CCLXXIV

Consoli

Lucio Domizio Aureliano Augustoper la seconda volta eCaio Giulio Capitolino.

Dopo aver dato buon sesto agli affari delle Gallie, sen venne a Roma l'Augusto Aureliano per celebrare il trionfo suo. Riuscì questo dei più grandiosi e memorabili che mai si fossero veduti in quell'augusta città. Vopisco[Vopiscus, in Aurelian.]bene dà un poco d'idea, con dire che vi erano tre carrozze regali, le quali tiravano a sè gli sguardi di ognuno. La prima avea servito adOdenato Augusto, già marito di Zenobia, coperta d'argento, oro e pietre preziose. La seconda di somigliante ricco lavoro l'avea avuta Aureliano in dono dal figliuolo o nipote del morto reSapore, dominante allora in Persia. La terza era stata di Zenobia, che con essa sperava di comparir vittoriosa in Roma: ed in essa entrò ella appunto, ma vinta e trionfata. Eravi anche la carretta del re de' Goti, tirata da quattro cervi, entro la quale Aureliano fu condotto al Campidoglio, dove sagrificò a Giove que' medesimi cervi, secondo il voto già fatto da lui. Precedevano in quella immensa processione venti elefanti, ducento fiere ammansate della Libia e Palestina, che Aureliano appresso donò a varii particolari, per non aggravar di tale spesa il fisco; e dei cammellopardi e delle alci ed altre simili bestie forestiere. Succedevano ottocento paia di gladiatori e i prigionieri di diverse nazioni barbare, cioè Blemmii, Assomiti, Arabi, Eudemoni, Indiani, Battriani, Iberi, Saraceni, Persiani, Goti, Alani, Rossolani, Sarmati, Franchi, Svevi, Vandalie Germani, colle mani legate; fra' quali ancora si contarono molti de' principali Palmireni sopravanzati alla strage, e parecchi Egiziani a cagion della loro ribellione. Ma quello che maggiormente tirò a sè gli occhi di tutti, fu la comparsa fra i vinti diTetricovestito alla maniera dei Galli, col figliuoloTetrico, al quale egli avea conferito il titolo di senatore[Trebellius Pollio, in Triginta Tyran., c. 29.]. Veniva ancheZenobiacon pompa maggiore, tutta ornata, anzi caricata di gemme, dopo aver fatta gran resistenza ad ammettere il peso ed uso di quelle gioie in sì disgustosa congiuntura. Con catena d'oro avea legati i piedi e le mani, ed una ancora ne avea dal collo pendente, sostenuta da un Persiano che le andava avanti. Con questo mirabile apparato, colle corone d'oro di tutte le città, colle carrette piene di ricco bottino, con tutte le insegne e coll'accompagnamento del senato, esercito e popolo, pervenne molte ore dipoi Aureliano al Campidoglio, e tardi al palazzo; rattristandosi nondimeno molti al vedere condotti in trionfo dei senatori romani, il che non era in uso, e mormorando altri[Vopiscus, in Aurel.], perchè si menasse in trionfo una donna, come s'ella fosse qualche gran capitano. Intorno al qual lamento Aureliano dipoi con sua lettera cercò di soddisfare il senato e popolo romano, col mettere Zenobia del pari co' più illustri rettori di popoli. Furono poscia impiegati i seguenti giorni in pubblici sollazzi di giuochi scenici e circensi, in combattimenti di gladiatori, caccie di fiere, battaglie in acqua, e in assegnamento perpetuo di pane e carne porcina, che ogni dì si distribuiva a cadauno del popolo romano.

Abbiamo da Trebellio Pollione[Trebellius Pollio, ibid.]che Aureliano non solamente perdonò a Zenobia, ma le assegnò ancora un decente appannaggio pel mantenimento di lei e de' suoi figliuoli, e un luogo a Tivolipresso al palazzo di Adriano, dove ella soggiornò dipoi a guisa d'una matrona romana. Eutropio[Eutrop., in Breviar.]scrive che a' suoi giorni restavano ancora dei discendenti da essa Zenobia, senza dire se per via di maschi, o pur delle sue figliuole. Il dirsi da Zonara[Zonaras, in Annalibus.]che Aureliano sposò lei, o pur una delle sue figlie, s'ha da contare per una favola. Ciera bensì di verità ha l'aggiunger egli, che le figlie di essa Zenobia furono da lui collocate in matrimonio con dei nobili romani. A quanto poco fa ho detto non si ristrinse la liberalità di Aureliano verso il popolo, perchè altri regali gli fece in abiti e danari[Vopiscus, in Aurel.]. E perciocchè infinita copia vi era di debitori del fisco, ordinò che nella piazza di Traiano si bruciassero tutte le lor cedole. Pubblicò ancora un perdon generale per tutti i rei di lesa maestà. S'acquistò egli specialmente lode nell'aver non solamente rimessa ogni pena aTetrico, già imperadore, o sia tiranno delle Gallie[Trebellius Pollio, in Triginta Tyran., c. 23.], ma dichiaratolo ancora Correttore di tutta l'Italia, cioè della Campania, del Sannio, della Lucania, de' Bruzii, della Puglia, Calabria, Etruria ed Umbria, del Piceno e Flaminia, e di tutto il paese Annonario, colmandolo di onori, e chiamandolo talvolta collega, commilitone ed anche imperadore: segni di qualche precedente accordo seguito fra loro. Gli diceva, burlando,ch'era più onore il governare una provincia d'Italia, che il regnar nelle Gallie. Anche al giovaneTetricodi lui figlio fu conceduto posto fra i senatori, con godere illesi i lor beni patrimoniali[Zosimus, lib. 1, cap. 61.]. Fece inoltre Aureliano portare alla zecca tutte le monete adulterate e calanti, e ne diede al popolo delle buone. Fu in questa occasione che i ministri della zecca[Vopiscus, in Aurelian. Aurelius Victor, in Epitome. Eutrop., in Breviar.], accusati di qualche frode nel loro uffizio,spinti da Felicissimo, schiavo o liberto dell'imperadore, mossero una sì fiera sedizione in Roma, che vi uccisero sette mila soldati di Aureliano: cosa difficile a credersi. Ma pagarono anch'essi il fio della lor crudeltà, col restar vinti ed esposti al furore, ch'era per lo più eccessivo, in Aureliano. Racconta Suida[Suidas, in Lexico.]che questo imperadore fece morir molti senatori per informazioni della loro infedeltà, ricavate da Zenobia. Era egli un grande adoratore e divoto del Sole[Zosimus, lib. 1, cap. 61. Vopiscus. Eusebius et alii.]: però in quest'anno fece fabbricare in Roma il tempio del Sole con singolar magnificenza, arricchendolo di immensi ornamenti d'oro, di perle e di altre cose preziose. Pesava il solo oro ivi posto quindici mila libbre. Quivi espose le statue del medesimo Sole e di Belo, con altri ornamenti asportati da Palmira. Anche il Campidoglio si vide riempiuto dei doni a lui fatti da varie nazioni; e tempio alcuno non vi fu in Roma che non partecipasse di qualche suo dono. Fortificò ancora l'autorità de' pontefici, ed assegnò rendite per la manutenzione de' templi e de' ministri. Azioni tutte che fan conoscere l'amore e zelo ch'egli nudriva per la sua falsa religione, cioè per l'idolatria: zelo che ancora circa questi tempi lo spinse, dopo essere stato finora clemente verso i Cristiani, a muovere contro di loro una fiera persecuzione[Eusebius, in Histor. et in Chronico. Lactantius, de Mortibus Persecutor. Orosius, Syncellus, et alii.]. Ma per poco tempo, perchè Dio non tardò a dargli quel fine e gastigo, a cui soggiacquero anche in questo mondo altri nemici e persecutori della religione e Chiesa sua santa. Alcune buone leggi fece Aureliano, ma altre più meditava di farne, e sopra tutto voleva provvedere al soverchio lusso introdotto in Roma[Vopiscus, in Aureliano.], con proibire il consumo dell'oro in tanti ricami, indoratureed altri vani usi, e con vietar l'uso della seta, perchè venendo questa allora solamente dall'India, ogni libbra di essa costava una libbra d'oro. Sarebbe da desiderare che anche a' dì nostri nascessero degli Aureliani, per rimediare al lusso di certe città d'Italia, e alla pazza mutazion delle mode. Per altro godeva Aureliano Augusto che i privati abbondassero in vasi d'oro e d'argento. Trovandosi ancora molte terre incolte nella Toscana e Liguria, suo disegno fu di mandar colà a coltivarle le famiglie dei Barbari prigioni. Ma questi ed altri disegni, troncato il filo della sua vita, abortirono tutti. Credesi[Blanchinius, ad Anastasium.]che in quest'annoFelicepapa fosse chiamato da Dio al premio delle sue fatiche, e che o per l'imminente o già insorta persecuzione non si eleggesse il suo successore se non nell'anno seguente.

Consoli

Lucio Domizio Aureliano Augustoper la terza volta eTito Nonio Marcellino.

Annio, e nonAvonio, nèAnonio, fu il nome del console. Per attestato di Vopisco[Vopiscus, in Valerian. Zonaras, in Annalibus.]fu console sostituitoAurelio Gordiano, e nel dì 25 di settembreVelio Cornificio Gordiano. Sul principio di quest'anno opinione è che fosse promosso al pontificato romanoEutichiano. Nell'anno addietro l'Augusto Aureliano era passato nelle Gallie, verisimilmente per cagion di qualche ribellione, accaduta in quelle parti, ch'egli senza fatica estinse. La città di Orleans vien creduto che fosse rifabbricata da lui e prendesse il di lui nome. E perchè i Barbari eranoentrati nel paese della Vindelicia, che abbracciava allora parte della Baviera, della Svevia e i Grigioni, Aureliano accorso a quelle parti, rimase il paese in pace con averne cacciati i nemici. Di là andò nell'Illirico, e probabilmente fu allora che scorta la difficoltà di poter sostenere la provincia della Dacia, oggidì Transilvania, posta di là dal Danubio, attorniata da troppi Barbari, prese la risoluzione di abbandonarla[Lactantius, de Mortib. Persecut. Eutropius. Syncellus.]. A questo fine ritirò di qua dal fiume tutte le milizie e famiglie romane abitanti in quel paese, e lor diede parte della Mesia per abitarvi; paese che si nominò dipoi la Nuova Dacia, di cui dicono che Sardica divenisse la capitale. Da ciò si vede fallita l'immaginazione e il vanto dei Romani gentili, pretendenti che il loro dio Termine non rinculasse giammai, cioè non lasciasse mai perdere paese una volta unito al loro imperio. Altri simili esempli di questo loro inetto dio riferisce sant'Agostino[S. Augustinus, de Civitate Dei, lib. 4, c. 29.]. Verisimilmente svernò Aureliano in quelle parti, o pur nella Tracia nell'anno presente, applicato a mettere insieme un possente esercito per portar la guerra addosso a' Persiani. Era egli invasato dal desiderio della gloria, e quanto più di grandi imprese egli avea fatto fin qui, a nulla serviva che maggiormente accenderlo per farne delle altre. Nè gli mancavano ragioni e pretesti contro la Persia, che già vedemmo aver prese l'armi in favor di Zenobia. Ma Iddio il colse nel punto[Lactantius, de Mort. Persec., cap. 7.]che i suoi ordini di ferro e fuoco contra dei cristiani erano già dati, e si doveano stendere per tutto l'imperio[Euseb., in Chronic.]. Un fulmine caduto in vicinanza di lui e dei suoi cortigiani pure non fu bastante a rimuoverlo dalle prese risoluzioni. Per altra mano egli perì, siccome ora son per dire.

A riserva del popolo romano, che veramente l'amava per i molti benefizii già ricevuti o che si speravano[Vopiscus, in Aureliano.], pochi altri gli portavano affetto: a colpa della sua severità, anzi crudeltà, di cui sovente abbiam recate le pruove. Il senato romano, e fino i suoi proprii cortigiani, non amore, ma bensì timore aveano di lui[Aurelius Victor, in Epitome. Eutropius, in Breviar.]. Accadde ch'egli un dì minacciò gravementeMnesteo, uno dei suoi segretarii, per qualche fallo.Erotevien chiamato da Zosimo[Zosimus, lib. 1, cap. 62.]. Costui, siccome pratico che Aureliano non minacciava, mai da burla, e che se minacciava, non sapeva perdonare, essendosi molto prima avvezzato a contraffare il carattere del padrone, formò un biglietto, mettendovi col suo i nomi di molti altri, co' quali Aureliano era in collera, e di altri ancora che non erano stati minacciati da lui, come destinati tutti dal sanguinario Augusto alla morte; ed esagerando poi la necessità di salvare sè stessi, con levare dal mondo quello spietato carnefice. Abbiam veduto altri Augusti condotti a morte per sì fatte liste di cortigiani destinati a perire. Dubitar si potrebbe che alcuna di esse fosse a noi venuta dalle sole dicerie dei novellisti. Quel ch'è certo, si trovava allora Aureliano in un luogo chiamatoCaenophrurium, cioè Castelnuovo, posto fra Bisanzio ed Eraclea. Quivi gli uffiziali animati da Mnesteo contra di lui, preso il tempo che Aureliano era con poche guardie, lo stesero morto a terra con varie ferite. Vopisco[Vopiscus, ibid.]scrive ch'egli morì per mano di Mucapor, uno de' suoi generali. Altre particolarità di questo fatto non ha a noi conservato la storia. Essendo giunta a Roma la nuova di sua morte nel dì 3 di febbraio per attestato del medesimo storico, vegniamo a conoscere che alquanti giorni prima del fine di gennaio dell'annopresente dovette succedere la di lui tragedia. Scoprissi dipoi la furberia di Mnesteo, e ne fu fatta aspra vendetta, con legarlo ad un palo ed esporlo ad essere divorato dalle fiere. Gli altri da lui ingannati gran pentimento ebbero d'aver bagnate le mani nel sangue del loro principe, e parte vennero allora uccisi dai soldati, parte poi dai successori Augusti Tacito e Probo. Funerali magnifici furono fatti al defunto imperadore dall'armata, la quale anche scrisse al senato e popolo romano coll'avviso del funesto successo, e con premura, perchè Aureliano fosse aggregato al catalogo degli dii.Tacito, che fu poi imperadore, il primo allora dei senatori, quegli fu che dopo un bell'elogio alla memoria di Aureliano, fu il primo a decretargli tutti gli onori divini. E certamente non si può negare ad Aureliano la gloria di uno de' più insigni imperadori romani, per aver egli in sì poco tempo rimesso in piedi e liberato dai nemici interni ed esterni tutto l'imperio romano, con disposizione di far altre mirabili imprese, se non gli fosse stato sul più bello troncato il filo della vita. Era egli tuttavia vegeto d'età, e questa la sapeva egli conservare colla sobrietà del vivere; e se si ammalava, non correva giù a chiamar i medici, ma curava egli stesso i suoi mali con una dieta rigorosa. La sua soverchia severità, benchè gli partorisse l'odio di molti, pure riuscì di grande utilità alla repubblica, perchè levò di mezzo o cacciò in esilio i cervelli torbidi, cabalisti e perturbatori della quiete pubblica. Specialmente perseguitò egli i delatori, cioè gli accusatori, tanto ben veduti sotto altri precedenti governi. Non la perdonava nè pure ai suoi medesimi parenti e familiari. E la moderazione sua nel vestire si stendeva anche alla moglie e alla figliuola, alle quali, perchè pur volevano una veste di seta, rispose,troppo costare una tela che si vendeva a peso d'oro. Altre sue lodevoli doti rammenta Vopisco. Ma a questoegregio principe mancava la clemenza, virtù necessaria, nonchè sommamente commendabile ne' saggi principi; e da questo difetto, o, per dir meglio, dalla sua crudeltà fu egli finalmente condotto ad un fine infelice.

Avrebbe ognuno creduto che, appena morto Aureliano, l'armata sua acclamasse Augusto alcuno di quei generali, ma non fu così[Vopiscus, in Aureliano.]. Forse perchè niun d'essi v'era esente dal reato, o dal sospetto della morte di Aureliano, però non si poterono indurre i soldati a creare alcun d'essi imperadore. Anzi scrissero al senato, con pregarlo di scegliere un imperadore degno di tal posto. Non attentandosi di farlo il senato, perchè alle armate non soleano piacere Augusti creati in Roma da' senatori, tre volte corsero e ricopersero lettere fra loro, rimettendo sempre l'una parte all'altra una tale elezione: controversia rara, e che facea stupir chiunque era consapevole della prepotenza dei passati eserciti in tali congiunture[Vopiscus, in Tacito. Aurelius Victor, in Epitome.]. Durante questa contesa passarono sei mesi, senza che si eleggesse imperadore; e, ciò non ostante, nell'interno si godeva buona calma; e tutti i governatori scelti da Aureliano e dal senato continuavano tranquillamente ne' loro impieghi, fuorchèAurelio Foscoproconsole dell'Asia, in cui luogo fu speditoFalconio. Era in questi tempi prefetto di RomaPostumio Siagrio, secondo il catalogo pubblicato dal Bucherio[Bucherius, in Cycl.]; ma Vopisco scrive che nel dì 25 di settembre era essa prefettura appoggiata adElio Ceseziano. Quegli che diede fine a questa sonnolenza, e fece che il senato procedesse alla elezion di un nuovo imperadore, fu il militar movimento de' Germani[Vopiscus, in Aureliano.], i quali passato il Reno, aveano già occupato varie nobili città, e temeva anche guerra daiPersiani.Velio Cornificio Gordiano, console sostituito, rappresentò nel dì 25 di settembre la necessità di crear un imperadore. Preparavasi a rispondereMarco Claudio Tacito, primo fra i consolari, quando a comun voce fu interrotto dal senato, che l'acclamòimperadore, siccome personaggio, per la rara sua prudenza ed integrità, riconosciuto degnissimo di quell'eccelsa degnità. Fece egli resistenza per quanto potè, con allegare l'avanzata sua età, e il non poter cavalcare e reggere eserciti; anzi, perch'egli avea preveduto questo colpo, per due mesi era stato ritirato nella Campania. Ma, alzatosiMezio Falconio Nicomaco, tanto disse, tanto pregò Tacito, mettendogli davanti il bisogno della repubblica, ch'egli cedette; e l'elezione sua fu molto applaudita dal popolo e da' pretoriani, a' quali fu promesso il solito regalo. Si vantavaTacitod'essere discendente o parente diCornelio Tacitocelebre storico, ed egli perciò fece mettere in tutte le librerie l'opere di lui; e pur, ciò non ostante, perite molte di esse sono oggidì indarno desiderate da' letterati. Era stato console, avea molti figliuoli, ma giovanetti, ed un fratello uterino, appellato nelle medaglieMarco Annio Floriano. Non capiva in sè per l'allegrezza il senato al vedersi giunto a poter eleggere dopo sì lungo tempo un Augusto, e si pregiava di averlo eletto tale, che in breve potè corrispondere all'espettazione di ognuno, col rimettere in uso gli antichi diritti e l'autorità del senato e del prefetto di Roma. Ne diedero i senatori tosto il lieto avviso con lettere a Cartagine, a Treveri, città libera, ad Antiochia, Aquileia, Milano, Alessandria, Tessalonica, Corinto ed Atene. Ora Tacito, appena accettato l'imperio e rendute grazie al senato, ordinò che si mettessero in alcuni templi le statue d'argento d'Aurelianoed una d'oro nel Campidoglio. Quest'ultima dipoi non fu posta; le altre sì. Proibì tanto al pubblico, quanto ai privati il mischiar insieme l'argentoe il rame, e l'argento e l'oro. Vietò che i servi non potessero chiamarsi all'esame contra de' proprii padroni, e neppure trattandosi di delitti di lesa maestà. Determinò che si facesse un tempio de' defunti imperadori deificati, volendo nondimeno che ivi si collocassero le sole statue dei buoni Augusti, per animar alla loro imitazione i successori. Avendo fatta istanza del consolato dell'anno susseguente per suo fratelloFloriano, il senato, benchè avvezzo a chinar il capo a tutto quanto bramavano i precedenti Augusti, pure negò a lui questa soddisfazione, adducendo che già erano disegnati i consoli, ed essere inconveniente il far torto ad alcun degli eletti. Dicono che Tacito si rallegrasse all'osservare questa libertà nella cura, e che dicesse:Sa il senato di che tempra sia il principe ch'egli ha eletto.Poscia donò al pubblico il privato suo patrimonio, le cui rendite si fanno ascendere dal Salmasio ad un valore ch'io non ardisco di esprimere, parendo difficile a credersi. Sembra anche inverisimile questo dono per chi era vecchio ed avea figliuoli; e ilpublicavitdi Vopisco potrebbe ammettere un altro senso. Tutto poscia il contante ch'egli si trovava in cassa l'impiegò in pagar le milizie. E tanto per ora basti di questo imperadore di pochi giorni.

Consoli

Marco Claudio Tacito Augustoper la seconda volta edEmiliano.

Fa menzione Vopisco[Vopiscus, in Probo.]diElio Scorpiano, che era console nel 3 di febbraio dell'anno presente; e perciò si può credere cheTacito Augustotenesse un solo mese il consolato. Fra lealtre azioni di lui riferite da Vopisco vi fu l'aver egli bandito da Roma i postriboli, non già delle pubbliche donne, per quanto io mi figuro, ma bensì di un vizio più deforme ed abbominevole: provvisione nondimeno che fu di brevissima durata in un popolo avvezzo ad ogni brutalità, perchè mancante dei lumi e del freno della vera religione. Proibì ancora il tenere aperti i bagni in tempo di notte, per impedire le sedizioni; e vietò, tanto agli uomini che alle donne, il portar vesti di seta. Volle che si distruggesse la casa propria, e che a sue spese quivi si fabbricasse un bagno pel pubblico. Cento colonne di marmo di Numidia, alte ventitrè piedi, donò al popolo d'Ostia. Assegnò alla manutenzion delle fabbriche del Campidoglio le possessioni ch'egli avea nella Mauritania; donò ai templi l'argento che serviva alla sua tavola; e manumise cento dei suoi servi dell'uno e dell'altro sesso. Continuò poscia a vivere come prima, usando le medesime vesti che gli aveano servito da privato. La sua tavola continuò ad essere parchissima: il maggiore imbandimento consisteva in cavoli ed erbaggi. Non volea che la moglie portasse gemme, e neppure permise al pubblico i ricami d'oro nelle vesti. Ebbe anche cura di punire rigorosamente gli uccisori di Aureliano, e sopra gli altri a Mucapor fu dato un rigoroso gastigo[Zosimus, lib. 1, cap. 63. Zonaras, in Annal. Vopiscus, in Tacito.]. S'era fin l'anno dietro udito un gran movimento di barbari Sciti dalla Palude Meotide, che pretendeano d'essere stati chiamati da Aureliano Augusto in suo aiuto. Costoro si sparsero pel Ponto, per la Cappadocia, Galazia e Cilicia, commettendo quelle ruberie ed insolenze ch'erano il mestier familiare di gente usata alle rapine. Tacito, benchè vecchio, giudicò debito della sua dignità il portarsi colà in persona coll'esercito. Seco eraFlorianosuo fratello, dichiarato prefetto del pretorio. Da due parti amenduecombatterono contra di tali assassini, con obbligar quelli che non restarono vittima delle spade romane a ritirarsi ne' lor paesi. Ciò fatto, si preparava Tacito per tornare in Europa, quando la morte venne a trovarlo[Aurel. Victor, in Epitome. Eusebius, in Chron.], chi dice in Tarso, chi in Tiana e chi nel Ponto; e non avendo regnato che sei mesi e giorni, secondo i conti d'alcuni, si conghiettura ch'egli finisse di vivere nell'aprile dell'anno presente. Restava tuttavia indeciso ai tempi di Vopisco s'egli mancasse di vita per malattia naturale, oppure perchè ucciso. Convengono gli scrittori greci[Zosim. Zonar. Euseb. Joan. Malala.]che violenta fosse la morte sua. Intorno a ciò scrive Zosimo che avendo Tacito mandato per governator della SoriaMassiminosuo parente, costui maltrattò in maniera i magistrati della città, che tutti cospirarono contra di lui, e gli levarono la vita. Temendo poscia coloro di ricevere da Tacito il meritato gastigo, unitisi con quegli uccisori di Aureliano che restavano anche vivi, tali insidie tramarono ad esso Augusto Tacito, che il levarono dal mondo. Nulla di più sappiamo di lui, e neppur ne seppero gli autori della Storia Augusta, se non che[Vopiscus., in Flor.]a Terni gli fu alzata una memoria sepolcrale con istatua, che poi restò atterrata ed infranta da un fulmine. Certo il suo senno e l'amore del pubblico bene poteano far sperare da lui delle gloriose imprese; ma il corto suo vivere gl'impedì il fare di più. Stento io a credere a Vopisco[Idem, in Tacito.], quando scrive, aver egli comandato che il mese disettembresi appellasseTacito, non parendo propria di un sì saggio vecchio Augusto una sì pueril vanità.

Dopo la caduta di Tacito,Marco Annio Floriano, suo fratello uterino e prefetto del pretorio, quasi che l'imperio fosse ereditario, si fece proclamareImperadore Augustoda' suoi soldati, e nontardò a spedirne l'avviso al senato romano, il quale non fece difficoltà ad accettarlo. Ma ritrovandosi alloraProbogenerale dell'armi romane in Soria, quell'armata, appena udì la morte di Tacito, che a gran voce chiamòimperadoreesso Probo. Fece egli, almeno apparentemente, non poca resistenza, siccome personaggio che non avea, per quanto egli dicea, mai desiderato quell'onore[Vopiscus, in Probo.], protestando specialmente a que' soldati che non troverebbono vantaggio in volerlo innalzare, perchè egli era uomo poco indulgente. Tuttavia gli convenne cedere, e tanto più perchè dopo un tal atto sarebbe riuscito pericoloso a lui il dimorare in istato privato. Perciò ecco insorgere una guerra civile.Florianofu riconosciuto per imperadore a Roma, e per tutte le provincie dell'Europa e dell'Africa, ed anche in Asia sino alla Cilicia; laddove solamente la Soria, la Fenicia, la Palestina e l'Egitto si sottomisero aProbo, pochissima parte di mondo in paragone dell'altra. Dimorava allora Floriano verso lo stretto di Bisanzio, dove avea ristretti gli Sciti rimasti sbanditi nell'Asia, quando gli giunse l'avviso d'aver per competitore Probo. Lasciati dunque andare i Barbari, si mise in arnese per procedere coll'armi contra di lui, e passò nella Cilicia. Probo, all'incontro, perchè si sentiva assai inferiore di forze, ad altro non pensò che a prepararsi per la difesa, e a tirare in lungo la guerra, quando arrivò il caldo della stagione, il quale ardente in quelle parti non solamente si fece sentir molestissimo ai soldati di Floriano, la maggior parte europei, e piuttosto usati al freddo, ma li fece anche cadere per la maggior parte malati. Di ciò informato Probo si accostò coll'esercito suo a Tarso, dov'era Floriano; e benchè uscissero in ordine di battaglia i soldati di lui, pure non osarono azzardarsi che ad alcune scaramuccie. Pertanto, inquieti al veder cosìindebolita per le malattie la loro armata, e non ignorando quanto fosse superiore in abilità e merito l'emulo Probo, il quale si può conghietturare che facesse far loro delle segrete insinuazioni di molto vantaggio, vennero in risoluzione di terminar quella guerra, con abbandonar Floriano ed accettar Probo per imperadore[Vopiscus, in Probo. Zosimus. Eusebius. Syncellus. Joannes Malala.]. La più comune opinione degli storici è, cheFlorianofosse ucciso da' suoi. Aurelio Vittore[Aurelius Victor, in Epitome.]nondimeno lasciò scritto ch'egli, con tagliarsi le vene da sè stesso, si diede la morte, dopo due mesi in circa d'imperio. Sicchè restò solo imperadoreProbo, ed ebbe alla sua ubbidienza tutte le milizie che si trovavano in Oriente: dopo di che spedì a Roma delle saporite lettere, rappresentando al senato e al popolo romano, ch'egli per forza avea ben preso il titolo d'Augusto, ma che senza la approvazion d'essi, ch'erano i principi del mondo, egli non volea ritenerlo: che ben sapeva di poter far tali slargate da che avea in mano le forze maggiori dell'imperio, e qual fosse in casi tali l'uso del senato. Nel testo di Vopisco è scritto che questa lettera di Probo fu letta in senato nel dì 3 di febbraio, e in lui concorsero i voti e plausi d'ognuno. Per consenso di tutti i critici, v'ha dell'errore, da che il medesimo storico confessa cessata la vita di Floriano nella state dell'anno presente, dopo due o tre mesi d'imperio: e però non potè Probo nel febbraio di quest'anno aver presa la porpora, nè aspettar sino al febbraio dell'anno seguente per procurarsi l'approvazion del senato.

Consoli

Marco Aurelio Probo AugustoeMarco Aurelio Paolino.

Nelle medaglie[Mediobarb., in Numismat. Imperat.]il novello imperadore porta il nome diMarco Aurelio Probo. Egli era[Vopiscus, in Probo. Victor, in Epitome.]nativo di Sirmio nella Pannonia, di famiglia mediocre e mal provveduta di beni. Diedesi in sua gioventù alla milizia, e sotto Valeriano Augusto per li suoi buoni portamenti arrivò ad essere tribuno. Lodavasi forte in lui la bella presenza, il coraggio e la probità de' costumi corrispondente al suo cognome. Non poche segnalate imprese fece egli in guerra contra varie nazioni barbare e contro i ribelli dello imperio, di modo che fu carissimo a Gallieno imperadore, il quale, scrivendo a lui, il chiamava suo padre. Tanto lo stimò Aureliano Augusto, che parve inclinato a volerlo per suo successore; e Claudio e Tacito il riguardavano sempre come il miglior nobile della repubblica romana. Vopisco rapporta varie prodezze di lui ed alcune lettere dei suddetti Augusti in pruova del gran concetto che aveano di questo personaggio quando era in privata fortuna. Nel mestier poi della guerra niun forse il pareggiava, nè a lui mancava il bel segreto di farsi amar dai soldati, non già con lasciar loro la briglia sul collo, ma con far conoscere ad ognuno quanto gli amasse. Li visitava sovente; nulla voleva che loro mancasse, nè che lor fosse fatta ingiustizia alcuna; anzi colla sua saviezza spesso placava il crudel Aureliano, se il trovava adirato contra di loro. Qualor si faceva qualche bottino, a riserva dell'armi, tutto voleva che si dividesse fra i medesimi soldati. Per altro li teneva egli continuamente in esercizioe in lavorieri, affinchè s'indurassero nelle fatiche, imitando in ciò l'africano Annibale. E però in molte città fece da essi fabbricar ponti, templi, portici ed altri edifizii, e seccar nell'Egitto delle paludi, per potervi seminare, aprendo canali che scaricassero l'acque, e facilitando in altre maniere il traffico pel fiume Nilo. Creato poscia imperadore in età, e riconosciuto per tale da tutti i popoli del romano imperio, in così belle azioni s'impiegò, che Vopisco si lasciò scappar dalla penna, a mio credere, una sfoggiata iperbole, con dire ch'egli fu da preferire ad Aureliano, Traiano, Adriano, agli Antonini, ad Alessandro e Claudio Augusti, perchè ebbe tutte le loro virtù, ma non già i loro difetti. Così Vopisco[Vopiscus, in Floriano.], il qual poi si trova aver saputo sì poco delle gesta di questo imperadore. Scrive Zosimo[Zosimus, lib. 1, cap. 65.]che una delle prime sue applicazioni fu quella di punire gli uccisori di Aureliano e di Tacito. Nè arrischiandosi a tal giustizia con pubblicità, li fece invitar tutti ad un convito, dove furono tagliati a pezzi dalle sue guardie, fuorchè uno che si salvò, e preso dipoi fu abbruciato vivo. Ma Vopisco[Vopiscus, in Probo.]non s'accorda con lui, confessando bensì che Probo vendicò la morte di quegli imperadori, ma con più moderazione e discretezza che non aveano prima fatto i soldati e Tacito Augusto. Perdonò ancora a coloro che aveano sostenutoFlorianocontra di lui, perchè seguaci non di usurpatore o tiranno, ma di un fratello del principe. Nel mentre che si trovavano imbrogliati gli affari pubblici per la morte di Tacito e per la disputa dell'imperio tra Floriano e Probo, i popoli della Germania, passato il Reno[Zosimus, lib. 1, c. 67.], occuparono non poche città delle Gallie in que' contorni. Vopisco[Vopiscus, in Probo.]ci vorrebbe far credere che tutte quelle provincie dopo la caduta di Postumorestassero sconvolte: e che, tolto di vita Aureliano, venissero in poter d'essi Germani. Pertanto l'Augusto Probo, lasciato per ora il pensiero di passare a Roma, sen venne a Sirmio sul principio di maggio, e di là poi marciò alla volta del Reno. Trovò i Barbari sparsi per le città galliche, e diede loro addosso in varii combattimenti, con farne una strage incredibile. In una lettera da lui scritta al senato romano si pregia d'aver uccisi quattrocento mila di que' Barbari, e di averne presi sedici mila, ch'erano poi arrolati nelle truppe romane, e da lui sparsi in varii luoghi e in diverse legioni. Temer si può che sia scorretto qui il testo di Vopisco, o che la morte di tanti armati sia un vanto, difficile a credere. Ricuperò Probo e liberò dal giogo barbarico sessanta o settanta città nobili delle Gallie.

Racconta qui Zosimo[Zosimus, lib. 1, c. 67.]una cosa strana, cioè che, provandosi gran carestia di viveri nell'armata sua, oscuratosi il cielo all'improvviso, cadde una dirotta pioggia, e seco una tal quantità di grano, che se ne trovavano dei mucchi nella campagna. Stupefatti i soldati, non ardivano di valersi di questo soccorso; ma incalzati dalla fame, fecero macinar quel grano, e il trovarono molto a proposito per saziarsi. Non avrei fatta io menzione di questo racconto, che, al pari degli altri lettori, credo anch'io favoloso, e tanto più perchè Vopisco non ne dice parola, e Zonara[Zonaras, in Annalib.]ne parla dubitativamente; ma non ho voluto ometterlo, perchè anche nell'anno 1740 vennero nuove che in una villa dell'Austria era piovuto del grano, e ne ebbi io stesso sotto gli occhi, ma senza essersi potuto chiarire se il vento lo avesse colà trasportato da altro luogo, o in qual altra maniera ciò seguisse: dovendo per altro essere certo che grano tale (se pur ne fu vera la pioggia) non era nato in cielo, nè venuto da quelpaese, dove non si ara nè semina. Aggiugne il suddetto Zosimo che intervenne lo stesso Probo Augusto ad una gran battaglia data ai Logioni, popoli della Germania, que' medesimi probabilmente che son chiamati Ligi da Cornelio Tacito. La vittoria fu dal canto de' Romani; Sennone, principe di quella gente, col figliuolo restò prigioniere; ma Probo li rimise poscia in libertà mercè di un trattato di pace, per cui furono restituiti tutti i prigioni e le prede da lor fatte. Seguì ancora un fiero combattimento tra i generali di Probo e i popoli Franchi, mentre l'imperadore in persona facea guerra, e venne alle mani coi Borgognoni e Vandali sulle rive del Reno, popoli che non si sa intendere come dalla Tartaria o da altro paese settentrionale fossero pervenuti fin colà. Non avea Probo forze tali da poter combattere del pari con quelle sterminate masnade di Barbari; però da saggio cercò solamente di dividerli. Tanto dunque gli attizzarono i Romani con dir loro delle villanie, e mostrando poi di fuggire, se alcun d'essi passava di qua dal Reno, che gran parte del loro campo passò il fiume. Non tardarono allora i Romani ad assalirli e disfarli; e quei che restarono intatti di là, non ottennero pace se non con obbligarsi di restituir tutto il bottino e i prigioni. Perchè non eseguirono con fedeltà il trattato, Probo andò ad assalirli ne' loro trincieramenti, una parte ne uccise, un'altra ne fece prigioniera conIgillolor principe; e questi, mandati nella gran Bretagna a popolar quel paese, servirono dipoi con fedeltà al romano imperio. Anche Vopisco attesta che Probo, avendo valicato il Reno, portò la guerra in casa de' Barbari, e li fece ritirare sino ai fiumi Necro ed Alba, con torre loro non minor bottino di quel che essi aveano fatto nel paese romano. Continuò ancora molto tempo quella guerra, senza che passasse giorno in cui non gli fossero portate molte teste di que' Barbari, per cadauna dellequali egli pagava una moneta d'oro. Un tal guasto obbligò nove di que' principi a venire a' suoi piedi e a dimandar pace. Questa fu loro accordata, purchè dessero ostaggi, ed insieme una contribuzion di vacche, pecore e grano. Veggonsi medaglie[Mediobarbus, in Numismat. Imp.]di Probo collavittoria germanica, le quali son da riferire all'anno presente, od anche al susseguente, parendo che tante imprese non si potessero compiere in pochi mesi. Cominciò in quest'anno[Eusebius, in Chron.]ad infettare il mondo l'eresia di Manete, che stese poi di molto le radici, e durò di poi per moltissimi secoli, con penetrar anche nell'Italia dopo l'anno millesimo della era volgare.

Consoli

Marco Aurelio Probo Augustoper la seconda volta eLupo.

FuriooVirio Lupofu prefetto di Roma[Bucherius, in Cycl.]nell'anno presente e ne' due susseguenti. Si figurò il Panvinio ch'egli procedesse ancora console in questo anno: il che può essere vero, quando si supponga già introdotto l'uso d'unir insieme queste due dignità. Dopo aver restituita la quiete alle Gallie, passò loAugusto Probonella Rezia[Vopiscus, in Probo.], e lasciò quel paese in somma pace, e libero per allora dal sospetto di ricevere molestia da' nemici del romano imperio. Arrivato nell'Illirico, compianse quelle contrade infestate e messe a sacco dai Sarmati e da altre nazioni barbare. Il terrore, che seco portavano l'armi di lui, fu bastante a dissipar tutta la nemica gente, e a ripigliar il possesso di ogni luogo da lor preso, quasi senza sfoderare le spade. Continuato il cammino,trovò anche la Tracia gemente per la irruzion de' Goti in quelle parti. Duolsi Vopisco che la storia di questo insigne imperadore fosse come perita a' suoi tempi; e pur egli fiorì poco più di un mezzo secolo dappoi. Altro dunque non ci seppe egli dire delle imprese di Probo nella Tracia, se non che tal paura concepirono di lui i Goti, che parte si sottomise ai di lui voleri, e parte stabilì con dei trattati una buona amicizia coi Romani. Gran tempo era che i popoli dell'Isauria stavano ribelli al romano imperio, senza aver potuto i precedenti Augusti ridurli al dovere, perchè le asprissime lor montagne tante rocche erano di lor difesa, e quivi si manteneano a forza di ruberie continue. Probo, aspirando alla gloria di domar quegli assassini, marciò a quella volta, e nel viaggio colse e fece morirePalfurio, potentissimo capo di que' ladroni: e con tal arte dipoi maneggiò la guerra, che liberò tutta l'Isauria, e rimise in quelle parti l'autorità e le leggi della romana repubblica. Non vi fu luogo, per iscosceso che fosse, in cui non tendessero d'entrare o per amore o per forza i di lui soldati: benchè egli dipoi dicesse essere tale quel paese, che ben più facile era l'impedirne l'entrata ai ladroni che il cavarneli, se vi fossero entrati. Donò ai veterani molti di quei luoghi a titolo di benefizio (noi diciamo ora feudo), con obbligo ai loro figliuoli di militare dopo i diciotto anni, acciocchè non imparassero prima il mestier del rubare che quel della guerra. Ma per quanto egli facesse, non andò molto che quel popolo tornò alla ribellione, ed il paese seguitò ad essere un nido di ladri. Parla anche Zosimo[Zosimus, lib. 1, c. 69.]dei fatti dell'Isauria, scrivendo che un certo Lidio di quella nazione, gran capo di masnadieri, e forse non diverso da quel Palfurio che vien mentovato da Vopisco, con un corpo di gente avea fin qui malmenata la Licia e la Panfilia. All'approssimarsi dell'armataromana andò a rinserrarsi co' suoi in Cremma, fortezza inespugnabile della Licia per la sua situazione in montagna e per le fosse profonde. Quivi assediato, fece rasar molti edifizii per seminarvi, ma conoscendo ciò non bastante al bisogno, si scaricò delle persone inutili, mandandole fuori; e perchè furono queste fatte rientrar dai Romani, il crudel uomo le fece precipitar giù da que' dirupi. Trovò anche maniera di cavare una strada sotterranea, per cui i suoi uscivano a bottinare. Per via d'una donna fu scoperto l'affare. Allora Lidio si sbrigò col ferro di quei ch'erano superflui alla difesa. Non finiva sì presto quel blocco, se un valente suo maneggiator di macchine, che solea colpir colle freccie dovunque mirava, battuto ingiustamente da lui, non fosse fuggito al campo de' Romani, da dove con una saetta mortalmente ferì Lidio in tempo ch'egli si affacciava ad una finestra per guatare gli andamenti dei nemici. Questo colpo diede fine all'assedio, essendosi renduti quei difensori. Probabilmente son da riferire all'anno presente tutte le suddette prodezze dell'Augusto probo. Truovasi qualche sua medaglia[Mediobarb., in Numism. Imperator.], dove è menzionata lavittoria gotica, attribuita con ragione all'anno corrente, e con indizio che qualche battaglia con fortunato esito fosse stata data ai Goti, ancorchè Vopisco nulla parli di combattimenti con quella nazione.

Consoli

Marco Aurelio Probo Augustoper la terza volta eNonio Marcelloper la seconda.

Questo secondo consolato diNonio Marcelloè appoggiato ad una iscrizione romana da me data alla luce[Thesaurus Novus Inscription., pag. 267.].Coronato di vittorie passava l'Augusto Probo di un paese in un altro. Dalla Soria dunque mosse egli contro ai popoli Blemmii, confinanti all'Egitto. Costoro, o per forza, o perchè chiamati da qualche congiurato, s'erano impadroniti di Copto e di Tolemaide, città egiziane, che presto cederono alle forze dell'armata romana, con istrage dei difensori[Vopiscus, in Probo.]. Ed essendo mandati molti di costoro a Roma prigionieri, per la sparutezza e novità del volto e del portamento loro, furono oggetto di stupore a chiunque li mirava. La sconfitta di que' popoli, giudicati in que' tempi il terrore de' lor vicini, diede molto da paventare al re di Persia, credutoNarseooNarsete. Probo Augusto in fatti meditava di fargli guerra, quando sopraggiunsero i di lui ambasciatori, dimandando pace con assai umiltà. Probo con sostenutezza gli accolse, non volle ricevere i regali a lui inviati, con dire che si maravigliava come il re loro inviasse così poca cosa ad un principe, il quale, qualor gli piacesse, diverrebbe padrone di tutto il di lui paese. Con tale risposta li rimandò spaventati e confusi. Cresciuta perciò la paura ne' Persiani, di nuovo spedirono legati con esibizioni tali, che Probo soddisfatto conchiuse pace con loro. Fu di parere il padre Petavio che appartenesse più tosto aProbociò che Sinesio[Synesius, de Regno.]attribuisce aCarino Augusto, con iscrivere che, avendo il re persiano fatta qualche ingiuria ai Romani, l'imperadore marciò per l'Armenia colla sua armata contra di lui. Giunto sulla cima della montagna, onde si scopriva la pianura della Persia, con quella vista rallegrò i suoi soldati, dicendo essere quello il paese, dove avrebbono sguazzato nella abbondanza, e che pazientassero per ora il difetto di molte cose. Quindi, postosi a tavola sopra l'erba, fece portare il suo pranzo, consistente in una solascudella di piselli, e in qualche pezzo di porco salato; ed eccoti l'avviso di essere arrivati gli ambasciatori persiani. Senza muoversi, senza mutarsi d'abito, mentre era vestito di una casacca di porpora, ma di lana, e con un cappello in testa, perchè calvo affatto, diede loro udienza; e disse che se il re loro non provvedeva, vedrebbe in breve tutte le di lui campagne sì nude d'alberi e grani, come la sua testa era di capelli, e, così dicendo, si levò il cappello. Esibì a que' legati la sua tavola, se aveano bisogno di mangiare; se no, che se ne andassero. La relazione da costoro fatta al re di un imperadore e di un'armata sì poco curante delle delizie e del lusso, talmente accrebbe il terror dei Persiani, che il re stesso in persona fu a visitar l'imperadore, e ad accordargli tutto ciò ch'egli desiderava. Noi non sappiamo cheCarinofacesse guerra a' Persiani; abbiamo bensì da Vopisco[Vopiscus, in Caro.], e lo vedremo fra poco, avere l'imperadorCaroportate felicemente l'armi contra di loro; e però potersi a lui più tosto che a Carino riferir questo fatto. Contuttociò convien esso meglio a Probo, a cui bastò di far paura ai Persiani, senza adoperar l'armi per farsi rispettare.

Consoli

MessalaeGrato.

Un marmo rapportato dal Malvasia[Malvasia, Marm. Felsin., pag. 353.]ci fa vedere unLucio Pomponio Gratodue volte console. Non è improbabile che ivi si parli del console dell'anno presente. Lasciato ch'ebbe lo Augusto Probo in una invidiabil pace l'Oriente, se ne ritornò in Europa. Fermatosi nella Tracia, ricorsero a lui i Bastarni, popolo barbaro abitante verso le bocche del Danubio, forse perchècacciati dai lor nemici, o pure per migliorar di paese, chiedendogli abitazione nelle terre romane, e promettendo fedeltà[Vopiscus, in Probo. Zosimus, l. 1, c. 71.]. A cento mila di costoro assegnò Probo campagne da coltivar nella Tracia, e costoro da lì innanzi furono assai fedeli al romano imperio. Non così fu de' Gepidi, Grotunghi, o sieno Trutunghi, e Vandali, molte migliaia de' quali ottennero anch'essi di fissar il piede nelle provincie romane, acciocchè le popolassero. Imperciocchè costoro, appena videro occupato Probo in guerreggiar contro ai tiranni (de' quali fra poco parlerò), che si rivoltarono, e, parte per terra, parte per mare, gravissimi danni recarono a più contrade romane. Fu perciò obbligato dipoi l'imperadore Probo a volgere l'armi contra di que' masnadieri, con opprimerli sì fattamente, che pochi ne ritornarono vivi all'antico loro paese. Abbiamo nondimeno da Zosimo che una parte de' Franchi, la quale si era stabilita nel paese romano, fatta una sollevazione e raunata gran copia di navi, infestò la Grecia; passata dipoi in Sicilia, vi prese la città di Siracusa con grande strage di que' cittadini; ed infine respinta dall'Africa, ebbe la fortuna, uscendo probabilmente dallo stretto di Gibilterra, di ritornarsene sana e salva nella Germania. Ancorchè manchino lumi per accertare il tempo in cui seguì e terminò la ribellion diSaturnino, parlandone Eusebio[Eusebius, in Chron.]sotto quest'anno, e non dissentendo Vopisco[Vopiscus, in Probo.], a me non disdirà il farne qui parola. Vedemmo già unSaturninotiranno sotto Gallieno; per consenso di tutti gli antichi storici[Zosimus, Aurelius Victor, in Epitome. Eutrop., in Brev.], un altro di tal nome si sollevò a' tempi di Probo. Trovansi medaglie[Goltzius et Mediob., in Numismat. Imper.], nelle quali l'un di essi è chiamatoSesto Giulio Saturnino, e l'altroPublio Sempronio Saturnino,amendue col titolo diAugusti, senza potersi ben chiarire qual d'essi appartenga al regno di Probo. Secondo il Tillemont[Tillemont, Mémoires des Empereurs.],Sesto Giuliopar quegli che in questi tempi si rivoltò. Zosimo il fa nato nella Mauritania; Vopisco cel dà oriondo dalle Gallie, cioè da un paese inquietissimo e facile a crear dei nuovi principi e a scuotere il giogo. Però Aureliano[Vopiscus, in Saturn.], avendolo fatto comandante dell'armi nelle frontiere dell'Oriente, specialmente ordinò che costui non entrasse mai nell'Egitto, ben conoscendo il carattere de' Galli, e l'inquietudine e vanità degli Egiziani, avidi sempre di cose nuove. Si era segnalato Saturnino in varii posti militari e in diverse occasioni di guerra, di modo che egli si vantava di aver estinte le turbolenze delle Gallie, liberata l'Africa dalle mani de' Mori, e data la pace alle Spagne. In somma era creduto il più bravo generale che si avesse a' suoi di Aureliano. Probo Augusto lo amava anche egli forte, e fidavasi assaissimo di lui. Avea inoltre costui cominciato a fabbricare una nuova città in Antiochia, o pure un'Antiochia nuova[Euseb., in Chron.], in non so qual paese. Ma essendo egli andato in Egitto contro il divieto, il popolo troppo volubile d'Alessandria lo acclamò improvvisamenteAugusto. Saturnino, per operar da uomo di onore, fuggì di colà, e si ritirò nella Palestina; ma quivi tanto gli dovettero picchiar in capo gli amici suoi, rappresentandogli il pericolo di vivere privato dopo un tal fatto, che si lasciò indurre a prender la porpora e il titolo d'Augusto. Per altro, si dice[Vopiscus, in Saturn.]che egli mal volentieri si riducesse a questo; e fra le acclamazioni del popolo gli cadevano le lagrime dagli occhi, considerando gl'imminenti pericoli; e a chi gli facea coraggio, tenne un bel discorso intorno alla miseria de' regnanti, e riconobbeche questo passo il menava alla morte. Pretende Zonara[Zonaras, in Annalib.], tale essere stato l'amore e la fiducia che a questo generale professava Probo, che fece punir come calunniatore il primo che portò la nuova della di lui ribellione. Gli scrisse anche più lettere per assicurarlo della sua grazia; ma prevalendo le insinuazioni di chi sosteneva non doversi egli fidar di sì belle parole, non si seppe arrendere. Pertanto colà inviò l'Augusto Probo un corpo di milizia, a cui molte altre si unirono, abbandonando Saturnino, il quale, assediato in un forte castello, restò in fine preso, e gli fu reciso il capo contro la volontà di Probo: con che tornò la calma nell'Oriente e nell'Egitto.

A questi medesimi tempi mi sia lecito di riferir anche la ribellione diProcoloe diBonoso, esposta da Vopisco[Vopiscus, in Probo.], ed appena accennata da Aurelio Vittore[Aurelius Victor, in Epitome.]e da Eutropio[Eutrop., in Breviar.]. EraTito Elio Procolo[Goltzius et Mediob., in Numismat. Imperat.]nativo di Albenga nella Riviera di Genova, avvezzo dai suoi maggiori al mestier de' ladroni, in cui era divenuto sì ricco, che al tempo della sua rivolta potè mettere in armi due mila de' suoi proprii servi. Datosi alla milizia, giunse ad essere tribuno di varie legioni, e bei fatti d'arme si contavano di lui, non men che brutti della sua abbominevole lussuria. Trovavasi egli in Colonia, e dicono che, giuocando agli scacchi, per burla un soldato o buffone il chiamòAugusto, e portata una veste di lana di color di porpora, gliela mise addosso; e che per tal atto sul timore di gastigo egli tentò l'esercito, e trovatolo condiscendente, assunse daddovero il nome diAugusto. Credesi che a questo salto più d'ogni altro lo animasse la moglie sua, donna d'animo virile, e che poi fu nominata Sansone. Anche i Lionesi, disgustati di Aurelianoper i mali trattamenti ricevuti da lui, confortarono costui a prendere la porpora. Per attestato di Vopisco[Vopiscus, in Probo.], la Gallia Narbonese, le Spagne e la Bretagna a lui si sottomisero, ed avendo in que' tempi gli Alemanni fatta una incursione nelle Gallie, Procolo li disfece in più volte. Ma rimase anch'egli disfatto dall'armata che contra di lui inviò Probo, dalla quale perseguitato sino ai confini, si raccomandò all'aiuto dei Franchi, ma questi il tradirono, ed egli perdè la vita. Non diverso fine ebbe un altro ribello, cioèBonoso[Idem, in Bonoso.], che osò di farsi dichiararImperadore. Costui era nato in Ispagna, ma originario dalla Bretagna, e la madre sua procedeva dalla Gallia. Oltre al credito di essere un bravo uffiziale, godeva ancor l'altro di essere un solennissimo bevitore. Quando più ne tracannava, più fresco sempre appariva, in guisa che Aureliano imperadore ebbe più volte a dire:Costui non è nato per vivere, ma per bere. Se ne serviva quell'Augusto per cavare i segreti degli ambasciadori de' Barbari, restando essi ubbriachi, ed egli no. Ma perciocchè, comandando egli l'armi romane al Reno, per poca guardia de' suoi riuscì ai Germani di bruciar la flotta romana esistente in quel fiume, per timore d'esserne gastigato, si fece proclamarImperadore[Vopiscus, in Probo.]. Pare che ciò succedesse nel tempo che Procolo si era anch'egli ribellato, e che unitamente si sostenessero contro le forze di Probo. Attesta Vopisco che occorsero varii combattimenti per atterrar questo tiranno, il quale in fine terminò la sua vita sopra una forca, con dire allora la gente:Mirate là pendente non un uomo, ma un gran fiasco. Zosimo poi[Zosimus, lib. 1, cap. 66.]e Zonara[Zonaras, in Annalibus.]fanno menzione della ribellione di un governatore della Bretagna, senza nominarlo. Del cheavvertito Probo, ne fece querela aMauro Vittorino, perchè sulla raccomandazione di lui gli avesse dato quel governo. Vittorino per questo andò a trovare in Bretagna l'amico, ed ebbe maniera di farlo trucidare. Qualche sedizion di gladiatori fu anche in Roma, e con esso loro si unirono molti della plebe romana, laonde fu d'uopo che Probo mandasse dell'armi a Roma per soggiogarli. Il che pienamente gli riuscì.

Consoli

Marco Aurelio Probo Augustoper la quarta volta eTiberiano.

Prefetto di Roma fuOvinio Paterno[Bucherius, de Cycl.]in quest'anno. Resta tuttavia in disputa il tempo, in cui Probo Augusto entrasse trionfante in Roma. Ma certo sembra più proprio questo che gli altri, giacchè dopo tante vittorie contro le nazioni barbare, e dopo aver restituita la pace a tutto l'imperio romano, potè egli finalmente venir a cogliere gli allori e i plausi nella dominante città[Vopiscus, in Probo.]. In questo suo trionfo precedevano varie schiere di nazioni barbariche da lui vinte. Diedesi poi una caccia magnifica di fiere nel circo, del quale era stata formata una selva, con trasportarvi gli alberi interi colle loro radici. Vi si videro mille struzzoli ed altrettanti cervi, cignali, caprioli, ibici ed altri animali che mangiano erba; e se ne lasciò la preda al popolo. Nel dì seguente si fecero comparire nell'anfiteatro cento lioni colle lor giubbe o crini, che coi ruggiti formavano una specie di tuono. Furonotutti uccisi, ma con ispettacolo che diede poco divertimento o piacere al popolo. Lo stesso avvenne di ducento leopardi, di cento lionesse e di trecento orsi. Si fecero ancora combattimenti di gladiatori, condotti in numero di trecento paia; e Probo diede un ricco congiario al popolo. Aveva egli fin sul principio del suo governo rimesse in piedi le appellazioni dai processi e da altri primarii magistrati al senato, come era ne' vecchi tempi, e conceduto al medesimo senato di mandare i proconsoli, e di dar loro i legati, o vogliam dire i luogotenenti, e il gius pretorio ai governatori nelle provincie; volendo ancora che le leggi da esso Augusto fatte venissero confermate con decreto del medesimo senato. Tanta autorità restituita a quell'insigne corpo, per cui pareva ai senatori d'essere tornati ai tempi di Augusto, procacciò a Probo un gran plauso e lode. In questi tempi poi di pace, affinchè i soldati non si guastassero nell'ozio, gl'impiegò in varie faccende, specialmente in piantar vigne nelle colline delle Gallie, della Pannonia e della Mesia, permettendo ad ognuno[Aurelius Victor, in Epitome. Eutrop., in Breviario. Vopiscus, in Probo.], e massimamente ai popoli delle Spagne, di aver delle vigne: licenza che dopo Domiziano non era conceduta a tutti. Giuliano Apostata[Julianus, de Caesaribus.]scrive che Probo nel breve corso del suo imperio rifabbricò ed ornò ben settanta varie città. E da Giovanni Malala[Joannes Malala, in Chronogr.]abbiamo ch'esso Augusto adornò in Antiochia il Museo e il Ninfeo con de' musaici; siccome ancora ordinò che l'erario pubblico di quella città contribuisse de' salarii annuali, affinchè gratuitamente la gioventù di Antiochia fosse istruita nelle lettere.

Consoli

Marco Aurelio Probo Augustoper la quinta volta eVittorino.

Ebbe Roma in quest'anno per suo prefettoPomponio Vittorino, o siaVittoriano[Bucher., in Cycl.], il quale vien creduto da alcuni lo stesso cheVittorinoconsole. Quai nuovi disgusti avessero i Persiani recato all'imperio romano, è a noi ignoto. Solamente sappiamo che Probo imperadore era in procinto di far loro guerra. A questo fine marciò egli coll'armata a Sirmio nella Pannonia, o sia nell'Illirico, con disegno di passar in Oriente; ma eccoti que' medesimi soldati che lui aveano renduto vincitore di tanti nemici, levargli la vita con improvvisa sedizione[Vopiscus, in Probo. Julianus, de Caesaribus.]. I motivi de' loro disgusti erano il vedersi sempre d'una in altra fatica da lui impiegati senza mai goder posa nè quartieri, dicendo egliche il soldato non dovea mangiare il pane a tradimento; siccome ancora l'essergli scappato un giornoche sperava di ridurre in tale stato di quiete la repubblica, che non vi fosse bisogno di soldati; detto inverisimile in bocca di un sì saggio imperadore. Ma quel che più irritò molti d'essi militari, fu, che desiderando egli di accrescere e rendere più fecondo il territorio di Sirmio sua patria, ordinò a molte migliaia di soldati di cavar una fossa, per seccare una vasta palude in quelle parti. Per questo inferociti coloro, un dì se gli scagliarono addosso[Aurelius Victor, in Epitome. Eutrop., in Breviario. Eusebius, in Chronico.]; ed ancorchè egli fuggisse nella torre ferrata, pur questa non fu sufficiente a sottrarlo al loro furore e a salvargli la vita. Credesi che succedesse la mortesua nell'agosto di quest'anno, correndo l'anno settimo del suo imperio, e che egli non avesse più che cinquanta anni d'età[Johannes Malala, in Chronogr.], principe degno di lunghissima vita, perchè in valore non la cedeva ad alcuno de' suoi predecessori, e nella clemenza moltissimi ne superò; e, trovata la romana repubblica in cattivo stato, la rimise nell'antica sua potenza di onore, più sempre pensando al pubblico che al privato suo bene. Non si sa ch'egli avesse o lasciasse figliuoli; si tiene che avesse moglie, ma senza che se ne possa assegnare con sicurezza il nome. Perciò non intendiam bene ciò che significhi Vopisco[Vopiscus, in Probo.]con dire che i di lui posteri si ritirarono da Roma, e andarono ad abitare nel territorio di Verona verso i laghi di Garda e di Como. Fu eretto dipoi dai soldati un magnifico sepolcro a Probo con iscrizione denotante lui veramente principe dabbene, e vincitor delle nazioni barbare e dei tiranni. Giunta a Roma la nuova della di lui morte, inconsolabile si fece conoscere il dolore del senato e popolo romano, non tanto per avere perduto un ottimo principe, quanto per paura che a questa perdita tenessero dietro dei gravissimi guai, siccome in fatti avvenne. Niuno vi fu degli onori anche sacrileghi, che Roma pagana sapesse decretare alla memoria dei loro Augusti, di cui restasse privo il defunto Probo, essendo egli stato deificato, innalzati templi al suo nome, e stabiliti ogni anno da farsi i giuochi circensi in onore di lui.

Prefetto del pretorio di Probo eraMarco Aurelio Caro, e non pochi furono coloro che sospettarono aver egli tenuta mano all'uccision del suo principe. Vopisco[Idem, in Caro.]da simil taccia il difende, allegando l'integrità de' costumi di esso Caro, e l'aver egli fatta dipoi severa giustizia di chi avea tolta la vita a quell'insigne imperadore. Ma non seppeVopisco assegnare qual fosse la vera patria di Caro, facendolo alcuni nato in Roma, altri nell'Illirico ed altri in Milano. I due Vittori[Aurelius Victor, in Epitome.], Eutropio[Eutrop., in Breviario.]ed Eusebio[Euseb., in Chronic.]cel rappresentano nato in Narbona nella Gallia. Egli nondimeno pretendeva che i suoi maggiori fossero di patria Romani. Per varii gradi militari era egli salito all'eminente di prefetto del pretorio, e fu sommamente amato e stimato, non men da Probo che dall'armata tutta, ancorchè, secondo Giuliano Apostata[Julianus, de Caesaribus.], egli fosse di genio melanconico e severo. Di due suoi figliuoli il primogenito fuMarco Aurelio Carino, la cui infame vita, troppo diversa da quella del padre, la vedremo fra poco. L'altro si crede appellatoMarco Aurelio Numeriano, di costumi saggio e di maniere molto amabile. In due iscrizioni da me date alla luce[Thesaurus Novus Inscription., pag. 256, num. 7, et 461, num. 5.]egli porta il nome diMarco Numerio Numeriano; e però è da vedere se sieno legittime certe medaglie[Mediobarb., in Numismat. Imperat.]spettanti a lui, o se il difetto fosse in tali iscrizioni. Ora, tolto di vita Probo, concorsero i voti dei più dell'imperiale armata nella persona di essoCaro, e il proclamaronoAugusto, giudicandolo più d'ogni altro meritevole di quell'eccelsa dignità, e volendo con ciò rimettere in piedi l'uso negli eserciti di creare gl'imperadori, senza riceverli dalle mani del senato. Portata questa nuova a Roma, tanto il senato che il popolo se ne rattristarono forte, non perchè non sapessero ch'egli era un buon uomo, benchè troppo inferiore a Probo[Vopiscus, in Probo.], ma perchè ognun temevaCarino, di lui figliuolo, troppo screditato per li suoi vizii. Nè tardò già Caro a dichiarar Cesari amendue i suoi figliuoli, cioèCarinoeNumeriano. Poscia perchèil minore troppo giovane non parea proprio per governar popoli, inviò il maggiore, cioèCarino, nelle Gallie[Vopiscus, in Carino.], dandogli facoltà di comandar a quelle provincie, ed insieme all'Italia, all'Illirico, alle Spagne, alla Bretagna, come se fosse Augusto; giacchè esso Caro imperadore avea già presa la risoluzione di passar in Oriente contra dei Persiani. Ma si mostrò sempre scontentissimo di non avervi potuto inviarNumeriano, perchè ben conosceva le ribalderie di Carino; anzi fu creduto che, se vivea un poco di più, avrebbe levato ad esso Carino il titolo di Cesare, per non lasciare un pessimo successore a sè stesso e all'imperio. Mandandolo nondimeno nelle Gallie, gli mise a' fianchi de' consiglieri onorati e saggi, rimedio di poca utilità, qualora nei principi si unisca debolezza di testa ed inclinazione cattiva.


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