Consoli
Marco Aurelio Caro AugustoeMarco Aurelio Carino Cesare.
Ne' Fasti pubblicati dal Noris e presso Anastasio bibliotecario,Caro Augustoè dettoconsole per la seconda volta. Perchè gli altri Fasti e varie leggi non accennano questo suo secondo consolato, nè pur io ho ardito di metterlo per cosa certa. Il Panvinio[Panvin., in Fastis Consul.]nondimeno reca un'iscrizione, in cui Caro è chiamato CONSVL II. Aggiugne che nel luglio furono sustituiti conNumeriano CesareeMatroniano, adducendo l'autorità di Vopisco. Presso di questo storico nonne trovo io vestigio. Nella Cronica Alessandrina[Chron. Paschale, seu Alexandr.]sotto quest'anno, oltre Caro e Carino, sono chiamati consoliDioclezianoeBasso. Di questi due consoli sustituiti pare che s'incontri memoria in un marmo da me pubblicato[Thesaurus Novus Inscripit., pag. 368, n. 1.]. Noi vedremo in fatti fra pocoDiocleziano console per la seconda volta: segno di un precedente consolato. Fu in quest'anno prefetto di RomaTiturio RobustooRoburro. Alcune leggi ci fan vedereCarinoeNumerianodecorati col titolo d'Imperadori Augusti: il che vien confermato da Zonara[Zonaras, in Annalib.]; ma è incerto il mese in cui dal padre fossero presi per colleghi dell'imperio. La mente di Probo, terrore de' Barbari, avea fatto calar l'orgoglio ai Sarmati. Ma da che costoro il seppero estinto, si prepararono di nuovo per invadere l'Illirico e la Tracia, con isperanza ancora di maggiori progressi. Mossi dalle lor contrade, trovarono lo Augusto Caro coll'armi in mano, il quale lasciò loro un buon ricordo del valore romano[Vopiscus, in Caro.], con ucciderne sedici mila, e farne venti mila prigionieri. Di più non vi volle a rimettere la pace nell'Illirico. Forse avrebbe fatto di più Caro, se i movimenti de' Persiani non l'avessero chiamato in Oriente a quell'impresa che già era disegnata da Probo, e desiderata dall'esercito suo, per isperanza di fare maggior bottino quivi che nei paesi dei Barbari settentrionali. Non si sa che egli, prima d'imprendere il viaggio di Levante, venisse a Roma. Ne dà qualche indizio Vopisco[Vopiscus, in Carino.], con dire cheDiocleziano, udendo lodar i giuochi teatrali e circensi, dati da Caro in Roma, risposeche Caro s'era ben fatto ridere dietro nell'imperio suo. Ma anche in lontananza di esso Caro si poterono far quegli spettacoli. Quel ch'è certo, si portò Caro col suo esercito nella Mesopotamia, ed essendoseneritirati i Persiani, senza difficoltà la ricuperò tutta. Di là entrato nel territorio persiano, arrivò sino a Ctesifonte, capitale allora della Persia. Eutropio[Eutrop., in Breviar.]e Zonara[Zonaras, in Annalib.]scrivono ch'egli la prese insieme con Seleucia; per la quale impresa gli fu dato il titolo diPartico. Vero è che da' Persiani gli fu voltato addosso un canale del fiume Tigri; tuttavia egli pieno di gloria si ritirò in luogo sicuro coll'esercito suo: sicuro, dissi, dai nemici persiani, ma non già dai domestici, essendo anche negli antichi tempi stato disputato di qual genere di morte terminasse i suoi giorni[Vopiscus. Aurel. Victor. Eutropius. Eusebius. Zonaras.]. Ma comune opinione si è ch'egli in vicinanza del fiume Tigri cadesse infermo, e sopraggiunto un temporale sì nero, che dei suoi cortigiani uno non vedeva l'altro, scoppiò un fulmine, da cui morisse soffocato, e che nello stesso tempo si attaccasse il fuoco alla sua tenda. Altri dissero che i di lui camerieri, disperati al mirarlo morto, appiccarono il fuoco alla tenda medesima, ma ch'egli era mancato di vita per la malattia in quel brutto frangente. Tal fu la relazion di sua morte inviata al prefetto di Roma. Se in ciò intervenisse malizia alcuna umana, non v'ha che Dio che lo sappia. Fu egli deificato[Mediobarbus, in Numism. Imperator.], secondo il sacrilego stile de' Romani gentili. Fra le molte favole che s'incontrano nella Cronografia di Giovanni Malala[Johannes Malala, in Chronograph.], vi sono ancor queste, cioè che Caro diede il nome di Caria ad una delle provincie di Oriente, siccome ancora il nome alla città di Caras nella Mesopotamia; e ch'egli tornato a Roma, nel far poi guerra contro gli Unni, restò ucciso, essendo consoliMassimoeGennaro, cioè nell'anno 288. Verso il fine dell'anno vien creduto che seguisse la morte di Caro, e per cagion di essa restarono imperadoriCarinoeNumerianosuoi figliuoli. Fuor di dubbio è che Numeriano si trovava con esso lui alla guerra contro ai Persiani; e sembra che Carino tuttavia soggiornasse alle Gallie. L'anno fu questo in cuiEutichianosommo pontefice diede fine al suo vivere, ed ebbe per successoreCaiopapa.
Consoli
Marco Aurelio Carino Augustoper la seconda volta eMarco Aurelio Numeriano Augusto.
Il Panvinio[Panvin., in Fastis Consul.]e il Relando[Reland., in Fastis.], che mettono ancheNumerianoAugusto consoleper la seconda volta, lavorano sul supposto ch'egli fosse sostituito console nell'anno precedente; il che dissi non aver fondamento. Certamente tutti i Fasti e le leggi ed altre antiche memorie parlano bensì del secondo consolato di Carino, ma ciò non dicono di Numeriano. Così nelle medaglie[Mediobarbus, in Numismat. Imp.]il troviamo appellato solamente CONSVL, e non giàconsul II. Puossi perciò riputar falso quel marmo che vien citato dal Panvinio colconsul II. Si trova prefetto di Roma in questo e nel seguente annoCaio Ceionio Varo. Riconosciuti furono per imperadori in Roma e in tutte le provincie i due fratelliCarinoeNumeriano, ed abbiam leggi pubblicate in quest'anno col nome di amendue. Resta tuttavia incerto s'essi venissero a Roma. Si crederebbe di sì, all'udir Vopisco[Vopiscus, in Carino.], il quale racconta di aver veduti dipinti i giuochi romani celebrati da loro con rarità di musiche e divertimenti teatrali, e questi nella città di Roma: tuttavia le apparenzesono che dalle Gallie non venisse sì tosto in Italia Carino, e che a Numeriano[Vopiscus, in Numeriano.]non restasse tempo di ritornarci. Imperciocchè mentre essoNumerianoera in viaggio alla volta dell'Italia, e, secondo Sincello[Syncell., Histor.], si trovava in Eraclea della Tracia, tolta gli fu la vita. Aveva egli presa in moglie una figlia diArrio Aproprefetto del pretorio, cioè di un personaggio che moriva di voglia di esser imperadore; e coll'autorità del suo grado e colla confidenza di suocero, sperava facile l'ottenere il suo intento, sagrificando il giovinetto Numeriano alla sua ambizione. Costui lo aveva spinto ad inoltrarsi nel paese de' Persiani, lusingandosi di farlo perire in quella impresa per man de' nemici. Non ebbe effetto la mina. Avvenne[Victor, de Caesaribus.]cheNumerianofu sorpreso da mal d'occhi, per cui non si lasciava vedere, e viaggiava chiuso in una lettiga, ritornando coll'armata dalla Persia. Si servì di questa occasione Apro per uccidere il genero Augusto, conducendo poi il di lui corpo per più giorni in quella lettiga, come se fosse vivo, per fare intanto de' maneggi affin di salire sul trono. Non è sì facile il capire come alla uffizialità si potesse per tanto tempo nascondere un imperadore, morto, non nel suo palagio, ma in una marcia. Finalmente il fetore del cadavere scoprì il fatto, ed accorgendosi ognuno che non si poteva imputare se non a frode del capitano delle guardie, cioè ad Apro, lo aver tenuta così occulta la morte del principe, fu egli preso e condotto avanti alle insegne e schiere messe in ordinanza. Si tenne un'assemblea di tutta l'armata, ed, alzato un tribunale, si cominciò a trattar di eleggere un altro che fosse buon principe, ed insieme giustissimo vendicatore della morte di Numeriano. Concorsero i voti dei più nella persona diDiocleziano, capitano allora della guardia a cavallo de' domestici, di cui parleremoall'anno seguente. Dall'anno presente appunto prese principio l'era di Diocleziano, appellata anche de' Martiri, e celebre nella storia della Chiesa. Salito dunqueDioclezianosul palco, e proclamato Augusto, mentre i soldati faceano istanza di sapere chi fosse stato l'uccisore del principe, giurò egli prima di non aver avuta parte nella morte di lui; poi, messa mano allo stocco, lo piantò nel petto ad Apro, con dire:Costui è quegli che ha tolto di vita Numeriano. Gloriavasi egli dipoi[Victor, de Caesaribus.]di avere ucciso un Apro, cioè un cignale. Il dire Giovanni Malala[Johannes Malala, Chronogr.]che Numeriano dopo la morte del padre riportò delle vittorie contro i Persiani, può aver qualche sembianza di verità; ma non già il soggiugnere che egli, assediato nella città di Caras dai Persiani, fu preso da essi, ucciso e scorticato, con tenere dipoi la di lui pelle come un trofeo di gloria per loro, di vergogna per gli Romani. Son qui attribuite a Numeriano le disgrazie di Valeriano Augusto. Zonara[Zonaras, in Annalibus.]rapporta bensì questa tradizione, ma aggiugne l'altra più fondata ch'egli fu ucciso da Apro. Nella Cronica poi di Alessandria[Chron. Alexandrin.]è corso doppio errore, perchèCarino, e non giàNumeriano, vien detto da' Persiani. Trovandosi una legge di Diocleziano Augusto, data nel dì 15 di ottobre di quest'anno[L. ut nemo invit., Ibi. 3 Cod.], se ne deduce che nel settembre accadesse la morte di Numeriano e l'innalzamento di Diocleziano, con restar tuttavia vivo e in forze l'imperadoreCarino. Ed ecco due competitori Augusti, e, per conseguente, guerra civile fra i Romani. Il peggio fu che anche un terzo concorse a questo mercato, cioèGiuliano Valente[Victor, de Caesaribus.], il quale essendo Correttore della Venezia, appena udì la morte di Caro Augusto, che prese la porpora e il titolo d'Imperadore.Sicchè tre emuli si videro disputare il dominio del romano imperio. In Roma fu compianta la morte di Numeriano, giovane universalmente amato per le sue buone qualità, fra le quali si contava ancora l'eloquenza[Vopiscus, in Numeriano.], dicendosi che egli componesse delle declamazioni; e fosse anche sì eccellente nella poesia, che superasse tutti i poeti del suo tempo. Una medaglia (se pure è legittima) vi ha[Mediobarb., in Numismat. Imperat.], in cui si trova la di lui deificazione; e che Roma continuasse dopo la di lui morte a riconoscere per imperadore suo fratelloCarino Augusto, senza far caso diDioclezianoe diGiuliano Valente, pare che non se ne abbia a dubitare.
Consoli
Marco Aurelio Carino Augustoper la terza volta edAristobolo; Caio Aurelio Valerio Diocleziano Augustoper la seconda volta in Oriente.
Ancorchè le leggi spettanti a questo anno, e riferite dal Relando[Reland., Fast. Consul.], ed anche i Fasti antichi solamente ci esibiscano consoli ordinarii nell'anno presenteDiocleziano Augusto per la seconda voltaedAristobolo, si ha nondimeno, a mio credere, da tenere cheCarino Augusto per la terza voltanelle calende di gennaio procedesse console insieme conAristobolo. Siccome osservò il cardinal Noris[Noris, Dissertat. de Num. Imper. Dioclet.]coll'autorità di Vittore,Aristoboloera prefetto del pretorio di Carino, e fu ai di lui servigi sino alla di lui morte, succeduta, siccome diremo, in quest'anno. Come dunque può stare che Aristobolo procedesse console conDiocleziano nemico di Carino sul principio dell'anno presente? Però la legge[L. 2, C. si quis aliquem.]che si dice data nelle calende di questo anno,Diocletiano II Augusto, et Aristobulo Coss., o è fallata nel mese, o pure Diocleziano, rimasto solo nell'imperio, fece mutar la data, come ora sta. Sembra dunque credibile ciò che Idacio[Idacius, in Fastis.]scrisse ne' Fasti: cioè cheCarinoin Occidente conAristobolo, eDioclezianoin Oriente con altro collega prendessero il consolato. Essendo poi riuscito a Diocleziano, il più furbo uomo del mondo, di sedurre secretamente Aristobolo ed altri del partito di Carino ad essere traditori del loro principe, dal che venne la caduta di esso Carino Diocleziano dipoi, per premiar Aristobolo, il lasciò continuar seco nel consolato, con volere che da' precedenti atti si cancellasse il nome di Carino, e si leggesse in essi il solo suo e di Aristobolo. Alla rovina poi di Carino sommamente contribuì il discredito ch'egli s'era guadagnato colla enormità de' suoi vizii e col suo vivere troppo sregolato. Il ritratto a noi fatto da Vopisco[Vopiscus, in Carino.]cel rappresenta per uomo dato solo ai piaceri, ed anche più illeciti, perduto nel lusso, e con testa insieme leggiera. Nove mogli l'una dopo l'altra aveva preso, ed anche aveva ripudiate, rimandandole gravide per lo più. Abborrì e cacciò in esilio i suoi ottimi amici, per prenderne de' pessimi. I posti principali erano da lui conferiti a gente infame. Uccise il suo prefetto del pretorio, e in suo luogo miseMatroniano, antico mezzano delle sue libidini. Diede anche il consolato ad un suo notaio della medesima scuola, ed empiè il palazzo di buffoni, meretrici, cantori e ruffiani. Per non durar la fatica di sottoscrivere le lettere e i decreti, si serviva della mano di un complice dei suoi impuri eccessi. Aggiungasi che di varii atti della sua crudeltà parla Eutropio[Eutrop., in Breviar.];al qual vizio si aggiunse ancora l'alterigia, leggendosi questa nelle superbe lettere che scriveva al senato e nel poco rispetto che portava ai consoli, anche prima di essere imperadore. Ne' suoi conviti, ne' suoi bagni si notava una pazza prodigalità. In somma tali erano le di lui perverse inclinazioni e scapestrata vita, che l'imperador Caro ebbe più d'una volta a dire:Costui non è mio figlio; e fu creduto che esso suo padre meditasse di levarlo dal mondo per non lasciar dopo di sè successore sì indegno. Soggiornava probabilmente tuttavia nelle Gallie Carino, quando gli giunsero gli avvisi della morte diNumerianosuo fratello, e cheDioclezianoin Oriente,Giuliano Valentenell'Illirico erano stati proclamati Augusti. Laonde[Aurelius Victor, in Epitome.], raunate quante forze potè, si mosse per abbattere, se poteva, cotali competitori. Girata l'Italia, e venuto nell'Illirico, diede battaglia ad esso Valente, ed ebbe la fortuna di vincerlo e di levargli la vita. Continuato poscia il viaggio, arrivò nella Mesia, dove gli fu a fronteDioclezianocoll'esercito suo. Seguirono fra loro varii combattimenti; ma finalmente tra Viminacio e Murgo si venne ad una giornata capitale, in cui riuscì a Carino di rovesciar l'armata nemica e d'inseguirla. Erano molti de' suoi, per attestato di Aurelio Vittore[Idem, ibidem.], disgustati di un sì sfrenato Augusto, perchè non erano salve dalla di lui libidine le mogli loro; e pensando che, s'egli restava vincitore e solo padron dello imperio, maggiormente imperverserebbe, e verisimilmente ancora mossi dalle offerte segrete di Diocleziano, nell'inseguir ch'egli faceva i fuggitivi, lo stesero morto con più ferite a terra. Così in poco più di due anni mancò l'imperadorCarocolla sua prole; eDioclezianoAugusto rimasto assodato sultrono imperiale, da uomo accorto, perdonò a tutti, e massimamente adAristoboloconsole, uomo insigne, a cui conservò tutti i suoi onori. Prese anche al suo servigio quasi tutte le milizie che aveano servito aCarino: azione, a cui fece ognuno gran plauso, al veder terminata una guerra civile senza esilii, senza morti e confische di beni, siccome cosa rara e quasi senza esempio sotto Roma pagana. Che Diocleziano vincitore venisse dipoi in questo anno a farsi conoscere a Roma, e a ricevere le sommessioni del senato e del popolo, sembra non inverisimile; e Zonara[Zonaras, in Annalibus.]lo scrive. Nulladimeno le memorie antiche osservate dal cardinal Noris[Noris, de Dioclet. Num.]ci portano a credere ch'egli andasse a passar il verno nella Pannonia, con apparenza che meditasse una spedizione contra de' Persiani, perchè con essi non era seguita pace alcuna.
Consoli
Marco Giunio Massimoper la seconda volta eVettio Aquilino.
Diocleziano, che abbiam veduto sì prosperosamente portato al soglio imperiale, e sbrigato dagli emuli suoi, era oriondo[Eutrop., in Brev. Lactant., de Mort. Persec.]da Dioclea, città della Dalmazia; portò anche il nome diDiocle, che cangiò poscia in quello diDiocleziano. L'uno dei Vittori[Aurel. Victor, in Epit. Zonaras, in Annal.]e Zonara il fanno di famiglia bassissima; ed opinione anche fu che fosse liberato, o pur figliuolo di un liberto diAnulinosenatore. I più nondimeno credeano che suo padre fosse stato uno scrivano o notaio. Non si sa perchè egli assumesse il nomediCaio Valerio Diocleziano, come per l'ordinario era chiamato. Truovasi col nome ancora diCaio Aurelio Valerio Diocleziano, per mostrarsi forse successore ed erede di Marco Aurelio Caro, e di Numeriano suo figlio. Per la via dell'armi andò salendo sino ad essere comandante delle milizie della Mesia; e sotto Numeriano fu capitano della guardia a cavallo. Fama era che gli fosse stato predetto dalla moglie di un druido, a Tungres nelle Gallie, ch'egli sarebbe imperadore[Vopiscus, in Numeriano.]. Imperocchè, facendo i conti con quella donna istessa, questa disse ch'egli era troppo avaro. Diocleziano burlando le risposeche sarebbe poi liberale quando fosse divenuto imperadore. Replicò la donnache non burlasse, perchè tale sarebbe, allorchè avesse ucciso un apro, cioè un cignale. Non cadde in terra questa parola. Da lì innanzi Diocleziano si dilettò molto della caccia e di uccidere dei cignali, ma senza veder mai effettuata la predizione. Allora poi ch'ebbe ucciso il prefetto del pretorio Apro, gridò:Ora sì che ho ucciso il fatal cignale; racconto che ha del curioso, purchè questa cosa nata non fosse e inventata da qualche bell'ingegno dopo del fatto. Il credito di Diocleziano[Aurelius Victor, in Epitome. Lactantius, de Mort. Persecut. Eutrop., in Breviar.]l'aveva portato al posto di console surrogato nell'anno 283, siccome accennai di sopra. Non si può negare: in lui s'univano delle invidiabili qualità, e soprattutto mirabile fu in lui l'accortezza e vivacità della mente. In questa non avea pari; col suo mezzo penetrava facilmente nel cuore altrui per iscoprirne le intenzioni e non lasciarsi ingannare; e mercè d'essa ne' bisogni e pericoli sapea tosto ritrovar ripieghi e scappatoie, con prevedere a tutto, con simulare e dissimulare dovunque occorreva. L'umor suo era veramente impetuoso e violento, ma s'era anche avvezzato a ritenerlo e a comandare a sèstesso; e quando ancora prorompeva in crudeltà, avea l'arte di coprirla, o di rigettarne l'odiosità sopra i consiglieri e ministri. Ancorchè fosse inclinatissimo al risparmio e alla avarizia, sino a commettere ogni sorta d'ingiustizia per danari, pure si mostrava appassionato del fasto, massimamente nella pompa de' suoi abiti, sì ricchi d'oro e di gemme, che superò la vanità de' più vani suoi antecessori. Ma questo fu il più picciolo sfogo della sua superbia. Giunse egli col tempo, ad imitazion di Caligola e di Domiziano, a farsi chiamar Signore, ed adorare qual Dio: pazzia che Vittore scusa con dire ch'egli non lasciò per questo di comparir padre dei suoi popoli. Noi vedremo le di lui militari imprese; e pure Lattanzio ci assicura ch'egli naturalmente era timido e tremava ne' pericoli. Ma in fine, la lunghezza del suo imperio, benchè agitata da assaissime tempeste, è un bastante argomento di credere che Diocleziano fosse uomo di gran testa, e capacissimo di reggere un vasto imperio, con saper tenere in freno i soldati e i grandi, veduti da noi autori in addietro di tante mutazioni e tragedie.
Aveva ben egli moglie, cioèPrisca, ma non aveva figliuoli maschi da essa. Però, volendo provvedersi di un aiuto, per sostenere il gran peso di quell'ampia monarchia, uno ne scelse, e questi fuMassimiano, appellatoMarco Aurelio Valerio Massimianonelle monete[Mediobarb., in Numismat. Imperat.]ed iscrizioni: nomi ch'egli prese dallo stesso suo benefattor Diocleziano, come se fosse stato adottato da lui. Convennero anche fra loro che Diocleziano prendesse il titolo diGiovio, e Massimiano quello d'Erculio, quasi che fosse rinato Giove, per cui tante belle azioni Ercole fece, come s'ha dalle favole. E ornati di questi due vani e ridicoli titoli si trovano amendue nelle antiche storie. Credesi che Diocleziano fossenato circa l'anno 255, e Massimiano circa l'anno 250. La patria d'esso Massimiano fu una villa del distretto di Sirmio nella Pannonia, dove egli col tempo fece fabbricare un suntuoso palazzo. I suoi genitori si guadagnavano il pane con lavorare a giornata per altri. Ma il mestier della guerra quel fu che da sì bassa condizione alzò a varii gradi e finalmente alla più sublime grandezza Massimiano[Aurelius Victor. Lactantius. Eutropius.]. Era egli sempre stato amico intrinseco di Diocleziano, e partecipe di tutti i suoi segreti. Parecchi attestati della sua bravura parimente avea dato in varie guerre al Danubio, all'Eufrate, al Reno, all'Oceano[Mamertinus, in Panegyrico.]sotto Aureliano e Probo Augusti; e però Diocleziano, sentendo sè stesso di natural timido e bisognoso di chi avesse petto per lui alle occasioni, elesse l'amico Massimiano per suo braccio diritto, e poi per compagno nel trono, tuttochè non apparisca che fra loro passasse parentela alcuna. Cioè primieramente nel precedente anno il creò Cesare, e cominciò ad appoggiargli i rischi e le più importanti imprese dell'imperio. Da che fu partito dalle Gallie Carino, ovvero dappoichè s'intese la di lui morte, s'erano sollevati in esse Gallie due capi di masnadieri, cioèLucio ElianoeGneo Salvio Amando: che così si veggono appellati, e col titolo d'Augustiin due medaglie[Goltzius et Mediobarbus, in Numismat. Imperat.], se pur esse son vere, giacchè Eliano dal Tillemont[Tillemont, Mémoires des Empereurs.]è appellatoAulo Pomponio, e può dubitarsi che il desiderio degli amatori dei musei di aver continuata la serie di tutti gli imperadori, abbia mosso gl'impostori ad appagarli. Costoro adunque alla testa di numerose schiere di contadini e ladri, chiamati Bagaudi, si diedero a scorrere e saccheggiar le Gallie, con forzare talvolta anche le stesse città.Diocleziano contra di tal gente non tardò a spedir Massimiano[In Panegyr. Max. et Const. Aurel. Victor. Eutropius.]con assai forze, e questi dopo alcuni combattimenti dissipò quella canaglia, e rimise in pace le Gallie. S'è disputato fra i letterati[Noris. Pagius. Tillemont et alii.]se questa impresa di Massimiano Erculio appartenga all'anno precedente, oppure al presente o seguente. Probabilmente i lettori non amerebbono ch'io entrassi in sì fatto litigio, e massimamente perchè non è sì facile il deciderlo. Quel sì in che convengono essi eruditi, si è che Diocleziano essendo in Nicomedia, e sempre più riconoscendo quanto egli si poteva promettere di questo suo bravo e vecchio amico, cioè di Massimiano, nell'anno corrente il dichiarò anche Augusto e collega nell'imperio nel dì primo di aprile, per quanto si ricava da Idacio nei Fasti[Idacius, in Fastis.]. Fu stupenda cosa in que' tempi il vedere come questi due Augusti, senza legame di sangue, e d'umore l'un dall'altro diverso, pure andassero da lì innanzi sì uniti, o governassero a guisa di due buoni fratelli. Conservava Massimiano quel rustico che egli aveva portato dalla nascita, non meno nel volto che ne' costumi[Aurelius Victor, ibidem. Eutrop., in Breviar. Lactantius, de Mortib. Persecutor.]. Il suo naturale era aspro e violento, privo di civiltà e di umanità; si osservava anche dell'imprudenza nei suoi disegni. Diocleziano, all'incontro, siccome furbo al maggior segno, affettava l'affabilità e la dolcezza[Vopiscus, in Aureliano.], con lamentarsi anche talvolta della durezza di Massimiano. Ma sapeva valersi della di lui ferocia e selvatichezza all'esecuzion de' suoi voleri; e qualor si trattava di qualche risoluzion severa ed odiosa, a lui ne dava l'incumbenza e l'onore, sicuro che l'altro, senza farsi pregare, l'avrebbe ubbidito. Il perchè chi mirava le sole apparenze, diceva che Dioclezianoera nato per fare un secolo d'oro, e Massimiano un secolo di ferro. Abbiamo inoltre da Lattanzio[Lactantius, de Mortib. Persecutor., cap. 8.]che Massimiano non si assomigliava già all'altro nell'avarizia, amando di comparir liberale; ma qualora abbisognava di danaro, sapeva anche addossar dei delitti di false cospirazioni ai più ricchi senatori, e fargli uccidere per occupare i loro beni. Parla in oltre Lattanzio dell'insaziabil lussuria di Massimiano, e della violenza che egli usava dappertutto alle figliuole de' benestanti. Un passo di Mamertino[Mamertinus, in Panegyr. Maximiani.]sembra indicare che appena dopo la sconfitta de' Bagaudi facessero un'irruzion nelle Gallie i Borgognoni, Alamanni, Caiboni ed Eruli, popoli della Germania. Furono anch'essi ben ricevuti da Massimiano che si trovava in quelle parti; pochi d'essi si contarono che non restassero vittima delle spade romane, niuno quasi essendone restato che potesse portar la nuova della rotta alle proprie contrade. Vedesi una iscrizione fatta prima del dì 17 di settembre dell'anno presente[Pagius, in Critic. Baron. ad hunc annum.], in cui Diocleziano porta i titoli diGermanicoeBritannico, credendosi questi derivati dalla vittoria suddetta, e da qualche altra riportata dai suoi generali nella Bretagna.
Consoli
Caio Aurelio Valerio Dioclezianoper la terza volta eMarco Aurelio Valerio Massimiano.
Prefetto di Roma[Bucherius, de Cycl.]fu in questo annoGiunio Massimo, da noi veduto console. Un medaglione illustrato dall'incomparabile cardinal Noris[Noris, de Num. Dioclet.], ebattuto in quest'anno, ci rappresenta Diocleziano e Massimiano Augusti, condotti in una carretta trionfale: segno che essi celebrarono qualche trionfo, oppure che questo fu loro decretato dal senato. Ciò vien creduto fatto o per le vittorie riportate nel precedente anno da Massimiano contra le nazioni germaniche accennate di sopra, oppure per qualche altra guadagnata contra de' Persiani, siccome dirò, ovvero contra de' Franchi e Sassoni[Aurelius Victor, in Epitome. Eutrop., in Breviar.], i quali per mare faceano delle scorrerie nell'Oceano contro le Gallie. Certamente Mamertino[Mamertinus, in Panegyr. Maximiani.], per lodar Massimiano, scrive (probabilmente con iperbole e adulazione oratoria) che erano seguiti innumerabili combattimenti nelle Gallie contra de' Germani, con aggiugnere che costoro dipoi giunsero nel dì primo di quest'anno fin sotto le mura di Treveri. Massimiano, che quivi era a quartier di verno, e solennizzava l'ingresso del suo consolato, prese l'armi, si scagliò contra di loro, e li mise in rotta. Venuta poi la primavera, valicò il Reno, portando la guerra in casa de' medesimi Barbari, devastando quel paese con loro gran danno. Il movimento poco fa accennato dei Franchi e Sassoni per mare contra le Gallie ebbe principio nell'anno precedente. Massimiano non perdè tempo ad allestire anch'egli una flotta di navi per opporla a quelle barbare nazioni, e ne diede il comando aCarausio, uomo bassamente bensì nato fra i popoli Menapii[Aurelius Victor, in Epitome. Eutrop., in Breviar.]nella Fiandra, oppur nel Brabante, ma di gran credito, specialmente nel condurre navi e far battaglie marittime. Che costui desse delle percosse a que' corsari, pare che si ricavi dal panegirico di Mamertino. Ma a poco a poco si venne scorgendo che Carausio prendea gusto acontinuar la guerra in vece di estinguerla, lasciando che i Franchi e i Sassoni venissero a spogliar le contrade romane, per poscia tor loro il bottino, senza pensare a restituirlo a chi si dovea. Ordinò perciò Massimiano colla consueta fierezza che gli fosse tolta la vita. Trapelò quest'ordine, ed avvisatone Carausio, provvide a sè stesso col condur tutta la flotta a lui raccomandata nella Bretagna, dove tratte nel suo partito le milizie romane di guarnigione in quella grand'isola, si fece acclamare Augusto. Il Noris crede ciò fatto nell'anno presente, ed è seco Eusebio[Eusebius, in Chron.]. Il Pagi[Pagius, Crit. Baron.]nel precedente. Diedesi poscia Carausio a far preparamenti per sostenersi in quel grado, fabbricando nuovi legni, facendo leve di gente e tirando al suo servigio una gran copia di Barbari, a' quali insegnò l'arte di combattere in mare. Perchè nel medaglione prodotto dal Noris si vede tirato il carro trionfale da quattro elefanti, potrebbe ciò piuttosto indicar vittorie riportate da Diocleziano in Levante contra de' Persiani. Certo è ch'egli marciò a quella volta, non volendo soffrire che Narseo, o Narse, re di Persia (altri dicono Vararane II) avesse[Mamertinus, in Panegyr. Maximiani, c. 7.]dopo la morte di Caro Augusto occupata la Mesopotamia, e se la ritenesse. Sembra in oltre che l'armi persiane fossero penetrate nella Soria, e ne minacciassero la stessa capitale Antiochia. Chiaramente scrisse Mamertino che i Persiani, o pel terrore o per la forza dell'armi romane, si ritirarono dalla Mesopotamia, e si vide obbligata quella nazione ad aver per confine il fiume Tigri. E verisimilmente fu in quella occasione che il re loro inviò dei ricchi presenti a Diocleziano, con parere eziandio che seguisse pace fra loro. Certamente la storia non ci esibisce per molti anni dissensione alcuna fra i Romani e i Persiani; e peròsembra che Diocleziano ottenesse l'intento suo, non solo di ricuperar le provincie e città perdute in Oriente, ma di lasciar quivi anche la quiete. Convien nondimeno confessare che troppo difficil cosa è il riferire a' suoi proprii anni le imprese di questi due imperadori, perchè d'esse fanno bensì menzione i panegiristi d'allora, ma senza ordine di tempi. Perciò può essere che appartenga all'anno seguente, come pensò il Tillemont[Tillemont, Mémoires des Empereurs.], la guerra fatta da Massimiano ai Germani di là dal Reno, con dare ampiamente il guasto al loro paese; e che medesimamente si debba differire ad esso anno la rinnovata amicizia dei Persiani con Diocleziano, e la spedizion dei regali fatta da quel re, e mentovata da Mamertino[Mamertinus, in Paneg. Maximian., cap. 10.]. Ma in fine, quel che importa, si è di saper gli avvenimenti d'allora, ancorchè non si possa con sicurezza assegnarne il tempo.
Consoli
Marco Aurelio Valerio Massimiano Augustoper la seconda volta ePomponio Januario.
Fu, secondo il catalogo pubblicato dal Cuspiniano e Bucherio, in questo anno prefetto di RomaPomponio Januario; però il Panvinio[Panvin., in Fastis Consul.]ed altri han creduto ch'egli nello stesso tempo esercitasse l'impiego del consolato. E parendo veramente che in questi tempi non ripugnasse l'esser insieme console e prefetto di Roma, perciò ho osato anche io di dar a questo console il nome diPomponio. Stimò eziandio il suddetto Panvinio che nonMassimianoAugusto, ma unMassimoprocedesse console inquest'anno, affidato ad un passo di Ammiano[Ammianus, lib. 23.], e di uno o due scrittori; ma il cardinal Noris colla comune dei Fasti ha assicurato qui il consolato a Massimiano. Se noi sapessimo l'anno preciso, in cui Mamertino recitò il suo primo panegirico nel natale di Roma, cioè nel dì 21 d'aprile, in lode di esso Massimiano imperadore, alla cronologia d'allora si porgerebbe qualche sussidio. Il Noris lo riferisce all'anno seguente, il Pagi al presente, altri più tardi. A me basterà di dire raccogliersi da quel panegirico che Massimiano[Mamertinus, in Panegyr., cap. 7 et 12.], nel medesimo tempo che dava delle lezioni del suo valore ai popoli nemici della Germania, mettendo a ferro e fuoco le lor campagne, faceva un formidabil preparamento di navi ne' fiumi grossi delle Gallie, con disegno di liberar la Bretagna dall'usurpatore Carausio. Accadde che in questo o pure nel precedente anno per una mirabil serenità si mostrò favorevole il cielo alla fabbrica di essa flotta, e il verno stesso parve una primavera. Non si sa ben distinguere nel testo di esso Mamertino se a Massimiano o pure a Diocleziano sia da riferire la venuta con un buon esercito nella Rezia, e l'aver quivi riportata qualche vittoria contra i Germani, con istendere da quella parte i confini del romano imperio. Certo è che Diocleziano circa questi tempi ritornò carico d'allori dalla spedizion militare contra de' Persiani in Europa, per trattare con Massimiano dei pubblici affari. Fa parimente menzione Mamertino[Idem, ibid., cap. 10.]di Genobon, o sia Genobaud, re di qualche nazion germanica (il Valesio[Valesius, Hist. Franc.]ed altri il credono re de' Franchi), il quale con tutta la sua gente venne ad inchinar Massimiano, ad implorar la pace, e a promettere buona amicizia e lega.
Consoli
Bassoper la seconda volta eQuinziano.
Seguitò ad essere prefetto di RomaPomponio Januario. Prima che Mamertino recitasse il suo panegirico, racconta egli che i due imperadori vennero, Diocleziano dall'Oriente, e Massimiano dal Ponente, per abboccarsi insieme e trattar dei ripieghi per i bisogni dell'imperio.Carausio, impadronito della Bretagna, sempre più cresceva in forze; i Barbari scatenati da ogni parte, non ostante le rotte lor date, minacciavano tutto dì le provincie romane. Mamertino[Mamert., in Panegyr., cap. 9.]parla di questo abboccamento, che sembra diverso da un altro, di cui ragioneremo più innanzi. Videsi allora e si ammirò la stupenda unione e concordia di questi due principi, uno de' quali, cioè Diocleziano, fece pompa dei regali a lui mandati dal re persiano, e l'altro delle spoglie riportate dal paese germanico. Quando si ammetta che in questo, e non già nel precedente, anno Mamertino recitasse in Treveri il suo panegirico a Massimiano, che si trovava in quella città, capo allora delle Gallie, e frontiera contro i Germani, si può credere che qualche tempo prima avendo esso Augusto Massimiano compiuta la fabbrica di una flotta, per procedere contro Carausio usurpator della Bretagna[Idem, ibidem, cap. 11.], la spignesse dai fiumi nel mare. Erano state basse fin allora l'acque per la lunga serenità, durata anche nel verno; ma vennero a tempo pioggie, le quali, coll'ingrossar i fiumi, facilitarono il trasporto di que' legni all'Oceano. Di bei successi, di felici vittorie prometteva perciò quel panegerista a Massimiano. Ma diversi dall'aspettazione riuscirono poscia gli avvenimenti.Dovette darsi qualche battaglia navale, in cui la peggio, per la testimonianza di Eutropio[Eutrop., in Breviario.], toccò a Massimiano, non essendo le genti sue sì sperte nei combattimenti marittimi, come quelle di Carausio, uomo avvezzo più di Massimiano a combattere in quell'elemento. Questa non aspettata disgrazia quella fu che indusse Massimiano[Eumen., Panegyric. Const., cap. 11.]ad ascoltar proposizioni di pace. E infatti riuscì a Carausio di ottenerla, con ritener la signoria della Bretagna, inorpellandola col titolo di Difensore di quelle provincie per la repubblica romana. Se è vera una medaglia, rapportata dal cardinal Noris[Noris, Dissert. de Num. Dioclet.], leggendosi ivi PAX AVGGG., si conosce che anche Carausio conservò il titolo diAugusto, di consenso degli altri due imperadori. Per conto di Diocleziano, potrebbe essere che in quest'anno egli facesse guerra ai Sarmati, Jutunghi e Quadi, e ne riportasse quelle vittorie che si veggono mentovate dai panegiristi d'allora[Mamert. et Eumenes, in Panegyr.], per le quali in qualche iscrizione Diocleziano è intitolatoSarmatico. Trovasi anche nelle medaglie[Mediobarb., in Numismat. Imperat.]di questo Augusto VICTORIA SARMATICA. Sarà probabilmente un'iperbole adulatoria quella di Eumene[Eumenes, Panegyr. Const., cap. 11.], dove dice che la nazion de' Sarmati fu per queste guerre sì estenuata ed abbattuta, che appena ne restò il nome per pruova della sua rovina. Noi troveremo anche da qui innanzi assai vigorosa quella gente, e nemica possente dell'imperio romano. Parlano ancora i panegiristi del ristabilimento della Dacia, provincia di là dal Danubio[Idem, ibid.], abbandonata già da Aureliano, ma senza poter noi meglio conoscere in che consistesse questo accrescimento o vantaggio dell'armi romane.
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Caio Aurelio Valerio Diocleziano Augustoper la quarta volta, eMarco Aurelio Massimiano Augustoper la terza.
Fu in quest'anno prefetto di RomaTurranio Graziano. Erano tuttavia in continuo moto i due Augusti Diocleziano e Massimiano, così esigendo le turbolenze di que' tempi. Le leggi citate dal Relando e dal Tillemont[Tillemont, Mémoires des Empereurs.]ci fan vedere Diocleziano nell'anno presente, ora a Sirmio nella Pannonia, ora a Bisanzio nella Tracia; ed una ancora si trova data in Emesa, città della Mesopotamia, ancorchè difficil sia l'accordar insieme viaggi cotanto disparati, fatti in poco tempo. Ma quando sussista, come si fece a credere il padre Pagi[Pagius, Critic. Baron.], che il panegirico di Eumene (creduto Mamertino da altri) fosse recitato nel presente anno, certamente di là apprendiamo[Eumen., seu Mamert., Panegyr. Maximian., cap. 4.]che Diocleziano dallaSoriaera venuto nellaPannonia, da dove poi il vedremo calare in Italia. Fa menzione il medesimo panegirista de' Saraceni vinti e fatti schiavi dallo stesso Diocleziano; ma ignoto ci è se fosse in questa o pure nella precedente andata di esso Augusto in Oriente. Non è già improbabile che circa questi tempi cominciassero altre nuove rivoluzioni nell'imperio romano, delle quali ci hanno conservata memoria Aurelio Vittore[Aurelius Victor, Epitome.]ed Eutropio[Eutrop., in Breviar.]. Già la Bretagna restava come smembrata da Roma per la occupazione fattane da Carausio, benchè fosse succeduto quell'apparente accordo, di cui s'è parlatodi sopra. Sollevossi anche nell'Africa unGiuliano, il quale, se dobbiam credere al Goltzio[Goltzius et Mediob., in Numismat. Imper.], in cui mano fortunatamente caddero le medaglie di quasi tutti i tiranni (voglia Dio che tutte legittime), portava il nome diQuinto Trebonio Giuliano, ed assunse il titolo d'Imperadore Augusto. Nella stessa Africa ancora erano in armi, non so se barbari o pure ribelli, i popoli quinquegenziani, dei quali non troviamo altrove memoria, col restar solamente sospetto che tal nome prendessero cinque popoli confederati insieme. E non andava l'Egitto esente da somiglianti turbolenze. QuiviLucio Epidio Achilleo(così è nominato nelle medaglie) aveva preso il titolo diAugusto; e sembra che stendesse il dominio, se non in tutta, almeno in buona parte di quella provincia. Da esse medaglie apparisce ch'egli tenne per cinque anni quel dominio; ma non sappiamo quando questi avessero il principio. Aggiungasi che i Persiani, i quali presso alcuni scrittori si veggono tuttavia appellati Parti, non mai quieti, qualor se la vedeano bella, pizzicavano le contrade romane dell'Oriente; impegni tutti di gran considerazione per i due regnanti imperadori.
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Caio Giunio Tiberianoper la seconda volta eDione.
CheTiberianofosse promosso in quest'anno al secondo consolato, si raccoglie da un'iscrizione da me[Thesaurus Novus Inscript., p. 268, n. 1.]data alla luce. E lo confermano i Fasti Fiorentini e il Catalogo de' prefetti di Roma pubblicati dal Bucherio. E perciocchè nell'anno 281 vedemmo consoleCaio Giunto Tiberiano, fondata conghietturaabbiamo per credere che fosse il medesimo che procedesse console ancora in quest'anno. Vero è che il suddetto Catalogo ci dà prefetto di Roma nell'anno presenteGiunio Tiberiano: ma già abbiam detto essere probabile che fosse introdotto l'uso di unir insieme talvolta la dignità di console e di prefetto. Che il secondo consoleDionefosse figliuolo, o piuttosto nipote di Cassio celebre storico, s'è giudicato con assai verisimiglianza, e perciò a lui pure han dato fondatamente alcuni il nome diCassio Dione. L'autore[Genethliac. Maximian., cap. 4.]del Genetliaco di Massimiano (sia egli Eumene, o pur Mamertino) racconta l'abboccamento seguito in Milano fra i due Augusti. Concorrono forti motivi per crederlo succeduto in quest'anno[Pagius, Crit. Baron.], e certo seguì ne' primi mesi dell'anno. Correva allora un verno rigorosissimo[Genethliac. Maximian., cap. 9.]con ghiaccio e nevi dappertutto, e sì aspro freddo che, per così dire, gelava il fiato delle persone. Contuttociò Diocleziano dalla Soria sen venne per la Pannonia in Italia. Massimiano dalle Gallie per le vie di Monaco passò anch'egli in queste parti con tal sollecitudine, viaggiando amendue con poco seguito di notte e di giorno, che quasi pervennero prima de' corrieri da loro spediti innanzi. L'abboccamento di essi si fece, come dissi, in Milano con plauso inusitato di quel popolo, per lo inaspettato loro arrivo e presenza, non meno che per la mirabil loro concordia. Il senato romano spedì in questa congiuntura i più illustri senatori a quella città, per complimentare i due Augusti, giacchè si seppe che non erano per passar a Roma. Non si può fallare pensando che l'oggetto di un tale abboccamento fosse di consultare insieme de' mezzi per sostenere l'imperio in mezzo a tante turbolenze, e domare i ribelli; e che allora divisassero di venire alla risoluzione, di cui parleremo all'anno seguente.Abbiamo poi dal suddetto panegirico[Panegyr. Maximian., cap. 16.](recitato, per quanto sembra, nell'anno presente in Treveri alla presenza di Massimiano) che in questi tempi nel cuor dell'imperio si godeva gran tranquillità, e che copiosissimi erano stati i raccolti. All'incontro, i Barbari tutti si trovavano involti in fiere guerre insieme. Cioè in Africa erano fra loro in rotta i Mori; nella Sarmazia i Goti combattevano contra dei Borgognoni, i quali, avendo la peggio, s'erano raccomandati agli Alemanni per soccorso, con dirsi (cosa che pare strana) aver poi essi Borgognoni occupato il paese degli amici. Similmente i Tervigi, altra spezie di Goti, uniti coi Taifali, aspra guerra aveano mosso ai Vandali e Gepidi. Lo stesso maligno influsso provavano i Persiani[Agathias. Eutychius. Sincellus.], perchè Osmida s'era sollevato contra del fratello re di Persia, avendo dalla sua i popoli Sacchi, Russi e Gelli. Finalmente i Blemmii confinanti all'Egitto erano in guerra coi popoli dell'Etiopia. Certamente le discordie presenti dei Barbari tornavano in vantaggio del romano imperio; tuttavia non mancavano ad esso imperio i suoi guai, e ne abbiam già fatta menzione. Lo stesso andarsi sempre più agguerrendo que' Barbari ridondò in danno de' Romani col tempo, siccome andremo vedendo. Potrebbe essere che in questi tempi succedesse ciò che racconta Eumene, o sia Mamertino, con dire che Massimiano Erculio popolò il paese incolto di Cambray e di Treveri con gente del paese de' Franchi, la quale si era sottoposta ai Romani. Anche Eusebio[Euseb., in Chronic.]nota sotto quest'anno, che essendosi ribellate a' Romani Busiri e Copto, città dell'Egitto, furono prese e spianate, non si sa da qual generale degli Augusti. Secondo questo istorico, sembra che non fosse per anche succeduta la ribellione d'Achilleo, se pur l'eccidio delle due suddette città non si deeprendere per indizio della medesima ribellione.
Consoli
AnnibalianoedAsclepiodoto.
Noi vedremo prefetto di Roma nell'anno 297Afranio Annibaliano. Verisimilmente lo stesso fu che procedette console nell'anno presente.Claudio Marcellonel Catalogo del Bucherio[Bucher, in Cyclo.]si truova prefetto di Roma al dì 3 di agosto di quest'anno. In esso appunto succedette una riguardevol novità nel romano imperio. Tra perchè da più parti era esso o minacciato dai Barbari, o lacerato dai ribelli, nè i due Augusti potevano accudire a tutto[Lactantius, de Mortibus Persecutor., cap. 7.]; e perchè Diocleziano, uomo di naturale pauroso, non amava molto di esporsi ai pericoli, prese egli col collega Massimiano la risoluzion di scegliere due valorosi generali d'armata, il braccio de' quali alleviasse loro le fatiche. E per maggiormente tenerli uniti e subordinati al loro comando, giudicarono meglio di dare ad essi il nome diCesari, equivalente a quel d'oggidì il re de' Romani. Quanto all'anno di tale elezione, discordano forte Cassiodoro, Idacio, Eusebio e la Cronica Alessandrina. Le ragioni addotte dal Pagi[Pagius, Crit.]bastanti sono a persuaderci che ciò succedesse nell'anno presente, allorchè i due Augusti si trovavano in Nicomedia nel dì primo di marzo[Lactantius, de Mortib. Persecut., cap. 7. Eutropius. Aurel. Vict. Eusebius.]. Furono gli elettiCostanzo CloroeGalerio Massimo, tutti e due adottati per figliuoli da essi imperadori, ed insieme obbligati a ripudiar le loro mogli, siccome era succeduto a Tiberio imperadore, affinchè sposassero le figliuolede' medesimi Augusti. Costanzo prese per moglieTeodorafigliastra di Massimiano, e GalerioValeriafiglia di Diocleziano. Ai novelli Cesari fu conceduta la tribunizia podestà, con cui andava congiunta una notabil autorità. Nè qui si fermò la lor fortuna. Per tutto il tempo addietro, avvegnachè vi fossero più imperadori e cesari, sempre l'imperio romano era stato unito. Fecesi ora una specie di divisione, che diede da mormorar non poco a tutti gl'intendenti ed amatori della maestà romana, prevedendo che in tal forma verrebbe ad indebolirsi l'imperio, e a cadere col tempo in rovina: quando, all'incontro, i due Augusti si figuravano che attendendo cadaun d'essi imperadori e cesari alla difesa della propria porzione, e con prontezza ad aiutare gli altri che abbisognassero di soccorso, più saldezza ne acquisterebbe l'imperio. Nè certo questo era smembramento dell'imperio stesso, ma un comparto amichevole fra quei quattro principi; imperciocchè durava la concordia del governo fra loro; le leggi fatte dagli Augusti seguitavano a correre per tutte le provincie; e l'uno di questi principi, secondo le occorrenze, passava nelle provincie dell'altro.
Secondo le antiche notizie[Aurelius Victor, in Epitome.], aCostanzo Cesarefurono assegnate le provincie tutte di là dall'Alpi, cioè le Gallie, le Spagne, la gran Bretagna e la Mauritania Tingitana, siccome provincia dipendente dalla Spagna. AMassimiano Erculio Augustofu data l'Italia e il resto dell'Africa colle isole spettanti alle medesime. AGalerio Cesarela Tracia e l'Illirico colla Macedonia, Pannonia e Grecia.Diocleziano Augustoritenne per sè la Soria e tutte l'altre provincie d'Oriente, cominciando dallo stretto di Bisanzio, e riserbossi anche l'Egitto, ricuperato dalle mani di Achilleo. Ne già si tardò a sentir le cattive conseguenze di questa moltiplicazion di principi e divisione di Stati. Buon testimonioè Lattanzio[Lactantius, de Mortib. Persecutor., cap. 7.], con dire, che volendo cadaun di que' regnanti tener corte non inferiore a quella degli altri, ed esercito che non la cedesse a que' dei colleghi, si accrebbero a dismisura le imposte e gabelle per soddisfare alle spese, e con tali aggravii, che in moltissimi luoghi erano lasciate incolte le campagne, giacchè, pagati i pubblici pesi, non restava da vivere ai coltivatori e padroni delle medesime. Ed allora fu, per attestato di Aurelio Vittore[Aurelius Victor, Epitome.], che l'Italia, non ad altro obbligata fin qui che a provvedere viveri alla corte e alle milizie di suo seguito, cominciò, al pari delle provincie oltramontane, a pagar tributo, lieve bensì sul principio, ma che andò poscia a poco a poco crescendo sino all'eccesso, e produsse in fine la total sua rovina. Quanto ai suddetti due Cesari, derivavano amendue dall'Illirico, onde erano anche usciti Diocleziano e Massimiano.Costanzo, soprannominatoClorodagli storici[Pollio, in Claudio.], forse pel color pallido del volto, o verde del vestito, ebbe per padre Eutropio, il quale dicono che fosse uno dei meglio stanti del suo paese, e che per moglie avesse Claudia figliuola di Crispo, cioè di un fratello di Claudio il Gotico imperadore. Certamente gli antichi storici il fanno discendente dalla casa di quell'Augusto per via di donne; e forse per questo ne' suoi posteri si trova rinnovata la famiglia Claudia. Che nondimeno la nobiltà e le facoltà di sua casa non fossero molte, si può dedurre dall'aver egli studiato poco le lettere, e cominciata la sua fortuna dal più basso della milizia, e dal sopportar le fatiche proprie da' soldati gregarii nelle armate di Aureliano e di Probo. Aurelio Vittore[Aurelius Victor, in Epitome.]sembra quasi indicare che egli fosse nato poveramente in villa, dicendo che tanto egli come Galerio aveano pocaciviltà, ma che, avvezzi alle miserie della campagna e della milizia, riuscirono poi utili alla repubblica. L'anonimo del Valesio[Anonymus Vales. post Ammian.]scrive che Costanzo fu il primo soldato nelle guardie del corpo dell'imperadore, poscia pel suo valore tribuno, o sia colonnello di una legione, e giunse ad esser governator della Dalmazia, con essersi segnalato in varie occasioni di guerra. In tal credito certamente egli salì, che fu giudicato degno di esser creato Cesare in quest'anno dai due Augusti. Nelle iscrizioni e medaglie si vede egli chiamatoFlavio Valerio Costanzo. Perchè Valerio, s'intende, essendo egli stato adottato dall'uno degl'imperadori, amendue portanti il nome d'essa famiglia. PerchèFlavio, non si sa, credendosi un'adulazione quella di Trebellio Pollione, che il fa discendere da Flavio Vespasiano. Delle ottime qualità di questo principe parleremo altrove; principe, la cui maggior gloria fu l'essere stato padre di Costantino il Grande, a lui nato circa l'anno di Cristo 274, mentre egli militava nell'Elvezia.
Per quel che riguardaGalerio, l'altro dei nuovi Cesari, anch'egli era nato bassamente in villa presso Serdica, o sia Sardica, capitale della nuova Dacia[Lactantius, de Mort. Persec., cap. 9. Aurel. Victor, in Epitome. Eutrop., in Breviar.]. Romula sua madre, nemica de' cristiani in quel paese, perchè non voleano intervenire ai suoi empi sacrifizii e conviti, gli inspirò fin da picciolo un odio grande contro la religione di Cristo. Che i suoi genitori fossero contadini, lo dicono i vecchi storici, e si argomenta dal soprannome diArmentario, che gli vien dato dagli antichi scrittori. Anche egli col mestiere dell'armi si acquistò tal fama, che dai due Augusti fu creduto meritevole di essere promosso alla dignità di Cesare. Noi il vediam nominato nelle medaglieCaio Galerio Valerio Massimiano. Sedice il vero Eutropio[Eutrop., in Breviario.], meritavano lode i di lui costumi; ma Lattanzio[Lactant., de Mort. Persec., cap. 9.], all'incontro, ci assicura che nel portamento e nelle azioni di costui compariva quell'aria di selvatichezza ch'egli portò dalla nascita, ma ch'egli vi aggiunse anche col tempo un'insopportabil fierezza e crudeltà, per cui scompariva quel poco di buono che in lui si trovava[Aurelius Victor, in Epitome.]. Sprezzava egli le lettere e chi le coltivava, non amando se non le persone militari, le quali ancora, benchè ignoranti, erano da lui promosse ai magistrati civili con discapito grande della giustizia. L'ambizione sua vedremo che portò Diocleziano a deporre il baston del comando; così l'avidità del danaro, per cui impose esorbitanti aggravii, trasse i popoli ad una miserabil rovina. A lui specialmente vien attribuita la crudel persecuzione mossa contro ai cristiani, che accenneremo a suo tempo. Quel che fu mirabile[Vopiscus, in Caro. Julian., Oratione I. Aurel. Vict., ibid.], per varii anni si osservò una rara unione fra questi quattro principi, gareggiando tutti nel promuovere gl'interessi della repubblica. Diocleziano veniva considerato quel padre di tutti, e i suoi ordini e voleri fedelmente erano eseguiti dagli altri; ed arte non mancava allo stesso Diocleziano per tener contenti i subordinati colleghi, con dissimular i loro trascorsi, e soprattutto procurando di dar nella lesta ai seminatori di zizzanie e di false relazioni, perchè certo dal suo canto egli non ometteva diligenza alcuna per conservar la buona intelligenza ed armonia con chi si mostrava dipendente da lui. Dicemmo già che unGiulianoavea usurpato l'imperio nell'Africa. Credesi che in quest'anno Massimiano Erculio passasse in quelle parti, come poste sotto il comando suo nel comparto dell'imperio, ed obbligassequel tiranno a trapassarsi il petto col ferro e a gittarsi nel fuoco. Abbiamo da Eumene, o sia Eumenio[Eumen., in Panegyr. Constant.], che Costanzo, dappoichè fu dichiarato Cesare, con tal fretta passò nelle Gallie a lui destinate per comandarvi, che non v'era per anche giunto l'avviso di avervi egli a venire, anzi nè pure la notizia della sublime dignità a lui conferita. La nuova a lui portata che le genti di Carausio tiranno della Bretagna, venute con molte vele per mare, aveano occupato Gesoriaco (oggidì Bologna di Picardia) fu a Costanzo un acuto sprone per volar colà ed imprenderne l'assedio. Affinchè non potesse approdarvi soccorso alcuno per mare, nè fuggir di là quella man di corsari, fece egli con alte travi, conficcate intorno al porto, piantare una forte palizzata. Fu obbligata quella guarnigione alla resa, e Costanzo l'arrolò fra le sue truppe. Il che fatto, quasichè fin allora il mare avesse rispettata la palizzata suddetta, a forza d' onde la smantellò. Diedesi poi Costanzo a far preparamenti di navi per liberar la Bretagna dalle mani di esso Carausio, il quale godea bensì la pace in quell'isola, ma non lasciava di star ben armato e in guardia per difendersi, qualora si vedesse assalito. A quest'anno, o pure al seguente, scrive Eusebio[Eusebius, in Chron.]che i popoli Carpi e Basterni furono condotti ad abitar nelle provincie romane: segno che nel loro paese con vittoriosi passi erano entrati i Romani, se pur coloro non furono dalla forza di altri Barbari cacciati dal loro paese. La nazion loro vien creduta germanica, ma abitante alla Vistola, in quella che oggi si chiama Polonia. Probabilmente questa guerra appartiene all'anno 294, siccome diremo.
Consoli
Caio Aurelio Valerio Diocleziano Augustoper la quinta volta eMarco Aurelio Valerio Massimiano Augustopar la quarta.
Settimio Acindinofu in quest'anno prefetto di Roma, e continuò in tal dignità anche nell'anno seguente. Si aspettavaCarausio, occupator della Bretagna, la guerra dalla parte della Gallia, senza avvedersi che una più perniciosa, perchè occulta, gli si preparava in casa[Aurelius Victor. Eutropius. Eumenes.].Alletto, o siaAlesto, ministro di sua maggior confidenza, fosse per timore che piombasse il gastigo sopra i delitti da lui commessi, o pure per sola vaghezza di comandare, l'assassinò con torgli la vita: dopo di che prese col titolo d'Augustoil dominio di quelle provincie, ed ebbe forza e maniera per tenerlo lo spazio di alcuni anni. Questo accidente, per cui forse rimasero sconcertate alcune segrete misure di Costanzo Cesare, cagion fu ch'egli per ora non impiegasse l'armi sue verso la Bretagna, ma che le volgesse contro de' Cauchi, o Camavi, e dei Frisoni, che possedevano il paese bagnato dalla Schelda, cioè quel che ora vien chiamato i Paesi Bassi. Ancorchè in quei tempi un tal paese fosse pien di boschi e paludi, ossia di acque stagnanti, cioè di siti difficili a farvi guerra, tanta nondimeno fu l'industria e la ostinazion di Costanzo, che ridusse tutte quelle barbariche popolazioni a rendersi. Il che fatto, trasportò quella gente colle mogli e figliuoli nelle Gallie, dando loro terreno da coltivare, senza lasciar armi ad essi, acciocchè si avvezzassero ad ubbidire, senza più pensare a ribellarsi. Ciò che in questi tempi operassero i due Augusti e Galerio Cesare, resta ignoto.Dalle leggi che abbiamo, date nell'anno presente ed accennate dal Relando[Reland., Fast. Consul.], si vede Diocleziano soggiornante nell'Illirico, o nella Tracia, provincie governate da esso Galerio, ma senza apparire quali imprese militari si facessero in quelle parti. Se vogliam credere ad Eusebio[Eusebius, in Chron.], cominciò Diocleziano in questi tempi a farsi adorare qual dio, cioè, per quanto io m'avviso, con obbligar le persone ad inginocchiarsi davanti a lui, come si usava coi boriosi re di Persia, da' quali forse avea appreso questo costume, laddove bastava in addietro salutare i precedenti Augusti con inchinar la fronte, come si faceva anche coi giudici. S'egli pretendesse di più, nol saprei dire. Proruppe ancora in isfoggi di vanità, col mettersi a portar gemme nelle vesti, e fino nelle scarpe: dal che s'erano guardati quei precedenti imperadori che furono in concetto di moderati e savii.