Consoli
Lucio Virio AgricolaeSesto Catio Clementino.
Il secondo console in qualche testo è chiamatoClemente[Thesaurus Novus Inscription., pag. 357, num. 2.], e in una iscrizione riferita del Cupero,Clemenziano. Se questa è legittima, può essa prevalere agli antichi codici. Credesi che in questi tempi santoUrbanopapa gloriosamente compiesse i suoi giorni con ricevere la corona del martirio. Ebbe per successorePonziano. Tempo è ora di parlare di una strepitosa rivoluzion di cose accaduta in Oriente. La Persia, conquistata alcuni secoli prima da Alessandro il Grande, durò per qualche tempo sotto il dominio dei re della Siria, ossia della Soria, successori del Macedone.Arsace, famoso re de' Parti, loro la tolse circa ducento cinquant'anni prima dell'era cristiana, e continuò ivi a signoreggiare la schiatta degli Arsacidi sino adArtabanore di quelle contrade, e regnante a' tempi dell'Augusto Alessandro[Dio. Herod. Lamprid. Agathias et alii.]. Contra di Artabano si ribellò un uomo di basso affare, ma di gran coraggio, chiamaloArtaserse, discendente dagliantichi Persiani; il quale messa in armi la nazione sua, e collegato con altri popoli vicini, tre volte diede battaglia ad Artabano, ed altrettante ancora lo sconfisse, ed in fine gli levò la vita. Abbattuto dunque il regno de' Parti, ritornò la corona in capo edArtasersePersiano, e si rinnovò la potenza di quella nazione, la quale troveremo, andando innanzi, terribile ai Romani, poi soggiogata dagli Arabi, e di tal possanza anche oggidì dopo incredibili peripezie che fa paura al potentissimo Sultano de' Turchi, e più che paura ha fatto, pochi anni sono, al Mogol, grande imperadore delle Indie orientali. Mise[Dio, in Excerpt. Valesianis.]il vittoriosoArtasersel'assedio alla fortezza di Atra; ma perdutavi indarno molta gente, passò nella Media, e ne conquistò la maggior parte. Rivolse poi le sue forze contro l'Armenia, dove quel popolo assistito dai Medi e dai figliuoli di Artabano, colà rifugiati, il costrinse con suo poco gusto a battere la ritirata. Pretende il padre Pagi[Pagius, in Crit. Baron.]che nell'anno di Cristo 226, Artaserse sulle rovine del regno de' Parti piantasse il trono de' Persiani, citando in pruova di ciò lo storico Agatia; e che nel seguente anno, o pure nel 228, egli incominciasse la guerra contra dei Romani. Non è Agatia uno scrittore sicuro per tempi sì lontani da lui. Abbiamo di certo da Dione[Dio, in Excerptis Valesianis.]che nell'anno 229 grande apprensione recava Artaserse ai Romani, con minacciare di assalir la Mesopotamia e la stessa Soria, pretendendo di voler ricuperar tutto quanto appartenne una volta ai re di Persia[Herod., lib. 6.], l'imperio de' quali arrivava sino al Mediterraneo e all'Egeo. Vuole il suddetto Pagi che nell'anno precedente l'Augusto Alessandro, per frenare questo minaccioso torrente, si portasse coll'esercito ad Antiochia. Monsignor Bianchini[Blanchinius, ad Anastas. Bibliothecar.]differisce la di lui andata al presenteanno, il Tillemont[Tillemont, Mémoires des Empereurs.]sino all'anno 232. A me sembra più probabile che in quest'anno Alessandro si mettesse in viaggio, giacchè abbiamo una moneta[Mediobarbus, in Numismat. Imperator.], spettante all'anno IX della di lui podestà tribunizia, dove si legge PROFECTIO AVGVSTI.
Scrive Erodiano[Herodianus, lib. 6.], che arrivato Alessandro all'anno tredicesimo del suo imperio (numero senza fallo scorretto), si svegliò la guerra coi Persiani, ed avere esso Augusto sulle prime creduto bene di scrivere lettere adArtaserse, per esortarlo a desistere dalle novità, e a contentarsi del suo, perchè non gli andrebbe così ben fatta, volendo combattere coi Romani, come gli era accaduto con altri popoli, ricordandogli le imprese di Augusto, Lucio Vero e Settimio Severo in quelle parti. Si rise l'orgoglioso Artaserse di queste lettere, e la risposta che diede, fu coll'entrare armato nella Mesopotamia, e dar principio ad assedii e saccheggi nel paese romano. Venute queste nuove a Roma, benchè Alessandro fosse allevato nella pace, pure, per parere ancora de' suoi consiglieri, fu creduta necessaria la di lui presenza alle frontiere della Soria. Gran leva dunque di gente si fece per l'Italia e per tutte le altre provincie; e formato un poderosissimo esercito coll'unione de' pretoriani ed altri soldati di Roma, si congedò Alessandro dal senato, ed imprese il viaggio alla volta di Levante. Attesta il medesimo Erodiano che niuno vi fu dei senatori e de' cittadini romani che potesse ritener le lagrime al vedere allontanarsi da loro un principe sì buono, sì amato ed adorato da tutti. Fece il viaggio per terra coll'armata, e data nell'Illirico la revista a quelle legioni seco le prese. Passato poscia lo stretto della Tracia, continuò il suo viaggio sino ad Antiochia, capitale della Soria, dove attese a far i preparativi necessarii per così pericolosa guerra.Racconta Lampridio[Lampridius, in Alexandro.]la bella maniera tenuta da lui nella marcia dell'esercito suo. Prima di muoversi di Roma, fece attaccare ne' pubblici luoghi in iscritto la disposizione del viaggio, indicando il giorno della partenza, e di mano in mano assegnando i luoghi, dove l'armata dovea far alto nelle notti, o prendere il riposo di un giorno. Mandati innanzi tali avvisi, si trovava dappertutto preparata la tappa, cioè la provvisione de' viveri; nè vi fu verso ch'egli volesse mai mutare alcuna delle posate prescritte, per paura che i suoi uffiziali non facessero traffico delle marcie, per guadagnar danaro. Non altro cibo prendeva egli che l'usato dagli altri soldati, pranzando e cenando colla tenda aperta, affinchè ognuno il potesse vedere. Gran cura si prendeva egli perchè nulla mancasse di vettovaglia, di armi, di abiti, di selle e di altri arnesi alle soldatesche; ed in tutto esigeva la pulizia, di maniera che si concepiva, in mirar quelle truppe sì ben guarnite, un'alta idea del nome romano. Più di ogni altra cosa poi gli stava a cuore la disciplina militare, e che niun danno fosse inferito agli abitanti e alle campagne per dove passava l'armata. Visitava egli in persona le tende, nè permetteva che nella marcia alcuno, anche degli uffiziali non che de' soldati, uscisse di cammino. Se taluno trasgrediva l'ordine, le bastonate o altre convenevoli pene erano in pronto. E ai principali dell'esercito, che avessero mancato in questo, e danneggiato il paese, faceva una severa correzione, con intonar loro la massima imparata da' Cristiani, cioè con dire:Avreste voi caro che gli altri facessero alle terre vostre quel che voi fate alle loro?Perchè un soldato maltrattò una povera vecchia, il cassò e il diede per ischiavo ad essa donna, acciocchè col mestiere di falegname, ch'egli esercitava, la mantenesse. Ed avendo fatta doglianza di ciò gli altri soldati, fece lorconoscere la giustizia di questo gastigo, che servì a tenere gli altri in freno. Per così bei regolamenti, e col tenere sì forte in briglia le milizie, dappertutto dove queste passavano, si dicea,che non già de' soldati, ma dei senatori erano in viaggio; ed ognuno, in vece di fuggirli, gli amava, vedendo tanta modestia e sì bell'ordine in gente non avvezza se non a far del male, con benedire Alessandro, come se fosse stato un dio.
Veramente Zosimo[Zosimus, lib. 1.]scrive che i soldati erano malcontenti di Alessandro per questo rigore di disciplina; e vedremo in fine che fu così. E pure Lampridio, scrittore più antico, e che avea bene studiato le precedenti storie, attesta ch'egli era amato da essi, come lor fratello e lor padre. Aggiugne questo medesimo storico[Lampridius, in Alexandro.], che arrivato il giovine imperadore ad Antiochia, e trovato che alcuni soldati di una legione si perdevano nelle delizie, e andavano ai bagni colle donne, li fece tosto mettere in prigione. Cominciò per questo tutta la legione a far tumulto e doglianze. Allora Alessandro salito sul tribunale, si fece condurre davanti quei prigioni alla presenza di tutti gli altri ch'erano in armi, e parlò con vigore intorno alla necessità di mantener la disciplina, e che il supplicio di coloro dovea insegnare agli altri. Grande schiamazzo allora insorse; ed egli più franco che mai ricordò loro, dover essi alzar le grida contra dei Persiani, e non contra il proprio imperadore, che cava il sangue dai popoli per vestire, nudrire ed arricchir le milizie. Li minacciò ancora, se non dimettevano, di cassarli tutti, e che forse non si contenterebbe di questo, rimproverando loro, che dimenticavano di essere cittadini romani. Più forte cominciarono essi allora a gridare ed a muovere l'armi, come minacciandolo. Ma egli,non istate, soggiunse,a bravare. L'armi vostre han da essere contro i nemici di Roma. Nèvi avvisaste di farmi paura. Quand'anche uccideste un par mio, alla repubblica non mancherà un nuovo Augusto per governar lei e punire voi altri.E perciocchè non si quetavano, con gran voce gridò:Cittadini romani, deponete l'armi e andatevene con Dio.Allora (e par cosa da non credere) tutti, posate l'armi, le casacche militari e le insegne, si ritirarono. Gli altri soldati e il popolo raccolsero quelle armi e bandiere, e portarono tutto al palazzo. Di là poi ad un mese, pregato, rendè loro l'armi, con far nondimeno morire i lor tribuni, per negligenza de' quali erano caduti in tanta effeminatezza quei soldati. Questa legione dipoi si segnalò sopra le altre nella guerra contro i Persiani. Formò Alessandro di sei legioni una falange di trenta mila combattenti: il che ci fa intendere che allora ogni legione era composta di cinque mila armati. Altre guardie ancora avea con gli scudi intarsiati d'oro e d'argento. A tutti dopo la guerra di Persia fu data maggior paga che agli altri soldati.
Consoli
PompeianoePeligniano.
Non mi son io attentato a chiamare il primo di questi consoliCivica Pompeiano, perchè quelCivicaviene da una sola iscrizione del Gudio, le cui merci sono a me sospette. Nell'anno 209 era stato consoleCivica Pompeiano. Un altro ne troveremo all'anno 241. Ma certo non è che ancor questo Pompeiano fosse appellatoCivica. Il secondo console vien chiamato da Cassiodoro, dal Panvinio e da altriFeliciano; ma più è sicuro il cognome diPeligniano. L'Augusto Alessandro, prima di mettersi in campagna, volle tentar di nuovo se colle buone si potea frenar l'alterigia del PersianoArtaserse[Herodianus, lib. 6.], e gli spedì nuovi ambasciatorilusingandosi che la presenza sua, sostenuta da sì poderoso esercito, avesse da inspirare al Barbaro pensieri più ragionevoli. Se ne tornarono essi senza risoluzione alcuna. All'incontro, inviò Artaserse ad Alessandro quattrocento dei suoi, tutti di alta statura, con vesti fregiate d'oro ed archi sfarzosi, credendo con tal comparsa di atterrire i Romani. Consistè la loro ambasciata in comandare orgogliosamente all'imperador dei Romani di uscire quanto prima di tutta la Soria e di ogni altra provincia di là dal mare, perchè tutto quel paese apparteneva ai Persiani, come antica dipendenza della loro corona. Da così insolente comando irritato Alessandro, col parere del suo consiglio, ordinò che tutti quegli ambasciadori, spogliati de' loro arnesi, fossero relegati nella Frigia, con dar loro campagne da coltivare. Nè volle fargli uccidere, perchè una iniquità sarebbe stata il punir colla morte gente non presa in battaglia, e che eseguiva gli ordini del suo re; quasi che non fosse anche una iniquità e un violare il diritto delle genti quel privarli di libertà, e il non lasciarli ritornare al loro signore. Si venne dunque all'armi. Se crediamo ad Erodiano[Herodian., lib. 6.], tre corpi fece Alessandro delle sue genti, come gli fu suggerito da' suoi generali, e da chi meglio sapeva il mestier della guerra, perchè egli nulla mai faceva di sua testa nelle spedizioni militari[Lamprid., in Alexandro.]; ma voleva prima udire il sentimento de' più vecchi e sperimentati nell'arte della milizia. Uno ne spinse nella Media per via dell'Armenia; un altro nel paese de' Parti, e riserbò per sè il terzo, per condurlo egli stesso. Ma o perchè Alessandro fosse di sua natura e per l'educazione alquanto timido, o perchè l'AugustaMammeasua madre nol volesse vedere esposto ai pericoli, o perchè succederono diserzioni e tumulti in Soria, egli non s'inoltrò punto contro i nemici; e cagion fu cheil secondo corpo fu disfatto dai Persiani, con vittoria nondimeno che costò loro ben caro; e che il primo, dopo aver ben resistito alle forze de' Persiani, nel ritornare in Armenia, per gli disagi perisse. Aggiugne lo stesso Erodiano che il corpo di riserva di Alessandro per le malattie calò di molto, e fu a rischio di lasciarvi la vita il suddetto imperadore per una grave infermità che il sorprese. Ma perchè la grande armata de' Persiani notabilmente anch'essa si sminuì, cessò dipoi la guerra; e per tre o quattro anni stettero que' Barbari in pace. Così Erodiano. Non così Lampridio, il quale, più che al racconto di quello storico, prestando fede a ciò che tanti altri aveano scritto de' fatti di questo imperadore, da lui ben esaminati, gli attribuisce una insigne vittoria riportata contra dei Persiani. E maggiormente lo pruova, coll'aver veduto gli atti del senato e la relazione dell'avvenimento glorioso fatta dal medesimo Alessandro al senato, dopo il suo ritorno a Roma nel dì 25 di settembre. Non si può sì facilmente credere che le parole di Alessandro fossero soli vanti e menzogne, sì perchè non fu egli di carattere millantatore, sì perchè poco sarebbe occorso per ismentirle. Disse dunque Alessandro di avere sconfitto i Persiani, nell'armata dei quali bella e terribil mostra faceano settecento elefanti colle lor torri guernite di arcieri. Trecento di questi essere stati presi, ducento morti, e diciotto venivano condotti a Roma. Vi erano mille carri falcati. Cento venti mila cavalli si contavano parimente nell'esercito nemico; dieci mila di essi rimasero sul campo; gli altri si salvarono colla fuga. Molti erano stati i Persiani presi, e poscia venduti per ischiavi. Si erano ricuperate le città perdute della Mesopotamia; Artaserse, colla perdita delle bandiere, avea presa la fuga. I soldati romani se ne ritornavano ben ricchi, nè sentivano più le fatiche della guerra dopo sì felice vittoria. A questa relazione tennerodietro le acclamazioni del senato. Aggiugne Lampridio che in quella calda azione Alessandro correva per le file della sua armata, animando i soldati, lodando chi meglio combatteva, combattendo anch'egli, e trovandosi esposto alle freccie nemiche. Dopo sì segnalata vittoria se ne tornò Alessandro ad Antiochia, per passare, come io vo credendo, il verno colla sua armata. E che in quest'anno esso Augusto fiaccasse le corna al superbo Artaserse, e non già nel precedente, come volle il padre Pagi, e non nel seguente, come pensò il Tillemont, bastantemente si raccoglie dalle monete[Mediobarb., in Numism. Imperat.]rapportate dal Mezzabarba, correndo la di lui tribunizia podestà X, cioè nell'anno presente, perchè ivi si vede menzionata VICTORIA AVGVSTI. Solamente non si sa intendere come Alessandro non prendesse il titolo d'Imperadoreper questa vittoria. Forse lo impedì la sua modestia. Dal senato ancora fu acclamatoPersico Massimo: e pure questo suo titolo non s'incontra nelle medaglie. Ha poi un bel dire Erodiano che i Persiani da sè stessi desisterono dalla guerra; perchè se così felicemente, com'egli vuole, fossero proceduti i loro affari, e le armate romane fossero rimaste disfatte, inverisimil cosa è come i medesimi non avessero proseguita la vittoria, ed occupata ai Romani la Mesopotamia.
Consoli
LupoeMassimo.
Abbiamo anche da Erodiano[Herodianus, lib. 5.]che l'imperadore Alessandro si fermò molto tempo in Antiochia: il che ci serve di fondamento per credere che vi passasse il verno insieme coll'esercito distribuito in quei quartieri. Lungo tempo si esigevaa ricondurre per terra le legioni destinate per l'Europa; però sembra verisimile che succedesse in quest'anno il suo arrivo a Roma nel tempo assegnato da Lampridio[Lampridius, in Alexandro.], cioè nel dì 25 di settembre, in cui egli comparve in senato a rendere conto della sua spedizione. Fece la sua entrata da trionfante, corteggiato da tutto il senato e dall'ordine equestre, fra i plausi e l'indicibil allegrezza di tutto il popolo. Non entrò sul cocchio, come si costumava ne' trionfi, ma bensì a piedi, venendogli dietro il carro trionfale tirato da quattro elefanti. A piedi ancora andò al palazzo, e tanta era la folla, che appena in quattr'ore potè compiere il viaggio, tutti gridando intanto:Se salvo è Alessandro, salva è Roma.Nel dì seguente si fecero le corse dei cavalli e i giuochi scenici, dopo de' quali toccò un congiario al popolo. Allora fu che si cominciarono a vedere presso i Romani degli schiavi persiani; ma, non sofferendo allora la superbia dei re di Persia che alcuno de' suoi sudditi restasse in ischiavitù, fu pregato Alessandro di rimetterli in libertà col pagamento del riscatto, ed egli non mancò di far loro questa grazia con rendere ai padroni il danaro pagato in comperarli, o pure col metterlo nell'erario, se non erano venduti. Questi servi adunque e gli elefanti condotti sempre più ci vengono ad assicurare che l'Augusto Alessandro non vinto, ma vincitore, ritornò dalla guerra di Persia. Seguita a dire Lampridio che anche nella Mauritana Tingitana felicemente procederono gli affari della guerra per la buona condotta diFurio Celso. Similmente nell'IlliricoVario Macrino, parente d'esso Alessandro, riportò de' vantaggi contro i nemici del popolo romano; e nell'ArmeniaGiunio Palmatodiede anch'egli qualche buona lezione ai Persiani. Da tutti quei luoghi probabilmente in questi tempi giunsero a Roma le laureate lettere di avviso di que' prosperosi avvenimenti, le quali,lette in senato e al popolo, rallegrarono ognuno, ed esaltarono sempre più il nome e la gloria dell'Augusto Alessandro.
Consoli
MassimoePaterno.
Un'iscrizione, che si legge nella mia Raccolta[Thesaurus Novus Inscription., pag. 358, num. 3.], in vece diPaterno, haPaterio. Così ancora egli è chiamato in alcune leggi raccolte dal Relando[Reland., in Fast. Cons.]. Però, quantunque io abbia ritenutoPaterno, gran dubbio mi resta che il suo vero cognome fossePaterio. In quattro leggi ancoraMassimovien detto consoleper la seconda volta; ma ciò meglio starà nell'anno seguente. Instituì[Lampridius, in Alexandro.]in questi tempi l'Augusto Alessandro in onore diMammeaimperatrice sua madre un collegio di fanciulli e un altro di fanciulle, con chiamarli Mammeani e Mammeane, siccome Antonino Pio avea dato il nome di Faustiniane alle fanciulle instituite in onore di Faustina sua moglie. Parimente attese a premiare chiunque s'era segnalato nel governo civile e militare della repubblica. Ai senatori più meritevoli accordò gli ornamenti consolari, con aggiugnere dei sacerdozii e dei poderi a quei ch'erano poveri o vecchi. Agli amici donò i prigionieri di varie nazioni, ritenendo solamente i nobili fra essi, che furono arrolati nella milizia. Le terre prese ai nemici donò egli ai capitani e soldati posti alla guardia de' confini, con permettere che passassero ancora in dominio de' loro eredi, purchè anch'essi facessero il mestier dei soldati; non volendo che quei beni restassero in proprietà di persona alcuna privata, con direche quei tali con più attenzione militerebbono, ove si trattasse di difendere lecose concedute loro con questo patto. Ed ecco, se non il principio, almeno un segno assai chiaro di quei che poscia furono chiamati benefizii, cioè stabili dati a godere ai soldati con obbligo di militare in favor del donante, con riservarsene i principi il diretto dominio. Passò, dico, questo nome anche nella Chiesa, dispensatrice di sì fatti beni a chi si consacra alla milizia ecclesiastica. Oltre alle terre, donò ai medesimi soldati degli animali e dei servi, acciocchè potessero coltivarle, e non le lasciassero abbandonate all'invasion de' nemici; il che riputava egli gran vergogna della repubblica. Mentre si godeva tanta felicità in Roma, ecco nuove spiacevoli dalle contrade germaniche[Lamprid., in Alexandro. Zosim., Hist., l. 1.], cioè avere i Germani passato il Reno, mettere in conquasso la Gallia in quelle parti con potenti armate, saccheggiar borghi e campagne, e far paura alle stesse città. Se crediamo ad Erodiano[Herodianus, lib. 6.], fin quando Alessandro dimorava in Antiochia, cominciò questa brutta danza, e portatine colà gli avvisi, colla giunta di aver essi Germani passato non solo il Reno, ma anche il Danubio, ed essere in grave rischio le confinanti provincie dell'Illirico e l'Italia stessa. Per questo si affrettò egli di lasciar la Soria, e di volgere i passi e l'armi colà dove il chiamava il bisogno. Se vero fosse il racconto di Erodiano, converrebbe dire che Alessandro si fermasse un anno di più in Antiochia; o pure ch'egli, un anno dopo quel che abbiam supposto, imprendesse la guerra coi Persiani. Ma non è sì facilmente da acquetarsi in ciò a quello storico greco, da che gli viene a fronte Lampridio, certo inferiore a lui di tempo, ma più di lui informato degli affari di Roma. Secondo Erodiano, l'Augusto Alessandro marciò a dirittura dalla Soria in Germania, nè più ritornò a Roma; laddove Lampridio, citando gli atti del senato, ci assicura esser egli dall'Oriente rivenutoa Roma, ed aver ottenuto il trionfo, e che quivi si godeva una mirabil quiete, quando sopraggiunse la novità dei Germani. Se questa giugnesse nell'anno presente, o pure nel susseguente, non so dirlo. Caso che nel presente, attese Alessandro a far dei preparamenti per andar in persona a dimandar conto ai Germani dei danni inferiti alle contrade romane.
Consoli
Massimoper la seconda volta eCaio Celio Urbano.
Già ardeva la guerra tanto ai confini della Gallia quanto a quei della Pannonia, con terrore non lieve dell'Italia stessa. Però in quest'anno l'Augusto Alessandro, messo insieme un potente esercito, s'inviò alla volta della Gallia, dove maggiore era il pericolo[Herodianus, lib. 6.]. Conduceva egli seco un gran corpo di Mori e di arcieri presi dalla provincia della Osroena, o pure disertori parti, guadagnati con buono stipendio. Di costoro pensava egli di valersi con vantaggio in questa nuova guerra, perchè tal sorta di gente saettava più lontano che i Germani, e coglieva più facilmente nel bersaglio de' loro corpi. Si partì Alessandro da Roma, quantunque il senato e i migliori, mal volentieri vedendolo disposto alla partenza, si studiassero di ritenerlo[Lampridius, in Alexandro.]: tanto era l'amore che gli portavano, tanta la premura che non si esponesse a pericolo alcuno e ai dubbiosi successi della guerra. Ma egli avea fisso il chiodo di andare, perchè non potea sofferire che, dopo aver vinto i Persiani, venissero ad insultare l'imperio romano i Germani, gente che altri imperadori da meno di sè aveano saputo mettere in dovere. Seco andòMammeasua madre;e, se crediamo a Lampridio, tutti i senatori l'accompagnarono per centocinquanta miglia. Nel fare a gran giornate il suo viaggio, incontratosi con una donna della razza de' Druidi sacerdoti della Gallia, questa gli disse:Va pure, ma non isperar vittoria; e fidati poco de' tuoi soldati. Egli non l'ascoltò, o pure non se ne mise pensiero, perchè sprezzava la morte. E Lampridio aggiugne, che avendogli predetto un celebre astrologo ch'egli dovea morire per mano d'un Barbaro, se ne rallegrò, credendo di aver da morire in qualche battaglia, e di far quel fine glorioso ch'era toccato ad altri generali famosi. Arrivato alle rive del Reno[Herodianus, lib. 6.], quivi si fermò a disporre tutto l'occorrente per portare la guerra addosso a' Germani; ed intanto fece fabbricar un ponte su quel fiume, acciocchè vi potesse transitar tutta la armata. Vuole Erodiano, scrittore che solamente ci descrive Alessandro per un imperador timoroso e privo di coraggio, ch'egli tentasse prima, se potea, colle buone intavolar pace coi Germani; e loro a questo fine inviò suoi ambasciatori, con esibire gran copia di danaro, assai consapevole della forza che ha l'oro fra quei popoli. Forse che se avesse tenuta questa via non gli sarebbe mancata la pace. Ma Lampridio nulla parla di ciò, e nè meno di varii combattimenti accennati dal suddetto Erodiano, nei quali scrive che bene spesso i Germani comparvero non men forti dei Romani. Certo è che non abbiam vestigio di alcuna bella militare impresa da lui fatta in essa guerra, ancorchè il numeroso e prode esercito suo promettesse di molto in sì fatta spedizione.
Consoli
SeveroeQuinziano.
Altro non abbiam di certo di questi consoli che il loro cognome, e il secondo vien anche chiamatoQuintiliano. Ho io prodotta un'iscrizione[Thesaur. Novus Inscript., pag. 358, n. 2.], dove ci comparisceGneo Pinario Severo console, ma senza poter dire se appartenga all'anno presente. Il Panvinio[Panvin., in Fast. Consul.]avea citata un'iscrizione posta per la salute diLucio Ragonio Urinazio Larcio Quinziano console, credendo che ivi si parlasse del secondo console. Un'altra[Thesaur. Novus Inscript., pag. 359, n. 1.], a lui pure spettante, ho dato io, ma con farmi a credere che questoQuinzianomolto prima dell'anno presente fosse sostituito nel consolato. In un altro marmo[Idem, ibid., p. 358, n. 4.], rapportato anche nella mia Raccolta, s'incontraTito Cesernio Macedone Quinziano console; ma senza che resti alcun lume se appartenga all'anno presente. Una grande scossa ebbe in quest'anno il romano imperio per la morte del buonimperadore Alessandro, tolto di vita dagli empii ed iniqui suoi soldati. Non se ne sa bene il luogo e la maniera. Lampridio[Lampridius, in Alexandro.]ne fu anch'egli allo scuro, mentre scrive che l'Augusto giovane, trovandosi nella gran Bretagna, da noi chiamata Inghilterra, fu ucciso, e che altri scrissero essere ciò avvenuto nella Gallia in un villaggio appellato Sicila, nel distretto di Magonza, come vuole Eusebio[Eusebius, in Chron.], oppure in quel di Treveri. Espone bensì Erodiano[Herodianus, lib. 6.]con varie particolarità questo avvenimento, ma le circostanze da lui narrate non hanno assai del verisimile. Secondo lui,Massimino, uffiziale, che avea la cura di insegnar l'arte militare ai soldati di nuova leva, per la maggior parte presi dalla Pannonia, era amato non poco da esse milizie. Sparlavano costoro di Alessandro, come di un principe troppo timoroso, che non lasciava fare alcuna bella impresa contra dei nemici, e stava tuttavia sotto l'ali della madre, donna, secondo essi, intenta solamente ad ammassar danaro, e che colla sua parsimonia rendeva odioso a tutti il figliuolo; essere perciò da eleggersi per imperadore un uomo forte e pratico della guerra, e che meglio premiasse i soldati. Lamentavansi eglino in fatti anche di Alessandro, perchè non profondeva sopra di loro i tesori, siccome aveano praticato Caracalla ed Elagabalo, scialacquatori delle pubbliche sostanze, per guadagnarsi l'affetto delle milizie; e per questo sclamavano contro di Mammea, attribuendo ad avarizia di lei ciò che si negava alla loro insaziabile avidità. Posti dunque gli occhi sopraMassimino, all'improvviso il vestirono di porpora, e l'acclamaronoImperadore. Fosse egli o non fosse consapevole del loro disegno, almen finse di resistere; ma, minacciato colle spade, accettò come forzato l'augustal dignità. Promesso dipoi un grosso donativo, e di raddoppiar loro la provianda, concertò subito la maniera di opprimere Alessandro. Avvisato questi di sì pericolosa novità, tremando, piangendo, e simile ad un furioso, uscì dalla tenda, e raccomandossi a' suoi soldati, con promettere quanto volessero, purchè il difendessero. Con grandi acclamazioni promisero essi di farlo. Passata la notte, eccoti l'avviso che vengono i soldati di Massimino; e di nuovo Alessandro, uscito in pubblico, implorò l'aiuto de' suoi, i quali replicarono le promesse; ma, all'arrivo delle truppe di Massimino, lasciatisi sovvertire da lui, il riconobbero anch'essi per Imperadore. Ciò fatto, diede Massimino ordine ai tribuni e centurioni di levar la vita ad Alessandro, a Mammeasua madre e a chiunque si volesse opporre. Fu il barbaro comandamento immediatamente eseguito, e, a riserva di chi era fuggito, tutti rimasero vittima delle loro spade. Così Erodiano.
Ma non è probabile cheMassiminofosse proclamato Imperadore, perchè si sa ch'egli studiò in tutte le forme di comparir innocente della morte di Alessandro; nè che Alessandro sapesse l'esaltazion di Massimino, nè che dopo tal notizia passasse anche una notte, prima di essere ucciso, perchè o egli sarebbe fuggito, o, avendo tante persone che l'amavano, non è da credere che tutti lo avessero abbandonato. Ha ben più apparenza di verità ciò che scrivono Lampridio[Lampridius, in Alexandro.]e Capitolino[Capitolin., in Maximino.]: cioè che molti de' soldati, massimamente della Gallia, erano disgustati di Alessandro, perchè egli, avendoli trovati male avvezzati sotto Elagabalo, voleva rimetterli con vigore nell'antica disciplina. E che, segretamente intesisi con Massimino, molti di essi, inviati alla tenda di Alessandro nel dopo pranzo allorchè vi era poca gente ed egli dormiva, il trucidassero colla madre. Comunque ciò accadesse, fuor di dubbio è che il buono, ma infelice imperadore, per mano di que' sicarii, e con intelligenza e per comando di Massimino, uomo ingratissimo ai tanti benefizii che avea da lui ricevuto, terminò i suoi giorni. Si è disputato da varii letterati, cioè dal padre Pagi, dal Tillemont, dall'abbate Vignoli, da monsignor della Torre e dal padre Valsecchi abbate benedettino, intorno alla di lui età, intorno alla durazion del suo imperio e al giorno della sua morte. Credesi con più probabilità ch'egli fosse ucciso non nel marzo, ma nella state dell'anno presente, in età di ventisei anni e di alquanti mesi, e non già di 29 anni, mesi 3 e giorni 7, come ha il testo, che si tiene per iscorretto, di Lampridio; e dopotredici anni ed alquanti giorni o pur mesi d'imperio. A me non convien di entrare in sì fatte dispute, bastando al lettore d'intendere ciò che più importa al filo della storia. Intanto le ammirabili cose da noi udite di questo novello Alessandro, tanto più degne di stupore e di lode, quanto che operate da un sì giovinetto Augusto, in cui lo stesso Erodiano, che pur gli è poco favorevole, altro non seppe trovar di difetto, se non la troppa dipendenza da sua madre, ci han già fatto detestare l'esecrabil azione di Massimino, o pure di que' barbari soldati che gli tolsero la vita contra tutte le leggi umane e divine, e ci danno a conoscere qual grave perdita fecero in lui il senato e popolo romano, e tutte le provincie del romano imperio. Un fulmine, che scoppiasse contra di ognuno, parve l'avviso della sua morte. Se ne mostrò dolente, in apparenza, fin lo stesso Massimino, e volle che nella Gallia gli fosse alzato un magnifico monumento[Lampridius, in Alexandro.]. Più riguardevole fu l'altro che il senato gli fece fabbricare in Roma, dove furono portate le sue ceneri, e dove non mancarono nè a lui nè a Mammea sua madre gli onori divini, coll'assegno di alcuni sacerdoti: e gran tempo durò in Roma la festa nel dì natalizio di lui e di sua madre. Gli stessi soldati, e fin quelli ch'egli avea cassati in Soria, tagliarono poscia a pezzi quegli assassini che si erano bagnate le mani nel di lui sangue: segno che non lo aveano abbandonato, come vuole Erodiano, ma che improvvisa dovette essere l'uccisione di lui. Fu da molti scritta la vita di questo insigne Augusto; e Lampridio cita quella diSettimio,AcolioedEncolpo, che oggidì perdute, servirono a lui da scorta per tramandarci le notizie che abbiamo di esso imperadore. Verisimilmente,se non si fossero perduti tanti libri della storia nobilissima diDione Cassio, sebben presso Sifilino egli poco parla delle azioni di Alessandro, noi avremmo qualche altro lume del suo governo: governo incomparabile, perchè, oltre all'esser egli stato di gran mente e di ottima intenzione, volle sempre nel suo consiglio i più saggi, i più giusti e disinteressati senatori e giureconsulti che allora si trovassero. Ma a questo adorabil regnante, degno di lunghissima vita, succedetteMassiminodi carattere tutto contrario, dedito solamente alla crudeltà, e, fuorchè dai soldati, universalmente odiato ed abborrito qual manigoldo del migliore di tutti i principi. Da che costui, tolto di mezzo il buon Alessandro, fu proclamatoImperadore, partecipò al senato l'elezione sua. Bisognò approvarla, perchè non si potea di meno, avendo egli dalla sua le forze maggiori del romano imperio. Non sappiamo se da sè o pure se per decreto del senato egli prendesse lapodestà tribuniziae il titolo dipadre della patria, che non fu mai sì indegnamente impiegato che questa fiata. E se immenso fu il dolore de' Romani e degli altri popoli, perchè privati di un ottimo Augusto, questo molto più crebbe, perchè un uomo pessimo a lui succedeva, il quale dal secolo d'oro fece in breve passare ad un secolo di ferro l'imperio romano. Ma l'ambizione, che cotanto lo acciecò, siccome vedremo, ebbe dopo tre anni il meritato supplizio. Chi fosseMassimino, e quale nella privata fortuna, mi riserbo io di esporlo all'anno seguente. Nel presente trovandosi sanPonzianopapa in esilio[Blanchinius, ad Anastas. Bibliothec.]per la fede di Gesù Cristo, gloriosamente compiè il suo pontificato, ed in vece sua fu elettoAntero, e posto nella sedia di san Pietro.
Consoli
Caio Giulio Massimino AugustoedAfricano.
Il nome diGiulio, dato dai compilatori de' Fasti adAfricano, dipende da una conghiettura del Panvinio[Panvin., in Fast. Consul.], senza che se ne vegga pruova alcuna; e però non mi son io attentato e darglielo, siccome cosa dubbiosa. In vece diMassimino, noi troviamoMassimo[Reland., Fast. Consul.]in varii Fasti: il che potrebbe far dubitare seMassiminoprendesse il consolato. Ma essendo stati soliti i novelli Augusti nel primo nuovo anno a prenderlo, ed essendovi altri lumi, ragionevolmente possiam credere cheMassiminoprocedesse console nell'anno presente. Poco più di un mese tenne santoAnteropapa il pontificato romano, e diede fine alla sua vita col martirio[Blanchinius, ad Anastas.]. Succedette a lui nell'apostolica sedeFabiano. Andiamo ora a vedere chi fosse colui che nell'enorme delitto della morte data al buon Alessandro Augusto, si aprì la strada al trono cesareo.Caio Giulio Vero Massimino(che così egli si fece chiamare) era di nazione barbara[Capitolin., in Maximino seniore.], perchè figlio di Micea o Micca, uomo goto, e di Ababa o Abala, donna alana. Nacque in un villaggio ai confini della Tracia, e però veniva considerato come Trace d'origine. Dicono che fosse terribile d'aspetto; che la sua statura eccedesse otto piedi; che la sua forza fosse prodigiosa; che in un sol pasto mangiasse quaranta ed anche sessanta libbre di carne: il che se sia da credere, lascerò giudicare agli altri. Essendo egli in sua gioventù pastore di professione, lo sceglievano gli altri per loro capo a fine d'opporsi ai ladri. Conosciutocostui da Severo Augusto, allorchè era nella Tracia, per uomo di straordinaria robustezza, fu arrolato nella cavalleria, poscia nelle guardie del corpo, e promosso dipoi a varie cariche militari, spezialmente sotto Caracalla, nelle quali si acquistò molto credito, perchè infaticabile, perchè non mangiava addosso ai soldati; anzi, ricompensandoli, e gran cura prendendo di loro, si facea amare da tutti. Per odio che portava a Macrino, siccome distruttore della casa di Severo, si ritirò al suo paese, e con difficoltà tornò alla milizia sotto l'impuro Elagabalo, creato tribuno, ma senza comparire per tre anni a salutarlo, nè a baciargli la mano. Morto Elagabalo, venne a Roma, accolto con grande allegrezza da Alessandro Augusto, da lui lodato al senato, e creato tribuno della legione quarta, composta di giovani di nuova leva, acciocchè loro insegnasse la milizia. Chi per la sua forza il chiamava Ercole, chi Milone Crotoniate, Achille, ec. In questo concetto era Massimino, quando, senza nè pur essere senatore, usurpò il trono de' Cesari, in età d'anni settantadue, se si ha da credere alla Cronica Alessandrina[Chronicon Alexandrinum.]e a Zonara[Zonaras, in Annalibus.]. Aveva egli un figliuolo giovinetto, per nomeCaio Giulio Vero Massimino, come s'ha dalle medaglie[Mediob., in Numism. Imperator.].Massimino, ancor egli è chiamato da alcuni storici, giovane di rara bellezza, di alta statura, e più pulito del padre rozzo e barbaro, ma creduto più superbo di lui stesso benchè Capitolino[Capitolinus, in Maxim. juniore.], che ciò scrive, dica altrove ch'egli era di un natural buono, e che Alessandro Augusto gli avrebbe data in moglieTeocliasua sorella, se non fosse stato ritenuto dai barbari costumi del di lui padre Massimino. Scrive il suddetto Capitolino che gli fu da esso suo padre conferito il titolo d'Imperadore. Nelle iscrizioni e medaglie che restano di lui,il troviamo ornato solamente del titolo diCesare e di principe della gioventù. Però è da dire che quello storico s'inganna, o pur, come vuole il Pagi[Pagius, in Crit. Baron.], imperadori erano anche chiamati allora i Cesari.
Creato imperadore Massimino, siccome non gli era ignoto d'essere mirato di mal occhio da chi considerava nella viltà dei di lui natali troppo avvilita l'imperial dignità, e teneva per vittima delle di lui ambiziose voglie l'ucciso Augusto, si rivolse ad assodar, se potea, col terrore il suo trono, giacchè coll'amore non sapea sperarlo[Capitolin., in Maxim. seniore. Herodianus, lib. 7.]. Tosto dunque sotto varii pretesti congedò gli amici e consiglieri d'Alessandro, eletti già dal senato, col rimandar parte d'essi a Roma, e con privare gli altri delle loro cariche. Era la sua mira di far alto e basso senza dipendere da alcuno, per poter più liberamente esercitare la sua tirannia. Tutta la servitù e i cortigiani del passato governo mandò con Dio; moltissimi ancora ne fece uccidere, non d'altro colpevoli che di mostrarsi afflitti per la morte del buon padrone. Tiene Eusebio[Euseb., Histor. Eccles., lib. 6, cap. 28.]che, in odio appunto di Alessandro, nella cui corte si trovavano assaissimi Cristiani, egli movesse una fiera persecuzione contro la Chiesa, per cui crebbe in terra e in cielo il numero de' santi martiri. Tremavano già i Romani per le frequenti nuove[Capitol., in Maximino seniore.]che andavano arrivando della di lui crudeltà, mentre chi faceva crocifiggere, chi dar in preda alle fiere, chi chiuder vivo nelle bestie uccise, chi lasciar la vita sotto le bastonate. Altro nome già non gli si dava, che di Ciclope, di Busiride, di Falari, ec. Cacciossi perciò, coll'andar innanzi tal timore nel senato e popolo romano, che o pubblicamente o privatamente ognun facea dei voti affinchè Massimino mai non vedesse Roma. Fossela verità, o pure una finzione[Herodianus, lib. 6.], si scoprì una trama ordita contro di lui daMagno, uomo consolare e di gran nobiltà. Dicono ch'egli, avendo prima guadagnati molti uffiziali e le guardie del ponte di barche fatte sul Reno, allorchè Massimino era passato di là, avesse disegnato di far rompere lo stesso ponte, acciocchè Massimino restasse fra le branche de' Germani, e nello stesso tempo pensasse di far proclamare sè stesso Imperadore. Tutti coloro che furono sospetti di tal cospirazione perderono la vita senz'altro esame o processo, di modo che non si potè mai venire in chiaro se fosse vera o falsa, e molti la crederono un'invenzione di Massimino per liberarsi da chi non gli era in grazia. Si fa conto che quattro mila persone rimasero per tal cagione private di vita. Dopo questa tragedia, il corpo dei soldati osroeni ch'era all'armata, siccome gente persuasa che il tanto amato da loro Alessandro Augusto fosse perito per ordine del crudel Massimino, si rivoltarono contra di lui; e trovato per accidenteTito Quartino[Capitolin., in Maximin. seniore. Herod., lib. 6.], già stato console ed amico di Alessandro, ma congedato dal campo, con tutto il suo gridare e resistere, chiamatoloImperadore, il vestirono di porpora. Ma da lì a poco questi fu assassinato daMacedoniosuo amico, che era stato promotor della sedizione, o per rabbia d'essere stato posposto a lui, o per isperanza di qualche gran ricompensa da Massimino, a chi ne portò il capo. La ricompensa fu che Massimino allora il ringraziò, ma poco dipoi il fece ammazzare, come autor della ribellione e traditor dell'amico. Non s'accorda con questi scrittori Trebellio Pollione[Trebellius Pollio, in Tito.], mentre scrive che questoTitoera tribuno de' Mori, e che imperò sei mesi, contraddicendo a sè stesso per aver detto prima ch'egli fra pochi giorni fu ucciso.Secondo questo autore, era sua moglieCalpurniadella nobil famiglia de'Gensorini, cioè de'Pisoni, sacerdotessa, che per l'insigne sua castità fu adorata dai Romani. Gran tempo stette la di lei statua in luogo ben improprio, perchè nel tempio di Venere.
All'anno presente mi sia permesso di riferire la guerra fatta da Massimino ai Germani, quantunque si possa dubitare che appartenga al precedente. Un poderosissimo esercito avea condotto seco Alessandro Augusto in quella spedizione, perchè, oltre a molte legioni di soldati occidentali, s'era studiato, siccome ho detto, di avere gran copia di Osroeni, Armeni, Parti e Mori; e credevasi che il maggior nerbo dell'armata consistesse in costoro, per far quella guerra, perchè erano tutti gente sperta nel saettare: mestier poco praticato dai Germani. Massimino a tanti combattenti ne aggiunse degli altri, e in persona attese ad esercitarli tutti e disciplinarli. Ardeva egli di voglia di far delle grandi prodezze, acciocchè venisse ad intendere il mondo l'importante vantaggio di avere un imperador bellicoso, e dimenticasse, s'era possibile, il suo timido predecessore. Quindi, passato il Reno, diede addosso ai Barbari. Niun d'essi sulle prime osò di venirgli a fronte; tutti si ritirarono nei boschi e nelle paludi, con fare dipoi, il meglio che poteano, la guerra con insidie. Diversi combattimenti seguirono in quelle selve e paludi. Tanta era la temerità di Massimino, che, al pari d'ogni soldato, entrava anch'egli nelle mischie, e menava le mani. Ma corse una volta pericolo della vita; perchè, inviluppato col cavallo nel fango di una palude, fu attorniato da' nemici; e se non erano i suoi, che accorsero in aiuto, si vedeva il fine della sua tirannia. Scrisse egli poscia al senato[Capitolinus, in Maxim. seniore.]d'essere entrato nel paese germanico, d'averne corso ben quattrocento miglia, con uccidere molti de' nemici, farne assai piùprigioni, con incendiare i loro villaggi, tutti fabbricati di legno, e col condur via un immenso bottino di bestiami e d'altre robe, che tutte lasciò ai soldati. Erodiano[Herodianus, lib. 7.]aggiugne aver egli dato il guasto ai raccolti di quelle contrade: il che fa intendere aver egli guerreggiato nel giugno e luglio. Mandò anche Massimino a Roma dipinte in alcune tavole le battaglie dai lui fatte in quelle parti, acciocchè anche gl'ignoranti leggessero quivi i trofei del suo valore. Par tali vittorie fu non meno a lui che al figlio Cesare dato il titolo diGermanico; e questo si legge nelle monete battute[Mediobarb., in Numismat. Imperat.]correndo la tribunizia podestà seconda di lui, cioè nell'anno presente, col motto di VICTORIA GERMANICA. Giacchè non si trovavano più nemici da combattere, e si accostava il verno[Herodianus, lib. 7.], coll'armata passò nella Pannonia, e prese il suo alloggio nella città di Sirmio, capitale di quelle contrade, meditando maggiori imprese nell'anno vegnente contra dei Sarmati. Minacciava egli di voler sottomettere al romano imperio tutte le nazioni germaniche; e fatto verisimilmente l'avrebbe: tanta era la sua bravura e l'indefesso operare nel mestier dell'armi, s'egli nello stesso tempo non avesse fatta ai sudditi suoi una guerra anche più cruda che ai Barbari stessi: del che parleremo all'anno seguente.
Consoli
PerpetuoeCorneliano.
In due iscrizioni riferite dal Panvinio[Panvin., in Fast. Consular.]si truova unLucio Ovinio Rustico Corneliano console disegnato, e unPublio Tizio perpetuo consolare della Toscana e dell'Umbria. Perciò i più hancreduto che tali fossero i prenomi e nomi di questi consoli. Perchè non è esente da dubbii sì fatta partita, ho creduto meglio di star col Relando[Reland., in Fast. Cons.], che solamente accenna i loro cognomi. Quali imprese in quest'anno facesse Massimino, dopo avere svernato nella Pannonia, resta a noi molto scuro. Truovansi nondimeno iscrizioni[Gruterus, Inscript., pag. 151 et 158. Sponius, pag. 186. Thes. Novus Inscript., p. 250, n. 5.]a lui poste nel susseguente anno dalle provincie che continuarono ad ubbidirlo, nelle quali è chiamatoDacico Massimo,Sarmatico MassimoedImperadorefinsette volte: tutti indizii di battaglie date e di vittorie riportate contra de' Sarmati e Daci. Capitolino[Capitolin., in Maxim. seniore.]attesta anch'egli che Massimino ebbe moltissime guerre, dalle quali ritornò sempre vincitore e con gran copia di prigionieri e di bottino. Nulladimeno ha ciera di una rodomontata l'aver egli scritto al senato.Tante essere state le guerre da lui fatte in poco tempo, quante mai altri ne facesse in vita sua: tanta la preda, che avea superata la speranza di ognuno; tanti i prigionieri, che non bastava il paese romano a contenerli tutti. Dissi che intanto egli peggio trattava i sudditi suoi. Abbisognava di danaro per sostenere quel diluvio di armati; e per cavarne da tutti i lati, si concedeva ad ognuno licenza d'accusare[Herod., lib. 7.]. Stavano sempre aperti gli orecchi di Massimino alle spie e a qualunque giusta o calunniosa relazione, bastando che comparisse l'accusa, perchè ne succedesse tosto la carcerazion delle persone, senza distinzione alcuna di grado o di età. Laonde notte e dì si vedevano da ogni parte anche più lontana del romano imperio condotti sopra carrette in Pannonia uomini incatenati di qualsivoglia dignità civile o militare, cominciando da coloro che erano stati consoli[Capitol., in Maxim. seniore.]; e tutti poi o innocenti orei venivano condannati alla morte o all'esilio, col confisco de' loro beni e colla rovina delle lor famiglie. Gran disavventura, o almen gran pericolo e batticuore era allora l'essere ricco, coll'esempio di tanti e tanti, i quali, di ricchissimi ch'erano, erano ridotti a limosinar il pane. Nè qui terminò l'insaziabil crudeltà e avidità del tiranno. Mise anche le mani sopra tutte le rendite proprie della città, destinate per mantenimento della pubblica annona, per aiuto della povera plebe, per le feste e per li giuochi allora usati. Passò inoltre a spogliare i templi di tutte le statue, e d'ogni altro ornamento d'oro, d'argento o di rame: che tutto, portato alle zecche, si convertiva in moneta. Per tanti spogli e violenze veggendosi i popoli sì conculcati e tanagliati dal proprio principe, non si può dire come fossero malcontenti ed amareggiati; ma le lor doglianze consistevano in sole parole, in maledizioni, in implorar l'aiuto de' sordi numi offesi, a riserva d'alcuni, che, non potendo soffrire gl'insulti fatti ai lor templi, nel difenderli, si lasciarono piuttosto scannar presso gli altari. Ne mormoravano forte fin gli stessi soldati, perchè tutto dì veniva rimproverato loro dai parenti ed amici che per colpa d'essi tante iniquità erano commesse da Massimino. Sotto quest'anno la corrente dei moderni storici mette la sollevazion dell'Africa contro dell'indegno Massimino, e l'assunzione al trono augustale dei due Gordiani, e la lor caduta, con altri accidenti; ma con restare involti in molte tenebre i fatti d'allora. Quanto a me, credo tutto ciò avvenuto solamente nell'anno seguente, siccome dirò: e che Massimino passasse il presente in far guerra ai Daci e Sarmati, e svernasse dipoi quietamente nella Pannonia.
Consoli
PioePonziano.
Gran lite è qui fra gl'illustratori[Pagius. Relandus. Stampa et alii.]de' Fasti in assegnare i prenomi e nomi di questi consoli. Il primo vien chiamato non Pio, ma Ulpio in alcune leggi e da Censorino; altri gli danno il nome di Annio Pio, ed altri di Marco Ulpio Crinito. Il secondo vien creduto Procolo Ponziano, ovvero Ponziano Procolo, perchè in alcuni fasti, in vece di Ponziano, si trova Procolo. Il nodo è tuttavia qual era prima. Ho io prodotto altrove due inscrizioni[Thesaurus Novus Inscription., pag. 360.]che parlano di due consoli Procoli coi loro prenomi e nomi, senza poter attestare se al presente anno alcuna di esse appartenga. Penso bensì che solamente in questo accadessero le novità dell'Africa[Herodianus, lib. 7. Capitol., in Maximino seniore et in Gordian.]. Le continue condanne ed estorsioni che facea nelle provincie africane il procuratore del fisco per ben somministrar della pecunia a Massimino (che questa era la via di guadagnarsi merito presso di lui) cagion furono che alcuni nobili giovani, capo de' quali fu un Maurizio nella città di Tisdoro, raunata una gran frotta di loro servi e concittadini coll'armi sotto, andarono a trovar costui, per pagare una condanna. Il pagamento fu, che lo ammazzarono. Fecero bensì i soldati della guardia molta resistenza, ma furono messi in fuga. Fatto il colpo, allora meglio che prima conobbero il proprio pericolo, e però pensarono ad un colpo maggiore. Sapendo in quanto odio de' popoli fosse Massimino, mossero assai gente a sedizione,e poi si portarono a trovareMarco Antonio Gordianoproconsole di quella contrada, e, per quanta opposizione e ripugnanza egli mostrasse, lo acclamaronoImperadore Augusto, e il vestirono di porpora, minacciandogli la morte se non accettava. EraGordianoun venerabil vecchio di ottant'anni, ornato di tutte le più luminose virtù.Mezio Marullosuo padre tirava l'origine dai Gracchi;Ulpia Gordianasua madre da Traiano imperadore. Pareva ereditario in casa di lui il consolato, avendolo avuto il padre, l'avolo e il bisavolo, oltre ad altri dalla parte di sua moglie. Stato era anch'egli console due volte, l'una conCaracallaimperadore nell'anno di Cristo 215, e nell'anno 229 conAlessandroimperadore. Pochi si contavano che gli andassero avanti in abbondanza di comodi e di facoltà. Da giovinetto si applicò a far dei poemi, e specialmente mise in versi e in prosa le azioni degl'imperadori Antonini, de' quali era innamorato. La pretura e le altre pubbliche cariche da lui furono sostenute con tal magnificenza di giuochi e di altri pubblici solazzi, che si tirò dietro in Roma e per le provincie l'amore e il plauso di tutti i popoli. Ma specialmente divenuto proconsole dell'Africa, a tal segno si diede a conoscere la di lui giustizia, moderazione e prudenza, che quei popoli il riguardavano come lor padre, nè mai cotanto amore aveano portato ad alcuno dei suoi antecessori. Gli davano il nome di Catone, di Scipione e di altri insigni Romani.
Ora il buon vecchio, ancorchè, contra sua voglia, e per non poter di meno, avesse accettate le imperiali insegne, pure, considerando che sbrigata era la sua vita sotto il crudel Massimino, a cui non parrebbe mai innocente un tal fatto, altro ripiego non seppe trovare che quello di cercare di assodarsi il meglio che poteva sul trono, giacchè troppo pericolo era il discenderne. Dichiarato dunque AugustoMarco Antonio Gordianosuo figliuolo, che da alcuni vien creduto chiamatoMarco Antonino, s'inviò a Cartagine, dove fu solennemente riconosciuto Imperadore. Fra le ragioni che muovono me a credere succeduta in quest'anno la di lui assunzione al trono, a me par decisiva quella di Erodiano[Herodianus, lib. 7.], che asserisce accaduta tal novitàterminato l'anno terzo dell'imperio di Massimino; il che solamente accadde nel presente anno. Fu ben di parere il padre Pagi[Pagius, in Crit. Baron.]che tal frase si abbia da intenderementre correva il terzo anno di Massimino; ma conveniva recar esempli chiari comprovanti il suo assunto: il che egli non ha fatto. Secondo la comune significazione, Erodiano parla di unterzo anno finito, e non già cominciato o corrente. Furono dagli Africani abbattute le statue di Massimino, ed alzate quelle de' due Gordiani Augusti, i quali furono e son tuttavia chiamati Africani. Spedirono essi immediatamente a Roma un'ambasciata. Non so se fra gli ambasciatori si trovasseValeriano, uno de' primarii senatori, che fu poi imperadore, o pure s'egli fu quello che accolse in Roma quegli ambasciatori. Esponevano essi quanto era succeduto, e pregavano il senato di confermar la loro elezione[Capitolin., in Maximino seniore. Herodian., lib. 7.]. Nel tempio de' Castori raunato il senato nel dì 27di maggio, furono lette le lettere dei Gordiani daGiunio Sillano console, sostituito insieme conGallicanonel presente anno, e non già nel precedente, ai due consoli ordinarii. Con sonore acclamazioni riconosciuti furono Imperadori essi dueGordiani, e dichiarato nemico pubblicoMassiminocol figliuolo. Prima nondimeno di divolgar le lettere, e di tener la suddetta assemblea, finto fu che venissero spediti da Massimino alcuni sgherri aVitalianoprefetto del pretorio, uomo crudelissimo, con lettere ed ordine di dirgli a bocca in segretocose d'importanza. Ammessi costoro nel di lui gabinetto, mentre egli osservava i sigilli delle lettere, lo ammazzarono, con far poi credere ai soldati, ciò essere stato comandamento di Massimino, solito a far di questi servigi a' suoi ministri. Renduto poi pubblico il decreto del senato, e sparsa voce fra il popolo che Massimino era stato ucciso, che i Gordiani promettano un gran congiario alla plebe e un suntuoso donativo ai soldati, si levò esso popolo a rumore, abbattè le statue e le immagini di Massimino, e scaricò il suo furore addosso a varii suoi uffiziali ed amici, e specialmente infierì contro le spie e gli accusatori che si baldanzosamente esercitavano in addietro l'infame lor mestiere. Molli innocenti ancora vi perirono; e perchèSabino, prefetto di Roma, volle mettervi freno, restò anch'egli ucciso. Diede poscia il senato incumbenza a venti senatori, già stati consoli, di andar a difendere i confini dell'Italia contro gli sforzi che potesse far Massimino. Scrissero a tutte le provincie, anche fuori d'Italia, esortando ognuno di prender l'armi in favor de' Gordiani e contra di Massimino. I più ubbidirono; altri per paura se ne guardarono, ed uccisero o mandarono a Massimino i messi del senato.
Appena la novità dell'Africa accadde, che per corrieri espressi ne fu portato il doloroso avviso a Massimino[Capitolinus, in Maximino seniore.]. Sopraggiunse poi l'altra di quanto era accaduto in Roma. Allora uscì così fattamente in ismanie quel fiero Augusto, con dar del capo nelle pareti, gittarsi in terra, stracciarsi le vesti, imbrandire la spada, come se volesse uccidere il senato: che non più uomo, ma un forsennato, una bestia parea. Se non usciva di là suo figliuolo, fu creduto che gli avrebbe cavato gli occhi, tanto era infuriato anche contra di lui, perchè sul principio del suo governo volle mandarlo a Roma, ed egli, per l'amoreche portava al padre, non si seppe mai staccare da lui.Se foss'ito, dicea Massimino,non sarebbe avvenuto quel che ora intendiamo. Affogata poi col vino la conceputa rabbia, nel dì seguente arringò i soldati[Herod., lib. 5.], vomitando quante ingiurie mai seppe contra dei Gordiani e del senato romano; ed ordinò la marcia dell'esercito verso l'Italia con tal fretta, che appena diede un sol dì di tempo per prepararsi al viaggio. Oltre alla poderosa armata dei Romani, seco ancora menò assaissime schiere di Tedeschi presi al suo servigio, e mandò innanzi le coorti della Pannonia. Marciaron tutti, quando arrivarono dall'Africa nuove di gran consolazione per Massimino. Era suo procuratore nella NumidiaCapellianodell'ordine senatorio. Gli venne ordine fuor di tempo dal vecchio Gordiano di dimettere la carica. Irritato costui pensò tosto a vendicarsene. Aveva egli sotto il suo comando un corpo di brave soldatesche, assai pratiche del loro mestiere, perchè affinate nella guerra continuamente fatta coi Barbari di quelle contrade. Con questa gente, accresciuta da un possente rinforzo di Numidi, tutti spertissimi arcieri, s'inviò alla volta di Cartagine. Grande fu lo spavento non men de' Gordiani che di quel popolo, perchè non aveano truppe regolate da opporre. Tuttavia diede all'armi quella gran città, uscirono a folla i cittadini, per assalire i nemici, avendo alla lor testa Gordiano minore Augusto. Si venne ad un'aspra battaglia, in cui, quantunque i Cartaginesi fossero di lunga mano superiori di numero ai nemici, pure, per la poca loro perizia nei combattimenti, furono sconfitti con grave loro strage. Vi perì lo stesso Gordiano secondo in età di quarantasei anni, e fra la moltitudine dei cadaveri il suo non si potè poi rinvenire. Ciò inteso dal vecchio Gordiano suo padre, per disperazione, e per non cadere in man de' nemici, secondo Capitolino[Capitol., in Gordiano seniore.],si strangolò, dando fino anch'egli alla vita e all'imperio. Vuole Erodiano[Herod., lib. 7.]che egli morisse prima del figliuolo; ma più probabile sembra su questo punto il racconto di Capitolino. Entrato in Cartagine Capelliano, con gran macello di gente, spogliò i templi, e fece un mondo di mali anche in altre città. All'avviso di così inaspettata mutazion di cose, Massimino, ch'era in viaggio, si rincorò forte. Chiunque poi ben prenderà il filo di tali avvenimenti, conoscerà essere guasto il testo di Capitolino, dove scrive che questi due Gordiani tennero l'imperioun anno e sei mesi. Se Massimino, appena udita la loro esaltazione, si mise in viaggio per venire in Italia, e prima di giugnere ad Aquileia ne intese la lor caduta, come può mai stare che sì lungamente regnassero i Gordiani? Però saggiamente il Panvinio[Panvin., Fast. Cons.]ed altri han tenuto che il loro imperio non durasse più d'un mese e sei dì, ed altri han creduto due mesi e qualche giorno.
Allorchè si seppe in Roma l'infelice morte dei due Gordiani, incredibil fu la agitazione degli animi e lo spavento di ognuno al vedersi tolti coloro, nei quali era riposta la comune speranza, e al prevedere gl'immensi mali che si poteano aspettare da Massimino, principe di sua natura sì sanguinario, e tanto più perchè irritato dalla ribellione di Roma. Era fatto il primo passo, convenne fare il secondo, per difendersi fino all'ultimo[Herodian., lib. 7. Capitol., in Maxim. et Balbin.]. Raunato dunque il senato nel tempio di Giove Capitolino a porte chiuse, oppure in quello della Concordia, elesse due nuovi imperadori, cioèMarco Clodio Pupieno MassimoeDecimo Celio Balbino, senatori di gran credito ed abilità. Il primo, cioèMassimo, chiamatoPupienoda altri, perchè avea tutti e due questi cognomi, era di bassa nascita; ma il merito acquistato da lui col valore e collaprudenza nel mestiere della guerra lo avea fatto salire di grado in grado fino a quel di generale, esercitando il quale nell'Illirico e nella Germania, quanto si era renduto formidabile ai Sarmati e Germani, altrettanto s'era fatto amar dai soldati. Alzato al posto di senatore, fu pretore, console, poi proconsole nella Bitinia, nella Grecia e nella Gallia Narbonese, e finalmente era stato prefetto di Roma; personaggio savio, attivo e severo non poco, anzi creduto di genio aspro, e rigoroso esattore del giusto.Balbino, all'incontro, discendeva da famiglia antica e nobilissima: era stato due volte console; avea governato con lode varie provincie; amato da ognuno pel suo natural buono, per la sua affabilità e pel buon uso delle morte sue ricchezze[Capitol., in Maxim. et Balbin.]. Erano allora consoli sostituitiClaudio GiulianoeCelso Eliano, il consolato de' quali, secondo me, appartiene all'anno presente, e non già al precedente, come altri ha creduto. Un altro errore è corso nella vita di questi due imperadori, descritta da Capitolino[Capitol., in Maximin. seniore.]. Sul principio di essa si legge che la loro elezione seguìseptimo kalendas junii, cioè nel dì 26 di maggio, mentre si facevano igiuochi apollinari. Noi abbiam veduto di sopra dirsi da lui che i Gordiani furono confermati Augusti dal senato romanonel dì 27 di maggiodi questo anno; ed essendo succeduta nel medesimo anno la morte de' Gordiani, e l'innalzamento di Pupieno Massimo e di Celio Balbino, perchè la nuova ne fu portata a Massimino durante il suo viaggio, e prima ch'egli entrasse in Italia, per conseguente è fallato il testo di Capitolino. Oltre a ciò, ha osservato il padre Pagi[Pagius, Crit. Baron., ad annum 236.]che igiuochi apollinarisi celebravanoseptimo idus julii; e però si dee credere che Capitolino asserisse eletti questi due novelli Augustinel dì 9 di luglio, non già dell'anno antecedente,come si figurò esso padre Pagi, ma bensì del presente. Proposta dipoi al popolo la loro elezione, grande apprensione ebbe la plebe del genio severo diPupieno Massimo, e però coll'armi e con le grida si opposero. Trovato fu il ripiego di quetarli con crear CesareMarco Antonio Gordiano, che alcuni dicono nipote del vecchio Gordiano, e figliuolo del secondo, ed altri nato da una figliuola del primo Gordiano. Erodiano è di questo ultimo parere. L'età di questoterzo Gordiano, il quale si trovava allora in Roma, e fu accolto con giulive acclamazioni, restò dubbiosa anche presso gli antichi. La più verisimile opinione è ch'egli fosse in età di circa dodici anni.
Non si perdè tempo in Roma ad unire quante milizie si potè per marciar contra di Massimino[Capitol., in Maximo et Balbin.]; ePupieno MassimoAugusto, siccome persona di sperimentata buona condotta nel comando dell'armi, fu prescelto per capo della armata. Ma, prima di muoversi, convenne soddisfare alla superstizion de' Romani, presso i quali non solevano andare alla guerra gl'imperadori, se prima non aveano dato al popolo un combattimento di gladiatori, acciocchè i soldati si avvezzassero al sangue, o si ottenesse il favore della dea Nemesi. Questo fu fatto, siccome ancora altri giuochi nei teatri e nel circo. Dopo di che Pupieno Massimo s'inviò contra di Massimino, e si fermò a Ravenna, per far quivi maggior massa di gente e preparamenti per resistere al ciclope[Idem, ibid.]: così egli nominava Massimino[Herodian., lib. 5.]. Mandò ancora il senato per tutte le provincie e città che aveano alzata bandiera contra del tiranno, personaggi consolari, ed altri già stati pretori, questori, edili, ec., con ordine di fortificar le città capaci di difesa, provvederle d'armi e vettovaglie, e d'introdurvi tutto il grano delle campagne, acciocchè mancasse la sussistenza alloarrivo di Massimino. Allorchè pervenne ad esso Massimino la nuova dei novelli due imperadori, conobbe chiaro che l'odio del popolo romano era irreconciliabile contra di lui, e però doversi riporre tutte le sue speranze nella forza. Sollecitata dunque più che mai la marcia del suo esercito, che tuttavia era fuori della Italia, giunse ad Emona città dell'Istria, e la trovò abbandonata da quegli abitanti. Il non aver essi lasciata ivi vettovaglia alcuna diede da mormorare ai di lui soldati, i quali, dopo tante marcie sforzate e patimenti del viaggio, si erano lusingati di trovar le tavole imbandite, anzi le delizie ai confini dell'Italia. Il peggio fu, che, continuato il viaggio, ebbero avviso, qualmente Aquileia, città allora assai vasta, ricca e popolata, ed una delle più riguardevoli del romano imperio, avea chiuse le porte, e s'era accinta alla difesa. Prima d'imprendere l'assedio di quella città, mandò Massimino uffiziali a parlare a quel popolo, per esortarlo alla pace: al qual fine furono adoperate promesse e parole le più belle del mondo. Ma dentro v'eranoMenofiloeCrespino, uomini consolari, che meglio seppero parlare e ritenere il vacillante popolo dall'aprir le porte al nemico, con avere spezialmente finto che Apollo Beleno, singolarmente ivi onorato, avesse, per mezzo degli aruspici, predetto che Massimino resterebbe vinto. Fu di avviso il padre Pagi che questo assedio si facesse in tempo di verno: e il cardinal Noris cita Erodiano[Herodianus, lib. 8.]là dove scrive che il fiume Isonzo era grosso per le nevi delle montagne, le quali dopo un lungo verno si disfacevano, deducendo da ciò che l'assedio si facesse nel principio del mese di marzo. Ma le nevi delle alte montagne più tardi si disfanno, e tanto più dovettero tardare dopo un lungo verno, e però nè pure al giugno e luglio non disconviene l'essere tuttavia ricchi d'acque i fiumi. PassòMassimino coll'armata quel fiume,, volendosi di botti vuote, o pur di quei vasi, ne' quali si portano l'uve alla città; e poi strinse d'assedio Aquileia.
Mentre queste cose succedeano, un lagrimevole accidente occorse in Roma diffusamente narrato da Erodiano[Herodianus, lib. 8.]. Due soldati pretoriani di que' pochi che restavano in Roma, mossi da curiosità d'intendere ciò che si trattava nel senato, entrarono dentro, e s'inoltrarono sino all'altare della Vittoria.Giuliano, che poco fa era stato console (non so se diverso dai due sostituiti soprannominati, o pure l'un d'essi), eMecenate, uno de' senatori, piantati nel petto di que' due soldati i lor pugnali, li stesero morti a terra. Fuggirono gli altri pretoriani al quartiere, e quivi rinserrati aspettavano il tempo di vendicarsi. Uscito Giuliano, commosse il popolo e i gladiatori all'armi contra de' pretoriani: laonde tutti in folla corsero al castello pretorio, credendosi di poterlo superare, e di ingoiare i pretoriani. Ma furono ben ricevuti dalle lor freccie e picche, in maniera tale, che, vegnendo la sera, se ne tornarono confusamente entro la città, riportando solamente delle ferite da quel conflitto. Allora, spalancate le porte del pretorio, ne uscirono i soldati, e diedero addosso a quella disordinata moltitudine, con farne grande strage, e massimamente de' gladiatori. Irritato sempre più il popolo romano per questa grave percossa, cercò aiuto, e continuò pei più giorni a far guerra al pretorio, non sapendo sofferire che un mucchio di soldati tanto inferiori di numero facesse sì lunga resistenza. Tolsero anche gli acquidotti al pretorio, ma allora que' soldati, mossi dalla disperazione, tornarono fuori, e colle spade alle reni inseguirono il popolo fin dentro la città, con ucciderne molti. Trovandosi ivi con isvantaggio, perchè dalle finestre e dai tetti fioccavano i sassi e le tegole, s'avvisarono dimettere il fuoco a varie case. Per disavventura s'andò sì fattamente dilatando l'incendio, che non poca parte della città ne rimase disfatta: ed unitasi coi soldati tutta la feccia de' cattivi, diede un fiero saccheggio alle case de' benestanti. Non v'era giorno cheBalbino Augusto, rimasto al governo di Roma, non mandasse fuori qualche editto, per quetare, se mai era possibile, sì gran turbolenza, e pacificare il popolo coi pretoriani; ma nè gli uni nè gli altri l'ubbidivano. E benchè in persona molte volte si sforzasse di fermar quel furore, nulla ottenne, anzi gli fu gittato un sasso; ed altri scrisse che gli arrivò una bastonata addosso[Capitol., in Maximo et Balbino.]. L'unico mezzo per ismorzar quell'izza fu di condurre in pubblico il giovinettoGordiano Cesare, alla cui visita tanto il popolo che i soldati (perchè era amato da ognuno) si placarono, e formarono una specie di concordia, o, per dir meglio, di tregua, perchè vera pace non fu.