CXXXI

Consoli

Servio Ottavio Lenate PonzianoeMarco Antonio Rufino.

In un'iscrizione riferita dal Grutero[Gruterus, Thesaurus Inscription., p. 337.]il secondo console vien chiamatoAnnio Rufino. Quello è un errore.Antonio Rufinoho io trovato in più di un'antica copia di quel marmo. Secondo la Cronica d'Eusebio, fu circa questi tempi compiuta in Roma, per ordine di Adriano, la fabbrica del tempio di Venere e di Roma, e se ne fece la dedicazione. Era questo uno de' più sontuosi edifizii dell'augusta città, per la gran quantità e bellezza dei marmi, coi quali era fabbricato o incrostato, e col tetto coperto di tegole di bronzo, che poi servirono, a' tempi di Onorio I per coprire la basilica di san Pietro. Altri riferiscono all'anno seguente la dedicazione del tempio suddetto, che fu la morte dell'architettoApollodoro, come di sopra accennai all'anno 120. Per attestato ancora del medesimo Eusebio[Euseb., in Chron.]fu pubblicato in quest'anno l'editto perpetuo, composto dall'insigne giurisconsultoSalvio Giuliano, che fu uno de' principali consiglieri di Adriano. Imperciocchè[Spartianus, in vita Hadriani.]questo imperadore ebbe il lodevol costume, allorchè andava a giudicare e a decidere lecontroversie, di avere per assistenti non solamente i suoi amici e cortigiani, ma anche i migliori giurisconsulti, approvati prima dal senato; ed egli principalmente si serviva del suddettoSalvio Giuliano, diGiulio Celsoe diNerazio Prisco. Gran diversità era allora nei giudizii per le provincie; chi decideva a una maniera e chi all'altra. Adriano, affinchè si camminasse con uniformità dappertutto, volle che Giuliano formasse una raccolta di leggi ed editti, creduta bastevole a terminar con giustizia tutte le cause. Di questo editto perpetuo si veggono raccolti i frammenti nell'edizion dei Digesti fatta da Dionisio Gotofredo. Le apparenze sono, che Adriano abbandonasse in quest'anno l'Egitto, e passando per la Soria e per l'Asia, tornasse alla sua diletta città di Atene, dove, per testimonianza di Eusebio, egli stette tutto il verno seguente. Giacchè non abbiamo storico migliore, che ci somministri un buon filo per seguitare i passi di questo imperadore, non è temerità l'attenersi ad Eusebio.

Consoli

Sentio AugurinoedArrio Severianoper la seconda volta.

NonSeveriano, maSergianoè chiamato in vari Fasti il secondo di questi consoli, e però resta indecisa la lite intorno al di lui vero cognome. Dimorò[Euseb., in Chron.]Adriano tutto questo verno, e forse il resto dell'anno presente, in Atene, dove celebrò i suoi quindecennali, cioè l'anno quindicesimo compiuto del suo imperio[Blanchinius, in Anastasium.]. Per attestato di Eusebio, tornò a visitar le misteriose imposture di Cerere Eleusina; compiè molte fabbrichein Atene; vi fece de' suntuosi giuochi, fra' quali una caccia di mille fiere. Sopra tutto quivi formò una biblioteca delle più copiose e belle che fossero nell'universo. Per tutto il tempo che si fermò Adriano[Dio, lib. 69.]nelle vicinanze della Giudea, cioè nella Soria e in Egitto, i Giudei, benchè pieni di rabbia a cagione del tempio di Giove fabbricato in Gerusalemme, si tenner per paura quieti. Ma intanto andavano disponendo tutto per ribellarsi a suo tempo. Fecero preparamenti d'armi, fortificarono vari siti, formarono cammini sotterranei per ricoverarvisi in caso di bisogno; e sopra tutto spedirono segreti messi per le varie città dell'imperio, acciocchè quei della lor nazione accorressero in lor aiuto, o formassero delle sedizioni. Nè lasciarono di commuovere anche altre nazioni a prendere l'armi, facendo loro sperare non pochi vantaggi e guadagni. Dacchè dunque videro Adriano molto allontanato dalle loro contrade, cominciarono apertamente a non voler ubbidire ai magistrati romani; ma non osando di venire a combattimenti, attendevano solamente a premunirsi contro la forza de' Romani. Però Eusebio mette all'anno presente il principio di questa guerra.

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Marco Antonio IberoeNummio Sisena.

Un'iscrizione rapportata dal Doni[Donius, Inscription. Antiquar.]ci ha scoperto il prenome del console Ibero. Dove soggiornasse Adriano nell'anno presente, io nol so dire. Che fosse ritornato a Roma, non apparisce da alcuna memoria. Il dire col Tillemont[Tillemont, Mémoires des Empereurs.], ch'egli fu in questi tempi in Egitto e nell'anno seguente nella Soria,non si accorda con Dione[Dio, lib. 69.], che fa ribellati i Giudei, dappoichè Adriano si fu ben allontanato dai lor paesi: il che dovette succedere nell'anno precedente. Ma o fosse egli tuttavia in Atene, come io vo' sospettando, o fosse ripassato in Asia, si può credere che egli non istesse fermo in un sol luogo: tanta era la sua vaghezza di viaggiare, e di acquistarsi credito colle sue maniere popolari fra tutt'i popoli. Abbiamo da Sparziano[Spartianus, in Vita Hadriani.], ch'egli in Atene volle essere uno degli Arconti. Nella Toscana, benchè divenuto imperadore, esercitò la pretura; e per le città del Lazio si compiacque degli uffizii municipali di Dittatore, Edile e Duumviro. In Napoli volle essere Demarco, o capo del popolo; in Italica, sua patria, in Ispagna, quinquennale; e in Adria, da cui ebbero origine i suoi maggiori, ebbe il medesimo uffizio di quinquennale. A tutta prima non fecero i magistrati romani[Dio, lib. 69.]gran caso dei movimenti degli Ebrei; ma dappoichè si avvidero che si accendeva il fuoco per tutta la Giudea, e che per l'altre parti dell'imperio romano la nazion giudaica facea delle adunanze, delle minacce e peggio ancora: Adriano pensò allora daddovero a reprimere il loro ardire e disegno. Perciò spedì rinforzi di gente aTenio Rufo, governatore della Giudea, ed ordinò che i migliori suoi generali passassero in quelle parti. Uno di questi fuGiulio Severo. Abbiamo da Eusebio[Eusebius, in Chron.], che i Giudei aveano saccheggiata la Palestina. Lor capitano era un certo Cochebas o Barcochebas, uomo sommamente crudele. Fece costui quanto potè per indurre i Cristiani a prendere anch'essi l'armi contra de' Romani; ma i cristiani istruiti dalla lor santa legge, che s'ha da osservare la fedeltà anche ai principi cattivi, non ne vollero far altro; e però lo spietato Giudeo non solamentecontra de' Romani, ma anche contra di quanti cristiani gli caddero nelle mani, andò sfogando il suo sdegno, con fargli aspramente tormentare e morire. Ma sopraggiunti gli eserciti romani, poco potè far fronte alla superiore lor forza.

Consoli

Cajo Giulio Servianoper la terza volta, eCajo Vibio Varo.

Servianoconsole ordinario dell'anno presente era il cognato di Adriano, perchè marito diPaolina, sorella di lui. Però a quest'anno appartiene la lettera, che di sopra all'anno 230 dicemmo a lui scritta da Adriano intorno ai costumi degli Alessandrini ed Egiziani, e a noi conservata da Vopisco[Vopisc., in Saturn.]. Fa conoscere quella lettera, che Adriano era stato in Egitto, e tuttavia dimorava ne' primi mesi di quest'anno lungi da Roma. Non è improbabile ch'egli andasse visitando le città e le isole della Grecia. Avea nel precedente anno cominciataGiulio Severola guerra contro ai Giudei; nel presente la terminò, se sussiste la cronologia di Eusebio[Euseb., in Chron. et lib. 4, cap. 6 Historiae Ecclesiasticae.], che ne riferisce il fine sotto quest'anno. Così gran fatti ne racconta Dione[Dio, lib. 69.], che parrebbe non essersi potuto smorzar quell'incendio in poco tempo. Scrive egli adunque, che Giulio Severo, valoroso ed accorto generale di Adriano, non si attentò mai di venire con quella gente disperata, ed ascendente ad un numero eccessivo, ad una battaglia campale. Ma assalendoli in corpi separati, impedendo loro i viveri, e rinserrandoli a poco a poco, e senza azzardare, ne fece un terribil macello,sì fattamente, che pochissimi salvarono la vita. È da credere ch'egli non la perdonasse nè pure alle donne, a' fanciulli e ai vecchi; imperocchè vi perirono, se dobbiamo stare in ciò all'asserzione di quello storico, cinquecento ottantamila persone di nazione giudaica, tagliate a pezzi, senza contare i morti di fame, fuoco e malattia, che fu una moltitudine incredibile. Cinquanta buone loro fortezze vennero in poter de' Romani: e novecento ottantacinque belle terre, castella e borghi furono tutti spianati, di modo che quasi tutta la Palestina rimase un paese deserto. Costò nondimeno assai caro anche ai Romani quella impresa, perchè ve ne perirono parecchie migliaia; e perciò in occasione che Adriano scrivendo al senato in questi tempi (segno ch'egli era lungi da Roma) non si servì dell'usato esordio secondo il formolario, cioè di quelle parole:Se voi e i vostri figliuoli siete sani, me ne rallegro. Quanto a me e all'esercito, noi siam tutti sani.Terminata secondo i giusti giudizii di Dio questa gran rovina del popolo giudaico[Euseb., lib. 4, cap. 6 Histor. Hieronymus in Isaiam, cap. 6.], Adriano pubblicò un editto, che sotto pena della vita niun Giudeo potesse più entrare in Gerusalemme, e nè pure appressarvisi. Ma non si mantenne questo gran rigore sotto i susseguenti Augusti. Diede lo stesso Adriano in ricompensa del buon servigio aGiulio Severoil governo della Bitinia, esercitato poscia da lui con tal giustizia, prudenza e nobil contegno, e con sì fatta cura non men de' pubblici che de' privati affari di quel paese, che Dione, nativo di lì, attesta essere stata anche ai suoi dì in venerazione la di lui memoria. Insorse poco appresso un altro torbido in Levante, perchè gli Alani, appellati anche Massageti, mossi daFarasmane reloro, diedero il sacco alla Media e all'Armenia, scorrendo fin sulle terre della Cappadocia, dove era governatoreFlavio Arriano, forse quel medesimo, di cui cirestano alcuni libri. I regali fatti daVologeso(probabilmente re dell'Armenia) a que' Barbari, e la paura dell'esercito romano raunato da Arriano, fecero da lì a non molto cessare le loro ostilità e i saccheggi. Si può ricavar da Dione, che in questi tempi l'Augusto Adriano stanziasse in Atene, dove dedicò il tempio di Giove Olimpico, in cui fu anche posto la statua di lui col suo altare, e un drago fatto venire dall'India. Solennizzò ivi Adriano con gran magnificenza le feste di Bacco, e vi fece la sua comparsa, vestito in abito di Arconte. Diede inoltre licenza ai Greci adulatori di fabbricar in quella città a nome di tutta la Grecia un tempio alla sua persona, come ad un dio; e per far onore a questo insigne edifizio, istituì de' combattimenti e giuochi, e donò agli Ateniesi non solo una grossa somma di danaro e del grano, ma anche l'isola di Cefalonia. In somma di tante beneficenze colmò egli Atene, che quasi divenne essa una città nuova. Il che fatto, finalmente abbandonò quel caro paese, e se ne ritornò in Italia nel presente anno, o almeno nei primi mesi del seguente.

Consoli

PonzianoedAtiliano.

Il prenome e nome di questi consoli non si sono finora scoperti; v'ha chi in vece diAtilianoscriveAtelano. Da un'iscrizione atletica, che si legge presso il Grutero e presso il Falconieri, ricavò il padre Pagi[Pagius, Critic. Baron.], che Adriano Augusto prima del dì 3 di maggio era ritornato a Roma, perchè un suo rescritto dato in quel giorno e nella stessa città, appartiene alla di luiPodestà Tribunizia XVIIIcorrente allora. Rallegrò tosto il popolo con degli spettacoli. Nel corso delle carrette si acquistò gran plauso uno di queicocchieri, servo di qualche nobile romano[Dio, lib. 69.]. Il popolo con alte grida fece istanza all'imperadore che gli desse la libertà. Addano in iscritto rispose,non essere cosa decente per li Romani il dimandare, che l'imperadore dia la libertà ad un servo altrui, o forzi il padrone a dargliela. Ripigliò Adriano in Roma le sue solite maniere di vivere. Fra gli altri suoi usi, andava spesso ai pubblici bagni, e si lavava con gli altri del popolo[Spartianus, in Hadriano.]. Gli venne un dì osservato un veterano, molto ben noto a lui, che fregava la schiena e le altre parti del corpo ai marmi del bagno. Gliene dimandò il perchè:Perchè non ho un servo, rispose il soldato, che mi possa fregare.Adriano gliene donò alcuni, ed anche le spese in vita. Risaputosi ciò, l'altro dì vennero molti vecchi a far lo stesso, sperando un egual trattamento. Ordinò Adriano che si fregassero l'un l'altro. Fece molti buoni ordini. Che non fosse lecito ai senatori il prendere nè direttamente nè indirettamente appalto alcuno di gabelle. Che fosse vietato ai padroni l'uccidere i loro servi, cioè gli schiavi (il che ne' tempi addietro era permesso ai Romani) volendo che se si trovavano rei, fossero condannati dai giudici. Soffrì nondimeno che tenessero prigioni private per li servi e liberti. Voleva che i senatori, uscendo in pubblico, sempre portassero la toga, eccettochè la notte. Tassò le sportole ai giudici, riducendole all'antica moderazione. Ripudiò le eredità lasciategli da persone ch'egli non conosceva; ed anche conoscendole, se v'erano de' figliuoli, le rifiutò. Dilettossi forte della caccia, ed amò sì fattamente alcuni de' suoi cavalli e cani, che fece far loro dei sepolcri. Talvolta nelle cacce ammazzò orsi, lioni ed orse; tanta era la sua destrezza. Non voleva che i suoi liberti avessero alcuna autorità, nè si credesse che potessero qualche cosa presso di lui, perchè attribuiva a questa sorta di gente la maggiorparte dei disordini passati sotto i precedenti Augusti. Osservò egli una volta, che uno di costoro passeggiava in mezzo a due senatori. Mandò tosto uno de' suoi domestici a dargli una guanciata, e a dirgli:Guardati di camminar del pari con persone, delle quali tu puoi tuttavia divenire schiavo.Mirabile eziandio parve la sua moderazione, perchè quantunque infinite fabbriche facesse per tutto l'imperio romano, non volle che si mettesse il suo nome, se non nel tempio alzato a Trajano. Riedificò in Roma il Panteon, lo steccato del Campo Marzio, la basilica di Nettuno, molti templi, la piazza di Augusto, il bagno di Agrippa: contuttociò d'ordine suo fu ivi rimesso il nome dei primi fondatori. Fabbricò sopra il Tevere il ponte chiamato di Adriano, oggidì ponte sant'Angelo; e il suo sepolcro vicino al Tevere che ora si chiama castello sant'Angelo; e il tempio della Buona Dea. Fece anche un emissario al lago Fucino. Tutte queste azioni ho io raccolte sotto quest'anno, benchè spettanti a vari tempi, acciocchè sempre più si conosca qual imperadore fosse Adriano.

Consoli

Lucio Cejonio Commodo Vero, eSesto Vetuleno Civica Pompejano.

Lucio Cejonio, primo fra questi due consoli, quel medesimo è che Adriano adottò per suo figliuolo, e destinò alla succession dell'imperio. Resta finora in disputa l'anno preciso, in cui seguisse tale adozione. L'esser egli nominatoLucio Cejonio Commodonei fasti e nelle inscrizioni, cioè portando egli i nomi propri della sua famiglia sul principio di quest'anno, fa abbastanza intendere ch'egli non era per anche giunto alla figliuolanza di Adriano. Adottato da lui, prese il nome diLucio Elio Commodo, e il titolodiCesare. Però sentenza è di alcuni, che in quest'anno solamente seguisse la di lui adozione. Altri la riferiscono all'anno precedente, perchè nella lettera che abbiam detto scritta allora da Adriano a suo cognato Serviano, egli dice che gli Alessandrini aveano tagliati i panni addosso ancheal mio figliuolo Vero. E perchè aLucio Eliovien dato il cognome diVeroda Sparziano, di cui si crede che parlasse Adriano. Io per me ne dubito al vedere che Lucio Vero (che fu poi Augusto) di lui figliuolo, ricevè da Marco Aurelio, e non da suo padre il cognome diVero. Fu poi di parere il padre Pagi[Pagius, in Critic. Baron.], che fin dall'anno 130, Adriano adottasse il suddettoLucio Cejonio, ma senza conferirgli il titolo diCesare, e senza destinarlo all'imperio: il che poi fece nell'anno presente. E con questa idea pare che vada d'accordo Sparziano[Spartianus, in Hadriano et in Ælio Vero.]. Ma non si saprà mai ben intendere, comeLucio Cejonio Commodo, se prima del presente anno entrò, per via dell'adozione, nella famigliaElia, comparisse negli atti pubblici senza il nome diElio: il che poi si osserva fatto nell'anno seguente. Certo è che il testo di Sparziano in questo racconto ha delle contraddizioni, e probabilmente degli errori. Ma lasciate da banda queste liti, a noi basterà di sapere cheCejonio Commodofu adottato dall'Augusto Adriano, e perciò da lì innanzi appellatoLucio Elio, ed ebbe il titolo diCesare, cioè la futura promessa dell'imperio: il che credo io fatto solamente nell'anno presente. Volle Adriano solennizzar questa elezione, con dare al popolo romano un congiario, e ai soldati un regalo di sette milioni e mezzo, se dicono il vero coloro che parlano dell'antica moneta. Si fecero correre nel circo i cavalli, ed altri divertimenti si diedero, che accrebbero l'allegrezza del popolo. Fu in oltre essoElio Cesaredisegnato console per l'anno avvenire. Il dirsi da Sparziano, che questo principe,appena adottato, fu creato pretore, e poscia andò al governo della Pannonia, cagiona non poco imbroglio: perchè, secondochè osserva il padre Pagi, esercitò egli la pretura nell'anno 130; il che poi discorda da altre notizie recate dal medesimo storico. E veramente sembra che lo stesso Sparziano, siccome lontano da questi tempi, non sapesse ben quel che dicesse intorno a tali affari. Fors'anche non fu lo stesso storico, il qual descrisse le gesta diAdrianoe la vita diLucio Elio. Sappiamo bensì di certo, che questo principe era di cattiva complessione ed infermiccio; per altro di vita allegra, e data a' piaceri anche illeciti, ornato di letteratura, di grazioso aspetto, e tale che chi volea male ad Adriano, immaginò proceduta la di lui elezione dal riflesso piuttosto alla bellezza del corpo, che alle virtù dell'animo. Ma s'egli godeva poca sanità, anche Adriano cominciò a sentire venir meno la sua; anzi Dione[Dio, lib. 69.]e Sparziano[Spartianus, in Hadriano.]vanno d'accordo in dire, che per cagione appunto di questi suoi malori Adriano si risolvesse di eleggersi questo figliuolo, con disegno di averlo per successore.

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Lucio Elio Cesareper la seconda volta, eLucio Celio Balbino Vitulio Pio.

Cominciò, siccome accennai di sopra, a declinare la sanità dell'imperadore Adriano: e fu creduto da alcuni originato questo sconcerto dalle pioggie e dai freddi patiti in tanti suoi viaggi, e massimamente perchè egli ebbe in uso per tutti i tempi di stare e di andare colla testa scoperta. Soleva uscirgli di tanto in tanto il sangue dal naso; questo cominciò afarsi più copioso. Non poca inquietudine per altra parte gli recava l'osservare, quanto meschina fosse anche la sanità dell'adottato suo figliuoloLucio Elio, di modo che dicono, che stette poco a pentirsi di aver messo gli occhi sopra di lui, per farsi un successore. Certamente fu più volte udito dire:Ci siamo appoggiati ad una parete rovinosa, ed abbiam gittati via dieci milioni, dati al popolo e ai soldati per la di lui adozione. Anzi coloro che scrissero la vita d'esso Adriano, e nominatamenteMario Massimo, portarono opinione ch'egli sapesse non dovergli sopravvivere questo figliuolo; e ciò per via della strologia, di cui egli si dilettava forte, con dirsi insino, che Adriano, finchè visse, andava scrivendo ciò che ogni dì gli dovea accadere. Noi possiamo ben dispensarci dal prestar fede a queste fandonie, e v'ha contraddizione tra il dire che lo voleva per successore, con sapere nello stesso tempo che questo successore dovea mancare prima di lui. Eppure aggiungono, aver più volte Adriano predetta la morte d'essoLucio Elioe pensato a provvedersi di un altro successore. Intanto Adriano, secondo il consiglio de' medici, i quali allorchè non han rimedio ai mali, propongono la mutazion dell'aria, si ritirò a Tivoli, sperando di migliorar di salute con quell'aria migliore. Se si ha da credere a Sparziano, egli mandò Lucio Elio Cesare al governo della Pannonia, dove si acquistò una convenevole riputazione. Ma chi mai può persuadersi ch'egli malsano volesse allontanare da sè un figliuolo anch'esso malconcio di sanità, e destinato a succedergli. Par ben più verisimile, che Sparziano confondesse le azioni e i tempi, e che Lucio Cejonio, prima d'essere adottato, esercitasse la pretura, e governasse dipoi la Pannonia; e che creato Cesare attendesse al governo di Roma. Attesta il medesimo storico, esser egli stato dopo l'adozione talmente in grazia di Adriano, che tutto quel che voleva, lo impetrava dall'imperadore,anche col solo scrivergli delle lettere: il che suppone che potesse anche parlargli. In fatti Aurelio Vittore[Aurelius Victor, in Epitome.]lasciò scritto che Adriano, ritiratosi a Tivoli, permise che Lucio Elio Cesare restasse in Roma. Abbiamo parimente da esso Vittore, che stando l'imperadore in Tivoli, quivi si applicò per divertirsi a fabbricar dei palagi ed altri edifizii, ai quali diede il nome di Liceo, Accademia, Pritaneo, Canopo, Tempe, ed altri. Attese ancora a far de' buoni conviti, e delle gallerie di statue e pitture, abbandonarsi anche alla lascivia, forse ad imitazione di Tiberio. Il peggio fu che si lasciò trasportare ad imitar Tiberio anche nella crudeltà: ma questo, a mio credere, appartiene solamente all'anno seguente.

Consoli

CamerinoeNegro.

Non si è potuto finora accertare quai fossero i prenomi e nomi di questi consoli. Da alcuni per sole conghietture furono appellatiSulpicio CamerinoeQuinzio Negro; ma meglio fia l'aspettare che si scuopra qualche marmo che meglio ci istruisca di questa faccenda. Per quanto s'ha dalla cronica antichissima di Damaso[Anastas. Bibliothecarius.], sul principio di quest'annosan Telesforo papacompiè il corso del suo pontificato colla corona del martirio. Quantunque Adriano niun editto nuovo pubblicasse contra de' Cristiani, pure in vigore delle precedenti leggi, e per lo mal animo dei sacerdoti gentili, noi sappiamo che sotto di lui moltissimi Cristiani col sangue loro confermarono la fede di Gesù Cristo. Vero è che, per attestato di Eusebio[Eusebius, Hist. Ecclesiast., lib. 4, c. 3.]e di san Girolamo[Hieron., de Viris Illustr.], i santiQuadratoedAristidepresentarono ad Adriano le loro apologie per la religione cristiana, e che queste fecero un buon effetto. Contuttociò non mancavano allora dei nemici del nome cristiano, che instigavano i giudici da infierire contra i pastori della greggia di Cristo. A Telesforo succedette nella cattedra di san PietroIgino.Lucio ElioCesare figlio adottivo di Adriano anche egli terminò i suoi giorni nel dì primo di quest'anno. Pareva che i suoi malori gli avessero data posa in guisa tale, che egli si era preparato per recitar nelle calende di gennaio in senato un'orazione composta da lui, o dettata a lui da qualche maestro, in rendimento di grazie ad Adrianoper la sua adozione, come narra Sparziano[Spartianus, in Hadriano.]. Dissi per la sua adozione: parole che non possono mai accordarsi coll'opinione del padre Pagi[Pagius, Critic. Baron.], che il vuole adottato fin dall'anno 130. V'ha chi crede ciò fatto nell'anno 136, non avendo egli, come si figurano, per la sua poca salute potuto soddisfare nelle calende dell'anno precedente. Ma nè pur nelle calende di quest'anno gli fu permesso, perchè in quel medesimo giorno la morte il rapì. Essendo quello il tempo, in cui si formavano i voti solenni per la salute dell'imperadore, non volle Adriano che si facesse piagnisteo alla sepoltura di lui. AveaLucio Elioavuta per moglie una figliuola diDomizio Negrino, fatto uccidere da Adriano sui principii del suo governo; ed essa gli avea partorito un figliuolo appellatoLucio Cejonio Commodo. Verso questo fanciullo vedremo in breve quanto continuasse l'amore e la beneficenza di Adriano Augusto.

Al vedere sconcertati i suoi disegni per la morte di Lucio Elio, andò Adriano per qualche settimana pensando a riparar questa perdita coll'elezione di un altro figliuolo; e per buona fortuna de' Romani egli fermò il suo guardo sopraTito Aurelio Fulvio(o Fulvo)Bojonio Antonino, che era stato console nell'anno120. Egli è chiamatoArrio Antoninoda Sparziano[Spartianus, in Hadriano.]. Giulio Capitolino[Capitolinus, in Tito Antonino.]gli dà i suddetti nomi, e vuole cheArrio Antoninofosse avolo materno di essoTito Aurelio. Conosceva molto bene Adriano le rare virtù di questo soggetto, giacchè egli era uno de' senatori del suo consiglio; e però gli fece intendere il disegno da lui concepito di adottarlo per figliuolo e successor nell'imperio, colla condizion nondimeno, che, stante l'esser esso Antonino privo di prole maschile, anch'egli volesse adottar per figliuoloMarco Aurelio Vero, figliuolo di Annio Vero, cioè di un fratello diSabina Augustasua moglie; eLucio Cejonio Commodo, che poco fa dicemmo nato daLucio Elio Cesare, fanciullo allora di circa otto anni, perchè nato dell'anno 130. Fu dato tempo ad Antonino tanto da pensarvi, ed avendo egli poi accettata la favorevol offerta fattagli, e le condizioni prescritte,Adriano Augusto, la cui sanità andava di male in peggio, nel dì 25 febbraio fece la solenne funzione di dichiararlo suo figliuolo, con dargli il titolo diCesare, e farlo suo collega nella podestà tribunizia e nel comando proconsolare. Ch'egli ancora ottenesse il titolo d'Imperadore, lo stimò il padre Pagi; ma non ne abbiamo sufficiente fondamento. Presentò Adriano questo suo nuovo figliuolo al senato, con dire,che giacchè la morte gli avea tolto Lucio Elio, ne avea trovato quest'altro, nobile, mansueto e prudente, in età da non temere, ch'egli o per temerità male operasse, o per debolezza trascurasse gli affari. Parea pure che l'elezione di un sì degno personaggio avesse da tirarsi dietro l'allegrezza e il plauso di ognuno: e pure che non può l'ambizione? Moltissimi dell'ordine senatorio, giacchè cadauno aspirava a sì gran dignità, se l'ebbero a male; e sopra gli altriCatilio Severo, già stato console, ed allora prefetto di Roma, che si teneva in pugno l'imperio. Perchè questi dovettelasciar traspirare i suoi lamenti, Adriano gli levò quella carica prima del tempo consueto. L'aver egli in tal congiuntura scoperta una tal contrarietà a' suoi voleri, con parergli anche per la sua malattia di essere oramai sprezzato dal senato, cominciò a farlo prorompere in alcune azioni di crudeltà. Si credettero alcuni, che naturalmente Adriano inclinasse a questo vizio, e se ne astenesse per la sola paura, tenendo davanti agli occhi il fine di Domiziano. Ma Dione[Dio, lib. 69.]lo niega, e da quanto abbiam detto finora, può apparire che solamente per qualche esaltazion di bile incrudelì. Si aggiunse in questi tempi una fastidiosa malattia, che gli svegliò il mal umore e la rabbia non solamente contra degli altri, ma infin contra di sè stesso: il perchè venne meno in lui la mansuetudine e la clemenza.

Si sa ch'egli fece morireServianosuo cognato, cioè marito diPaolinasua sorella già defunta[Spartianus, in Hadriano.]. Fin qui l'aveva egli amato ed onorato sopra gli altri; l'avea promosso al terzo consolato, e sempre usciva ad incontrarlo fuori della camera, ognivoltachè sapeva il di lui arrivo al palazzo. Ma dappoichè fu compiuta l'adozione di Antonino, nacque sospetto in Adriano, che Serviano, benchè vecchio di novant'anni, meditasse di salire sul trono, deducendolo dall'aver egli mandata la cena ai servi della corte; dell'essersi un dì messo a sedere con gran possesso sulla sedia imperiale che stava a canto del suo letto, e dall'esser entrato pettoruto nel quartier de' soldati, quasi per farsi conoscere tuttavia atto al comando. Dione[Dio, lib. 69.]espressamente scrive, cheServianoeFoscodi lui nipote si risentirono per l'elezione di Antonino, credendosi aggravati perchè Adriano avesse anteposto chi non era parente ad un nipote di sua sorella. Perciò Adriano li fece uccidere amendue. Raccontano che Serviano prima di essere strangolato,si fece portar del fuoco, e messovi dell'incenso, come in atto di sacrifizio, disse:Voi immortali dii, che ho per testimoni della mia innocenza, prego di una sola grazia, cioè che Adriano, benchè ardentemente brami la morte, non possa morire.Forse fu una frottola inventata per quello che poscia avvenne. Di altri che fossero uccisi per ordine di Adriano, non parla Dione, che pur fu più vicino a questi tempi. Ma Sparziano scrive che parecchi altri furono levati dal mondo o scopertamente o per insidie; e corse fin voce, cheSabina Augusta, la qual forse finì di vivere in questi tempi, per veleno datogli da Adriano terminasse i suoi giorni. Sparziano la tien per una favola. In fatti niuno è più soggetto alle dicerie del popolo che i gran signori. Aurelio Vittore[Aur. Victor, in Epitome.], benchè più lontano da questi tempi, arrivò a scrivere che Adriano, prima di morire, fece ammazzar molti senatori; che Sabina per gli strapazzi a lei usati dal marito, volontariamente si diede la morte; e ch'ella pubblicamente sparlava del genio crudele di Adriano, con aggiungere di aver fatto il possibile di non restare gravida di lui, temendo di partorire qualche mostro pernicioso al genere umano. È a noi permesso il credere che con qualche verità sia mischiata una buona dose di falso. E se non falla Capitolino[Capitolin., in Antonino Pio.]in dire, cheMarco Aurelioadottato per ordine di Adriano daAntonino, era figliuolo di un fratello di essa Sabina; non sembra già che Adriano nudrisse così mal animo contro la moglie. Contuttociò convengono tutti gli storici in dire, che il merito di tante belle azioni fatte da Adriano parve un nulla al senato in confronto della morte da lui data sul principio del suo governo ai quattro personaggi consolari, e agli altri sul fin di sua vita, contro replicate promesse da lui fatte, di maniera che si era messo in testa il medesimo senato di non voler accordare gli onori consuetidell'empia gentilità ad Adriano defunto, siccome vedremo fra poco.

Cresceva intanto la malattia di esso Adriano, e fu in fine dichiarata idropisia, accompagnata da dolori e da un insoffribil tedio, non solo del male, ma anche della vita[Dio, lib. 69. Spartianus, in Hadr. Aurelius Victor, in Epit.]. Non si stendeva la potenza di un imperadore a trovarvi rimedio; e quantunque egli ricorresse insino alla magia, neppur questa potè aiutarlo. Disperato adunque, altro più non desiderava, se non di potersi dar la morte da sè stesso, o di riceverla con veleno o con pugnale da altri. Prometteva impunità e danari a chi gli prestasse aiuto in questo; ma niuno si sentiva voglia di ubbidirlo. Importunato con preghiere e minacce il suo medico, questi amò meglio di uccidersi da sè stesso, che di abbreviare la vita al suo principe. Al medesimo fine si raccomandò ad un servo, il quale ne corse a dar l'avviso ad Antonino. Per animarlo alla pazienza, e levargli di capo sì nere fantasie, entrò in sua camera esso Antonino Cesare, accompagnato dai prefetti del pretorio. Veggendosi scoperto, entrò nelle furie Adriano, e comandò che si ammazzasse quel servo. Antonino il salvò, facendo poi credere ad Adriano che il suo ordine era stato eseguito. Oltre a ciò gran guardia gli fece fare per questo, con dire che crederebbe sè stesso reo di omicidio, se avesse tralasciato di conservarlo vivo finchè si poteva[Spartianus, in Hadrian. Aurel.]. Invenzione sua anche fu il far venire una donna, che disse ad Adriano d'avere ricevuto ordine da una deità di avvisarlo che sarebbe guarito: e perchè ella non l'avea fatto, era divenuta cieca. Tornò poscia a dirgli, d'avere inteso in altro sogno, che s'ella baciasse le ginocchia ad Adriano, ricupererebbe la vista: e così con facilità avvenne. Si finse ancora cieco nato un uomo, venuto dalla Pannonia, che col toccare Adriano, tornò anch'eglia vedere. Servirono queste imposture a quietare alquanto Adriano; e tanto più che per accidente, o perchè gli fu fatto credere, gli cessò la febbre. Volle egli dipoi essere portato a Baja; ma quivi nel dì 10 di luglio, in età di sessantadue anni, dopo aver detto un assai famoso motto, cioè:I molti medici hanno ucciso l'imperadore, e dopo aver recitato cinque versi sopra l'anima sua, destinata agli orrori dell'inferno, finalmente morì. Prima di morire, chiamò da RomaAntonino, che giunse a tempo di vederlo vivo, sebben Capitolino[Capitolin., in Marco Aurelio.]sembra dire ch'egli andò colà solamente per riportarne le ceneri a Roma. Scrive Sparziano, che Adriano odiato da tutti, fu seppellito in Pozzuolo nella villa di Cicerone, dove il suo successore Antonino gli fabbricò un tempio, come ad una deità, dandogli de' Flamini ed altri sacri ministri. Capitolino, per lo contrario, attesta che le di lui ceneri furono portate a Roma da Antonino, esposte nel giardino di Domizia, e riposte nel suo mausuleo (oggidì castello sant'Angelo), perchè in quello di Augusto non v'era più luogo. Succedette a lui nell'imperioAntonino Pio, di cui parleremo all'anno seguente. E si vuol ben qui ripetere che le lettere fiorirono non poco sotto Adriano imperadore letterato. Abbiam di sopra fatta menzione diFavorinosofista, diEpittetoinsigne filosofo della scuola stoica, diArrianosuo discepolo e diFlegonteliberto d'esso Adriano. Oltre ad altri scrittori vivuti allora, de' quali si son perdute l'opere, furono e son tuttavia in gran creditoSvetonio Tranquillo, autore delle vite de' dodici primi imperadori, e massimamentePlutarco, le cui opere meritano di essere appellate un dovizioso magazzino dell'erudizione greca e latina, e dell'antica filosofia.

Consoli

Tito Elio Adriano Antonino Augustoper la seconda volta, eCajo Bruttio Presenteper la seconda.

Ebbe il consolePresenteil prenome diCajo, ciò risultando da una greca iscrizione che si legge nella mia raccolta[Thesaur. Nov. Inscript., pag. 326, n. 4.]. Così da un'altra pubblicata dal Fabretti[Fabrettus, Inscription, pag. 726.]apparisce che avendoAntonino Augustodeposto il consolato, a lui fu sostituitoAulo Giunio Rufino. Morto Adriano imperadore nell'anno precedente, prese le redini del governoAntonino Pio, ed ebbe il titolo d'Imperadore(se non l'avea ottenuto prima), d'Augustoe diPontefice Massimo. Era egli della famigliaAurelia, originaria di Nimes, città della Gallia, e il suo primo nome fu quello diTito Aurelio Fulvoo Fulvio[Capitolinus, in Antonino Pio.]. L'avolo suo, che portava lo stesso nome, tre volte ebbe l'onore dei fasti consolari: due volte il di lui padre.Arria Fadilla, sua madre, figliuola fu diArrio Antonino, stato anch'esso console, ed uno de' più illustri senatori d'allora. Tito Aurelio suddetto si vede poi nominatoArrio Antoninocon indizio, che l'avolo materno l'avesse adottato per figliuolo; e certamente fu erede del ricco di lui patrimonio. Nacque egli nell'anno 89 della nostra Era nella villa di Lanuvio. Nell'anno 120 dal suo merito fu portato al consolato, imperciocchè si univano in lui la bella presenza, un ingegno penetrante, ma insieme placido e sodo, molta letteratura, maggiore eloquenza, e sopra tutto una rara saviezza, sobrietà ed amorevolezza. Era liberale in donare il suo, lontano dal volere quel d'altri, il tutto sempre operando con misura e senza giattanza. Tale in somma comparveagli occhi dei Romani nella vita privata, e molto più divenuto imperadore, che i saggi l'assomigliavano, e con ragione, a Numa Pompilio. Da Adriano fu scelto per uno de' quattro consolari che reggevano l'Italia. Proconsole dell'Asia fece un sì bel governo, che ne riportò plauso da ognuno. Poscia ammesso nel consiglio di Adriano, costumò in tutto ciò che era messo in consulta, di eleggere la sentenza più mite. Stimarono alcuni, che l'avere Adriano veduto Antonino entrar nel senato dando di braccio al d'Annia Galeria Faustinasua moglie, tanto si compiacesse di quell'atto, che per questo il volle suo successore. Ma è ben più da credere che a tale elezione si sentisse mosso Adriano dalla conoscenza e sperienza del senno e delle tante virtù che concorrevano in esso Antonino.

Dappoichè egli ebbe riportate a Roma le ceneri di Adriano[Spartianus, in Hadriano.], trovò il senato così irritato contro la memoria di Adriano per le crudeltà sul principio e nell'ultimo di sua vita usate verso l'ordine senatorio, che non solamente stava forte in negargli i creduti onori divini, ma era in procinto di cassar ancora tutti i di lui atti e decreti. Entrò in quella illustre assemblea il novello imperadore, che per la sua adozione fu da lì innanzi nominatoTito Elio Adriano Antonino, e colle lagrime agli occhi perorò in favore del defunto padre così vivamente, che avrebbe potuto muovere ogni più duro cuore. Vedendo tuttavia i senatori mal disposti a compiacerlo, venne all'ultima batteria con dire, che dunque non volevano nè pur lui per imperadore, giacchè se pensavano d'abolir tutti gli atti d'Adriano, come di un principe cattivo e nemico, fra questi entrava anche la sua adozione. A tali parole si piegò il senato, non tanto per riverenza ad Antonino, quanto per timore de' soldati che erano per lui; decretando che Adriano potesseaver luogo fra gli dii, benchè personaggio da lor tenuto per sanguinario e crudele. Puntualmente pagò Antonino[Capitolinus, in Antonino Pio.]di sua propria borsa alle milizie il regalo promesso loro dal padre, e diede al popolo un congiario fors'anche vivente lo stesso Adriano. Restituì e condonò interamente alle città d'Italia l'oro coronario, cioè la contribuzione o sia il donativo esibito per la sua adozione, e ne rilasciò la metà alle provincie fuori d'Italia. Rientrato poi in sè stesso il senato, e conoscendo che bel regalo avesse fatto Adriano con dare alla repubblica romana un sì buono, un sì degno successore, rivolse le sue applicazioni ad onorar Antonino, e a renderselo grato. Gli diede il titolo diPio, che comincia tosto a comparire nelle di lui medaglie[Mediobarbus, in Numismat. Imperat.]. Crede il Tillemont[Tillemont, Mémoires des Empereurs.], che questo nome significasseBuono, e a lui fosse accordato per denotare la singolar sua amorevolezza verso il padre, verso i parenti e la patria. Anche gli antichi[Pausanias, lib. 8. Dio, l. 70. Lampridius in Elagabalo.]ne cercarono il motivo; chi il credette appellato così pel suo rispetto alla religione; altri perchè avea salvata la vita a molti condannati all'ultimo supplicio da Adriano infermo e furioso, ch'egli nascose, e dopo la di lui morte rimise in libertà: il che par ben più credibile, che il dirsi da Dione ciò fatto, perchè sul principio del suo governo molti furono accusati per varii reati, ed egli non volle che alcun fosse gastigato. Il lasciare impuniti certi delitti, che turbano la pubblica quiete, non suol essere molto glorioso ne' principi, ed è nocivo al pubblico. Per altro la clemenza è una bella gemma della lor corona, e per questo crede Eutropio ch'egli meritasse il titolo di Pio. Le medaglie ancora[Mediobarbus, in Numismat. Imperator.]battute in quest'anno ci possono assicurare che fu onorato Antonino col bel nome diPadre della Patria, pelqual fece un bel ringraziamento ai Padri. Inoltre il senato fece alzar delle statue ai genitori, all'avolo paterno e materno e ai fratelli già defunti del medesimo Antonino. Non ebbe discaro esso Augusto che il senato desse anche adAnnia Galeria Faustinasua moglie il titolo di Augusta; accettò ancora i giuochi circensi decretati dallo stesso senato per solennizzare il di lui giorno natalizio, che correva nel dì 19 di settembre; ma rifiutò ogni altra pubblica dimostrazione. Da lì a qualche anno determinò il medesimo senato, che i mesi di settembre e di ottobre in onor suo e di Faustina si chiamassero Antoniano, Faustiniano; ma ricusò Antonino un sì fatto onore. Trovavansi delle persone non poche condannate o esiliate da Adriano. Dimandò Antonino grazia per loro nel senato, con dire che Adriano l'avrebbe chiesta anch'egli. A niun di coloro, che lo stesso Adriano avea dato dei posti, li levò; anzi suo costume fu lasciar continuare ne' governi delle provincie per fin sette e nove anni coloro ch'erano in concetto di governare con illibatezza e prudenza.

Ebbe Antonino Pio da Faustina sua moglie due figliuoli[Capitolinus, in Antonino Pio.]maschi, uno appellatoMarco Aurelio Fulvo Antonino, e l'altroMarco Galerio Aurelio Antonino. Amendue giovani erano a lui premorti. Due figliuole ancora gli nacquero. La maggiore, maritata conLamia Sillano, mancò di vita, allorchè il marito andava al governo dell'Asia. Restavagli la seconda, cioèAnnia Faustina. Avea ordinato Adriano, ch'egli la desse in moglie aLucio Vero, cioè a quel medesimo che insieme conMarco Aurelioper comandamento di Adriano egli avea adottato per suo figliuolo. Ma Antonino, dacchè cessò Adriano di vivere, riflettendo all'età troppo tenera di Lucio Vero, e che miglior testa era quella di Marco Aurelio, cangiata massima[Capitolinus, in Marco Aurel.], s'invogliò di dar la figliuola ad esso Marco Aurelio,contuttochè egli avesse contratti gli sponsali conFabiafigliuola diLucio Cejonio Commodo, e sorella del suddettoLucio Vero. Gliene fece far la proposizione per Giulia Faustina sua moglie, con dargli tempo di pensarvi. Si credette in fine Marco Aurelio di assicurar meglio la sua fortuna con questo matrimonio; e però disciolti gli sponsali suddetti, s'indusse ad isposare Annia Faustina. Non si sa bene se seguissero tali nozze nell'anno presente. Prima anche d'esse Antonino, per maggiormente comprovare al destinato genero il suo compiacimento ed affetto, gli conferì il titolo diCesare, e il disegnò, ad istanza del senato, console seco per l'anno seguente, contuttochè egli non fosse se non questore, nè avesse esercitate altre cariche pubbliche. Il fece anche accettare ne' Collegi de' sacerdoti, e passare nel palazzo di Tiberio, con formargli una corte da par suo, benchè egli ripugnasse. Assegnò anche Antonino[Capitolinus, in Antonino Pio.]in dote alla figliuola tutti i suoi beni patrimoniali, con riserbarsene nondimeno l'usufrutto sua vita natural durante per gli bisogni dello stato. Servono le medaglie[Mediobarbus, in Numismat. Imperat.], coniate nel secondo consolato di Antonino Pio, cioè nell'anno presente, per farci conoscere che egli diede un re ai Quadi, e un altro ai popoli dell'Armenia.

Consoli

Tito Elio Adriano Antonino Pio Augustoper la terza volta eMarco Elio Aurelio Vero Cesare.

Siccome il regno di Antonino Pio fu regno tutto di pace, perchè quest'ottimo principe, privo d'ambizione e nulla sitibondo della gloria vana, unicamente attese a rendere felici i suoipopoli: mestiere che dovrebbe essere quello di tutti i regnanti: così la di lui vita non ci somministra varietà d'azioni da poter empiere gli anni del suo lungo imperio. Oltre di che son perite le antiche storie, che parlavano de' fatti di lui, nè altro ci resta, che la breve sua vita scritta da Giulio Capitolino, mancante di quel filo ch'è necessario per riferir cronologicamente anno per anno le di lui imprese. Sia pertanto ora a me lecito di riportar qui il ritratto di questo insigne Augusto, che anche il Tillemont[Tillemont, Mémoires des Empereurs.]raccolse da esso Capitolino[Capitolinus, in Antonio Pio.], dai libri di Marco Aurelio[Marcus Aurelius, de rebus suis.]suo figliuolo adottivo, da Dione[Dio, lib. 70.], e da altri pochi rimasugli dell'antichità. Fu Antonino Pio provveduto dalla natura di un corpo di alta statura e ben fatto, con volto maestoso e insieme dolce, con voce grata ad udirla; allegro nella conversazione, ma senza eccesso; buon economo del suo, e insieme liberale e magnifico alle occorrenze, con dilettarsi molto di stare alla campagna, dove facea fruttare i suoi beni, e solea divertirsi colla caccia e colla pesca, e in città coll'intervenire alle commedie e buffonerie degl'istrioni. Studioso della sobrietà, anche giunto all'imperio, sempre la conservò, contento de' cibi ordinari, senza cercarne de' rari e senza lusso: con che visse molto, senza bisogno di medici nè di rimedi. I suoi conviti o pubblici, o privati erano per lo più conditi dai discorsi de' suoi commensali amici, andando anch'egli talvolta a pranzare in casa loro con tutta confidenza. Usava[Aurelius Victor, in Epitome.]la mattina di ammettere alcuno all'udienza, di mangiare un tozzo di pan secco, per aver lena agli affari, nei quali sempre si dimostrò applicato e indefesso. Compiacevasi ancora di andar come persona privata alle vendemmieco' suoi amici; divertimento carissimo agli antichi Romani. Anche imperadore usò abiti dimessi, senza curarsi di ornar molto il corpo, ma neppur mostrandosi dimentico della polizia e del decoro. Era, dissi, indefesso negli affari e tuttochè patisse di quando in quando delle micranie, pure appena le avea scrollate, che tornava più vigoroso di prima alle applicazioni. Quotidiane erano queste, perchè non meno de' saggi padri di famiglia, che continuamente studiano il bene della lor casa, anch'egli, come se la repubblica fosse la casa di lui propria, senza mai darsi posa, ne procurava i vantaggi, vegliava alla sua difesa, e rimediava ai disordini e bisogni. Esatto anche nelle minime cose (del che fu deriso da alcuni, e spezialmente nella sua satira da Giuliano Apostata), con gran calma[Zonaras, in Annalibus.], e senza fermarsi alle apparenze, esaminava a fondo le cose, i costumi degli uomini e le ragioni; ma nulla spediva degli affari, senza aver prima raccolti i pareri di saggi amici e di dotti consiglieri. Presa poi con maturità una risoluzione, costante e fermo era nel volerne l'esecuzione. Tanto nel rallegrare il popolo con degli spettacoli e con de' congiari, quanto nelle fabbriche e in altre azioni di piacere e d'ornamento del pubblico, non cercava punto con vanità gli applausi del popolo, siccome nè pur si metteva pensiero dei di lui sregolati giudizii. Facea del bene per far del bene, e non per sete di lode; e però gli adulatori alla di lui presenza perdeano la voce. Nè, come Adriano, avea egli gelosia di chi più di lui compariva eccellente nell'eloquenza, nella conoscenza delle leggi, o in altre arti e scienze, anzi tanto più onorava questi tali e cedeva loro con piacere. Trovasi sopra tutto lodato in lui l'amore della religione: falsa religione bensì, ma in cui per sua disavventura egli era nato. Al contrario ancora di Adriano, si provòsempre in lui stabilità nelle amicizie: frutto nondimeno del non aver egli ammesso al grado di suoi confidenti ed amici, se non persone di gran merito per l'ingegno e per la virtù. E bastino per ora queste poche pennellate del ritratto d'Antonino Pio. Da un'iscrizione riferita dal Grutero[Gruterus, Thesaur. Inscript., p. 268, n. 8.]ricaviamo che in questi tempi erano prefetti del pretorioPetronio MamertinoeGavio Massimo. Questo Gavio, uomo severissimo, durò in quella carica per venti anni, ed ebbe per successoreTazio Massimo. Certo è, che sotto l'imperio di quest'Augusto seguì un'inondazione del Tevere in Roma, attestandolo Capitolino[Capitolinus, in Antonino Pio.]; e il padre Pagi[Pagius, in Crit. Baron.]pretende ciò avvenuto nell'anno presente, per trovarsi una medaglia, in cui si legge TIBERIS. Non ha sufficiente fondamento una tale opinione. Potrebbe ben esser vero ciò che egli aggiugne, cioè che in quest'anno riuscisse ad Antonino Pio di riportare una vittoria de' Britanni per mezzo diLollio Urbicosuo legato, con aver poi maggiormente ristretti que' popoli con un altro muro più in là che quel di Adriano. Da altri vien riferita questa vittoria all'anno 144.

Consoli

Marco Peduceo Siloga PriscinoeTito Hoenio Severo.

Abbiamo da Capitolino[Capitolinus, in Antonino Pio.]che nell'anno terzodell'imperio di Antonino Pio mancò di vitaAnnia Galeria FaustinaAugusta sua moglie. Però han creduto alcuni avvenuta la sua morte nell'anno precedente. Ma il padre Pagi, in vigore di un'iscrizione, pubblicata dalpadre Mabillone, e da me ancora riferita[Thesaurus Novus Inscription., p. 239, n. 3.], in cui è nominata la DIVA, cioè la defuntaFaustina, moglie d'Antonino Angusto console per la terza volta, ornato dellaQuarta Podestà Tribunizia, ha sostenuto che Faustina terminasse la vita dopo il dì 25 di febbraio dell'anno presente, e prima del dì 10 di luglio; nel qual tempo correva la quarta podestà tribunizia, e il terzo anno dell'imperio di Antonino. Forte è questa ragione, ma non toglie affatto il sospetto che Faustina potesse essere morta nell'anno precedente, e quell'iscrizione fosse a lei posta nel presente. Per ordine del senato fu deificata questa imperatrice; alzato a lei un tempio; deputate delle donne flaminiche; poste delle statue d'oro e d'argento, o sia dorate e inargentate. Furono anche in onor suo celebrati i giuochi circensi. Tutto ciò fu fatto dalla cieca gentilità per onorare una donna, la quale, per testimonianza di Capitolino, diede da parlare molto di sè, per la troppa libertà e facilità di vivere; il che Antonino mirava con dolore e con somma pazienza dissimulava. Che nè pure lo stesso Antonino fosse esente da simil difetto, il Platino, il Tillemont, ed altri l'hanno creduto e dedotto dalla satira ingegnosamente composta da Giuliano apostata[Julian., de Caesarib.]. Ma non è assai chiaro quel passo, e il padre Petavio lo pretende una calunnia. Abbiamo solamente di certo da Capitolino, che essendo mancato di vita, molti anni dopo,Tazio Massimoprefetto del pretorio, rammentato di sopra, in suo luogo ne furono sostituiti due da Antonino, cioèFabio RepentinoeCornelio Vittorino: ed essere allora corsa una pasquinata, in cui si dicea cheRepentinoera giunto a quella dignità per raccomandazione di una concubina dell'imperadore. Di questo si può anche dubitare, perchè Antonino Pio mancò di vita in età di sessantaquattr'anni,ed essendo l'elezion di Repentino succeduta negli ultimi tempi suoi, non par credibile che un sì saggio principe si lasciasse vincere da sregolate passioni in quell'età. Oltre di che, secondo la falsa morale de' Gentili, non erano biasimevoli certi usi od abusi d'allora. Dalla vita di Avidio Cassio, scritta da Vulcazio Gallicano[Vulcat. Gallicanus, in Avidio Cassio.], abbiamo un barlume, che vivente ancora Faustina, si ribellò uno non so qualCelsocontra di Antonino, però nel precedente, o nel presente anno, Faustina, sapendo quanto fosse inclinato il consorte Augusto alla clemenza, gli scrisse che s'egli avesse compassion di costui, non mostrerebbe d'averla per sua moglie nè per gli suoi, perchè se andasse ben fatta ai ribelli, essi non avrebbono pietà nè dell'imperadore nè di chi è congiunto con lui. Ma niun'altra memoria di questo Celso ci ha conservata la storia.

Consoli

Lucio Cuspio RufinoeLucio Statio Quadrato.

È di parere monsignor Bianchini[Blanchin., ad Anastas. Bibliothecar.], che in quest'anno, e non già nel precedente, come pensò il padre Pagi[Pagius, in Crit. Baron.],santo Iginoromano pontefice terminasse la sua vita con una più gloriosa morte, perchè martire della Fede di Gesù Cristo. Certo è bensì, che a lui succedettePiopapa. Sappiamo del pari, che anche sotto Antonino Pio continuò la persecuzion de' Cristiani, non già per editto, non già per colpa di questo clementissimo imperadore e principe assai conoscente che la cristiana religione ed i seguaci di essa, per la maggior parte professori della virtù, non meritavano gastighi; ma pergli precedenti non aboliti editti, e per la malvagità de' presidenti e de' giudici, adoratori degl'idoli, a' quali non era vietato il procedere contro ai cristiani. Però circa questi tempisan Giustino, poscia glorioso martire, scrisse un'apologia in favore de' fedeli, e la presentò ad esso imperadore Antonino, dimostrandogli la falsità dei delitti attribuiti ai cristiani, e l'ingiustizia de' supplizii, a' quali erano condannati. L'anno preciso, in cui san Giustino compose e presentò all'imperadore questa prima sua apologia (perchè egli due ne compose) nol sappiamo. Fuor di dubbio è, per attestato di Eusebio[Euseb., in Chron. et Hist. Eccl., lib. 4.], aver non meno essa, che varie favorevoli lettere dei governatori Gentili dell'Asia, prodotto buon effetto, avendo Antonino dipoi, cioè nell'anno 152, spediti ordini che niuno fosse condannato perchè fosse cristiano. Nè si potea aspettar meno da un imperador tale, ch'era la stessa bontà, e che nulla più desiderava che di far fiorire la pace e la contentezza per tutte le provincie del romano imperio. Tanto il portava alla mansuetudine, alla clemenza la sua ben radicata virtù, che nè pur volea punire le offese fatte a lui stesso. Di due sole congiure tramate contra di lui parla Capitolino[Capitolinus, in Antonino Pio.]. L'una diAttilo Taziano. Fu questi processato e convinto dal senato; ma per ordine di Antonino, gastigato col solo esilio. Nè volle il buon Angusto, che si ricercassero i complici, e verso il di lui figliuolo si mostrò in tutte le occorrenze sempre mai favorevole. L'altra fu diPrisciano. Da che costui si vide scoperto, prevenne la clemenza di Antonino con darsi la morte da sè stesso. Faceva istanza il senato[Aurelius Victor, in Epitome.], che si procedesse oltre per iscoprire gli altri congiurati: vietollo Antonino, dicendo,che non era bene il far di più, non amando egli di sapere a quante persone fosse in odio la sua persona. Anche un dì per sospetto, che mancassein Roma il grano, l'insolente popolo arrivò a tirargli de' sassi. Ma egli in vece di punire il pazzo loro ammutinamento, si studiò di placarli con buone ed amorevoli ragioni. Perciò sotto di lui niuno de' senatori si vide privato di vita. Un solo convinto di parricidio, fu condannato ad essere portato e lasciato in un'isola deserta.

Consoli

Cajo Bellicio TorquatoeTiberio Claudio Attico Erode.

Il secondo console, cioèAttico Erode, fu uno dei celebri personaggi del suo tempo, e trovasi commendato assaissimo da Aulo Gellio[Aulus Gell., Noct. Attic.]e da Filostrato[Philost., de Sophist.]. Si racconta di Attico suo padre, cittadino di Atene, che avendo trovato un gran tesoro, ne scrisse al buon imperadore Nerva, per sapere che ne avesse da fare. La risposta fu, che ne usasse come voleva. Tuttavia temendo egli un dì qualche avania dal fisco, gli tornò a scrivere, come non osando di valersi di tal grazia; e Nerva gli replicò che si servisse di ciò che la fortuna gli avea donato, perchè era cosa sua. Divenne molto più ricco il figliuolo Erode, ma con impiegar in bene le sue ricchezze, con aiutare un gran numero di persone bisognose. La eccellenza sua consisteva nell'eloquenza, in cui forse allora non ebbe pari. Avea esercitati vari governi, e poi fu scelto da Antonino per maestro de' suoi due figliuoli adottivi, cioè diMarco Aurelioe diLucio Vero, affinchè loro insegnasse la eloquenza greca. Accomodando il padre Pagi le azioni degli Augusti[Pagius, in Crit. Baron.]alle regole da sè stabilite, immagina che in quest'anno Antonino Pio celebrasse i quinquennali del suo imperio. Ma di ciòniun vestigio ci somministra la storia, e nè pur le medaglie, le quali, perchè non esprimono i diversi anni della podestà tribunizia, non ci conducono a discernere i precisi tempi delle opere e degli avvenimenti di questi tempi. Per altro nè pure Antonino Pio lasciò privo il popolo romano de' tanto sospirati spettacoli. Abbiamo da Capitolino[Capitolin., in Antonino Pio.], ch'egli ne diede più volte, facendo comparire in essi degli elefanti, delle corocotte, delle tigri, e insin de' coccodrilli, e de' cavalli marini ed altri ammali stranieri, fatti venire da tutte le parti della terra. E in un dì solo cento lioni si fecero entrar nell'anfiteatro, e se ne fece la caccia.


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