Consoli
Quinto Sosio FalconeeCajo Giulio Erucio Claro.
Nella notte precedente al dì primo di gennaio, siccome dissi, accadde la morte di Commodo. Prima nondimeno che si divulgasse il fatto, Leto ed Eletto[Dio, lib. 73.]furono a trovarPublio Elvio Pertinace, che tuttavia era console[Herodianus, Histor., lib. 2.]. Egli dormiva, e sentendo che veniva a lui il prefetto del pretorio, s'immaginò quella essere l'ultima sua ora, perchè se lo aspettava, dicendosi che gli era stata predetta in quest'anno. Intrepidamente accolse i due ministri, e rimase ben sorpreso all'intendere che in vece dellamorte gli esibivano l'impero. La credette a tutta prima una furberia; ma giurando essi, che Commodo non era più vivo, se ne volle chiarire, con inviar uno de' suoi più confidenti a mirar coi suoi occhi il cadavere dall'estinto principe. Allora egli cedette alle lor persuasioni, e con essi andò al quartiere dei pretoriani. Era molto inoltrata la notte, e fuorchè le sentinelle, tutti riposavano. Leto, esposta la morte di Commodo, presentò loro Pertinace, che dal canto suo promise il consueto regalo; e però tutti, almeno in apparenza, consentirono; ma restarono amareggiati, perchè egli, nell'arringa che fece loro, si lasciò scappar di bocca, che v'erano molti abusi, i quali sperava di levar via collo aiuto di essi. Sospettarono coloro, che volesse spogliarli di quanto avea loro prodigamente donato il morto imperadore. Oltre di che, avvezzi colla briglia sul collo sotto un principe giovinastro cattivo, che lor permetteva di far quanto cadeva loro in capriccio, non potevano mirar di buon occhio Pertinace, cioè un vecchio[Capitol., in Pertinace.], di costumi tanto diversi dal precedente Augusto. Imperocchè è da sapere cheElvio Pertinace, nato da povero padre nella villa di Marte del territorio d'Alba Pompea, città oggidì del Monferrato, insegnò grammatica da giovane; ma perchè gli fruttava poco il mestiere, si rivolse alla milizia, e salendo di grado in grado con riputazione, sostenne de' riguardevoli impieghi nella Mesia e nella Dacia. Per calunnie perdè la grazia di Marco Aurelio Augusto, ma per opera di Claudio Pompejano, genero d'esso imperadore, scoperta la falsità delle accuse, fu Pertinace promosso all'ordine senatorio, ed anche al consolato. Ebbe poscia il governo di varie provincie, e massimamente di Soria, dove attese ad empiere la borsa. Sotto Commodo, abbassato dal prepotente Perenne, si ritirò alla sua patria, dove comperò di molti stabili.Dopo la morte di Perenne, siccome accennai di sopra, fu spedito da Commodo in Bretagna, e di là passò al governo dell'Africa. Finalmente tornato a Roma, vi esercitò, dopoFusciano, uomo severo, la carica di prefetto della città, con tale umanità e piacevolezza, che piacque maggiormente a Commodo, e meritò di procedere di nuovo console con esso lui[Herodianus, Histor., lib. 2.]. Passava Pertinace in questi tempi l'età di anni sessantasei, perchè nato nell'anno 126 della nostra Era; ma era in concetto d'uomo di onore, di molta saviezza ed amorevolezza, e sperimentato nelle cose della guerra. Per attestato di Erodiano[Ibidem.], la sua gravità ed anche la povertà il salvarono sotto Commodo, perchè fra gli altri pregi si contava ancor questo, d'esser egli il più povero dei senatori, ancorchè avesse esercitato molti riguardevoli uffizii. Ma, secondo Capitolino[Capitol., in Pertinace.], si diceva aver egli sempre atteso a raccogliere molto e spendere poco. Un uomo di tal probità, ma insieme poco inclinato alla liberalità, non potea piacere ai soldati, troppo male avvezzati sotto Commodo.
Durava tuttavia la notte, quando si fece sparger voce per la città, cheCommodoera morto, ed eletto imperadorPertinace. Saltò fuori tutto il popolo con incredibil festa ed incessanti grida, caricando di maladizioni e villanie il defunto Augusto, cantando i suoi vituperii, e dandogli i nomi di tiranno, di gladiatore, di ernioso, perchè egli patì di una ernia, ch'era visibile agli occhi del pubblico. Anche i senatori, balzati dal letto, corsero, non sapendo dove stare per la gioia, alla curia: e quivi si presentò loro Pertinace, ma senza insegna alcuna d'imperadore e coll'animo assai agitato, perchè sapendo la bassa sua condizione in confronto di tanti altri senatori delle prime e nobili casate di Roma, sembrava a lui un'indecenza, ed anche un passo pericoloso,il prendere un posto più ragionevolmente dovuto ad altri. Però assiso in senato nella solita sua sedia, disse che egli veramente era stato riconosciuto imperadore dai soldati, ma che vecchio inabile ed immeritevole, rinunziava a quell'onore, e che eleggessero chi loro piacesse, essendovi tanti nobili degni più di lui del trono. Secondo Erodiano, prese anche pel braccioAulo Glabrione, creduto il più nobile de' Romani, e l'esortò a voler egli assumere la dignità imperiale. Capitolino aggiunge, che fece lo stesso conClaudio Pompejano, genero già di Marco Aurelio, e cognato di Commodo; ma che anch'egli si scusò. E qui dee aver luogo ciò che racconta Dione[Dio, in Excerpt. Valesianis.], cioè chePompejano, siccome persona di gran prudenza, osservato ch'ebbe qual mala bestia fosse Commodo suo cognato, di buon'ora si ritirò in villa, nè si lasciava se non rade volte vedere in città, adducendo per iscusa varie sue indisposizioni, e specialmente la vista sua troppo indebolita. Nè volle già egli venire agli ultimi spettacoli di Commodo, per non essere spettator del disonore della maestà imperatoria, essendosi solamente contentato che v'intervenissero i suoi figliuoli. Creato poi Pertinace imperadore, gli tornò la vista, svanirono i suoi malori; e Pertinace a lui e a Glabrione fece sempre un distinto onore, nè risoluzione imprendeva senza il loro consiglio. Lo stesso Pompejano poi, da che fu morto Pertinace, e si videro imbrogliati forte gli affari, tornò ad ammalarsi, a vedervi poco, e a battere la ritirata. Da ciò si raccoglie essere adulterato il testo di Dione presso Zonara[Zonaras, in Annal.]e Sifilino, là dove è detto, che Claudio Pompejano, genero di Marco Aurelio fu quegli che presentò a Commodo il pugnale per ammazzarlo. Ora i senatori, veduta la umiltà e l'onorato procedere di Pertinace, quasi tutti di buon cuore il confermarono imperadore, e convenne anchefargli forza perchè accettasse l'imperio[Capitol., in Pertinac.], se non cheFalcone, il quale dovea la mattina seguente entrar console, gli si mostrò ora, e peggio poi nel progresso, assai contrario, con dirgli di non sapere come avesse da riuscire il di lui governo, da che il mirava sì favorevole a Marzia e a Leto, stati ministri delle iniquità di Commodo. Al che rispose quietamente Pertinace:Voi siete console giovane, nè sapete che cosa sia la necessità di ubbidire. Costoro hanno ubbidito fin qui loro malgrado a Commodo. Subito che han potuto, han dato a conoscere la lor buona volontà.
Quindi proruppe il senato in acclamazioni festose verso il novello regnante, in detestazioni di Commodo, che si leggono a parola per parola presso Lampridio[Lampr., in Commod.], prese dalla storia perduta di Mario Massimo. Soprattutto dimandavano i senatori, che si facesse al cadavero di Commodo il trattamento conveniente a chi era stato nemico degli dii, boia del senato, parricida, nemico della patria, cioè che fosse strascinato coll'uncino per la città, e gittato nel Tevere, siccome si usava co' malfattori più esecrandi. Ma quel corpo, di permissione di Pertinace, era già stato segretamente seppellito in qualche sepolcro, e di là fra qualche tempo Pertinace lo fece trasportare nel mausoleo d'Adriano, perchè non gli piaceva d'irritare i pretoriani, troppo innamorati dell'estinto regnante. Fatta fu anche istanza dal senato, che si rompessero tutte le statue di Commodo, e si abolissero tutte le sue memorie. Non perdè tempo il popolo ad eseguirne il decreto. A Pertinace furono nello stesso tempo accordati tutti i titoli consueti degl'imperadori. Scrive Capitolino[Capitolin., in Pertinac.], che aFlavia Tazianadi lui moglie fu dato il titolo diAugusta; ma sì egli, che Dione senatore, presente allora a tutti quegli affari, aggiungono averle bensì il senatodecretato questo onore, siccome ancora al di lui figliuolo il titolo diCesare; ma che Pertinace ricusò l'uno e l'altro, perchè non mirava per anche abbastanza assodato il suo imperio, conosceva l'umor petulante della moglie, nè gli pareva che il figliuolo di età anche tenera fosse capace di tanto onore. Diede egli principio al suo governo con ottime idee e rettissima volontà. Dovea pagarsi il regalo promesso ai pretoriani e agli altri soldati di Roma, e nell'erario non si trovò più di venticinquemila scudi. Mise perciò[Dio, lib. 73.]in vendita le statue, l'armi gioiellate, i cavalli, le carrozze, gli schiavi, le concubine, e tutte le altre vane suppellettili di Commodo, tanto che ne ricavò danaro da pagare in parte il regalo pattuito coi soldati, e da fare un donativo al popolo di cento danari per testa.Emilio Letonello stesso tempo spogliò d'ordine suo tanti buffoni, che Commodo avea smisuratamente arricchiti coi beni dei senatori uccisi. Trattava il buon Pertinace, uomo senza fasto, cortesemente con tutti, ed affabile era massimamente coi senatori, ciascun de' quali potea liberamente dire il suo parere; e dicea anche egli il suo, ma con tranquillità e rispetto a quello degli altri. Or questi or quelli voleva alla sua tavola, tavola propria di un principe, ma frugale. Per questa frugalità v'erano de' ricchi e magnifici che il mettevano in burla; ma da tutta la gente savia ne veniva egli ben commendato. Applicossi a riformar le spese superflue, a levare gli abusi introdotti, a pagare i debiti del pubblico. Ai pretoriani e alle altre milizie non fu più permesso di rubare nè il far insolenze ed ingiurie a chicchessia. Cessarono le spie e gli accusatori, furono cassate le ingiuste condanne; restituiti i beni indebitamente confiscati; richiamati i banditi; e si potè dar sepoltura convenevole a chi in addietro non la potè conseguire. Abolì per le provincie vari dazi imposti dai cattivi principi alle rive de' fiumi, ai ponti,alle strade. Promosse l'agricoltura per tutta l'Italia, donando le terre abbandonate ed incolte, acciocchè si coltivassero. In somma, sotto sì moderato e buon principe[Herodianus, Histor., lib. 2.]cominciava a rifiorir Roma, ed ogni saggia persona benediceva il tempo presente; ma questo tempo, che pareva così sereno, stette ben poco a rannuvolarsi.
Malcontenti già erano, siccome dissi, del nuovo governo i soldati[Capitol., in Pertinace.]; e molto più se ne disgustarono, da che si videro imbrigliati e ritenuti dal far que' mali che solevano. Aveano insino ne' primi giorni tentato di esaltare al tronoTriario Materno Lasciviosenatore; ma egli scappò lor dalle mani, e andato a trovar Pertinace, si ritirò poi fuori di Roma. Mirarono ancor i pretoriani di mal occhio l'abbattimento delle statue di Commodo, e ne fremevano. Intanto aspettava Pertinace il giorno natalizio di Roma, per mutar la famiglia di corte, che dianzi serviva a Commodo, non l'avendo egli licenziata finora. Da tutti costoro ancora era egli odiato a morte, e specialmente dai liberti, a' quali avea già tagliate le unghie sul vivo. Il saper poi quanto egli fosse guardingo nelle spese, e in concetto d'avaro, e che per ristorare l'erario fallito esigeva imposte messe da Commodo, contro le promesse fatte; e la voce corsa, che per far danaro si cominciassero a vendere le grazie e la giustizia; e che quei d'Alba Pompea corsi, credendo di toccare il cielo col dito sotto un Augusto lor compatriotto, s'erano trovati delusi: tutto ciò cagion fu che dalla maggior parte del popolazzo egli fosse poco amato, e che nella commedia sotto nome d'altre persone si sparlasse di lui, con dire fra le altre cose, ch'egli aveva bei detti, ma pochi fatti. Ai soldati e alla plebe non solevano piacere se non quegl'imperadori che largamente spendevano e più largamente donavano. Cosìla discorre Capitolino[Capitol., in Pertinace.], il quale cento anni dipoi scrisse alla rifusa la di lui vita, nè dovea aver qui buone memorie. Imperocchè Dione[Dio, lib. 73.]ed Erodiano[Herod., Histor., lib. 2.], meglio informati di questi affari, ci lasciarono un diverso, cioè un bellissimo ritratto di Pertinace, dicendone amendue un gran bene, ed assicurandoci tale essere stata la clemenza, la saviezza, la modestia, l'illibatezza sua, tanta la sua premura pel pubblico bene, a cui principalmente tendevano le mire sue, che già Roma si potea dire tornata in un tranquillissimo e felicissimo stato. Lo stesso Capitolino attesta di poi anch'egli, che il popolo andò nelle smanie, udita la di lui morte, perchè tutti speravano di veder sotto di lui tornare ad un bel mezzogiorno l'imperio romano: segno dunque che l'amavano molto, e che non ha sussistenza quanto egli ha detto di sopra. Solamente confessa Dione, ch'egli fallò nello aver voluto con troppa fretta correggere tutti i disordini, parte de' quali era inveterati; e molto più nell'aver dato ai soldati men regalo di quel che avessero ricevuto da Marco Aurelio e da Commodo; perchè sebben egli nel senato protestò di averlo fatto, la verità nondimeno era che que' due Augusti aveano loro donati venti sesterzii per testa, laddove Pertinace non ne diede che dodici. Ma la rovina di questo recente imperadore si dee principalmente attribuire adEmilio Letoprefetto del pretorio, che o per qualche riprensione a lui fatta da Pertinace[Capitolinus, in Pertinace.], o perchè non potea conseguir quella padronanza che avea dianzi immaginato, si pentì d'averlo promosso all'imperio, e congiurò coi pretoriani contra di lui. Scoprissi intanto cheSosio Falconeconsole personaggio di gran credito per la sua nobiltà ed opulenza, trattava con essi pretoriani per occupare il trono cesareo, e ne fu portata l'accusa collepruove al senato. Pretesero nondimeno alcuni ch'egli fosse innocente di questo fatto. Trovandosi allora Pertinace al mare, per provvedere all'abbondanza della annona, corse subito a Roma, e nel senato avendo inteso che già s'era in procinto di condannar Falcone[Dio, lib. 73.]:Non sia mai vero, gridò, che sotto il mio principato alcuno senatore anche per giusta cagione abbia da perdere la vita.Ma Emilio Leto[Zonaras, in Annalib.], benchè niun ordine ne avesse da Pertinace, e solamente per renderlo odioso, prese di qua il pretesto di far ammazzare alcuni soldati quasi complici di Falcone, con ispargere anche il terrore sopra gli altri, quasi che tutti avessero da perire. Attizzati perciò dugento de' più arditi pretoriani, colle spade sguainate a dirittura di mezzodì andarono al palazzo, e, senza che alcun si opponesse, furiosamente salirono le scale. Capitolino scrive ch'essi erano di guardia, e che parte degli stessi servitori di corte, che odiava Pertinace in suo cuore, li vide volentieri venire, e spalancò le porte. Essendo volata la moglie ad avvisar l'Augusto marito di questa novità, egli ordinò a Leto di correre a frenar la sedizione; ma Leto, uscito per altra via, se n'andò, lasciando agli ammutinati di eseguir quello che pensavano. Nulla dice Dione di questo; ma bensì, che avrebbe potuto Pertinace salvarsi, se avesse voluto, perchè v'era una squadra di cavalleria con altre guardie, e molta gente di corte, bastante a tagliar a pezzi coloro; ed almeno poteva nascondersi, e far serrare le porte. Signor no: gli cadde in pensiero d'affacciarsi egli stesso, figurandosi d'atterrirli col suo venerabil aspetto, e di placarli a forza di buone parole. In fatti loro parlò con tal gravità ed amore, che molti già deposte l'armi, colla testa bassa si ritirarono; quando un d'essi più temerario degli altri, Liegese di patria, per nome Tausio, se gli avventò col ferro dicendo:Questo tel mandano isoldati, e il ferì nel petto; gli altri il finirono.Eletto, mastro di camera, che gli stava al fianco, dopo aver ucciso due di quegli scellerati, e feriti molt'altri, con gran fedeltà lasciò anch'egli la vita fra le loro spade. Accadde questa tragedia nel dì 28 di marzo, essendo appena corsi ottantasette giorni da che Pertinace reggeva l'imperio. Il capo dell'infelice Augusto, posto sopra una picca, fu portato al quartiere dai soldati, i quali tosto armarono i lor posti, cioè il castello pretorio, per paura del popolo.
Sparsa infatti in Roma così funesta nuova, non potea il popolo darsi pace per la perdita di sì buon principe, che tante cose in sì poco tempo avea fatto in servigio del pubblico, e più si conosceva che avrebbe fatto, se più lungamente fosse vivuto. Ognun fremeva, tutti piangevano, e smaniando uscirono per le piazze, per le strade, cercando gli assassini, gridando vendetta. Ma i senatori veggendo in tanta confusion la città, chi si ritirò alle sue case, e chi anche in villa per timore di peggio. Se crediamo ad Erodiano[Herod., Histor., lib. 2.], due dì passarono in questo ondeggiamento e turbolenza, senza che il popolo potesse vendicar la morte dell'infelice principe, e senza che i pretoriani movessero piede dalla loro fortezza. Dopo di che costoro, osservato che nulla si facea dal senato e dal popolo, misero in vendita il romano imperio. Merita nondimeno più fede Dione[Dio, lib. 73.], da cui impariamo, che essendo stato mandato da Pertinace per placare i pretoriani Flavio o siaFlacco Sulpiciano, suocero suo, già da lui creato prefetto di Roma e personaggio assai degno di quell'impiego: questi appena intese la morte del genero Augusto, che si diede a far brighe per divenire successore di lui nel trono. MaDidio Severo Giuliano, che intese messa all'incanto l'imperial dignità, corse anch'egli al mercato, e stando alle mura del quartiere de' pretoriani, cominciò adesibir danari più dell'altro[Spartianus, in Jul.]. EraGiuliano, di nobil casa nativo di Milano. Dione[Dio, lib. 73.]chiama quella città patria di lui, e vi fu relegato da Commodo per sospetto che fosse complice della pretesa congiura diSalvio Giuliano. Discendeva, per via di padre o pur di madre, dal celebre giurisconsulto Giuliano. Nato nell'anno 133 di Cristo, avea passati i suoi anni in vari impieghi civili e militari con riputazione, governate provincie, ottenuto il consolato in compagnia di Pertinace. Parlano indifferentemente dei di lui costumi gli scrittori[Herodianus, lib. 2.], facendolo gli uni un avaro, altri un crapulone. Dione, ch'era forte in collera contra di lui, giugne fino a dire, che fu dedito alla magia. Convengono poi tutti in dire, ch'egli era sommamente denaroso, e che con tal fiducia si fece innanzi per comperar l'imperio da chi volea venderlo. Entro il quartiere de' pretoriani si trovava ancheSulpiciano, siccome dissi, a questo traffico. Andavano innanzi indietro sensali per vedere chi più offeriva; ed era già a buon segno Sulpiciano, coll'aver promesso ventimila nummi per testa, che da alcuno son figurati quattrocento scudi romani, o filippi, ed a me paiono somma eccessiva. Ma restò superiore Giuliano con prometterne venticinquemila, dicendo anche di averli in cassa e con far conoscere ai pretoriani, che facevano un mal contratto accordandosi coll'altro, il quale, siccome suocero di Pertinace, avrebbe saputo ben vendicarlo.Viva dunque l'imperador Giuliano, gridarono allora i pretoriani, tanto più inclinati a costui, perchè prese il nome diCommodo, e si mostrò amico della di lui memoria. Dopo aver promesso, secondo le loro istanze, di non nuocere a Sulpiciano, creò prefetti del pretorioFlavio GenialeeTullio Crispino.
Verso la sera s'inviò Giuliano allavolta del senato[Dio, lib. 73.], scortato più del solito da una copiosa masnada di pretoriani, tutti in armi, come se andassero a battaglia per timore del popolo. Allora i senatori, ancorchè in lor cuore detestassero questo mercatante della dignità imperiale, e fra gli altri Dione sapesse di non essere molto in grazia di lui, perchè caro già a Pertinace, e perchè in trattar varie cause avea aringato forte contra del medesimo Giuliano; pure ognun di essi, accomodandosi al tempo, andò frettolosamente alla curia. Comparso colà Giuliano, parlò senza giudizio, chiamando sè stesso degnissimo dell'imperio, dicendo di essere venuto solo, acciocchè il confermassero imperadore, quando seco avea tante schiere d'armi, e molti di essi soldati nello stesso senato, che poteano dar polso a tali preghiere. Mostrò ancora di conoscere ch'essi l'odiavano. Ciò non ostante fu confermato e passò al palazzo. Prima di cena fece dar sepoltura al corpo di Pertinace. Non avea detto una parola di lui nel senato, e non ne disse mai più per non dispiacere ai pretoriani. Vuole Sparziano ch'egli cenasse con della malinconia. Dione, all'incontro, ch'egli si mostrò allegro, giocò ai dadi, e fece entrare in sua camera Pilade ballerino con altri buffoni. Furono la mattina seguente senatori e cavalieri ad inchinarlo e a rallegrarsi, ed egli con somma cortesia accolse ognuno. Una mascherata era quella, perchè gli uni da burla si congratulavano, ed egli fingeva di credere ciò che sapea non essere vero[Spartianus, Dio, Herodian.]. Si portò egli dipoi al senato, ed allorchè era per fare un sagrifizio, il popolo cominciò con alte voci a gridare ch'egli era un parricida, un usurpatore dell'imperio.Giuliano, senza alterarsi, mostrò loro la borsa come promettendo loro un donativo, o pur colle dita accennò quante migliaia volea donar loro. Ed essi più che mai incolleriti gridavano:Non ne vogliamo; no, che non ne vogliamo,e gli gittarono de' sassi. Perdè allora la pazienza Giuliano, ed ordinò ai soldati di guardia di ammazzare i più vicini. Il che fatto, il popolo più che mai andò caricando di villanie lui, ma più i soldati. Indi corse a pigliar l'armi, e si ridusse nel circo, dove si fermò tutta la notte senza prender cibo, e nè pure un sorso d'acqua, facendo intanto istanza, che si chiamasse a RomaPescennio Negro, governator di Soria, colle sue legioni. Nel dì seguente deposte l'armi, se ne tornarono alle lor case, e cessò la tempesta. Ora se il senato, se il popolo romano non sapea sofferire un imperadore, per via sì ignominiosa portato al trono, aveano ben ragione. Questo funestissimo esempio insegnò a tanti altri indegni e tiranni di occupar da lì innanzi l'augusto soglio di Roma; aprì la porta ad infinite guerre civili, che andremo raccontando, e fu infine la rovina dell'imperio romano, col prevalere i Barbari, e soperchiare il corpo, che a poco a poco si andò disciogliendo, della romana repubblica. Nè si vergognò Giuliano di prendere tutti i titoli più onorevoli degli altri imperadori; fece anche dar quello di Augusta aMallia Scantillasua moglie e aDidia Clarasua figliuola, maritata conCornelio Repentino, a cui conferì la prefettura di Roma. Per attestato di Erodiano[Herodian., Hist., lib. 2.]con tutto il votare de' suoi scrigni, e col ricorrere allo smunto erario imperiale, non trovò tanto da pagare tutto il promesso regalo ai pretoriani, i quali perciò rimasero disgustati di lui: laddove Sparziano[Spartian., in Jul.]slargando la bocca, scrive che avea promesso a cadauno venticinquemila nummi, e ne pagò trentamila. Non si sa ch'egli fosse crudele; le finezze e carezze che facea a tutti erano incredibili; ma specialmente le praticava coi senatori, che vi trovavano dell'affettazione. I conviti suoi furono frequenti; le tavole superbamenteimbandite; ma il cuore de' grandi e del popolo era sempre lo stesso.
Tre principali eserciti si contavano allora nel romano imperio comandati da tre insigni generali. Quello dell'Illirico e della Pannonia ubbidiva aLucio Settimio Severo: quello della Bretagna aDecimo Clodio Albino: e quello della Soria, il governo della qual provincia era in que' tempi il più riguardevole di tutti, aCajo Pescennio Negro. Perchè a Pescennio arrivò ben tosto l'avviso di essere chiamato in aiuto del popolo romano, altro non occorse, perchè egli si facesse proclamarImperadoredal suo esercito, e dal numerosissimo popolo della città di Antiochia. MaSettimio Severo, verisimilmente mosso con segrete lettere da qualche senatore, che lui considerava miglior testa, che gli altri due, oltre all'esser egli più vicino, e all'aver più forze al suo comando, nè pur egli tardò ad assumere il titolo d'Imperatore Augustoin Carnunto città della Pannonia. Per non aver poi da contendere con due avversarii nel medesimo tempo, prese il partito di guadagnarAlbino, dichiarandoloCesare, con una specie di adozione: trappola, che a lui ben servì, perchè Albino ricevute le lettere di Severo, le quali non si poteano scrivere più tenere da un padre ad un figliuolo, non pensò più a far novità e movimento alcuno. Secondo alcuni autori sembra che tale risoluzion di Severo verso Albino succedesse più tardi. Dione[Dio, lib. 73.]attesta, che si videro in questi tempi tre stelle intorno al sole, cospicuo a tutti, ed egli stesso chiaramente le osservò, o ne fu formato un cattivo presagio agli affari diGiuliano. Intanto tutte le città dell'Illirico sino a Bisanzio (cioè sino ad una città che avea riconosciuto Pescennio Negro) e le Gallie, e la Germania romana, si dichiararono per Settimio Severo; laonde egli senza perdere tempo si mosse coll'armata sua, per venire a dirittura a Roma, da dove prima di prendere la porporaimperiale, aveva egli destramente ritirati i suoi figliuoli. All'avviso di tante novità a non pochi batteva forte il cuore in Roma, ma i più brillavano per l'allegrezza, nondimeno celata, per desiderio e speranza di veder a terra l'odiato Giuliano. Fu di parere il Relando[Reland., Fast. Consul.], che nelle calende di marzo agli ordinari consoli fossero sostituitiFlavio Claudio SulpicianoeFabio Cilone Septimiano. Pare che ciò dovesse succedere più tardi, citando egli un'iscrizione del Fabretti[Fabret., Inscript., p. 688.], posta nel dì 19 di marzo di quest'anno FALCONE ET CLARO COS. Anzi si vede un altro marmo presso il Grutero[Gruterus, Thesaur. Inscr., p. 475, n. 4.], dove a dì 5 di settembre sono mentovati gli stessi consoli. Ma non è ben certo, perchè molti non ne faceano caso dei consoli sostituiti. Per conto diCiloneuna altra iscrizione pubblicata dal Doni, e riferita anche da me[Thesaurus Novus Inscription., pag. 345.], c'insegna essere stato il suo nomeLucio Fabio Cilone Septimiano. Ma nè pur apparisce che questi due fossero sostituiti; ed è malamente citato, in pruova di ciò, Erodiano. Abbiamo bensì da Dione[Dio, lib. 73.], cheSilio Messala, verisimilmente sustituito aFalcone, dappoichè cadde di posto per l'accusa narrata di sopra, era console sul principio di giugno. D'altri consoli sostituiti in quest'anno parla il Relando, senza che se ne veggano le pruove.
Non si credeva Giuliano di aver a contendere se non conPescennio Negro, quando gli arrivò la nuova, che ancheSettimio Severo, avea alzata bandiera contra di lui. Allora si vide perduto. Precauzioni da ridere furono quelle ch'ei prese con fare che il senato dichiarasse nemici pubbliciSeveroeNegrocon terribil bando ai soldati che loro ubbidissero; ma Severo assai informato era del cuore de' senatori. Spedì il senato anche dei deputati all'uno e all'altro, per esortarli ad ubbidire; ma Severoguadagnò gli spediti a lui, e gl'indusse a parlare in suo favore all'armata. Aquilio Centurione, ed altri mandati da Giuliano, per assassinar i due nuovi imperadori, trovarono di aver che fare con gente più accorta di loro. Mise esso Giuliano in armi i suoi pretoriani, fece fare un trincieramento fuori di Roma con fosse; e mise delle buone porte e dei cancelli al palazzo imperiale. Dione presente a tutto confessa che non potea trattener le risa al mirare i pretoriani, avvezzi alle delizie, intrigati a ripigliare il mestier della guerra; meno ancora le soldatesche ne sapeano, che Giuliano avea fatto venire dall'armata navale di Miseno; e per gli elefanti, co' quali si sperava di atterrire i cavalli de' nemici, non si trovava chi li sapesse condurre. Roma sembrava oramai una città assediata, non vedendosi andar innanzi indietro altro che armi, cavalli ed attrezzi di guerra. Giuliano in questi tempi fece uccidereEmilio Leto, prefetto del pretorio, e Marzia, autori della morte di Commodo, sapendo che Severo era creatura di Leto, e temendo perciò di vedergli uniti contra di sè. Ma Severo, senza mettersi pensiero de' vani preparamenti di Giuliano, veniva a gran giornate verso l'Italia. A lui si davano tutte le città. Senza opposizione entrò in Ravenna, e s'impadronì della flotta solita a stare in quel porto.Tullio Crispinocreato nuovamente prefetto del pretorio, e mandato da Giuliano per occupar quella flotta, se ne tornò indietro con poco gusto. Allora Giuliano non sapendo dove volgersi, ordinò che le vestali, i sacerdoti e il senato andassero incontro a Severo per fermarlo; e perchè trovò in ciò della contraddizione, avea disegnato di spingere i soldati nel senato, per isforzare i senatori ad ubbidire; e non ubbidendo, di fargli tagliare a pezzi. Tanto gli fu detto, che desistè da sì maligno pensiero, e mandò poi ordine al senato di dichiararSeverocollega dell'imperio, pensando con ciò di comperarsi la di luigrazia. Il decreto fu fatto ed inviato a Severo, il quale per consiglio de' suoi lo rifiutò, perchè le sue forze e la conoscenza di quel che bolliva in Roma, gli prometteano molto più. Aveva egli fatto sapere ai pretoriani, che se stessero quieti, e gli dessero in mano gli uccisori di Pertinace, non farebbe lor male; e ne scrisse aVeturio Macrino, con dargli speranza di crearlo prefetto del pretorio. S'egli poi mantenesse la parola, nol so dire; certo è bensì, che promosse a tal caricaFlavio Giovenale. Continuato poscia il viaggio, le milizie dell'Umbria, che doveano guardare i passi dell'Apennino, si unirono con esso lui, ed intanto i pretoriani abbandonarono Giuliano. Allora costui restò in isola, e in braccio alla disperazione[Dio, lib. 73. Spartianus, in Jul. Herodian., lib. 2.]. Indarno avea tentato di rinunziar l'imperio aClaudio Pompejano, personaggio di gran senno, che si scusò colla sua vecchiaia; indarno fece scannar molti fanciulli, credendo per magia di conoscere il suo destino. Il senato adunque, subito che fu assicurato daSilio Messalaconsole, che non vi era più da temere de' pretoriani, proferì la sentenza di morte contra di Giuliano, usurpator dell'imperio; dichiarò imperadoreSevero, con far una deputazione di cento senatori che andassero ad incontrarlo, e decretò gli onori divini aPertinace. Probabilmente ciò fu sul fine di maggio, o in un dei primi due giorni di giugno. Furono inviati alcuni a tagliar la testa a Giuliano, che restò ben servito, nè altro seppe dire, se non:Che male ho io fatto? a chi ho io tolta la vita?tardi conoscendo di aver impiegati i suoi tesori per comperarsi un fine sì miserabile. Permise poi Severo, che il di lui corpo trovasse riposo nella sepoltura de' suoi antenati.
Ora Severo, uomo sommamente guardingo e diffidente, massimamente dopo avere scoperto le già mandate persone per assassinarlo, era dalla Pannoniamarciato fin qui in mezzo ad una guardia di secento soldati scelti, i quali mai non si cavarono la corazza, ed accompagnato dall'armata sua, come se fosse in paese nemico. A Narni se gli presentarono i cento senatori deputati che prima della udienza furono ben ricercati se aveano armi sotto[Spartianus, in Sev. Herodian., lib. 3.]. Li ricevè Severo con della maestà, e nel dì seguente, dopo averli regalati, diede loro licenza di ritornarsene a Roma, con facoltà nondimeno di restar chi volesse con lui. Vicino a Roma mandò ordine ai pretoriani di venire ad incontrarlo senz'armi, e in abito di pace e di festa. Aveva egli fatto giustiziare gli uccisori di Pertinace. Venuti che furono, fattili attorniare dalle sue genti armate, all'improvviso ordinò che fossero presi tutti, e dopo aver loro fatto un aspro rimprovero per le iniquità commesse in addietro, volle che fossero spogliati dei lor pugnali, o spade che fossero, delle vesti, e fin della camicia; e che sotto pena capitale stessero cento miglia lungi da Roma, con riconoscere da lui per grazia grande, se donava loro la vita. Svergognati e colla testa bassa se ne andarono costoro, ben pentiti di essere capitati colà disarmati. Furono loro tolti anche i cavalli; e Dione[Dio, lib. 72.]racconta che un di questi cavalli scappò per tener dietro al suo padrone nitrendo. Accortosi il soldato di questo, tanto era turbato l'animo suo, che rivoltosi uccise il cavallo, e poi sè stesso. Nè tardò Severo a mandar guernigione nella fortezza dei pretoriani, e ad impossessarsi di tutte le lor armi ed arnesi. Fece dipoi l'entrata sua in Roma, se crediamo a Sparziano, armato di tutte armi. Dione che ne sapea più di lui, siccome presente a tutto, scrive ch'egli venne a cavallo sino alla porta, e quivi smontato si vestì da città, e a piedi vi entrò. Era tutta la città in festa, e i cittadini coronati di lauro e di fiori, ornate le strade di preziosi addobbi, lumi eprofumi dappertutto; e tutti i senatori magnificamente coi loro roboni il corteggiavano col popolo affollato, che assordava il cielo con viva e con alte acclamazioni, gareggiando ognuno per mirar questo novello padrone. Con tal pompa andò Severo al Campidoglio, dove nel tempio di Giove fece i sacrifizii; e dopo aver visitato altri templi, passò a riposar nello imperial palazzo. Il resto delle azioni sue spettanti a quest'anno mi sia lecito di riserbarlo al seguente.
Consoli
Lucio Settimio Severo Augustoper la seconda volta, eDecimo Clodio Settimio Albino Cesareper la seconda.
Si sa cheSevero Augustoera stato ornato di un consolato straordinario, con avere avuto per suo collegaApulejo Rufino; ma non se ne sa l'anno. Molto meno ci è noto quandoAlbinofosse console la prima volta. Ci assicurano le medaglie[Mediobarbus, in Numism. Imper.]che anch'egli procedette in quest'anno console per la seconda volta. Severo, che con questi onori voleva addormentarlo, fece anche battere monete ad onor suo; sicchè ognun lo avrebbe creduto il Beniamino di Severo. Il nome diSettimioa lui dato nelle stesse medaglie ci fa intendere che Severo lo avea adottato per figliuolo; se con retto cuore poi, non istaremo molto ad avvedercene. In una iscrizione riferita dal Cupero e dal Relando[Reland., in Fastis Consul.],Albinoconsole è chiamatoLucio Postumiano. Ma venendo quel marmo dal magazzino fallace del Gudio, non se ne può far capitale; quando pur non volessimo che adAlbino Cesare, appellato nelle medaglieDecimo Clodio, fosse sostituito un altro Albino: il che non è credibile. Venga ora meco il lettore a conoscere chi fosseLucioSettimio Severonuovo Augusto[Spartianus, in Sever.]. Era egli per nascita Africano, perchè venuto alla luce in Leptis, città della provincia Tripolitana, nell'anno 146 della nostra Era, a dì undici d'aprile. Senatoria fu la sua famiglia. Due suoi zii paterni erano stati consoli. Suo padre portò il nome diMarco Settimio Gela. Esso Settimio Severo giovinetto studiò lettere latine e greche in Africa[Eutrop., in Breviar.]; gran profitto fece nell'eloquenza e nella filosofia de' costumi; e venuto dipoi in età di diciotto anni a Roma fu condiscepolo diPapiniano[Spartianus, in Caracalla.], studiando la giurisprudenza sottoScevola, insigne legista di questi tempi. Nondimeno Dione[Dio, in Excerptis Vales.], che intimamente il conosceva, trovò in lui un buon genio, ma non molta abilità per l'eloquenza e per le scienze. Diedesi anche a far l'avvocato, ma con poca fortuna. Aveva egli portato seco a Roma il fuoco africano[Spartianus, in Caracalla.]; e però la sua gioventù fu piena di furore, ed anche di delitti, ed accusato una volta d'adulterio, la scappò netta per grazia diSalvio Giuliano, di cui poscia procurò la rovina. Sotto Marco Aurelio entrò negli impieghi civili, poscia nei governi; e trovandosi in Africa legato del proconsole, si racconta che, camminando egli a piedi un giorno colle insegne avanti della sua dignità, un uomo plebeo della sua patria Leptis, vedutolo in così nobil carica ed accompagnamento, per allegrezza corse buonamente ad abbracciarlo, dicendogli:O paesano caro.Severo gli fece dare una man di bastonate per esempio agli altri, affinchè più rispettassero i magistrati romani. Scrivono ancora ch'egli consultò uno strologo africano, il quale, veduta ch'ebbe la di lui genitura, gliela restituì dicendo:Dammi la tua, e non quella degli altri.Giurò Severo, che era la sua; ed allora gli fu predetto quanto poscia avvenne. Di sì fatte predizioni edi augurii presi da' sogni e da varii accidenti, nel che non poco deliravano una volta i Gentili, parlano molto gli storici antichi. Io, siccome vanità o fole, non le reputo degne di menzione. Passò poi Severo per impieghi militari al governo della Gallia Lionese. Fu console, proconsole della Pannonia, della Sicilia, e finalmente dell'Illirico, dove stando, le rivoluzioni di Roma aprirono a lui strada per salire sul trono.
Cominciarono di buonora i Romani a provare che duro maestro fosse questo padrone[Spartianus, in Severo.]. Da che egli fu entrato in Roma, i soldati suoi co' cavalli presero alloggio, e fecero stalla ne' templi, ne' portici, e dovunque loro piacque; e a buon mercato comperavano quel che loro occorreva, perchè non volevano pagare un soldo. Un gran dire e paura per questo era nella città. S'aggiunse che ito nel giorno seguente Severo in senato, quei soldati cominciarono con alte grida a pretendere un'esorbitante somma di regalo da esso senato, cioè quella stessa che fu pagata all'esercito, allorchè s'introdusse in Roma Ottavio Augusto: quasi che fosse costato loro assai di pena il far entrare in Roma il loro imperadore. Durò fatica lo stesso Severo a quetar quel tumulto, con far loro pagare, o promettere una somma minore, cioè dugento cinquanta dracme per testa. Era poi inveterato costume[Dio, lib. 74.], che le guardie degli Augusti si prendessero dalla Italia, Spagna, Macedonia e Norico, siccome persone di bell'aspetto e trattabili ne' costumi. Gran mormorazione insorse, perchè Severo a formar quelle compagnie badò solamente alla fortezza, scegliendo perciò gente tutta di orrido aspetto, di linguaggio che facea paura, di costumi salvatici e bestiali. Accrebbe anche il numero d'esse compagnie con grave spesa del pubblico. Ma questo fu rose e viole in paragon di quello che vedremo nell'andare innanzi. SapevaSevero quanto fosse caro ai Romani Pertinace, quanto lodata la forma del suo governo; e però da uomo accorto, per lusingar il popolo, unì ai suoi nomi quello ancora diPertinace[Herodianus, lib. 2.]. Allorchè fu nel senato parlò con assai cortesia e bontà, promettendo di gran cose, e sopra tutto di voler prendere per suo modello Marco Aurelio e Pertinace. Nè solamente promise e giurò di non far mai morire alcun senatore[Dio, lib. 74.], ma ordinò ancora, che si formasse un decreto chequello imperadore, il quale altramente operasse, e chiunque a ciò gli prestasse mano, eglino coi lor figliuoli fossero tenuti per nemici della repubblica. Si poteva egli desiderar di più? Ma se ne dimenticò ben presto Severo.Giulio Solone, che avea steso quel decreto, fu il primo a provarne l'inosservanza, e dopo lui tanti altri, siccome vedremo. Contuttociò al basso popolo le prime azioni di Severo fecero concepire molta stima ed affetto per lui; ma quei che conoscevano qual volpe si nascondesse sotto quella pelle d'agnello, andavano l'un all'altro dicendo all'orecchio:E sarà poi così?In fatti fu Severo fornito di mirabili doti per governar bene un imperio, ma insieme di terribili difetti per far un gran male; fra i quali due specialmente toccherò qui, cioè non solamente la severità corrispondente al suo cognome, ma la crudeltà e la poca fede ch'egli non osservava giammai, se non quando gli tornava il conto.
Per guadagnarsi maggiormente l'affetto popolare, diede Severo un congiario, e volle far il funerale e l'Apoteosi diPertinace. Questa magnifica funzione vien descritta da Dione[Ibidem.]con tutte le sue circostanze. L'orazion funebre in lode di lui la recitò il medesimo Severo. I lamenti e i pianti per la rinnovata memoria di sì buon principe furono infiniti: che non gli elogi fatti in vita deiregnanti, ma l'amore e il desiderio dei popoli dopo la lor morte son la vera pruova del merito d'essi. Con questa pompa i Romani pretesero di formare un dio di Pertinace; pure non ne stette egli certamente meglio nel mondo di là. Parimente a Severo furono accordati o confermati tutti i titoli e l'autorità consueta degli altri imperadori; e probabilmente non si tardò a conferire il titolo di Augusta aGiuliasua moglie, di nazione soriana, da lui sposata prima dell'anno di Cristo 175, la quale gli avea partoritoBassiano, che fu poiCaracallaimperatore, eGeta, de' quali si parlerà a suo tempo. Maritò anche Severo due sue figlie, l'una aProbo, l'altra adAezio, i quali egli arricchì dipoi e promosse al consolato, non si sa in qual anno. La prefettura di Roma fu da lui appoggiata aDomizio Destro. Diede ancora buon sesto all'annona, sbrigò molte cause, e quelle principalmente di alcuni governatori accusati di avanie ed ingiustizie, gastigando rigorosamente che si provò delinquente. Non si fermò egli in Roma se non un mese, ed in quel tempo usò una mirabil diligenza e fretta nel prepararsi per far guerra aPescennio Negro, che avea preso il titolo d'Imperadorein Soria, comandando già a tutte le provincie dell'Asia ed anche a Bisanzio. Avea Severo avuta l'attenzione, prima di arrivare a Roma, di spedireFulvio Plauzianoa far prigioni i figliuoli di Negro[Spartianus, in Severo. Herodianus, lib. 2.]; ed egli poi giunto a Roma fece ritenere gli altri di qualunque magistrato ed uffiziale che fosse in Soria, comandando nondimeno che fossero tutti ben trattati. In Roma non si udì mai Severo dir parola di esso Negro. Solamente studiò egli indefessamente di far leva di gente da tutte le provincie, di adunare una possente flotta da ogni parte d'Italia, e di ordinare alle soldatesche lasciate nell'Illirico di marciare verso il Levante. Non si può assai dire, che spirito vivo e vigoroso fosse quel di Severo;quanta la di lui attività, l'ardire e la prontezza nel concepir le imprese, non meno che nell'eseguirle; quanta la penetrazion della sua mente, per cui prevedeva acutamente l'avvenire, e trovar ripieghi e spedienti, senza guardare a spesa ne' bisogni, senza curarsi punto di quel che si dicesse di lui, purchè riuscisse ne' suoi disegni. Però quando men se l'aspettava la gente, mise in marcia il raunato esercito, e verisimilmente nel luglio dell'anno precedente, partendo egli in persona da Roma, per non lasciar tempo a Pescennio Negro di maggiormente assodarsi in Asia. Provvide nello stesso tempo alla sicurezza dell'Africa. Una malattia dipoi sopraggiuntagli in cammino, la lunghezza del viaggio necessario per condurre sì lontano una poderosa armata per terra, perchè non potea tanta gente per mare passar a dirittura in Soria, e il tempo occorrente per unir tante forze da varie parti, pare che non gli lasciassero tempo da far progressi nell'anno suddetto, se non che alcune medaglie (dubbiose nondimeno) cel rappresentanoImperadore per la seconda volta[Mediobarb., in Numism. Imperat.], benchè non apparisca quando tale foss'egli proclamato per la prima.
Cajo Pescennio Negro, soprannominatoGiustonelle monete, contra di cui Severo faceva questi preparamenti[Spartianus, in Pescennio Negro.], e che fu creduto nativo da Aquino, di famiglia equestre, da giovane si svergognò colla sfrenata sua libidine; ma impiegato nella milizia, da tutti sempre fu riconosciuto e lodato per uomo di raro coraggio, e sopra gli altri geloso della disciplina militare, senza mai sofferire che i suoi soldati facessero estorsione alcuna ne' paesi per dove passavano o dove si fermavano. Arrivò sotto Commodo ad essere console, ed inoltre, per intercessione di quel Narciso atleta, che strangolò poi lo stesso Commodo, cioè d'uno che in quella sfacciata corte avea, come tant'altra canaglia, gran polso, ottenneil governo della Soria, dove si affezionò que' popoli con permettere loro quanti spettacoli voleano, dietro a' quali era quella gente perduta, e dove, in fine, benchè vecchio, vestì la porpora imperiale. Tuttochè egli sapesse di essere desiderato dal popolo romano, e probabilmente anche da una parte de' senatori, pure niuna fretta giammai si fece per venir alla volta di Roma. Le delizie e i divertimenti di Antiochia l'aveano troppo incantato[Dio, in Excerptis Vales.]. Quivi si pavoneggiava egli dell'alta sua dignità, si riputava un novello Alessandro, e intanto nulla facea, persuadendosi forse che senza fatica sua cederebbe Giuliano Augusto, ed allora con tutta pace egli se ne anderebbe a sedere sul trono cesareo in Roma stessa. Restò egli dipoi sommamente sorpreso all'intendere ad un punto stesso ucciso Giuliano, e Severo pervenuto a Roma, e concorsi in lui i voti del senato e popolo romano. Allora si svegliò dal sonno, allora diede ad ammassar gente, ad implorar soccorsi dai re vicini, e guernir di milizie i passi massimamente del monte Tauro. In persona andò egli a Bisanzio, per ben munire di gente e di fortificazioni quella città, troppo importante, attesa la sua situazione, e più perchè solamente pel suo stretto si soleva passare dalle armate romane in Asia[Spart., in Severo et Pescennio.]. Andò anche a Perinto, dove seguì un combattimento svantaggioso per la parte di Severo, e da cui prese motivo il senato romano di dichiararePescennio Negronemico della repubblica. Se sussiste ciò che narra Sparziano, dopo quella vittoria vennero in poter di Negro la Tracia, la Macedonia e la Grecia; ed egli allora andò ad offerir a Severo, che il prenderebbe per collega nell'imperio: al che altra risposta non diede Severo se non una risata. Ma non è facilmente da credere che Pescennio stendesse tanto l'ali, perchè Severo non gliene lasciò il tempo. Arrivò in quest'anno l'Augusto Severo sotto Bisanziocol grosso dell'armata sua, e ne imprese l'assedio[Herodianus, lib. 3.]; ma conosciuto essere troppo duro quell'osso, dopo aver lasciata ivi gente bastante a tenerla assediata o bloccata, passò col rimanente dell'esercito suo lo stretto, valendosi della flotta seco condotta. Appena arrivò a Cizico città della Misia[Dio, in Excerptis Valesianis.], che gli fu a fronteEmiliano, stato governator della Soria prima di Negro, e, presentemente proconsole dell'Asia, che, sposato il partito di esso Negro, era divenuto suo generale. Godeva questi il credito di essere una delle migliori teste di allora; ma perchè n'era persuaso anch'esso, ed, oltre a ciò, passava parentela fra lui e Pescennio Negro, l'insolenza e superbia sua dava negli occhi a tutti. Ma gli calò ben presto il fumo. Andò in rotta l'esercito suo, ed egli da lì a non molto fatto prigione, per ordine de' generali di Severo perdè la vita[Spartianus, in Pescennio.]. Questa vittoria portò all'ubbidienza di Severo Nicomedia con altre città della Bitinia; ma Nicea ed altre tennero forte per Negro, il quale arrivato di poi con un gran nerbo di armati e raccolti gli sbanditi, fra essa Nicea e la città di Cio venne ad un secondo fatto d'armi[Dio, lib. 74.], che fu assai sanguinoso e dubbioso, con dichiararsi in fine la vittoria in favor diCandidogenerale di Severo. Dopo di che fece il vincitore Augusto esibire a Negro un onorato e sicuro esilio, se volea deporre l'armi; ma prevalendo i consigli diSevero Aureliano, che avea promesso le sue figliuole ai figli di Negro, quasi rigettò ogni offerta[Spartianus, in Pescennio.]. Ridottosi poi Pescennio Negro al monte Tauro, afforzò tutti quei passi; e perchè gli venne nuova che Laodicea e Tiro, per odio ed invidia che portavano ad Antiochia, aveano alzate le bandiere di Severo, spedì contra di esse città alquante brigate di Mori, che dopo un fiero sacco fecero del resto con incendiarle.Severo dipoi le rimise in piedi. Allorchè giunse al Tauro fra la Cappadocia e la Cilicia l'armata di Severo[Herodianus, lib. 3.]trovò chiusi talmente que' passi, che impossibil era l'inoltrarsi. Fermatisi ivi i soldati tutti per qualche giorno, aveano già smarrito il coraggio, si trovavano anche disperati, quando ecco all'improvviso una dirottissima pioggia con neve (segno che si avvicinava il fine dell'anno) la quale, formati dei torrenti, schiantò e distrusse tutte le sbarre e fortificazioni fatte in que' passaggi dall'oste nemica, la quale a tal vista prese la fuga, e lasciò all'armi di Severo comodità di valicar quelle montagne, e di calar nella Cilicia. Fu creduto, secondo il costume, questo avvenimento un chiaro segno del cielo favorevole a Severo. Perchè vo io conghietturando che il fine di questa guerra appartenga all'anno seguente, altro per ora non soggiugnerò, se non che Severo Augusto si truova nelle medaglie[Mediobarbus, in Numismat. Imperat.]battute nel presente,Imperadore per la terza volta, e ciò a cagion delle vittorie riportate da' suoi generali, come abbiam veduto di sopra.
Consoli
Scapola TertulloeTinejo Clemente.
QuestoScapolaconsole vien creduto quel medesimo che fu poi proconsole dell'Africa, fiero persecutor de' Cristiani, a cui Tertulliano scrisse il suo Apologetico. Sufficiente motivo di credere ci è, che al presente anno sia da riferire il fin della guerra di Severo contra di Pescennio Negro, perchè il miriamo nelle medaglie[Ibid.]dichiaratoImperadore per la quarta e quinta volta. Avea Negro avuto tempo di mettere in piedi una ben numerosa armata, essendovi concorsa ingran copia la gioventù antiochena, armata nondimeno di poca sperienza ne' fatti della guerra. Si venne egli a postare alle porte della Cilicia vicino al mare, e alla città d'Isso, oggidì Lajazzo, ad un passo strettissimo, dove Dario ne' secoli avanti rimase sconfitto da Alessandro. Attaccossi[Herodian., lib. 3.]aspra battaglia un giorno fra i suoi e l'esercito di Severo, comandato daValerianoedAnullinosuoi generali, di cui si vede la descrizione in Dione[Dio, lib. 74.]. Lungo ed ostinato riuscì il conflitto, ed erano già per restar vincitori quei di Negro nel vantaggio del sito, quando, turbatosi il cielo con tuoni e folgori, cadde un'impetuosa pioggia, che dando in faccia ad essi, non incomodava quei di Severo, perchè ricevuta alle spalle. Fu interpretato ancor questo avvenimento per una dichiarazione del volere del cielo, con accrescere il coraggio all'esercito di Severo, e scorare il nemico. In somma fu rotto il campo di Pescennio Negro con tale strage che vi restarono estinti ventimila de' suoi. Salvossi Negro ad Antiochia; ma poco stettero ad arrivar colà anche i vittoriosi Severiani; nè fidandosi egli di star ivi rinserrato, prese la fuga, disegnando di portarsi all'Eufrate. Ma essendosi renduta immediatamente Antiochia, fu con tal sollecitudine inseguito da' corridori nemici, che restò preso. Tagliatogli il capo, fu portato a Severo; ma, secondo Sparziano[Spartianus, in Pescennio.], fece egli quanta difesa potè, e ferito venne condotto a Severo, davanti al quale spirò. La vendetta che fece dipoi Severo de' partigiani di Pescennio Negro[Dio, in Excerpt. Valesianis.], gli acquistò il titolo di crudele, perchè non levò già la vita ad alcuno de' senatori che aveano seguitato l'emulo suo, per attestato di Dione autor più sicuro che Sparziano[Spartianus, in Severo.], il quale ne vuole uno ucciso, ma la maggior parte d'essi spogliò de' lor beni, e li relegò nell'isole. Fra questi si distinse pel suocoraggioCassio Clemente[Dio, lib. 74.], perchè condotto in faccia allo stesso Severo, francamente gli disse,che s'era unito con Negro, non per far contro a Severo, di cui non sapeva i disegni, ma bensì contro a Giuliano usurpator dell'imperio; e se non avea peccato chi avea preso il partito di Severo, per ottenere il medesimo fine, nè pur egli si dovea credere reo. Che se Severo avrebbe tenuto per traditore chi si fosse partito da lui per seguitar Negro, militava in favor suo la medesima ragione.Non dispiacque a Severo questa libertà di parlare, e gli lasciò la metà de' suoi beni. Per altro fece Severo privar di vita molti degli uffiziali di Pescennio Negro. Costoro, se pur vero ciò è che narra Erodiano[Herod., lib. 3.], per suggestione dello stesso Severo che teneva in suo potere i loro figliuoli, aveano tradito Pescennio; pure, ciò non ostante, Severo, dopo la vittoria, fece morir non meno essi che i loro figliuoli.
Stesesi l'inumanità di Severo alle città che aveano aderito a Negro. Quattro volte più volle del danaro, che anche per forza aveano ad esso Negro contribuito. Ma principalmente sfogò egli il suo sdegno contro ad Antiochia, privandola d'ogni suo diritto e privilegio, e sottomettendola a Laodicea, città che lo avea ben servito in questa occasione, ed emula già dell'altra; la qual prese allora il cognome di Settimia e di Severiana. Nulladimeno poco tempo passò, che alle preghiere diCaracalla[Spart., in Caracal.]suo primogenito restituì ad essa Antiochia il primiero onore. Molti, che niuna parte aveano avuto nell'affare di Pescennio Negro, nè l'aveano mai veduto, nè fatto alcun passo per lui, si trovarono involti in questa persecuzione, perchè Severo abbisognava di danaro, e ne volea per ogni verso: il che odioso il rendè in tutto l'Oriente. Ma egli facea e lasciava dire. Vero è che buona parte di cotali contribuzioniimpiegò in ristorar le altre città, che per tener la sua parte aveano patito gravissime sciagure. E il bello fu che ancheAlbino Cesare[Capitol., in Clodio Albino.]inviò colà soccorsi di danaro, senza fallo per mostrare di secondar le idee di Severo, ma insieme colla mira di guadagnarsi l'affetto di quei popoli per li suoi fini. Accadde ancora che assaissimi, per sottrarsi alla fierezza di Severo, fuggirono nel paese dei Parti[Herod., lib. 3.]; e quantunque da lì a qualche tempo Severo pubblicasse il perdono per tutti, non pochi restarono fra i Parti, insegnando loro di fabbricar armi e di combattere alla maniera romana con danno poi del romano imperio. Rade volte la clemenza nocque ai regnanti; spessissimo la crudeltà: vizio tanto più sconvenevole a Severo in tal congiuntura, perchè scusabil era la risoluzion presa da quei popoli. Quanto alla moglie e ai figliuoli di Pescennio Negro, dopo la di lui morte furono mandati da Severo in esilio[Spartianus, in Severo et in Nigro.]; ma da che insorse la guerra con Albino, per timore che questi non facessero delle novità, Severo gli spedì tutti al paese dei più. Noi miriamo nelle medaglie[Mediobarbus, in Numismat. Imperat.]appellato Severo in questo annoImperadore per la quinta volta, a cagione, come si può credere, della sconfitta di esso Negro.
Consoli
Cajo Domizio Destroper la seconda volta, eLucio Valerio Messala Trasia Prisco.
Porta il Relando[Reland., in Fastis Consular.]sotto quest'anno delle leggi dateFusco II et Dextro Cos. Ma quelle appartengono all'anno 225. Una iscrizione bensì ho prodottoio[Thesaurus Novus Inscription., p. 346, n. 2.], posta DEXTRO II ET FVSCO COS., la quale si dee, a mio credere, riferire al presente anno, in cui al console ordinarioPriscodovette essere prima delle calende di giugno sostituitoFosco; e questi poi probabilmente nel suddetto anno 225 arrivò al secondo consolato. Correva già il terzo anno che la città di Bizanzio era assediata dalle milizie di Severo Augusto. Colà dopo la rovina di Pescennio Negro si era rifuggita gran copia dei di lui uffiziali e soldati che maggiormente accesero gli animi di quegli abitanti alla difesa. Dione[Dio, lib. 74.]assai ampiamente descrive le fortificazioni di quella città munita di buone mura, perchè di marmo, guernita di alte torri, di bastioni e di ogni sorta di macchine da guerra, mirabili essendo fra l'altre le fabbricate da Prisco da Nicea, ingegnosissimo architetto. Circa cinquecento barchette aveano gli assediati, colle quali infestavano continuamente la gran flotta spedita colà da Severo. A nulla servì per atterrire ed esortare alla resa quei cittadini e soldati l'aver Severo inviata colà la testa di Pescennio Negro. Essi ostinati più che mai resisterono con far delle maraviglie che pareran di valore, ma che son piuttosto da dire di pazzia. Imperciocchè, in vece di procurare il perdono e qualche tollerabil capitolazione, quando niuna speranza restava lor di soccorso, amarono piuttosto di ridursi agli estremi, che di cedere. Ciò che non potè ottenere la forza operò la fame. Giunsero quegli abitanti, dappoichè ebbero consumati tutti i viveri, anche più schifosi, a mangiarsi l'un l'altro. Nè restando più altro scampo, gran parte d'essi volle tentar la fuga colle loro barchette. Aspettato dunque un gagliardo vento, s'imbarcarono; ma le navi romane furono loro addosso, fracassarono i loro piccioli legni, di modo che il dì seguente nel porto di Bisanzio altro non si vide checadaveri e pezzi di barche rotte. Allora le grida e i pianti di chiunque restato era nella città, furono oggetti di gran compassione, nè si tardò più a rendere la città. Entrativi i Severiani tagliarono a pezzi tutti i soldati che vi trovarono, e chiunque avea esercitato gli uffizii pubblici. Furono poi d'ordine di Severo smantellate tutte le mura e fortificazioni di quella riguardevol città, le terme, i teatri ed ogni altro più bello edifizio[Herodianus, lib. 3.]. Di peggio non avrebbono potuto fare i Barbari. Dione[Dio, lib. 74.], che dianzi avea veduta in tanta forza ed onore quella città, al mirarla poi ridotta a sì miserabile stato, non seppe già tacciar d'ingiustizia un tanto rigor di Severo, dappoichè con tanta ostinazione quel popolo volle cozzar col suo sovrano; ma non gli seppe già perdonare, che lo sdegno suo avesse privato l'imperio romano di un sì forte antemurale contro i tentativi de' Barbari. Confiscò Severo i beni di tutti gli abitanti; non solamente li privò di ogni privilegio, ma anche del titolo di città la lor patria, sottomettendo Bisanzio a guisa d'un borgo alla città di Perinto, che insolentemente dipoi esercitò la sua autorità sopra i Bizantini. Al valente ingegnere Prisco fu salvata la vita, e Severo di lui poscia utilmente si servì da lì innanzi nelle guerre.
Allorchè accadde la resa di Bisanzio, si trovava Severo nella Mesopotamia, voglioso di acquistarsi gloria in guerreggiare coi Parti e con altre di quelle nazioni. Per la grande allegrezza esclamò:Abbiamo in fine preso Bisanzio.Aveano i popoli dell'Osroene, e dell'Adiabene, gli Arabi e i Parti o prestato aiuto nella passata guerra a Pescennio Negro, o pure tentato di profittar della discordia di lui con Severo, saccheggiando il paese romano, e prendendo ancora alquante castella[Ibidem.]. Severo, a cui premeva di far rispettare in quelle parti il nome romano,mosse guerra a que' popoli. Ma ritrovandosi di là dall'Eufrate in stagione bollente, in campagne prive d'acqua, e come soffocate dal gran polverio che facea la marcia dell'esercito, fu vicino a veder perire tutti i suoi. Trovata finalmente acqua, tornò ad ognuno il cuore in corpo. Sappiamo inoltre che Severo spedìLaterano,CandidoeLetoa mettere a sacco e a fuoco le nemiche nazioni; nel che fu ben egli ubbidito, con aver eglino anche prese alcune città. Per tali successi non poco s'invanì Severo; ma dovette restar alquanto mortificata la di lui vanità, perchè nel mentre che si cercava con gran premura un certo Claudio, che faceva continue scorrerie e ruberie per la Giudea e per la Soria, costui con una mano de' suoi, come se fosse stato un tribuno delle armate romane, venne a trovar Severo nel campo, l'inchinò e gli baciò la mano, e poi se n'andò senza che mai riuscisse a Severo di averlo nelle mani. Da queste prodezze e da tali poco a noi note vittorie di Severo, si trova a lui dato nelle medaglie il titolo d'Imperadore per la sesta, settima ed ottava volta[Mediobarb., in Numism. Imp.]. Oltre a ciò il senato romano gli accordò i titoli diAdiabenico,ParticoedArabico: il qual ultimo ci guida a credere ch'egli facesse guerra anche contra degli Arabi. Decretogli ancora un trionfo; ma, secondo Sparziano[Spartianus, in Severo.], Severo ricusò il trionfo, per non parere di voler gloria da una guerra e vittoria civile. Nè pur volle accettare il titolo diPartico, per non irritar maggiormente quella possente nazione. Nientedimeno in alcune medaglie di quest'anno il troviamo ornato di tutti e tre i suddetti titoli. Lo stesso si può osservare in varie iscrizioni. Andò poscia Severo a Nisibi, e dopo aver onorata quella città di molti privilegi, ne diede il governo a un cavaliere romano. Osserva Dione[Dio, lib. 74.]che Severosi facea bello di aver accresciuto notabilmente in quelle parti il romano imperio, e provvedutolo di un forte baluardo colla città di Nisibi; la verità nondimeno era che Nisibi non costava se non ispese e guerre per cagion de' Medi e Parti che non la lasciavano mai in pace: il che in vece d'utile, portava seco un gran danno e dispendio. Ma nel mentre che Severo attendeva a guerreggiar in Oriente, se gli preparò un più pericoloso cimento in Occidente per la guerra a lui mossa nella Bretagna daClodio Albino Cesare, di cui parlerò all'anno seguente. Per ora basterà di sapere che questo incendio minacciava anche la Gallia; e però all'Augusto Severo fu d'uopo di abbandonar la Soria, e di ricondurre in Europa per terra la grande armata divisa in più corpi, dopo averla ben rallegrata con un magnifico donativo. Racconta Erodiano[Herodianus, lib. 3.]ch'egli marciava con diligenza senza riposo, non distinguendo i dì delle feste da quei da lavoro. Non l'aggravava fatica alcuna, nè caldo, nè freddo, passando sovente per montagne piene di nevi, e colla neve che fioccava, camminando col capo scoperto, per animar i soldati alla fatica e alla pazienza; ed essi in effetto non per paura, nè per forza, ma per una bella gara al vedere l'esempio del principe, marciavano allegri. Era in somma nato Severo per fare il generale di armata. Allorchè egli pervenne[Spartianus, in Severo.]a Viminacio nella Mesia Superiore sulla ripa del Danubio, quivi dichiaròCesareil suo figliuolo primogenitoBassiano, a cui mutò il nome, con farlo chiamar da lì innanziMarco Aurelio Antonino. Questi è da noi ora più conosciuto pel soprannome diCaracalla, che gli fu dato dagli storici dopo morte, a cagion d'un abito di nuova invenzione ch'egli portò.