Consoli
Elio Adriano Augustoper la seconda volta, eTiberio Claudio Fosco Alessandro.
Credesi che Trajano avesse all'anno precedente disegnato consoleAdrianoper l'anno presente. Ma anche senza di questo, il costume era che i novelli Augusti prendessero il consolato ordinario nel primo anno del loro governo. Era nato Adriano nell'anno 76 della nostra Era, nel dì 24 di gennaio, per testimonianza di Sparziano[Spartianus, in Vita Hadriani.], da cui abbiam la sua vita. Ebbe per moglieGiulia Sabina, figliuola diMatidia Augusta, di cui fu madreMarciana Augusta, sorella diTrajano. Perchè in sua gioventù comparve scialacquatore, si tirò addosso lo sdegno di Trajano, suo parente, e già suo tutore. Tuttavia tal era la sua disinvoltura e vivacità di spirito, che si rimise in grazia di lui, e ricevè anche molti onori da lui; ma non mai giunse in vita del medesimo ad essere accertato di succedergli nell'imperio a cagion del suo naturale, in cui quel saggio imperadore trovava bensì molte belle doti, ma insieme sapea scoprire non pochi vizii, quantunque Adriano si studiasse di dissimularli e coprirli. L'ambizione traspariva dalle di lui azioni e parole, molto più la leggerezza e l'incostanza; e sopra tutto, il suo essere stizzoso e vendicativo, facea temere che sarebbe portato alla crudeltà. Non si può negare, che la penetrazione del suo intendimento, la prontezza delle sue risposte, un'applicazione a tutto quanto può riuscir d'ornamento a persona nobile, l'aiutavano a brillar nella corte e negli uffizi a lui commessi. Prodigiosa era la sua memoria. Tutto quanto leggeva, lo riteneva a niente. Fu veduto talvolta in uno stesso tempo scrivere una lettera, dettarne un'altra, ascoltare e favellar con gli amici. Non si lasciava andar innanzi alcuno nella cognizion delle lingue greca e latina; sapea egregiamente comporre tanto in prosa che in versi, ed anche improvvisava talvolta con garbo[Dio, lib. 69.]. La medicina, l'aritmetica, la geometria le possedeva; dilettavasi di sonar vari strumenti, di dipignere, di lavorar delle statue; e la sua non mai sazia curiosità il portava a voler sapere di tutto, con insino inoltrarsi molto nel vanissimo studio della strologia giudiciaria, o nell'empio della magia. Lasciò anche dopo di sè vari libri di sua composizione in prosa e in versi. Suo maestro, o pure aiutante di studio, fuLucio Giulio Vestinio, che servì poscia a lui divenuto imperadore di segretario, e vien chiamato sopraintendente alle biblioteche di Romagreche e latine in una iscrizione[Thesaurus novus Inscription.]. Questo suo amore alle scienze ed arti cagion fu, che a' suoi tempi fiorirono in Roma le lettere, e vidersi i professori d'esse sommamente onorati e premiati, come attesta anche Filostrato[Philostratus, in Sophist.]. Piena era la sua corte di grammatici, musici, pittori, geometri ed altri simili. Spezialmente si compiaceva di conversar coi filosofi, poeti ed oratori, e li teneva bene in esercizio, proponendo loro stravaganti quistioni, per imbrogliarli, e rispondendo loro con egual vivacità tanto sul serio, che burlando. Per altro a misura del suo volubil cervello era anche bizzarro ed instabile il suo genio e gusto. E credendosi, per istare sopra gli altri come imperadore, di aver anche questa medesima superiorità nell'ingegno e nel sapere, portava nello stesso tempo invidia a chi parea sapere più di lui, con giugnere a maltrattarli, e a trovar da dire sopra tutte le lor fatiche, e, quel che è peggio, a perseguitarli. Facevasi anche ridere dietro, allorchè anteponeva ad Omero un certo cattivo poeta appellato Antimaco, Ennio a Virgilio, Catone a Cicerone, Celio a Sallustio. E questo suo maligno ed invidioso talento il trasse fino a screditar le azioni e le fabbriche di Trajano, quasichè egli andasse innanzi a quel grand'uomo nel giudizio e nel buon gusto. Ma questo per ora basti del novello imperadore Adriano, e intorno alle sue doti e costumi.
Dacchè fu egli creato imperadore, giudicò di non dover partire di Antiochia senza lasciare in istato quieto le cose d'Oriente[Dio, lib. 69. Spartianus, in Vita Hadriani.]. Avea ben Trajano aggiunto al romano imperio le provincie della Mesopotamia, dell'Assiria e dell'Armenia; ma il mantenere quelle provincie nella dovuta ubbidienza, non era da un Adriano, principe che s'intendea del mestier della guerra per parlarne in sua camera, non per esercitarlo in campagna,perchè mal provveduto di coraggio e di pazienza nelle fatiche. Però si rivolse egli a' trattati di pace conCosroe, già re de' Parti, e con quei popoli, contento di salvare la dignità del popolo romano: giacchè non si credea da tanto da poter conservar quelle conquiste. Cedette dunque l'Assiria e la Mesopotamia a Cosroe, mandandogli probabilmente il diadema, con ritener qualche ombra di superiorità, e riducendo il confine romano all'Eufrate, come era prima. Levò viaPartamaspare, cioè quel re che Trajano avea dato ai Parti, costituendolo re in qualche di angolo quelle contrade. Permise anche ai popoli dell'Armenia l'eleggersi il loro re. Parve che in tutto questo egli cercasse d'estinguere la gloria di Trajano, di cui, per attestato di Eutropio[Eutrop., in Breviar.], si mostrò sempre invidioso. Fece poi anche per questo distruggere, contro il volere di tutti, il teatro fabbricato da esso Trajano nel Campo Marzio. Poco mancò che non restituisse ancora la Dacia ai Barbari. Impedito ne fu dalla persuasion degli amici, acciocchè non cadessero sotto il giogo barbarico tanti cittadini romani, che Trajano aveva inviato ad abitare colà. Creò Adriano sul principio due prefetti del pretorio, cioèCelio Tazianoper gratitudine, avendolo avuto per tutore in sua gioventù, e per mezzano a salire in alto; eSimileper la moderazione ed onoratezza de' suoi costumi. Di questi ne dà un saggio lo storico Dione[Dio, lib. 69.]con dire che mentreSimileera solamente centurione, trovossi nella anticamera imperiale per andare all'udienza di Trajano. V'erano ancora molti altri da più di lui, cioè uffiziali primari che la desideravano anch'essi. Trajano il fece chiamare innanzi agli altri, ma egli si scusò con dire, essere contro l'ordine, che un par suo dovesse goder quest'onore, con fare intanto aspettare i suoi comandanti nell'anticamera. Accettò Simile con difficoltà la carica di prefetto, e dalì forse a due anni, scorgendo che verso di lui s'era raffreddato Adriano, dimandò ed ottenne il suo congedo. Ritiratosi alla campagna, quivi per sette anni sopravvisse in tutta pace, comandando poi alla sua morte, che pel suo epitaffio si scrivesse come egliera stato settantasei anni sulla terra, ed esserne vissuto solamente sette. D'altro umore fu benTaziano, perchè uomo violento. Egli sulle prime scrisse da Roma ad Adriano di levar dal mondo[Spartianus, in Vita Hadriani.]Bebio Marcoprefetto di Roma, eLaberio Massimo, eCrasso Frugi, relegati nell'isole, come persone capaci di novità. Adriano non volle dar principio al suo governo con queste crudeltà. Alcune poi ne commise andando innanzi, e di queste diede la colpa ai consigli del medesimo Taziano. DepresseLucio Quieto, valoroso uffiziale, con levargli la compagnia de' Mori, perchè si sospettava che aspirasse all'imperio. Mandò ancoraMarzio Turbonead acquetare un tumulto insorto nella Mauritania. Probabilmente verso la primavera di quest'anno Adriano, dopo aver dato ai soldati il doppio di quel regalo che solevano dare gli altri nuovi imperadori, e lasciato al governo della SoriaCatilio Severo, si mise in viaggio per terra alla volta di Roma. Il senato gli avea decretato il trionfo. Lo ricusò egli, volendo che a Trajano, benchè defunto, si desse quest'onore. Perciò entrò in Roma sul carro trionfale, su cui era inalberata l'immagine di esso Trajano. Cominciò dipoi il suo governo, come far sogliono per lo più i principi novelli, con somma bontà e dolcezza, e con far bene a tutti. Diede un congiario al popolo romano[Mediobarbus, in Numismat. Imperat.], e pare che n'avesse dato due altri nell'anno antecedente. Rimise alle città d'Italia tutto il tributo coronario, cioè quello che si solea pagare per le vittorie degl'imperadori, e per l'assunzione d'essi al trono. Lo sminuì anche alle provincie fuori d'Italia, benchè eglipomposamente esprimesse, quanto allora lo stato si trovasse in gran bisogno di danaro, che ciò nonostante egli faceva quella remissione. Ciò nondimeno che gli produsse un incredibil plauso, fu l'aver condonato tutti i debiti[Dio, lib. 69.]che aveano le persone private da sedici anni in addietro coll'erario imperiale, tanto in Roma che in Italia, e nelle provincie spettanti all'imperadore, secondo la divisione d'Augusto, non sapendosi se questa liberalità si stendesse ancora alle provincie governate dal senato. Parla di questa sua memorabil generosità Sparziano, e ne conservarono la memoria le medaglie e le iscrizioni antiche[Panvinius, Fast. Consular. Spartianus, in Vita Hadriani.]. Se non fallano i conti del Gronovio[Gronovius de Sestertiis.], questa remissione ascese a ventidue milioni e mezzo di scudi d'oro: il che sembra cosa incredibile. Per dare maggior risalto a questa sua insigne azione, e per maggior sicurezza dei debitori, fece bruciar nella piazza di Trajano tutte le lor polizze ed obbigazioni. Apparisce dalle medaglie suddette, ch'egli appena creato imperadore prese i titoli diGermanico,DacicoePartico, come se ancor questi fossero passati in lui coll'eredità di Trajano. Trovasi anche appellatoPontefice Massimo. Ma per conto del titolo di Padredella Patria, benchè il senato non tardasse ad esibirglielo, e tornasse da lì a qualche tempo ad offerirglielo, nol volle, sull'esempio di Augusto che tardi l'avea accettato.
Consoli
Elio Adriano Augustoper la terza volta, eQuinto Giunio Rustico.
Perchè non abbiamo storici che abbiano con ordine di cronologia distribuitele azioni di Adriano e di molti altri susseguenti imperadori, possiamo ben rapportar con sicurezza ciò che operarono, ma non già accertarne i tempi. Le stesse medaglie mancano in questi tempi di note cronologiche, perchè non vi si esprime, se non in generale, la podestà tribunizia e il consolato terzo, ripetuto sempre ne' susseguenti anni, perchè egli più non fu da lì innanzi console. Diede (forse nel precedente e non meno nel presente) dei sollazzi al popolo romano, troppo vago degli spettacoli, correndo il suo giorno natalizio, cioè[Dio, lib. 69.]il combattimento de' gladiatori, e molte cacce di fiere. Giorni vi furono, ne' quali cento lioni ed altrettante lionesse restarono uccisi. Tanto nel teatro che nel circo, dove si fecero altri giuochi, sparse dei doni separatamente agli uomini e alle donne. E perciocchè regnava in Roma l'abbominevole abuso, che nel medesimo bagno e nello stesso tempo si andavano a lavar uomini e donne, proibì così enorme indecenza. Durò[Spartianus, in vita Hadriani.]il suo consolato dell'anno presente solamente i primi quattro mesi, senza che si sappia chi gli fosse sostituito in quella dignità. Ed allora attese ad ascoltar e decidere le cause, che erano portate al senato. Meglio regolò le poste, acciocchè i magistrati delle provincie non avessero l'incomodo di provveder le vetture ai bisogni. Ordinò che da lì innanzi le pene dei condannati non si pagassero al fisco, cioè alla camera cesarea, ma bensì all'erario della repubblica. Accrebbe gli alimenti ai fanciulli e alle fanciulle orfane povere per tutta l'Italia, ampliando la bella istituzione che aveano dinanzi fatto i buoni imperadori Nerva e Trajano. Ai senatori, che senza lor colpa aveano sminuito molto del patrimonio che si esigeva per essere di quell'ordine eminente, diede egli il supplemento con pensioni ben pagate finchè egli visse. Per le spese occorrenti nell'ingressodelle cariche a molti suoi amici poveri somministrò un buon aiuto di costa, e ciò fece ancora con alcuni che nol meritavano. Sovvenne ancora molte nobili donne, alle quali mancava il modo onesto di sostentar la vita. Scelse i più accreditati dell'ordine senatorio per i suoi domestici e familiari, e li teneva alla sua tavola. Fuorchè nel giorno suo natalizio, ricusò i giuochi circensi, che in altri tempi volle il senato decretare in onore di lui. Spesse volte ancora, parlando al senato e al popolo, protestò di voler far conoscere nel suo governo, ch'egli procurava il ben pubblico, e non già il proprio.
La cronica di Alessandria mette sotto questi consoli l'andata di Addano a Gerusalemme[Chr. Paschale, tom. I Histor. Byzantin.], per quietare i tumulti eccitati dai Giudei anche in quelle parti. Prese, se vogliam credere a quello storico, la città di Terebinto, e vendè schiavi al pubblico i Giudei quivi trovati. Atterrò il tempio di Gerusalemme; fabbricò ivi due piazze, un teatro ed altri edifizii. Divise quella città in sette rioni coi lor sopraintendenti, ed abolito il nome di Gerusalemme, volle che quella città dal suo si chiamasse Elia. Anche Eusebio[Eusebius, in Chron.]qualche cosa di ciò parla all'anno presente; e il padre Pagi[Pagius, in Critic. Baron.]tien per fermo che allora seguisse il viaggio suddetto di Adriano, e che Gerusalemme fosse da lui rifabbricata. Ma non è l'autore della cronica alessandrina di tal peso, da dovergli tosto prestar fede in questo punto di cronologia, quando Dione e Sparziano nulla di ciò dicono verso i tempi presenti; e quello scrittore patentemente s'inganna in attribuire ad Adriano la distruzione del tempio accaduta nella guerra di Tito. Non è perciò, a mio credere, assai sussistente il viaggio colà di Adriano in questi tempi. Possiamo bensì tenere, che nell'anno presente i sediziosi Giudei facessero qualche movimento,e restassero abbattuti, come scrive san Girolamo[Hieron., Comment. in Danymus, c. 9.], e vien accennato anche da Eusebio. Abbiamo inoltre da Eutropio[Eutrop., in Breviar.], che Adriano ebbe una sola guerra, di cui parleremo, nè questa la fece in persona, ma per mezzo di un suo generale.
Consoli
Lucio Catilio SeveroeTito Aurelio Fulvo.
Per quanto c'insegna Giulio Capitolino[Julius Capitolinus, in T. Antonino.], l'imperadoreAntonino Piofu prima nominatoTito Aurelio FulviooFulvo, ed era stato console conCatilio Severo. Quando quello storico non prenda abbaglio, il secondo de' consoli dell'anno presente dovette essere il medesimo Antonino. NonLucio Aurelio, come per errore è corso ne' fasti del padre Stampa, maTito Aureliofu il prenome e nome d'esso console, come s'ha da un'iscrizione riferita dal Panvinio[Panvinius, in Fast. Consular.]. Ora all'anno presente, secondochè immaginò il padre Pagi[Pagius, in Critic. Baron.]con altri, e non già al precedente, come volle il Tillemont, pare che s'abbia da riferire la guerra mossa[Dio, lib. 69.]dai Sarmati e dai Rossolani contro le terre dell'imperio romano. A questo avviso Adriano Augusto immediatamente mandò innanzi l'esercito romano, e poi, tenendogli dietro, arrivò anche egli nella Mesia, e si fermò al Danubio, frapposto fra lui e i nemici. Il Cellario[Cellar., Geogr.], che mette i Sarmati verso il mar Nero, e i Rossolani circa la Palude Meotide, non so come ben si accordi col racconto di questa guerra. Un dì la cavalleria romana, di tutte armiguernita, all'improvviso passò a nuoto il Danubio: azione sommamente ardita, che mise tal terrore nei Barbari, che trattarono di pace[Euseb., in Chron.]. Lamentavasi il re de' Rossolani[Spartianus, in Vita Hadriani.], che gli fosse stata sminuita la pensione solita a pagarsegli dai Romani. Adriano, che abborriva i pericoli della guerra, il soddisfece, con accordar vergognosamente quanto il barbaro richiedea. Fu in questi tempi, che egli diede il governo della Pannonia e della Dacia aMarzio Turbone, ch'era stato presidente della Mauritania, conferendogli la medesima autorità che avea il governator dell'Egitto. Fors'anche allora fu ch'egli fece fabbricar nella Mesia una città, che da lui prese il nome di Adrianopoli, oggidì Andrinopoli, città molto cospicua tuttavia. Secondo l'ordine che tiene Sparziano nel suo racconto, parrebbe che appartenessero all'anno presente alcune crudeltà usate da esso Adriano. Dione[Dio, lib. 69.]sembra metterle molto prima, cioè all'anno 118 o 119. Siccome Adriano era principe diffidente e sospettoso, e che facilmente bevea quanto di male gli veniva riferito, così prestò fede a chi accusòDomizioNegrino d'aver macchinato contro la di lui vita: del qual delitto (vero o falso che fosse) furono creduti compliciCornelio Palma, Lucio Publicio CelsoeLucio Quieto, tutti e quattro personaggi di gran credito e nobiltà, e stati già consoli ordinari o straordinari. Ma non s'accordano insieme Dione e Sparziano. Il primo scrive che doveano ammazzare Adriano, allorchè era alla caccia; e l'altro, mentr'egli si trovava impegnato in un sagrifizio. Si può anche dubitare che un tal fatto accadesse quando Adriano si trovava nelle vicinanze di Roma, e non già nella Mesia. Ne scrisse Adriano al senato. Pare che queste persone prendessero la fuga, perchèPalma, per ordine del senato, fu ucciso in Terracina,Celsoa Baja,Negrinoa Faenza, eLucioin viaggio. Protestò dappoi Adriano, non essere accaduta la lor morte di commessione sua, e lo scrisse anche nella sua vita, libro che più non esiste. Ma per quanto egli dicesse[Dio, lib. 69.], comune credenza fu, che per insinuazioni segrete da lui fatte, il senato levasse a sì riguardevoli soggetti la vita; nè alcuno si sapea persuadere, che persone di tanta riputazione fossero giunte a meditar simile attentato. Lo stesso Adriano poi in qualche congiuntura non negò d'aver data la spinta alla lor morte, con rigettarne poi la colpa del consiglio sopraTaziano, prefetto del pretorio.
Nè fu questa la sola crudeltà usata da Adriano. Altre nobili e potenti persone credute colpevoli per la suddetta congiura, o per altre cagioni, ed in altri tempi, perderono la vita d'ordine suo, tuttochè l'astuto principe, anche con giuramento, attestasse d'essere in ciò innocente. Così in un altro anno egli fece levare dal mondoApollodoro Damasceno[Dio, ibidem.]. Siccome di sopra accennammo, era questi un architetto mirabile. Avea fabbricato il maraviglioso ponte di Trajano sul Danubio. Sua fattura parimente furono la superba piazza di Trajano, l'Odeo ed il Ginnasio in Roma. Un giorno si trovava presente Adriano, allorchè l'Augusto Trajano ed Apollodoro trattavano di una di esse fabbriche, e volle anch'egli fare il saccente, come quegli che credea di sapere di tutto. Rivoltosegli Apollodoro gli disse:Andate di grazia a dipingere delle zucche: chè di questo non v'intendete punto. Questa ingiuria non si cancellò mai più dal cuor di Adriano, e fu cagione che mandò poi con de' pretesti quel valentuomo in esilio. Tuttavia maggior male per questo non gli avrebbe fatto; anzi in qualche tempo si servì di lui. Avvenne che Adriano fabbricò il tempio di Venere e di Roma, dove erano le magnifiche statuedi queste due falsamente appellate dee. Per prendersi beffe di Apollodoro ch'era fuori di Roma, e forse esiliato, gliene mandò il disegno, acciocchè intendesse che senza di lui si poteano far delle sontuose e belle fabbriche in Roma; e nello stesso tempo desiderò che dicesse il suo sentimento, se fosse o no con buona architettura formato quello edifizio. Rispose Apollodoro, che conveniva fabbricar quel tempio assai più alto, se avea da fare un'eminente comparsa sopra le alte fabbriche della Via sacra: ed anche più concavo, a cagion delle macchine che si pensava di fabbricar ivi segretamente, per introdurle poi nel teatro. Aggiugneva, che le maestose statue ivi poste non erano proporzionate alla grandezza del tempio, perchè se le dee avessero avuto da levarsi in piedi ed uscir fuori, non avrebbono potuto farlo. All'udir queste osservazioni, e al conoscere l'error commesso senza poterlo emendare, s'empiè di tanta rabbia e dolore Adriano, che privò di vita il troppo sincero architetto, degno ben d'altra mercede pel suo impareggiabil valore. Oh che bestia il signore Adriano! griderà qui taluno. Ma convien aspettare alquanto, perchè mirandolo in un altro prospetto fra poco, troveremo in lui tanto di buono da potere far bella figura fra i regnanti. Non so io ben dire in che luogo dimorasse Adriano, allorchè succedette la tragedia dei quattro consolari suddetti uccisi. Ben so ch'egli si trovava fuori di Roma[Spartianus, in Hadriano.], ed avvisato dalla grave mormorazione che si faceva per la morte di sì illustri personaggi, e ch'egli s'era tirato addosso l'odio di tutti, corse frettolosamente a Roma per prevenire i disordini. Quetò il popolo con dispensargli un doppio congiario. Mentre era lontano, gli avea anche fatto distribuire tre scudi d'oro per testa. Nel senato, dopo aver addotte le scuse dell'operato, giurò di nuovo che non avrebbe mai fatto morire senatore alcuno, se non eragiudicato degno di morte dal senato. Ma sotto i precedenti cattivi Augusti, un solo lor cenno bastava a far che il senato proferisse la sentenza di morte contra di chi incorreva nella loro disgrazia. Se non falla Eusebio[Euseb., in Chron.], in quest'anno ovvero nel seguente, un fiero tremuoto diroccò la città di Nicomedia, e ne patirono gran danno tutte le città circonvicine. Adriano generosamente inviò colà grandi somme di danaro per rifarle.
Consoli
Lucio Annio Veroper la seconda volta eAurelio Augurino.
FuLucio Annio Veroavolo paterno diMarco Aureliofilosofo ed imperadore, di cui parleremo a suo tempo. Osservossi[Spartianus, in Hadriano.]in tutte le maniere di vivere d'Adriano Augusto una continua varietà, e una costante incostanza. Ora crudele, ora tutto clemenza: ora serio e severo, ora lieto buffone: avaro insieme e liberale: sincero e simulatore. Amava facilmente, ma facilmente passava dall'amore all'odio. S'è veduto com'egli trattò l'architetto Apollodoro, e pure abbiam da Sparziano, che non si vendicò di chi gli era stato nemico, allorchè menava vita privata. Divenuto imperadore, solamente non guardava loro addosso. E vedendo uno che più degli altri se gli era mostrato contrario, disse:L'hai scappata. Tutto ciò può essere, se non che per testimonianza del medesimo storico,PalmaeCelsoconsoli, stati sempre suoi nemici nella vita privata, abbiam veduto qual fine fecero. In quest'anno gli venne troppo a noiaCelio Taziano, che già dicemmo alzato da lui al grado di prefetto del pretorio, in guisa che, come dimentico di averlo avuto per tutore, eper gran promotore della sua assunzione al trono, ad altro non pensava che a levarselo d'attorno. Non poteva sofferire la grand'aria di potenza che si dava Taziano; e perciò gli corse più volte per mente di farlo tagliare a pezzi. Se ne astenne, perchè era fresca la memoria dei quattro consolari uccisi, e l'odio che gliene era provenuto. Ma con tutto il suo guardarlo di bieco, non otteneva che Taziano chiedesse di depor quella carica. Gli fece per tanto dire all'orecchio, che era bene il chiederlo; ed appena ne udì l'istanza, che conferì la carica di prefetto del pretorio eMarzio Turbone, richiamato dalla Pannonia e Dacia. Creò senatoreTaziano, dandogli anche gli ornamenti consolari, e dicendo che non avea cosa più grande con cui premiarlo. AncheSimile, l'altro prefetto del pretorio, siccome dissi all'anno 118, dimandò il suo congedo. Entrò nel suo postoSetticio Claro. SìTurbonecheClaroerano due personaggi di raro merito; ma anch'essi provarono col tempo, quanto instabile fosse l'amore e la grazia di questo imperadore. Per questa mutazion d'uffiziali parendo oramai ad Adriano d'aver la vita in sicuro, perchè di loro non si fidava più, andò a sollazzarsi nella Campania, dove fece del bene a tutte quelle città e terre, ed ammise all'amicizia sua le persone più degne ch'egli trovò in quel tratto di paese.
Ritornato a Roma Adriano, come se fosse persona privata, interveniva alle cause agitate davanti ai consoli e ai pretori; compariva ai conviti de' suoi amici, e se questi cadevano malati, due ed anche tre volte il giorno andava a visitarli. Nè solamente ciò praticò coi senatori; si stesero le visite sue anche ai cavalieri romani infermi, e insino a persone di schiatta libertina, sollevando tutti con buoni consigli, ed aiutando chiunque si trovava in bisogno. Gran copia d'essi amici volea sempre alla sua mensa. Alla suocera sua, cioè aMatidiaAugusta, nipote di Trajano, compartì ogni possibil onore, allorchè si faceano i giuochi de' gladiatori, e in altre occorrenze. Ebbe sempre in sommo onorePlotina Augusta, vedova di Trajano, da cui conosceva l'imperio. E a lei defunta fece un suntuoso scorruccio. Gran rispetto ancora mostrava ai consoli, sino a ricondurli a casa terminati ch'erano i giuochi circensi. Anche con la più bassa gente parlava umanissimamente, detestando i principi che colla loro altura si privano del contento di mandar via soddisfatte di sè le persone. Con queste azioni prive di fasto, piene di clemenza[Dio, lib. 69.], si procacciava l'affetto del pubblico; e lodavasi nel medesimo tempo la continua sua attenzione al buon governo; la sua magnificenza nelle fabbriche; la sua provvidenza ne' bisogni occorrenti, e specialmente nel mantenere l'abbondanza de' viveri al popolo. Assaissimo ancora piaceva il non esser egli vago di guerre, che d'ordinario costano troppo ai sudditi. Tanto le abborriva egli, che se ne insorgeva alcuna, più tosto si studiava di aggiustar le differenze coi negoziati, che di venir all'armi. Non confiscò mai i beni altrui per via d'ingiustizie; troppo si pregiava egli di donare il suo ad altri, non già di far sua la roba altrui. In fatti grande fu la sua liberalità verso moltissimi senatori e cavalieri; nè aspettava egli d'essere pregato; bastava che conoscesse i lor bisogni per correre spontaneamente a sovvenirli. Se gli poteva parlare con libertà, senza ch'egli se l'avesse a male. Avendogli una donna dimandata giustizia, rispose di non aver tempo di ascoltarla.Perchè siete voi dunque imperadore?gridò la donna. Fermossi allora Adriano, con pazienza l'ascoltò, e la soddisfece. Un di ne' giuochi de' gladiatori al popolo non piacea quel che si facea, e con importune grida dimandava all'imperadore, che se ne facesse un altro. Comandò Adriano all'araldo che gli era vicino,di dire imperiosamente al popoloche tacesse, come solea far Domiziano. Ma l'araldo fatto cenno al popolo di dovergli dir qualche parola a nome del regnante, altro non disse se non:Quel che ora si fa, è di piacere dell'imperadore.Non si offese punto Adriano, che l'araldo avesse contro l'ordine suo parlato con tal mansuetudine al popolo, anzi il lodò d'aver così fatto. Credesi ch'egli in quest'anno fabbricasse un circo in Roma. Comincia il Tillemont[Tillemont, Mémoires des Empereurs.]nell'anno 120 i viaggi di Adriano fuori di Italia; il Pagi[Pagius, Crit. Baron.]nell'anno 121. Io mi riserbo di parlarne all'anno seguente.
Consoli
Manio Acilio Aviola, eCajo Cornelio Pansa.
Per accertar gli anni precisi, ne' quali Adriano Augusto imprese ed eseguì tanti suoi viaggi, non ci ha provveduti la storia di lumi sufficienti. Nè occorre volgersi alle medaglie, nelle quali veramente sono accennati questi suoi viaggi, perchè esse non ritengono vestigio del tempo. L'Occone e il Mezzabarba[Mediobarbus, in Numism. Imperat.]le han distribuite a tentone per varii anni, senza poterne addurre il perchè. Sia dunque lecito a me il tener qui con esso Mezzabarba e col Bianchini[Blanchinius, ad Anastasium.], che in quest'anno cominciasse Adriano a viaggiare. Parte per curiosità, e parte per farsi rinomare, si era egli messo in testa di voler visitare tutto il vasto imperio romano; cosa non mai fatta da alcuno de' predecessori. Venne dunque, a mio credere, nell'anno presente per l'Italia, e passò nella Gallia[Spartianus, in Hadriano.], dove delle sue azioni altro non si sa, se non che sollevòcolla sua liberalità quanti bisognosi a lui ricorsero. Certo è che questo suo genio ambulatorio tornava in profitto delle provincie[Dio, lib. 69.]dove egli arrivava; imperocchè a guisa di un ispettore s'informava co' suoi occhi, e col saggio esame delle cose, se i magistrati faceano il lor dovere, oppur mancavano alla giustizia, e quali fossero gli abusi, per rimediare a tutto; nel che maravigliosa era non meno la di lui attività e provvidenza, che la sua costanza in degradare o punire in altre forme i delinquenti. Volea saper tutte le rendite e gli aggravi delle città; visitava tutte le fortezze, per osservare se erano ben tenute e munite, ordinando che si provvedesse quel che mancava, distruggendo ciò che non gli piacea, e comandando, se occorreva, delle fabbriche nuove in altri siti. Dalla Gallia passò nella Germania romana. A que' confini distribuito stava a quartiere il maggior nerbo delle milizie romane sempre all'ordine per opporsi ai Germani non sudditi, i quali più che altra nazione furono sempre temuti e rispettati dai Romani. Era Adriano, quanto altri mai, peritissimo dell'arte militare, e sembra ch'egli anche ne componesse un libro, come altrove ho io accennato[Antiquit. Italicar., tom. 2, Dissert. 26.]. Adunque senza perder tempo, si applicò alla visita de' luoghi forti, esaminando le fortificazioni, l'armi, le macchine militari; e come se fosse imminente la guerra, diede la mostra a tutte quelle legioni, e premiò e promosse a gradi superiori chi sel meritava; fece far l'esercizio a tutti. Trovati moltissimi abusi introdotti nella milizia per trascuratezza dei principi e generali precedenti, si mise al forte, per rimettere in piedi l'antica disciplina romana fra que' soldati. Diede ordini bellissimi intorno a varii impieghi degli uffiziali, e alle spese che si facevano. Levò via dagli alloggiamenti de' soldati (che erano obbligati ad abitar sotto le tende allacampagna) i portici, i pergolati, le grotte ed altre delizie. Niuno de' soldati senza giusta cagione potea uscire del campo. Per divenir centurione (noi diremmo capitano) bisognava aver buona fama e robustezza di corpo. Essere non potea tribuno (noi diremmo colonnello) se non chi era giunto ad una perfetta giovanezza, accompagnata inoltre dalla prudenza. Lecito non era ai tribuni l'esigere o ricevere alcun dono o danaro dai soldati. E per conto de' medesimi soldati disaminò attentamente le loro armi, il lor bagaglio, la loro età, acciocchè niuno prima degli anni diecisette fosse assunto alla milizia, nè fosse tenuto a militar più di trenta, se non voleva. Nell'esattezza della disciplina precedeva egli a tutti, animando col proprio esempio le sue leggi. Mangiava in pubblico, altro cibo non prendendo che l'usato dai soldati gregari, cioè lardo, cacio e posca, o sia acqua mischiata d'aceto. Talvolta armato fece venti miglia a piedi; bene spesso usava vesti dimesse, non dissomiglianti da quelle de' soldati. L'usbergo suo era senza oro, le fibbie senza gemme, di avorio solamente il pomo della spada. Visitava i soldati infermi; disegnava i siti degli accampamenti; sopra tutto badando che non si comprassero robe inutili, nè si desse a mangiare a persone oziose. Da questo poco si può comprendere la saviezza degli antichi Romani nel ben disciplinare la loro milizia.
Sbrigato della Germania Adriano, si crede che nell'anno stesso, cioè come io vo congetturando, nel presente passasse alla visita della gran Bretagna[Spartianus, in Hadriano.]. Quivi ancora trovò molti abusi, e li corresse. Erano i Romani in possesso di buona parte di quell'isola; ma nel principio del governo di Trajano vi era stata qualche ribellione o tumulto in quelle parti. Certo è che la parte settentrionale non ubbidiva all'aquile romane. Per assicurarsi dunque Adriano dagl'insulti dique' Barbari, gente feroce e temuta, ordinò che si fabbricasse un muro lungo ottanta miglia, il qual dividesse i confini romani dalle terre d'essi Barbari. Credono gli eruditi Inglesi, che questo muro fosse nella provincia del Northumberland verso il fiume Tin, e che ne restino tuttavia le vestigia. Ebbe fra le altre cose in uso Adriano di tener delle spie, non tanto per saper tutto ciò che si faceva in corte, quanto ancora per indagar tutt'i fatti particolari de' suoi cortigiani ed amici. Al qual proposito si racconta, che avendo una dama scritto al marito, lamentandosi dello star egli tanto tempo lontano, e del perdersi nei bagni ed in altri piaceri: lo seppe Adriano, e venuto quel tale a prendersi commiato, gli disse ch'era bene l'andare e l'abbandonare ormai i bagni e i piaceri. Il cavaliere non sapendo di che mezzi si servisse Adriano per iscoprire i fatti altrui, allora rispose:L'ha forse mia moglie scritto anche a voi, siccome ha fatto a me?Ora dovette Adriano essere avvisato da Roma, cheSvetonio Tranquillo, autore delle Vite dei dodici primi Cesari, che allora serviva in corte nel grado di segretario delle lettere, eSetticio Claro, prefetto del pretorio, ed altri, praticavano troppo familiarmente conSabinasua moglie, non mostrando quella riverenza che si dovea alla casa dell'imperadore. Di più non vi volle, perchè egli levasse loro le cariche. Aggiungono, ch'era anche disgustato della stessa Sabina sua moglie, perchè gli parea donna aspra e schizzinosa: laonde ebbe a dire, che s'egli fosse stato persona privata, l'avrebbe ripudiata. Succedette in questi tempi qualche fastidiosa sedizione in Egitto. Adoravano que' popoli il dio Apis sotto figura di un bue macchiato; e morendo questo, si cercava un vitello che avesse le medesime macchie. Dopo molti anni trovato questo dio bestia, gran gara, anzi un principio di guerra insorse fra le città, pretendendo molte d'esse di doverlo nutrire nel loro tempio. A questoavviso turbato Adriano, dalla Bretagna tornò nella Gallia, e venne a Nimes in Provenza, dove d'ordine suo fu fabbricata una maravigliosa basilica in onore di Plotina Augusta, già moglie di Trajano. A lui ancora, o pure ad Antonino, vien attribuita la fabbrica dell'anfiteatro, in parte ancora sussistente, ed un ponte ed altre antichità di quella città. Di là poi si portò in Ispagna, e passò il verno in Tarragona.
Consoli
Quinto Aprio PetinoeLucio Venulejo Aproniano.
I più degl'illustratori de' Fasti consolari danno il nome diCajo Ventidio Apronianoal secondo di questi due consoli. Io, fondato sopra un embrice o mattone, tuttavia esistente nell'insigne museo del Campidoglio[Thesaurus Novus Inscription., pag. 321, num. 6.], l'ho appellatoLucio Venulejo. Ma in un altro mattone, riferito dal Fabretti[Fabrettus, Inscription., pag. 509.], egli ha il prenome diTito, e non già diLucio. Sembra che sotto Nerva s'introducesse l'uso continuato di poi per molti anni, d'imprimere ne' mattoni, e in altri materiali di terra cotta, oltre al nome della bottega o sia della fornace, quello ancora de' consoli per denotar l'anno. Passò Adriano, siccome già accennai, il verno in Tarragona, dove egl'incontrò un pericoloso accidente. Mentre egli un dì passeggiava per un giardino, gli venne incontro furiosamente colla spada nuda un servo del padrone di quella casa. Adriano bravamente si difese, e fermato il micidiale, consegnollo alle guardie[Spartian., in Hadriano.]. Trovossi che il cervello avea data volta a costui. L'imperadore con esempio di rara moderazione il fece curar dai medici, nèvolle fargli alcun male. In quella città riparò egli a sue spese il tempio d'Augusto. Ordinò una leva di gente, ma vi trovò delle difficoltà, tuttavia con tal prudenza e destrezza maneggiò gli animi di que' popoli, che ottenne l'intento suo. Motivo di stupore fu, che trovandosi egli in Ispagna, non andasse a visitar la sua patria Italica. Sappiamo nondimeno che le fece di gran bene; ed Aulo Gellio[Gellius, lib. 16, cap. 13.]cita un discorso da lui fatto in senato, allorchè Italica, Utica ed altre città che godeano la libertà dei municipii, dimandarono d'aver delle colonie romane: il che parve strano, essendo migliore la condizion dei municipii, che quella delle colonie. Qualche torbido dovette seguire circa questi tempi nella Mauritania, provincia dell'Africa. Adriano felicemente lo quietò. Deducendosi dalle medaglie[Mediobarbus, Numism. Imper.], che anche in persona a quella provincia egli si trasferì, il Tillemont[Tillemont, Mémoires des Empereurs.]si figura che questo accadesse nell'anno presente. Ma il Pagi[Pagius, in Crit. Baron.]pensa ciò avvenuto più tardi. Dicendo poi Sparziano[Spartianus, in Hadriano.], che in questi tempi vi fu un principio di guerra coi Parti, il quale con un abboccamento seguito fra esso Adriano e forse con Cosroe re di quella nazione, in breve fu posto fine: potrebbe taluno argomentare, che Adriano passasse dalla Spagna e dalla Mauritania in Soria. Il salto a me par troppo grande. Si tien parimente, che egli andasse dipoi ad Atene, dove si fermò per tutto il verno seguente. Con tal supposizione pare che possa accordarsi l'avere scritto Eusebio[Eusebius, in Chron.], che Adriano, fattagli istanza di nuove leggi dal popolo ateniese, formò un estratto di quelle di Dracone, Solone ed altri legislatori, e loro le diede.
Consoli
Manio Acilio GlabrioneeCajo Bellicio Torquato.
Perchè si sono smarrite tante antiche storie, e massimamente la vita di sè stesso scritta da Adriano, noi ci troviamo ora troppo intrigati a seguitar questo imperadore ne' suoi viaggi, e ci convien solamente per congetture rapportare a questo ed a quell'anno i suoi passi. Camminando dunque sul supposto che Adriano soggiornasse nel presente verno ad Atene, ne sarebbe seguito ciò che scrive Eusebio nella sua Cronica, cioè, che essendo uscito del suo letto il fiume Cefiso, ed avendo inondata la città di Eleusi o sia Eleusina, egli fabbricò un ponte sopra quel fiume, e verisimilmente lo fece arginar con delle muraglie, in maniera che più non potesse farle di queste burle. Quindi pare ch'egli si portasse alla visita della Bitinia, Macedonia, Cappadocia, Cicilia, Frigia, Pamfilia, Licia, Armenia, e d'altri paesi dell'Asia e dell'isole adiacenti. Ci sono medaglie di tali provincie, che il nominano lor ristauratore; imperciocchè in niun luogo andava egli, che non vi lasciasse dei benefizii, con esenzioni e privilegii, o con fabbriche degne di un par suo. Dione[Dio, lib. 69.]attesta ch'egli magnificamente aiutò ed abbellì le città da lui visitate, chi con danari, chi con acquedotti o porti, chi con templi, ed altri pubblici edifizii, o con accrescimento d'onori. Sotto l'antecedente anno l'autore della cronica alessandrina[Chron. Paschale. Histor. Byzantin.]scrive che Adriano edificò le piazze di Nicomedia e di Nicea, e i Crociali, e le mura che guardano verso la Bitinia. Fabbricò inoltre il tempio di Cizico, e in quella città selciò di marmi la piazza. Colla stessa generosità in moltealtre illustri città alzò vari templi, e varie statue fece mettere in essi. Aggiugne lo storico Dione, che nella maggior parte delle città, dove si lasciò vedere, fabbricò de' teatri, e v'istituì dei combattimenti annuali. Così dappertutto risuonava la fama e il nome di Adriano, come di comune benefattore di tutto il romano imperio. Varie iscrizioni in testimonianza di questo ho anch'io rapportato altrove[Thesaurus Novus Inscript., tom. 1.]. Non è inverisimile, che verso il fine dell'anno egli si riducesse di nuovo ad Atene, città sopra le altre a lui cara, e quivi soggiornasse ne' mesi del verno, moltiplicando le grazie verso quella città. In essa volle anche esser presidente dei pubblici giuochi e combattimenti. Fu osservato che molti de' Greci portavano dei coltelli, anche andando ai lor templi. O per ordine o per riverenza di Adriano niuno osò allora di portarli.
Consoli
Publio Cornelio Scipione Asiatico, per la seconda volta, eQuinto Vettio Aquilino.
Camminando noi sul supposto, che Adriano Augusto soggiornasse nel presente verno in Atene, allora dovette succedere ciò che narra Sparziano, cioè ch'egli volle intervenire[Spartianus, in Hadriano.]alle sacre feste di Cerere, che si faceano nella città di Eleusi o sia Eleusina. Rinomati erano i misteri di que' sacerdoti, cioè i riti e le cerimonie che si adoperavano nel culto di quella falsa deità, appunto perchè segreti e non veduti dal popolo. Per grazia pochi si ammettevano alla conoscenza e participazione di sì fatte superstizioni ed imposture. Adriano, ad esempio d'Ercole e di Filippo il Macedone, ne volle essere partecipe, e farsi ascrivereal ruolo di que' divoti. Venne poi da Atene a visitar le città della Sicilia, ed anche ivi è da credere che con larga mano spargesse benefizii, dacchè abbiamo una medaglia, in cui vien appellato Restitutore della Sicilia. Volle quivi visitare il monte Etna, per vedere la nascita del sole, la quale si dicea che rappresentava l'arco baleno. Dopo tante girate finalmente si restituì a Roma.
Consoli
Marco Annio Veroper la terza volta, edEggio Ambibulo.
Il primo de' consoliAnnio Vero, sappiam di certo che fu avolo paterno diMarco Aurelioimperadore; non così certo è il suo prenome di Marco. Ho io appellato il secondoEggio Ambibulo, fondato sopra un'iscrizione da me rapportata altrove[Thesaurus Novus Inscript., p. 323, n. 2.], ed esistente nel Museo Capitolino. Credette il cardinal Noris[Noris, Espistol. Consular.], ch'egli portasse i nomi diLucio Vario Ambibulo, adducendone per prova due iscrizioni riferite dal Reinesio. Ma i marmi reinesiani non dicono che quelLucio Vario Ambibulofosse console, e perciò nulla si oppongono al marmo da me sopra citato. Il padre Pagi[Pagius, Critic. Baron.]pieno della idea de' quinquennali, decennali, quindecennali, ec. degl'imperadori, de' quali sì spesso favella, pretende che il motivo d'Adriano per tornare a Roma, fosse affin di celebrare in quest'anno le feste che si usavano, allorchè gli Augusti compievano il decimo anno del loro imperio. Eusebio[Eusebius, in Cron.], con cui vanno concordi l'autore della cronica alessandrina, e Paolo Orosio, scrive che nel presente anno dal senato romano fu conferito ad Adriano il titolo diPadre della Patria, e aGiuliaSabina sua moglie quello diAugusta. Ma che ciò succedesse in quest'anno, si può giustamente dubitarne, trovandosi iscrizioni[Gruterus, Thesaur. Inscript.]e medaglie[Mediobarbus, in Numismat. Imp.], nelle quali prima di questi tempi Adriano si vede intitolatoPadre della Patria. Abbiamo poi da Sparziano[Spartianus, in Hadriano.]che continuando questo imperadore nel desiderio di visitar tutte le provincie dell'imperio, dopo essersi fermato qualche tempo in Roma, passò in Africa, dove non men si fece conoscere liberale di grazie e di benefizii verso quelle città, che fosse stato verso le altre di sopra menzionate. Veggonsi medaglie[Mediobarbus, in Numismat. Imp.], nelle quali è appellato Ristoratore dell'Africa, della Mauritania, della Libia. Terminata poi la visita di quelle provincie, tornò a Roma, per quivi soggiornare nel verno.
Consoli
TizianoeGallicano.
Finora non si sono scoperti in sicure memorie i prenomi e i nomi di questi consoli. Assai fu in uso de' Romani il distinguere le persone nobili, una dall'altra coll'ultimo lor cognome, o sia soprannome. Questo solo dovea bastare per intendere chi fosse l'uno e l'altro de' consoli. Opinione poi fondata è, che in quest'anno succedesse il glorioso martirio disan Sistopapa, in cui luogo nella cattedra di san Pietro fu sustituitoTelesforo. Quanto tempo si fermasse in Roma Adriano, non si sa. Sembra bensì credibile, che ogni qualvolta egli tornava a Roma, rallegrasse il popolo con un congiario, e con altre fogge di regali. Le medaglie[Idem, ibid.]ci hanno conservata la memoria di varieLiberalitàdi Adriano, e ne contano fin sette. Secondochè scriveSparziano[Spartianus, in Hadriano.], si rimise poi in viaggio il non mai stanco Augusto, per visitare un'altra volta la Grecia e l'Asia, verisimilmente bramoso di conoscere, se le fabbriche già da lui ordinate in varie città, fossero compiute. Tali trovò quelle che egli avea disegnato in Atene, e celebrò la festa della lor dedicazione. Fra gli altri suntuosi edifizii, ch'egli fece fabbricare in Atene, si contò quello di Giove Olimpio, il quale sembra, siccome dirò, compiuto solamente nell'anno 134. In alcune iscrizioni[Thesaurus Novus Inscript., p. 235.]da me date alla luce, egli è chiamatoAdriano Olimpio. Sembra ancora che l'adulazione greca arrivasse a dare a lui il titolo diGiove Olimpio: il che, se fosse, sarebbe da cercare chi più meritasse il nome di pazzo, o chi lo dava o chi lo riceveva. Oltre a ciò si osserva nelle iscrizioni suddette, che dimorando Adriano in Atene, varie città gli spedirono ambasciatori, per rallegrarsi del di lui felice ritorno in quelle parti. Pare anche verisimile, ch'egli innamorato di Atene, si fermasse ivi tutto il seguente verno. Troppo si compiaceva egli di trovarsi tra i filosofi e le persone letterate. Di queste tuttavia era doviziosa la scuola d'Atene; e sopra gli altri furono in gran credito alla corte di AdrianoEpitteto, insigne filosofo stoico, di cui ci restano il manuale, operetta aurea, e molti suoi documenti nel libro di Arriano suo discepolo; eFavorinosofista, o sia oratore, dottissimo tanto nella latina che nella greca lingua, di cui molto parla Aulo Gellio[Spartianus, in Hadriano.]. Di lui si racconta[Aulus Gellius, Noct. Attic.]che avendogli un giorno Adriano, principe uso di fare l'arcifanfano nelle lettere, riprovata una parola, adoperata da esso oratore in qualche scritto, dopo breve contrasto Favorino gliela diede vinta. Rimproverandolo poscia di codardia gli amici suoi, perchè quella era parola buona, autenticata dall'usofattone da alcuni accreditati scrittori, egli saporitamente ridendo, loro rispose:Trattandosi di uno che ha trenta legioni al suo comando, non volete voi ch'io il creda più dotto di me?Ma cadde egli in fine dalla grazia di Adriano, perchè non sapea questo capriccioso e volubile Augusto sofferir lungamente chi potea far ombra al preteso suo universal sapere. E se n'avvide Favorino, allorchè fu per trattare una sua causa davanti a lui, pretendendo l'esenzione dal sostenere le cariche della sua patria Arles nella Gallia. Conobbe assai, che Adriano era per dargli la sentenza contro; e però quando si credea ch'egli venuto al contradditorio perorasse per la sua pretensione, altro non disse, se non che apparitogli la notte in sogno il suo maestro (forse Dione Grisostomo) l'avea esortato a non lasciarsi increscere di far quello che faceano gli altri suoi concittadini. Aveano gli Ateniesi eretta a quel filosofo una statua. Inteso ch'egli era decaduto dal favore di Adriano, corsero ad abbatterla[Philostratus, in Sophistis.]. Ne fu portata la nuova a Favorino, ed egli senza punto scomporsi, rispose:Avrebbe ben voluto Socrate essere trattato dagli Ateniesi a così buon mercato.AncheDionisio da Mileto, eccellente sofista, godè un tempo della grazia di Adriano; ma perchè un giorno gli scappò detto ad Eliodoro segretario delle lettere di esso imperadore;Cesare ti può ben caricar di onori e di ricchezze, ma non ti può far divenire oratore, Adriano l'ebbe da lì innanzi in odio. Per altro questo imperadore, siccome ho detto di sopra, s'intendeva di tutte le arti e scienze, e lasciò scritti vari libri, di dicitura per lo più scura ed affettata, ed uno massimamente della sua vita. Ma usava di pubblicarli sotto nome de' suoi liberti, uno de' quali fuFlegonte, di cui tuttavia resta un'operetta degli Avvenimenti maravigliosi, e che compose molti altri libri.
Consoli
Lucio Nonio Asprenate Torquatoper la seconda volta, eMarco Annio Libone.
Fu quest'Annio Libonezio paterno diMarco Aurelio, poscia imperadore, come si ricava da Giulio Capitolino[Capitolinus, in Marco Aurelio]. Seguitando quella poca traccia che dei viaggi di Adriano ci ha lasciato Sparziano[Spartianus, in Hadriano.], possiam credere ch'esso Augusto nell'anno presente da Atene ripassasse nell'Asia, per osservare se ivi ancora erano stati eseguiti gli ordini suoi, e perfezionate le fabbriche e i lavori da lui nel primo suo viaggio disegnati. In fatti vi fece la consecrazione di molti templi, appellati di Adriano. Andò nella Cappadocia, e quivi raunò gran copia di servi o sia schiavi per servigio delle armate, e non già per farli soldati. A tutti i re e principi barbari di quelle vicinanze fece sapere il suo arrivo, per confermar la buona amicizia con tutti. Molti di essi vennero ad attestargli il loro ossequio, e Adriano li trattò e regalò così generosamente, che si trovarono ben pentiti coloro i quali ebbero difficoltà di venire ad inchinarlo. Più degli altri se ne pentìFarasmane, probabilmente re dell'Iberia, che con insolente alterigia avea ricusato di comparire davanti a lui. Tuttavia Sparziano più di sotto scrive, che Adriano fece dei gran donativi a molti di quei re, comperando la pace dalla maggior parte di essi; ma verso niuno fu così liberale, come verso il re dell'Iberia, al quale, oltre ad altri magnifici regali, donò un lionfante e una coorte di cinquecento uomini d'armi.Farasmaneanch'egli dal canto suo gl'inviò de' superbi donativi, e fra essi delle vesti di tela d'oro. Ma Adriano, per deridere i di lui regali, ordinòche trecento uomini condannati a morte andassero a combattere nell'anfiteatro, vestiti di tela d'oro. Invitò ancheCosroe re de' Parti, con rimandargli la figliuola, già presa da Trajano, e con promettergli la restituzione del trono d'oro, ma senza mantenergli poi la parola. Era la vanità principal compagna di Adriano in tutti questi viaggi. Abbiamo da Arriano[Arrianus, de Pont.], che questo imperadore diede dei re ai popoli de' Lazii, degli Abasgi, de' Sanigi e degli Zughi, tutti situati verso le parti del mar Nero. Continuando egli poscia a girar per le provincie romane, poste nell'Asia, quanti uffiziali ritrovò che si erano abusati delle loro autorità in pregiudizio de' popoli, severamente li gastigò, e a molti tolse la vita. Venuto nella Soria, ebbe sopra tutto in odio il popolo di Antiochia, senza che ne apparisca il motivo: di modo che pensò di separar la Fenicia dalla Soria, acciocchè Antiochia non fosse in avvenire capo di tanto paese. E che in fatti la separasse, e ch'egli veramente venisse in quest'anno nella Soria, lo prova il padre Pagi[Pagius, in Critic. Baron.]colle antiche medaglie. Certo è, che gli Antiocheni si pregiavano di una lingua tagliente. Forse li guardò di mal occhio per questo. Volle poi visitare il monte Casio, dove situato era un rinomato tempio di Giove, e salì colà di notte, per veder la mattina nascere il sole; ma insorse un temporale, la cui pioggia il bagnò, e un fulmine cadde sopra la vittima, mentre egli preparava il sagrifizio. Passò in appresso Adriano dalla Soria nell'Egitto.
Consoli
Quinto Giulio BalboePublio Giuvenzio Celsoper la seconda volta.
Celsofu un insigne giurisconsulto di questi tempi. Ad essi ordinari consoli furono sostituitiCajo Nerasio MarcelloeGneo Lollio Gallo, siccome osservò il Panvinio[Panvinius, in Fastis Consul.], con produrre un'iscrizione antica. Un'altra data alla luce dal canonico Gorio[Gorius, in Inscript. Etrur.], ci fa vedere consoli insiemeGiuvenzio per la seconda volta, e Marcelloanch'essoper la seconda: laonde si può dubitare cheBalbofosse mancato di vita prima di compiere i mesi del suo consolato, o ch'egli prima del collega scendesse. Scrisse Sparziano[Spartianus, in Hadriano.]che essendo stato Adriano tre volte console promosse molti altri al terzo consolato, ed infiniti al secondo; il che sembra da lui detto con troppa esagerazione. Che nell'anno precedente venisse Adriano nell'Egitto, e viaggiasse nel presente infaticabilmente per quei paesi, lo provò il padre Pagi[Pagius, in Critic. Baron.]colle medaglie battute da varie città egiziane nell'anno 11 di esso Adriano. Ora in quest'anno egli fece il viaggio per l'Arabia, e di là tornò a Pelusio, dove fece con maggior magnificenza rifare il sepolcro di Pompeo il Grande. Mentr'egli navigava pel Nilo, perdèAntinoo, giovinetto nato in Bitinia, di rara bellezza, suo gran favorito, ma come si credeva per motivi degni della detestazione di tutti. Nella cronica di Eusebio appunto sotto quest'anno è riferita la di lui morte. Fece correre voce Adriano, che Antinoo caduto nel Nilo si fosse affogato. Ma per testimonianza di Sparziano[Spartianus, in Hadriano.]e diDione[Dio, lib. 69.], opinion comune fu che Antinoo offerisse ai falsi dii la volontaria sua morte, per soddisfare a una bestial curiosità o empia superstizione di Adriano, il quale vago della magia, o credulo alle imposture del gentilesimo[Aurelius, in Epitome.], si figurò di prolungar la sua vita coll'iniquo sacrifizio di questo giovine; oppure, come pensò il Salmasio, volle cercar nelle viscere di lui l'augurio dei fatti avvenire. Comunque sia, certo è, per attestato di Sparziano, che Adriano pianse la morte di Antinoo, come fan le donnicciuole; poscia per consolar sè stesso, e ricompensare il defunto giovinetto, il fece deificare dai Greci; pazza e ridicola risoluzione, per tale riconosciuta anche dagli stessi Gentili, ma specialmente dai Cristiani d'allora, che si servirono di questa empia buffonata per maggiormente screditare la stolta religion de' Pagani, come si può vedere ne' libri di san Giustino, di Tertulliano, di Origene e d'altri difensori della santa religione di Cristo. Ma che non sa far l'adulazione? Per guadagnarsi merito con Adriano, i popoli accettarono questo novello dio, gli alzarono statue per tutto l'imperio romano; più templi furono fabbricati in onore di lui, con sacerdoti apposta, i quali incominciarono anche a fingere ch'egli dava le risposte come un oracolo. E gli strologhi, osservata in cielo una nuova stella, non ebbero vergogna di dire che quell'era Antinoo trasportato in cielo. Lo stesso Adriano, con dire di vederlo colà, dava occasion di ridere alla gente savia. Fece egli dipoi fabbricare una città nel luogo dove morì, e fu seppellito Antinoo, alla quale pose il nome di Antinopoli, di cui poche vestigia oggidì restano nell'Egitto.
Consoli
Quinto Fabio CatullinoeMarco Flavio Aspro.
Non è inverisimile che Adriano stoltamente impegnato ad eternar la memoria del suo Antinoo, passasse il verno di quest'anno nell'Egitto. Siccome egli stendeva il guardo a tutte le provincie del romano imperio per beneficarle, così non avea lasciato indietro la Giudea. Ha creduto il padre Petavio[Petavius, in Chronol.], ch'egli in quest'anno e non prima rifabbricasse l'abbattuta città di Gerusalemme, e le desse il nome suo proprio, chiamandola Elia Capitolina, deducendolo da Sparziano, che nulla dice di questo. Solamente scrive egli[Spart., in Hadriano.], che trovandosi Adriano in Antiochia (probabilmente, siccome abbiam supposto, nell'anno 128) i Giudei si sollevarono per cagion di un editto, in cui veniva loro vietato il castrarsi; il che, per quanto si può credere, vuol dire che loro fu proibita la circoncisione. Non potendo essi sofferire un divieto cotanto opposto alla lor legge, si mossero a ribellione. Abbiamo all'incontro da Dione[Dio, lib. 69.], che Adriano fatta fabbricare Gerusalemme, e mutatole il nome, nel luogo, dove dinanzi era il tempio dedicato al vero Dio, ne edificò uno in onore di Giove, e pose in quella città una colonia di gentili romani. Perderono la pazienza i Giudei al vedere in casa loro venir a piantare una stabile abitazione gente straniera, e in faccia loro alzato un tempio all'idolatria; e però non seppero contenersi da' movimenti di ribellione. Ma finchè Adriano Augusto si fermò in quelle vicinanze, cioè nell'Egitto e nella Soria, non ardirono di venire all'armi, ed attesero acovar l'ira loro, aspettando tempo più opportuno per dar fuoco alla mina. Il padre Pagi, che crede riedificata Gerusalemme nell'anno 119, differisce sino all'anno 155 la nuova nominazion di Gerusalemme, e non va certo d'accordo con Dione. Santo Epifanio[Epiphanius, de Mensuris.]scrive, che Adriano passò nella Palestina, e visitò quel paese, dopo essere stato nell'Egitto. Nulla è più verisimile, che andando egli dalla Soria in Egitto, oppur nel ritorno, visitasse quella provincia. Ci ha conservata Vopisco[Vopiscus, in Saturn.]nella vita di Saturnino una lettera, scritta da Adriano aServianosuo cognato, nell'anno 134, in cui descrive i costumi degli Egiziani, come aveva egli stesso osservato, allorchè fu in quelle contrade, cioè dipinge il popolo specialmente di Alessandria, come gente volubile, inquieta, pronta sempre alle sedizioni e alle ingiurie. Se vogliamo prestar fede a lui, iGentili vi adoravano Cristo, i Cristiani vi adoravano Serapide, essendo amanti solo di novità. Non vi era Giudeo, Samaritano, Cristiano, che non attendesse alla strologia, agli augurii: benchè il Salmasio stimi doversi altrimente spiegar quelle parole:I Cristiani, i Giudei, i Gentili non vi conoscevano che un Dio, probabilmente l'interesse.Alessandria era piena di popolo, di ricchezze; niuno vi stava in ozio; si facevano lavorare fino i ciechi, e quei che pativano di podagra e chiragra. Loro aveva Adriano confermati gli antichi privilegii, aggiuntine de' nuovi. Tuttavia appena fu egli partito, che dissero un mondo di male di lui e dei suoi più cari. Così Adriano. Ma che i Giudei e i Cristiani tutti adorassero Serapide, e che fossero tutti gente superstiziosa e cattiva, non siam tenuti a stare al giudizio di un Adriano gentile. Di qua bensì intendiamo, quanto in quella città fosse cresciuto il numero de' Cristiani, e che Adriano li lasciava viverein pace. Scrive poi Lampridio[Lampridius, in Alexandro Severo.], aver avuto in animo questo imperadore di ricevereCristo Signor nostro per Dio, al qual fine avea fabbricati molti templi senza statue. Ma il Casaubono e il Pagi credono ciò una diceria popolare. Nè questo s'accorda col dirsi da Sparziano[Spartianus, in Vita Hadriani.], che Adriano gran diligenza e zelo mostrò per le cose sacre di Roma, e sprezzò le forestiere.