Consoli
Quinto Giunio RusticoeCajo Vettio Aquilino.
Rusticoquel medesimo è che fu uno de' maestri di Marco Aurelio, sopra gli altri a lui caro. Da un'iscrizione riferita dal Panvinio[Panvinius, in Fastis Consular.], e posta nelle calende di luglio, si deduce che ad Aquilino succedette nel consolatoQuinto Flavio Tertullo. Credesi[Blanc., ad Anastasium Bibliothec.]che sant'Anicetopapa nell'anno precedente compiesse gloriosamente il suo pontificato col martirio; ma è intrigata in questi tempi la cronologia de' romani pontefici, e confessa anche la cronica di Damaso, la qual va sotto nome di Anastasio bibliotecario. Tuttavia, secondo essa cronica,Soteropapa cominciò in quest'anno a contare gli anni del suo pontificato. Avea già dato principio al suo governo nell'anno procedenteMarco Aurelio Augusto, e si era cominciato a provare quanto sia vero il detto di Platone, che sarebbero felici i popoli, se regnassero solamente i filosofi, ed è lo stesso che dire se i regnanti studiassero, amassero e professassero lasapienza. Seco si univaLucio Vero Augustonel comando, e con buona unione, ma con subordinazione a lui, quasi che l'uno fosse padre e l'altro figliuolo[Capitolinus, in Marco Aurelio.]. Studiavasi Lucio Vero di uniformarsi nelle maniere di vivere a lui, per quanto poteva, usando sobrietà, gravità e moderazione in apparenza, perchè nella sostanza troppo era egli diverso dall'altro. Non si desiderò in essi la bontà e la clemenza di Antonino Pio; ed uno de' primi a farne pruova fu Marcello commediante, che in pubblico teatro con qualche equivoco il punse, senza che Marco Aurelio, che lo seppe, ne facesse risentimento alcuno. Ma che? contro dell'imperio romano si cominciarono a scatenar le disgrazie, e se al popolo romano non fosse toccato in tempi sì burrascosi un imperadore di tanta voglia, come fu Marco Aurelio, poteano maggiormente moltiplicarsi i guai. La prima disavventura, onde restò turbata la pubblica felicità, fu l'innondazione del Tevere, che recò un gravissimo danno alle case, alle mercatanzie ed altre robe della città di Roma, affogò gran copia di bestiame, e si tirò una terribil carestia. Le provvisioni fatte in questo bisogno dai due Augusti, tali furono che si rimediò ai disordini, e ritornò la calma nella città. Ma più da pensare davano le turbolenze insorte ai confini dell'imperio, prima eziandio che mancasse di vita Antonino Pio. In Germania i Catti popoli barbari avevano già fatto delle scorrerie nel paese romano. La Bretagna anch'essa minacciata dai barbari non sudditi dell'imperio. Fu dunque inviato in Germania a difendere quelle frontiereAufidio Vittorino. Cosa ne avvenisse non ne resta memoria nelle storie. Alla difesa della Bretagna fu speditoCalpurnio Agricola, ma di quegli affari parimente è perita la memoria.
Di maggiore importanza senza paragone fu la guerra mossa fin l'anno precedente daVologeso re de' Parti, non sisa, se perchè Antonino Pio ricusò di rendergli il trono regale, tolto a Cosroe suo padre, o pure perchè anch'egli, al pari de' suoi maggiori, facesse l'amore al regno dell'Armenia, dipendente dall'imperio romano. Dopo la morte di esso, Antonino dichiarò egli la guerra, sollevò quanti re e nazioni potè di là dall'Eufrate e dal Tigri contro ai Romani, e, verisimilmente sul principio, indirizzò l'armi sue addosso alla stessa Armenia. Fu conosciuto in Roma necessario lo spedire un capo di grande autorità con gagliardissime forze, per far fronte a sì potente nemico, e perchè lo stato della repubblica esigeva in Roma la presenza di Marco Aurelio, acciocchè egli accudisse anche agli altri rumori della Bretagna e della Germania; e col consenso del senato fu presa la risoluzion d'inviare in OrienteLucio Vero Augusto. In fatti, provveduto di tutti gli uffiziali occorrenti si partì questo giovinastro principe da Roma, e fu accompagnato dal fratello Augusto sino a Capoa. Ma appena giunto a Canosa, cadde infermo. Il che inteso da Marco Aurelio, che s'era restituito a Roma, colà si portò di nuovo per visitarlo. Tornatosene poscia a Roma, compiè i voti fatti per la salute d'esso Lucio Vero nel senato. L'andata di esso Vero vien riferita all'anno presente da vari letterati. Il padre Pagi[Pagius, Critic. Baron.]la crede seguita del precedente. Riavuto egli dalla malattia, guadagnata nel viaggio coi disordini e coi piaceri, a' quali si abbandonò, subito che si fu sottratto agli occhi del savio fratello Augusto, continuò per mare il suo viaggio. Abbiamo da Capitolino[Capitolinus, in Lucio Vero.], e lo asserisce anche Eusebio[Eusebius, in Chron.], che Lucio Vero andò a Corinto e ad Atene, sempre accompagnato nella navigazione dalla musica de' cantori e sonatori. In Atene fece de' sagrifizii con augurii, creduti infausti dai visionarii pagani. Poscia, ripigliatoil viaggio per mare, andò costeggiando l'Asia Minore, la Pamfilia e la Cilicia, fermandosi qualche giorno per tutte le città più illustri a darsi bel tempo, finchè finalmente arrivò ad Antiochia, dove fece punto fermo. Probabilmente non vi giunse se non nell'anno presente.
Consoli
LelianoePastore.
S'è disputato finora, se il primo console sia da nominarsiLucio Eliano, o pureLeliano. Resta indecisa la lite. Per le ragioni da me addotte altrove, inclino a crederloLeliano; e un'iscrizione da me prodotta[Thesaurus Novus Inscript., pag. 335.]mi ha somministrato fondamento per conghietturare, che il suo prenome e nome fosseroMarco Pontio Leliano. Con esso lui si trova ancora consoleQuinto Mustio Prisco, che potè essere sostituito aPastore. Un'iscrizione prodotta dal Reinesio[Reinesius, Inscript., pag. 218.], Cupero e Relando[Reland., Fast. Consular.]haMarco AurelioeLucio Eliano Consoli, iscrizione creduta da me falsa, perchè si solevano notare i consoli col cognome, e non già col solo prenome e nome. Ma essa è presa dai manuscritti del Ligorio, cioè, per quanto ho io accennato nella prefazione alla mia Raccolta, da opere non vere del Ligorio, ma accresciute o adulterate da qualche susseguente impostore, che fabbricò gran copia di antiche iscrizioni, e le spacciò sotto il nome del Ligorio, delle quali poi specialmente s'è fatto bello il Gudio. Ne' legittimi manuscritti del Ligorio da me veduti non si trovano queste merci. Intanto gli affari di Levante male e peggio camminavano per li Romani. Pertestimonianza di Dione[Dio, lib. 71.], era stato speditoSeveriano, forse governatore della Cappadocia, colle forze ch'egli avea in quelle parti, in aiuto dell'Armenia. Secondo il pazzo rito de' superstiziosi e troppo crudeli d'allora, volle egli prima consultare nella PaflagoniaAlessandro, famoso impostore, che in questi tempi si spacciava profeta, ed ebbe poi Luciano[Lucian., in Pseud.]scrittore della di lui infame vita. Il furbo gli predisse delle vittorie. Con questo dolce in bocca andò Severiano, menando seco più d'una legione, a portarsi in Elegia città dell'Armenia. Ma eccoti comparire un nuvolo di Parti, che per tre giorni tennero bloccata da ogni parte l'armata romana, e in fine con una pioggia di strali la disfecero interamente, lasciandovi la vita anche tutti i capitani. Se non falla Capitolino[Capitolin., in Lucio Vero.], questa sciagura arrivò ai Romani, fin quando Lucio Vero Augusto, postosi in cammino verso l'Oriente, si dava bel tempo nella Puglia, andando a caccia, e perdendo il tempo. Per conseguente dovrebbe tal fatto appartenere all'anno precedente 162. Fiero per tal vittoriaVologesore dei Parti, rivolse le armi contro la Soria, dove era governatoreAttidio Corneliano. Quivi ancora venuto alle mani coll'esercito romano, lo mise in rotta, spandendo con ciò il terrore e i saccheggi per tutte quelle contrade. Nè andò esente da sì fatti danni la provincia della Cappadocia. Sembra che tal disavventura accadesse nel precedente anno. Giunto era ad Antiochia, come dicemmo, capitale della Soria,Lucio Vero Augusto[Idem, ibid.]; e invece di attendere all'importante affare, per cui s'era mosso, quivi tutto si diede in preda ai piaceri, anche più infami, nel lusso, nei conviti e in ogni sorta di libidine. Non avea più il maestro a lato che gli tenesse gli occhi addosso, nè gli legasse le mani. Doveva andare in persona,come desiderava l'Augusto suo fratello, a procacciarsi gloria nelle armi, ed egli ad altro non pensava che ad appagare ogni sfrenata sua voglia. Tutto quel che fece, fu spedire gran gente e dei bravi generali contra dei Parti, e questi principalmente furonoStazio Prisco,Avidio Cassio(che vedremo a suo tempo ribello) eMarzio Vero, lodati ancora da Dione[Dio, lib. 71.]pel loro valore. Sembra che si possa dedurre dalle medaglie[Mediobarbus, in Numismat. Imp.], che in quest'anno i Romani riportassero qualche vantaggio nell'Armenia, o ne ricuperassero una parte; ma non dovette esser gran cosa. Avea già Marco Aurelio promessa in moglie aLucio Verola sua figliuolaLucilla. Secondo i conti del padre Pagi[Pagius, Critic. Baron.], in questo anno se ne effettuarono le nozze[Capitolinus, in Marco Aurel. et in Lucio Vero.]. Condotta questa principessa dal padre sino a Brindisi, fu poi trasferita ad Efeso, dove si portò Lucio Vero a prenderla. E vi si portò per concerto fatto prima; imperciocchè Marco Aurelio avea detto in senato di volerla egli stesso condurre fino in Soria; ma Lucio Vero si esibì di venire a riceverla ad Efeso per timore che se il fratello arrivasse ad Antiochia, non iscoprisse tutti i segreti della scandalosa sua vita. Avea il buon imperadore Marco Aurelio, per esentare i popoli dagli aggravi, spediti prima degli ordini alle provincie, che non si facessero incontri alla figliuola. Ma più verosimile sembrerà che nell'anno susseguente succedesse il viaggio di Lucilla, a cui fu conferito il titolo diAugusta; perchè Marco Aurelio se ne tornò in fretta da Brindisi a Roma, per ismentire le dicerie sparse, ch'egli volesse passare in Soria affin di levare al fratello e genero la gloria di terminar quella guerra. E pure finquì non abbiamo inteso alcun tale prospero successo delle armi romane in quelleparti, onde potesse Marco Aurelio portar invidia a Lucio Vero.
Consoli
Marco Pompeo MacrinoePublio Juvenzio Gelso.
Cangiossi finalmente nel presente anno in ridente il volto finora bieco della fortuna verso de' Romani. AStazio Priscoriuscì di prendere Artasata città dell'Armenia[Capitol., in Marco Aurelio.], di mettere guarnigione in un luogo, appellato di poi Città-Nuova, perchèMarzio Vero, a cui fu dato il governo di quella provincia, fece di quel luogo la prima città dell'Armenia[Dio, lib. 71.]. Allorchè esso Marzio giunse colà, trovò ammutinate quelle milizie, e colla sua prudenza le pacificò. Nelle medaglie[Mediobarbus, in Numismat. Imperat.]di quest'anno si fa menzione dell'Armenia vinta, dell'Armenia presa. E più di una vittoria convien dire che riportassero i Romani in quelle parti, perchè osserviamo che i due Augusti presero in quest'annoper due volteil titolo d'Imperadore, segno appunto di vittoria. Quel che è più, tanto Marco Aurelio, che Lucio Vero, furono proclamatiArmeniaci, come consta dalle medesime loro medaglie, o, vogliam dire, monete, inoltre dalle stesse apparisce ch'essi Augusti diedero un re agli Armeni; e questo fuSoemodella razza degli Arsacidi, senza che si sappia s'egli ne fosse dianzi re, e cacciato da Vologeso, o pure s'egli fosse re nuovo, dato dai due imperadori a quei popoli; e Dione[Dio, in excerpt. Valesian.], parlando della somma clemenza di Marco Aurelio, scriveche in questa guerra fu fatto prigione Tiridate Satrapa, il quale era stato cagione de' torbidi nati nell'Armenia, ed avea ucciso il re degli Eniochi, e messa mano alla spada contra diMarzio Verogenerale de' Romani, perchè gli rimproverava cotesti suoi eccessi. E pure il buon imperadore altro gastigo non gli diede, se non che il mandò in esilio nella Bretagna. Intanto ridendosi Lucio Vero dei rumori e pericoli della guerra, col pretesto di attendere a provveder le armate romane di viveri e di nuove genti[Capitol., in Lucio Vero.], se ne stava godendo le delizie di Antiochia, e lasciava che i generali romani sudassero ed esponessero le lor vite per lui nelle imprese guerriere. Per quattro anni, ma con soggiorno non fisso, si trattenne egli in quella città: perchè nel verno abitava a Laodicea, nella state a Dafne, amenissimo ed ombroso luogo in vicinanza di Antiochia. Per le tante istanze nondimeno de' suoi consiglieri, si lasciò indurre, durante questa guerra, a portarsi due volte sino all'Eufrate. Ma appena s'era lasciato vedere all'esercito romano (non già a quel de' nemici), che se tornava ai suoi prediletti ed obbrobriosi piaceri di Antiochia. E non gliela perdonavano già que' commedianti, i quali nel pubblico teatro più volte con arguti motti destramente mettevano in canzone ora la di lui codardia, ora la sfrenata sua lussuria; nè v'era persona che non gli ridesse dietro. Truovasi presso il Mezzabarba sotto quest'anno una medaglia, in cui Marco Aurelio è intitolatoGermanico, ed espressa unaVittoria d'Augusto. Ma non può stare. Vedremo a suo tempo quando a questo imperadore fu dato il titolo di Germanico. Per ora egli solamente veniva chiamatoArmeniaco.
Consoli
Lucio Arrio PudenteeMarco Gavio Orfito.
Più strepitosi ancora furono i fatti de' Romani in quest'anno nella guerra contra de' Parti[Dio, lib. 71.].Avidio Cassio, che comandava la grande armata romana in faccia ai Parti, gittò un ponte sull'Eufrate, come già fece Trajano, e, ad onta loro, passò coll'esercito nella Mesopotamia, inseguì i fuggitivi, e mise quelle contrade sotto l'ubbidienza de' romani Augusti. Fra le sue conquiste massimamente famosa divenne quella di Seleucia, città popolatissima e ricca sul Tigri, tale che, se non abbiam difficultà a credere ad Eutropio[Eutrop., in Breviar.]e a Paolo Orosio[Orosius, in Histor.], era abitata da quattrocento e più mila persone. Si rendè amichevolmente quel popolo a Cassio, senza voler aspettare la forza, ma l'iniquo generale che voleva pur rallegrare l'armata col sacco di sì doviziosa città, trovò de' pretesti ed inventò delle querele, tanto che si effettuò lo scellerato suo disegno colla rovina di quel popolo, e coll'incendio dell'intera città, in cui, anche a' tempi di Ammiano Marcellino[Ammianus Marcellinus, Histor., lib. 23.], si miravano le vestigia di così crudele azione. Nulladimeno attesta Capitolino[Capitolin., in Lucio Vero.], cheAsinio Quadrato, scrittore di questa guerra, discolpaCassio, e rigetta sopra i Seleuciani, come primi a romper la fede, l'origine della loro sciagura. In dubbii tali la presunzione corre contra chi ha l'armi in mano, e facendo quel mestiere per arricchire, ed anche per altri fini obbrobriosi, facilmente dimentica tutte le leggi dell'umanità, per ottenere l'intento. Qui non sifermò la vittoria di Cassio. Passato il fiume Tigri, entrò ancora in Ctesifonte, capitale del regno de' Parti, e in Babilonia, città famosa di quei tempi. Rimasero spianati tutti i palazzi cheVologesoavea in Ctesifonte, acciocchè anch'egli imparasse, al pari di suo padre, a rispettare la maestà del romano imperio. Scrive Luciano[Lucian., de Conscribenda Hist.], autore di questi tempi, una gran battaglia succeduta a Zaugma presso l'Eufrate fra i Romani e i Parti, colla totale disfatta degli ultimi; e poi per deridere gli storici adulatori, aggiugne che vi morirono trecento settantamila Parti, e de' Romani solamente tre furono i morti, e nove i feriti. Secondo il medesimo Luciano, anche Edessa fu assediata dai Romani. Per tal vittoria i due fratelli Augusti presero il titolo d'imperadori per la terza volta, siccome ancora il cognome di Partici. Fu di parere il padre Pagi[Pagius, in Critic. Baron.]che si terminasse in quest'anno essa guerra partica, e che Lucio Vero Augusto si restituisse a Roma, fondato sopra la credenza, che nell'anno 161 avesse principio quella guerra: il che non è certo. Alcuni pensano che all'anno seguente s'abbia da riferire tanto il fine d'essa guerra, quanto il ritorno di Lucio Vero, e questa giudico io più probabil opinione.
Consoli
Quinto Servilio PudenteeLucio Fufidio Pollione.
Dissi parere a me più probabile, che durasse ancora per molti mesi di questo anno la guerra dei Romani coi Parti. Ci assicurano le medaglie[Mediobarbus, in Numismat. Imp.], che nell'anno presente Marco Aurelio e Lucio Vero furono proclamatiper la quartavolta Imperadori. Adunque l'armi loro riportarono qualche vittoria, e questa non potè essere se non contro ai Parti, perchè quella de' Marcomanni fu più tardi. Oltre di che in esse monete si truova espressa laVittoria Partica. Giusto motivo dunque ci è di credere, cheAvidio Cassiogenerale de' Romani continuasse le conquiste e i saccheggi contra de' Parti nell'anno presente, e fosse allora appunto, ch'egli arrivò sino alla Media, onde poi ai titoli d'ArmeniacoeParticoaggiunse Lucio Vero[Capitolin., in Lucio Vero.]quello diMedico, del quale nondimeno non si ha vestigio nelle medaglie. Dovette Cassio internarsi cotanto in que' paesi, che corse voce aver egli infin passato il fiume Indo, benchè si possa ciò credere finto da Luciano[Lucian., de Conscribenda Histor.], per mettere in ridicolo gli storici che scrivevano allora cose spropositate per esaltare i loro eroi. Abbiamo poi da Dione[Dio, Lib. 71.], che Cassio, nel tornare indietro, perdè gran copia de' suoi soldati, parte per mancanza di viveri, e parte per malattie; e che con quei che gli restarono, si ridusse in Soria, la qual vasta provincia a lui fu poscia data in governo. Come finisse l'impresa suddetta, non ne parla la storia. Verisimilmente si venne fra i Romani e Vologeso a qualche trattato di pace; ed apparenza c'è, che della Mesopotamia, o almeno di una parte di essa rimanessero padroni i Romani.Lucio Vero Augusto, che tuttavia dimorava in Antiochia, si gonfiò forte per così prosperosi successi. Avea spedito l'imperador Marco Aurelio in quelle parti[Capitolinus, in Lucio Vero.]Annio Libonesuo cugino germano, con titolo di legato, o sia di luogotenente, cioè con molta autorità. Questi non istette molto ad ammalarsi e a morire in fretta. Perchè egli con insolenza avea cominciato ad esercitar la sua carica, e mostrava poca stima diLucio Vero, con dire nelle cose dubbiose, che ne scriverebbe a Marco Aurelio; vi fu chi credette per ordine d'esso Vero Augusto abbreviata a lui la vita col veleno. Ma o nol credette, o fece finta di non crederlo Marco Aurelio; anzi venuto il fratello a Roma, e volendo dar per moglie ad Agaclito suo liberto la vedova d'esso Libone, Marco Aurelio, benchè se l'avesse a male, pure intervenne al convito di quelle nozze. Sbrigato dunque dalla guerra de' Parti, dopo cinque anni, come dice Capitolino[Capitolinus, in Lucio Vero.], Lucio Vero se ne tornò, prima che terminasse quest'anno, a Roma; menando seco, non già dei re vinti, ma un gregge di commedianti, buffoni, giocolieri, ballerini, sonatori ed altra simil sorta di gentaglia, di cui specialmente si dilettavano i popoli dell'Egitto e della Soria, troppo dediti ai divertimenti; di modo che pareva, ch'egli fosse ritornato non da una vera guerra, ma da un serraglio di persone da lusso e sollazzo. Questi erano i trofei di un tale Augusto, tutto il rovescio del savissimo imperador suo fratello, dimorante in Roma, e solamente intento al pubblico bene.
Consoli
Lucio Elio Aurelio Vero Augustoper la terza volta eQuadrato.
Secondo i conti del padre Pagi[Pagius, Crit. Baron.],Marco AurelioeLucio VeroAugusti fecero nell'anno precedente la lor solenne entrata in Roma da trionfanti per la guerra compiuta contro i Parti e gli Armeni. Secondo quei di Mezzabarba[Mediobarbus, in Numism. Imperat.], che sembrano meglio fondati, il trionfo loro succedette nell'anno presente; per la qual suntuosa funzioneLucio Veroprese anche il consolato. Abbiamo memoria di ciò in una medaglia di Marco Aurelio colla di luiPodestà Tribunizia XXIcorrente in questo anno, dove si mirano i due imperadori, in cocchio tirato da quattro cavalli, e preceduto dalla pompa trionfale. Per sua modestia non voleva il buon Marco Aurelio[Capitolin., in Marco Aurelio.]partecipare di questo trionfo, dicendolo dovuto al suo Lucio Vero, le cui grandi fatiche per domar que' barbari, già le abbiamo vedute. Ma Lucio Vero fece istanza al senato, che anche il fratello Augusto trionfasse con lui; e inoltre, che i di lui figliuoliCommodoe Vero fossero creati Cesari; il che fu eseguito. Vidersi poscia essi suoi figli, tanto maschi che femmine, andare in carrozza con loro nel trionfo. In tal occasione decretò ad amendue il senato la corona civica, e il titolo diPadri della Patria, ricusato finora da Marco Aurelio, per esser lontano il fratello. Nelle medaglie non s'incontra questo loro glorioso titolo. Si truova bensì nelle iscrizioni legittime, fatte in quest'anno e ne' seguenti, in onore dell'altro imperadore: il che può anche servire ad indicar l'anno preciso del trionfo, da me creduto il presente, e per conoscere ancora se sieno o scorrette o adulterine quelle iscrizioni che prima di questi tempi attribuissero loro un sì fatto titolo. In occasione del suddetto trionfo eziandio fu decretato che fossero fatti pubblici giuochi, a' quali assisterono tutti e due gli Augusti in abito trionfale. Parlano finalmente le medaglie[Mediob., in Numism. Imperat.]delquarto Congiariodato al popolo romano da essi Augusti nell'anno presente, probabilmente per solennizzare con maggior contento d'esso popolo la pubblica allegrezza. Trovaronsi dunque in Roma i due Augusti in quest'anno, e si vide come un prodigio, la bella concordia de' loro animi, tuttochè fossero sì diversi i loro costumi. Quanto a Marco Aurelio,principe per natural saviezza, per inclinazione alle azioni lodevoli, e specialmente per l'aiuto della filosofia pieno di belle massime, egli era tutto rivolto a procurare il ben della repubblica, non meno di quel che sia un saggio padre di famiglia in ben regolare la propria casa[Capitolinus, in Marco Aurelio.]. Ammiravasi in lui l'indefessa applicazione ad amministrar la giustizia, obbligo primario dei regnanti. Voleva ascoltar tutto con pazienza, interrogava egli le parti, esaminava le ragioni, lasciando agli avvocati il convenevol tempo per dedurle: di maniera che talvolta intorno ad un solo affare impiegava più giorni, laonde coloro poi che erano condannati, si persuadevano che giuste fossero le di lui sentenze. Nè in ciò procedeva egli mai senza il consiglio e l'assistenza di valenti giurisconsulti, fra i quali principalmente si contòScevola, lodatissimo anche oggidì nella scuola de' Legisti. La sua bontà il portava sempre alla clemenza e alla dolcezza, sminuendo per lo più nelle cause criminali il rigor delle pene, se non quando si trattava di atroci delitti, nei quali compariva inesorabile. Teneva gli occhi sopra i giudici, affinchè non si abusassero o per negligenza o per malizia, della loro autorità. Ad un pretore, che non avea ben esaminato un processo, comandò di rileggerlo da capo a piedi. Ad un altro, che peggio operava, non levò già il posto per sua bontà, ma gli sospese la giurisdizione, delegandola al di lui compagno. Lo studio suo maggiore consisteva in distornar dolcemente gli uomini dal male, ed invitarli al bene, ricompensando i buoni colla liberalità e con vari premii, e cercando di guadagnare il cuore de' cattivi con perdonar loro i falli, che si potessero scusare: il che servì a rendere buoni molti, e a far divenire migliori i già buoni.
Nelle liti suo costume fu di non favorire quasi mai il fisco. Piuttosto chefar delle leggi nuove, procurava di rimettere in piedi le vecchie. E ben molte ne rinnovò intorno al ristringere il soverchio numero delle ferie; in assegnar tutori e curatori; in ben regolare l'annona, e levarne gli abusi; in tener selciate le vie di Roma e delle provincie, e nette dai malviventi; e in punire chi nelle gabelle avesse esatto più delle tasse; in moderar le spese degli spettacoli e delle commedie; in gastigare i calunniatori, e in simili altri utili. Proibì sopra tutto l'accusar chicchessia, che avesse sparlato della maestà imperiale, sofferendo egli senza punto alterarsi le dicerie de' maligni, fin le insolenze dette in faccia a lui stesso. Un certo Veterano, malamente screditato presso il pubblico, gli faceva premura per ottenere un posto. Rispose il savio imperadore, che studiasse prima di riacquistare il buon nome. Al che colui replicò:Quasi che io non abbia veduto molti nel posto di Pretore, che meco hanno combattuto nell'anfiteatro.Pazientemente sopportò il buon Augusto l'insolente risposta. Il rispetto suo verso il senato incredibile fu. V'interveniva sempre, essendo in Roma, non impedito, ancorchè nulla avesse da riferire. E quando pure, essendo a villeggiar nella Campania, gli occorreva di dover proporre qualche cosa, in vece di scrivere, veniva egli in persona a parlarne. Non aggiugneva a quell'insigne ordine, se non chi egli ben sapeva meritarlo per le sue virtù, con promuovere dipoi alle cariche lucrose i senatori poveri, ma dabbene, per aitarli. Che se talun dei senatori veniva accusato di delitti capitali, ne facea prima prendere segrete informazioni, per non iscreditare alcuno senza un sicuro fondamento. Interveniva anche ai pubblici Comizi, standovi finchè arrivasse la notte; nè mai si partiva dalla Curia, se prima il console non licenziava l'assemblea. Tal era il vivere dell'ottimo imperadore. Qual fosse quello di Lucio Vero Augusto, mi riserbo di accennarlo fra poco.Ma non si vuol qui lasciar di dire che questo giovinetto imperadore tornando dalla Soria[Capitolin., in Lucio Vero. Lucian., de Conscrib. Histor. Ammianus, lib. 23.], un brutto regalo fece alla patria, con condur seco la peste. Era essa insorta, chi dicea nell'Etiopia, chi nell'Egitto e chi nel paese dei Parti. Attaccatasi poi alle milizie romane, ed entrata nella corte di Lucio Vero, dappertutto, dov'egli passava, lasciava la micidial infezione secondo il suo costume, di modo che cominciò a sentirsi terribilmente anche in Roma. Si andò poi a poco a poco dilatando per l'Italia, e per la Gallia sino al Reno, facendo incredibile strage per tutti i paesi, durando anche più anni. Paolo Orosio[Orosius, Histor. lib. 8.]scrive, che rimasero prive di agricoltori le campagne, spopolate le città e castella, e crebbero i boschi e le spine in varie contrade, perchè prive di abitatori. Così feroce si provò essa in Roma[Capitol., in Marco Aurelio.], che i cadaveri de' poveri si mandavano fuori in carrette a seppellire, e mancarono di vita molti illustri personaggi, ai più degni de' quali Marco Aurelio fece innalzar delle statue.
Consoli
ApronianoeLucio Vettio Paolo.
Tutti gli antichi fasti ci danno consoli sotto quest'annoApronianoePaolo. Par ben difficile che tutti si sieno ingannati. Una sola iscrizione riferita dal Panvinio[Panvin., Fast. Consul.]e dal Grutero, ci dà consoliLucio Vettio PaoloeTito Giunio Montano. Ma verisimilmente unApronianosarà stato console ordinario conPaolo, ed a lui, o per morte o per sostituzione, sarà succedutoMontano, parendo poco probabile cheMontanofosse lo stesso cheAproniano. Già inclinato al lusso e a tutti gli sfoghi della sensualità Lucio Vero Augusto[Capitol., in Lucio Vero.], maggiormente dacchè si fu allontanato dagli occhi del fratello imperadore, si era abbandonato, siccome di sopra accennammo, ad ogni sorta di piaceri, anche più abbominevoli, deludendo l'intenzion del fratello stesso che l'aveva inviato là, per isperanza che le fatiche militari il guarirebbono: speranza vana, come si conobbe dagli effetti. Ritornato che fu l'Augusto giovane a Roma, andava egli bensì alquanto ritenuto, per nascondere i suoi vizii al saggio imperadore Marco Aurelio, ma in secreto faceva alla peggio. Volle una cucina a parte nel suo appartamento; e, dopo essere stato alla parca cena di Marco Aurelio, passava colà a soddisfare la sua ghiottoneria, con farsi servire a tavola da persone infami, e con volere dei combattimenti di gladiatori a quelle private cene, le quali andavano sì a lungo, che talvolta egli abborracchiato si addormentava sopra i cuscini o letti, sui quali si adagiavano gli antichi stando alla mensa, e conveniva portarlo di peso alla sua stanza. In uso era allora di non far tavola, dove fossero più di sette persone; e diverse tavole verisimilmente si mettevano nelle grandi occasioni, perchè passavano per proverbio:Sette fanno un convito, nove fanno una lite.Lucio Vero fu il primo a voler dodici convitati alla medesima mensa, e con una profusione spropositata di regali; perchè ai paggi, agli scalchi ed ai commensali si donavano piatti, bicchieri d'oro, d'argento e gioiellati, vari animali, vasi d'oro con unguenti, e carrozze con mule guernite di ricchi finimenti. Costava cadauno di questi conviti una tal somma, che nè pure mi arrischio a nominarla: tanto è grande nel testo di Capitolino. Il resto poi della notte si soleva per lo più spendere in giuoco, vizio, oltre a tanti altri, imparato in Soria. Fecesi anche fabbricare una suntuosa villa nella via Clodia, dove se la passavain gozzoviglie co' suoi liberti, e con quegli amici che godeano beni in quelle parti. Marco Aurelio sapea tutti questi disordini, e quantunque se ne rammaricasse non poco, pure fingeva ignorarli, per non romperla col fratello; anzi invitato da lui alla suddetta villa, non ebbe difficultà di andarvi, per insegnargli coll'esempio suo, come si dovea far la villeggiatura. E vi si fermò cinque giorni, attendendo anche allora alla spedizion delle cause, mentre Lucio Vero si perdeva ne' conviti, o era affaccendato per prepararli. Dicono di più, che questo sregolato imperadore passò ad imitare i vergognosi costumi di Caligola, di Nerone e di Vitellio, coll'andar di notte travestito e incappucciato per le bettole e nei bordelli, cenando con dei mascalzoni, attaccando delle risse, dalle quali tornò talvolta colla faccia maltrattata da pugni, e rompendo i bicchieri delle taverne col gittar in aria delle grosse monete di rame. Sopra tutto era egli spasimato dietro alle corse de' cavalli nel Circo, mostrandosi a spada tratta parziale in que' giuochi della fazione Prasina, che portava la divisa verde; di maniera che anche mentr'egli col fratello Augusto assisteva a quegli spettacoli, più volte gli furono dette delle villanie dall'emula fazione Veneta, vestita d'azzurro. Innamorato specialmente di un suo cavallo, appellato Volucre, o sia Uccello, fece fare la statua di esso d'oro, e seco la portava. Invece d'orzo voleva che gli si desse uva passa con pinocchi; e per cagion di esso s'introdusse il dimandare per premio de' vincitori nel corso un cavallo d'oro. Morto questo cavallo, gli fece alzare un sepolcro nel Vaticano. E tali erano i costumi e le capricciose azioni diLucio Vero Augusto.
Fin quando si facea la guerra de' Parti, se ne preparò un'altra al settentrione contra de' Romani[Capitolinus, in Marco Aurelio. Dio, lib. 71.]. Avevano cominciato i Marcomanni, creduti oggidì abitatori della Boemia, ad infestare ilpaese romano; ma i generali che custodivano quelle parti, per non esporre l'imperio a questa pericolosa guerra, nel tempo che si facea l'altra più importante coi Parti, andarono sempre temporeggiando e pazientando, finchè venisse un tempo più opportuno da fiaccar loro le corna. Terminata con felicità l'impresa dell'Oriente, maggiormente crebbe l'insolenza di essi Marcomanni; anzi si venne a scorgere che quasi tutte le nazioni barbare abitanti di là dal Rene e dal Danubio, cominciando dall'Oceano, fin quasi al mar Nero, erano in armi ai danni dei Romani, sia che fosse qualche lega fra loro, o pure che l'una imparasse dall'esempio dell'altra a disprezzar le forze della repubblica romana. Fra que' popoli, tutti gente bellicosa e fiera, e che parea congiurata alla rovina de' Romani, oltre ai Marcomanni principali fra essi, si contavano i Narisci, gli Ermonduri, i Quadi, i Suevi, i Sarmati, i Vandali, i Vittovali, i Rossolani, i Basterni, i Costobochi, gli Alani, i Jazigi ed altri, de' quali non si sa il nome. Se dice il vero Dione, i Germani Transrenani vennero fino in Italia, e recarono de' gravissimi danni: il che par difficile a credere. Fra i cadaveri di costoro uccisi, furono ritrovate molte femmine guernite di tutte armi. Così gli altri barbari saccheggiarono varie provincie, presero città, e sembra che s'impadronissero di tutta la Pannonia, o almeno di una parte di essa. Per attestato di Pausania[Pausanias, lib. 10.], i Costobochi fecero delle scorrerie fino in Grecia. Portate così funeste nuove a Roma, riempirono tutta la città di spavento; e tanto più, perchè la peste avea fatto e facea tuttavia un fier macello anche delle milizie romane. Marco Aurelio[Capitolinus, in Marco Aurelio.], che con tutto il suo bel genio alla virtù, e con tutti i suoi studi, non giunse mai a conoscere la falsità della sua religione pagana, nè la verità della cristiana, di cui piuttostofu persecutore, ricorse allora per aiuto agl'idoli, facendo venir da tutte le parti de' sacerdoti, anche di religioni straniere, moltiplicando i sagrifizii e le preghiere in così gran bisogno alle sorde sue deità. Fece ancora quanti preparamenti potè, per ammassar genti, e per reclutare le quasi disfatte legioni. Restò per un tempo ritardata la sua spedizione dalla peste tuttavia mietitrice delle vite umane; ma finalmente in quest'anno egli si mosse da Roma in persona con quelle forze che potè adunare. Insinuò egli segretamente al senato, essere necessaria l'andata di amendue gli Augusti, trattandosi di una guerra sì strepitosa e di tanta estensione; e questo fu decretato. Non si fidava il saggio imperador Marco Aurelio di mandar solo a cotale impresa il fratello Lucio Vero, perchè ne avea già sperimentata la codardia[Capitolinus, in Lucio Vero.]; e nè pur voleva lasciarlo solo in Roma, affinchè egli in tanta libertà maggiormente non s'immergesse negli eccessi, e crescesse il suo disonore. Si misero dunque in viaggio i due imperadori (ma Lucio Vero con interna ripugnanza e dispiacere) e pervennero sino ad Aquileja. Truovasi nelle medaglie[Mediobarb., in Numism. Imper.]di questo anno, che i due Augusti preseroper la quinta voltail titolo d'Imperadori. Non apparendo che vittoria alcuna, di cui questo titolo è indizio, si fosse per anche riportata contra de' Marcomanni, improbabile non è, che sia con ciò significata quella cheAvidio Cassioebbe coi Bucoli, o sia coi pastori egiziani che si erano ribellati. Da Vulcazio Gallicano[Vulcatius, in Avidio Cassio.]abbiamo che Cassio si portò anch'egli alla guerra marcomannica; e però dovrebbe essere succeduta prima la ribellion d'essi pastori e la loro disfatta. Dacchè si sollevarono[Dio, lib. 71.]i suddetti Bucoli, gente barbara e selvaggia, molti ne furono presi; ma gli altri vestiti conabiti donneschi, e fingendosi le mogli de' prigionieri, invitarono un centurione romano a prendere l'oro preparato pel riscatto de' prigionieri. In vece dell'oro, trovò egli le spade nemiche, che gli tolsero la vita. Cresciuto l'ardire in quella gente, e tirata nel suo partito la maggior parte degli Egiziani, con avere per capo un Isidoro, valorosissima persona, rimasero vittima del loro furore molte soldatesche romane; saccheggi senza fine furono fatti; e poco vi mancò che non s'impadronissero della stessa Alessandria, capitale allora dell'Egitto. E sarebbe forse avvenuto, se non vi fosse accorso colle sue gentiAvidio Cassiogovernatore della Soria. Non si attentò egli di venire a giornata campale con quella sterminata copia di gente fiera e disperata; ma gli riuscì bene di seminar fra loro la discordia: il che bastò per opprimere i pertinaci, e per ridurre gli altri alla sommessione. Quando ciò veramente succedesse in questi tempi, potrebbe ciò aver dato motivo agli Augusti di prender di nuovo il titolo d'Imperadori. Ma siccome le azioni e gli avvenimenti dell'imperio di Marco Aurelio sono a noi pervenuti senza distinzioni di tempo, così malagevol cosa è il poter fissarne gli anni precisi, e resta indeciso chi meglio in questa oscurità l'indovini.
Consoli
Quinto Sosio Prisco SenecioneePublio Celio Apollinare.
Al primo console, cioè aPrisco, ho aggiunto il cognome diSenecione, che si legge in una iscrizione[Thesaurus Novus Inscription., pag. 336, num. 5.], da me altrove riferita, trovandosi nell'altre memorieil solo diPrisco, che dovea essere il più usato. La venuta dei due Augusti ad Aquileja con un copiosissimo esercito, seguita nell'anno precedente, per testimonianza di Capitolino[Capitolinus, in Marco Aurelio.], produsse buoni effetti; imperciocchè la maggior parte dei rei e popoli barbari del Settentrione non solamente cessarono dalle ostilità, ma uccisero ancora gli autori delle sedizioni, mostrando di voler concordia coi Romani. E i Quadi rimasti senza re protestavano di non voler confermare il già eletto, se non precedeva l'approvazion degl'imperadori. Andavano anche arrivando ambasciatori dei più di que' popoli ai luogotenenti generali di essi Augusti, che chiedevano pace. Tal positura d'affari colla giunta della peste che già s'era inoltrata fino Aquileja, ed avea consumata parte dell'armata, e colla morte ancora diFurio Vittorino, prefetto del pretorio, animava Lucio Vero a fare istanza al fratello Augusto per tornarsene a Roma a godervi le solite sue delizie e i consueti passatempi. Ma Marco Aurelio era di contrario parere, insistendo sempre in dire, che l'essersi ritirati i Barbari, e il mostrar tanta voglia di pace, poteano essere loro finzioni e ripieghi presi al vedere un sì grande apparato d'armi dalla parte de' Romani; e che bisognava andar innanzi, e chiarir meglio, se i nemici operavano daddovero, o fingevano. Ch'essi due Augusti passassero il verno in Aquileja, lo pruova il padre Pagi[Pagius, in Critic. Baron.]con alcuni passi di Galeno. Fu dunque forzato contro sua voglia Lucio Vero a seguitare il fratello Augusto nella Pannonia e nell'Illirico, dove diedero buon sesto alla quiete di quelle contrade, liberandole, o pure avendole trovate libere dalle nazioni barbare. Le medaglie[Mediobarbus, in Numism. Imper.]ci fan vedere preso da essi Augusti in quest'annoper la sesta voltail titolo d'Imperadori, senza che apparisca dovele lor milizie avessero guadagnata qualche battaglia. Eusebio[Eusebius, in Chron.]circa questi tempi scrive, che i Romani combatterono contra de' Germani, Marcomanni, Quadi, Sarmati e Daci. E nelle medaglie[Mediobarbus, in Numismat. Imper.]battute nell'anno presente si trova menzione d'unaVittoria Germanica, e dellaGermania soggiogata, ed in oltre dato a Marco Aurelio il titolo diGermanico: tutte pruove, che si dovette menar le mani, e che qualche vittoria toccò all'armi romane. Capitolino[Capitol., in Marco Aurelio et Lucio Vero.]ignorò molte particolarità di questa guerra, e più di lui certamente son da apprezzar le medaglie. Ma che in quest'anno Marco Aurelio conseguisse il nome diGermanico, si può dubitarne non poco.
Adunque dappoichè si vide rimessa la tranquillità nella Pannonia e nell'Illirico, se ne tornarono i due Augusti da Aquileja. Lucio Vero[Capit., in Marco Aurelio et Lucio Vero.], a cui parea un'ora mille anni per rivedere le delizie di Roma, tanto fece, tanto disse, che impetrò licenza dal fratello di soddisfar al suo volere verso il fine dell'anno, sebben le parole di Galeno, riferite dal padre Pagi, sembrano indicare che amendue d'accordo s'inviassero alla volta di Roma. Fuor di dubbio è, che viaggiando essi unitamente in carrozza fra Concordia ed Altino, Lucio Vero[Eutrop., in Breviar. Aurelius Victor, in Epitome.]fu improvvisamente colpito da un accidente di apoplessia, per cui perdè la favella. Cavatogli sangue, e portato ad Altino, da lì a tre giorni compiè il corso di sua vita. Le dicerie cagionate da questa improvvisa morte furono infinite, secondo la consuetudine degli oziosi, de' maligni e degli ignoranti, che tutti vogliono far da politici. Vi fu dunque non poca gente, che il credè portato all'altra vita per veleno che dicea fatto a lui dare daFaustina Augustasuocera sua, chi daLucillasua moglie per gelosia diFabia, sorella dilui, ch'era entrata seco in troppa confidenza, o per altri infami intrighi donneschi, o perchè egli con essa sua sorella avesse tramato contro la vita di Marco Aurelio; e che Agaclito suo favorito liberto fosse stato adoperato per levar lui di vita. Altri poi inventarono una favola, cioè che Marco Aurelio con un coltello dall'una parte avvelenato avendo tagliato un pezzo di carne, ne desse a lui la mortifera, e prendesse l'altra per sè: ovvero che per mezzo di Posidipo suo medico il facesse salassar fuor di tempo. Ma così stabilita era la riputazione e il concetto dell'integrità di Marco Aurelio, che niuna onesta persona vi fu, che non conoscesse la falsità di sì fatte immaginazioni. L'aveva egli sempre amato, avea tenuti segreti il più che poteva i di lui difetti, benchè gli dispiacessero al sommo. Comunque passassero quegli affari, abbastanza si raccoglie da Capitolino[Capit., in Marco Aurelio.]che Marco Aurelio venne in quest'anno a Roma, pregò il senato a voler accordare al defunto Lucio Vero gli onori divini, il cui corpo fu posto nel sepolcro di Adriano. Gli assegnò ancora de' Flamini, ed altri sacri ministri, come si costumava con gli Augusti, empiamente deificati. Le zie e le sorelle di esso Lucio Vero furono provvedute di assegni convenevoli al loro stato. Trattò bene, e regalò tutti i di lui liberti, benchè la maggior parte fossero gente cattiva che si era abusata della debolezza del padrone in addietro; ma dopo qualche tempo con apparenza di onorarli, ne liberò la corte, ritenendo solamenteEletto, quel medesimo, che a suo tempo vedremo uccisore di Commodo Augusto, figliuolo del medesimo imperadore. Andò poscia Marco Aurelio in senato per ringraziare i padri degli onori compartiti al defunto fratello, e destramente lasciò capire che tutti i felici successi della guerra partica non erano provenuti dai suoi consigli e provvedimenti, e che da lì innanzi passerebbono meglio gli affari.
Consoli
Marco Cornelio CetegoeCajo Erucio Claro.
Non s'ingannò l'Augusto Marco Aurelio in dubitare che i barbari settentrionali con finto animo avessero trattato di pace nell'anno precedente. In fatti nel presente, ripigliate l'armi, ricominciarono i Marcomanni con gli altri popoli di sopra nominati, e con altri mentovati da Capitolino[Capitol., in Marco Aurelio.], le ostilità contro le provincie romane, forse animati dal sapere quanta strage avesse fatta la pestilenza nelle legioni romane. Il peggio era, che la medesima peste era tornata ad infierire in Roma; e però mancavano i soldati, ed anche l'altro nerbo principale di chi vuole far guerra, cioè il danaro; nè in sì calamitosi tempi sofferiva il cuore al buon imperadore di smugnere con imposture nuove i popoli afflitti. Che fece egli dunque? Ricorse a dei ripieghi riserbati alle gravi angustie della repubblica. Non erano mai ammessi alla milizia i servi, o vogliam dire schiavi; e di questi il numero a que' tempi era incredibile nel romano imperio. Per valersene alla guerra, fece conceder loro la libertà, e ne formò alcune legioni, con dare ad essi il nome diVolontari. Altrettanto si era praticato nelle necessità della guerra Punica a' tempi della repubblica. Volle ancora, che i gladiatori, benchè persone infami, seco venissero alla guerra, e che in vece di scannarsi fra loro, impiegassero la lor destrezza in favor della patria con uso migliore. Prese inoltre al suo soldo i banditi della Dalmazia, della Dardania e molte compagnie di Germani, acciocchè servissero contro gli stessi Germani. In tal guisa mise insieme una poderosissima armata. Ma non reggendo il suo erario a sì gravi spese, nè volendoegli, siccome dissi, aggravar i popoli, si ridusse a vendere al pubblico incanto nella piazza di Trajano gli ornamenti del palazzo imperiale e i vasi preziosi e fin le vesti della moglie e le gemme trovate negli scrigni di Adriano. Durò due mesi questo incanto, e tanto oro se ne ricavò, che bastò al bisogno della guerra. Finita poi essa, mandò fuori un editto, invitando i compratori di que' preziosi arredi a restituirli pel medesimo prezzo. E chi non volle renderli, non ebbe per questo vessazione alcuna. Siccome osservammo di sopra all'anno 151, probabilmente Zonara s'è ingannato con attribuir questo fatto ad Antonino Pio, che non ebbe come Marco Aurelio necessità sì premurose di far danaro. Erasi ritirato il buon imperadore, non so se per godere della villeggiatura, o pure per guardarsi dalla peste, a Palestrina. Quivi la morte gli rapì il suo terzogenito, appellatoVero, per un tumore natogli sotto un orecchio, inutilmente tagliato. Era egli in età di sette anni, ed avea già conseguito il titolo diCesare. Non più che cinque giorni volle il padre che durasse il suo lutto; consolò i medici che infelicemente l'aveano curato; e tornò fresco al maneggio degli affari pubblici, essendosi sempre osservata in questo imperador filosofo la medesima uguaglianza d'animo e di volto, tanto nella buona che nella avversa fortuna. Non permise egli che s'interrompessero per la morte del figliuolo i giuochi capitolini di Giove, che s'incontrarono in sì funesta occasione: solamente ordinò che si alzassero statue al defunto fanciullo, e l'immagine sua d'oro fosse portata ne' giuochi circensi. Era egli in procinto di muoversi per andare alla guerra, quando pensò di rimaritar la figliuolaLucilla, rimasta vedova del morto Lucio Vero Augusto. Scelse dunque per marito di leiClaudio Pompejano, di origine Antiocheno, e figliuolo d'un cavalier romano, considerata sopra tutto la di lui onoratezza e saviezza. Ma tra perchè egli non era dellaprima nobiltà, e si trovava molto inoltrato nell'età, tanto essaLucilla, che portava il titolo di Augusta, ed era figliuola di un Augusto, quantoFaustinaimperadrice sua madre, non sapevano dirigere un sì fatto parentado.
Consoli
Lucio Septimio Severoper la seconda volta eLucio Aufidio Erenniano.
Sino a questi tempi tenneSoteroil pontificato romano, e nel presente anno sostenne col martirio la verità della Religion Cristiana. Contuttochè Marco Aurelio imperadore tanti lumi avesse dalla filosofia, pure, siccome già dissi, non giunse mai a discernere la vanità de' suoi idoli e la falsità della credenza dei Pagani. Anzi, come zelante dell'onore de' suoi dii, permise che si perseguitassero i Cristiani, di maniera che Eusebio[Eusebius, in Chron. et in Histor. Eccl.]ed altri antichi scrittori mettono sotto di lui la quarta persecuzione del Cristianesimo, per cui nella Gallia e nell'Asia moltissimi eroi della Fede di Cristo riceverono la corona del martirio. Celebri sopra gli altri furono i santi martiriPolicarpioeGiustino. Anche in Roma toccò questo glorioso fine a santoSoteropapa. Non accadeva disgrazia al romano imperio, in cui i falsi sacerdoti del gentilesimo non inveissero contra de' Cristiani, attribuendo l'ira dei loro sognati dii allo sprezzo che ne mostravano gli adoratori di un solo Dio. La fierissima peste accaduta in questi tempi dovette maggiormente inasprir la loro rabbia contro i seguaci di Cristo. A Sotero succedette nella cattedra romanaEleuterio. E tuttochè i santiMelitonevescovo di Sardi edApollinarevescovo di Jerapoli circa questi tempi esibissero le apologie del Cristianesimoa Marco Aurelio Augusto, nè egli aprì mai gli occhi, nè si rallentò il rigore contro ai Cristiani. Era già marciato in persona esso imperadore verso la Pannonia inondata dai popoli barbari. Siccome questa fu una delle più pericolose e memorande guerre che si avessero i Romani, così sarebbe da desiderare che la storia ce ne avesse conservate le memorie. Ma noi non ne abbiamo che un solo scuro abbozzo, e senza distinzione di tempi. Probabil è, che solamente nell'anno presente Marco Aurelio desse principio alle militari sue imprese; ma cosa egli operasse nol sappiamo. Le medaglie[Mediobarbus, in Numismat. Imper.]non parlano di alcuna sua vittoria, e ci mostrano solamente un ponte, sul quale egli passa con alquanti soldati. Abbiamo bensì, che in Roma si celebrarono i decennali del di lui imperio, cioè che si fecero feste, sagrifizii e giuochi pel decennio compiuto del suo savio governo, con far dei pubblici voti, acciocchè salvo egli giungesse al secondo decennio. Fioriva in questi tempi in Roma il celebre medicoGalenoo siaGallieno, come vien chiamato da altri, nativo di Pergamo in Asia[Galenus, de Prognosticis.]. Di colà Marco Aurelio l'avea fatto venire ad Aquileja, nell'anno 169, e poi condottolo a Roma. Sommamente desiderando di averlo a' suoi fianchi in questa spedizione, gliene scrisse. Ma avendolo istantemente pregato Galeno di lasciarlo a Roma, perchè non gli dovea piacere la vita militare, accompagnata da parecchi incomodi e pericoli, se ne contentò il buono imperadore, ma con obbligarlo ad assistere alla sanità diCommodo Cesaresuo figliuolo, il qual fu veramente malato durante la lontananza del padre. Noi sappiamo che fra gli uffiziali, i quali si distinsero nella suddetta spedizione contra de' Marcomanni e degli altri Barbari, si contaronoClaudio Pompejano, genero dell'imperadore, edAvidio Cassio, che poi si ribellò, edElvio Pertinaceche fucol tempo imperadore. Avea quest'ultimo calcati vari posti militari, e si trovava di quartiere nella Dacia; ma per alcune relazioni de' suoi malevoli Marco Aurelio il levò di là. Pompejano, che ne conosceva il valore e il merito, il volle per suo ajutante, ed egli salì con tal congiuntura in sì fatta riputazione, che meritò di essere creato senatore. Anzi chiaritosi l'imperadore che i sospetti della di lui onoratezza erano proceduti da mere calunnie, maggiormente dipoi l'amò, e il promosse ai primi onori. Attesta Dione[Dio, lib. 71.], che in qualche battaglia i Marcomanni furono superiori ai Romani, e che in una d'esse perdè la vitaMarco Vindiceprefetto del pretorio, a cui l'Augusto Marco Aurelio fece alzare tre statue in Roma. Un altro de' suoi prefetti del pretorio fuRufo Basseo, poveramente nato, e che nè pure avea studiato lettere. La sua fortuna, il suo valore, la sua bontà compensarono i difetti della nascita, e l'alzarono in fine a grado così sublime.
Consoli
MassimoeOrfito.
Quai prenomi e nomi avessero questi due consoli, non si è potuto accertatamente scoprire fin qui. Nell'anno presente, per quanto sembra risultar dalle medaglie[Mediobarbus, in Numismat. Imper.], la vittoria accompagnò il valore dell'armi romane nella guerra coi Marcomanni. In esse comparisce laVittoria Germanica, laGermania soggiogata, e truovasi anche il titolo diGermanicodato a Marco Aurelio. Quel solo che non si sa intendere, punto non si vede moltiplicato il titolo d'imperadoreadesso Augusto, come pur solea praticarsi dopo qualche insigne vittoria. Può anche mettersi in dubbio, s'egli per anche ricevesse il cognome diGermanico. Ma se non sappiamo il quando, abbiamo almen sicure notizie da Capitolino[Capitol., in Marco Aurelio.]e da Dione[Dio, lib. 71.], ch'egli ridusse i Marcomanni al Danubio, e che nel voler essi passare quel gran fiume, diede loro una solenne rotta, e liberò la Pannonia dal giogo de' Marcomanni, Sarmati e Vandali. Parte del bottino fatto in quella fortunata azione, siccome composto di roba tolta ai sudditi della Pannonia, volle che fosse restituita ai poveri paesani. Del resto pesatamente procedeva il savio imperadore in sì pericolose congiunture, senza voler azzardare le battaglie a capriccio e sapeva temporeggiare per cogliere i vantaggi. Che se negli affari civili nulla mai determinava senza averli conferiti prima co' suoi consiglieri, molto più ciò praticava in quei della guerra, dove la prudenza ed accortezza ottien più d'ordinario che la forza. Nè s'intestava del suo parere; solendo dire:Più conveniente è ch'io segua il consiglio di tanti e sì saggi amici, che tanti e sì saggi amici seguitino il parere di me solo.Per altro era egli costante nelle fatiche, sebben molti il biasimavano, perchè un filosofo par suo volesse menar la vita fra l'armi e fra i pericoli della guerra: vita che non si accordava punto colle massime degli altri filosofi: pure egli con lettere o colla viva voce facea conoscere giusto e lodevole il suo operare, trattandosi del bene della repubblica, per cui si dee sofferire e sagrificar tutto. Nè per quante lettere gli scrivessero da Roma gli amici, affinchè lasciato il comando ai generali, venisse al riposo, mai non si volle muovere, finchè non ebbe dato fine a questa guerra, che riuscì più lunga di quel che su le prime si credeva.
Consoli
Marco Aurelio Severoper la seconda volta eTiberio Claudio Pompejano.
Il secondo console, cioèPompejano, non è già il genero di Marco Aurelio, siccome colla sua consueta accuratezza osservò l'incomparabile Noris[Noris, Epist. Consulari.]. Non gli ho io dato il prenome diTito, come fan gli altri, perchè in un'iscrizione dal Doni e da me riferita[Thesaurus Novus Inscription., pag. 338.], il veggo chiamatoTiberio, con prenome più usitato dalla famiglia Claudia. Le medaglie[Mediobarbus, in Numismat. Imperat.]ancora di quest'anno parlano dellaVittoria Germanicae dellaGermania soggiogata, e nominatoGermanico Augustol'imperator Marco Aurelio; ma senza ch'egli porti altro titolo che d'Imperadore per la sesta volta, com'egli era chiamato negli anni addietro. Non è improbabile, che in questo verno succedesse la vittoria che, per attestato di Dione[Dio, lib. 71.], riportarono i Romani, combattendo coi popoli Jazigi sul Danubio agghiacciato, con far di molte prodezze. Fors'anche potrebbe appartenere all'anno presente ciò che narra Vulcazio Gallicano nella vita di Avidio Cassio[Vulcat., in Avidio Cassio.]. Voleva costui essere rigidissimo custode della disciplina militare, e si pregiava di essere chiamato un altro Marco. Di tal sua severità, che più convenevolmente si dovea chiamare crudeltà, molti esempli si raccontavano. Fra gli altri uno è il seguente. Comandava egli un corpo dell'armata cesarea alle rive del Danubio. Avendo un dì alcuni de' suoi capitani adocchiato di là dal fiume una brigata di tremila Sarmati, che non faceano buona guardia, senza che nè Cassio nè i tribuni lo sapessero, con poca gente passaronoimprovvisamente il fiume, diedero loro addosso e li disfecero, con far anche un riguardevol bottino. Ritornati al campo que' centurioni, tutti lieti andarono a presentarsi a Cassio, sperando un bel premio per l'impresa felicemente riuscita. Il premio fu, che egli fece immantinente giustiziar tutti, e col gastigo degli schiavi (rigore senza esempio), cioè colla croce, dicendo che si sarebbe potuto dare che i Barbari avessero finta quella negligenza per tirare alla trappola i Romani, e che non s'avea a mettere così a repentaglio la riputazion del romano imperio. E perciocchè a cagion di questa sì rigorosa giustizia l'esercito suo si mosse a sedizione, saltò Cassio fuor della tenda in soli calzoni, gridando:Ammazzate me, se avete tanto ardire, ed aggiugnete questo delitto all'altro della disciplina da voi trasgredita.Questo suo non temere fu cagione che i soldati temessero daddovero, e si quetassero. Ma divolgata una sì fatta azione, mise tal terrore ne' Barbari, che spedirono a Marco Aurelio, lontano allora da quelle contrade, supplicandolo di dar loro la pace per cento anni avvenire. Al rovescio di Cassio era esso imperadore tutto amorevolezza e bontà verso de' soldati, e ben li trattava; ma non volea già che dessero la legge a lui[Dio, lib. 71.]. Dopo una sanguinosa battaglia, riuscita felice all'armi romane, gli dimandarono i soldati paga doppia o altro donativo. Nulla volle dar loro con dire,che il di più del solito che avesse dato, bisognava cavarlo dal sangue de' loro parenti, e ch'egli ne avrebbe renduto conto a Dio. Nè cessava l'infaticabil Augusto, sbrigato ch'era dalle faccende militari, di ascoltare e decidere le cause e liti occorrenti. Si trovava egli nella città di Sirmio, sua ordinaria residenza durante questa guerra; benchè Paolo Orosio[Orosius, in Histor.]scriva ch'egli per tre anni si fermò a Carnunto, città vicina a Vienna d'oggidì, quando arrivòErode Attico[Philostr., in Herode Attico.]celebre oratore di questi tempi, e stato già console, per cagion di una lite assai calda ch'egli avea con la sua patria Atene. Vi giunse anche il deputato degli Ateniesi, per nomeDemostrato, che fu ben accolto da Marco Aurelio, principe naturalmente inclinato a favorir le comunità più che i privati. Prese ancora la protezione della cittàFaustina Augusta, la quale, secondo l'uso di altre imperadrici, accompagnava il marito Augusto alla guerra; e fino una lor figliuola di tre soli anni, facendo carezze al padre Augusto, gittandosi a' suoi piedi, e balbettando gli raccomandava la causa degli Ateniesi. Di tutto informato Erode Attico, allorchè si dovette trattar la causa davanti all'imperadore, lasciatosi trasportar dall'ira fuori di strada, a visiera calata declamò contro al medesimo imperadore, con giungere fino a rimproverargli, che si lasciasse governar da una donna e da una fanciulla di tre anni. E perchèRuffo Basseocapitan delle guardie gli disse,che questa maniera di parlare gli potrebbe costar la vita, Erode gli rispose,che un uomo della sua età(era assai vecchio)nulla avea da temere; e voltategli le spalle se ne andò via. Marco Aurelio senza mai scomporsi, senza fare un gesto indicante noia o sdegno, partito che fu Erode, tranquillamente disse all'avvocato degli Ateniesi, che dicesse le loro ragioni. Era Demostrato uomo eloquentissimo, seppe ben vivamente rappresentarle. Ascoltò Marco Aurelio, ed allorchè intese le maniere, colle quali Erode e i suoi liberti opprimevano il popolo di Atene, non potè trattener le lagrime, perchè grande stima professava ad Erode Attico, uomo insigne, e stato suo maestro, ma ben più amava i suoi popoli. Tuttavia non volle pronunziare sentenza alcuna contro di Erode. Solamente decretò alcuni leggeri gastighi contro ai di lui insolenti liberti, e provvide all'indennità degli Ateniesi. Erode da lì a qualche tempo, per tentarese Marco Aurelio, venuto in Asia, era in collera con lui, gli scrisse, come lagnandosi di non ricevere più sue lettere, quando di tante dianzi era favorito; e il buon imperadore gli diede un'ampia risposta, piena di amichevoli espressioni, con far anche scusa dell'essere stato obbligato a condannar persone appartenenti a lui. Certamente (dice qui il Tillemont[Tillemont, Mémoires des Empereurs.]) ci saran ben de' Cristiani, ai quali nel dì del giudizio farà vergogna questo dolce operare di un imperadore, ed imperadore pagano.