LXXII

Consoli

Vespasiano Augustoper la quarta volta, eTito Flavio Cesareper la seconda.

DappoichèMucianovenuto a Roma cominciò a godere de' primi onori, il governo della Siria fu dato da Vespasiano aCesennio Peto.Scriss'egli a Roma, cheAntioco re della Comagene, il più ricco dei re sudditi di Roma, conEpifanesuo figliuolo teneva dei trattati secreti conVologesore dei Parti, disegnando di rivoltarsi. Dubita Giuseppe Ebreo[Joseph., de Bello Judaico, lib. 7.], se Antioco fosse di ciò innocente, o reo, ed inclina piuttosto al primo. Peto gli volea poco bene; e potè ordir questa trama. Vespasiano, a cui troppo era difficile il chiarire la verità, nè volea trascurar l'affare, essendo di somma importanza quella provincia per le frontiere della Soria e dell'imperio romano: mandò ordine a Peto di far ciò ch'egli credesse più convenevole, e giusto in tal congiuntura. Pertanto unitosi quel governatore conAristobolo re di Calcide, e conSoemo re di Emessa, entrò coll'esercito nella Comagene. A questa inaspettata mossa Antioco si ritirò con tutta la sua famiglia, e senza voler far fronte all'armi romane, lasciò che Peto entrasse in Samosata capitale dei suoi Stati. Epifane e Callinico suoi figliuoli, prese le armi, fecero qualche resistenza; ma tardarono poco i lor soldati a rendersi ai Romani. Si rifuggirono essi alla corte di Vologeso, re dei Parti, che gli accolse, non già come esiliati, ma come principi. Antioco lor padre fuggì nella Cilicia. Peto inviò gente, a cercarlo, ed essendo stato colto a Tarsi, fu caricato di catene, per essere condotto a Roma. Nol permise Vespasiano, e spedì ordini che fosse rimesso in libertà, e che potesse abitare a Sparta, dove gli facea somministrar tutto l'occorrente,acciocchè vivesse da par suo. Per intercessione poi di Vologeso, ai di lui figliuoli fu permesso di venire a Roma. Vi venne anche Antioco, e tutti riceverono trattamento onorevole, senza più riaver quegli Stati. Siamo assicurati da Svetonio[Suet., in Vespasiano, c. 8.]che la Comagene, siccome ancora la Tracia, la Cilicia e la Giudea furono ridotte in provincie sotto Vespasiano, cioè immediatamente governate dagli uffiziali romani. Ma non tutto ciò avvenne sotto il presente anno. Fece in questi tempi Vologeso re de' Parti istanza d'aiuti ai Vespasiano, perchè gli Alani, feroce popolo della Tartaria, entrati nella Media, obbligarono a fuggirnePacoro redi quel paese, eTiridate re dell'Armenia, minacciando anche il dominio di Vologeso. Non si volle mischiar Vespasiano negli affari di que' Barbari; e forse di qua venne qualche alterazion di animo fra di loro. Sappiamo da Dione[Dio, lib. 66.], aver quel superbo re scritta una lettera con questo titolo:Arsace re dei re a Vespasiano, senza riconoscerlo per imperador de' Romani. Vespasiano, lungi dal farne rimprovero o doglianza alcuna, gli rispose nel medesimo tenore:Ad Arsace re dei re, Vespasiano. Credesi[Tacitus, in Vita Agricolae, c. 17.]che in questi tempi avvenisse qualche guerra nella Bretagna, dov'era andato per governatorePetilio Cereale, con far quivi l'armi romane nuove conquiste.

Seguitava intanto Vespasiano a far dei saggi regolamenti[Suet., in Vespasiano, c. 9.]per levare gli abusi, e rimettere il buon ordine in Roma. Osservate alcune persone indegne ne' due nobili ordini senatorio ed equestre, le levò via; e perchè era scemato di molto il numero dei medesimi senatori e cavalieri, per la crudeltà de' regnanti precedenti, aggregò a quegli ordini le famiglie e persone più riguardevoli e degne, non tanto di Roma, quanto dell'Italia e dell'altre provincie. Trovò che le liti civilierano cresciute a dismisura, andavano in lungo e si eternavano anche talvolta: male non forestiere anche in altri tempi e in altri luoghi. Cercò di rimediarvi con eleggere varii giudici, che le sbrigassero senz'attendere le formalità e lunghezze ordinarie del foro. Per mettere freno alla libidine delle donne libere che sposavano gli schiavi, rinnovò il decreto che anch'esse, perduta la libertà, divenissero schiave. Per frastornar coloro che prestavano danaro ad usura ai figliuoli di famiglia, vietò il poterlo esigere dopo la morte dei padri. Ma nulla più contribuì alla correzion de' costumi e a far cessare il soverchio lusso de' Romani, che l'esempio dell'imperadore stesso. Parca era la mensa sua; semplice e non mai pomposo il suo vestire; sicura dal di lui potere l'altrui onestà. Il disapprovar egli colle parole e coi fatti gli eccessi introdotti, più che le leggi e i gastighi, ebbe forza d'introdurre la riforma dei costumi nella nobiltà, e in chiunque desiderava d'acquistare o conservar la grazia di lui. Aveva[Suet., in Vespasiano, c. 8.]egli conceduta una carica ad un giovane. Andò costui per ringraziarlo tutto profumato. Questo bastò perchè Vespasiano, guatandolo con disprezzo, gli dicesse:Avrei avuto più caro che tu puzzassi d'aglio;e gli levò la patente. Oltre a ciò, per guarire l'altrui vanità e superbia col proprio esempio, parlava egli stesso della bassezza della prima sua fortuna, e si rise di chi avea compilata una genealogia piena di adulazione, per mostrare[Idem, cap. 12.]ch'egli discendeva dai primi fondatori della città di Rieti sua patria, e da Ercole. Anzi talora nella state andava a passar qualche giorno nella villa, dov'egli era nato, fuori di Rieti, senza voler mai che a quel luogo si facesse mutazione alcuna, per ben ricordarsi di quello ch'egli fu una volta. E in memoria diTertullasua avola paterna, che l'avea allevato, nei dì solennie festivi solea bere in una tazza d'argento da lei usata.

Consoli

Flavio Domiziano Cesareper la seconda volta, eMarco Valerio Messalino.

Console ordinario fu in quest'annoDomiziano[Suet., in Domiziano, cap. 2.], non già per li meriti suoi nè per elezione del saggio suo padre, ma perchè il buon Tito suo fratello, disegnato per sostenere anche nell'anno presente sì riguardevol dignità, la cedette a lui, e pregò il padre di contentarsene. E si vuol qui appunto avvertire che esso Tito era in tutti gli affari il braccio diritto del vecchio padre[Idem, in Tito, cap. 6.]. A nome di lui dettava egli le lettere e gli editti, e per lui recitava in senato le determinazioni occorrenti. Secondochè s'ha dalla cronaca d'Eusebio[Euseb., in Chron.], circa questi tempi (se pur ciò non fu più tardi) l'Acaia, la Licia, Rodi, Bizanzio, Samo ed altri luoghi di Oriente perderono la lor libertà, perchè se ne abusavano in danno lor proprio per le sedizioni e nemicizie regnanti fra i cittadini. Non si mandava colà proconsole o governatore romano in addietro, lasciando che si governassero coi propri magistrati e colle lor leggi. Da qui innanzi furono sottoposti al governo del presidente inviato da Roma, e a pagare i tributi al pari dell'altre provincie. Per attestato ancora di Filostrato[Philostratus, in Apollon. Tyan.],Apollonio Tianeo, filosofo rinomato di questi tempi, grande strepito fece contra di Vespasiano, perchè avesse tolta alla Grecia quella libertà che Nerone, tuttochè principe sì cattivo, le avea restituita. Ma Vespasiano il lasciò gracchiare, dicendoche i Greci aveano disimparato il governarsi dagente libera. Il Calvisio, il Petavio, il Bianchini ed altri, non per certa cognizione del tempo, ma per mera congettura, riferiscono a quest'anno la cacciata de'filosofida Roma: risoluzione che par contraria alla saviezza di Vespasiano, ma che fu fondata sopra giusti motivi. Le diede impulsoElvidio Prisconobile senatore romano, e professore della più rigida filosofia degli stoici, la qual era allora più dall'altre in voga presso i Romani. A questo personaggio fa un grande elogio Cornelio Tacito[Tacitus, Historiar., lib. 4, cap. 5.], con dire, aver egli studiata quella filosofia, non già per vanità, come molti faceano, nè per darsi all'ozio, ma per provvedersi di costanza ne' varii accidenti della vita, per sostenere con equità e vigore i pubblici uffizii, e per operar sempre il bene, e fuggire il male. Perciò s'era acquistato il concetto d'essere buon cittadino, buon senatore, buon marito, buon genero, buon amico, sprezzator delle ricchezze, inflessibile nella giustizia, ed intrepido in qualsivoglia sua operazione. Anche Ariano[Arrian., in Epictet.], Plinio[Plinius junior., lib. 4, epist. 23.]il giovane e Giovenale furono liberali di lodi verso di Prisco. Ma egli era troppo invanito dell'amor della gloria, cercandola ancora per vie mancanti di discrezione[Dio, lib. 66.]. Gli esempli diTrasea Peto, suocero suo, uomo da noi veduto lodatissimo ne' tempi addietro, gli stavano sempre davanti agli occhi, per parlare francamente ove si trattava del pubblico bene. Ma non sapea imitarlo nella prudenza. Trasea, ancorchè avesse in orrore i vizii e le tirannie di Nerone, pure nulla dicea o facea che potesse offenderlo. Solamente talvolta si ritirò dal senato, per non approvare le di lui bestialità e crudeltà: il che poi gli costò la vita.

MaElvidiosi facea gloria di parlar con vigore e libertà senza riguardo alcuno. Così operò sotto Galba, sotto Vitellio;ma più usò di farlo sotto Vespasiano, quasichè la bontà di questo principe dovesse servire di passaporto alla soverchia licenza delle sue parole. Il peggio fu ch'egli, scoprendosi nemico della monarchia, tenendo sempre il partito del popolo, non si facea scrupolo di darsi in pubblico e in privato a conoscere per persona che odiava Vespasiano. Allorchè questo principe arrivò a Roma, ito a salutarlo, non gli diede altro nome che quello di Vespasiano. Essendo pretore nell'anno 70, in niuno de' suoi editti mai mise parola in onore di lui, anzi nè pure il nominò. Ma questo era poco. Sparlava di lui dappertutto, lodava solamente il governo popolare, e Bruto e Cassio; formava anche delle fazioni contra del dominio cesareo. Andò così innanzi l'ostentazione di questo suo libero parlare, che nel senato medesimo giunse a contrastare e garrire insolentemente collo stesso Vespasiano, quasichè fosse un suo eguale[Sueton., in Vespasiano, cap. 15.]; perlochè, d'ordine dei tribuni della plebe, fu preso e consegnato ai littori, o sia ai sergenti della giustizia. Il buon Vespasiano, a cui forte dispiaceva di perdere un sì fatt'uomo, eppur non credea bene d'impedire il riparo alla di lui insolenza, uscì di senato quel dì piangendo e con dire:O mio figliuolo mi succederà, o niun altro:volendo forse indicare che Elvidio con quelle sue impertinenti maniere additava di pretendere all'imperio. Pure la clemenza di Vespasiano non permise che si decretasse ad uomo sì turbolento, che inquietava e screditava il presente governo, e mostravasi tanto capace di sedizioni, se non la pena dell'esilio. Ma perchè verisimilmente neppur si seppe contener da lì innanzi la lingua di questo imprudente filosofo, fu (non si sa in qual anno) condannato a morte dal senato, e mandata gente ad eseguire il decreto. Vespasiano spedì ordini appresso per salvargli la vita; ma gli fu fatto falsamente credere che non erano arrivati atempo. ProbabilmenteMuciano, che men di Vespasiano amava Elvidio, il volle tolto dal mondo con questa frode. E fu appunto in tale occasione[Dio, lib. 66.]ch'esso Muciano persuase all'imperatore di cacciar via da Roma tutti i filosofi, e massimamente coloro che professavano la filosofia stoica, maestra della superbia. Imperciocchè, oltre al rendersi da questa gli uomini grandi estimatori di sè stessi e sprezzatori degli altri, i seguaci di essa altro non faceano allora che declamar nelle scuole, e fors'anche in pubblico, contra dello stato monarchico, e in favore del popolare, svergognando una scienza che dee inspirare l'ossequio e la fedeltà verso qualsivoglia regnante. E tanto più dovea farlo allora Elvidio, che ai precedenti tiranni era succeduto un buon principe, quale ognun confessa che fu Vespasiano, e la sua vita il dimostra. Fra gli altri andarono relegati nelle isoleOstilioeDemetriofilosofi anch'essi. Portata al primo la nuova del suo esilio, mentre disputava contra dello stato monarchico, maggiormente s'infervorò a dirne peggio, benchè dipoi mutasse parere. Ma Demetrio, siccome professore della filosofia cinica, o sia canina, che si gloriava di mordere tutti, e di non portare rispetto ai difetti e falli di chicchessia[Sueton., in Vespasiano, cap. 13.], dopo la condanna vedendo venir per via Vespasiano, nol salutò, e neppur si mosse da sedere, e fu anche udito borbottar delle ingiurie contro di lui. Il paziente principe passò oltre, solamente dicendo:Ve' che cane!Nè mutò registro, ancorchè Demetrio continuasse a tagliargli addosso i panni; perciocchè avvisato di tanta tracotanza, pure non altro gli fece dire all'orecchio se non queste poche parole:Tu fai quanto puoi perch'io ti faccia ammazzare: ma io non mi perdo ad uccidere can che abbaia.Per attestato di Dione, il soloCaio Musonio Rufo, cavaliere romano, eccellente filosofo stoico,non fu cacciato di Roma: il che non s'accorda colla Cronica di Eusebio, da cui abbiamo che Tito, dopo la morte del padre, il richiamò dall'esilio.

Consoli

Flavio Vespasiano Augustoper la quinta volta, eTito Flavio Cesareper la terza.

ATito Cesare, che dimise il consolato, succedette nelle calende di luglioDomiziano Cesaresuo fratello. Terminarono in quest'annoVespasianoeTitoil censo, o sia la descrizione de' cittadini romani ch'essi aveano già cominciato come censori negli anni addietro. E questo fu l'ultimo de' censi fatti dagl'imperadori romani. Scrive Plinio il vecchio[Plinius, Histor. Natural., lib. 7, cap. 49.], che in tale occasione si trovarono fra l'Apennino e il Po molti vecchi di riguardevol età. Cioè tre in Parma di cento venti, e due di cento trenta anni; inBrescellouno di cento venticinque; inPiacenzauno di cento trentuno; inFaenzauna donna di cento trentadue; inBolognaeRiminidue di cento cinquanta anni, se pure non è fallato, come possiam sospettare, il testo. Aggiugne essersi trovati nellaRegione ottava dell'Italia, ch'egli determina da Rimini sino a Piacenza, cinquantaquattro persone di cento anni; quattordici di cento dieci; due di cento venticinque; quattro di cento trenta; altrettanti di cento trentacinque, o cento trentasette, e tre di cento quaranta. Dal che probabilmente può apparire qual fosse tenuta allora per la più salutevol aria d'Italia. Se in altre parti d'Italia si fossero osservate somiglianti età, non si sa vedere perchè Plinio l'avesse taciuto. Circa questi tempi[Dio, lib. 66. Sueton., in Vespasiano, cap. 3.]mancò di vita Cenide, donna carissima a Vespasiano, liberta di Antonia, madre di Claudio Augusto. Avea Vespasiano avuta permoglieFlavia Domitilla, che gli partorìTitoeDomiziano. Morta costei, ebbe per sua amica questa Cenide, e creato anche imperatore la tenne quasi per sua moglie, amandola non solamente per la sua fedeltà e disinvoltura, e per molti benefizii da lei ricevuti quando era privato, ma ancora perchè gli serviva di sensale per far danari. Era l'avarizia forse l'unico vizio per cui universalmente veniva proverbiato questo imperadore[Sueton., in Vespasiano, cap. 3.]. Mostravasi egli non mai contento di danaro. A questo fine rimise in piedi alcune imposte e gabelle, abolite già da Galba; ne aggiunse delle nuove e gravi; accrebbe i tributi che si pagavano dalle provincie, ed alcune furono tassate il doppio. Lasciavasi anche tirare a far un mercimonio vergognoso per un par suo, col comperar cose a buon mercato, per venderle poi caro. Cenide anch'essa l'aiutava ad empiere la borsa. A lei si accostava chiunque ricercava sacerdozi e cariche civili e militari, accompagnando le suppliche con esibizioni proporzionate al profitto dei posti desiderati. Nè si badava, se questi concorrenti fossero o non fossero uomini dabbene, purchè se ne spremesse del sugo. Si vendevano in questa maniera anche l'altre grazie del principe; e le pene, per chi potea, venivano riscattate col danaro. Di tutto si credeva consapevole e partecipe Vespasiano. E tanto egli si lasciava vincere da questa avidità, che cadeva in bassezze[Sueton., in Vespasiano, cap. 23. Dio, lib. 66.]. Avendo i deputati di una città chiesta licenza di alzare in onor suo una statua, la cui spesa ascenderebbe a venticinquemila dramme, per far loro conoscere che amerebbe più il denaro in natura, stese la mano aperta con dire:Eccovi la base dove potete mettere la vostra statua.Era egli stesso il primo a porre in burla questa sua sete d'oro per coprirne la vergogna, e si rideva di chi poco approvava le sue vili maniere per adunarne. Uno di questifu suo figliuolo Tito, che non potendo sofferire una non so quale imposta, da lui messa sopra l'orina, seriamente gliene parlò, con chiamar fetente quell'aggravio. Aspettò Vespasiano che gli portassero i primi frutti di quell'imposta, e fattili fiutare al figlio, dimandòse quell'oro sapea di cattivo odore. Un giorno, ch'egli era per viaggio in lettiga, si fermò il mulattiere con dire che bisognava ferrar le mule. Sospettò egli dipoi inventato da costui un tal pretesto, per dar tempo ad un litigante di parlargli, e di esporre le sue ragioni. E però gli domandò poiquanto avesse guadagnato a far ferrare le mule, perchè voleva esser a parte del guadagno. Questo forse disse per burla. Ma da vero operò egli con uno de' suoi più cari cortigiani, che gli avea fatta istanza di un posto per persona da lui tenuta in luogo di fratello. Chiamato a sè quel tale, volle da lui il danaro pattuito con fargli la grazia. Avendo poscia il cortigiano replicate le preghiere, siccome non informato della beffa, Vespasiano gli disse:Va a cercare un altro fratello, perchè il proposto da te, non è tuo, ma mio fratello.

Tale era l'industria e continua cura di Vespasiano per ammassar danari, cura in lui biasimata, e non senza ragione dagli storici di allora, e più dai sudditi. Credevano alcuni, che dal suo naturale fosse egli portato a questa debolezza: ed altri, che Muciano gliel'avesse inspirata, con rappresentargli che nell'erario ben provveduto consisteva la forza e la salute della repubblica, sì pel mantenimento delle milizie, come per ogni altro bisogno. Tuttavia il brutto aspetto di questo vizio si sminuisce di molto al sapere, come osservarono Svetonio[Sueton., in Vespasiano, cap. 16.]e Dione[Dio, lib. 66.], che Vespasiano non fece mai morire persona per prendergli la roba, nè mai per via d'ingiustizie occupò l'altrui. Quel che è più, non amava, nè cercava egli le ricchezze, per impiegarle ne' suoi piaceri,perchè sempre fu moderatissimo in tutto, nè poteva spendere senza necessità, contento di poco. Appariva eziandio chiaramente, quanto egli fosse lontano dal covare con viltà il danaro, perciocchè lo dispensava allegramente e con saviezza in tutti i bisogni del pubblico, e in benefizio de' popoli. Sapeva regalare chi lo meritava[Sueton., in Vespasiano, cap. 16.], sovvenire a' nobili caduti in povertà; anzi la sua liberalità si stendeva a tutti. Promosse con somma attenzione le arti e le scienze, favorendo in varie maniere chi le coltivava; e fu il primo che istituisse in Roma scuole d'eloquenza greca e latina, con buon salario pagato dal suo erario. Prendeva al suo servigio i migliori poeti ed artifici che si trovassero, e tutti erano partecipi della sua munificenza. A lui premeva specialmente che il minuto popolo potesse guadagnare. A questo fine faceva di quando in quando de' magnifici conviti; e ad un valente artefice, che gli si era esibito di trasportare con poca spesa molte colonne, diede bensì un regalo, ma di lui non si volle servire, per non defraudare di quel guadagno la plebe. In Roma edificò degli acquidotti, alzò uno smisurato colosso, nè solamente fece di pianta varie fabbriche insigni, ma eziandio rifece le già fatte dagli altri, mettendovi non già il nome suo, ma quel de' primi fondatori. Erano per cagion de' tremuoti cadute, o per gl'incendi molto sformate, assaissime città dell'imperio romano. Egli alle sue spese le rifece, e più belle di prima. La stessa attenzione ebbe per fondar delle colonie in varie città, e per risarcir le pubbliche strade dell'imperio[Aurelius Victor, in Breviar.]. Restano tuttavia molte iscrizioni[Gruterus, Thesaur. Inscription. Thesaurus Novus Veter. Inscription. Muratorian.]per testimonianza di ciò. Gli convenne per questo tagliar montagne e rompere vasti macigni; e per tutto si lavorava senza salassar le borse de' popoli. Rallegrava ancora ilpopolo colla caccia delle fiere negli anfiteatri, ma abborriva i detestabili combattimenti de' gladiatori. Aggiungasi, per testimonianza di Zonara[Zonaras, Annal.], che Vespasiano mai non volle profittar dei beni di coloro che aveano prese l'armi contra di lui, ma li lasciò ai lor figliuoli o parenti. Ed ecco ciò che può servire, non già per assolvere questo principe da ogni taccia in questo particolare, ma bensì per iscusarlo, meritando bene il buon uso che egli facea del denaro, che si accordi qualche perdono alle indecenti maniere da lui tenute per raunarlo. Se non è scorretto il testo di Plinio il vecchio[Plinius, Histor. Natur., lib. 3, c. 5.], abbiamo da lui, che in questi tempi misurato il circondario delle mura di Roma, si trovò esser di tredici miglia dugento passi. Un gran campo occupavano poi i borghi suoi.

Consoli

Flavio Vespasiano Augustoper la sesta volta, eTito Cesareper la quarta.

Nelle calende di luglio furono sostituiti nel consolatoFlavio Domiziano Cesareper la quarta volta, eMarco Licinio Mucianoper la terza. In gran favore continuava Muciano ad essere presso di Vespasiano[Sueton., in Vespasiano, c. 23.]. Naturalmente superbo, e più perchè alzato ai primi onori, sapea ben far valere la sua autorità[Dio, in Excerptis Valesian.]. Sopra gli altri della corte pretendea d'essere ossequiato e rispettato. Verso chi gli mostrava anche ogni menomo segno di distinzione in onorarlo, andava all'eccesso in procurargli posti ed avanzamenti. Guai all'incontro a chi, non dirò gli facea qualche affronto od ingiuria, ma solamente lasciava di onorarlo; l'odiodi Muciano contra di lui diveniva implacabile. Costui pubblicamente era perduto nelle disonestà, e vantava tuttodì i gran servigi da lui prestati a Vespasiano: suo dono chiamava ancora quel diadema ch'egli portava in capo. A tanto giunse talvolta questa sua boria, e la fiducia de' meriti propri, che nemmeno portava rispetto allo stesso imperadore. E pure nulla più fece risplendere, che magnanimo cuore fosse quel di Vespasiano, quanto la pazienza sua in sopportare quest'uomo, temendo egli sempre di contravvenire alla gratitudine se l'avesse disgustato, non che punito. Anzi neppure osava di riprenderlo in faccia; ma solamente con qualche comune amico talora sfogandosi, disapprovava la di lui maniera di vivere, e diceva:Son pur uomo anch'io:tutto acciocchè gli fosse riferito, per desiderio che si emendasse[Sueton., in Vespasiano, c. 14. Dio, lib. 66.]. Fu anche dagli amici consigliato Vespasiano di guardarsi daMelio Pomposiano; perchè egli fatto prendere il proprio oroscopo, si vantava che sarebbe un dì imperadore. Lungi dal fargli male, Vespasiano il creò console (noi non ne sappiamo l'anno) dicendo più probabilmente per burla che da senno;Costui si ricorderà un giorno del bene che gli ho fatto. Dedicò esso Augusto, cioè fece la solennità di aprire e consecrare il tempio della Pace, da lui fabbricato in Roma in vicinanza della piazza pubblica, per ringraziamento a Dio della tranquillità donata al romano imperio, e particolarmente a Roma, dopo tanti torbidi tempi patiti sotto i precedenti tiranni. Plinio[Plinius, lib. 36, cap. 15.]chiama questa tempiouna delle più belle fabbriche che mai si fossero vedute. Erodiano[Herodian., lib. 1, c. 14.]anch'egli scrive, ch'esso erail più vasto, il più vago e il più ricco edifizio che si avesse in Roma. Immensi erano ivi gli ornamenti d'oro e d'argento;e fra gli altri vi furonomessi il candelabro[Joseph., de Bello Judaic., lib. 7, c. 14.]insigne e gli altri vasi portati da Gerusalemme dopo la distruzione di quel ricchissimo tempio. Ma che? questa mirabil fabbrica circa cento anni dipoi, regnante Commodo Augusto, per incendio, o casuale o sacrilego, rimase affatto preda delle fiamme.

Consoli

Flavio Vespasiano Augustoper la settima volta eTito Cesareper la quinta.

Abbiamo sufficienti lumi per credere sostituito all'uno di questi consoli nelle calende di luglioDomiziano Cesare, probabilmente per la cessione diTitosuo fratello. Secondo il Panvino[Panvin., in Fastis.], succedette ancora all'altro console ordinarioTito Plautio Silvanoper la seconda volta. Ma non altro fondamento ebbe quel dotto uomo di assegnare all'anno presente il secondo consolato di costui, se non il sapere ch'egli due volte fu console. Che nel gennaio di quest'anno nascesseAdriano, il qual poscia divenne imperadore, l'abbiamo da Sparziano. Fiorì ancora in questi tempi, per attestato di Eusebio[Eusebius, in Chronic.],Quinto Asconio Pediano, storico di molto credito; di cui restano tuttavia alcuni Commenti alle Orazioni di Cicerone. In età di anni settantatrè divenne cieco questo letterato, e ne sopravvisse dodici altri, tenuto sempre in grande stima da tutti. Era in questi tempi governator della BretagnaGiulio Frontino, e gli riuscì di sottomettere i popoli Siluri in quella grand'isola all'imperio romano. Era venuto aRoma Agrippa[Dio, lib. 66.]re dell'Iturea, figliuolo diAgrippa il grande, stato già re della Giudea; aveacondotto secoBereniceo siaBeronicesua sorella, giovane di bellissimo aspetto, già maritata conErode re di Calcidesuo zio[Joseph., Antiq. Judaic., lib. 18.], e poscia conPolemone re di Cilicia. Se n'invaghì Tito Cesare. Forse anche era cominciata la tresca allorchè egli fu alla guerra contra de' Giudei. Agrippa ottenne il grado di pretore. Berenice alloggiata nel palazzo imperiale, dopo aver guadagnato Vespasiano a forza di regali, sì fattamente s'insinuò nella grazia di Tito, che sperava ormai di cangiar l'amicizia in matrimonio; e già godeva un tal trattamento e autorità, come s'ella fosse stata vera moglie di lui. Ma perciocchè, secondo le leggi romane, era vietato ai nobili romani di sposar donne di nazion forestiera, o sia barbara (barbari erano allora appellati i popoli tutti non sudditi al romano imperio) o pure perchè i re, tuttochè sudditi di Roma, erano tenuti in concetto di tiranni; il popolo romano altamente mormorava di questa sua amicizia, e molto più della voce sparsa, che fosse per legarsi seco pienamente col vincolo matrimoniale. Ebbe Tito cotal possesso sopra la sua passione, e sì a cuore il proprio onore, che arrivò a liberarsene, con farla ritornare al suo paese. Svetonio[Sueton., in Tito, cap. 7.]attribuisce a Tito questa eroica azione, dappoichè egli fu creato imperadore, laddove Dione[Dio, lib. 66.]ne parla circa questi tempi. Ma aggiugnendo esso Dione, che Berenice, dopo la morte di Vespasiano, ritornò a Roma, sperando allora di fare il suo colpo, e che, ciò non ostante, rimase delusa, si accorda facilmente l'asserzione dell'uno e dell'altro storico.

Consoli

Flavio Vespasiano Augustoper la ottava volta, eTito Flavio Cesareper la sesta.

Fu nelle calende di luglio conferito il consolato aDomiziano Cesareper la sesta volta ed aGneo Giulio Agricola, cioè a quel medesimo, di cui Cornelio Tacito suo genero ci ha lasciata la vita. Terminò in quest'annoCaio Plinio Secondo[Plinius Senior, in Praefatione.]veronese, i suoi libri della Storia Naturale, e li dedicò a Tito Cesare, ch'egli nomina console per la sesta volta, e dà a conoscere quanto amore quel buon principe avesse per lui, e quanta stima per li suoi libri. S'è salvata dalle ingiurie de' tempi quest'opera delle più insigni ed utili dell'antichità, perchè tesoro di grande erudizione; ma è da dolersi che sia pervenuta a noi alquanto difettosa, e che per la mancanza d'antichi codici non sia possibile il renderne più sicuro ed emendato il testo. Anche ai tempi di Simmaco camminava scorretta questa istoria, siccome consta da una sua lettera ad Ausonio. Son periti altri libri di Plinio, ma non di tanta importanza, come il suddetto. Abbiamo dalla cronica di Eusebio[Euseb., in Chron.], essere stata nell'anno presente, o pure nel seguente, sommamente afflitta Roma da una pestilenza così fiera, che per molti dì si contarono dieci mila persone morte per giorno: se pur merita fede strage di tanto eccesso. Ma questo flagello forse s'ha da riferire all'anno 80, regnando Tito. Verso questi tempi[Dio, lib. 66.]bensì capitarono a Roma segretamente due filosofi cinici, che, secondo il loro costume, si faceano belli con dir male d'ognuno.Diogenesi appellava l'un d'essi, nome probabilmente da lui preso, per assomigliarsi intutto all'altro antico sì famoso che fu a' tempi di Alessandro Magno. Costui perchè nel pubblico teatro, pieno di gran popolo, scaricò addosso ai Romani una buona tempesta d'ingiurie e di motti satirici, ebbe per ricompensa, d'ordine dei censori, un sonante regalo di sferzate. L'altro fuEras, che pensando di aggiustar la partita con sì tollerabil pagamento, più sconciamente sfogò la sua rabbia ed eloquenza canina contra de' Romani, fors'anche non la perdonando ai principi. Gli fu mozzato il capo. Riferisce Dione[Dio, lib. 66.]come un prodigio, che in una osteria in una botte piena il vino tanto si gonfiò, che uscendo fuori, scorreva per la strada. Erano ben facili allora i Romani a spacciare de' fatti falsi per veri, o a credere degli avvenimenti naturali per prodigiosi. Molti di tal fatta se ne raccontano di Vespasiano, ch'io tralascio, perchè o imposture o semplicità di quei tempi. E non ne mancano nella storia stessa di Tito Livio. A san Clemente martire si crede che in quest'anno succedesse Cleto nel pontificato romano.

Consoli

Lucio Cejonio CommodoeDecimo Novio Prisco.

Son di parere alcuni, che questoLucio CejonioConsole fosse avolo (se pur non fu padre) diLucio Vero, che noi vedremo a suo tempo adottato da Adriano imperadore, ciò risultando da Giulio Capitolino[Capitolinus, in Vita Lucii Veri.]. Abbiamo da Tacito[Tacitus, in Vita Agricolae, cap. 9.], cheGneo Giulio Agricola, stato console nell'anno precedente, fu inviato governatore della Bretagna in luogo di Giulio Frontino. Era Agricola uomo di rara prudenza ed onoratezza. Giuntoche fu là, non lasciò indietro diligenza veruna per rimettere la buona disciplina fra le milizie, e per levare gli abusi dei tempi addietro, per gli quali erano malcontenti que' popoli, moderando le imposte, e compartendole con ordine: con che cessarono le avanie de' ministri del fisco, e tornò la pace in quelle contrade. Eransi negli anni precedenti sottratti all'ubbidienza de' Romani gli Ordovici nell'isola di Mona, creduta oggidì l'Anglesei. Agricola v'andò colle armi, e guadagnata una vittoria, ridusse quelle genti alla primiera divozione. Forse fu in questi tempi[Dio, lib. 66.], che si scoprì vivoGiulio Sabino, nobile della Gallia, che nell'anno 70 dell'Era Cristiana avea nel suo paese di Langres impugnate le armi contra de' Romani, e fatto ribellare quel popolo[Plutarch., in Amatorio.]. Sconfitto egli in una battaglia, ancorchè potesse ricoverarsi fra i Barbari, pure pel singolare amore ch'egli portava aPeponillasua moglie, chiamala da Tacito[Tacitus, Histor., lib. 4, cap. 67.]Epponina, e da PlutarcoEmpona, determinò di nascondersi in certe camere sotterranee di una sua casa in villa, con far correre voce di non esser più vivo. Licenziati pertanto i suoi servi e liberti, con dire di voler prendere il veleno, ne ritenne solamente due de' più fidati. E perciocchè gli premeva forte, che fosse ben creduta da ognuno la propria morte, mandò ad accertarne la moglie stessa, la quale a tal nuova svenne, e stette tre dì senza voler prender cibo. Ma per timore, che ella in fatti fosse dietro ad accompagnare colla vera sua morte la finta del marito, fece poi avvisarla del nascondiglio in cui si trovava, pregandola nondimeno a continuare a piagnerlo, come già estinto. Andò ella dipoi a trovarlo la notte di tanto in tanto, e gli partorì anche due figliuoli (l'uno dei quali Plutarco dice d'aver conosciuto), coprendo sì saggiamente la sua gravidanza e il suo parto,che niuno mai s'avvide del loro commercio. Portò la disgrazia, che dopo vari anni fu scoperto l'infelice Sabino, e condotto con la moglie a Roma. Per muovere Vespasiano a pietà, gli presentò Epponina i due suoi piccioli figliuoli, dicendo,che gli avea partoriti in un sepolcro per aver molti che il supplicassero di grazia, ed aggiugnendo tali parole, che mossero le lagrime a tutti, e fino allo stesso Vespasiano. Contuttociò Vespasiano li fece condannare amendue alla morte. Allora Epponina, saltando nelle furie, gli parlò arditamente, dicendogli fra l'altre cose,che più volentieri avea sofferto di vivere in un sepolcro, che di mirar lui imperadore. Non si sa perchè Vespasiano, che pur era la stessa bontà, e tanti esempli avea dato finora di clemenza, procedesse qui con tanto rigore, se forse non l'irritò sì fattamente l'indiscreto parlare dell'irata donna, che dimenticò di essere quel ch'egli era. Attesta Plutarco, che per questo rigor di giustizia, tuttochè l'unico di tutto l'imperio di Vespasiano, venne un grande sfregio al di lui buon nome; ed egli attribuisce a sì odioso fatto l'essersi dipoi in breve tempo estinta tutta la di lui casa. Non saprei dire, se i poeti di questi ultimi tempi abbiano condotta mai sul teatro questa tragica avventura: ben so, che un tale argomento vi farebbe bella comparsa, siccome stravagante e capace di muovere le lagrime oggidì, come pur fece allora.

Consoli

Flavio Vespasiano Augustoper la nona volta, eTito Flavio Cesareper la settima.

Essendo in quest'anno, siccome dirò, mancato di vita Vespasiano Augusto, potrebbe darsi, secondo le congetture dame recate altrove[Thesaurus Novus. Inscript., pag. 111.], che nelle calende di luglio il consolato fosse conferito aMarco Tizio Frugie aVito ViniooVinicio Giuliano. Pacificamente avea fin qui Vespasiano amministrato l'imperio, e meritava ben il saggio e dolce suo governo, ch'egli non trovasse de' nemici in casa. Tuttavia, o sia perchè la morte sola di Sabino, compianta da tutti, rendesse odioso questo principe, oppure perchè Tito destinato suo successore fosse, per quanto vedremo, poco amato, ovvero, come è più probabile, perchè non mancano, nè mancheranno mai al mondo dei pazzi e degli scellerati: certo è che in quest'anno due de' principali tramarono una congiura contra di Vespasiano[Dio, lib. 66. Suetonius, in Tito, cap. 6.]. Questi furonoAlieno Cecina, già stato console, edEprio Marcello, potenti in Roma, amati e beneficati da esso Augusto. Si credeva egli d'aver in essi due buoni amici, e non avea che due ingrati: vizio corrispondente ad altre loro pessime qualità. Venne scoperta la congiura: si trovò avervi mano molti soldati, e Tito Cesare ne fu assicurato da lettere scritte di lor pugno. Non volle esso Tito perdere tempo, perchè temeva che nella notte stessa scoppiasse la mina, e però fatto invitarCecinaseco a cena, dopo essa il fece trucidar dai pretoriani senza altro processo.Marcello, citato e convinto, allorchè udì proferita contra di lui la sentenza di morte, colle proprie mani si tagliò con un rasoio la gola. Non potea negarsi che la risoluzion presa da Tito contra Cecina non fosse giusta, o almeno scusabile: contuttociò per cagion d'essa egli incorse nell'odio di molti. Dopo questa esecuzione sentendosi Vespasiano[Idem, in Vespasiano, cap. 24.]alquanto incomodato nella salute per alcune febbrette, si fece portare alla sua villa paterna nel territorio di Rieti, siccome era solito nella state. In quelle parti v'erano l'acque cutilie, sommamente fredde da Strabone e daPlinio chiamate utili a curar varii mali. Riuscirono queste perniciose non poco o per la lor natura, o pel troppo berne, a Vespasiano, di maniera che gl'indebolirono forte lo stomaco, e gli suscitarono una molesta diarrea. Era egli principe faceto, e dacchè cominciò a sentir quelle febbri, ridendo e burlandosi del superstizioso ed empio rito de' suoi tempi, nei quali si deificavano dopo morte gl'imperadori, disse:Pare ch'io incominci a diventar dio. Erasi anche veduta poco innanzi una cometa, e parlandone in sua presenza alcuni:Oh, disse,questa non parla per me. Quella sua chioma minaccia il re de' Parti che porta la capigliatura. Quanto a me son calvo. E perciocchè, non ostante l'infermità sua egli seguitava ad operar come prima, attendendo agli affari dell'imperio, e dando udienza ai deputati delle città (del che era ripreso dai familiari) rispose:Un imperadore ha da morire stando in piedi. Morì egli in fatti, conservando sempre il medesimo coraggio, nel dì 23 o 24 di giugno, in età di settant'anni, e non già per male di podagra, come alcuni pensarono: molto meno per veleno, che taluno falsamente[Dio, lib. 66.], e fra gli altri Adriano imperadore, disse a lui dato in un convito da Tito suo figliuolo, principe, in cui non potè mai cadere un sì nero sospetto. Si fecero poscia i suoi funerali colla pompa consueta, e gli fu dato il titolo diDivo. Da Svetonio[Sueton., in Vespasiano, cap. 19.]si raccoglie che a tali esequie intervenivano anche i mimi, o sia i buffoni, ballando, atteggiando ed imitando i gesti, la figura e il parlare del defunto imperadore. Il capo de' mimi, che in questa occasione rappresentava la persona di Vespasiano, probabilmente colla maschera simile al di lui volto, volendo esprimere l'avarizia a lui attribuita, dimandò ai ministri dell'erario, quanto costava quel funerale. Dissero:Ducento cinquantamila scudi. Ed egliDatemene solo dugento cinquanta, e gittatemi nel fiume. Gran disavventura si credeva allora il restar senza sepoltura: ma per un poco di guadagno, secondo costui, si sarebbe contentato Vespasiano di restarne privo.

Era già suo collega nell'imperio, cioè nel comando dell'armi, e nella tribunizia podestà,Tito Flavio Sabino Vespasiano Cesare, suo primogenito; e però bisogno non ebbe di maneggi per acquistare una dignità, di cui egli già buona parte godeva, e di cui anche il padre l'avea dichiarato erede nel suo testamento. Prese bensì il titolo d'Augusto, indicante la suprema potestà, e quella diPontefice Massimo; e dal senato gli fu conferito il glorioso nome diPadre della Patria, come apparisce dalle sue medaglie. Per testimonianza di Svetonio[Sveton., in Tito, cap. 1.], egli era nato in Roma nell'anno 41 dell'epoca nostra, in cui Caligola imperadore fu ucciso. Siccome suo padre in quei tempi si trovava in molto bassa fortuna, così Tito nacque vicino al Settizionio vecchio entro una brutta casuccia in camera stretta e scura, che si mostrava anche ai tempi del suddetto Svetonio, per una rarità. Fanciullo fu messo alla corte, probabilmente per paggio, al servigio di Britannico, figliuolo di Claudio imperatore, e con esso lui allevato, studiando seco e sotto i medesimi maestri, le lettere e le arti cavalleresche. Tanta era la famigliarità d'esso lui con Britannico, che in occasion del veleno dato a quell'infelice principe, ne toccò anche a lui non poco, per cui soffrì una grave malattia. Divenuto poi imperadore, mostrò la sua riconoscenza ad esso Britannico, con fargli ergere due statue, l'una dorata, e l'altra equestre d'avorio. Giovanetto di alta statura, di gran robustezza, di volto avvenente ed insieme maestoso, con facilità imparò l'arti della guerra e della pace, peritissimo soprattutto in maneggiar armi e cavalli. Egregiamente parlava il latino e il greco linguaggio, sapea fardelle belle orazioni, sapea di musica, e tal possesso avea in far versi, che anche fra gl'improvvisatori facea bella figura. L'imitare gli altrui caratteri gli era facilissimo, e scherzando dicea:Ch'egli avrebbe potuto essere un gran falsario. Fece dipoi col padre varie campagne nelle guerre della Germania, e Bretagna, e poscia nella Giudea, siccome di sopra fu detto, lasciando segni di prudenza e di valore in ogni occasione, e comperandosi dappertutto l'affetto delle milizie. Mirabile specialmente era in lui l'arte di farsi amare, parte a lui venuta dalla natura, e parte acquistata colla saggia sua accortezza, perchè in lui si trovava unita un'aria dolce e una rara bontà verso tutti, con affabilità popolare ed insieme con gravità, che guadagnava i cuori, e nello stesso tempo esigeva il rispetto di ognuno. Ebbe per prima sua moglieArricidia Tertulla, figliuola d'un prefetto del pretorio. Morta questa, sposòMarcia Furnilladi nobilissimo casato, ma dopo averne avuto una figliuola, nomataGiulia Sabina, di cui parleremo a suo luogo, la ripudiò. In tale stato era Tito, allorchè succedette al padre Augusto nel governo della repubblica romana, ma non senza difetti, la menzion de' quali io riserbo all'anno seguente. Nel presente si crede[Plinius Junior, lib. 6, epist. 16 e 20.]che avvenisse la morte diPlinio il vecchio, celebre scrittore di questi tempi, intorno alla cui patria hanno disputato Verona e Como. Nel primo dì di novembre cominciò spaventosamente il monte Vesuvio a fumare[Dio, lib. 66.], a gittar fiamme, pietre e ceneri, che empievano tutti i luoghi circonvicini. Plinio seniore, che si trovava allora a Miseno, comandante di quella flotta, portato dal suo incessante studio delle cose naturali, sopra una galea si fece condurre sino a Castell'-a-mare di Stabia, per essere più vicino a contemplare il terribile sfogo di quel monte; ed ancorchè vedesse le genti scappare dalla parte del mare, pernon esser colte dal torrente del fuoco, o dai sassi, pure si fermò quivi la notte. Allorchè volle anch'egli fuggire, non gli fu permesso dal mare, ch'era in fortuna. Sicchè soffocato dall'odore dello zolfo, e dall'aria ingrossata da quelle esalazioni, lasciò ivi la vita.Plinio secondo, il giovane, comasco, suo nipote, e da lui adottato per figliuolo, uomo non men dello zio dotato di meraviglioso ingegno, che soggiornava allora a Miseno, corse anch'egli pericolo della vita in quel brutto frangente, ma ebbe tempo da ridursi in salvo.

Consoli

Tito Flavio Augustoper l'ottava volta, eDomiziano Cesareper la settima.

Con tutte le belle e plausibili prerogative, colle quali Tito arrivò al trono imperiale, non si vuol dissimulare ciò che scrive di lui Svetonio[Sueton., in Tacito, cap. 7.], cioè aver egli somministrata occasione a molti del popolo romano di credere ch'egli nel governo avesse da riuscire un cattivo principe, anzi un altro Nerone. Si perdeva egli talvolta nelle gozzoviglie coi suoi amici dal buon tempo, stando a tavola sino a mezza notte: dal che si guardavano allora i saggi Romani. Recava loro pena il parere, ch'egli fosse immerso nella libidine anche più abbominevole, stante le qualità delle persone della sua corte, e l'esser egli stato sì sconciamente invaghito della regina Berenice. Temevasi inoltre di trovare in lui un principe, a cui più del dovere piacesse la roba altrui, sapendosi che prendeva regali anche nell'amministrazion della giustizia. Ma dopo la morte del padre cessarono tutti questi sospetti. Tito con istupore e piacer d'ognuno comparve tutt'altro, scoprendosi esenteda ogni vizio, e solamente fornito di eccellenti virtù, di maniera che si convertirono in lode sua tutt'i conceputi timori di lui. Licenziò tosto dalla sua corte qualunque persona che dar potesse scandalo, ed elesse amici di gran senno e proprietà, tali che anche i susseguenti principi se ne servirono, come di strumenti utili o necessari al buon governo. Tornò a Roma laregina Berenice, figurandosi, che potendo ora Tito far tutto, molto anch'ella potrebbe sopra di lui. Se ne sbrigò egli e rimandolla alle sue contrade. I conviti, ai quali invitava or l'uno or l'altro de' senatori e de' nobili, erano allegri, ma senza profusione od eccesso. Più non si osservò in lui ruggine d'avarizia; mai non tolse ad alcuno il suo e neppur ammetteva i regali soliti a darsi dalle provincie, città ed università agli Augusti. Eppur niuno d'essi imperadori gli andò innanzi nella munificenza e magnificenza. Imperciocchè in quest'anno egli dedicò l'anfiteatro[Sueton., in Tacit., cap. 8.], appellato oggi il Colosseo, stupenda mole, incominciata, per quanto si crede, da Vespasiano suo padre, e da lui perfezionata. Nulla più fa intendere qual fosse la potenza e splendidezza degli antichi Augusti, quanto i pezzi che restano tuttavia di quel superbo edifizio. Fabbricò eziandio le Terme, o sia i bagni pubblici, presso al medesimo anfiteatro, le cui vestigia pur ora si mirano circa la chiesa di san Pietro in Vincula, per attestato del Nardino, del Donato e d'altri. Ed allorchè si fece la dedicazion di tali fabbriche, cioè quando si misero all'uso pubblico, Tito solennizzò la funzione con maravigliosi e magnifici spettacoli, descritti da Dione[Dio, lib. 66.]. Si fecero combattimenti navali, giuochi di gladiatori, caccie di fiere, cinquemila delle quali furono uccise nell'anfiteatro in un sol dì, e quattro altre migliaia ne' susseguenti giorni. Nè vi mancarono i giuochi circensi, e una gran profusione di doni alpopolo. Durarono cento dì così allegre e dispendiose feste.

L'incendio del Vesuvio, di sopra da me accennato, che fu de' più terribili che mai si sieno provati, avea portata la rovina o notabili danni alle città e terre della Campania. Tito inviò colà due senatori, già stati consoli con buone somme di danaro, acciocchè si rimettessero in piedi le fabbriche. Per tali spese assegnò ancora i beni di tutti coloro che erano morti senza eredi, benchè, secondo le leggi, que' beni appartenessero al suo fisco. Ed egli stesso colà si portò, non tanto per mirar la desolazion de' luoghi, quanto per affrettarne il sollievo. Ma a questa disgrazia ne tenne dietro un'altra non meno spaventosa e lagrimevole. Attaccatosi il fuoco in Roma, vi consumò il Campidoglio, il tempio di Giove Capitolino, il Pantheon, i templi di Serapide e d'Iside, siccome quel di Nettuno ed altri; il teatro di Balbo e di Pompeo, il palazzo d'Augusto colla biblioteca, e molti altri pubblici edifizii. Sì ampia fu la strage delle fabbriche, che fu creduto quell'incendio non operazion degli uomini, ma gastigo mandato da Dio. Se ne afflisse sommamente Tito, protestando nondimeno, che a lui come principe apparteneva il risarcimento di tante fabbriche del pubblico. In fatti a questo fine alienò tutt'i più preziosi mobili de' suoi palazzi; e quantunque molti particolari, e varie città, e alcuni dei re sudditi, gli offrissero o promettessero di molto danaro per quel bisogno, non volle che alcuno si scomodasse, riserbando tutte quelle spese alla propria borsa. Dopo sì fiero incendio succedette in Roma una atrocissima peste, di cui parlano Svetonio e Dione, e che, secondo[Aurelius Victor, in Breviar.]Aurelio Vittore, fu delle più micidiali che mai si provassero in quella città, e se ne diede la colpa alle esalazioni del Vesuvio. Dubito io, questa essere la medesima, che di sopra all'anno 77 fu riferita da Eusebio, e però collocata fuor di sito, cioèsotto l'imperio di Vespasiano. La fece Tito da padre in sì funeste circostanze, consolando il popolo con frequenti editti, ed aiutandolo in quante maniere gli fu mai possibile. Certo inesplicabile fu l'amore ch'egli portava ad ognuno, e la bontà sua e la premura di far del bene a tutti. Era lecito ad ognuno l'andare all'udienza sua, ed ognuno ne riportava o consolazione o speranza. E perchè i suoi dimestici non approvavano ch'egli promettesse sempre perchè non sempre poi poteva mantener la parola: rispondeva,non doversi permettere che alcuno mai si parta malcontento dall'udienza del principe suo. Tanta era in somma l'inclinazione sua a far dei benefizii, che sovvenendogli una notte, mentre cenava, di non averne fatto veruno in quel dì, sospirando disse quelle sì celebri e decantate parole[Sueton., Dio, Eutropius, Eusebius.]:Amici io ho perduta questa giornata. Giunse a tanto questa benignità e amorevolezza, che nel poco tempo ch'egli regnò, a niuno per impulso o per ordine suo tolta fu la vita.

Diceva di amar piuttosto di perir egli, che di far perire altrui. In effetto, ancorchè si venisse a sapere che due de' principali romani faceano brighe e congiure per arrivar all'imperio, e ne fossero essi anche convinti, pure non altro egli fece, se non esortarli a desistere, dicendo cheil principato vien da Dio, nè si acquista colle scelleraggini; e che se desideravano qualche bene da lui, prometteva di farlo[Suetonius, in Tito, cap. 9. Dio, lib. 66.]. Dopo di che, per timore che la madre d'uno di questi senatori si trovasse in grandi affanni, le spedì dei corrieri, acciocchè l'assicurassero che suo figliuolo era salvo. Inoltre la notte stessa tenne seco a cena questi due personaggi, e nel dì seguente li volleallo spettacolo de' gladiatori a' suoi fianchi. Allora fu che portate a lui le spade di que' combattenti, com'era il costume, le diede in mano ad amendue, acciocchè osservassero s'erano taglienti, per far loro tacitamente conoscere, che più non dubitava della loro fedeltà. Ma ciò che sopra ogni altra cosa gli conciliò l'amore d'ognuno, fu l'aver egli levato via l'insoffribile abuso introdotto sotto i precedenti cattivi imperadori; cioè che a qualsivoglia persona era permesso l'accusare altrui d'avere sparlato del principe, o d'avergli mancato di rispetto: il che era delitto di lesa maestà. Una licenza sì fatta teneva tutti sempre in una apprensione e schiavitù incredibile. Tito ordinò ai magistrati, che non ammettessero più sì fatte accuse, ed egli stesso perseguitò vivamente la mala razza di cotali accusatori, facendoli battere o mettere in ischiavitù, o pure esiliandoli. Soleva perciò dire:Non credo che mi si possa fare ingiuria, perchè non opero cosa, di cui con giustizia io possa essere biasimato. Che se pur taluno ingiustamente mi biasima, egli fa ingiuria più a sè, che a me: ed io in vece d'adirarmi contro di lui, ho d'aver compassione della sua cecità. E se talun dice male dei miei predecessori con ingiustizia, quando sia vero che questi abbiano il potere che loro s'attribuisce nell'averli deificati, sapran ben essi vendicarsene senza di me. Fece parimenti questo buon principe circa questi tempi selciar di nuovo la via Flaminia, che da Roma conduceva a Rimini. Ed Agricola[Tacitus, in Vita Agricolae, c. 22.]continuando la guerra in Bretagna, stese i contini romani sin verso la Scozia, fondando ivi castelli e fortezze, per mettervi delle guarnigioni.

Consoli

Lucio Flavio Silva Nonio BassoeAsinio Pollione Verrucoso.

Tali furono i nomi de' consoli di quest'anno, come apparisce dall'iscrizione rapportata da monsignor Bianchini, e da me[Thesaurus Novus Inscript., pag. 312 et pag. 318.]. Ma in un'altra iscrizione da me data alla luce, il primo console è appellatoLucio Flavio Silvano. Di lagrime e sospiri abbondò Roma in questo anno. Un ottimo principe oramai la governava, che amava tutti come figliuoli, comunemente ancora amato da ognuno, e che perciò avea conseguito un titolo, non prima nè poi dato ad alcun altro de' romani imperadori, cioè era chiamato[Suet., in Tito, cap. 10.]la delizia del genere umano. O sia ch'egli non si sentisse ben di salute, o che qualche cattivo presagio gli facesse apprendere vicina la morte; perciocchè non si può dire, quanto i Romani d'allora fossero superstiziosi, e dai vari accidenti vanamente deducessero i buoni o tristi successi dell'avvenire, o pur badassero agli strologhi: fuor di dubbio è, che Tito Augusto nulla operò in quest'anno di singolare. Si fecero degli spettacoli, e vi assistè; ma nel fin d'essi fu veduto piagnere. Comparve ancora in quest'anno nell'Asia un furbo appellato Terenzio Massimo, che si facea credereNerone Augusto[Zonara, in Chr.], già morto, e fu ben accolto daArtabano re de' Parti. Anzi parea, che quel barbaro re si preparasse per muovere guerra a Tito, con pretendere di rimettere sul trono un sì fatto impostore. Se Tito se ne mettesse pensiero, non è a noi noto. Volle egli, venuta la state, portarsi alla casa paterna nel territorio di Rieti, e melanconico piùdel solito uscì di Roma, perchè nel voler sagrificare, era fuggita la vittima di mano al sacerdote; ed essendo tempo sereno, s'è sentito il tuono. Alloggiato la sera in non so qual luogo, gli venne la febbre. Posto in lettiga, continuò il viaggio, e come già fosse certo che quell'era la ultima sua malattia, fu veduto tirar le cortine, e mirare il cielo, e dolersi, perchè in età sì immatura egli avesse da perdere la vita; giacchè egli non sapea di aver commessa azione alcuna, di cui si avesse a pentire, fuorchè una sola. Qual fosse questa, non si potè mai sapere di certo, quantunque molte dicerie ne fossero fatte. Dione[Dio, lib. 66.]con più fondamento riferisce ciò al tempo in cui vide disperata la sua salute. Arrivato alla villa paterna, dove il padre avea terminata la sua vita, anch'egli, crescendo il male, vi trovò la morte. Siccome in casi tali avviene, ognun disse la sua. Per quanto scrive Plutarco[Plutar., de Sanit.], i suoi medici attribuirono la cagion di sua morte ai bagni, a' quali s'era talmente avvezzato che non potea prendere cibo la mattina, se prima non s'era portato al bagno. Forse l'acque fredde della Sabina gli nocquero. Anche un certo Regolo, che con esso lui si bagnò nello stesso giorno, fu sorpreso da un colpo di apoplessia, per cui morì. Altri pretesero[Aurelius, in Breviar.], cheDomizianosuo fratello il levasse dal mondo col veleno, perchè più volte anche prima gli avea insidiata la vita; ed altri[Dio, lib. 66.], che veramente egli mancasse di malattia naturale. Aggiugne Dione, che Domiziano, allorchè Tito era malato, e potea forse riaversi, il fece mettere in un cassone pieno di neve, non so, se col pretesto di rinfrescarlo, o di ottener quell'effetto, che oggidì alcuni medici pretendono, con dar acque agghiacciale nelle febbri acute, ma con vero disegno di farlo morirepiù presto. Quel ch'è certo, non era per anche mortoTito, cheDomizianocorse a Roma, guadagnò i soldati del pretorio, e si fece proclamar imperadore colla promessa di quel donativo, che Tito avea loro dato nella sua assunzione all'imperio.

Tale fu il fine di questo amabile imperadore, mancato di vita nel dì 13 di settembre[Sueton., in Tito, cap. 10.], e nell'anno quarantesimo dell'età sua, dopo avere per poco più di due anni e due mesi tenuto l'imperio. Credettero alcuni politici d'allora, che fosse vantaggioso per lui l'essere tolto di vita giovane, siccome fu ad Augusto, l'essere morto vecchio. Perciocchè Augusto, sul principio del suo governo, fu costretto per la moltitudine de' suoi nemici e delle frequenti sedizioni, a commettere non poche azioni crudeli e odiose; ed ebbe poi bisogno di gran tempo, se volle guadagnarsi il pubblico amore a forza di benefizii, per li quali morì glorioso. All'incontro meglio fu per Tito il mancar di buon'ora, cioè in tempo che egli già era in possesso dell'amore di ognuno, perchè correa pericolo se fosse più lungamente vissuto, d'essere astretto a far cose che gliel facessero perdere. Volata a Roma la nuova di sua morte, fu per sì gran perdita inesplicabile il dolore di quel popolo, parendo ad ognuno di aver perduto un figliuolo o pure il padre. Altrettanto avvenne per le provincie romane. I senatori, senz'essere chiamati dai consoli o dal pretore, corsero alla curia, ed aperte le porte, diedero più lodi a lui morto, di quel che avessero fatto a lui vivo. Portato a Roma il suo cadavere, fecegli fare Domiziano il funerale, e registrarlo nel catalogo degli dii, ma senz'alcun altro degli onori, che Roma gentile soleva accordare agli altri imperadori, come giuochi annuali, templi e sacerdoti per eternare la loro memoria. FinquìFlavio Domizianoaltro titolo non avea goduto, che quello diCesare[Patin., Vaillant, Mediobarb. et alii.],e diPrincipe della gioventù. Appena prese le redini del governo, che, siccome persona gonfia di vanità ed ambizione, volle dal senato tutt'i titoli ed onori, che altri imperadori partitamente aveano ricevuto, cioè quelli d'Imperadore, d'Augusto, diPontefice Massimo, diCensoree di ornato dellatribunizia podestà. Le medaglie ancora ci assicurano, che non tardò punto a voler anche il bel nome diPadre della Patria. Qual fosse il merito suo, quali i suoi pregi, lo vedremo all'anno seguente. Egli era nato nell'anno cinquantesimo dell'Era nostra; e però cominciò il suo reggimento in età giovanile; e diede il titolo d'AugustaaDomiziasua moglie.

Consoli

Flavio Domiziano Augustoper l'ottava volta, eTito Flavio Sabino.

Era questoSabinoconsole, cugino carnale di Domiziano, perchè figliuolo diTito Flavio Sabino, fratello di Vespasiano, e prefetto di Roma, da noi veduto ucciso negli ultimi giorni di Vitellio Augusto. Avea già dato principio Domiziano imperadore al suo governo, non diversamente da alcuni suoi predecessori, buoni sulle prime, e nel progresso del tempo d'ogni crudeltà e scelleraggine macchiati[Sueton., in Domitiano, cap. 8.]. Salito sul tribunale, posto in piazza, bene spesso ascoltava e decideva giudiciosamente e giustamente le liti. Cassò molte sentenze date dai giudici con indebita parzialità, dichiarando infami quei d'essi che si scoprivano aver preso danaro per vendere la giustizia[Aurelius Victor, in Epitome.]. Tanta attenzione ebb'egli anche nel resto dei suoi anni all'amministrazione di essa giustizia, non solo in Roma, ma anche nelle provincie, che, per attestato diSvetonio, non si videro mai in tutto l'imperio romano i governatori e i magistrati sì modesti e giusti, come sotto di lui. E perchè questi dopo la sua morte lasciarono la briglia alla loro malnata avidità di far danaro, furono poi per la maggior parte condannati e puniti. Come censore perpetuo fece ancora alcune belle provvisioni. Volle nei teatri, distinti dalla plebe i sedili de' cavalieri. Abolì le pasquinate e i libelli famosi, pubblicati contro l'onore dei nobili dell'uno e dell'altro sesso, gastigandone gli autori, se venivano a scoprirsi. Cacciò dal senatoCecilio Rufinoquestore, perchè si dilettava di far il buffone e il ballerino. Alle pubbliche meretrici vietò l'uso della lettiga, e il poter conseguire eredità e legati. Levò dal ruolo dei giudici un cavaliere romano, perchè dopo avere accusata di adulterio e ripudiata la moglie, l'avea dipoi ripigliata. Secondo la legge statinia condannò alcuni de' senatori e cavalieri per la lor impudicizia. Nè il padre nè il fratello di lui aveano presa cura degli adulterii delle vergini vestali, le quali, come ognun sa, venivano obbligate a conservar la verginità. Rigorosamente volle egli, siccome Pontefice massimo, che si eseguisse contra di loro la pena capitale, prescritta dalle leggi; nè risparmiò i dovuti gastighi o d'esilio o di morte ai complici dei lor falli. Parve[Sueton., in Domitiano, cap. 9.]parimente ne' principii del suo governo, ch'egli abborrisse il levar la vita agli uomini, nè fosse punto avido della roba altrui. Anzi inclinava egli molto alla liberalità, e ne diede dei gran saggi verso tutti i suoi cortigiani, parenti ed amici, loro poscia severamente incaricando di guardarsi da ogni sordida azione per far danaro. Le eredità a lui lasciate da chi avea figliuoli, le ricusò. Molte terre decadute al fisco restituì ai padroni di esse. Decretò l'esilio a quegli accusatori che non provavano le lor denunzie ed accuse. Molto più aspramente trattò coloro che intentavanoprocessi calunniosi di contrabbandi in favore del fisco; imperocchè egli diceva:Chi non gastiga i falsi accusatori, anima essi ed altri a questo iniquo mestiere. Non fu minore la sua magnificenza nel rifare il Campidoglio: che fu mirabil cosa, perchè, secondo la testimonianza di Plutarco[Plutarc., in Vita Poplic.], nelle sole dorature egli v'impiegò dodicimila talenti: il che era un nulla rispetto alle spese fatte nell'adornare il proprio palazzo. Rifabbricò eziandio varj templi bruciati sotto Tito Augusto, mettendovi il suo nome, e non già quello de' primieri. Fece di pianta il tempio della famiglia Flavia, lo stadio per gli atleti, l'Odeo per le gare de' musici, e la Naumachia per gli combattimenti navali.Marziale, poeta di questi tempi, sfacciato adulatore di Domiziano, esalta alle stelle tutte queste sue fabbriche, ed ogni altra sua azione. Ora quanto s'è detto fin qui potrà far credere ai lettori, che Domiziano comparisse figliuolo ben degno di un Vespasiano, e fratello d'un Tito, principi che aveano restituito il suo splendore a Roma, e all'imperio romano. Ma noi non tarderemo a vederlo indegno lor figlio e fratello, e tiranno non signore di Roma. Prese egli in quest'anno il titolo d'imperadoreper la terza volta, a cagione, per quanto si crede, di qualche vittoria riportata daGiulio Agricolanella Bretagna. Colà s'inoltrò cotanto quel valente capitano coll'armi romane, che arrivò sino ai confini dell'Irlanda[Tacitus, in vita Agricolae, cap. 24.].


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