la ribellione ed esaltazione diCensorinoal trono imperiale. Costui, se crediamo a Trebellio Pollione[Trebellius Pollio, in Censorino et Tito.]il quale è solo a parlarne,due volte era stato console, due volte prefetto del pretorio, tre prefetto di Roma ed anche proconsole, consolare, legato pretorio, ec. Vecchio era e zoppo per una ferita a lui toccata nella guerra di Valeriano contra de' Persiani. Prese egli la porpora imperiale; non apparisce in qual anno; è ignoto in qual luogo, se non che quello storico nota esser egli stato ucciso dai soldati medesimi che lo aveano fatto imperadore, dopo sette giorni d'imperio, alla guisa appunto de' funghi, e che fu seppellito presso Bologna con un epitaffio, in cui si riferivano tutti i suoi onori, conchiudendo che egli era stato felice in tutto fuorchè nell'essere imperadore. Però tener si può, a mio credere, per battuta alla macchia una moneta riferita dal Mezzabarba[Mediob., in Numismat. Imperator.], dove egli è chiamatoAppio Claudio Censorino, e coll'anno terzo dell'imperio. I parenti di costui duravano ai tempi di Costantino il Grande, e per odio verso Roma andarono ad abitar[Trebellius Pollio, in Censorino et Tito.]nella Tracia e nella Bitinia. Purchè s'abbia a prestar fede a Giovanni Malala[Joannes Malala, Chronogr.], che fra non poche verità a noi conservate ha mischiato molte favole, in questi tempi la reginaZenobiaoccupò l'Arabia, stata fin qui ubbidiente ai Romani, con uccidere il loro governatoreTrasso(forseCrasso, perchè questo non par cognome romano), mentre l'imperador Claudio dimorava in Sirmio, città della Pannonia.

Quivi appunto si trovava questo Augusto, quando egli terminò colla vita il suo corto, ma glorioso imperio[Euseb., in Chron. Joannes Malala, Chronogr. Zonaras, in Annalibus.]. I Goti, da lui sì felicemente vinti, fecero le lor vendette, coll'attaccar la peste all'armata romana; e un malore sì micidiale passò alla persona del medesimo[Trebellius Pollio, in Claudio.]Claudio imperadore, e il rapì dal mondo. S'è disputato intorno al mesein cui egli morì[Petavius et Noris. Pagius et alii.]. Dal Tillemont[Tillemont, Mémoires des Empereurs.]vien creduto morto nell'aprile di questo anno, e più verisimile a me sembra la di lui opinione. Il Noris e il Pagi, perchè si trova una legge[L. 2, tit. 23, C. de divers. rescript.]col nome di Claudio, data nel dì 26 di ottobre dell'anno presente, la qual potrebbe esser fallata, come sono tant'altre, han tenuto ch'egli circa il fine di quel mese cessasse di vivere. Certo è almeno presso gli eruditi che in quest'anno succedette la morte sua, compianta da tutti, e massimamente dal senato romano[Eutrop. Aurel. Vict. Trebellius Pollio. Zosimus.], il quale gli decretò uno scudo, o sia un busto, e una statua d'oro, che furono messi per suo onore nella curia del Campidoglio, e, secondo la folle superstizion de' pagani, se ne fece un dio. In quest'anno ancora diede fine al suo viverePlotino[Porphyrius, in Vita Plotini.], famoso filosofo platonico, le cui opere son giunte fino a' dì nostri. Chiaramente scrive Trebellio Pollione[Trebellius Pollio, in Claud.], che dopo la morte di Claudio fu creato imperadoreMarco Aurelio Claudio Quintillo(che così il troviamo appellato nelle medaglie[Mediobarb., in Numismat. Imperat.]), fratello del medesimo defunto Claudio, dimorante in Aquileia, e non già vivente Claudio, come ha creduto taluno. QuestoQuintillo, che Eutropio[Eutrop., in Breviar.]dice approvato dal senato, era ben conosciuto per uomo dabbene e molto affabile, ma, secondo Zonara[Zonaras, in Annalibus.], peccava di semplicità, nè avea spalle per sì gran fardello; e però non si sa ch'egli facesse azione od impresa alcuna degna d'osservazione. Per sua disavventura avvenne cheAureliano, il più accreditato uffiziale che si trovasse nell'armata acquartierata in Sirmio, fu proclamato quasi nello stesso tempoImperadorecon universal consentimentodi que' soldati[Zosimus, lib. 1, cap. 47. Zonaras, in Annalibus.]. Portata questa nuova in Italia, grande strepito fece, considerando ognuno le qualità eminenti di questo eletto, superiori senza paragone a quelle di Quintillo, e la forza dell'armata che accompagnava l'elezione stessa. Da questa novità procedette la morte del medesimo Quintillo nella suddetta città d'Aquileia. Vi ha[Joannes Malala, Chronogr.]chi il dice rapito da una malattia. Trebellio Pollione[Trebellius Pollio, in Gallieno.]con altri[Aurelius Victor, in Epitome. Eutrop., in Breviar.]apertamente cel rappresenta ucciso da' soldati, e Zosimo[Zosimus, lib. 1, cap. 47.]tiene, che conoscendosi evidente la di lui caduta, i suoi stessi parenti il consigliarono a cedere con darsi la morte; al qual partito si appigliò con farsi tagliar le vene. Diciassette soli giorni di imperio a lui son dati dal suddetto Pollione, da Eutropio, Eusebio[Eusebius, in Chronic.]e Zonara[Zonaras, in Annalib.]; venti da Vopisco[Vopiscus, in Aurel.]. Zosimo scrive ch'egli regnò pochi mesi; e tante medaglie[Mediobarb., in Numismat. Imperat.]restanti di lui pare che persuadano non essere stato sì breve il suo regno. Intanto è fuor di dubbio cheAurelianorestò solo sul trono, ed approvato con gran plauso dal senato romano. Noi il vedremo uno de' più gloriosi ed insieme aspri imperadori; e di uomo tale avea ben bisogno allora la romana repubblica, lacerata da' suoi stessi figliuoli, e più ancora malmenata dalle potenze straniere. Nè tardò già Aureliano a mettere in esercizio il suo valore con belle imprese, le quali se fossero succedute tutte nell'anno presente, come pensò il Tillemont[Tillemont, Mémoires des Empereurs.], non al fine di ottobre, ma all'aprile di quest'anno, si dovrebbe riferire la morte di Claudio, e l'assunzione all'imperio dello stesso Aureliano.Ma il padre Pagi[Pagius, in Crit. Baron.]ne attribuisce una parte all'anno seguente; e veramente ci troviam qui sprovveduti di lumi per assegnare il preciso tempo di que' fatti: fatti nondimeno certi, de' quali mi riserbo ad esporre unitamente la serie nell'anno che viene.

Consoli

Lucio Domizio Aureliano AugustoeBassoper la seconda volta.

Il padre Pagi, il Relando ed altri ci dannoAurelianoimperadoreconsole per la seconda volta, ma con fondamenti poco stabili, a mio credere. Si suppone che Aureliano nell'anno 259 fosse console sostituito; e di questo niuna certezza apparisce. Sono citate due iscrizioni; l'una ligoriana, pubblicata dal Reinesio[Reinesius, Inscription., pag. 387.], e l'altra data alla luce dal Relando[Reland., in Fast. Consul.], e presa dal Gudio; cioè due monumenti che patiscono varie eccezioni, e vengono da fonti che non possono servire a darci limpida e sicura la verità. All'incontro tutti i Fasti consolari antichi ci presentano sotto l'anno correnteAureliano console, ma senza la nota del consolato secondo. Altrettanto troviamo nelle iscrizioni di questo o de' seguenti anni, tutte conformi in mettere questo pel primo consolato di Aureliano. Una anch'io ne ho prodotta[Thesaurus Novus Inscript., pag. 367, n. 1.]non diversa dalle altre.Pomponio Bassofu creduto dal Panvinio[Panvin., in Fast. Consul.]il secondo console, perchè sotto Claudio si truova un riguardevol senatore di questo nome: conghiettura troppo debole. Dai susseguenti illustratori de' Fasti vien egli chiamatoNumerioo purMarco Ceionio Virio Basso; ma con aver succiatonomi tali dalle due suddette non affatto sicure iscrizioni. Per altro si truova unCeionio Basso[Vopiscus, in Aurelian.], a cui Aureliano scrisse una lettera, ma senza segno ch'egli fosse stato console. Il perchè a maggior precauzione non l'ho io appellato se non col solo cognome diBasso. L'imperador novello Aureliano nelle monete[Mediobarb., in Numismat. Imper.]parlanti di lui vien chiamatoLucio Domizio Aureliano. Si può dubitare che sia un fallo in alcune l'esser chiamatoClaudio Domizio Aureliano, e che in vece d'IMP. CL. DOM., ec., s'abbia a leggere IMP. C. L. DOM., cioèCesare Lucio, ec., come nell'altre. Il cardinal Noris e il padre Pagi credettero che la vera sua famiglia fosse laValeria, perchè, scrivendogli una lettera Claudio imperadore, il chiamaValerio Aureliano, e nell'iscrizione ligoriana, che dissi pubblicata dal Reinesio, egli porta il medesimo nome. Ma se fosse guasto il testo di Vopisco[Vopiscus, in Aurelian.]? Poichè quanto a quella iscrizione, torno a dire ch'essa non è atta a decidere le controversie. Tanto nelle medaglie che nelle antiche iscrizioni, altro nome, siccome dissi, non vien dato a questo imperadore, che quello diLucio Domizio Aureliano, e a questo conviene attenersi. E se altri[Stampa, ad Fast. Consul.]il chiama Flavio Claudio Valerio, non v'è obbligazione di seguitarlo. Non ebbe difficoltà Vopisco di confessare cheAurelianosortì nascita bassa ed oscura nella città di Sirmio, ovvero nella Dacia Ripense. Ma si fece egli largo colla sua prudenza e valore nella milizia, e di grado in grado salendo, sempre più guadagnò di plauso e di credito. Bello era il suo aspetto, alta la statura, non ordinaria la robustezza. Nel bere, mangiare e in altri piaceri del corpo, in lui si osservava una gran moderazione[Vopiscus, in Aurelian.]. La sua severità e il rigore nella militar disciplina, quasi andava all'eccesso. Denunziato alui un soldato che avea commesso adulterio colla moglie del suo albergatore, ordinò che si piegassero due forte rami d'un albero, all'un de' quali fosse legato l'un piede del delinquente, e l'altro all'altro, e che poi si lasciassero andare i rami. Lo spettacolo di quel misero spaccato in due parti gran terrore infuse negli altri. Ebbe principio la fortuna sua sotto Valeriano Augusto; Gallieno ne mostrò altissima stima; e più di lui Claudio. In varie cariche militari riportò vittorie contra de' Franchi, de' Sarmati, de' Goti. Teneva mirabilmente in briglia le sue soldatesche, e, ciò non ostante, sapea farsi amare dalle medesime. Merita d'essere qui rammentata una lettera di lui, scritta ad un suo luogotenente, ove dice:Se vuoi essere tribuno, anzi, se t'è caro di vivere, tieni in dovere le mani de' soldati. Niun d'essi rapisca i polli altrui, niuno tocchi le altrui pecore. Sia proibito il rubar le uve, il far danno ai seminati, e l'esigere dalla gente olio, sale e legna, dovendo ognuno contentarsi della provvisione del principe. Si hanno i soldati a rallegrar del bottino fatto sopra i nemici, e non già delle lagrime de' sudditi romani. Cadauno abbia l'armi sue ben terse, le spade ben aguzze ed affilate, e le scarpe ben cucite. Alle vesti fruste succedono le nuove. Mettano la paga nella tasca, e non già nell'osteria. Ognun porti la sua collana, il suo anello, il suo bracciale, e nol venda o giuochi. Si governi e freghi il cavallo, ed il giumento per le bagaglie; e così ancora il mulo comune della compagnia; e non si venda la biada lor destinata. L'uno all'altro presti aiuto, come se fosse un servo. Non han da pagare il medico. Non gettino il danaro in consultar indovini. Vivano costantemente negli alloggi, e se attaccheran lite, loro non manchi un regalo di buone bastonate.Bene sarebbe che alcun generale od uffiziale de' nostri tempi studiasse questa sì lodevol lezione, saputa dai gentili, e talvolta ignoratadai cristiani. Moglie di Aureliano imperadore fuUlpia Severina, la quale non si sa che procreasse altro che una figliuola, i cui discendenti viveano a' tempi di Vopisco.

Ora da che fu creato imperadoreAureliano, se dice il vero Zosimo[Zosimus, lib. 1, cap. 48.], egli sen venne a Roma, e, dopo aver quivi bene assicurata la sua autorità, di colà mosse, e per la via d'Aquileia passò nella Pannonia, che era gravemente infestata dagli Sciti, o sia dai Goti. Mandò innanzi ordine che si ritirassero nelle città e ne' luoghi i viveri e i foraggi, affinchè la fame fosse la prima a far guerra ai nemici. Comparvero, ciò non ostante, di qua dal Danubio i Barbari, e bisognò venire ad un fatto d'armi. Senza sapersi chi restasse vincitore, la sera separò le armate, e fatta notte, i nemici si ritirarono di là dal fiume. La seguente mattina ecco i loro ambasciatori ad Aureliano per trattar di pace. Se la concludessero, nol dice Zosimo: e sembra che no, perchè partito Aureliano, e lasciato un buon corpo di gente in quelle parti, furono alcune migliaia di que' Barbari tagliate a pezzi. Il motivo per cui si mise in viaggio Aureliano, fu la minaccia de' popoli, che Vopisco[Vopiscus, in Aurelian.]chiama Marcomanni, e Desippo[Dexippus, de Legat., tom. I Hist. Byzantin.]storico Giutunghi, di calare in Italia; se pur de' medesimi fatti e popoli parlano i suddetti due scrittori. Secondo Desippo, Aureliano, portatosi al Danubio contro ai Giutunghi Sciti, diede loro una sanguinosa rotta; e, passato anche il Danubio, fu loro addosso, e ne fece un buon macello, talmente che i restanti mandarono deputati ad Aureliano per chieder pace. Fece Aureliano metter in armi e in ordinanza il suo esercito, e per dare a quei Barbari una idea della grandezza romana, vestito di porpora andò a sedere in un alto tronoin mezzo del campo, con tutti gli uffiziali a cavallo, divisi in più schiere intorno a lui, e colle bandiere ed insegne, portanti l'aquile d'oro e le immagini del principe poste in fila dietro al suo trono. Parlarono que' deputati con gran fermezza, chiedendo la pace, ma non da vinti; rammentando allo imperadore ch'erano giornaliere le fortune e sfortune nelle guerre; ed esaltando la loro bravura, giunsero a dire d'aver quaranta mila cavalieri della sola nazion de' Giutunghi, ed anche maggior numero di fanti, e d'esser nondimeno disposti alla pace, purchè loro si dessero i regali consueti, e quell'oro ed argento che si praticava prima d'aver rotta la pace. Aureliano con gravità loro rispose, che dopo aver eglino col muover guerra mancato ai trattati, non conveniva loro il dimandar grazie e presenti; e toccare a lui, e non a loro, il dar le condizioni della pace; che pensassero a quanto era avvenuto ai trecento mila Sciti, o Goti, che ultimamente aveano osato molestar le contrade dell'Europa e dell'Asia; e che i Romani non sarebbono mai soddisfatti, se non passavano il Danubio, per punirli nel loro paese. Con questa disgustosa risposta furono rimandati quegli ambasciatori. Per attestato del medesimo Desippo[Dexippus, de Legat., tom. I Hist. Byzantin.], autore poco lontano da questi tempi, anche i Vandali mossero guerra al romano imperio, gente anche essi della Tartaria; ma una gran rotta loro data dall'esercito fece ben tosto smontare il loro orgoglio, ed inviar ambasciatori ad Aureliano per far pace e lega. Volle Aureliano udire intorno a ciò il parere dell'armata; e la risposta generale fu, che avendo que' Barbari esibite condizioni onorevoli, ben era il finir quella guerra. Così fu fatto. Diedero i Vandali gli ostaggi all'imperadore, e due mila cavalli ausiliarii all'armata romana; gli altri sene tornarono alle loro case con quiete. E perchè cinquecento d'essi vennero dipoi a bottinar nelle terre romane, il re loro, per mantenere i patti, li fece tutti mettere a fil di spada.

Mentre si trovava Aureliano impegnato contra d'essi Vandali, ecco giugnergli nuova che una nuova armata di Giutunghi era in moto verso l'Italia. Mandò egli innanzi la maggior parte dell'esercito suo, e poscia col resto frettolosamente anch'egli marciò per impedire la lor calata; ma non fu a tempo. Costoro più presti di lui penetrarono in Italia, e recarono infiniti mali al distretto di Milano. Vopisco[Vopiscus, in Aurelian.]li chiama Svevi, Sarmati, Marcomanni, e si può temere che sieno confuse le azioni, e replicate le già dette di sopra. Comunque sia, per le cose che succederono, convien dire che non fossero lievi le forze e il numero di costoro. E si sa che, avendo voluto Aureliano con tutto il suo sforzo assalire que' Barbari verso Piacenza, costoro si appiattarono nei boschi, e poi verso la sera si scagliarono addosso ai Romani con tal furia, che li misero in rotta e ne fecero sì copiosa strage, che si temè perduto l'imperio. In oltre si sa che questi loro pregressi tal terrore e costernazione svegliarono in Roma, che ne seguirono varie sedizioni, le quali, aggiunte agli altri guai, diedero molta apprensione e sdegno ad Aureliano. Scrisse egli allora al senato, riprendendolo perchè tanti riguardi, timori e dubbii avesse a consultar i libri sibillini in occasione di tanta calamità e bisogno,quasi che(son parole della sua lettera)essi fossero in una chiesa di cristiani, e non già nel tempio di tutti gli dii. Il decreto di visitare i libri d'esse Sibille fu steso nel dì 11 di gennaio, cioè, secondo il padre Pagi[Pagius, in Critic. Baron.], nel gennaio dell'anno presente. Ma non può mai stare che Aureliano, come pensa il medesimo Pagi, fossecreato imperadore in Sirmio sul principio di novembre dell'anno prossimo passato, e che egli venisse a Roma, tornasse in Pannonia, riportasse vittorie in più luoghi al Danubio, e dopo aver seguitato gli Alamanni, o vogliam dire i Marcomanni e Giutunghi, mandasse gli ordini suddetti a Roma: il tutto in due soli mesi. Chi sa come gl'imperadori non marciavano per le poste, ma con gran corte, guardie e milizie, conosce tosto che di più mesi abbisognarono tante imprese. Però convien dire che Aureliano, siccome immaginò il Tillemont[Tillemont, Mémoires des Empereurs.], fu creato imperadore nello aprile dell'anno precedente, in cui fece più guerre; o pure che la calata in Italia dei Barbari appartiene all'anno presente, per la qual poi nel dì 11 di gennaio dell'anno susseguente vennero consultati in Roma i libri creduti delle Sibille, nei quali si trovò che conveniva far molti sacrifizii crudeli, processioni ed altre cerimonie praticate dalla superstizion de' pagani. A noi basterà, giacchè non possiamo accertare i tempi di questi sì strepitosi avvenimenti, che si rapporti il poco che sappiamo della continuazione e del fine di tal guerra, tutto di seguito. Abbiamo da Aurelio Vittore[Aurelius Victor, in Epitome.](perchè Vopisco qui ci abbandona) che Aureliano in tre battaglie fu vincitore dei Barbari. L'una fu a Piacenza, che dee essere diversa dalla raccontata da Vopisco: altrimenti l'un d'essi ha fallato. La seconda fu data in vicinanza di Fano e del fiume Metauro, segno che la giornata di Piacenza era stata favorevole ai Barbari, per essersi eglino inoltrati cotanto verso Roma. La terza nelle campagne di Pavia, che dovette sterminar affatto questi Barbari turbatori della pace d'Italia: con che ebbe felice fine questa guerra. Allora Aureliano mosse alla volta di Roma i suoi passi, non per portarvi l'allegrezza d'un trionfo, ma per farvi sentire lasua severità, anzi crudeltà. Imperocchè[Vopiscus, in Aurel.], pien di furore per le sedizioni che nate ivi dicemmo, con voce che fossero state tese insidie[Zosimus, lib. 1, cap. 49.]a lui stesso e al governo, condannò a morte gli autori di quelle turbolenze. Vopisco, tuttochè suo panegirista, confessa che egli troppo aspra e rigorosa giustizia fece. E tanto più ne fu biasimato, perchè non perdonò nè pure ad alcuni nobili senatori, fra' qualiEpitimio,UrbanoeDomiziano; ancorchè di poco momento fossero, e meritassero perdono alcuni loro reati, e questi anche fondati nella accusa di un sol testimonio. Prima era forse amato Aureliano; da lì innanzi cominciò ad essere solamente temuto; e la gente dicea, non altro essere da desiderare a lui che la morte, ech'egli era un buon medico, ma che con mal garbo curava i malati. Anche Giuliano Augusto[Julianus, de Caesarib.]Apostata l'accusa di una barbarica crudeltà, ed Aurelio Vittore[Aurelius Victor, in Epitome.]con Eutropio[Eutrop., in Breviar.]cel rappresenta come uomo privo di umanità e sanguinario, avendo egli levato di vita fino un figliuolo di sua sorella. Tal sua barbarie pretende Ammiano[Ammianus Marcellinus, lib. 30 Histor.]che si stendesse sotto varii pretesti, spezialmente sopra i ricchi, affine d'impinguar l'erario, restato troppo esausto per le pazzie di Gallieno; e in tal opinione concorre anche Vopisco[Vopiscus, in Aurelian.]. Fu in questi tempi che Aureliano, considerata l'avidità dei Barbari, già scatenati contra dell'imperio romano[Idem, ibidem.], col consiglio del senato prese la risoluzione di rifabbricar le mura rovinate di Roma, per poterla difendere in ogni evento di pericoli e guerre. Idacio[Idacius, in Chronic.]ne fa menzione sotto questo anno. Ma Eusebio[Euseb., in Chronic.], Cassiodoro[Cassiodorus, in Chronico.]ed altri mettono ciò più tardi. Nella Cronica Alessandrina solamente se ne parla all'anno seguente. Con questa occasione certo è che Aureliano ampliò il circuito di Roma, scrivendo Vopisco che il giro d'essa città arrivò allora a cinquanta miglia; opera sì grande nondimeno, secondo Zosimo, fu solamente terminata sottoProbo Augusto.

Consoli

QuintoeVeldumianoo siaVeldumniano.

Domati i Barbari, e restituita la tranquillità all'Italia, due altre importantissime imprese restavano da fare allo Augusto Aureliano.Tetricooccupava le Gallie e le Spagne.Zenobiaregina dei Palmireni quasi tutte o tutte le provincie dell'Oriente occupava, ed anche l'Egitto. Per varii motivi antepose Aureliano all'altra la spedizion militare contro a Zenobia. Questa principessa, che s'intitolava regina dell'Oriente, una delle più rinomate donne dell'antichità, si trova chiamata in alcune medaglie[Spanhemius, de Usu et Praestant. Numismat. Patinus, Num. Mediob., Numismat. Imp.], che si suppongono vere,Settimia Zenobia Augusta, quasichè ella discendesse dalla famiglia di Settimio Severo Augusto; quando essa, secondo Trebellio Pollione[Trebellius Pollio, in Trig. Tyrann., c. 29.], vantava di discendere dalla casa di Cleopatra e dei re Tolomei. Santo Atanasio[Athanasius, in Histor.]pretese ch'ella seguitasse la religion de' Giudei, e favorisse per questo l'empio Paolo Samosateno; e da Malala[Johannes Malala, in Chronogr.]vien detta regina de' Saraceni. Scrive il suddetto storico Pollione che in lei si ammirava una bellezza incredibile, un spirito divino. Neri e vivacissimi i suoi occhi, il colore fosco; non denti, ma perle pareano ornarle la bocca;la voce soave e chiara, ma virile. Al bisogno uguagliava i tiranni nella severità: superava nel resto la clemenza de' migliori principi. Contro il costume delle donne sapeva conservare i tesori, ma non lasciava di far risplendere la sua liberalità, ove lo richiedesse il dovere. Nel portamento e ne' costumi non cedeva agli uomini, rade volte uscendo in carrozza, spesso a cavallo, e più spesso facendo le tre o quattro miglia a piedi, siccome persona allevata sempre nelle caccie. DaOdenatosuo marito, che già dicemmo ucciso, non riceveva le leggi, ma a lui le dava. Prese bensì da lui il titolo diAugusta, dacchè egli fu dichiarato Augusto, e portava l'abito imperiale, a cui aggiunse anche il diadema. Non sì tosto s'accorgeva essa d'esser gravida, che non volea più commercio col marito. Il suo vivere era alla persiana, cioè con singolar magnificenza, e volea essere inchinata secondo lo stile praticato coi re persiani. A parlare al popolo iva armata di corazza; pranzava sempre coi primi uffiziali della sua armata, usando piatti d'oro e gemmati. Poche fanciulle, molti eunuchi teneva al suo servigio; e l'impareggiabil sua castità, tanto da maritata che da vedova, veniva decantata dappertutto.Aurelianostesso in una lettera al senato[Trebellius Pollio, in Triginta Tyran., c. 29.]ne parla con elogio, dicendo ch'essa non parea donna: tanta era la di lei prudenza ne' consigli, la fermezza nell'eseguir le prese risoluzioni, e la gravità con cui parlava ai soldati, di modo che non meno i popoli dell'Oriente e dell'Egitto, a lei divenuti sudditi, che gli Arabi, i Saraceni e gli Armeni non osavano di disubbidirla, o di voltarsi contro di lei: tanta era la paura che ne aveano. A lei anche in buona parte si attribuivano le gloriose azioni del fu Odenato suo marito contro ai Persiani. Nè già le mancava il pregio delle lingue e della letteratura. Oltre al suo nativo linguaggiofenicio o saracenico, perfettamente possedeva l'egiziano, il greco e il latino, ma non s'arrischiava a parlare questo ultimo. Ebbe per maestro nel greco il celebreLonginofilosofo, di cui resta un bel trattato del Sublime, e la cui morte vedremo fra poco. Fece imparare a' suoi figliuoli il latino sì fattamente, che poche volte e con difficoltà parlavano il greco. Sì pratica fu della storia dell'Oriente e dell'Egitto, che si crede che ne formasse un compendio. Al suo marito Odenato ella avea partorito tre figliuoli, cioèHerenniano,TimolaoeVaballato, a' quali dopo la morte del padre ella fece prendere la porpora imperiale e il titolo d'Augusti; ma perchè erano di età non per anche capace di governo, essa in nome loro governava gli Stati. Un altro figliuolo ebbe Odenato da una sua prima moglie, chiamatoErodeo pureErodiano[Goltzius. Tristanus. Mediob., in Numism. Imper.], che si trova nelle medaglie (non so se tutte legittime) col titolo di Augusto, a lui dato dal padre, come anche afferma Trebellio Pollione[Trebellius Pollio, in Triginta Tyran., c. 29.]. Per cagione dell'esaltazion di questo suo figliastro, fama era che Zenobia avesse fatto morire lui e il maritoOdenato, siccome accennai di sopra. Una tal testa, benchè di donna, signoreggiante dallo stretto di Costantinopoli fino a tutto l'Egitto, ed assistita da molti dei suoi vicini, potea dar suggezione ad ogni altro potentato, ma non già ad Aureliano imperadore, che pel suo coraggio e saggio contegno, teneva sempre le vittorie in pugno.

S'inviò dunque Aureliano da Roma con possente esercito verso l'Oriente per la strada solita di que' tempi, cioè per terra alla volta di Bisanzio, pel cui stretto si passava in Asia. Ma prima di giugnervi, egli nettò[Vopiscus, in Aurel.]l'Illirico, e poi la Tracia da tutti i nemici del romano imperio, ch'erano tornati ad infestarquelle provincie. Scrive Aurelio Vittore[Aurelius Victor, in Epitome.]che a' tempi d'esso Aureliano un certoSettimionella Dalmazia prese il titolo d'imperadore, e da lì a poco ne pagò la pena, ammazzato da' suoi proprii soldati. Quando ciò avvenisse, nol sappiamo. Per attestato bensì di Vopisco, Aureliano, perchèCannabaudere e duca dei Goti dovea aver commesso delle insolenze nel paese romano, passato il Danubio, l'andò a ricercar nelle terre di lui; e datagli battaglia, lo uccise insieme con cinque mila di que' Barbari combattenti. Probabilmente fu in questa congiuntura ch'egli prese la carretta di quel re, tirata da quattro cervi, su cui poscia entrò a suo tempo trionfante in Roma, siccome diremo. Furono trovate nel campo barbarico molte donne estinte vestite da soldati, e prese dieci di esse vive. Molte altre nobili donne di nazione gotica rimasero prigioniere[Vopiscus, in Bonoso.], che Aureliano mandò dipoi a Perinto, acciocchè ivi fossero mantenute alle spese del pubblico, non già cadauna in particolare, ma sette insieme, acciocchè costasse meno alla repubblica. Sbrigato da questi affari, marciò Aureliano a Bisanzio, e passato lo stretto, al solo suo comparire ricuperò Calcedone e la Bitinia, che Zenobia avea sottomesso al suo imperio. Zosimo[Zosimus, lib. 1, cap. 50.]nondimeno asserisce aver la Bitinia scosso il giogo de' Palmireni, fin quando udì esaltato al trono Aureliano. Ancira nella Galazia sembra aver fatta qualche resistenza: certo è nondimeno che Aureliano se ne impadronì. Giunto poscia che egli fu a Tiana, città della Cappadocia[Vopiscus, in Bonoso.], vi trovò le porte serrate e preparato quel popolo alla difesa. Dicono che Aureliano in collera gridasse:Non lascerò un cane in questa città.Vopisco, grande ammiratore del mortoApollonio, filosofo celebre, anzi mago, nativo di quella città, di cui tantoegli come altri antichi raccontano varie maraviglie, cioè molte favole, e che era tenuto da que' popoli per un dio: Vopisco, dico, racconta ch'esso Apollonio comparve in sogno ad Aureliano, e lo esortò alla clemenza, se gli premeva di vincere: parole che bastarono a disarmare il di lui sdegno. Venne poi a trovarlo al campoEraclammone, uno dei più ricchi cittadini di Tiana, sperando di farsi gran merito, col tradire la patria, e gl'insegnò un sito per cui si poteva entrare nella città. Fu essa, mercè di questo avviso, presa con facilità; e quando ognun si aspettava di darle il sacco, e di farne man bassa contro gli abitanti, Aureliano ordinò che fosse ucciso il solo traditore Eraclammone, con direche non si potea sperar fedeltà da chi era stato infedele alla sua patria; ma lasciò godere ai di lui figliuoli tutta la eredità paterna, affinchè non si credesse che lo avesse fatto morire per cogliere le molte di lui ricchezze. Ricordata ad Aureliano la parola detta di non lasciare un cane in Tiana:Oh, rispose,ammazzino tutti i cani, che ne son contento: risposta applaudita fin dai medesimi soldati, benchè contraria alla lor brama e speranza del sacco.

Se crediamo a Vopisco[Vopiscus, in Aurelian.], Aureliano, continuato il cammino, arrivò ad Antiochia, capitale della Soria, e dopo una leggiera zuffa al luogo di Dafne, entrò vittorioso in quella gran città; e ricordevole dell'avvertimento datogli in sogno da Apollonio Tianeo, usò di sua clemenza anche verso di que' cittadini. Passando dipoi ad Emesa, città della Mesopotamia, quivi con una fiera battaglia decise le sue liti con Zenobia. Ma Zosimo[Zosimus, lib. 1, cap. 50.]diversamente scrive. Zenobia con grandi forze lo aspettò di piè fermo in Antiochia, e mandò incontro a lui la poderosa armata sua sino ad Imma, città molte miglia distante di là. Gran copia di arcieri si contava nelloesercito di lei, e di questi penuriava quel de' Romani. Avea inoltre Zenobia la sua numerosa cavalleria armata tutta da capo a' piedi, laddove la romana non era composta se non di cavalli leggieri. Aureliano, mastro di guerra, osservato lo svantaggio, ordinò alla sua cavalleria di mostrar di fuggire, tantochè la nemica in seguitarli si trovasse assai stanca pel peso dell'armi, e che poi voltassero faccia, e menassero le mani. Così fu fatto, e seguì un'orribile strage dei Palmireni. Eusebio[Eusebius, in Chronic.]scrive che si segnalò in quella gran battaglia un generale de' Romani, appellatoPompeianoe cognominatoil Franco, la cui famiglia durava in Antiochia anche a' suoi dì. Non osavano i fuggitivi di portarsi ad Antiochia[Zosimus, lib. 1, cap. 50.], per timore di non essere ammessi, o pur di essere tagliati a pezzi da' cittadini, se si accorgevano della rotta lor data; ma Zabda, o sia Zaba, lor generale, preso un uomo che si rassomigliava ad Aureliano, e fatta precorrer voce che conduceva prigioniere lo imperadore stesso, trovò aperte le porte, e quietò il popolo. La notte seguente poi con Zenobia s'incamminò alla volta di Emessa. Entrò il vincitore Aureliano in Antiochia, ricevuto con alte acclamazioni da quegli abitanti, e perchè parecchi de' più facoltosi si erano ritirati per paura dello sdegno imperiale, Aureliano pubblicò tosto un bando di perdono a tutti; e questa sua benignità fece ripatriar di buon grado ciascuno. Dopo aver dato buon ordine agli affari di Antiochia, ripigliò Aureliano il suo viaggio verso Emesa, dove s'era ridotta Zenobia. Trovato presso Dafne un corpo di Palmireni che voleano disputargli il passo, ne uccise un gran numero. Apamea, Larissa ed Aretusa nel viaggio vennero alla sua ubbidienza[Vopiscus, in Aurel. Zosim., lib. 1, cap. 52.]. Consisteva tuttavia l'armata di Zenobia in settanta mila combattenti sotto il comandodi Zabda. Si venne dunque ad una altra campale giornata, che sulle prime fu o parve svantaggiosa ai Romani, perchè parte della lor cavalleria o per forza o consigliatamente piegò. Ma mentre la inseguivano i Palmireni, la fanteria romana di fianco gli assalì, e ne fece gran macello, non giovando loro l'essere tutti armati di ferro, perchè i Romani colle mazze li tempestavano e rovesciavano a terra. Piena di cadaveri restò quella campagna. Zenobia con gran fretta se ne fuggì, ritirandosi a Palmira; ed Aureliano fu ricevuto con plauso giulivo in Emesa, dove rendè grazie al dio Elagabalo, creduto autore di quella vittoria; e dopo aver presi e vagheggiati con piacere i tesori che Zenobia non avea avuto tempo di asportare, marciò con diligenza alla volta di Palmira, città fabbricata da Salomone ne' deserti della Soria, o sia della Fenicia, ed assai ricca pel commercio che faceva co' Romani e Persiani. Nel cammino fu più volte in pericolo, e riportò gravi danni l'armata sua dagli assassini soriani. Pur, giunto a Palmira, la strinse d'assedio. S'egli in questo o pur nel seguente anno riducesse a fine sì grande impresa, per mancanza di lumi non si può ora decidere. Sia lecito a me il differirne il racconto al seguente.

Consoli

Marco Claudio TacitoePlacidiano.

ATacitoprimo console in quest'anno, perchè vien comunemente creduto lo stesso che vedremo poi imperadore, gl'illustratori de' Fasti danno il nome diMarco Claudio. Benchè vi possa restar qualche dubbio, pure io mi son lasciato condurre dalla corrente. L'assedio di Palmira, siccome dicemmo, fu impreso da Aureliano con gran calore;ma non erano men riguardevoli i preparamenti per la difesa[Vopiscus, in Aurel. Zosimus, lib. 1, c. 54.]. Stava ben provveduta quella città di freccie, pietre, macchine e d'altri strumenti da guerra e da lanciar fuoco sopra i nemici, siccome ancora di viveri, quando all'incontro uomini e bestie dell'armata romana niuna sussistenza trovavano in quella spelata campagna, piena solo di sabbia. Oltre a ciò, aspettava Zenobia soccorso da' Persiani, Armeni e Saraceni, di maniera che si ridevano gli assediati delle sgherrate degli assedianti. Ma Aureliano supplì al bisogno dell'armata per conto delle provvisioni, facendone venire al campo da tutte le vicinanze; nè lasciava indietro forza e diligenza alcuna per vincere quella sì ben guernita città. Maggiormente crebbe l'izza e la picca sua, perchè avendo sui principii scritto a Zenobia, comandandole imperiosamente di rendersi, con esibirle comodo mantenimento, dove il senato l'avesse messa, e con promettere salvo ogni diritto de' Palmireni, Zenobia gli diede una insolente risposta, con intitolarsiregina d'Oriente, anteporre il suo nome a quello dell'imperadore, e mostrar fiducia di fargli calar l'orgoglio coi soccorsi ch'ella aspettava[Zosimus, lib. 1, cap. 55.]. Vennero in fatti gli aiuti a lei promessi da' Persiani; ma Aureliano tagliò loro la strada, e gli sbandò. Vennero anche le schiere de' Saraceni e degli Armeni; ma egli, parte col terrore, parte coi danari le indusse a militar nell'esercito suo. Contuttociò un'ostinata difesa fecero gli assediati, con beffar eziandio ed ingiuriar i Romani. Un di coloro, vedendo un dì l'imperadore, il caricò di villanie. Allora un arciere persiano si esibì di rispondergli, e gli tirò così aggiustatamente uno strale, che colpitolo il fece rotolar morto giù dalle mura. Intanto veggendo Zenobia che a Palmira s'assottigliava la vettovaglia, stimò meglio di ritirarsi sulle terre de' Persiani; ma fuggendosopra dei dromedarii, fu presa per via dai cavalieri che le spedì dietro Aureliano, e prigioniera fu a lui condotta. Grande strepito ed istanza fecero i soldati perchè egli castigasse colla morte la superbia di costei; ma Aureliano non volle la vergogna di aver uccisa una donna, e donna tale. La città dipoi ridotta all'agonia, dimandò ed ottenne qualche capitolazione. V'entrò Aureliano, e perdonò al popolo, ma non già ai principali, creduti consiglieri di Zenobia, a' quali, come a seduttori ed autori di tanti mali, levò la vita. Fra questi fu compreso[Vopiscus, in Aurelian. Zosimus, l. 1, c. 56.]Longino, celebre filosofo e sofista, e maestro o segretario della medesima, convinto di aver egli dettata l'albagiosa ed insolente risposta che Zenobia avea data alla lettera di Aureliano. Soffrì Longino con tal fortezza la morte, ch'egli stesso consolava gli amici venuti a deplorar la di lui sciagura. Perdonò anche Aureliano, per quanto si crede, aVaballato, uno de' figliuoli di Zenobia; e truovasi una medaglia[Tristan., et Mediobarb., in Numism. Imp.], in cui si legge il suo nome col titolo diAugusto, e nell'altra parte quello di Aureliano Augusto. Quando sia vera (del che si può dubitare), sarà stata battuta in uno dei precedenti anni, e prima della soprascritta tragedia. DiHerennianoeTimolao, due altri figliuoli di Zenobia, non si sa ben qual fosse la sorte loro. Zosimo parla d'un solo figliuolo di Zenobia, condotto in prigionia colla madre. Vopisco, all'incontro, scrive che Zenobia sopravvisse molto tempocum liberisnelle vicinanze di Roma. Questo si può intendere anche di figlie, che certo essa ne avea; ma Trebellio Pollione[Trebellius Pollio, in Trig. Tyrann., c. 23.]c'insegna che Zenobia co' suoi due figliuoli minori Herenniano e Timolao fu condotta in trionfo a Roma. Fu poi di parere esso Zosimo che Zenobia nell'esser condotta in Europa, o per malattia, o per non voler prender cibo,morisse per istrada, vinta dal dolore della mutata fortuna; o per non soffrire la vergogna d'essere condotta in trionfo. Merita ben qui fede Vopisco, il quale più vicino a questi tempi ci assicura ch'ella giunse a Roma, e visse molto dipoi, come dirò all'anno seguente. Anche Giovanni Malala[Joannes Malala, Chronogr.]attesta che l'infelice principessa comparve nel trionfo romano di Aureliano, fallando solamente nell'aggiugnere che le fu dipoi tagliato il capo. Zonara[Zonaras, in Annalib.]rapporta su questo varie opinioni. Possiamo ben poi credere a Zosimo[Zosimus, lib. 1, cap. 56.], allorchè racconta avere Aureliano spogliata Palmira di tutte le sue ricchezze, senza rispettar nè pure i templi: il che fatto, si rimise in cammino, e tornò ad Emesa[Vopiscus, in Aurelian.], dove forse il trovarono le ambascerie de' Saraceni, Blemmii, Assomiti, Battriani, Seri (creduti i Cinesi), Iberi, Albani, Armeni ed Indiani, che gli portarono dei suntuosi regali. Trattò con superbia e fierezza i Persiani, gli Armeni e i Saraceni, perchè aveano prestato aiuto a Zenobia.

Rimesso dunque in pace l'Oriente Aureliano passò lo stretto di Bisanzio per tornarsene a Roma, menando seco Zenobia e i di lei figliuoli[Zosimus, lib. 1, cap. 60. Vopiscus, ibid.]. Informato che i popoli carpi aveano fatta un'incursione nella Tracia, andò a trovarli e li disfece: e perciò il senato romano, che gli avea già accordato i titoli diGotico,Sarmatico,Armeniaco,Partico ed Adiabenico, il nominò ancoraCarpico. Se ne rise Aureliano, e scrisse loro che si aspettava ormai d'esser anche intitolatoCarpiscolo, nome significante una sorta di scarpe, e da cui poscia è a noi venuto il medesimo nome discarpa. Ma eccoti arrivargli avviso che i Palmireni s'erano ribellati, con aver tagliato a pezziSandarione, e secento arcieri lasciati ividi presidio. Con tal sollecitudine tornò egli indietro, che all'improvviso arrivò ad Antiochia, e spaventò quel popolo, intento allora a' giuochi equestri. Aveano tentato i Palmireni d'indurreMarcellino, governatore della Mesopotamia e di tutto l'Oriente, a prendere il titolo di Augusto. Gli andò egli tenendo a bada, ed informando intanto di tutto Aureliano; ma coloro, non vedendo risoluzione di lui, dichiararono poi imperadore un certo appellatoAchilleoda Vopisco,Antiocoda Zosimo. Giunse Aureliano a Palmira quando men sel pensavano, e presa quella città senza colpo di spada, fece mettere a fil di spada tutto quel popolo, uomini, donne, fanciulli e vecchi, con furore d'inudita crudeltà, benchè poi, tornato in sè stesso, scrivesse aCeionio Bassodi perdonare a quei che restavano in vita. Zosimo pretende che egli per isprezzo non facesse morire quel ridicolo imperadore creato dai Palmireni. Ordinò egli ancora che si ristabilisse come prima il tempio del Sole messo a sacco dai soldati, deputando a tal effetto buona somma d'oro e d'argento. Del resto fece spianare quella città, le cui rovine, visitate a' tempi nostri dagli eruditi inglesi, ritengono ancora molti vestigii dell'antica lor maestà. Già dicemmo che Zenobia nelle sue prosperità avea usurpato al romano imperio l'Egitto. Ora Aureliano, mentre nell'anno addietro faceva a lei la guerra in Oriente, spedìProbo[Vopiscus, in Probo.], il qual fu poi imperadore, con delle soldatesche, per ricuperar quella ricca ed importantissima provincia. Nel primo combattimento sbaragliò Probo i nemici: nel secondo ebbe la peggio: ma, ripigliate le forze, tanto si adoperò, che mise quella nobil contrada sotto il comando de' Romani, ed aiutò poi Aureliano a ripigliar l'Oriente nel resto della guerra coi Palmireni. Pareva dopo ciò che l'Egitto avesse da goder pace, quando unMarcoFirmo, oFirmio, nativo di Seleucia[Vopiscus, in Firmo.], amico di Zenobia non ancor vinta, prese il titolo d'Augusto e d'imperadore, come, secondo Vopisco, appariva dalle medaglie battute di lui, alcuna delle quali si crede che resti tuttavia[Goltzius, et Spanhemius, in Numism. Imp.]. Possedeva costui molte ricchezze, e massimamente nell'Egitto, dove, fra l'altre cose, tanta carta, chiamata papiro, si fabbricava ne' suoi beni, ch'egli si vantava di poter mantenere col solo papiro e colla, adoperata in formar la carta, un esercito. Teneva corrispondenza costui coi Blemmii e Saraceni, e mandava alle Indie navi a trafficare. Impadronitosi dunque costui di Alessandria e dell'Egitto, aiutò, per quanto potè, Zenobia; ma caduta essa, cadde anche egli. Aureliano non già in persona, a mio credere, andò, ma spedì colà parte della armata, che sconfisse Firmo, e dopo varii tormenti lo uccise, con sottomettere in poco tempo quel ricco paese, e mandare a Roma gran copia di grani, la spedizion dei quali costui avea interrotta. Aureliano[Vopiscus, in Firmo.], in ragguagliare il popolo romano di queste vittorie, scrisse fra le altre cose di saper egli ch'esso popolo non andava d'accordo col senato, non era amico dell'ordine equestre, ed avea poco buon cuore verso dei pretoriani. Sbrigato finalmente da questi affari l'infaticabil Aureliano Augusto, indirizzò i suoi passi verso l'Europa con animo e voglia di atterrar ancheTetrico, che solo restava tra gli usurpatori del romano imperio. Come egli arrivato colà ricuperasse in poco tempo quelle provincie, alla sfuggita lo raccontano i vecchi storici[Vopiscus, in Aureliano. Trebellius Pollio, in Tetrico. Euseb., in Chron.]. Altro non si sa, se non che seguì una battaglia a Scialons sopra la Marna, in cuiTetricostesso tradì lo esercito suo, perchè si diede volontariamente ad Aureliano: laonde i suoi soldatiriportarono una gran percossa da quei di Aureliano. Sono altri di parere che Tetrico fosse da' suoi soldati tradito e consegnato ad Aureliano, al quale si sottomisero poscia anch'essi. Tuttavia grande apparenza c'è che seguisse, o prima o poco dopo dell'arrivo di Aureliano in quelle contrade, qualche segreta capitolazione ed accordo fra Aureliano e lui, al vedere l'indulgenza, con cui esso Aureliano, principe poco avvezzo alla clemenza, trattò il medesimo Tetrico. E la ragione di abbandonare i suoi per gittarsi in braccio ad Aureliano, l'abbiamo dagli antichi storici. Cioè fu la continua disubbidienza dei soldati suoi che ad ogni poco si sollevavano: dal che fu forzato Tetrico ad invitare e pregar Aureliano che il liberasse da tanti mali. Venuto egli alla divozion di Aureliano, tutte poi del pari le di lui milizie il riconobbero per imperadore, e passarono nell'armata romana; con che le Gallie, e, per conseguente, la Spagna e Bretagna, si videro restituiti sotto la signoria del medesimo Augusto. Può o dee anche oggidì essere motivo di stupore il corso di tante imprese e vittorie fatte da un solo Augusto, e in poco più di tre anni, con aver egli liberato da tanti barbari nemici il romano imperio, atterrati i tiranni e riunite al suo corpo tante membra, da esso per più anni disgiunte. Eusebio[Euseb., in Chronic.]nella Cronica mette sotto quest'anno il trionfo romano di Aureliano; ma si dee credere uno sbaglio, siccome vien giudicato ancora il riferirsi da lui nell'anno primo e secondo d'esso imperadore la caduta di Tetrico, la quale vien posta da Vopisco dopo la guerra palmirena. Non si sa nè anche intendere, come in un solo anno potesse Aureliano far tante azioni e viaggi, quanti ne abbiam veduto in questo anno, menando seco eserciti, cioè ruote pesanti, che non volano, senz'aggiungervi ancora il suo ritorno dalleGallie o Roma. Però coi più degli storici rapporterò io all'anno seguente il suddetto trionfo.


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