Consoli
Decimo Giunio SilanoeQuinto Haterio Antonino.
Era giuntoNerone Cesarea quindici in sedici anni; ancheOttaviafigliuola di Claudio Augusto all'età capace di matrimonio; e però in quest'anno si celebrarono le loro nozze. Così Tacito[Tacitus, Annal., lib. 12, cap. 58.]. Ma Svetonio[Sueton., in Nerone, cap. 7.]mette questo fatto due anni prima, allorchè Claudio era console, cioè nell'anno 54 dell'Era nostra, con avere allora Nerone celebrati i giuochi circensi, e la caccia delle fiere nell'anfiteatro per la salute del suocero imperadore. Anche Dione mette il di lui matrimonio prima del combattimentonavale sul lago Fucino. Però non è qui sicura la cronologia di Tacito. Affinchè questo giovine bestia facesse per tempo una bella comparsa nell'eloquenza, Agrippina sua madre, e Seneca il maestro, vollero ch'egli servisse da avvocato al popolo d'Ilio o sia di Troja, i cui ambasciadori chiedeano allora in senato l'esenzion dai tributi. Una bella orazione in greco, dettatagli senza fallo dal precettore[Sueton., in Nerone, cap. 8.], recitò Nerone, in cui ebbero luogo tutte le favole inventate dai Romani, cioè la loro origine da Troja e da Enea, spacciato dagli adulatori per propagatore della famiglia Giulia. Nulla si potè negare ad un sì facondo oratore, e a sì forti ragioni; però Tiberio, dopo avere anch'egli tirata fuori una lettera scritta in greco dal senato e popolo romano, in cui esibivano lega al re Seleuco, purchè egli concedesse ogni esenzione al popolo di Troja, parente de' Romani, conchiuse che non si dovea negar tal grazia ai Trojani; nè vi fu chi non concorresse nella medesima sentenza. Perchè i Romani, che componeano la colonia nella città di Bologna in Italia, erano ricorsi all'imperadore e al senato per aiuto a cagion di un incendio che avea devastato le lor case: parimente per loro fece da avvocato con una orazione latina il giovinetto Nerone, ed ottenne in lor soccorso la somma di dugento cinquanta mila scudi romani. Anche il popolo di Rodi supplicava per ricuperare la libertà , che dianzi dicemmo tolta loro dal medesimo Claudio. Per loro perorò Nerone in greco, ed impetrò tutto quanto desideravano. Concedè similmente Claudio per cinque anni l'esenzion dalle imposte a quei d'Apamea, rovinati da un tremuoto, e al popolo di Bisanzio, che si trovò troppo aggravato; e per tutti i tempi avvenire l'accordò dipoi al popolo di Coo.Statilio Tauro(non sappiamo seMarcooTito) possedeva de' bei giardini. Agrippina gli amoreggiava[Tacitus, Annal., lib. 12, cap. 64.]anch'essa;però dacchè fu ritornato dall'Africa, dove era stato proconsole, il fece accusare in senato da Tarquinio Prisco, con apporgli falsamente d'essersi mischiato in superstizioni di magia forse contro la vita di Claudio. S'impazientò egli cotanto per questa trappola, che datasi la morte colle proprie mani, prevenne la sentenza del senato.
Consoli
Marco Asinio MarcelloeManio Acilio Aviola.
Scrive Tacito[Tacitus, Annal., lib. 12, cap. 64.], che l'uno di questi consoli, sicome ancora un questore, un edile, un tribuno e un pretore, nello spazio di pochi mesi terminarono i lor giorni: accidente interpretato dai superstiziosi Romani per preludio di gravi disgrazie. Noi non sappiamo, nè qual dei consoli morisse, nè chi succedesse al defunto. All'ambiziosa Agrippina faceva ombraDomizia Lepida, donna ricchissima e di gran fasto, sorella del suo primo marito, cioè diGneo Domizio Enobarbo, e parente d'Augusto, per via d'Antonia sua madre. Mirava Agrippina di mal occhio, che Lepida, oltre ad altri riguardi, si comperasse l'affetto del nipote Nerone con assai carezze e frequenti regali. Ella volea comandare al figliuolo, e però non istava bene in vita chi potea contrastarle un sì fatto imperio. Per attestato di Tacito non era meno impudica Lepida che si fosse Agrippina; tuttavia ella non fu per questo verso assalita. Le accuse che contra di lei inventò la malizia, furono d'aver fatti de' sortilegi per far morire essa Agrippina, oppure per diventar moglie dell'imperadore; e ch'ella non avesse frenata l'insolenza de' suoi servi, i quali, diceva ella, in Calabria turbavano la pace dell'Italia.Fin lo stesso Nerone[Sueton., in Nerone, cap. 7.]fu sforzato dalla madre, donna fiera, a far testimonianza contro l'amata sua zia. In una parola, per sentenza del senato, Lepida perdè la vita, ancorchè Narciso, potente liberto di Claudio, vi si opponesse con tutte le sue forze. E probabilmente questo liberto, che osservando i disegni ambiziosi di Agrippina, si teneva perduto, se il di lei figliuolo fosse pervenuto all'imperio e perciò si dichiarava tutto in favor di Britannico, si servì di tal occasione per rivelare, a Claudio l'amicizia infame che passava tra Agrippina e Pallante, altro onnipotente liberto di corte. Promosse inoltre a tutto potere gl'interessi di Britannico presso il padre, con fargli insieme conoscere, quanto fosse indecente l'anteporre al proprio figliuolo un figliastro, e quali fossero le trame di Agrippina per questo[Idem, ibid., cap. 43.]. In fatti cominciarono a comparire alcuni segni ch'egli si fosse pentito[Dio, lib. 60.]d'aver presa per moglie Agrippina, e d'aver adottato il di lei figliuolo. Si faceva egli condurre più del solito innanzi il proprio figlio Britannico; l'abbracciava, e un dì fu udito dire,che con quella mano con cui l'avea ferito, il guarirebbe. Narciso, anch'egli consapevole della mutata inclinazion del padrone, animava Britannico, e gli facea gran festa intorno. Ad occhi aperti stava Agrippina. Ma dacchè seppe essere scappato detto un giorno a Claudio,che per suo destino egli avea dovuto avere solamente delle mogli impudiche, per poi punirle: non volle aspettar più, e si studiò di prevenirlo. Si sentiva poco bene di sanità Claudio, e sperando aiuto dall'aria e dall'acque di Sinuessa, colà si portò, per quanto scrive Tacito. Quivi fu che Agrippina, dopo aver allontanato Narciso con bella maniera, mandandolo in Campania, si fece preparar un potente veleno da una famosa fabbriciera d'essi, nominata Locusta, che servì gran tempo asimili bisogni della corte. E sapendo, quanto il marito fosse ghiotto di boleti, ne acconciò uno al proposito, e gliel fece poi presentare dall'eunuco Haloto, solito a fare il saggio de' cibi del principe. Mangiò di que' boleti anche Agrippina, ma con lasciare il più bello al marito. Fu portato Claudio come ubbriaco (che questo gli accadeva spesso) dalla tavola al letto[Tacitus, Annal., lib. 12, cap. 67.]. Perchè parve che sciolto il ventre potesse sovvenire al rischio in cui egli si trovava, spaventata Agrippina ricorse a Senofonte medico di sua confidenza, il quale già preparata, col pretesto di svegliargli il vomito, una penna tinta d'altro fiero veleno gliela immerse nella gola. La notte egli perdè i sentimenti, e verso il far del giorno del dì 13 d'ottobre spirò. Abbiamo da Svetonio[Sueton., in Claud., cap. 43.], che in diverse maniere si contò questo fatto: comunemente nondimeno essersi detto e creduto ch'egli morisse di veleno. Incerto è anche il luogo, e sembra piuttosto ch'egli morisse in Roma. Lo stesso storico quegli è che cel dà morto nel dì 13 del suddetto mese, e con lui va d'accordo Dione. Ma pare che Tacito lo supponga prima; perciocchè si tenne (e sembra non delle sole ore) celata la di lui morte, e però potè succedere prima di quel giorno. In Roma si faceano intanto preghiere agli dii per la di lui salute. Agrippina chiamò i commedianti, quasi che li desiderasse Claudio per divertirsi, e spesso facea spargere voce che il di lui incomodo andava di bene in meglio. Tutto ciò per dar tempo a disporre le cose per far succedere Nerone. Ella inoltre si mostrava spasimante di dolore pel marito, e piena di tenerezza perBritannicoe per le sorelle di lui,AntoniaedOttavia, e trattenevali tutti, affinchè non uscissero della loro stanza, con aver anche messe guardie dappertutto.
Preparato ciò che occorreva, sul mezzogiorno del suddetto dì 13 di ottobresi spalancarono[Tacitus, Annal., lib. 12, cap. 69.]le porte del palazzo, e ne uscì Nerone, accompagnato da Burro prefetto del pretorio, che andava ben d'accordo con Agrippina, siccome sua creatura. Fu presentato al corpo di guardia e ricevuto con acclamazioni: indi entrato in lettiga, non senza maraviglia di molti al non veder seco Britannico, fu condotto al quartiere dei pretoriani in Roma, senza che apparisca da Tacito, il quale fa morto Claudio a Sinuessa, alcun lungo viaggio, per venire da quella alla gran città . Dappoichè Nerone ebbe parlato ai pretoriani, e promesso loro un donativo, non inferiore al ricevuto da Claudio, fu acclamato da tutti per imperadore. Non tardò molto a far lo stesso il senato, perchè privo di maniere da resistere ai voleri e alla forza della milizia, già entrata in possesso di far essa gl'imperadori. Furono poi decretati a Claudio i medesimi onori che si praticarono alla morte d'Augusto, con deificarlo, e fargli un solennissimo funerale, in cui Agrippina gareggiò nella magnificenza con Livia Augusta sua bisavola[Sueton., in Claud., c. 45, et in Vespas., c. 9.]. Aveva ella anche cominciato un sontuoso tempio alla memoria delDivo Claudio; ma l'invidioso Nerone lo lasciò poi andare a terra, o lo distrusse per la maggior parte. Fu poi rifatto e compiuto da Vespasiano per gratitudine ad un imperadore che l'avea beneficato. Ed ecco come finì sua vita Claudio, principe annoverato fra i partecipanti del buono e del cattivo, di cuore inclinato alla giustizia, alla clemenza e alla munificenza, e che fece molte azioni da principe ottimo; ma di testa troppo debole, per cui lasciandosi governare da mogli scellerate e da liberti iniquissimi, per gli consigli ed inganni di essi tante altre azioni operò obbrobriose o ridicole. Gallione fratello di Seneca il derise morto, con dire,ch'egli veramente era salito al cielo[Dio, lib. 60.], ma tirato con un uncino, comesi faceva ai giustiziati che venivano strascinati dal boia al Tevere. Lodava anchei boleti, perchè divenuti cibi degli dii. Lo stesso Lucio Anneo Seneca, siccome maltrattato da lui, se ne vendicò anch'egli con una satira che tuttavia sussiste, rappresentandolo portato al cielo, ma poi cacciato di là e mandato all'inferno, con essere riconosciuto in entrambi que' luoghi per uno scimunito e per una bestia. L'orazione funebre[Tacit., Annal., lib. 13, c. 3.]composta dal medesimo Seneca in onore di Claudio, fu recitata da Nerone. Era elegantissima; ma allorchè si udì esaltare la provvidenza e sapienza del defunto principe, niuno vi fu che potesse trattenersi dal sogghignare, forse non prevedendo chi si ridea di Claudio, che avea poi da piangere del suo successore, sentina di crudeltà e di vizii. Non fu letto in senato il testamento di Claudio, perchè verisimilmente non volle Agrippina che Britannico a Nerone in esso comparisse anteposto. Comandano i principi quel che vogliono in vita; morti, quel solo che piace al loro successore. Solamente sotto quest'anno il padre Antonio Pagi[Pagius, in Critica Baroniana.]comincia l'anno primo del pontificato di san Pietro, perchè sostiene ch'egli solamente ora venisse a Roma. Trattandosi di punti assai tenebrosi e controversi di storia, si attenga ognuno a quella opinione che più gli aggrada.
Consoli
Nerone Claudio AugustoeLucio Antistio Vetereo siaVecchio.
Benchè non fosse Nerone per anche pervenuto all'età stabilita dalle leggi per esser console, non avendo più di diecisette anni, tuttavia siccome superiore alle leggi, e per onorare i principii delsuo governo, prese il consolato. Per testimonianza di Svetonio[Sueton., in Nerone.]lo tenne solamente due mesi. Chi succedesse a lui nelle calende di marzo, non si sa. V'ha chi credePompeo Paolino, perchè da lì a due anni si trova proconsole della Germania. Diede l'ambiziosa Agrippina principio al governo del figliuolo Nerone con levar di vitaGiunio Silano, allora proconsole dell'Asia. Parte per gelosia, perchè fu detto dal popolazzo, ch'egli per via di femmine discendente dalla casa di Augusto potea aspirare all'imperio, e più proprio anche sarebbe stato che il giovinetto Nerone; parte ancora per timore, ch'egli volesse vendicar la morte ingiustamente data aLucio Silanosuo fratello, benchè pericolo non vi fosse, perchè egli era un dappoco, e Caligola perciò il solea chiamarela pecora ricca. Si trovarono persone che seppero dargli il veleno, ed egli se ne andò, senza che Nerone ne penetrasse la trama. Da gran tempo era in disgrazia di essa Agrippina Narciso, liberto e segretario di Claudio Augusto, perchè parzialissimo di Britannico, e perchè a lei stato contrario in molte occorrenze. Aveva egli ammassato delle immense ricchezze, e potendo tutto sopra il padrone, le intere città e gli stessi re, chiunque avea bisogno del principe, il corteggiavano e gli faceano de' regali. Era per altro fedele a Claudio, e vegliava per la di lui conservazione. S'egli si fosse trovato alla corte, non avrebbe osato Agrippina di tradir il marito, o pur sarebbono seguiti differentemente gli affari; ma Agrippina, siccome accennai, seppe bene staccarlo da lui; e poscia[Dio, lib. 62.]cacciatalo in dura prigione, il fece ammazzare, o il ridusse ad ammazzarsi da sè medesimo, ed anche contro il voler di Nerone, che l'amava per la somiglianza de' costumi, essendo egualmente anch'egli più avaro che prodigo. Si metteva Agrippina in istato d'altri simili prepotenze e crudeltà , seAfranioBurro, prefetto del pretorio, ed uomo di costumi saggi e severi, eSeneca maestro di Nerone, non men dell'altro tendente al buono, divenuti amendue principali ministri ed arbitri della corte, non l'avessero tenuta in freno. Andavano d'accordo questi due ministri, e perchè desiderosi erano del buon governo, abolirono sul principio varii abusi, e fecero molti buoni regolamenti. Ad Agrippina accordarono in apparenza quante distinzioni d'onore ella seppe richiedere. Dava ella le udienze ai magistrati, agli ambasciatori, anche senza il figliuolo. Con esso usciva in lettiga; più spesso sel facea tener dietro. Ella scriveva ai popoli e ai re; ella dava il nome alle guardie. Ma a poco a poco i due ministri andarono restringendo la di lei autorità , facendole conoscere che chimerico era il di lei disegno di far da padrona assoluta.
Per conto di Nerone ognun d'essi si studiava di portarlo all'amore e alla pratica delle virtù; ma perchè aveano che fare con un giovinastro vivace, capriccioso, vago solamente di divertimenti e piaceri, e non già di logorarsi il capo nell'applicazione al governo, gli permetteano di sollazzarsi con altri giovani di suo genio in canti, suoni e conviti, e in qualche altra pericolosa libertà di più, sperando ch'egli crescendo in età , e sfogati que' primi bollori di gioventù, prenderebbe miglior cammino. Ma, siccome osserva Dione, non badarono che il lasciar così la briglia ad un giovane, era un aprirgli la strada a divenire uno scapestrato, perchè un vizio chiama l'altro, e formato il mal abito, andando innanzi, sempre più cresce e si rinforza, massimamente in chi può ciò che vuole. Per altro sul principio non nocevano punto al buon governo i suoi divertimenti, lasciando egli operare ai due suoi saggi ministri, i quali finchè ebbero possanza, sempre mantennero la giustizia e il buon ordine con plauso del popolo. Portatosi Nerone ne' primi giorni in senato, parlò così acconciamente della maniera ch'eglipensava di tener nel governo, che innamorò tutti. Seneca gli avea messo in iscritto quegli avvertimenti. Non voleva egli essere il giudice di tutti gli affari; l'autorità del senato dovea esercitarsi liberamente, come ne' vecchi tempi. Non più s'aveano da vendere gli uffizii. Tutto camminerebbe sulle pedate di Augusto. E così ragionando d'altri buoni regolamenti, piacque cotanto la sua orazione, che fu ordinato d'intagliarla in una colonna d'argento, e di rinnovarne la lettura in ogni primo dì dell'anno. In fatti, anche il senato animato da tali parole fece di molti utili decreti in così bella aurora. Disobbligò fra l'altre cose i questori dal fare ogni anno il troppo dispendioso giuoco de' gladiatori, benchè non senza gravi richiami d'Agrippina, la quale fatti venire i senatori al palazzo, dietro ad una portiera ascoltava tutto, e disse che questo era un distruggere gli editti del defunto Claudio. E perciocchè ella volea pur seguitare a comparir sul trono col figliuolo, per dar le pubbliche udienze, Burro e Seneca la finirono, in occasione che i legati dell'Armenia si presentarono al senato. Era assiso Nerone sul trono ascoltando le loro dimande, quando arriva Agrippina, per fare anch'ella la sua comparsa padronale su quel medesimo trono. Allora Nerone, ammaestrato prima da Seneca, discende come per andare incontro alla madre, e trovato un pretesto per rimettere ad un altro dì l'ascoltare gli ambasciatori, diede fine al concistoro, senza che quei forestieri s'accorgessero che Agrippina voleva tuttavia menare il figliuolo grande per le maniche del sajo. Così a poco a poco la disviarono dal far quelle ambiziose comparse con vergogna del figlio. Diede[Tacitus, Annal., l. 13, cap. 7.]Nerone in quest'anno l'Armenia Minore adAristobolodi nazione giudaica, e aSoemola provincia di Sofene, dichiarandoli re amendue. Spedì ordini pressanti adAgrippa redi una parte della Giudea, e adAntioco redi Comagene,di unirsi coi Romani per far guerra ai Parti, acciocchè battuti dalla parte della Mesopotamia, uscissero dell'Armenia. Ne uscirono in fatti per le discordie insorte fraVologeso re d'essi PartieVardanesuo figliuolo. Portate a Roma cotali nuove, ed ingrandite, mossero il senato adulatore a decretar la veste trionfale a Nerone, ed anche l'ovazione. ADomizio Corbulonefu dato il governo, o pur la cura degli affari dell'Armenia Maggiore: cosa applaudita dai Romani. Il credito di questo generale, non meno che gli uffizii di Cajo Ummidio Durmio Quadrato governatore della Siria, indussero Vologeso a dimandar la pace e a dar degli ostaggi. Segni ancora di clemenza diede Nerone nel non volere che fossero ammesse le accuse contra di un senatore e di un cavaliere.
Tutto il finquì narrato appartiene in parte al precedente anno. Nel presente si cominciarono ad imbrogliar le scritture fraAgrippinae il figliuolo. ErasiNeronegià incapricciato di una giovine, appellata Atte, di bassa sfera, perchè stata schiava, ed allora liberta. Gli tenevano mano due de' suoi compagni negli spassi, cioèMarco Salvio Ottone, che fu poi imperadore, eSenecione. L'amore ch'egli dovea adOttaviasua moglie, principessa per avvenenza e saviezza meritevole di ogni lode, si era tutto rivolto verso questa ignobil giovinetta, essendosi fin detto che gli corse più volte per mente di sposarla. Mostravano di non saper questo suo sviluppo i due primi ministri per paura, che se gli si contrastava questo amoreggiamento, da cui non veniva ingiuria ad alcuno, egli si volgesse alle case de' nobili. Ma Agrippina non sì tosto se n'avvide, che diede nelle smanie, e gli fece più e più bravate. Tuttavia accorgendosi a null'altro servire questa sua severità , che ad accendere maggiormente le disoneste fiamme di Nerone, mutò batteria, e si studiò di guadagnarlo colle buone, e con profusion di regali e fin con esibizioni che non son da dire;e tuttochè raccontate da Tacito e da Dione, han tutta la ciera di calunnie, facili, quando si vuol male alle persone. Nerone all'incontro, scelte le più belle gioie e masserizie del palazzo, le inviò in dono alla madre, la quale se ne offese, per voler egli far seco da liberale con quella roba che tutta egli dovea riconoscer da lei. Qui non si fermò Nerone. Levò il maneggio delle rendite del pubblico a Pallante, liberto il più confidente (e forse troppo) che s'avesse la madre, per abbassar sempre più la di lei superbia. Per questo andò nelle furie Agrippina, nè potè contenersi dal dire un dì al figliuolo,che giacchè vivea Britannico, ella ne saprebbe anche fare un imperadore. Anzi, secondo Dione[Dio, lib. 6.], gli ricordò in tal maniera d'averlo fatto imperadore, che parve volesse dire che era anche capace di disfarlo. Queste parole della superba donna incautamente proferite, furono la sentenza di morte dell'infeliceBritannico, giovinetto di molta espettazione, amato da ognuno, che già toccava il quindicesimo anno dell'età sua. Nerone il fece avvelenare da Giunio Pollione tribuno di una coorte di pretoriani. Mentre lo sfortunato principe pranzava coll'imperadore, ma, secondo lo stile, ad una tavola a parte, gli fu portata una bevanda troppo calda senza veleno, di cui fece il saggio lo scalco suo. Dimandò Britannico dell'acqua fredda per temperare quel caldo, e recatagli questa con un potentissimo veleno, bebbe; ed appena bevuto, si sentì sconvolgere tutto, e da lì a poco cadde per terra tramortito. Ognuno de' circostanti atterrito tremava; alcuno anche imprudente si ritirò[Tacitus, lib. 13, cap. 7.]; ma i più accorti fissarono il guardo in Nerone, il quale senza punto muoversi da tavola, e senza punto scomporsi, disse che quello era un colpo di mal caduco, a cui fin da fanciullo egli era soggetto. Britannico morì nella seguente notte, e fu immediatamente bruciato ilsuo corpo, acciocchè non apparissero i segni del veleno. Dione all'incontro scrive, che per coprir que' segni apparenti nel volto, Nerone lo fece imbiancare col gesso; ma sopraggiunta una dirotta pioggia nel portarlo al rogo, si lavò l'imbiancatura, onde ognuno potè scorgere l'iniquità del fatto. Anche Tacito parla di essa pioggia, ma con dir solamente, averla interpretata i Romani per un contrassegno dell'ira degli dii.
Questo colpo sbalordì fieramente Agrippina, sì per vedere di che fosse capace il figliuolo, e sì per trovarsi priva di chi al bisogno avrebbe potuto giovare ai suoi disegni. Ma fece forza a sè stessa, per coprire l'interno affanno. Nè meno di lei seppe contenersi nel mirarsi tolto da sì barbara mano il caro fratelloOttavia, siccome già avvezza a non zittire per qualunque aggravio che le fosse fatto. Colle spoglie di Britannico Nerone arricchì di poi Burro e Seneca: il che diede da mormorare di essi a non pochi. Ne fece anche parte ad Agrippina; ma questa non potea darsi pace al vedere un figlio agitato da sì violente passioni, e al temere di peggio. Laonde per premunirsi cominciò a farsi del partito coi tribuni centurioni della milizia, ed insieme ad adescare i più accreditati della nobiltà , non più altera, come in addietro, ma abbondante di cortesia anche all'eccesso. E soprattutto raunava danaro, creduto il più potente amico nelle occorrenze. Seppelo Nerone; le levò le due guardie de' pretoriani e Germani; la fece anche passare dal palazzo imperiale ad abitare in quello di Antonia sua avola, per tenerla lontana da sè. Portavasi talvolta a visitarla, ma sempre attorniato da molti centurioni, e dopo un breve complimento, se n'andava. Allora comparve a che vicende sia suggetta l'umana potenza, e quanto fragile e vana sia la grandezza de' mortali. Quella dianzi tanto venerata e temuta donna si trovò in isola; niun più andava a visitarla, a riserva di poche femmine; ognun fuggiva d'incontrarladi parlarle, di mostrarsene parziale. A questo arrivò la smoderata ambizion di Agrippina; e pure non finì qui la sua depressione.Giulia Silana, nobilissima dama, già amica sua, e poi gravemente disgustata pel matrimonio di Sesto Africano, concertato da lei, e frastornato da Agrippina, prese ad accusarla, e fece passare all'orecchio, di Nerone per mezzo di Paride commediante, che la madre era dietro a volere sposar Rubellio Plauto, per via di femmine discendente da Augusto, con disegno di sconvolgere poi lo stato. Passata la mezza notte, corse Paride a far questa relazione a Nerone, il quale si ritrovava allora, secondo il solito, ubbriaco. Il primo ed unico pensiero dell'infuriato Augusto fu quello di uccider la madre e Plauto, e di levar la carica di prefetto del pretorio a Burro, sospettandolo d'accordo con Agrippina, da cui egli riconosceva la sua fortuna. Seneca chiamato al romore, il pacificò per conto di Burro, attestandone l'onoratezza. Accorse anche Burro, e promise di torre la vita ad Agrippina, se si recavano prove dell'accusa, mostrando poi la necessità d'ascoltar lei ancora. Fatto giorno, i ministri andarono ad intimarle l'accusa e a rivelarle gli accusatori. Agrippina rispose col non per anche deposto orgoglio, e dimandò di poter parlare al figliuolo: il che non le fu negato. Parlò in maniera, che il rasserenò, e poscia andò il gastigo a cadere sopra Silana, che fu relegata, e sopra alcuni altri complici di lei. Ottenne ella ancora dei posti per alcuni suoi favoriti. Un'altra accusa in questi tempi venne in campo contra del suddetto Burro, e di Pallante liberto da noi più volte nominato, imputati di voler portare all'imperioCornelio Sulla, uno de' primati romani. Si difesero in maniera, che solamente Peto l'accusatore ne portò la pena con essere relegato.
Consoli
Quinto Volusio SaturnoePublio Cornelio Scipione.
Secondochè abbiam da Svetonio, soleva Nerone mutar nelle calende di luglio i consoli. Per questo va congetturando Vinando Pighio, che ai suddetti consoli fossero sostituitiCurtilio Mancia e Dubio Avito, per trovarsi eglino da qui a due anni proconsoli. Cominciò in quest'anno lo sbrigliato giovinastro Nerone a menar una vita più che mai scandalosa[Tacit., Ann., lib. 13, cap. 25. Dio, lib. 61. Suet., in Nerone, cap. 26.]. La notte travestito da servo, accompagnato da alcuni suoi fidi, scorreva per le strade per gli postriboli, per le bettole a sfogare i bestiali suoi appetiti, divertendosi in rompere ed isvaligiar botteghe, e in dar per ischerzo delle battiture a chi s'incontrava per via, e far di peggio a chi resisteva. Essendo poi trapelato venir da Nerone somiglianti insolenze, presero animo altri giovani scapestrati per unirsi insieme, e far lo stesso sotto nome di lui, ingiuriando uomini e donne illustri: con che pericoloso per tutti divenne lo andar di notte per Roma. Perchè Nerone non era conosciuto, toccavano anche a lui talvolta delle busse. Per attestato di Plinio[Plin., lib. 13, cap. 22.]fu sfregiato una notte in volto. Con tassia, incenso e cera avendo unta la percossa, la mattina seguente comparve con la cute sana. Uno di quelli che la notte gli diedero alcune bastonate o ferite, o sia per cagion della moglie, come vuole Svetonio e Dione, o pure per motivo di propria difesa, come s'ha da Tacito, fu Giulio Montano, uomo nobile e già vicino a divenir senatore. Stette Nerone a cagion di questo regalo più dì confinato in casa, nè già pensava a vendetta,perchè si figurava di non essere stato conosciuto, e però non ingiuriato. Ma il mal accorto Montano, saputo con chi egli avea sì malamente trescato, andò ad infilzarsi da sè stesso con iscrivergli una lettera lagrimevole e chiedergli perdono. «Come! gridò Nerone, costui sa d'aver percosso l'imperadore, nè si è per anche data la morte da sè stesso!» Gli fece egli dipoi insegnare come andava fatto. Da lì innanzi usò Nerone di uscir di notte con una banda di soldati e di gladiatori, che il seguitavano in disparte. Se per le insolenze ch'egli commetteva, talun si rivoltava, allora costoro menavano le mani. Dilettavasi parimente il forsennato Augusto di accendere e fomentare le fazioni del popolazzo nelle pubbliche commedie, gustando ora da luogo occulto, ed ora scoperto, di mirare se si davano de' pugni, e tiravano dei sassi, essendo egli talora il primo a gittarne, con avere anche una volta ferito in volto il pretore, presidente ai giuochi. Andò tanto innanzi la confusione per questo, con pericolo di peggio, che bisognò rimettere le guardie ne' teatri, e bandire dall'Italia alcuni dei più sediziosi istrioni e pantomimi. Piena[Tacitus, lib. 13, cap. 26.]era l'antica Roma di schiavi e di liberti. Ancorchè i primi con acquistar la libertà dai padroni, sembra che fossero sciolti da ogni legame, pure o per la pratica, o per le riserve tacite od espresse che si faceano, erano tenuti a servire essi padroni, ma in impieghi più onorevoli. Se mancavano, erano gastigati; se arrivava il lor fallo all'ingratitudine, tornavano schiavi. Grandi lamenti insorsero in questi tempi de' padroni contra dei liberti; e in senato fu proposto di fare una legge rigorosa, che gli abbracciasse tutti. Nerone l'impedì con ordinare, che il gastigo andasse sopra i particolari, per le ragioni che ne adduce Tacito. Fu anche modificata la soverchia autorità de' pretori, degli edili e de' tribuni della plebe.Alcuni altri regolamenti si fecero, tutti utili al pubblico.
Consoli
Nerone Claudio Augustoper la seconda volta eLucio Calpurnio Pisone.
Si sa da Svetonio, che Nerone non tenne se non sei mesi il consolato. Disputano gli eruditi, chi a lui ed al collega succedesse nelle calende di luglio. Nulla s'è potuto accertare finora. Non ci somministra l'antica storia alcun fatto rilevante sotto quest'anno. Tacito[Tacit., lib. 13, cap. ]solamente racconta aver Nerone dato un congiario, o sia regalo, al popolo, e levata l'imposta di venticinque danari sopra la vendita che si faceva degli schiavi. Proibì ancora ai governatori delle provincie il fare spettacoli di gladiatori o di fiere, e simili altri giochi: perchè sotto questo pretesto molestavano forte le borse de' popoli, o cercavano di coprire con tali magnificenze i lor latrocini. Fu accusataPomponia Grecina, moglie di Aulo Plauzio, conquistator della Bretagna, perchè seguitava unasuperstizion forestiera. Hanno creduto, e fondatamente i nostri, ch'ella avesse abbracciata la religion cristiana, la quale in questi tempi s'andava dilatando per la terra, e massimamente in Roma. Fu rimessa tal giustizia, secondo l'antico costume, alla cognizion del marito, il quale, esaminato l'affare coi di lei parenti, la giudicò innocente. Potrebbe essere che appartenesse all'anno presente ciò che narra Dione[Dio, lib. 61.]con dire, che si fecero vari spettacoli in Roma. Uno di tori, che furono uccisi da uomini a cavallo, correnti a briglia sciolta contra di essi. Un altro, in cui quattrocento orsi e trecento lioni caddero al suolo trafitti dalle lancedelle guardie a cavallo di Nerone. Anche trenta uomini dell'ordine de' cavalieri romani combatterono nell'anfiteatro alla foggia de' gladiatori, cioè di gente infame. Cresceva intanto lo sregolamento di Nerone ascoltando egli unicamente i consigli di chi adulava le di lui passioni, tutte rivolte ai piaceri anche più abbominevoli. Quei diBurroe diSenecal'infastidivano, e in fine cominciò a metterseli sotto i piedi.Ottone, che fu poi imperadore, e in tutto simile era a Nerone nelle inclinazioni e nei vizii, siccome ancora gli altri collegati negl'infami di lui divertimenti, gli andavano di tanto in tanto dicendo: «Come mai soffrite che vi facciano i pedanti in questa età ? E voi ve ne mettete suggezione, senza ricordarvi che siete l'imperadore, e che non essi, ma voi sopra d'essi avete potere!» Così imparò egli a sprezzare i consigli de' buoni, e, voltata strada, si diede ad imitar Caligola, anzi a superarlo; parendogli cosa degna di un imperadore il non esser da meno d'alcuno neppur nelle cose mal fatte. Tuttavia in questi primi anni si andò ritenendo. I suoi erano finora vizii privati, e nocevano a lui solo, e a pochi altri, senza che ne patisse la repubblica. Si videro anche in lui alcuni atti di clemenza, intorno alla qual virtù gli avea Seneca composto e dedicato nell'anno precedente un trattato che ci resta. Ma fin dove il portasse la sua perversa natura, e questo abbandonamento di sè stesso, poco staremo a vederlo.
Consoli
Nerone Claudio Augustoper la terza volta eValerio Messalla.
V'ha chi dà al secondo console il nome diMarco Valerio Messalla Corvino.Ed abbiamo bensì da Svetonio che il terzo consolato diNeronedurò solamentequattro mesi; ma non sappiamo chi a lui succedesse nelle calende di maggio. Potentissimo avvocato, ed insieme terribile e venale accusatore sotto l'imperador Claudio era stato Marco Suilio[Tacitus, lib. 13, cap. 42.], odiato perciò da molti, i quali, mutato il governo, si studiarono d'abbatterlo. Perchè egli credea suo nemicoSeneca, ne sparlava a tutto potere, tassandolo di aver avuto disonesto commercio conGiuliafigliuola di Germanico Cesare, per cui giustamente avesse patito l'esilio, e ch'egli fosse filosofo bensì di nome, ma ne' fatti un solennissimo ipocrita, mentre scriveva sì dei precetti di filosofia, ed altro poi non facea che ammassar de' milioni, e andar a caccia di testamenti, e di far usure innumerabili per l'Italia e per le provincie. Nel senato comparvero delle gravi accuse contro di Suilio; ma Nerone si contentò di confiscargli una parte de' suoi beni e di relegarlo in Majorica e Minorica. AncheCornelio Silla, verisimilmente quello stesso ch'era stato console nell'anno 52 ed aveva avuta in moglieAntoniafigliuola di Claudio Augusto, fu relegato a Marsilia. Benchè pel suo genio timido e vile non fosse capace d'imprese grandi, pure gli emuli suoi fecero credere a Nerone, ch'egli, sotto una finta stupidità , covasse dei veri disegni di novità ; e gli tesero anche tante trappole, che fu condannato, come dissi, all'esilio ed anche nell'anno 62 tolto dal mondo. Fu parimente accusatoPomponio Silvanod'aver fatto delle estorsioni durante il suo governo nell'Africa. Ebbe de' buoni protettori, perchè lor fece sperar le molte sue ricchezze per eredità , giacchè privo era di figliuoli ed inoltrato molto nell'età . In questa maniera si salvò, con deludere poscia l'espettazione di chiunque facea i conti sulla sua roba, per essere sopravvivuto a tutti. Potrebb'essere un d'essiOttone, che fu poi imperadore, e forse anche il buonSeneca, da noi veduto in concetto d'attendere a simili prede. Era in questi tempi andato all'eccessol'orgoglio e l'insolenza dei pubblicani, cioè de' gabellieri di Roma, e ne mormorava forte il popolo. Saltò in capo a Nerone di levar via, tutt'i dazii e le gabelle, per aver la gloria di fare un bellissimo regalo al genere umano; e se ne lasciò intendere in senato. Lodarono i senatori assaissimo la grandezza dell'animo suo; ma appresso gli fecero toccar con mano che senza il nerbo delle rendite pubbliche non potea sussistere l'imperio romano, tanto ch'egli smontò. Furono nondimeno fatti dei buonissimi regolamenti in questo proposito per benefizio dei popoli con reprimere le avanie di quelle sanguisughe: regolamenti nondimeno ch'ebbero corta durata, con ripullulare gli abusi. Tuttavia confessa Tacito, che molti se ne levarono, nè al suo tempo si pagavano più non so quante esazioni introdotte al passaggio de' ponti, e per le navi.
Ebbe principio in quest'anno l'amoreggiamento di Nerone conPoppea Sabina, donna di gran nobiltà , di pari bellezza e ricchezza. Graziosa nel parlare, vivace d'ingegno, e modesta in apparenza, di rado si lasciava vedere per Roma, e sempre col volto mezzo coperto, per non saziare affatto la curiosità di chi la riguardava. Le mancava solo il più bello, cioè l'onestà . Bastava essere liberale per guadagnarsi i di lei favori. Era stata moglie di Rufo Crispino cavaliere romano, a cui partorì un figliuolo; ma innamoratoseneOttone, che fu poscia imperadore, non gli fu difficile colla bizzarria delle comparse, colla gioventù e col credito d'essere uno dei più confidenti dell'imperadore, di distorla dal marito, e di prenderla egli in moglie: chè di questi bei tiri abbondava Roma pagana. Ma il vanaglorioso scioccone non potea ritenersi presso Nerone dal far elogi incessanti della nobiltà e dell'avvenenza della nuova moglie, chiamando sè stesso il più felice degli uomini, per trovarsi in possesso di tal donna. Tanto andò ripetendo questa canzone, cheNerone invogliossi di vederla, e il vederla fu lo stesso che innamorarsene perdutamente. Mostrossi anch'ella sul principio presa della di lui bellezza; poi colla ritrosia, e col fingersi troppo contenta del marito Ottone, e di non apprezzar molto chi era di spirito sì basso da compiacersi dell'amore di una vil serva, cioè di Atte liberta, tal corda gli diede, che sempre più andò crescendo la fiamma. Ne provò ben presto gli effetti lo stesso Ottone con restar privo della confidenza di Nerone, e col non essere ammesso alla di lui udienza, nè al corteggio. Di peggio potevagli avvenire, se Seneca, amico suo, non avesse impetrato, che Nerone l'inviasse per presidente della Lusitania, parte di cui era il Portogallo d'oggidì, dove con buone operazioni per dieci anni risarcì l'onore ch'egli avea perduto in Roma. Da lì innanzi Poppea trionfò nel cuor di Nerone. Dione[Dio, lib. 90.]pretende, che per qualche tempo Ottone e Nerone andassero d'accordo nel possedere costei; ma molto non sogliono durare sì fatte amicizie. Risvegliossi in quest'anno[Tacitus, lib. 13, cap. 34.]la guerra fra i Romani e i Parti, per cagion dell'Armenia.Vologeso red'essi Parti pretendea di mettervi per reTiridatesuo fratello; i Romani voleano disporne a lor piacimento, come s'era fatto in addietro.Domizio Corbulone, che già dicemmo il più valente generale di Roma in questi tempi, comandava in quelle parti l'armi romane. Ma, più che i Parti, recava a lui pena la scaduta disciplina delle soldatesche sue, per lunga pace impigrite e dimentiche degli ordini della vecchia milizia. La prima sua cura adunque fu quella di cassare gl'inutili, di far nuove leve, e di ben disciplinar la sua gente, usando del rigore ch'era a lui naturale. S'impadronì egli poi di Artasata capitale dell'Armenia e di Tigranocerta; ed avendo voluto Tiridate rientrare nell'Armenia, il ripulsò, divenendoin fine padrone affatto di quella contrada. Probabilmente non succederono tutte queste imprese nell'anno presente. L'Occone e il Mezzabarba[Mediobarbus, in Numism. Imperat.], che riferiscono a quest'anno la pace universale, e il tempio di Giano chiuso in Roma, come apparisce da molte medaglie, andarono a tastoni in questo punto di storia. Tacito racconta in un fiato varii avvenimenti tanto dell'Armenia che della Germania, ma non succeduti tutti in un sol anno.
Consoli
Lucio Vipstano ApronianoeFontejo Capitone.
Comunemente da chi ha illustrato i Fasti consolari, il primo di questi consoli è chiamatoVipsanio.Ma, secondo le osservazioni del cardinal Noris[Noris, Ep. Consul.], il suo vero nome fuVipstano; e ciò può ancora dedursi da un'iscrizione pubblicata anche da me[Thes. Nov. Veter. Inscr., p. 305, n. 3.]. In essa s'incontraCajo Fontejo.Se ivi è disegnato il console di questi tempi,Cajoe nonLuciosarà stato il suo prenome. Giunse in quest'anno ad un orrido eccesso la più che maligna natura di Nerone. Erasi rimessa in qualche credito Agrippina sua madre, dappoichè le riuscì di superar le calunnie diGiunia Silana;ma dacchè entrò in cortePoppea Sabina, cominciò una nuova e più fiera guerra contro di lei. Aspirava questa ambiziosa ed adultera donna alle nozze del regnante, al che, vivente Agrippina, le parea troppo difficile di poter giungere, sì perchè Agrippina amava forte la saggia e paziente sua nuoraOttavia, e sì perchè non avrebbe potuto soffrire presso il figliuolo chi a lei fosse superiore negli onori e nel comando. Cominciò dunque Poppea a stimolarNerone con dei motti pungenti, deridendolo, «perchè tuttavia fosse sotto la tutela; ed oh che bel padrone del mondo, che nè pure è padrone di sè stesso!» Passò poi in varie guise, e coll'aiuto dei cortigiani nemici di Agrippina, a fargli credere che la madre nudrisse de' cattivi disegni contra di lui. Ingegnavasi all'incontro anche Agrippina di guadagnarsi l'affetto del figliuolo contra di questa rivale; e fanno orrore le dicerie che corsero allora, delle quali Dione Cassio[Dio, lib. 90.]e Tacito[Tac., lib. 14, cap. 2.]fanno menzione, contraddicendo quegli autori anche in parlar diSeneca, che alcuni vogliono concorde coll'iniquo Nerone alla rovina della madre, ed altri parziale della medesima, anzi macchiato di un infame commercio con lei. La stessa battaglia fra quegli scrittori si osserva, rappresentando alcuni[Sueton., in Nerone.], ch'ella con carezze nefande, ed altri colla fierezza e colle minacce procurava di rompere l'abbominevole attaccamento del figliuolo a Poppea. Se nulla è da credersi, è l'ultimo. Perciò Nerone annoiato cominciò a sfuggirla, e ad aver caro ch'ella se ne stesse ritirata nelle deliziose sue ville, benchè quivi ancora l'inquietasse, con inviar persone, le quali, in passando, le diceano delle villanie o delle parole irrisorie. Finalmente si lasciò precipitar nella risoluzione di torle la vita. Non si arrischiò al veleno, perchè non apparisse troppo sfacciato il colpo, siccome era avvenuto in Britannico; e perchè ella andava ben guernita di antidoti. Nulladimeno Svetonio scrive, che per tre volte tentò questa via, ma indarno. Pensò anche a farle cadere addosso il vôlto della camera, dov'ella dormiva, e vi si provò. Ne fu avvertita per tempo Agrippina, e vi provvide.
OraAnicetoliberto di Nerone, presidente dell'armata navale, che si tenea sempre allestita nel porto di Miseno, siccome nemico di Agrippina, si esibì aNerone di fare il colpo con una invenzione che parrebbe fortuita; e risparmierebbe a lui l'odiosità del fatto. Consisteva questa in fabbricare una galea congegnata in maniera, che una parte si scioglierebbe, tirando seco in mare chi v'era disopra, esempio preso da una simil nave già fabbricata nel teatro. Piacque la proposizione; fu preparato nella Campania l'insidiatore legno; e Nerone per celebrar i giuochi d'allegria in onor di Minerva, chiamati Quinquatrui, si portò al palazzo di Bauli, situato fra Baia, e Miseno, conducendo seco la madre sino ad Anzo, giacchè era qualche tempo che le mostrava un finto affetto, ed usavale delle finezze. Quivi stando Nerone si udiva dire: che toccava ai figliuoli il sopportare gli sdegni di chi avea lor data la vita, e che a tutti i patti volea far buona pace colla madre; acciocchè tutto le fosse riferito, ed ella, secondo l'uso delle donne facili a credere ciò che bramano, si lasciasse meglio attrappolare. Invitolla dipoi a venire ad un suo convito ad Anzo; ed ella v'andò, accolta dal figliuolo sul lido con cari abbracciamenti, e tenuta poi a tavola nel primo posto: il che maggiormente la assicurò. O sia, come vuol Tacito, ch'ella quivi si fermasse quella sola giornata, o che, al dire di Dione, si trattenesse quivi per alcuni giorni, volle ella infine ritornarsene alla sua villa. Nerone, dopo il lungo e magnifico convito, la tenne fino alla notte in ragionamenti ora allegri, ora serii, baciandola di tanto in tanto, ed animandola a chiedere tutto quel che voleva, con altre parole le più dolci del mondo. Accompagnata da lui sino al lido, s'imbarcò nella nave traditrice, superbamente addobbata, e andò servendola Aniceto. Era quietissimo il mare, e parve quella calma venuta apposta, per far conoscere ad ognuno, che non dalla forza de' venti, ma dal tradimento procedea lo sfasciarsi della nave. Alla divisata ora cadde, secondo Tacito[Tacitus, lib. 14, cap. 3.], il tavolato di sopra,che soffocò Creperio Gallo cortigiano d'Agrippina; ma essa con Acerronia Polla sua dama d'onore si attaccò alle sponde, nè cadde. In quella confusione i marinai credendo che Acerronia fosse Agrippina, coi remi la uccisero. Ad Agrippina toccò solamente una ferita sulla spalla. Fu voltata in un lato la nave, perchè si affondasse; ed Agrippina cadutavi pian piano dentro, parte nuotando, e parte soccorsa dalle barchette che venivano dietro, si salvò, e fu condotta al suo palazzo nel lago Lucrino. Dione in poche parole dice, che, sfasciatasi la nave, Agrippina cadde in mare, nè si annegò. Più minuta, ma imbrogliata, è la descrizione che fa di questo fatto Tacito; ma, comunque succedesse, per consenso di tutti, Agrippina scampò la vita.
Ridotta nel suo palazzo, e in letto, per farsi curare, ricorrendo col pensiero tutta la serie di quel fatto, non durò fatica ad intendere chi le avesse tramata la morte. Prese la saggia determinazione di tutto dissimulare, ed immediatamente spedì Agerino suo liberto al figliuolo, per dargli avviso d'avere per benignità degli dii sfuggito un bravissimo pericolo, e per pregarlo di non farle visita per ora, avendo ella bisogno di quiete per farsi medicare. Nerone ch'era stato sulle spine la notte, aspettando nuova dell'esito degli esecrandi suoi disegni, allorchè intese come era passata la cosa, ed esserne uscita netta la madre, fu sorpreso da immensa paura, immaginandosi ch'ella potesse spedirgli contro tutta la sua servitù in armi, o muovere i pretoriani contra di lui, o comparire ad accusarlo in Roma al senato e al popolo. Sbalordito non sapeva allora in qual mondo si fosse. Fece svegliar Burro e Seneca, chiamandogli a consiglio, essendo ignoto s'eglino sì o no fossero prima consapevoli del delitto. Restarono un pezzo ambedue senza parlare, o perchè non osassero di dissuaderlo, o perchè credessero ridotte le cose ad un puntoche Nerone fosse perduto, se non preveniva la madre. Nerone in fatti propose di levarla dal mondo; e Seneca, imputato da Dione d'aver dianzi dato questo medesimo consiglio, voltò gli occhi a Burro, come per domandargli che ne comandasse ai suoi pretoriani l'esecuzione. Ma Burro, non dimenticando che da Agrippina era proceduta la propria fortuna, prontamente rispose, che essendo obbligate le guardie del corpo a tutta la casa cesarea, e ricordandosi del nome di Germanico, non si potea promettere in ciò della loro ubbidienza; e che toccava ad Aniceto il compiere ciò ch'egli aveva incominciato. Chiamato Aniceto, non vi pose alcuna difficoltà , cosicchè Nerone protestò che in quel giorno egli riceveva dalle sue mani l'imperio; e quindi gli ordinò di prendere quegli armati che occorressero dalla guarnigione delle sue galee. Intanto arriva per parte di Agrippina Agerino. Sovvenne allora a Nerone un ripiego degno del suo capo sventato. Allorchè l'ebbe ammesso all'udienza, gli gittò a' piedi un pugnale, e chiamò tosto aiuto, con fingere costui mandato dalla madre per ucciderlo, e il fece tosto imprigionare, e poi spargere voce, ch'egli s'era ucciso da sè stesso per la vergogna della scoperta sua mala intenzione. Intanto Agrippina, ch'era negli spasimi per non veder venire Agerino, nè altra persona per parte del figlio, in vece di essi mira entrar nella sua camera Aniceto, accompagnato da due suoi uffiziali, senza sapere se in bene o in male. Poco stette in avvedersene: un colpo di bastone la colse nella testa; e vedendo sguainata la spada da un di essi, saltando su gridò: «Ferisci questo,» mostrandogli il ventre. Fu di poi morta con più ferite; e portatane la nuova a Nerone, non mancò chi disse di averla voluta vedere estinta e nuda, non fidandosi di chi gli riferì il fatto, e d'aver detto: «io non sapea d'avere una madre sì bella.» Tacito lascia in forse questa circostanza. Fu in quella stessanotte bruciato, secondo il costume d'allora, il suo corpo e vilmente seppellito. Ed ecco dove andò a terminare la sbrigliata ambizione di questa donna, figliuola di Germanico, nipote del grande Agrippa, pronipote d'Augusto, moglie e madre d'imperadori. Le iniquità da lei commesse per far salire il figlio al trono riportarono questa ricompensa dallo stesso suo figlio, mostro d'ingratitudine e di crudeltà .
Fece susseguentemente Nerone una bella scena, mostrandosi inconsolabile per la morte della madre, e dolendosi d'aver salvata la vita propria colla perdita della sua; giacchè voleva che si credesse aver ella inviato Agerino per ucciderlo, e ch'ella dipoi si fosse uccisa da sè stessa. Lo stesso ancora scrisse al senato con aggiungere una filza d'altre accuse contro la madre per giustificar sè medesimo, e con dire fra l'altre cose[Quintilianus, lib. 8 Instit.]:Ch'io sia salvo, appena lo credo, e non ne godo.Perchè quella lettera o era scritta da Seneca, o si riconobbe per sua dettatura, fu mormorato non poco di questo adulator filosofo, il quale compariva approvatore di sì nero delitto. Mostrò il senato[Tacitus, lib. 14, c. 12.]di credere tutto: decretò ringraziamenti agli dii, e giuochi per la salvata vita del principe; e dichiarò il dì natalizio di Agrippina per giorno abbominevole. Il soloPublio Peto Trasea, senatore onoratissimo, dappoichè, fu letta quella lettera, uscì dal senato, per non approvare nè disapprovare, il che poi gli costò caro. Ma Nerone dopo il misfatto[Sueton., in Neron., c. 34.]si sentì gran tempo rodere il cuore dalla coscienza; sempre avea davanti agli occhi l'immagine dell'estinta madre e gli parea di veder le furie che il perseguitassero colle fiaccole accese. Nè il mutar di luogo e l'andare a Napoli ed altrove, servì a liberarlo dall'interno strazio. Neppure s'attentava di ritornar più a Roma, temendo d'esserein orrore a tutti. Ma gl'ispiravano del coraggio i bravi cortigiani, facendogli anzi sperare cresciuto l'amore del popolo per aver liberata Roma dalla più ambiziosa e odiata donna del mondo. In fatti, restituitosi alla città , trovò anche più di quel che sperava, movendosi e grandi e piccoli per paura di un sì spietato principe a fargli onore. Andò dunque come trionfante al Campidoglio, persuaso ch'egli potea far tutto a man salva, dacchè tutti, o perchè l'amavano, o perchè avviliti, non sapeano se non adorare i di lui supremi voleri. Affettò ancora la clemenza con richiamare a RomaGiunia Calvina, Calpurnia, Valerio CapitoneeLicinio Gabalo, esiliati già dalla madre. Ma in questo medesimo anno col veleno abbreviò la vita aDomiziasua zia paterna, con occupar tutti i suoi beni posti in quel di Baja e di Ravenna, prima ancora ch'ella spirasse. Quivi alzò de' magnifici trofei, che duravano anche ai tempi di Dione[Dio, lib. 61.]. Mirabil cosa nondimeno fu, che parlando molti liberamente di tali eccessi, ed uscendo non poche pasquinate, pure, egli, benchè dalle sue spie informato di quanto succedea, ebbe tal prudenza da dissimular tutto, e da non gastigar alcuno per questo, paventando di accrescere, altrimente facendo, il romore nel popolo.
Consoli
Nerone Claudio AugustoeCosso Cornelio Lentulo.
Dicendo Svetonio, che Nerone tenne questo consolato per soli sei mesi nelle calende di luglio dovettero succedere a lui e al collega due altri consoli. Il nome loro ci è ignoto. Alcuni han sospettato che fosseroTito Ampio FlavianoeMarco Aponio Saturnino, perchè da Tacito sonchiamati uomini consolari, ed ebbero poscia de' governi. Andossi poi sempre abbandonando Nerone[Tacitus, Annal., lib. 14, cap. 14.]ai divertimenti e piaceri, dappoichè non vivea più la madre, che il tenea pure in qualche suggezione. Sin da fanciullo si dilettava egli di andare in carretta e di condurre i cavalli. Avea anche imparato a sonar di cetra e a cantare. Diedesi ora in preda a questi sollazzi, sì sconvenevoli ad un imperadore. Seneca e Burro gli permisero il primo, per distorlo dagli altri, purchè corresse co' cavalli nel circo vaticano chiuso per non lasciarsi vedere dal popolo. Ma non si potè contenere il vanissimo giovane; volle degli spettatori, e il lor plauso l'invogliò ad invitarvi anche del popolo, il quale godendo di veder fare i principi ciò ch'esso fa, e perciò gonfiandolo con alte lodi, maggiormente l'incitò a quel plebeo mestiere[Dio, lib. 61.]. Tuttavia ben conoscendo, che i saggi erano d'altro sentimento, credette di schivar il disonore, con cercare de' compagni nobili che imitasser lui ne' pubblici divertimenti. Perciò venutogli in capo di far de' giuochi di somma magnificenza in onor della madre, che durarono più giorni, si videro nobili dell'uno e dell'altro sesso, non solo dell'ordine equestre, ma anche del senatorio, comparir ne' teatri, ne' circhi e negli anfiteatri, con esercitar pubblicamente le arti riserbate in addietro alle sole persone vili e plebee, con sonar nelle orchestre, rappresentar commedie e tragedie, ballar ne' teatri, far da gladiatori e da carrettieri: alcuni di propria elezione, ed altri per non disubbidir Nerone che gl'invitava. Mirava il popolo, ed anche i forestieri riconoscevano, che quegli attori, dimentichi della lor nascita, erano chi un Furio, chi un Fabio, chi un Valerio, un Porcio, un Appio, ed altri simili della nobiltà primaria. Al veder cotali novità e stravaganze, ne gemevano forte i saggi, sì pel disonor delle famiglie, come ancora perchè venivacon ciò a crescere troppo smisuratamente la corruttela de' costumi. Rammaricavansi inoltre osservando le incredibili spese che facea Nerone, non solamente in questi sì sfoggiati divertimenti, ma anche negl'immensi regali alla plebe con gittar dei segni, ne' quali era scritto quella sorta di dono che dovea darsi a chi avea la fortuna d'aggraffarli come cavalli, schiavi, vesti, danari. Ben prevedevano che tanto scialacquamento andrebbe a finire in nuovi aggravi ed estorsioni sopra il pubblico, siccome in fatti avvenne. Instituì eziandio Nerone altri giuochi, appellati Giovenali in onore della prima volta ch'egli si fece far la barba: rito festivo presso i Romani. Que' preziosi peli in una scatola d'oro furono consecrati a Giove. In que' giuochi danzarono i più nobili fra i Romani, e bella figura fra l'altre dame fece Elia Catula, giovinetta di ottanta anni, che ballò un minoetto. Chi de' nobili non potea ballare, cantava; ed eranvi scuole apposta, dove concorrevano ad imparare uomini e donne di prima sfera, fanciulle, giovanetti, vecchi, per far poscia con leggiadria il loro mestiere ne' pubblici teatri. Che se alcuno, non potendo di meno, per vergogna vi compariva mascherato. Nerone gli cavava la maschera, e si venivano a conoscere persone impiegate ne' più riguardevoli magistrati.
Nè lo stesso Nerone volle in fine essere da meno degli altri. Uscì anche egli nella scena in abito da suonator di cetra, ed oltre al suonare, fece sentir la sua da lui creduta melodiosa voce, la qual nondimeno si trovò sì somigliante a quella de' capponi cantanti, che niun potea ritener le risa, e molti piangeano per rabbia. Se crediamo a Dione, Burro e Seneca assistenti servivano a lui di suggeritori, e andavangli poi facendo plauso colle mani e coi panni, per invitare allo stesso l'udienza. Tacito[Tacitus, lib. 14, cap. 15.]anch'egli lo attesta di Burro, ma con aggiungere che internamente se ne affliggeva.Nè già era permesso[Sueton., in Nerone, cap. 23.], allorchè cantava questo insigne maestro, ad alcuno l'uscir di teatro, per qualsivoglia bisogno che occorresse. Quella era la voce d'Apollo; niun v'era che potesse uguagliarsi a lui nella melodia del canto. Così gli adulatori. Volle egli ancora che si tenesse una gara di poesia e d'eloquenza, e vi entrò anch'egli coll'invito de' giovani nobili. Non è difficile l'immaginarsi a chi toccasse la palma e il premio. Furono similmente richiamati a Roma i pantomimi, perchè divertissero il popolo nei teatri, ma non già ne' giuochi sacri. Apparve in quest'anno una cometa. Il volgo, imbevuto dell'opinione, che questo predica la morte de' principi, cominciò a fare i conti su la vita di Nerone, e a predire chi a lui succederebbe. Concorrevano molti inRubellio Plauto, discendente per via di donne dalla famiglia di Giulio Cesare, personaggio ritirato e dabbene. Ne fu avvertito Nerone. Si aggiunse, che trovandosi a desinare il medesimo imperadore in Subbiaco, un fulmine gli rovesciò le vivande e la tavola. Perchè quel luogo era vicino a Tivoli, patria dei maggiori d'esso Plauto, la pazza gente perduta nelle superstizioni maggiormente si confermò nella predizione suddetta. Fece dunque Nerone intendere a Rubellio Plauto, che miglior aria sarebbe per lui l'Asia, dov'egli possedeva dei beni. Gli convenne andar là colla sua famiglia, ma per poco tempo, perchè da lì a due anni Nerone mandò ad ucciderlo. Venne in questi tempi a morteQuadrato, governatore della Siria, e quel governo fu dato aCorbulone, da cui dicemmo ch'era stata acquistata l'Armenia. Trovavasi da gran tempo in RomaTigrane, nipote d'Archelao, che già fu re della Cappadocia, avvezzato ad una servile pazienza. Ottenne egli da Nerone di poter governare l'Armenia con titolo di re; e andato colà , fu assistito da Corbulone con un corpo di soldatesche tali, che, al dispetto di molti, più inclinati aldominio de' Parti, n'ebbe il pacifico possesso, benchè poi non vi potesse lungo tempo sussistere[Tacitus, lib. 14, cap. 27.]. Pozzuolo in questo anno acquistò il diritto di colonia, e il cognome di Nerone; intorno a che disputano gli eruditi, perchè da Livio e da Vellejo abbiamo, che tanti anni prima Pozzuolo fu colonia, e Frontino fa autore Augusto di una nuova colonia in quella città . In questi tempi Laodicea, illustre città della Frigia restò rovinata da un tremuoto; ma quel popolo la rimise in piedi colle proprie ricchezze senza aiuto de' Romani.
Consoli
Cajo Cesonio PetoeCajo Petronio Turpiliano.
Non è certo il prenome diCajopel secondo di questi consoli, nè sappiamo chi nelle calende di luglio loro succedesse nella dignità . Motivo[Tacitus, ibid.]ai pubblici ragionamenti diedero in quest'anno due iniquità , commesse in Roma, l'una da un nobile, l'altra da un servo. Mancò di vitaDomizio Balbo, ricco, e della prima nobiltà , senza figliuoli.Valerio Fabiano, senatore, con un falso testamento, a cui tennero mano altri nobili colle lor soscrizioni e sigilli, corse all'eredità . Convinto di falsario, degradato con gli altri suoi complici, riportò la pena statuita dalla legge Cornelia. Ucciso fu da un suo servo, o vogliam dire schiavo,Pedanio Secondo, prefetto di Roma. Ne aveva egli al suo servigio quattrocento, tra maschi e femmine, grandi e piccoli, essendo soliti i ricchi Romani a tenerne una prodigiosa quantità al loro servigio. Benchè fossero quasi tutti innocenti di quel misfatto, doveano morire secondo il rigoredelle antiche leggi; ma fattasi grande adunanza di gente plebea per difendere quegl'infelici, l'affare fu portato al senato; ed intorno a ciò si fece lungo dibattimento, con prevalere in fine la sentenza del supplicio di tutti. Nerone mandò un ordine alla plebe di attendere ai fatti suoi, e somministrò quanti soldati occorressero per iscortare i condannati. I mali portamenti degli uffiziali nella Bretagna cagion furono di far perdere circa questi tempi quasi tutto quel paese che vi aveano acquistato i Romani; e ciò perchè si volle rimetter ivi il confisco dei beni de' delinquenti, da cui Claudio gli avea esentati. AncheSeneca, se crediamo a Dione[Dio, lib. 61.], avea dato ad usura un milione a que' popoli, e con violenza ne esigeva non solo i frutti, ma anche il capitale. Inoltre,Boendiciao siaBunduicavedova[Tacitus, lib. 12, cap. 29.]diPrasutago redi una parte di quella grand'isola, si protestava anche essa troppo scontenta delle infinite prepotenze ed insolenze fatte dai Romani a sè stessa, a due figlie e a tutto il suo popolo. Questa regina, donna d'animo virile, quella fu che sonò in fine la tromba col muovere i suoi e i circostanti popoli a sollevarsi contra degl'indiscreti Romani con prevalersi della buona congiuntura cheSvetonio Paolino, governatore della parte della Bretagna romana, e valoroso condottier d'armi, era ito a conquistare un'isola ben popolata, adiacente alla Bretagna. Con un'armata dicono, di cento ventimila persone vennero i sollevati addosso alla nuova colonia di Camaloduno, e la presero di assalto. Dopo due dì ebbero anche il tempio di Claudio, mettendo quanti Romani vennero alle lor mani, tutti a fil di spada, senza voler far prigionieri. Petilio Cereale, venuto per opporsi con una legione, fu rotto, messa in fuga la cavalleria, e tutta la fanteria tagliata a pezzi. Portate queste funeste nuove a Svetonio Paolino, frettolosamente si mosse, e vennea Londra, luogo di una colonia scarsa, ma celebre città anche allora per la copia grande dei mercatanti e del commercio. Benchè pregato con calde lagrime dagli abitanti di fermarsi alla lor difesa, volle piuttosto attendere a salvare il resto della provincia. S'impadronirono i ribelli di Londra e di Verulamio, nè vi lasciarono persona in vita. Credesi che in que' luoghi perissero circa settanta o ottantamila fra cittadini romani e collegati. Si trovò poi forzato Svetonio, perchè mancava di viveri, ad azzardare una battaglia, ancorchè non avesse potuto ammassare che dieci mila combattenti; laddove i nemici da Dione si fanno ascendere a dugento trentamila persone, numero probabilmente, secondo l'uso delle guerre, o per disattenzion de' copisti, troppo amplificato. Boendicia stessa comandava quella grande armata. Dopo fiero combattimento prevalse la disciplina militare dei pochi allo sterminato numero dei Britanni, che furono sconfitti, con essersi poi detto che restarono sul campo estinti circa ottantamila di essi, numero anch'esso eccessivo. Comunque, sia insigne e memoranda fu quella vittoria. Boendicia morì poco dappoi, o per malattia o per veleno ch'essa medesima prese, e colla sua morte tornò fra non molto all'ubbidienza de' Romani il già rivoltato paese, con avervi Nerone inviato un buon corpo di gente dalla Germania, il quale servì a Svetonio per compiere quell'impresa.