CCXXII

Consoli

Marco Aurelio AntoninodettoElagabaloper la quarta volta eMarco Aurelio Alessandro Severo.

Terminò in quest'anno il pontificato e la vitasan Callistopapa, con riportare la gloriosa corona del martirio, ed ebbe per successore nella cattedra pontificiaUrbano. Da cheElagabaloebbe alzato alla dignità cesarea il cuginoAlessandro[Dio, lib. 79. Herod., lib. 5.], per qualche tempo continuò a favorirlo ed amarlo. Ma cominciò a poco a poco a raffreddarsi questo amore, e giunse egli ancora a mirarlo di mal occhio e a pentirsi dell'adozione fatta. E ciò per due motivi. L'uno, perchè voleva addestrarlo ai suoi infami costumi, e pretendeva che seco si unisse a ballare, e a far da sacerdote con quelle sue barbariche fogge di vestiti. Alessandro, di natural grave, e di mente ormai capace di ben discernere il ridicolo e l'indecente nelle azioni del cugino Augusto, non si sentiva voglia d'imitarlo. Oltre a ciò,Mammea, donna savia, sua madre, il distornava da somiglianti eccessi[Lamprid., in Alexandro.]. Lo aveva essa allevato con gran cura fin da' primi anni, provvedendolo di ottimi maestri sì per le lettere che per gli esercizii cavallereschi e militari, senza lasciar passare un giorno in cui nol facesse studiare. Per maestro della lingua greca avea avutoNebone, per la rettoricaSerapione, per la filosofiaStilione. Ebbe poi in Roma per maestro della lingua latinaScaurino, uomo rinomatissimo nella sua professione, per la rettoricaGiulio Frontino,Bebio MacrinoeGiulio Graniano. Servirono ancora ad ammaestrarlo nell'erudizioneValerio Cordo,Lucio VeturioedAurelio Filippo, che scrisse poscia la di lui vita. L'altro motivo, per cui si svegliò o crebbe il mal animo e lo sdegno di Elagabalo contro il cugino Alessandro, fu il cominciar ad avvedersi che i soldati più genio ed amore mostravano al figlio adottato che al padre. Era in fatti succeduto che le tante pazzie e l'infame vita di questo sfrenato Augusto aveano generata nausea fino negli stessi soldati, gente per altro di buono stomaco. E, all'incontro, mirando essi la saviezza e moderazione del giovinettoAlessandro, quanto sprezzavano e già odiavano il folle Augusto, altrettanto di stima ed amore aveano conceputo pel sì ben costumato Cesare. Pertanto la nata gelosia in cuor di Elagabalo il portò a tentar varie vie di levarlo dal mondo col veleno, col ferro o in altre guise. A questa indegna azione sollecitò chiunque gli stava appresso con promesse di grandi ricompense[Herodianus, lib. 5.]. Tutti osservarono una fedeltà onorata verso di Alessandro, e tutti i tentativi del barbaro imperadore ad altro non servirono che a rendere più cauta per la conservazion del figliuoloGiulia Mammeasua madre, la quale lo istruì di non prendere alcun cibo o bevanda che venisse dalla parte di Elagabalo, e facevagli preparar la mensa solamente da persone di sperimentata onoratezza. Fece Elagabalo levargli d'appresso tutti i maestri, esiliandone alcuni, ed altri uccidendoli; e pur questo a nulla servì. Potevano le spade dei suoi soldati appagar la crudel voglia di Elagabalo; ma, oltre al professar essi dell'amore per Alessandro, e all'avergli verisimilmente giurata anche fede in riconoscerlo per figliuolo dell'imperadore, Alessandro segretamente li regalava; e però niun d'essi volea macchiarsi le mani nel di lui sangue innocente.Giulia Mesaanch'ella andava scoprendo tutti idisegni e le trame del cattivo nipote, e destramente preservava il buono, con non lasciarlo uscire in pubblico[Dio, lib. 79.]. Accortosi finalmente Elagabalo della inutilità di queste occulte macchine, determinò di venire a guerra aperta. Mandò pertanto ordine al senato di togliere ad Alessandro il titolo e la dignità diCesare, e di cassare la di lui adozione. Allorchè in senato fu letta questa polizza[Lamprid., in Elagabalo.], niuno de' padri seppe trovar parola da dire. Se ubbidissero, nol so; ben so che tutti amavano Alessandro, e detestavano in lor cuore la violenza dell'indegno regnante. Certo niun male avvenne ad Alessandro dalla parte de' soldati. Spedì loro Elagabalo lo stesso ordine, per cui cominciarono a fremere non meno i pretoriani che le altre milizie[Herod., lib. 5. Dio, lib. 79.]; e perchè videro arrivar gente che cominciò a cancellar le iscrizioni poste alle statue d'esso Alessandro, già erano vicini a prorompere in una sedizione. Vi fu anche una man d'essi soldati che corse al palazzo, con apparenza di voler uccidere Elagabalo[Lampridius, in Elagabalo.]. Avvisatone il coniglio imperadore, si nascose in un cantone dietro ad una tappezzeria, ed inviòAntiochianoprefetto del pretorio a pacificarli. Poscia, perchè durava la commozione nel quartier de' pretoriani, colà si portò Elagabalo in persona, per quetare il rumore, insieme col suddetto prefetto. Non si vollero mai arrendere i soldati, finchè Elagabalo non diede parola di cacciare dal palazzo e gastigar colla morte Jerocle, Gordo ed altri scellerati suoi cortigiani, che lui di stolto aveano fatto diventare stoltissimo. Arrivò[Dio, lib. 79.]a tanta viltà Elagabalo, che piangendo dimandò loro in grazia Jerocle, cioè colui che portava il nome infame di suo marito, dicendo che più tosto uccidessero lui stesso che quel suo caro ministro.L'accordo in fine fu conchiuso, con patto che Elagabalo mutasse vita, e fosse assicurata la vita di Alessandro, nè alcuno degli amici di Elagabalo andasse a visitarlo, per timore che non gli nuocessero o nol conducessero ad imitare gli sregolati costumi del corrotto Augusto. Secondo Lampridio[Lamprid., in Elagabalo.], succederono queste cose nell'anno precedente.

Era restato pien di veleno per tali avvenimenti l'indegno Elagabalo, e però, venuto il primo dì di questo anno, in cui doveva egli col cugino Alessandro procedere console, non si volle muovere di camera, se non che l'avola e la madre tanto dissero, con fargli temer imminente una sollevazion delle milizie, che solamente a mezzodì con esso Alessandro andò a prendere il possesso della dignità consolare. Ma non volle passar al Campidoglio a compiere la funzione, e convenne che il prefetto di Roma la compiesse, come se non vi fossero consoli. Non sapea digerire Elagabalo il veder così limitata l'autorità sua imperiale, e molto meno che al dispetto suo e sugli occhi suoi vivesse l'odiato Alessandro. Però andava cercando nuove maniere di levarlo di vita; ed ora solamente fu, secondo Erodiano[Herod., lib. 5.], che tentò di torgli il titolo e la dignità diCesare. Fece partir di Roma all'improvviso tutti i senatori[Lamprid., in Elagabalo.], acciocchè non osassero opporsi ai suoi malvagi disegni. E perchèSabino, senator gravissimo, era restato in città, diede ordine ad un centurione che andasse ad ammazzarlo. Per buona fortuna costui pativa di sordità, e credendo che l'ordine fosse per l'esilio, non ne fece di più. Per comandamento poi di esso Elagabalo, era ridotto Alessandro a starsene chiuso in casa, nè ammetteva udienze. Da lì a poco tempo, volendo il folle ed insieme furbo imperadore scandagliare qual disposizione si potesse aspettar dai soldati, qualora facesseammazzar Alessandro, fece correr voce ch'essoCesareera vicino per malattia a mancar di vita. Grande fu il bisbiglio, maggiore dipoi la commozion delle milizie, gridando moltissimi di essi che volevano vedere Alessandro Cesare. Perciò si chiusero ne' lor quartieri, nè più volevano far le guardie al palazzo cesareo. Imminente era una terribil sollevazione, se Elagabalo, preso seco in carrozza Alessandro, non fosse ito al loro campo. Apertegli le porte, il condussero al loro tempio, unendosi intanto molti strepitosi viva perAlessandro, pochi perElagabalo. L'ultima pazzia di questo imperadore fu che, essendosi egli trattenuto in quel tempio la notte, nella mattina seguente, che fu il dì 7 (altri vogliono nel dì 9 di marzo, altri più tardi, ma Lampridio chiaramente sta colla prima opinione), fece istanza che fossero ammazzati alcuni di coloro che aveano gridato:Viva Alessandro. Così irritati da questo pazzo ordine rimasero i soldati, che a furia si sollevarono contra di lui. Fuggì Elagabalo, e si nascose in una cloaca, luogo degno di lui; ma, avendolo trovato, lo uccisero, e secoSoemiasua madre, ch'era in sua compagnia, e molti dei suoi iniqui ministri. Fra questi si contarono i due prefetti del pretorio edAurelio Eubuloda Emesa, presidente della sua camera, scorticator della gente, che dalla plebe, sollevata anch'essa, e dai soldati tagliato fu a pezzi. Nella stessa rovina restò involtoFulvioprefetto di Roma, e l'infame Jerocle. Di tanti suoi obbrobriosi cortigiani, potenti presso di lui, non si salvò che uno. Furono trascinati per la città i cadaveri dell'ucciso Augusto e di sua madre; poi quello di esso Elagabalo gittato fu nel Tevere. Fece il senato radere dalle iscrizioni a lui poste il nome di Antonino, cotanto da lui disonorato, ed egli da lì innanzi non con altro nome fu menzionato che difalso Antonino, diSardanapaloe diTiberino, o pur diVario Elagabalo. Così, dopo aver questo scapestrato giovine regnato tre anni,nove mesi e qualche giorno, colla più vituperosa vita che mai si udisse, ricevette una più vituperosa morte, pena convenevole ai suoi molti delitti. E in questa maniera restò libera da un famoso mostro Roma e l'imperio. Lampridio[Lampridius, in Elagabalo.]vien poi descrivendo le strane invenzioni della golosità di Elagabalo, nelle quali impiegava egli grosse somme d'oro, perchè superò le cene di Apicio e di Vitellio. Le altre pazzie della sua lussuria si mette egli ancora ad annoverare che non meritano luogo nella presente storia; e però passo a ragionare del novello imperador de' Romani, cioè diAlessandro, che immediatamente dopo la morte diElagabalofu riconosciuto imperadore, per parlarne nondimeno solamente all'anno seguente.

Consoli

Lucio Mario Massimoper la seconda volta eLucio Roscio Eliano.

Dappoichè tolta dal mondo fu la peste dell'impuro Elagabalo nell'anno precedente,Marco Aurelio Severo Alessandro, che si trovava nel quartiere dei pretoriani, con alte voci fu da essi proclamatoImperadore Augusto[Idem, in Alexandro.], e condotto fra i viva del popolo al palazzo cesareo. Di là passò egli al senato, dove con allegrissimi concordi voti fu confermato a lui l'imperio, e conferita la podestà tribunizia e proconsolare col nome dipadre della patria. Tutto ciò fatto ad un tempo stesso, parte perchè il titolo diCesaregià a lui dato gli avea acquistato il diritto a questi onori, e parte perchè la conosciuta sua morigeratezza gli avea preventivamente conciliato l'amore d'ognuno. L'essere egli stato perseguitato da Elagabalo avea servito a renderlo più caro tanto ai soldati che aisenatori, tutti oramai troppo stomacati della sozza e pazza vita di quell'Augusto animale. Leggonsi in Lampridio le nobili acclamazioni fatte dal senato ad Alessandro, unite alle detestazioni dell'infame suo predecessore. Volevano quei padri ch'egli assumesse il nome diAntoninoassai conveniente al suo buon naturale; ma egli con bella grazia si mostrò non ancor degno di portare un sì venerabil nome. Molto più ricusò il titolo diGrande, esibitogli dal senato, per unirlo a quel diAlessandro, con dire di meritarlo molto meno, perchè nulla di grande avea operato fin qui: la qual moderazione di animo gli acquistò più credito che se lo avesse accettato. Il nome diMarco Aurelionon si sa bene se lo assumesse perchè fu adottato da Elagabalo che usava quel nome, o pure perchè fu creduto figliuolo di Caracalla, appellato anch'essoMarco Aurelio. Quanto al nome diSevero, verisimilmente lo prese egli per essere (falso o vero che fosse) nipote di Severo Augusto, e non già, come vuole il suddetto Lampridio, pel suo vigore e costanza nell'esigere la militar disciplina dai soldati. Di questa sua fermezza e rigore egli diede i segni, non già sui principii del suo governo, ma nel progresso del tempo; e noi abbiam le monete[Mediobarbus, in Numismat. Imper. I.]anche nell'anno precedente, nelle quali è chiamatoMarco Aurelio Alessandro Imperadore. Che età avesse egli allorchè fu assunto al trono, non si può decidere. Erodiano[Herodian., lib. 5.]gli dà circa tredici anni. Dione[Dio, lib. 79.], siccome già accennai, il fa maggiore di età di Elagabalo: il che se si accorda, egli avrebbe avuto più dieciotto anni. Quel che sappiam di certo, era egli molto giovinetto, e perciò tanto più dee comparire mirabil cosa ch'egli sì lodevolmente cominciasse, e più gloriosamente proseguisse il governo del romano imperio. Certo l'età sua e lapoca sperienza del mondo non erano sul principio bastevoli a sostener con onore un tal peso; e il senato avea già fatto un decreto che niuna donna potesse da lì innanzi sedere in senato. Perciò la vecchia sua avolaGiulia Mesa, e la madre suaGiulia Mammea, desiderose della vera gloria del nipote e figliuolo, o scelsero esse, o pur vollero[Herodianus, lib. 6.]che il senato eleggesse sedici senatori, i più riguardevoli per l'età, per la saviezza e dottrina, e per probità dei costumi, che si trovassero in Roma, i quali servissero di assessori e consiglieri al giovinetto principe. Così fu fatto[Lamprid., in Alexandro.]. Fra gli altri scelti si contanoUlpiano,Celso,Modestino,Paolo,PomponioeVenuleio, insigni giurisconsulti;Fabio Sabino, Catone dei suoi tempi;Gordiano, che fu poi imperadore,Catilio Severo,Elio Sereniano,Quintilio Marcelloed altri, tutti personaggi di sperimentata integrità. Nè il savio giovine Augusto da lì innanzi solea dire o far cosa alcuna in pubblico senza la loro approvazione: maniera di governo quanto lontana dalla tirannica precedente, tanto più cara al senato, al popolo ed ai soldati. Dal consiglio di uomini tanto onorati e saggi fu creduto che procedesse la gloria del suo principe, e la felicità da lui procurata ai suoi popoli. La prima plausibil azione sua fu di restituire ai templi le statue e robe preziose tolte loro dal capriccioso predecessore, e di bandire da Roma il dio Elagabalo, o sia quella ridicola pietra, con rimandarla al suo paese di Emesa. Quindi nettò la corte da un prodigioso numero di persone inutili o ridicole, o la maggior parte infami, che aveano in addietro servito all'oscena ed abbominevol vita di Elagabalo. Tutti i di lui nani, buffoni, musici, commedianti, eunuchi ed altri di peggior condizione, si videro esposti alle fischiate del popolo, o donati agli amici, o venduti come schiavi o banditi. Si stese il medesimoespurgo al senato e a tutte le cariche e ministeri civili conferiti dal malvagio Elagabalo ad uomini vili, inabili ed anche infami. Tutti costoro tornarono alla lor primiera bassa fortuna, e furono a quella dignità e a quegli uffizii promosse persone dabbene, intendenti delle leggi e gelose del proprio onore. Si vide rifiorire anche la milizia, con darsi gl'impieghi più onorevoli a chi avea dato maggiori pruove del suo valore e della sua prudenza nelle passate congiunture. In questa maniera non andò molto che si vide risorgere ad un tranquillo e felicissimo stato Roma e l'imperio romano, tanto sconvolto e svergognato in addietro dal ribaldo e stolto Elagabalo.

Consoli

Giulianoper la seconda volta eCrispino.

Forse non è ben certo cheGiulianofosse consoleper la seconda volta, essendovi leggi, fasti ed un marmo[Thesaurus Novus Inscription., pag. 355, num. 3.]che non vi mettono questa giunta. Camminava con felicità il governo di Roma tra per l'inclinazione al bene e alle opere virtuose che seco portava il giovane imperador Alessandro, e per la saviezza e vigilanza de' suoi ministri e consiglieri, principalmente diDomizio Ulpiano, celebratissimo giurisconsulto, creato poscia da lui prefetto del pretorio. Non lasciavanoGiulia Mesasua avola eGiulia Mammeasua madre, amendue decorate del titolo diAuguste[Lampridius, in Alexandro.], di vegliare alla buona condotta e preservazion dai vizii di esso lor nipote e figliuolo, studiandosi sopra tutto di tener lontani gli adulatori, gran peste delle corti, e chiunque potea guastar il cuore del ben educato principe. E purcon tutta la loro attenzione s'introdussero presso di lui alcune persone di questa mala razza, le quali colle lor persuasioni e cabale cotanto gli screditarono, come un giogo intollerabile, la dipendenza sua da quei consiglieri, che lo indussero a non più ascoltarli. Ma durò poco questo suo sviamento, perchè, conosciuta la lor malizia, li cacciò, e feceli anche gastigar dal senato secondo il merito loro, con attaccarsi più di prima a coloro che poteano farlo regnare con giustizia ed onore. Ancorchè fosse di buon'ora ispirato ad Alessandro l'abborrimento alla disonestà, e servissero a lui di un vivo specchio della deformità di questo vizio gli eccessi di suo cugino Elagabalo; e tuttochè egli in fatti avesse sempre in orrore i delitti contra della castità, talmente che la storia non fa giammai menzione ch'egli trasgredisse le leggi prescritte in ciò dagli stessi Gentili: pure avrebbe potuto il bollore della gioventù tirarlo fuor di cammino. Per questo gli fu data in moglie una dama della primaria nobiltà di Roma, a cui prese affetto, e rendeva ogni conveniente onore, con favorire assaissimo nel medesimo tempo il suocero suo. Erodiano[Herod., lib. 5.]non ne lasciò a noi il nome, nè sappiamo il tempo in cui egli si ammogliò per la prima volta, e nè pur le seguenti. Ma che?Mammeasua madre, che dopo la morte diGiulia Mesa, mancata di vecchiaia, voleva essere l'arbitra del figliuolo, non soffrì lungo tempo che la nuora si fosse impossessata cotanto del cuore del figliuolo, e godesse al pari di lui il titolo diAugusta; e però cominciò a maltrattarla sì fattamente, e seco il di lei padre, che questi, benchè amato non poco da Alessandro, si ritirò un dì nel quartier dei soldati dicendo di render grazie all'imperadore dei benefizii a lui compartiti, ma senza voler più comparire alla corte; e qui sfogò la sua collera contro di Mammea, divolgando tutte le ingiurie a lui fatte e alla figliuola. Tal fu di poi la prepotenzadi Mammea, che fece ammazzar lui, e relegare in Africa la infelice nuora. Se questo è vero, non è da credere cheMammeafosse cristiana, come han pensato alcuni[Orosius. Cedrenus. Vincentius Lirinensis. Casaubonus et alii.], perchè ella veramente ebbe del latte cristiano, ed ascoltò Origene, come attesta Eusebio[Eusebius, Histor. Eccles., lib. 6. cap. 16,]. Ma potrebbe essere che Erodiano non sapesse tutte le particolarità ed i motivi di quel fallo. Lampridio[Lampridius, in Alexandro.]certamente scrive, coll'autorità di Desippo istorico, che Marziano suocero di Alessandro gli tese delle insidie per ammazzarlo; ma che, scoperto il fatto, costui fu ucciso, e scacciata la moglie Augusta. Aggiunge altrove il medesimo Lampridio che un Ovinio Camillo, senatore di antica famiglia, tramò una ribellione, e se n'ebbero le pruove. Il buon imperadore, in vece di punirlo, il fece chiamar a palazzo, lodò il suo zelo pel pubblico bene, e poi nel senato il dichiarò partecipe dell'imperio, cioè gli diede il nome diCesaree gli ornamenti imperiali. Avea detto prima lo storico stesso che al suddettoMarzianosuocero fu dato il titolo diCesare. Quel Camillo dipoi nella spedizione di Alessandro contro i Barbari rinunziò, e gli fu permesso di ritirarsi in villa, dove lungo tempo visse; ma in fine fu fatto uccidere dall'imperadore, perchè era uomo militare ed amato assai dai soldati. Truovasi del buio in questi fatti; ma vi è tanto barlume che basta a far dubitare che giusto motivo non mancasse a Mammea di atterrare il suocero del figliuolo, e la nuora ancora, caso che anch'essa fosse stata partecipe della fellonia del padre. Oltre di che, lo stesso Lampridio scrive che un tal avvenimento vien da alcuni riferito ai tempi di Traiano. Che Alessandro sposasseMemmia, figliuola diSulpiziostato console, lo abbiamodal suddetto Lampridio. Forse questa fu la seconda sua moglie. Trovasi anche nelle medaglie[Mediobarbus, in Numismat. Imperat.]unaSallustia Barbia Orbiana Augusta, ed hanno inclinato alcuni letterati[Spanhemius, de Praestantia et Usu Numismatum.]a crederla moglie del medesimo Alessandro imperadore. Ma trovandosi in quelle medaglie CONCORDIA AVGVSTORVM, parole significanti l'esistenza allora di più di un Augusto, a me non sembra verisimile la loro opinione.

et cap. 21.

Consoli

Foscoper la seconda volta eDestro.

Sempre più andavano riconoscendo i Romani la felicità propria nell'essere loro toccato un sì buono imperadore, qual fu Severo Alessandro. Ed era tale principalmente, perchè si erano ben radicati nel cuore di lui i principii della religione: virtù, di cui se sono scarsi, e peggio se mancanti i rettori dei popoli, troppo facile è, per non dir certo, che la lor vita abbonderà d'iniquità e di azioni malfatte. Falsa, non v'ha dubbio, era quella religione che non conosceva il vero Dio, e adorava insensati dii e creature o demonii. Tuttavia non può negarsi che questo principe, quantunque nato ed allevato nella idolatria, non avesse in sè dei lodevoli principii, perchè amava, temeva ed onorava, per quanto poteva, la divinità, e tutto ciò che si credeva allora che avesse qualche cosa di Dio[Lampridius, in Alexandro.]. Appena era egli levato, che nel tempio del palazzo andava a rendere il culto ai suoi dii con dei sacrifizii. Quivi teneva le statue di essi e delle anime credute sante dai ciechi Gentili, come Orfeo, Alessandro il Grande, Apollonio Tianeo. Quel che più merita lanostra attenzione, si è che vi conservava anche la statua diGesù Cristo, e colle altre l'adorava. Può ben credersi che Mammea Augusta sua madre, la quale avea imparato a conoscere in Soria la santità della religion cristiana, ma senza mai abbandonare la falsità dell'etnica, ne avesse inspirato del rispetto ed amore anche al figliuolo. Per questo venerava egliCristo, ed ancheAbramo. Anzi, siccome attesta Lampridio scrittore pagano, egli meditava di alzare un tempio al medesimo Cristo, e di farlo ricevere per Dio; ma gli si opposero i zelanti del Paganesimo, con dire di aver consultato intorno a ciò gli oracoli, e riportato per risposta, che, se ciò si facesse, tutti abbraccerebbono il Cristianesimo, e converrebbe chiudere ogni altro tempio. Mai più non disse il demonio, padre della bugia, una verità più luminosa di questa. Avea ancora Alessandro sovente in bocca quella insigne massima, imparata più probabilmente dai Cristiani che dai Giudei:Non fare agli altri quello che non vorresti fatto a te stesso. E questa fece anche scrivere nel palazzo cesareo e in varie fabbriche a lettere maiuscole. Avendo anche i Cristiani occupato un luogo pubblico, per farvi una chiesa, e pretendendolo gli osti di lor ragione, con suo rescritto dichiarò l'imperadore:Essere meglio che Dio ivi in qualunque maniera si adorasse, che se ne servissero gli osti: segno che già in Roma si fabbricavano e si tolleravano templi al vero Dio. Di qui poi venne, ch'egli lasciò in pace i Cristiani, e sotto di lui crebbe molto di fedeli la Chiesa. Quei che morirono martiri in questi tempi furono vittime de' malvagi governatori delle provincie, che senza saputa e permissione del principe[Eusebius, Histor. Eccles., lib. 6, cap. 28.]non lasciavano di trovar pretesti per uccidere gli odiati Cristiani.

Sempre ancora professò l'Augusto Alessandro a sua madreMammeaunrispetto singolare, anzi tale che passò all'eccesso. Se crediamo ed Erodiano[Herodian., lib 6.], questo solo difetto gli si potè opporre, cioè che troppo amava la madre, sino ad ubbidirla, suo malgrado, in cose che non trovava ben fatte. Perciò potente era ella nel governo, e fu al pari diGiuliadi Severo intitolatamadre delle armate, del senato e della patria. Certo non mancò essa giammai di dar dei buoni avvertimenti al figliuolo; fu nulladimeno tacciata di avidità della roba altrui: il che andava ella scusando presso il figliuolo, con dirgli che accumulava quell'oro per di lui servigio, affinchè avesse di che regalare i soldati. Ma accumulandone talvolta per vie illecite, ed empiendone i proprii scrigni, se ne lagnava poi Alessandro, senza potervi nondimeno rimediare: tanta era la riverenza che professava a chi gli avea data la vita. Onesti poi erano i divertimenti suoi. Amava la musica, si dilettava della geometria, dipingeva assai bene, sonava varii strumenti, cantava, ancora con bella voce e con garbo, ma solamente in camera sua e nella privata conversazion degli amici. Talvolta a cavallo, talora a piè facea delle buone passeggiate; gli piaceva anche la caccia e la pesca. Una delle cure di sua madre fu sempre quella di tenerlo occupato e lontano dall'ozio. Nè pregiudicavano punto i divertimenti suoi al pubblico governo[Lampridius, in Alexandro.]. Gli erano portati gli affari smaltiti prima dai saggi suoi consiglieri, ed era facile lo sbrigarli. Ma quando occorrevano cose di molta importanza e premura, vi assisteva, levandosi anche prima del sole, e stava nel consiglio le ore intere senza mai annoiarsi o stancarsi. Impiegava anche talvolta il tempo che gli restava dopo gli affari in leggere libri, essendogli spezialmente piaciuti in greco quel diPlatonedella Repubblica, e in latino quei diCiceronedegli Uffizii, o sia dei Doveri e della Repubblica.Dilettavasi ancora di leggere degli oratori e dei poeti, e massimamente le poesie diOrazioe diSereno Sammonico, da lui conosciuto ed amato. Ma sopra le altre letture era a lui cara quella della vita di Alessandro il Macedone, per istudiarsi d'imitarlo dove potea, condannando nondimeno in lui l'ubbriachezza e la crudeltà verso gli amici. Dopo la lettura esercitava il corpo in tirar di spada, in lotte discrete, in giuochi ch'esigevano del moto: tutte maniere proprie per conservar la sanità. Andava anche, secondo l'uso d'allora, al bagno, dopo il quale faceva un po' di colezione, differendo talvolta il prender cibo dipoi sino alla cena. Nulladimeno l'ordinario suo stile era di pranzare; e ne' pranzi suoi non compariva nè sordidezza nè lusso, ma bensì un bell'ordine, cibi semplici, piatti ben puliti, e quel che occorreva per satollare e non per aggravare lo stomaco. Solamente nei dì di festa si accresceva alla tavola un papero, e nelle maggiori solennità, tutto il grande sfarzo era la giunta di uno o due fagiani o di due polli. Oro non volle mai nella sua mensa, e tutto il suo vasellamento d'argento consisteva in ducento libbre. Occorrendone di più nelle occasioni, se ne facea prestar dagli amici. Se solo si cibava, teneva un libro a tavola, e leggeva, se pur non facea leggere. Ma più spesso voleva seco a pranzo degli uomini dotti, e particolarmenteUlpiano, dicendoche più gli faceano pro i ragionamenti loro eruditi, che le vivande. Allorchè dovea far de' pubblici banchetti, anche da questi volea bandito lo sfoggio, portandosi solamente i piatti consueti, ma aumentati a proporzione dei convitati. Per altro non gli piacea quella gran turba, perchè diceadi parergli di mangiar nel teatro o nel circo. Costumarono alcuni Augusti, ed era anche in uso presso i grandi, di aver commedianti o buffoni intorno alle lor tavole per divertirsi. L'innocente suo trastulloera di veder combattimenti di pernici e di altri piccioli animaletti. Una sola, per altro innocente, particolarità di lui parve strana, cioè ch'egli sommamente si dilettò di aver nel suo palazzo varie uccelliere di fagiani, paoni, galline, anitre e pernici, e spezialmente di colombi, dicendosi che ne nudrisse fin venti mila. Dopo le applicazioni si ricreava in veder questi volatili; ed affinchè non gli fosse attribuito a scialacquamento, tenea dei servi, che colle nova, coi polli e coi piccioni cavavano tanto da far le spese a tanto uccellame. Ma qui non è finito il ritratto di questo buon imperadore. Il resto lo riserbo all'anno seguente, giacchè il pacifico felice stato dell'imperio romano in que' tempi non somministra avvenimento alcuno alla storia.

Consoli

Marco Aurelio Severo Alessandro Augustoper la seconda volta eLucio Aufidio Marcelloanch'egli per la seconda.

Il Relando[Reland., in Fastis Consul.], il Bianchini[Blanchin., ad Anastas. Biblioth.]e il padre Stampa[Stampa, in Fastis.]chiamano il secondo consoleCaio Marcella Quintiliano per la seconda volta, fidandosi di una iscrizione pubblicata dal Gudio. Dispiacemi sempre di dovere ripetere che le merci gudiane son dubbiose, nè possono prestar sicuro fondamento alla erudizione. Una iscrizione stampata dal marchese Maffei[Maffejus, Antiquit. Gall.], e da me riferita nella mia Raccolta[Thesaurus Novus Inscript., pag. 356, n. 2.], benchè corrosa, vo io credendo che ci abbia conservato il vero nome di esso console. Tutti i fasti e varie leggi ci dannoMarcelloconsole in quest'anno. S'egli avesse portato ilcognome diQuintiliano, nonMarcello, maQuintilianolo avrebbono appellato gli antichi. Miriamo ora l'Augusto Alessandro nella vita civile. Mirabil cosa fu il vedere com'egli odiasse il fasto, e quasi dimentico del sublime suo grado, amasse di uguagliarsi a' suoi cittadini. Spesso andava ai pubblici bagni a lavarsi dove concorreva anche il resto del popolo; e nel suo palazzo si facea servire unicamente dai suoi servi. A chiunque dimandava udienza, e a chi de' nobili di buona fama veniva per salutarlo, era sempre la porta aperta; nè voleva egli che s'inginocchiassero davanti a lui, come dianzi esigeva il vanissimo Elagabalo, ma che gli facessero quello stesso saluto che si usava co' senatori, chiamandolo col proprio nome, e senza nè pur chinare il capo. Il fare altrimenti veniva da lui interpretato per adulazione, e metteva in burla chi faceva troppi complimenti o eccedeva in ossequio. Talvolta ancora licenziò in collera taluno di questi falsi adoratori. Per la stessa ragione non potea soffrire, e teneva per una pazzia, coll'esempio di Pescennio Negro, l'ascoltar poeti ed oratori che facessero il di lui panegirico. Volentieri bensì porgea le orecchie a coloro che contavano i fatti degli uomini illustri[Lampridius, in Alexandro.], e sopra tutti di Alessandro il Macedone, de' buoni imperadori e de' famosi Romani. Vietò il dare a lui il titolo diSignore, ed ordinò che si scrivesse alla sua persona come si faceva ai particolari, colla giunta del solo nome d'Imperadore, cioè, come già si stilava ne' tempi di Cicerone. Fece pubblicare che non entrasse a salutarlo chi sapeva di non essere innocente. Specialmente ciò era detto per gli ministri e nobili ladri. La maniera di trattar co' suoi amici era di molta familiarità e franchezza, pregandoli sempre di sedere presso di sè: il che indispensabilmente praticava coi senatori. Quanta fosse le sua moderazione, principalmente si riconosceva nelle udienze, perchè simostrava cortese ed affabile verso di ognuno. Niuno partiva da lui malcontento, nè passava mai giorno senza che egli facesse qualche atto di bontà. Ed ammalandosi chi era amato da lui, ancorchè di basso ordine, amorevolmente andava a visitarlo. Perchè poiMammeala madre eMemmiasua moglie gli dicevano che quella tanta cortesia esponeva allo sprezzo la sublime sua dignità:Può essere, rispondeva,ma certo la rende più sicura e di maggior durata. Alcuni de' suoi più cari obbligava a venire a pranzo con lui; e di chi non veniva, dimandava conto con bella grazia. Tanto alla tavola che alle udienze si trovava sempre di buon umore, e non mai in collera; e diceva le sue burle, ma senza punture. Esigeva che gli amici gli dicessero liberamente il lor sentimento; e dicendolo, gli ascoltava con attenzione, correggendo poscia proprii i difetti. Colla stessa libertà diceva anch'egli dov'essi mancavano; e ciò non mai con fasto ed asprezza.

Il suo vestire era semplice e modesto, senza oro e senza perle, imitando in ciò la moderazion di Severo, ed abborrendo la vanità di Elagabalo, che voleva guernite di perle infino le scarpe. Soleano essere gli abiti suoi di color bianco, e non di seta, che costava allora assaissimo. Diceache le gemme convenivano solo alle donne; e che le stesse donne, senza eccettuarne l'imperadrice, doveano essere contente di poche. Avendo un ambasciador d'Oriente donate due perle di mirabil grossezza e bellezza all'Augusta sua moglie, cercò di venderle; e perchè non si trovò compratore, ne formò due orecchini alla statua di Venere, con direche l'imperadrice darebbe troppo cattivo esempio portando addosso cose di tanto prezzo. Con questo esempio arrivò egli a correggere il lusso degli uomini, siccome anche l'Augusta consorte quello delle donne. Fece inoltre Alessandro ristorar molte fabbriche di Traiano, ma con rimettere dappertutto il nome di essoprimo autore. Quanto affetto poi egli sempre ebbe ai buoni, altrettanto odio, o, per dir meglio, abborrimento, portava ai cattivi. Un certoSettimio, che scrisse la vita di questo impareggiabile Augusto, attestava che egli specialmente si sentiva tutto commovere, e s'infiammava in volto, incontrandosi in giudici che fossero in concetto di ladri. Accadde che unSettimio Arabino, senatore famoso per sì fatto vizio, e liberato sotto Elagabalo, comparve un dì con gli altri a salutarlo.O dii immortali!gridò allora Alessandro,Arabino non solamente vive, ma vien anche in senato! Spera forse costui da me un buon trattamento? Mi dee ben egli tenere per un pazzo e scimunito. Non vi era parente o amico ch'egli potesse tollerare, se si lasciavano trasportare ad azioni disonorate, e massimamente se per interesse vendevano la giustizia, riguardando egli costoro come i più perniciosi nimici del pubblico. Però li faceva processare e punire: o se pur s'induceva a far loro la grazia, la godevano con patto che si ritirassero;perchè, siccome egli diceva,a lui più cara era la repubblica che qualsivoglia privata persona. Così ad un suo segretario, perchè portò al consiglio il sommario falso di un processo, egli fece tagliare i nervi delle dita, acciocchè più non potesse scrivere, e relegollo in un'isola. Venne in mente ad un nobile, altre volte processato per le sue mani poco nette, di farsi raccomandar caldamente da alcuni re o principi stranieri che erano alla corte, per ottenere una carica militare. Tali furono le loro istanze, che l'Augusto Alessandro non seppe negar la grazia. Ma da lì innanzi tenne così ben gli occhi addosso a costui, che fra poco si scoprì una sua ruberia. Fece egli esaminar lo affare in presenza di que' medesimi principi, tuttavia dimoranti in Roma, e il reo fu convinto e confesso. Dimandò allora a que' principi che gastigo si desse nel loro paese a sì fatte persone:La croce, risposero essi; ed in effetto,per sentenza de' suoi medesimi protettori, fu colui condannato alla croce, senza che alcuno si potesse lagnare del rigor di Alessandro. E non è già che questo buon imperadore non fosse inclinato alla clemenza. Certamente niun senatore a' tempi suoi, benchè delinquente, perdè la vita; ed egli incaricava i giudici di procedere il più di rado che si potesse contra dei rei alla pena della morte e al confisco dei beni. Ma, premendogli il pubblico bene, voleva che la giustizia avesse il luogo nei casi bisognosi di esempio. E perchè Erodiano[Herodian., lib. 6.]scrive che il suo imperio fu senza sangue, Lampridio[Lampridius, in Alexandro.]ragionevolmente lo interpreta de' soli senatori; e tanto più attestando il medesimo Erodiano, che a niuno sotto di lui fu levata la vita, senza essere stato prima conosciuto giuridicamente dai tribunali il suo delitto, ed emanata la condanna.

Consoli

AlbinoeMassimo.

Di gravi dispute sono state fra gli eruditi intorno al prenome e nome di questi consoli. Inclinò il cardinal Noris[Reland., Fast. Cons.]a credere il primoMarcooNumerio Nummio Albino, ma con conghiettura priva di forza. Il Relando[Idem, ibid.]e il padre Stampa[Stampa, in Fastis.], recata in mezzo una iscrizione del Gudio, appellarono questi consoliLucio AlbinoeMassimo Emilio Emiliano. Ma possiamo noi fidarci dei marmi gudiani? Impropria cosa è che in quella iscrizione abbia il prenomeAlbino, e non lo abbia l'altro console. Più improprio è che il secondo console sia chiamatoMassimo Emilio Emiliano. Non è nomedi famigliaMassimo. E se l'ultimo suo cognome fosse statoEmiliano, le leggi e i fasti lo avrebbono notato con esso, e non già con quello diMassimo. Tre leggi, che hannoAlbino ed Emiliano, non son da contrapporre a tante altre, che portanoAlbino et Maximo. Si potrebbe solamente sospettare che quell'Emilianofosse sustituito aMassimo. Sempre nei decreti del senato si riteneva uno stile, nè si mutava, se non si cambiava console. Continuiamo ora a vedere come si regolasse verso del pubblico il buon imperadore Alessandro. Merita ben più la vita sua che quella del Macedone di esser letta dai principi, per imparar ciò che talvolta non sanno[Lampridius, in Alexandro.]. Procurava egli a tutto suo potere la felicità de' popoli, non solo coll'astenersi dall'imporre nuovi aggravii, ma con istudiarsi di sminuire i già imposti. In fatti ridusse ad un terzo quel che si pagava sotto Elagabalo per le gabelle, di maniera che dieci in vece di trenta si cominciò a pagare. Pensava anche di fare di più, ma non glielo permisero le necessità del pubblico. Non si sa ch'egli istituisse altro dazio che sopra i banchieri, orefici, pellicciai e quei delle altre arti. Questo nondimeno dovea essere leggiera cosa, perchè Lampridio lo chiamavectigal pulcherrimum. E questo non per farlo colar nella sua borsa, ma perchè il ricavato servisse al mantenimento delle terme, cioè dei pubblici bagni, che erano allora in gran credito ed uso; il che vuoi dire che tal dazio tornava in comodo solamente del pubblico stesso. Volle si aggiugnesse olio ad esse terme, acciocchè anche di notte se ne potesse valere il popolo: il che dianzi non si faceva; e fu poi abolito daTacito imperadore, perchè se ne abusava la gente cattiva. Levò anche affatto interamente qualche dazio, solito a pagarsi in Roma. Nè già favoriva egli il fisco in pregiudizio del popolo e della giustizia; anzi odiava tutti i ministri del fisco edelle dogane, e li chiamava unmale necessario. Uso suo fu di cambiarli spesso, sperando forse che i nuovi sulle prime opererebbono con più discretezza e meno ingiustizia. In beneficio de' poveri sminuì le usure; e se i senatori prestavano per cavarne frutto, ne' primi anni del suo governo, voleva che loro non si pagasse usura, ma solamente un regalo, ad arbitrio di chi prendeva in prestanza il danaro. Poscia ridusse al sei per cento le usure di essi senatori, e senza altro regalo; laddove gli altri per lo più esigevano il dodici. Dava egli stesso danari a prestanza a' poveri, e senza volerne frutto; anzi si contentava che coi frutti ch'essi ricavavano degli stabili comperati col di lui danaro, gli fosse restituito il capitale. Teneva egli esatto registro di tutto. E se gli veniva a notizia che talun de' suoi conoscenti in bisogno di pecunia gli avesse o nulla o poco chiesto in prestito, il faceva chiamare per dimandargli conto di sì poca speranza e confidenza in lui.

Del resto non era egli di coloro che non credono l'economia e il risparmio una virtù da principe. Anche in essi è virtù, se ciò non fanno per risparmiare ai suoi popoli gli aggravii, e per impiegare in benefizio e sollievo del pubblico stesso il loro risparmio. Regolavasi appunto così l'Augusto Alessandro, il quale era assai persuaso che il principe dee far da economo del danaro che si cava dai sudori de' sudditi, e non già da padrone per impiegarlo ne' suoi capricci e divertimenti. Perciò egli risecò tutte le spese e i salariati inutili della corte, ritenendo solamente la servitù necessaria con decenti e non isfoggiate paghe. Solea direche la gloria e grandezza di un imperio consiste non già nella magnificenza, ma nelle buone forze, cioè, a mio credere, nell'aver ricchi sudditi e valorose milizie. Quanto ai soldati ne parleremo più a basso. Per conto de' sudditi, favorì Alessandro non poco la mercatura, concedendo esenzioni a tutti i trafficanti.Attese all'accrescimento e all'abbondanza dell'annona, mandata in malora dall'impuro Elagabalo, e la rimise in piedi colla sua borsa. Il donativo dell'olio, che Severo Augusto ogni anno faceva al popolo, e che il suddetto Elagabalo avea molto assottigliato, fu da lui rimesso nel primiero suo essere. Era anche il popolo romano a parte una volta del governo e delle rendite della repubblica. Dappoichè si alzarono gl'imperadori, siccome di sopra accennammo, gran tempo durò il dare alla plebe di tanto in tanto qualche congiario, ed ogni anno tante misure di grano per testa, e vi si aggiunse anche il dono dell'olio e della carne. All'incontro condonò Alessandro alle provincie e ai mercatanti quella contribuzione che aveva a titolo di regalo, ma era forzata, solita a pagarsi all'entrare del nuovo principe, chiamata l'Oro Coronario. Per altro non lasciò Lampridio[Lampridius, in Alexandro.]di osservare che questo principe non ometteva diligenza alcuna per ammassar pecunia, e per custodirla ancora; ma non ne cercò mai egli per le vie illecite, nè con aggravio indebito d'altrui. Mai non diede per danari le giudicature, solendo dire:Chi compera bisogna che venda. Io mai non soffrirò questi mercatanti di cariche, e se li promettessi, non potrei poi ragionevolmente gastigarli. Mi vergognerei di punire un uomo che ha comperato, s'egli poi vende.Ma non donava oro nè argento a commedianti, carrozzieri e ad altri che davano divertimento al pubblico, ancorchè si dilettasse non poco degli spettacoli. Dicevache costoro andavano trattati come i famigli, cioè con paghe tenui. E tuttochè egli avesse un gran rispetto per la sua falsa religione, pure non offeriva ai templi pagani più di quattro o cinque libbre d'argento, e mai nulla d'oro, con ripetere un verso di Persio, indicante,che gli dii non aveano bisogno d'oro, nè servir esso per fare star bene gli dii, ma sì bene i loro ministri. Dissi conLampridio che questo Augusto sapea ben custodire il danaro. Ciò non vuoi dire ch'egli, a guisa degli avari, il covasse. Solamente significa ch'egli non sel lasciava uscir delle mani per ispese di vanità, di gola o di lussuria. Che per altro egli largamente spendeva, e tutto in opere lodevoli, cioè in fabbriche ed altre imprese di utile, o di ornamento alla città di Roma, o per far guadagnare gli operai e il basso popolo.

Istituì scuole di rettorica, grammatica, medicina, aruspicina, matematica, architettura e di macchine, con salarii fissi ai maestri, e vitto ai discepoli figliuoli di poveri, purchè liberi. Stese anche la sua liberalità agli oratori nelle provincia. A molte città deformate dai tremuoti rilasciò parte del danaro delle gabelle, acciocchè rimettessero in piedi gli edifizii pubblici e privati. A chi trovava de' tesori li lasciava godere. Solamente s'erano di molto valore, ne faceva dar qualche parte ai suoi uffiziali. Fece fabbricar dei pubblici granai per cadaun rione di Roma, acciocchè chi n'era senza potesse quivi rinserrare i suoi grani. Diede compimento alle terme magnifiche, cioè ai bagni di Caracalla, e ne fabbricò ancora delle suntuose, che portarono il suo nome. Aggiunse inoltre varii altri bagni a que' rioni di Roma che n'erano privi. Altri edifizii fece in quella città e a Baia, con risarcire i ponti fabbricati da Traiano, e con ristorar anche molte antiche memorie di Roma, e adornar quella città di assaissimi colossi, o sia di statue sopra l'usata misura, specialmente per li più rinomati imperadori, colle loro iscrizioni e con colonne di bronzo, dove erano descritte le loro imprese. Fabbricò eziandio molte case bellissime, e le donò a quegli amici suoi ch'erano in concetto di maggior probità. Non invidiava, non uccellava le ricchezze altrui, come usarono i cattivi principi; all'incontro stendeva la mano in aiuto de' poveri; e massimamente le rugiade della sua beneficenza si spandevano sopra i nobilicaduti in povertà non per loro colpa, e in povertà non finta, con donare ad essi delle terre, de' servi, degli animali e degli utensili contadineschi; diede anche tre congiarii al popolo, e fece tre donativi alle milizie. Il danaro che ricavava dal dazio delle meretrici, dei ruffiani e di altre peggiori pesti, siccome pecunia infame, non volle che passasse nell'erario suo o pure del pubblico, ma che s'impiegasse nel mantenimento del teatro, del circo e dell'anfiteatro. Sua intenzione era parimente di proibire un detestabil vizio, che dalla sporca Gentilità si permetteva al pari di quel delle pubbliche donne; ma vi trovò tali difficoltà, che gli convenne desistere, e Dio riserbava alla santa Religione di Cristo una tal vittoria. Contuttociò fece confiscar i beni alle donne infami[Lampridius, in Alexandro.], delle quali trovò un infinito numero in Roma pagana piena di lordure, e mandò in esilio tutta la gran ciurma de' nefandi garzoni, parte de' quali nel viaggio, naufragando, perì.

Consoli

ModestoeProbo.

Le conghietture del cardinal Noris[Noris, Epist. Consul.], seguitate da' susseguenti scrittori, sono che questi consoli portassero i nomi diTiberio Manlio ModestoeServio(nonSergio)Calpurnio Probo, perchè una iscrizione del Grutero[Gruterus, Thesaur. Inscript., p. 300, n. 1.]rammemora il consolato diMarco Acilio Faustino, eTriario Rufino, spettante all'anno di Cristo 210, poi quello diTiberio Manilio... eServio Calpurnio... poi quello diAlessandro Augusto, appartenente all'anno 229, e poi quello diLucio Virio AgricolaeSesto Catto Clementinonell'anno 230. Ma non resta a tal conghiettura quieta la mente nostra per la tanta distanza de' consolidell'anno 210 all'anno presente 228, potendo nel tempo di mezzo, ed in altro anno che nel corrente, essere stati consoli que' dueTiberio ManilioeServio Calpurnio, per le rivoluzioni succedute allora. Però più sicuro partito ho creduto di mettere solamente i lor cognomi, de' quali niuno può dubitare. Difficil cosa è, per non dire di più, il mettere ai lor siti gli avvenimenti di questi tempi, perciocchè o ci mancano le storie, o son confusi o dubbiosi i lor testi. Sia a me dunque lecito di riferirne qui alcuni di molta importanza, che certamente dovettero accadere prima dell'anno seguente 229, quando sia fuor di dubbio che Dione istorico[Dio, lib. 80.]terminasse la storia sua in esso anno 229. Quantunque regnasse un sì buon imperadore, pure avvenne che per una cagione assai lieve insorse una rissa fra il popolo di Roma e i pretoriani, voglio dire i soldati delle guardie. Crebbe tanto questo fuoco, che prese le armi, per tre dì si combattè aspramente fra loro colla mortalità di assaissime persone dall'un canto e dall'altro. Per la sua gran copia era in istato il popolo di opprimere i soldati; ma avendo costoro cominciato ad attaccar il fuoco alle case, esso popolo, per timore che tutta la città andasse in fiamme, fu forzato di trattar di accordo, e così ebbe fine quella guerra civile. Non si sa se prima o dopo di questo accidente succedesse l'altro della morte diDomizio Ulpiano, insigne giureconsulto di questi tempi e celebre nella storia delle leggi. Egli, siccome il più dotto e saggio dei senatori di allora, era come capo del consiglio cesareo[Lampridius, in Alexandro.], e più di lui che di altri si serviva l'Augusto Alessandro nel governo degli stati, facendo egli la funzione di segretario de' memoriali e delle lettere. Arrivò anche ad essere prefetto del pretorio[Dio, lib. 80.], dopo aver fatto ammazzare (probabilmente con processo e condannagiudiciaria)FlavianoeCresioprefetti, per succedere loro in quella carica. Certamente dagli antichi storici vien molto esaltato il sapere, la prudenza e lo zelo di Ulpiano; e sappiamo che egli corresse non pochi abusi introdotti da Elagabalo; ma forse colla sua gran dottrina egli sapeva accoppiar l'ambizione ed altri vizii, credendosi ancora ch'egli odiasse di molto i Cristiani. O sia dunque che la morte data ai suddetti due prefetti irritasse forse gli animi de' pretoriani, o pure che il loro sdegno provenisse dall'aver egli voluto riformare la scaduta lor disciplina, e trattarli con asprezza: certo è che essi pretoriani si sollevarono un giorno contra di lui, e dimandarono la sua morte ad Alessandro Augusto, che lungi dall'acconsentire alla loro dimanda, colla stessa sua porpora coprì e difese più di una volta Ulpiano. Ma questo nulla giovò. Una notte lo assalirono, ed egli scappò al palazzo, implorando la protezion dell'imperadore e dell'augusta Mammea sua madre: il che non ritenne gl'infuriati soldati dallo scannare sugli occhi dello stesso Augusto il misero Ulpiano. Ci viene bensì dicendo Lampridio che Alessandro si fece rispettar dalle sue milizie; e pure noi non sentiamo ch'egli facesse altro risentimento per così grave insulto fatto alla sua dignità, che di gastigareEpagatostato la principal cagione della morte di Ulpiano[Dio, lib. 80.]. Convenne ancora camminar in ciò con gran riguardo, cioè mandarlo prima per prefetto in Egitto, e poi in Candia, dove fu condannato e spogliato della vita: non essendosi attentata la corte di punirlo in Roma per timore di una nuova sedizione. Non si sa bene il netto e i motivi di quel torbido; e Zosimo[Zosimus, Histor., lib. 1.]scrive che ne parlavano differentemente gli scrittori di questi tempi.

Abbiamo nondimeno da questo medesimo storico, che i pretoriani, per timor della pena, proclamarono imperadore unAntonino, il quale destramente si ritirò, non volendo servir di giuoco alla lor pazza ribellione, nè più si lasciò vedere. Parla lo stesso Zosimo anche di un Urano schiavo, il quale proclamato Augusto, fu ben tosto preso e condotto ad Alessandro colla porpora che gli aveano messa indosso. Di unUranoappunto, che usurpò l'imperio in Edessa nella Osroena, e fu abbattuto da Alessandro, favella Giorgio Sincello[Syncellus, Histor.]; siccome ancora Vittore, di unTaurino(lo stesso forse che Urano) il quale acclamato dai soldati imperadore[Aurelius Victor, in Epitome.], per orrore di ciò si precipitò nell'Eufrate. Oscuri fatti son questi. Tuttavia che varie ribellioni si facessero, tutte nondimeno di poca durata, e tutte verisimilmente per colpa de' soli pretoriani e degli altri soldati che sotto Caracalla ed Elagabalo si erano troppo male avvezzati, e per poco insolentivano, ne siamo assicurati da Dione[Dio, lib. 80.]. Aggiunge egli stesso, ch'essendo insorta la guerra in Mesopotamia, per le conquiste fatte daArtasersere dei Persiani contra de' Parti (del che parlerò andando innanzi), molti dell'armata romana, ch'era in quelle parti, desertando passavano ai Persiani, e più furono gli altri che non voleano combattere, e giunsero ad ammazzareFlavio Eracleonelor generale: tanto grande era divenuta la effeminatezza, sbrigliatezza ed impunità. Trovasi ancora nelle monete di questo anno[Mediobarb., in Numismat. Imper.]fatta menzione di una vittoria, senza che se ne sappia il perchè, e senza che Alessandro prendesse il titolo d'imperadore. Intanto non lasciava esso Augusto le applicazioni al governo de' popoli con prudenza superiore alla sua età[Lampridius, in Alexandro.]. Si ridusse nondimeno a non ammettere alcuno a ragionamenti di familiarità e confidenza, se non v'era presente il prefetto del pretorio ed altride' suoi ministri. E ciò avvenne perchè unVetronio Turino, con cui egli trattava assai alla domestica, parlava di lui, come se fosse suo favorito, vantandosi di ottener tutto quanto voleva da lui. Passò più oltre, perchè cominciò a far bottega di questo suo mentito favore, e per le grazie fatte dall'imperadore esigeva de' buoni regali dai corrivi, facendole credere impetrate da sè, contuttochè nè pure ne avesse detta una parola. Informato di ciò Alessandro, e che costui vendendo il fumo, screditava lo stesso Augusto, quasi che fosse un ragazzo e uno scioccherello che si lasciasse da lui menare pel naso: volle prima chiarirsi della verità del fatto, mandando sotto mano persona a raccomandarsi a Turino, per impetrar una grazia di molta importanza. Promise Turino di assistere; e dopo avergliela fatta saper buona col mostrare la difficoltà, e di aver parlato più volte, finalmente dappoichè fu spedita la grazia, in presenza di testimonii, si spacciò mezzano di essa, e volle un grosso pagamento, ancorchè nè pure una sillaba avesse detto di ciò all'imperadore. Allora Alessandro il fece accusare, e convinto, fu attaccato ad un palo con paglia umida e legne verdi intorno, che il soffocarono col fumo, gridando intanto il banditore:Col fumo è punito chi vendeva il fumo.Ciò avvenne prima che fosse ucciso Ulpiano. Veggonsi molti savii decreti di questo principe nel corpo delle leggi romane. Costituì egli dei corpi di cadauna arte, con dar loro dei difensori. Proibì l'andare gli uomini e le donne al medesimo bagno. Aveva anche formato il disegno che ogni ordine di cittadini avesse l'abito suo particolare, acciocchè si distinguesse dagli altri, e specialmente si riconoscessero gli schiavi. Ulpiano il distornò da questa risoluzione, perchè ne sarebbero insorte molte dispute fra le persone, e gli schiavi si sarebbono avveduti di essere in troppo maggior numero che la gente libera. Lamentandosi il popoloche la carne di bue e porco era troppo cara, in vece di calarne il prezzo, ordinò che non si ammazzassero vitelli, vacche, porchette e troie gravide: e in meno di due anni la carne suddetta venne a costare un solo quarto di quello che si vendeva in addietro.

Consoli

Marco Aurelio Severo Alessandroper la terza volta,Dione Cassioper la seconda.

Lo stessoDione, che terminò in questi tempi la sua storia, confessa cheAlessandro Augustolui volle per collega nel suo consolato, essendo egli stato console sostituito in alcuno degli anni precedenti. Però sembra scorretta una legge riferita dal Relando[Reland., in Fast. Cons.], siccome ancora una iscrizione pubblicata dal Panvinio[Panvin., in Fast. Consular.]e dal Grutero[Gruterus, Thesaurus Inscript., pag. 1079, num. 11.], ed un'altra dal Doni, dove in vece diDionesi leggeDionysio, quando a Dione non fosse stato sostituito un console appellatoDionisio, il che non par da credere. Ne' Fasti ancora del Cuspiniano si leggeDyonisio. Racconta il medesimo Dione[Dio, lib. 80.]d'avere avuto negli anni addietro il governo dell'Africa da Alessandro Augusto, e poi quello della Dalmazia, e successivamente quello dell'Alta Pannonia, dove con vigore cercò di rimettere sul piede dell'antica disciplina quelle milizie. Venuto poscia a Roma nell'anno precedente, gl'insolenti pretoriani, siccome aveano fatto ad Ulpiano, accusarono anche lui, perchè paventavano ch'egli volesse rimettere fra loro stessi la militar disciplina. Alessandro, che ben conosceva il merito di Dione, in vece difargli del male, per dar gusto a quegli scellerati, il disegnò console per l'anno presente in sua compagnia. Ma perciocchè dubitò che i pretoriani, al vederlo in quella dignità, facessero maggior tumulto e lo uccidessero, credette meglio che Dione stesse per qualche tempo fuori di Roma in quelle vicinanze. Portossi poi Alessandro nella Campania, e colà fu a trovarlo Dione, e stette qualche giorno con lui alla vista dei soldati, che non dissero una parola. Ed egli allora ottenne licenza di potersi ritirare a Nicea di Bitinia patria sua, per quivi passare quel che gli restava di vita, trovandosi già vecchio e mal sano, e probabilmente colla paura in corpo di non finir male, come era succeduto ad Ulpiano. Che a lui nel consolato succedesseMarco Antonio Gordianoin questo medesimo anno si ricava da Capitolino[Capitolinus, in Gordian.], colà, dove scrive essere stato il più vecchio de'Gordianiconsole in compagnia diAlessandro Augusto, e ch'egli dipoi fu mandato proconsole al governo dell'Africa, con tal piacere di esso Augusto, che con sua lettera ringraziò molto il senato di sì fatta elezione, stante l'essereGordianouomo nobile, magnanimo, eloquente, giusto, continente e dabbene. Se ne ricordi il lettore, perchè a suo tempo vedremo il medesimo Gordiano portare il titolo di Augusto.

Fu appunto una delle belle doti dell'imperadore Alessandro quella di scegliere, e di volere che si scegliessero per le cariche e pel governo delle provincie coloro, ne' quali concorreva più abilità a governar altri e maggior probità[Lampridius, in Alexandro.]. Nulla si dava al favore, nulla alle raccomandazioni, molto meno al danaro. Gli eunuchi, i quali erano stati in addietro potentissimi in corte, e venivano chiamati da lui unaterza specie del genere umano, tutti furono rimossi dal di lui servigio, ed appena si contentò egli,che di alcuni pochi si servisse la imperadrice, ed in uffizii bassi, e con abito de notante la bassezza del loro stato, togliendo con ciò tanti disordini cagionati per lo passato dalla soverchia autorità che godeano o faceano credere di godere. Alessandro col parer del senato eleggeva i consoli, i prefetti del pretorio ed altri magistrati, lasciando la elezion degli altri al senato medesimo. Diceva egli,meglio essere per lo più il dare gli uffizii a chi non li ricerca, che a chi tante premure usa per ottenerli. Niun senatore nuovo creava egli, se persone di credito prima non rendevano buona testimonianza del merito suo, e non veniva approvato da' senatori suoi consiglieri. E guai se trovava che lo avessero in ciò ingannato: colui era cacciato dal senato, e i suoi fautori gastigati. Una rarissima ed ammirabil maniera ebbe ancora nella elezion de' presidenti delle provincie e di altri magistrati meno importanti. Prima di conferir que' posti, faceva esporre in pubblico i nomi de' proposti per essi, esortando ognuno a scoprire se costoro avessero commesso qualche delitto, purchè ne potessero dar le pruove; poichè nello stesso tempo proibiva sotto pena della vita l'accusare senza poter provare l'accusa. Lampridio[Lampridius, in Alexandro.], storico pagano, attesta aver egli appreso questo rito daiCristianich'esaminavano diligentemente prima chi si avea da ammettere al sacerdozio. E solea dire Alessandro,parergli strano come non si usasse la diligenza medesima, allorchè si voleva eleggere chi dovea avere in mano i beni di fortuna e le vite dei popoli, quando ciò si praticava dai suddetti Cristiani per la elezione de' sacerdoti. Avrebbe egli desiderato che ogni governator delle provincie avesse saputo esercitare il suo uffizio senza bisogno di assessore, tuttavia soffrì sempre l'uso di tali assessori; e diede anche loro buoni salarii. Provvedeva egli in oltre le persone, nel mandarle ai governi, di danaro,servi, mule, cavalli e di altre robe necessarie, dandole poi a' medesimi, se con lode esercitavano i loro impieghi. Se male, voleva che rendessero quattro volte più di quello che avea loro somministrato. In somma, la vita di questo Augusto, tanto più mirabile, quanto ch'egli era assai giovane, sarebbe un bellissimo modello per qualunque principe che amasse la vera gloria, ed imparar volesse il meglio degli esempi altrui, con leggere le vite di que' principi buoni ed uomini illustri, dei quali forse niuna età e nazione è stata priva.


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