Consoli
Flavio Valerio Costanzo CesareeCaio Galerio Valerio Massimiano Cesare.
Che in quest'anno ancora i due Cesari Costanzo e Galerio facessero delle prodezze contra de' Barbari, si può dedurre da Giuliano Apostata[Julian., Oratione I.]e dal panegirista di Costantino Augusto, cioè da Eumenio[Eumenes, Panegyr. 7 Costant., cap. 6.]. Oltre all'aver essi cacciato dalle terre romane i Barbari, che da gran tempo vi si erano annidati, e le coltivavano come sue proprie, quel panegirista parla di diverse altre nazioni germaniche, nel paese delle quali entrò il valoroso Costanzo, seguitandolo la vittoria dappertutto. Parte egli sterminò que' popoli, trovandoli resistenti; e parteumiliati trasse ad abitar nelle provincie romane, per accrescerne la popolazione e coltura. Continuava in questi tempi Diocleziano Augusto a dimorar nell'Illirico insieme con Galerio Cesare, come si ricava da alcune leggi, e verisimilmente attendevano nelle parti della Pannonia e Mesia a tenere in freno i Barbari, sempre ansanti di bottinar nel paese romano. Idacio[Idacius, in Fastis.]scrive che furono in quest'anno fabbricate delle fortezze nel paese de' Sarmati di là dal Danubio in faccia delle città di Acinco e Bononia. E a questi tempi verisimilmente appartiene ciò che lasciò scritto Eutropio[Eutrop., in Breviar.], con dire che Diocleziano e Valerio Massimiano varie guerre fecero unitamente, o separatamente, e che soggiogarono i Carpi e Bastarni, de' quali parlò Eusebio all'anno 292, coll'aver inoltre dato delle rotte ai Sarmati. Gran copia ancora di costoro fatta prigioniera fu poscia da essi principi trasportata nelle provincie romane, e concedute loro terre incolte per sostentamento delle lor famiglie, e con vantaggio del pubblico. Presso il Mezzabarba[Mediobarbus, in Numism. Imperator.]si veggono medaglie di Diocleziano collaVittoria Sarmatica, le quali si può credere che sieno da riferire all'anno presente.
Consoli
ToscoedAnullino.
CheMummio Toscofosse appellato il primo console,Annio Cornelio Anullinoil secondo, lo conghietturò il Panvinio[Panvin., in Fastis Consul.], perchè troveremo, andando innanzi, questi due personaggi prefetti di Roma. Lodevole è bensì, ma non sicura, una tal conghiettura, e perciò del loro solo cognomeio mi contento. La prefettura di Roma fu in quest'anno appoggiata adAristobolo. Per attestato d'Idacio[Idacius, in Fastis.], i popoli Carpi, che abbiam detto sottomessi nell'anno precedente, acciocchè non alzassero più le corna, furono obbligati a mutar cielo, con venire ad abitar nella Pannonia. Abbiamo delle leggi date in quest'anno, in cui Diocleziano Augusto seguitò a soggiornar nella Pannonia e Mesia. Probabilmente tra per le vittorie riportate contra de' Sarmati in quelle parti, e pel buon ordine ch'egli diede, restarono que' paesi in pace: laonde potè esso Augusto far preparamenti per ricuperare l'Egitto, siccome dirò all'anno seguente. Si può parimente credere che in questi tempi Galerio Massimiano, per adular Diocleziano suocero suo, e Valeria di lui figlia, moglie sua[Lactant., de Mortib. Persecut., cap. 15. Aurelius Victor, in Epitome. Ammianus, lib. 19.], desse il nome di Valeria ad una parte della Pannonia, ossia della moderna Ungheria, dopo aver quivi tagliate vastissime selve per ridurre quel territorio a coltura. Circa questi tempi ancora sembra che succedesse ciò che narrano Eumenio[Eumen., Oration. de Schol. restaur.]e l'autore del panegirico di Massimiano e Costantino[Incertus, in Panegyr. Maximian., cap. 8.]: cioè l'aver Massimiano Erculio Augusto domati i popoli ferocissimi della Mauritania, con aver poscia trasportata gran copia di essi in altri paesi.
Consoli
Caio Aurelio Valerio Diocleziano Augustoper la sesta volta eFlavio Valerio Costanzo Cesareper la seconda.
La carica di prefetto di Roma, secondo l'antico Catalogo del Cuspinianoe Bucherio, fu esercitata daCassio Dionein quest'anno, nel quale mancò di vitaCaioromano pontefice[Anastas. Bibliothecar.]. A lui succedette nella sedia di San PietroMarcellino. Fecondo di vittorie fu l'anno presente ai principi romani, se pur si può accertare nella cronologia di quei fatti, fatti per altro certissimi. Costanzo Cesare, ardendo sempre di voglia di riacquistar la Bretagna, con torla dalle mani dell'usurpatoreAlletto[Eumenes, in Constant. Eutropius. Aurelius Victor.], teneva già in ordine buon esercito e poderose flotte per far vela verso colà. Ma sospettando che i Franchi ed altri popoli della Germania, allorchè vedessero lui impegnato nella guerra oltre mare, secondo il lor uso, tentassero d'inquietar le Gallie, raccomandossi a Massimiano Augusto, padrigno di sua moglie, pregandolo di venir alla difesa di que' confini. Venne in fatti, per attestato d'Eumenio, Massimiano al Reno, e bastante fu la sua presenza a tenere in briglia i popoli nemici. Intanto con ardore incredibile si mossero le flotte di Costanzo verso la Bretagna. Su quella ch'era a Gesoriaco, cioè a Bologna di Picardia, s'imbarcò egli; ed ancorchè il mare fosse gonfio, e poco favorevole il vento, pure animosamente sciolse dal lido. Pervenuto questo avviso all'altra flotta preparata alla sboccatura della Senna, accrebbe il coraggio a quei soldati e marinari in maniera, che al dispetto del tempo contrario si mossero anch'essi. Era comandante d'essaAsclepiodotoprefetto del pretorio. Riuscì a questa col benefizio d'una densa nebbia di andar a dirittura con prospero cammino nella Bretagna, senza essere scoperta da Alletto, che colla sua s'era postato in osservazione all'isola Vetta, oggidì di Wight. Appena ebbe Asclepiodoto afferrato il lido, e sbarcate le truppe e le munizioni tutte, che fece dar fuoco alle navi, acciocchè i suoi, veggendosi tolta la speranza d'ogni scampo,sapessero che nelle lor sole braccia era riposta la salute, ed anche per impedir che que' legni non cadessero in poter de' nemici. Atterrito Alletto parte dalla notizia che Costanzo veniva contra di lui con una flotta, e che l'altra, già pervenuta in terra ferma, minacciava tutte le sue città, lasciata andare l'armata sua navale, co' suoi se ne ritornò anch'egli indietro, e si mise in campagna contra di Asclepiodoto. Senza aspettare di aver unite tutte le sue forze, e senza nè pur mettere in ordine di battaglia quelle che seco avea, coi soli Barbari di suo seguito assalì egli dipoi i Romani. Rimase sconfitto, ed anch'egli lasciò nel combattimento la vita, con essersi poi appena potuto discernere il cadavero suo, per aver egli deposto l'abito imperiale, che avrebbe potuto farlo conoscere nella zuffa o nella fuga. Ma forse molto più tardi accadde la caduta di costui. Intanto la flotta, dove era Costanzo Cesare, più per accidente che per sicura condotta, a cagion delle folte nebbie, imboccò il Tamigi, e per esso si spinse fino alla città di Londra. L'arrivo suo fu la salute di quel popolo; imperciocchè essendosi ridotti colà i Franchi ed altri Barbari che si erano salvati dalla rotta di Alletto, mentre concertavano fra loro di dare il sacco alla città, e poi di fuggirsene, eccoli giugnere loro addosso Costanzo colle sue milizie, e tagliarli lutti a pezzi, con salvar le vite e i beni di que' cittadini. Così in poco tempo tutto quel paese della Bretagna, che ubbidiva già all'aquile romane, tornò alla division di Costanzo, con estremo giubilo di quei popoli, per vedersi liberi dai tiranni e dai Barbari ausiliarii, e più perchè trovarono in Costanzo non un nemico, nè un vendicativo, ma un principe pien di clemenza. Perdonò egli a tutti, ed anche ai complici della ribellione[Eumenes., Panegyr. Constant., cap. 6.], e fece restituire ai particolari tutto quanto era stato loro tolto o dai tiranni passati, odalle sue medesime milizie. Così fu restituita le quiete e l'allegrezza alle contrade romane della Bretagna; e i popoli, non per anche soggiogati in essa, un sommo rispetto cominciarono ad osservare verso i Romani. Le Gallie anche esse restarono libere dalle molte vessazioni patite in addietro per cagione di que' corsari.
A questo medesimo anno, se non falla la Cronica d'Eusebio[Eusebius, in Chron.], si dee riferir la spedizione di Diocleziano Augusto contra diAchilleousurpatore dell'Egitto[Aurelius Victor, in Epitome. Eutrop., in Breviar.]. Tenne egli assediata per otto mesi Alessandria, e, secondo Giovanni Malala[Johannes Malala, in Chronograph.], le tolse l'uso dell'acqua, con rompere gli acquidotti. Finalmente entratovi, dimentico affatto della clemenza, non solamente tolse di vita il tiranno ed altri suoi complici, ma permise a' suoi soldati il sacco di quella insigne città, e poi, datole il fuoco, ne fece diroccar le mura. Innumerabili furono coloro che rimasero spogliati delle lor facoltà e cacciati in esilio. Una favola sarà il raccontar esso Malala, che avendo Diocleziano ordinato che non si cessasse di uccidere gli Alessandrini, finchè il sangue loro non arrivasse ai ginocchi del suo cavallo, per accidente nell'entrar egli nella città, inciampando il suo cavallo in un uomo ucciso, si tinse di sangue il ginocchio. Diocleziano allora comandò che desistessero dalla strage, per essersi adempiuto il suo giuramento: perlochè quel popolo alzò dipoi una statua di bronzo al di lui cavallo. Il solo Eumenio da panegirista adulatore esalta la clemenza di Diocleziano, con cui avea data la pace all'Egitto; imperciocchè lo stesso Eutropio[Eutrop., in Breviar.], oltre ad altri scrittori[Euseb., in Chron. Orosius et alii.], ci assicura ch'egli con somma crudeltà trattò que' popoli. Galerio Massimianopresso Eusebio[Euseb., Hist. Eccl. lib. 8, cap. 17.]si truova intitolatoEgizianoeTebaico: indizio ch'egli, siccome il bravo Diocleziano, faticò in quella impresa. Nella Istoria Miscella[Histor. Miscella in Dioclet.]è scritto che Costantino figlio di Costanzo accompagnò Diocleziano colà, e militando diede più segni del suo valore. Se poi crediamo a Suida[Suidas, in Excerpt.], in questa occasione fece Diocleziano cercare e bruciare quanti libri potè ritrovare che trattassero d'alchimia, cioè di cangiare i metalli, convenendoli in oro ed argento. Credono alcuni che, prestando egli fede a que' decantati segreti, volesse levare a que' popoli i mezzi da ribellarsi. Più probabile è, che, tenendoli per cose vane, siccome sono in fatti, egli cercasse di guarir quella gente da cotal malattia. Quando quei libri avessero contenuto il segreto di far oro ed argento, non era sì corto di giudizio Diocleziano che gli avesse dati alle fiamme: avrebbe saputo ritenerli per valersene in suo pro. Oltre a questo, egli visitò tutto il paese; ed abbiamo da Procopio[Procop., de Reb. Pers., lib. 1, cap. 19.], che avendo trovato un gran tratto di paese nell'alto Egitto confinante coll'Etiopia, o sia colla Nubia, il cui mantenimento portava più spesa che profitto a cagion delle scorrerie che vi faceano continuamente i Nubiani, per via di una convenzione lo rilasciò ai medesimi, con obbligarli a tenere in freno i Blemmii ed altri popoli dell'Arabia, acciocchè non molestassero l'Egitto. Aggiugne Olimpiodoro[Olympiodorus, Eclog. in Histor. Byzant.]che Diocleziano, invitato dai Blemmii, andò a divertirsi nel loro paese, e che loro accordò un'annua pensione per averli amici: il che a nulla servì col tempo, essendo troppo avvezzi coloro al mestier del rubare, che tuttavia a' dì nostri continua in quel paese, altri non essendo stati i Blemmii, se non una nazione d'Arabi masnadieri. Osserva ancora Procopio che in que' paesi erano miniere dismeraldi; il che veggo confermato dai moderni viaggiatori, i quali nondimeno asseriscono non sapersi più il sito di quelle, per vendetta fatta da un principe d'Arabi, perseguitato indebitamente dall'avarizia turchesca.
Consoli
Marco Aurelio Valerio Massimiano Augustoper la quinta volta eCaio Galerio Massimiano Cesareper la seconda.
Afranio Annibalianotenne in questo anno la prefettura di Roma. Se fosse vero che nell'anno presente Eumenio recitata avesse la sua orazione delle scuole di Autun, come ha creduto il padre Pagi con altri[Pagius, Critic. Baron. De la Baune et alii.], sarebbe da dire che in quest'anno fosse già cominciata la guerra fatta da Galerio Massimiano contro ai Persiani. Ma non è ciò esente da dubbii, potendo essere che nel corrente anno, o pur nel seguente, come pensa il Tillemont[Tillemont, Mémoires des Empereurs.], quell'orazione venisse recitata, non contenendo essa indizio certo dell'anno, oltre all'aver anche alcuni dubitato se Eumenio ne sia l'autore. Sia dunque a me permesso rammentar qui la guerra persiana di Galerio, giacchè Eutropio[Eutrop., in Breviario.], Eusebio[Eusebius, in Chronic.], Idacio[Idacius, in Fastis.]e la Cronica Alessandrina[Chronic. Alexandrinam.]la riferiscono dopo la liberazion dell'Egitto: confessando io nondimeno che Aurelio Vittore[Aurelius Victor, in Epitome.]e Giovanni Malala[Johannes Malala, in Chronograph.]sembrano rapportarla al tempo avanti. Zonara[Zonaras, in Annalibus.]ne parla come se fossero tutte e due nello stesso tempo succedute.Regnava allora nella Persia non so se Narseo, o sia Narse, o Narsete, o pur Vararane, principe ambizioso, che s'era messo in testa di non la cedere a Sapore, avolo suo, nella gloria di conquistatore. Avea egli già tolto ai Romani l'Armenia, e con formidabil armata minacciava il resto dell'Oriente. Diocleziano, per attestato di Lattanzio[Lactantius, de Mortibus Persecutor., cap. 9.], non si sentendo voglia di far pruova del suo valore contra di coloro, per non incorrere nella sciagura di Valeriano Augusto, diede, secondo il solito, l'incumbenza d'essa guerra al suo gran campione, cioè a Galerio Massimiano Cesare, con andarsene egli a riposare in Antiochia col pretesto di attender ivi alla spedizione di gente e di viveri all'armata di Galerio a misura de' bisogni. Era Galerio uomo arditissimo, ed Orosio[Orosius, Histor., lib. 7, cap. 25.]parla di due combattimenti contro i Persiani, ma senza dirne l'esito. Convengono poi tutti gli storici[Aurelius Victor, in Epitome. Julianus, Oratione I. Ammianus Marcellin. et alii.]che in un d'essi, o pure nel terzo, egli totalmente rimase sconfitto dai nemici, non già per sua dappocaggine, ma per sua temerità, avendo voluto con poche schiere de' suoi assalir le moltissime dei Persiani. Da una o due parole di Eusebio[Euseb., in Chronic.], e da altre di Eutropio[Eutrop., in Breviar.]e di Rufo Festo[Rufus Festus, in Breviar.], ricaviamo che lo stesso Galerio venne in persona ad informar Diocleziano de' suoi sinistri avvenimenti; ma fu sì sgarbatamente, e con tale alterigia e sprezzo ricevuto da Diocleziano, che fu costretto a tenergli dietro per più di un miglio di viaggio a piedi vicino alla carrozza con tutto il suo abito di porpora indosso. Potrebbe essere che nel precedente anno tutto questo avvenisse. Ma per tal disavventura ed ignominia in vece di perdere il coraggio, Galerio maggiormente si sentì animato alla vendetta. Raunatodunque un possente esercito[Jordan., de Reb. Getic., cap. 21. Lactantius, de Mortibus Persecut., cap. 9. Rufus Festus, in Breviar. Eutropius et alii.], massimamente di veterani e di Goti nell'Illirico e nella Mesia, con esso passò nell'Armenia, per azzuffarsi di nuovo col re persiano. Diocleziano anch'egli con molte forze si avvicinò ai confini della Persia nella Mesopotamia, per fiancheggiar Galerio, ma lungi dai pericoli. Mirabile fu questa volta la circospezione e sagacità di Galerio, dopo aver imparato dianzi alle sue spese. In persona con due soli compagni andò egli prima a spiare l'armata nemica, e seppe sì ben disporre le insidie e cogliere il tempo, che, assalito all'improvviso il campo nemico, superiore bensì di forze, ma impedito da gran bagaglio, interamente lo disfece con orrido macello della gente persiana. Scrive Zonara[Zonaras, in Annalibus.]che il re loro se ne fuggì portando seco per buona ricordanza del fatto una ferita. Ma restò prigioniera la di lui moglie, o pure, come altri vogliono, le di lui mogli, sorelle e figliuoli dell'uno e l'altro sesso, con assaissime altre persone della prima nobiltà della Persia. Lo spoglio del campo nemico fu d'immense ricchezze, e ne arricchirono tutti i soldati. Ebbe cura Galerio, per attestato di Pietro Patrizio[Petrus Patritius, de Legat. Tom. I Histor. Byzant.], che fossero trattale con tutta proprietà e modestia le principesse prigioniere: atto sommamente ammirato dai Persiani, i quali furono forzati a confessare che i Romani andavano loro innanzi, non meno nel valore dell'armi che nella pulizia de' costumi. Avrà pena il lettore a credere ad Ammiano Marcellino[Ammianus Marcellinus, lib. 22.], allorchè racconta, che avendo un soldato trovato in quell'occasione un sacco di cuoio, se pur non fu uno scudo, dove era gran quantità di perle, gittò via le perle, contento del solo scudo o sacco: tanto erano allorale armate romane lontane del lusso, e ignoranti nelle cose di vanità. Certo un grande ignorante dovea essere costui!
Giovanni Malala[Joannes Malala, in Chronogr.]lasciò scritto che Arsane regina di Persia, rimasta prigioniera, fu condotta ad Antiochia, ed ivi nel delizioso luogo di Dafne per alcuni anni con tutto onore mantenuta da Diocleziano, finchè, fatta la pace, fu restituita al marito. Aggiunge ch'esso Augusto per la vittoria suddetta provar fece a tutte le province la sua liberalità. Ma non sussiste che per alcuni anni durasse la prigionia della regina persiana. Imperciocchè Narse, dopo essere fuggito sino alle parti estreme del suo reame, rivenne in sè stesso, e spedì a Galerio uno de' suoi più confidenti[Petrus Patricius, de Legat. Tom. I Hist. Byzant.], per nome Afarban, affinchè umilmente il pregasse di pace, con dargli un foglio in bianco per quelle condizioni che più piacessero ad esso Galerio. Nè altro chiedeva quel re, fuorchè la restituzion delle sue donne e de' suoi figliuoli, perchè nel resto sperava buon trattamento dalla generosità romana, la quale non vorrebbe troppo eclissata la monarchia persiana, cioè uno dei due occhi, o pur dei due soli che si avesse allora la terra. L'ambasciata andò; e Galerio in collera rispose che non toccava ai Persiani il domandare ad altrui della moderazion nella vittoria dopo gl'indegni trattamenti da lor fatti a Valeriano Augusto, e che egli restava più tosto offeso delle lor preghiere. Nientedimeno voleva ben ricordarsi del costume de' Romani, avvezzi a vincere i superbi e resistenti, e a trattar bene chi si sottometteva. Con questo licenziò l'ambasciatore, dicendogli che il di lui padrone sperasse di riveder presto persone a lui tanto care. Venne Galerio a Nisibi nella Mesopotamia, dove si trovava Diocleziano, per conferir seco le proposizioni del re nemico. Con grande onore fu allora ricevuto, esi trattò fra loro se si avea da dar mano alla pace. Pretendeva Galerio che si seguitasse la vittoria[Aurelius Victor, Epitome.], in guisa che si facesse della Persia una provincia soggetta all'imperio romano. Ma Diocleziano, che la volea finire, e più dell'altro scorgeva quanto fosse malagevole il tenere in ubbidienza quel vasto regno, si ridusse a più discrete pretensioni. Fu dunque spedito a Narse il segretario Sicorio Probo, il quale, trovato il re nella Media vicino al fiume Asprudis, fu molto onorevolmente accolto; ma non ebbe sì tosto udienza, perchè Narse volle dar tempo a' suoi fuggiti dalla battaglia di comparir colà. L'udienza fu fata alla presenza del solo Afarban e di due altri; e Probo dimandò che il re cedesse ai Romani cinque provincie poste di qua dal fiume Tigri verso la di lui sorgente, ciò l'Intelene, la Sofene, l'Arzacene, la Carduene e la Zabdicene. Pretese inoltre che il Tigri fosse il divisorio delle monarchie, Nisibi il luogo di commercio fra le due nazioni; che l'Armenia sottoposta ai Romani arrivasse fino al castello di Zinta sui confini della Media; e che il re d'Iberia ricevesse la corona dall'imperatore. A riserva dell'articolo Nisibi, Narse accordò tutto, e rinunziò ad ogni sua pretensione sopra la Mesopotamia: con che seguì la pace, e furono restituiti i prigioni. Gloria ed utilità non poca provenne dalla suddetta vittoria all'imperio romano; perchè, a testimonianza di Rufo Festo[Rufus Festus, in Breviario. Libanius, in Basilic.], durò la stabilita pace sino ai suoi giorni, cioè per quaranta anni, avendola rotta i Persiani solamente verso il fine del governo di Costantino, per riaver le provincie cedute, siccome in fatti le riebbero. Galerio per questa sì fortunata campagna si gonfiò a dismisura; e, siccome avvertì Lattanzio[Lactantius, de Mortib. Persec.], prese i titoli fastosi diPersico, Armeniaco, MedicoeAdiabenico, quasichè egli avesse soggiogate tutte quelle nazioni. Quel che è più ridicolo, da lì innanzi egli affettò il titolo difigliuolo di Marte, laonde Diocleziano cominciò a temer forte di lui. Si sa che nel presentare a Galerio le lettere di esso Diocleziano col titolo consueto diCesare, più volte egli esclamò dicendo:E fin a quando io dovrò ricevere questo solo titolo?Potrebbe essere che nel presente anno ancora Massimiano Augusto e Costanzo Cloro Cesare riportassero altre vittorie dal canto loro contra dei Barbari; ma giacchè il tempo preciso delle loro imprese non si può fissare, parlerò dei loro fatti negli anni seguenti.
Consoli
Anicio FaustoeVirio Gallo.
Così ho io descritto i nomi di questi consoli, appoggiato a due iscrizioni che si leggono nella mia Raccolta[Thesaurus Novus Inscript., pag 370.], senza dare aFaustoil secondo consolato, come alcuno ha tenuto; e con chiamare il secondo consoleVirio, e nonSevero, come fa la Cronica Alessandrina.Artorio Massimo, per attestato degli antichi cataloghi, fu prefetto di Roma in questo anno. Potrebbe essere che all'anno presente appartenesse la guerra fatta da Costanzo Cesare contra degli Alamanni. Eusebio[Euseb., in Chron.]la riferisce circa questi tempi. Eutropio[Eutrop., in Breviar.]e Zonara[Zonaras, in Annalibus.]ne parlano prima della guerra di Persia. Erano in armi gli Alamanni, e con poderoso esercito venuti alla volta di Langres nelle Gallie, sorpresero in maniera Costanzo, che fu forzato a ritirarsi precipitosamente colle sue genti. Pervenuto a quella città, vi trovò chiuse le porte, per timore chev'entrassero i nemici. Se volle salvarsi, gli convenne farsi tirar su per le mura con delle corde. Ma raccolte in meno di cinque ore tutte le sue milizie, coraggiosamente uscì addosso ai nemici, li sbaragliò, e ne fece restar freddi sul campo sessantamila, come ha il testo latino di Eusebio, Eutropio, Orosio[Orosius, lib. 7, cap. 25.]e Zonara. Ma chi è pratico delle guerre, e sa che d'ordinario troppo da' parziali s'ingrandiscono le vittorie, avrà ben ragionevolmente dubbio, che invece di sessantamila s'abbia a leggere sei mila, come appunto sta nel testo greco di Eusebio e di Teofane[Teophanes, in Chronico.]. In questa battaglia restò ferito Costanzo. Eutropio dopo sì gloriosa vittoria seguita a dire che Massimiano Augusto nell'Africa terminò la guerra contro ai Quinquegenziani con averli domati, e costretti a chieder pace, ch'egli loro non negò.
Consoli
Caio Aurelio Valerio Diocleziano Augustoper la settima volta eMarco Aurelio Valerio Massimiano Augustoper la sesta.
Fu in quest'anno esercitata la prefettura di Roma daAnicio Fausto. Da che Diocleziano Augusto ebbe scelto per sè il governo dell'Oriente, per l'affetto da lui preso a quel soggiorno, si diede ad abbellir di nuove fabbriche l'insigne città di Antiochia, cioè la Roma di quelle contrade; ma specialmente v'attese da che ebbe ricuperato l'Egitto, e terminata felicemente la guerra co' Persiani, per essere succeduta un'invidiabil pace. Giovanni Malala[Joannes Malala, in Chronogr.], siccome di patria Antiocheno, merita ben qualche fede, allorchè descrive le sontuose opere dilui in ornamento d'Antiochia, e per sicurezza delle frontiere romane. Scrive egli dunque che in quella città fabbricò un vasto palazzo, di cui già avea Gallieno gittati i fondamenti, siccome ancora un bagno pubblico vicino al circo, a cui diede il nome di terme diocleziane. Furono ancora, d'ordine suo, fabbricati i pubblici granai, per riporvi i grani, con regolar le misure del frumento e delle altre cose venali, affinchè i mercatanti non venissero danneggiati dai soldati. Inoltre fabbricò nel luogo di Dafne lo stadio, acciocchè ivi dopo i giuochi olimpici si coronassero i vincitori. Quivi ancora eresse i templi di Giove Olimpico, di Apolline e di Nemesi, incrostandoli di marmi pellegrini. Parimente fabbricò sotterra un tempio ad Ecate, al quale si scendeva per trecento sessantacinque gradini; e in Dafne un palazzo, dove potessero alloggiar gl'imperadori andando colà, quando in addietro stavano sotto le tende. Quivi pure, siccome ancora in Edessa e in Damasco, dispose botteghe, per lavorarvi ogni sorta d'armi ad uso della guerra, e per impedir le frequenti scorrerie degli Arabi. Oltre a ciò, in Antiochia da' fondamenti eresse una zecca, e fra alcuni altri bagni uno, a cui diede il nome di senatorio. Nè questo bastò al suo magnifico genio. Si applicò ancora ad alzar castella e fortezze ai confini, mettendo guarnigioni di soldati dappertutto; e valenti capitani per custodir quelle frontiere. Abbiamo confermata da Ammiano[Ammianus, lib. 23, cap. 11.]questa diligenza di Diocleziano, siccome ancora da Procopio[Procop., de Ædicti., lib. 1, cap. 6.], i quali scrivono aver egli specialmente fortificato di mura e di torri il castello di Cercusio, o sia Circesio, nella Mesopotamia. L'autore[Eumen., Orat. de Schol. restaurand.]inoltre della orazione pel ristoramento delle scuole in Autun, parla di varie città già deserte, e divenute covili di fiere, le quali dalla diligenza degli Augusti e Cesari di questitempi erano state rimesse io buono stato e popolate. Fa egli eziandio menzione delle fortezze alzate al Reno, al Danubio, all'Eufrate per guardia del paese romano. Se vogliamo stare alla testimonianza di Idacio[Idacius, in Fastis.], ebbe Massimiano Augusto guerra in quest'anno coi Marcomanni, popoli della Germania, e fracassò le loro squadre: della qual vittoria fecero anche menzione Eutropio[Eutrop., in Breviar.]ed Aurelio Vittore[Aurelius Victor, in Epitome.].
Consoli
Flavio Valerio Costanzo Cesareper la terza volta eCaio Valerio Galerio Massimiano Cesareper la terza.
L'essere nominatoCostanzoCesare ne' Fasti prima diGalerio, avvalora l'opinion di coloro che gli attribuiscono la preminenza, allorchè egli fu eletto Cesare.Appio Pompeo Faustino, secondo gli antichi Cataloghi[Panvin., in Fastis Consul.], esercitò in quest'anno la prefettura di Roma. Alcune leggi, che si possono riferire all'anno presente, ci fan vedere Diocleziano dimorante in questi tempi nelle città della Tracia e dell'Illirico, e massimamente a Sirmio. Il dirsi poi da Eutropio[Eutrop., in Breviario.]che dopo la guerra persiana furono vinti i Sarmati, e domati i popoli Carpi e Bastarni, se veramente riguardasse l'anno presente, ci farebbe intendere perchè Diocleziano si trattenesse in quelle parti della giurisdizion di Galerio, cioè per secondare le di lui militari imprese contra di que' Barbari. Ma per conto de' Carpi e Bastarni, la Cronica d'Eusebio[Eusebius, in Chron.]ce li rappresenta molto prima soggiogati, e trasportati ad abitarnelle provincie romane. Parla il medesimo Eusebio delle terme diocleziane che si cominciarono a fabbricare (secondochè crede il padre Pagi)[Pagius, Crit. Baron.]circa questi tempi in Roma, e furono poi compiute da Costantino; fabbrica di maravigliosa mole, di cui son da vedere gli scrittori che hanno illustrato Roma antica. Similmente Massimiano Erculio Augusto si applicò ad edificar le terme massimiane in Cartagine. Frequentissimo in questi secoli era dappertutto l'uso dei bagni, che pure troviamo da sì lungo tempo dismesso per quasi tutta l'Europa.
Consoli
Tizianoper la seconda volta eNepoziano.
Si parla in un'iscrizione pubblicata dal Fabretti[Fabrettus, Inscript., pag. 208.]di unTito Flavio Postumio Tiziano console. Egli da me è creduto quegli stesso che in quest'anno procedette console, perciocchè noi vedremo all'anno 505Postumio Tizianoprefetto di Roma. Per l'anno presente quella prefettura fu data adElio Dionisio. Eusebio[Euseb., in Chron.]riferisce un orribil tremuoto che in questi tempi si fece sentire in Sidone e Tiro, colla rovina di moltissimi edifizii, ed oppressione di popolo innumerabile. Quali imprese in questi tempi facesse Costanzo Cloro Cesare nelle Gallie, non sappiam dirlo, nè a qual anno appartenga il raccontarsi da Eumenio[Eumenes, Panegyric. Const.], nel panegirico a Costantino Augusto, che Costanzo suo padre nei campi di Vindone, creduto oggidì un luogo nel cantone di Berna, fece una grande strage di nemici. Oltre a ciò,essendo passata una sterminata moltitudine di nazioni germaniche col benefizio del ghiaccio nella grande isola formata dal Reno, cioè nella Batavia, allo improvviso scioltosi il ghiaccio, restò ivi di maniera ristretta, che fu obbligata a rendersi prigioniera a Costanzo. Non è improbabile che verso questi tempi un tal fatto accadesse.
Consoli
Flavio Valerio Costanzo Cesareper la quarta volta eCaio Valerio Massimiano Cesareper la quarta.
Nummio Toscoesercitò in quest'anno la carica di prefetto di Roma. Gran carestia si patì in Oriente, ed arrivò ad una esorbitanza il prezzo de' grani[Idacius, in Fastis. Lactantius, de Mort. Persecut., cap. 7.]. Nel ripiego che prese in tal congiuntura Diocleziano, si desiderò la prudenza; imperciocchè ordinò che ad un prezzo mediocre si vendesse il grano: dal che venne che i mercanti non ne vendevano più, nè faceano venirne da lontani paesi: sicchè crebbe di lunga mano la penuria e la fame, e succederono sedizioni ed ammazzamenti, con essere in fine costretto l'imperadore a levar quella tassa, e a lasciare che il mondo per questo conto si governasse da sè stesso. Può essere che tale carestia si stendesse anche allo Egitto, paese per altro scelto a pascere gli altri coll'abbondanza sua. Certamente abbiamo dalla Cronica di Alessandria[Chron. Alexandrin.]e da Procopio[Procop., in Histor. arc.]che Diocleziano assegnò alcuni milioni di misure di grano, da darsi annualmente in dono ai poveri di quel paese, con distribuirlo per famiglie: liberalità che durò sino ai tempi di Giustiniano Augusto, e sotto dilui cessò. Abbiamo da Aurelio Vittore[Aurelius Victor, in Epitome.]che furono dai due Augusti pubblicate delle giustissime leggi per la quiete pubblica e buono stato delle città, e sopra tutto fu abolito l'uffizio dei frumentarii, cioè di spie, ossia d'inspettori, che si mandavano nelle provincie per indagare se v'erano movimenti, abusi e doglianze. Sembra che sul principio un tal impiego fosse onorevole, e ne ridondasse buon utile al pubblico, perchè, informati gli Augusti dei disordini occorrenti, vi rimediavano. Ma nel progresso del tempo, giusta il costume delle umane cose, il buon istituto degenerò in una vera peste; perchè costoro, con inventar mille false accuse, assassinavano chiunque lor non piaceva, o non si comperava la loro amicizia; e facendo paura anche ai più lontani, mettevano in contribuzione tutti i paesi. Inoltre buoni regolamenti furono fatti per mantenere l'abbondanza de' viveri in Roma, e perchè puntualmente fossero pagate le milizie e promosse le persone meritevoli, e gastigati i malfattori. Finalmente si continuò a cingere di belle e forti mura la città di Roma, e ad abbellir l'altre città con delle nuove e magnifiche fabbriche: il che particolarmente fu fatto in Cartagine, Nicomedia e Milano. Fra gli altri suntuosi edificii Massimiano Erculio Augusto in questa ultima città fece fabbricar le terme, o vogliam dire i bagni, che presero la denominazione da lui. Ne fa menzione Ausonio[Ausonius, de Urbibus.]nella descrizion delle primarie città. Non si può negare, v'erano motivi per poter appellar felice allora lo stato dell'imperio romano; ma, siccome aggiugne lo stesso Aurelio Vittore, neppure allora mancavano pubblici guai e sconcerti. La nefanda libidine di Massimiano Erculio Augusto cagionava non pochi lamenti, non perdonando egli neppure agli ostaggi; e Diocleziano, per non isconciar la quiete e gl'interessi suoi proprii, nèrompere la concordia con esso Massimiano e con Galerio Cesare, chiudeva gli occhi, lasciando far loro quanto volevano d'ingiustizie e prepotenze. Peggio ancora operò nell'anno seguente, come fra poco vedremo.
Consoli
Caio Aurelio Valerio Diocleziano Augustoper l'ottava volta eMarco Aurelio Valerio Massimiano Augustoper la settima.
L'uffizio di prefetto di Roma fu appoggiato aGiunio Tiberiano[Bucherius, de Cyclo.]in questo anno; anno non so s'io dica di funesta, oppur di gloriosa memoria alla religione cristiana. Funesto, perchè in esso fu mossa la più orrida persecuzione che mai patisse in addietro la fede di Cristo; glorioso, perchè questa fede si mirò sostenuta da innumerabili campioni sprezzatori dei tormenti e della morte, e che col loro martirio accrebbero i cittadini al cielo[Euseb., Hist. Eccl., lib. 8, c. 1, et in Chron.]. Per testimonianza di Lattanzio[Lactantius, de Mortib. Persecutor., cap. 9 et 10.], fin l'anno di Cristo 298, perchè nel sagrificare agli idoli niun segno si vedeva nelle viscere delle vittime per predir l'avvenire, come si figurarono i troppo crudeli pagani, gli aruspici attribuirono questo sconcerto al sospetto o alla certezza che fosse presente qualche cristiano. Allora Diocleziano in collera ordinò che non solamente tutte le persone di corte, fra le quali non poche professavano la religione cristiana, ma anche i soldati per le provincie sagrificassero agl'idoli, sotto pena d'essere flagellati e cassati. Alcuni pochi per questo ordine sostennero anche la morte, ma per allora gran rumore non si fece.Avvenne che Diocleziano Augusto e Galerio Cesare suo genero unitamente passarono il verno di quest'anno nella Bitinia, nella città di Nicomedia. In quei tempi, come confessa Eusebio, per la lunga pace s'era bensì in mirabil forma dilatata la religion di Cristo, coll'erezion d'infiniti templi nelle stesse città per tutte le provincie romane; ed innumerabil popolo era già divenuto quello degli adoratori della croce per l'Oriente e per l'Occidente. Ma il loglio era anche col grano; già fra gli stessi cristiani s'udivano eresie, si mirava l'invidia, la frode, la simulazione e l'ipocrisia cresciuta fra loro. E fino i vescovi mal d'accordo insieme disputavano di precedenze, l'un mormorando dell'altro, con giugnere poi le lor gregge ad ingiurie e sedizioni, e a dimenticare i doveri e i bei documenti di sì santa religione. Giacchè niun pensava a placar Dio, volle Dio farli ravvedere, volle con leggier braccio gastigar le loro negligenze, lasciando che i pagani sfogassero l'antico lor odio contra del suo popolo eletto[Lactantius, de Mort. Persecutor., cap. 9 et 10.]. Galerio Cesare quegli fu che accese il fuoco. Costui da sua madre, donna di villa, asprissima nemica de' cristiani, imparò ad abborrirli, e ne avea ben dati in addietro dei fieri segni; ma in quest'anno decretò di sterminarli affatto. Trovandosi egli dunque in Nicomedia col suocero Diocleziano, quando ognuno credeva che amendue per tutto il verno trattassero in secreti colloqui dei più importanti affari di stato, si venne a sapere che la sola rovina de' cristiani si maneggiava ne' lor gabinetti. Galerio, dissi, era l'ardente promotore di quest'empia impresa. Diocleziano fece quanta difesa potè, dicendo che pericolosa cosa era l'inquietar tutto il mondo romano; e che a nulla avrebbe servito, perchè i cristiani erano usati a sofferir la morte per tener salda la lor religione; e che, per conseguente, sarebbe bastato il solamente vietarla ai cortigianie soldati. Fece istanza Galerio che si udisse il parer d'alcuni uffiziali della corte e dalla milizia. Costoro aderirono tutti a Galerio. Volle parimente Diocleziano udir sopra ciò gli oracoli dei suoi dii e dei sacerdoti gentili. Senza che io lo dica, ognuno concepisce qual dovette essere la loro risposta. Fu dunque stabilito di dar all'armi contra dei professori della fede di Cristo; e Galerio pretendeva che eglino si avessero da bruciar vivi; ma Diocleziano per allora solamente accordò che senza sangue si procedesse contra di loro.
Diedesi principio a questa lagrimevol tragedia, per attestato di Lattanzio, nel dì 25 di febbraio dell'anno presente, in cui il prefetto del pretorio con una man di soldati si portò alla chiesa di Nicomedia, posta sopra una eminenza in faccia al palazzo imperiale. Rotte le porte, si cercò invano la figura del Dio adorato dai cristiani. Vi si trovavano bensì le sacre scritture, che furono tosto bruciate, e dato il saccheggio a tutti gli arredi e vasi sacri. Stavano intanto i due principi alla finestra, da cui si mirava la chiesa, disputando fra loro, perchè Galerio insisteva che se le desse il fuoco, ma con prevalere la volontà di Diocleziano, che quel tempio si demolisse, per non esporre al manifesto pericolo d'incendio le case contigue. Restò in poche ore pienamente eseguito il decreto, e nel dì seguente si vide pubblicato un editto[Euseb., Histor. Eccles., lib. 8, cap. 2.], con cui si ordinava l'abbattere sino ai fondamenti tutte le chiese dei cristiani, il dar alle fiamme tutti i lor sacri libri, con dichiarar infame ogni persona nobile, e schiavo ciascun della plebe che non rinunziasse alla religion di Cristo. Tale sul principio fu l'imperial editto, a cui poscia fu aggiunto che si dovessero cercar tutti i vescovi, ed obbligarli a sagrificare ai falsi dii. Finalmente si arrivò a praticare i tormenti e le scuri; onde poi venne tanta copia di martiri che illustrarono la fede di Gesù Cristo, e servironocol loro sangue a maggiormente assodarla e a renderla trionfante nel mondo. Poco dopo la pubblicazion di questo editto si attaccò il fuoco due volte al palazzo di Nicomedia[Lactantius, de Mortib. Persecut., cap. 14.], dove abitavano Diocleziano e Galerio, e bruciò buona parte. Costantino, che fu poscia Augusto, e si trovava allora in quella città, in una sua orazione[Constantinus, in Oration. apud Eusebium.]ne attribuisce la cagione ad un fulmine e fuoco del cielo. Lattanzio tenne, all'incontro, per certo che autor di quell'incendio fosse lo stesso Galerio Cesare, par incolparne poscia i cristiani, e maggiormente irritar Diocleziano contra di loro, siccome avvenne. Non aspetti da me il lettore altro racconto di questa famosa terribil persecuzione del popolo cristiano, dovendosi prendere la serie della medesima da Eusebio[Euseb., Histor. Eccles., lib. 8.], dal cardinal Baronio[Baronius, in Annalib.], dal Tillemont[Tillemont, Mémoires des Empereurs.], dagli Atti dei santi del Bollando[Acta Sanctorum Bolland.], in una parola dalla Storia ecclesiastica.
Circa questi tempi, per quanto si raccoglie da Eusebio[Eusebius, lib. eod., cap. 6.], tentarono alcuni di farsi imperadori nella Melitene, provincia dell'Armenia, e nella Soria. Di tali movimenti altro non sappiamo se non ciò che il Valerio osservò presso Libanio sofista[Liban., Oration. 14 et 15.]: cioè che un certo Eugenio capitano di cinquecento soldati in Seleucia fu forzato dai medesimi a prendere la porpora, perchè non poteano più reggere alle fatiche loro imposte di nettare il porto di quella città. S'avvisò egli di occupare Antiochia, ed ebbe anche la fortuna di entrarvi con quel pugno di gente; ma sollevatosi contra di lui il popolo d'essa città, non passò la notte che tutti quei masnadieri furono morti o presi. La bella ricompensa che per questo atto di fedeltà ebbero gli Antiocheni da Diocleziano, fu che i principali uffiziali dellecittà d'Antiochia e Seleucia furono condannati a morte senza forma di processo e senza concedere loro le difese. Questo atto di detestabil crudeltà rendè sì odioso per tutta la Soria il nome di Diocleziano, che anche novanta anni dappoi, cioè ai tempi di Libanio, il cui avolo paterno fra gli altri perdè allora la vita, con orrore si pronunziava il suo nome. Abbiamo poi da Lattanzio[Lactantius, de Mortib. Persecut., cap. 17.]che Diocleziano si portò a Roma in quest'anno per celebrarvi i vicennali, che cadevano nel dì 20 di novembre. Hanno disputato intorno a questo passo il padre Pagi[Pagius, Critic. Baron. ad annum 298.], il Tillemont[Tillemont, Mémoires des Empereurs.]ed altri, cercando quai vicennali si debbano qui intendere, e come cadessero questi in quel giorno. Non entrerò io in sì fatti litigii, e solamente dirò che oggidì son d'accordo i letterati in credere celebrato in quest'anno, e non già nel precedente, come porta il testo della Cronica di Eusebio[Eusebius, in Chronic.], il trionfo romano d'esso Diocleziano, al quale, per attestato d'un antico panegirista[Incertus, in Paneg. Max. et Const., cap. 8.], intervenne anche Massimiano Augusto, siccome partecipe delle vittorie fin qui riportate contro ai nemici del romano imperio. Con ciò che abbiam detto di sopra all'anno 297 della pace seguita col re di Persia, secondo la riguardevol autorità di Pietro Patrizio[Petrus Patricius, de Legation., tom. I Hist. Byzant.], pare che s'accordi ciò che lasciarono scritto il suddetto Eusebio ed Eutropio[Eutrop., in Breviario.]: cioè che davanti al cocchio trionfale furono condotte le mogli, le sorelle o i figliuoli di Narse re di Persia, i quali già dicemmo restituiti molto prima. Si può verisimilmente credere che solamente in figura, ma non già in verità, comparissero in quel trionfo le principesse e i principi suddetti. Parla ancora Eutropio di sontuosi conviti dati in questa occasione da Diocleziano, ma non già disolenni giuochi, siccome costumarono i precedenti Augusti; perchè egli, studiando il più che potea, il risparmio, si rideva di Caro e d'altri suoi predecessori, che, secondo lui, scialacquavano il danaro nella vanità di quegli spettacoli[Lactantius, de Mortib. Persecut., cap. 17.]. Uscirono perciò contra di lui varie pasquinate in Roma; e non potendo egli sofferire cotanta libertà ed insolenza, giudicò meglio di ritirarsi da Roma, e di andarsene a Ravenna verso il fine dell'anno, senza voler aspettare il primo dì dell'anno seguente, in cui egli dovea entrar console per la nona volta. Ma essendo la stagione assai scomoda a cagion del freddo e delle pioggie, egli contrasse nel viaggio delle febbri, leggiere sì, ma nondimeno costanti, che l'obbligarono sempre ad andare in lettiga. I cristiani, allora vessati in ogni parte, cominciarono a conoscere la mano di Dio contra di questo lor persecutore. Dissi in ogni parte; ma se n'ha da eccettuare il paese governato da Costanzo Cesare, cioè la Gallia; imperciocchè, per attestato di Lattanzio[Idem, cap. 15.], essendo quel principe amorevolissimo verso i cristiani, ed estimatore delle lor virtù, volle bensì, per non comparir discorde da Diocleziano capo dell'imperio, che fossero atterrate le lor chiese, ma che niun danno o molestia venisse inferita alle persone. Anzi, se dice vero Eusebio[Euseb., Hist. Eccl., lib. 7. cap. 13.], furono anche salve le chiese nel paese di sua giurisdizione; o se pur ne furono distrutte alcune, ciò provenne dal furor dei pagani, ma non da comandamento alcuno di Costanzo. Come poi si dica che non mancassero anche alla Gallia i suoi martiri, bollendo la persecuzione suddetta, è da vedere il padre Pagi all'anno presente. Abbiamo poi dal sopra citato Lattanzio[Lactantius, cap. 38.]che nel tempo dei vicennali una nazion di Barbari, cacciata dai Goti, si rifugiò sotto l'ali di Massimiano Augusto,la qual poi presa nelle guardie da Galerio, e indi da Massimino, in vece di servire ai Romani, li signoreggiò e calpestò col tempo.
Consoli
Caio Aurelio Valerio Diocleziano Augustoper la nona volta eMarco Aurelio Valerio Massimiano Augustoper la ottava.
Prefetto di Roma noi troviamo nell'anno presenteAraclio Ruffino. Appena ebbe principio la persecuzion decretata da Diocleziano e Massimiano Augusti, e da Galerio Cesare contro i seguaci della religion cristiana, che nello stesso tempo l'ira di Dio cominciò a farsi sentire sopra questi persecutori, che crudelmente spargevano il sangue de' giusti; di modo che svanì ogni lor pace e grandezza; e l'imperio romano, già ridotto ad un florido stato, tornò ad essere un caos di rivoluzioni e calamità. Già dicemmo che il capo de' persecutori predetti, cioè Diocleziano, caduto infermo nell'anno precedente, era venuto a Ravenna. Quivi stando, procedette console per la nona volta nelle calende di gennaio, e per isperanza di ricuperar la salute, vi si fermò tutta la state. Ma veggendo che il male, in vece di prendere buona piega, sembrava che peggiorasse, determinò di passare all'aria più salutevole della Tracia; e tanto più perchè gli premeva di dedicare il circo che egli avea fatto fabbricare a Nicomedia. Facevansi intanto dappertutto preghiere ai sordi dii del paganesimo per la conservaziondella sua vita. Per la Venezia, per l'Illirico e per le rive del Danubio, arrivò egli finalmente a Nicomedia, dove da tal languidezza fu oppresso, che nel dì 13 di dicembre corse voce di sua morte: il che riempiè tutta la corte di lagrime e di sospetti, e per la città si giunse fino a dire che era stata data sepoltura al suo corpo. Ma egli viveva, con tale indebolimento nondimeno di cervello, che di tanto in tanto delirava; e quantunque non mancassero persone, le quali l'attestavano vivo, pure non pochi sospettavano che si tenesse occulta la sua morte per dar tempo a Galerio Cesare di venire, e d'impedire che i soldati non facessero delle novità. Ma noi nulla sappiamo delle azioni di Galerio in quest'anno. Quanto a Massimiano Erculio Augusto, si ricava da un antico panegirico[Incertus, in Panegyr. Maximian. et Constant., cap. 8.]ch'egli, essendo console per l'ottava volta, soggiornò non poco in Roma. Secondo la Cronica di Damaso[Anastas. Bibliothec.],Marcellino, romano pontefice, terminò in quest'anno il corso di sua vita, alcuni han creduto col martirio, ma senza addurne valevoli pruove. Anche negli antichi secoli sparsero voce i Donatisti ch'egli nella persecuzione si lasciasse vincere dalla paura, e sacrificasse agl'idoli: laonde fu poi formata una leggenda, in cui si rappresentava la di lui caduta, e poi la penitenza, con altre favole, alle quali l'erudizione degli ultimi secoli ha tagliato affatto le gambe, certo ora essendo che questo pontefice fu esente da quel reato. La fierezza poi della persecuzione cagion fu che la sedia di San Pietro stesse vacante per tre anni, non arrischiandosi alcuno ad empierla, perchè il furor de' pagani spezialmente si scaricava sopra i pastori della Chiesa di Dio.
Consoli
Flavio Valerio Costanzo Cesareper la quinta volta eCaio Galerio Valerio Massimiano Cesareper la quinta.
Restò appoggiata nell'anno presente la prefettura di Roma aPostumio Tiziano. Seguitava intanto Diocleziano Augusto il soggiorno suo in Nicomedia, sempre infermo; se non che nel dì primo di marzo fece forza a sè stesso[Lactantius, de Mort. Persecutor., cap. 17.], ed uscì il meglio che potè fuori del palazzo per farsi vedere al popolo, ma sì contraffatto pel male, che appena si riconosceva quel desso, e in certi tempi ancora si osservava in lui qualche alienazione di mente. Da lì a poco sopraggiunse Galieno Cesare a visitarlo, non già per seco rallegrarsi della ricuperata salute, ma per esortarlo, anzi forzarlo a rinunziare all'imperio. Già aveva egli tenuto un simile ragionamento a Massimiano Erculio imperadore, adoperando parole di gran polso, cioè minacciandolo di una guerra civile, se non deponeva in sue mani il governo. Ora egli sulle prime si studiò con buone maniere di tirare il suocero Diocleziano a' suoi voleri, rappresentandogli l'età avanzata, l'infermità e l'inabilità a più governar popoli, e mettendogli innanzi agli occhi l'esempio di Nerva Augusto. Al che rispondeva Diocleziano, essere cosa indecente che chi era stato sul trono, si avesse a ridurre ad una vita umile e privata; e ciò anche pericoloso, per aver egli disgustato assaissime persone. Nè valere l'esempio di Nerva, perchè egli sino alla morte ritenne il suo grado. Che se pur Galerio bramava di alzarsi, tanto a lui quanto a Costanzo Cloro si conferirebbe il titolo d'Augusto. Ma Galerio, dopo aver replicato che, in far quattroimperadori, si sconcerterebbe la forma del governo introdotto dal medesimo Diocleziano, preso un tuono alto di voce, aggiunse, che s'egli non voleva cedere, sarebbe sua cura di provvedervi, perchè certo non voleva più far sì bassa figura, stanco della dura vita di quindici anni menata nell'Illirico sempre in armi contra de' Barbari, quando altri godevano le delizie in paesi migliori e tranquilli. Diocleziano infermo, e che già avea ricevuto lettere di Massimiano coll'avviso di somiglianti minaccie a lui fatte da Galerio, e colla notizia che costui andava a questo fine sempre più ingrossando l'esercito proprio; allora colle lagrime agli occhi si diede per vinto, e restarono d'accordo tanto egli che Massimiano di deporre l'imperio. Si passò dunque a trattare dell'elezion di due Cesari. Proponeva Diocleziano che tal dignità si conferisse a Costantino figlio di Costanzo, e aMassenziofiglio di Massimiano. Amendue li rigettò l'orgoglioso Galerio, con dire che Massenzio era troppo pien di vizii, benchè genero suo; Costantino troppo pien di virtù ed amato dalle milizie; e che niun d'essi presterebbe a lui l'ubbidienza dovuta; laddove egli voleva persone che facessero a modo suo.Ma e chi si farà?disse allora Diocleziano. Rispose Galerio che promoverebbeSeveroeDaia, ossiaDaza, figliuolo d'una sua sorella, ed appellato poco innanziMassimino, amendue nativi dell'Illirico. Al nome diSeveroreplicò Diocleziano:Quel ballerino? quell'ubbriacone, che fa di notte giorno, e di giorno notte? — Quello appunto, seguitò a dir Galerio, perchè egli sa onoratamente governar le milizie.Bisognò che Diocleziano abbassasse la testa, e si accomodasse ai voleri dell'altero suo genero. Altro dunque non restò a Diocleziano che di concertare per via di lettere con Massimiano la maniera e il giorno di rinunziare l'imperio, e di dar la porpora ai due stabiliti Cesari, benchè l'insolenza di Galerio, prima anche di parlarea Diocleziano, era giunta ad inviar Severo ad esso Massimiano, con fargli istanza della porpora cesarea.
Venne il dì primo di maggio, cioè il giorno concertato per far la rinunzia suddetta[Lactantius, de Mortib. Persecut., cap. 19.]. ComparveDioclezianoin un luogo Ire miglia lungi da Nicomedia, dove già lo stesso Galerio molti anni prima era stato creato Cesare. Quivi alzato si mirava un trono, quivi era disposta in ordinanza la corte ed armata tutta. Costantino anch'egli, siccome tribuno di prima riga, v'intervenne, e gli occhi di tutti stavano rivolti verso di lui, sperando, anzi tenendo per fermo che sarebbe egli l'eletto per la cesarea dignità: quand'ecco Diocleziano, dopo aver colle lagrime agli occhi confessata h sua inabilità e il bisogno di riposo, e dichiarati i due nuovi AugustiCostanzo CloroeGalerio Massimino, pronunzia CesariSeveroeMassimino. Stupefatti i soldati, cominciarono a guardarsi l'un l'altro, con chiedere se forse si fosse mutato il nome a Costantino. In questo mentre Galerio fece venire innanziDaia, chiamatoMassimino: e Diocleziano, cavatasi di dosso la porpora, con essa ne vestì il novello Cesare: cioè chi cavato negli anni addietro dal pecoraio e dalle selve, prima fu semplice soldato, poi soldato nelle guardie, indi tribuno, e finalmente Cesare; non più pastore di pecore, ma di soldati, ed assunto a governare, cioè a calpestar l'Oriente, benchè nulla s'intendesse nè di milizie nè di governo di popoli.Diocleziano, ripigliato il suo nome diDiocle, fu mandato in carrozza a riposare in Dalmazia patria sua; e si fermò a Salona. Nè sussiste il dirsi da Malala[Johannes Malala, in Chronogr.]ch'egli fece la rinuncia in Antiochia, e prese l'abito de' sacerdoti di Giove in quella città. Galerio Augusto e Massimino Cesare presero le redini, e cominciarono nuove tele per salire anche più alto. TrovavasialloraMassimiano ErculioAugusto in Milano, città, dove solea soggiornar volentieri. Già accennai che quivi egli avea fabbricate suntuose terme. Si può credere che vi edificasse, come lasciò scritto Galvano dalla Fiamma[Gualvaneus de Flamma, Manipul. Flor. tom. XI Rer. Italic.], il palazzo imperiale, e un tempio ad Ercole, creduto oggidì la basilica di San Lorenzo. In essa città[Euseb., in Chron. Idacius, in Chronico. Incertus, in Panegyr. Maximian.]nel medesimo dì primo di maggio, secondo il concerto, anche lo stesso Massimiano imperadore depose la porpora; dichiaròCostanzo Cloro AugustoeSevero Cesare: il che fatto, per attestato di Eutropio[Eutrop., in Breviario.]e di Zosimo[Zosimus, lib. 2.], la cui Storia, mancante negli anni addietro, torna qui a risorgere, si ritirò nei luoghi più deliziosi della Lucania, parte oggidì della Calabria, non già per riposare, siccome vedremo, ma per aspettar venti più favorevoli alla sua non ancor domata ambizione. Il racconto fin qui fatto, e quanto succedette dipoi, ci fa conoscere che questi non per grandezza d'animo, come Aurelio Vittore, Eutropio ed altri gentili dissero, ma per forza lor fatta deposero lo scettro. Sicchè noi miriamo passato l'imperio romano in due novelli Augusti, cioè inCostanzo Cloroe inGalerio, appellatoMassimiano il giovine, a distinzione del vecchio deposto; e in due nuovi Cesari, cioè inSeveroeMassimino. Le porzioni loro assegnate furono le seguenti. ACostanzotoccò la Gallia, l'Italia e l'Africa, e per conseguente anche la Spagna e Bretagna. AGaleriotutta l'Asia romana, l'Egitto, la Tracia e l'Illirico. Ma, per attestato di Eutropio[Eutrop., in Breviar.]e di Aurelio Vittore[Aurelius Victor, de Caesaribus.], Costanzo, contento del titolo e dell'autorità augustale, e delle provincie a lui già commesse, lasciò a Severo Cesarela cura dell'Italia, e probabilmente ancora dell'Africa, che nel comparto precedente andava unita con essa Italia, dovendo nondimeno esso Severo[Anonymus Valesianus post Ammian.], a tenore del regolamento già fatto, dipendere dai cenni di esso Costanzo. Per segno di questo, come consta dalle medaglie[Mediobarbus, in Numismat. Imp.], prese egli il nome diFlavio Valerio Severo. Nella stessa guisaMassimiano Cesaredovea prestare ubbidienza a Galerio Augusto suo zio materno.
Già abbiamo detto come costui fosse vilmente nato. Aggiungasi ora ch'egli era una sentina di vizii[Euseb. Lactant. Victor, etc.]. Spezialmente predominava in lui l'amore del vino, per cui sovente usciva di cervello; e perchè in quello stato ordinava cose pregiudiziali anche a sè stesso, ebbe poi tanto giudizio da ordinare che da lì innanzi nulla si eseguisse di quello ch'egli comandava dopo il pranzo o dopo la cena, se non nel giorno seguente. A questo vizio tenne dietro un'esecrabil lascivia, ed una non inferior crudeltà, ch'egli massimamente sfogò contra de' cristiani, de' quali fu fiero nemico ed asprissimo persecutore. Di che peso fosse costui, troppo lo provarono i popoli da lui governati, perchè da lui caricati d'insoffribili imposte, in guisa che sotto di lui restarono impoverite e spogliate le provincie, tutto rubando egli, per darlo ai suoi cortigiani e soldati. Vero è che Vittore gli dà la lode d'uomo quieto ed amator de' letterati; ma, secondo Eusebio, non si sa ch'altri egli amasse, se non i maghi ed incantatori, i quali erano i suoi più favoriti. Siccome apparisce dalle medaglie[Mediobarbus, in Numism. Imperator.], questo barbaro Daia o Daza si vede appellatoCaio Galerio Valerio Massimino. A cosini, secondo Eusebio[Euseb., Histor. Eccles., lib. 9, cap. 1.], non lasciò Galerio tutto l'Oriente in governo, ma solamentela Soria e l'Egitto. Siccome dissi, Costantino, deluso dalle sue speranze[Lactantius, de Mortib. Persecut., cap. 24.], tuttavia dimorava a Nicomedia nell'annata del fu imperador Diocleziano, presso il quale s'era fin qui trattenuto, come ostaggio della fedeltà di Costanzo già Cesare, ed ora Augusto. Ed appunto in questi tempi esso suo padre con varie lettere andava facendo istanza a Galerio che gli si rimandasse il figliuolo per desiderio di rivederlo, massimamente da che si sentiva malconcio di sanità. Galerio avea delle altre mire per non lasciarlo andare. Imperciocchè, considerando il natural di Costanzo, assai dolce e pacifico, per cui lo sprezzava, e molto più la disposizione in lui di corta vita, a cagion degl'incomodi di sua salute, colla giunta ancora di poter egli disporre dei due Cesari a talento suo, siccome sue creature: già si teneva egli in pugno il dominio di tutto l'imperio romano per la morte di Costanze; e quando occorresse, colla superiorità delle sue forze. Perciò, avendo in mano Costantino, non si sentiva voglia di licenziarlo, anzi nulla più desiderava che di torsi dagli occhi questo ostacolo al suo maggiore innalzamento, con levargli la vita. Ma non osava di farlo apertamente, perchè non gli era ignoto quanto affetto portasse l'esercito a questo giovane principe, dotato di mirabili qualità. Ricorse pertanto alle insidie e frodi. Prassagora, storico[Photius, Bibliothec. Cod. 62.], il quale si crede che vivesse sotto lo stesso Costantino, o pur sotto i di lui figliuoli, lasciò scritto che Galerio obbligò un giorno Costantino a combattere con un furioso lione, ed egli in fatti l'uccise. Così, per relazion di Zonara[Zonaras, in Annalibus.], l'inviò un dì ad assalir con poca gente un capitano de' Sarmati, che s'era inoltrato con molte soldatesche[Anonymus Valesianus post Ammian.]. Costantino v'andò, e, presolo per li capelli, lostrascinò ai piedi di Galerio. Probabilmente nella stessa guerra coi Sarmati, che sembra succeduta in quest'anno, fu da esso Galerio inviato Costantino alla testa d'alcune milizie contra di que' Barbari per mezzo ad una palude, con isperanza che egli restasse quivi o affogato, ovvero oppresso dai nemici. Tutto il contrario avvenne. Egli fece strage dei Sarmati, e tornò colla vittoria a Galerio, che si fece bello del valore altrui. Così Dio in mezzo a tanti pericoli ed insidie preservò questo principe, per farne poscia un mirabile spettacolo della sua provvidenza in favore della santa sua religione. Certo non sussiste, come vuole Aurelio Vittore[Aurelius Victor, in Epitome.], che Costantino fosse tenuto in Roma per ostaggio da Galerio, il quale si sa che non venne più a Roma. Di queste insidie a lui tese abbiamo anche la testimonianza d'Eusebio[Euseb., in Vita Constant., lib. 1, cap. 20.].