V

Consoli

Gneo Cornelio Cinna Magno,Lucio Valerio Messalla Voluso.

DiCinna, console nell'anno presente, abbiam favellato nel precedente. L'altroVolusotaluno ha creduto che fosse piuttosto cognominatoVoleso, perchè una iscrizione rapportata dal Fabretti[Fabrettus, Inscription., pag. 703.]fuposta L. VALERIO VOLESO, CN. CINNA MAGNO COSS. Il Grutero, riferendo la stessa iscrizione, lesse VOLSEO, ma con errore. Certamente un marmo, veduto co' suoi occhi dal Fabretti, bastar dovrebbe a stabilire il cognome diVoleso. Ma mi ritiene una medaglia pubblicata da Fulvio Orsino e dal Patino[Patinus, Famil. Roman.], dove è la figura d'Augusto, e nel rovescio VOLVSUS VALER. MESSAL. III. VIR. A. A. A. F. F. Questi par certamente lo stesso che fu poi console o almeno della stessa casa. Abbiamo da Vellejo[Vellejus, lib. 2.], che nell'anno secondo oppure terzo dell'Era nostra, s'era suscitata in Germania una gran guerra, la qual durava tuttavia. Dappoichè nell'anno precedente Augusto ebbe adottato Tiberio, e volendo accreditarlo maggiormente nel mestiere delle armi e nel comando delle armate, nel quale si era egli anche molti anni prima esercitato con mollo onore, poco stette a spedirlo in Germania. Andò Tiberio, e con esso lui era Vellejo Patercolo generale della cavalleria. Soggiogò i Caninefati, gli Attuari e i Brutteri, e fece ritornare all'ubbidienza i Cherusci. Terminata poi con reputazione la campagna, nel dicembre se ne ritornò a Roma per visitare i genitori. Quindi nella primavera di quest'anno di nuovo si portò in Germania. Le prodezze ivi fate da Tiberio si veggono descritte ed esaltate da esso Vellejo istorico. Per attestato di lui sottomise gran parte di quei feroci popoli, de' quali nè pur dianzi si sapeva il nome. Fra gli altri domò iLongobardi, gente la più fiera e valorosa dell'altre: il che è ben da avvertire: perchè dopo alcuni secoli vedremo questa medesima nazione dominante in Italia. Le conquiste di Tiberio arrivarono sino al fiume Elba; cosa non mai tentata in addietro nè allora sperata da alcuno. Venuta poi la stagion de' quartieri, volò Tiberio a Roma a ricevere i complimenti de' genitori e il plauso delpopolo, per così vantaggiosa e gloriosa campagna.

Circa questi tempi, o pur nell'anno precedente, vennero a Roma gli ambasciadori de' Parti, padroni allora della Persia, per chiedere un re ad Augusto[Sveton., in Tiber., cap. 16. Joseph., Antiq. Judaic., lib. 18.]. Volle egli che andassero anche in Germania ad esporre la stessa dimanda a Tiberio Cesare, per avvezzar la gente al rispetto e alla stima di questo suo figliuolo. Era stato uccisoFraate re dei Partida uno scellerato suo figlio, per iniqua voglia di regnare, benchè egli poi non solo non conseguì il regno, ma vi perdè la vita. Gli altri figliuoli di Fraate stavano in Roma da qualche tempo, mandati colà per ostaggi della sua fede dal padre. Aveano chiesto i Parti per loro re ad AugustoOrode, uno de' figliuoli di Fraate; ma ottenutolo, fra poco l'uccisero. Richiesero poscia un altro d'essi figliuoli, cioèVenone; e questi andò a prendere il possesso di quella corona, per restare anche egli dopo alcuni anni vittima del furore di quella barbara nazione. Ma non è certo, se all'anno presente appartenga l'andata di essoVenonecolà. Abbiamo varii regolamenti fatti da Augusto in questo anno[Dio, Histor. lib. 15.]. Difficilmente s'inducevano allora i nobili a lasciar entrare nel collegio delle vergini Vestali le lor figliuole, perchè presso i Gentili non era in pregio, anzi era in dispregio il celibato; nè mancavano disordini succeduti fra le stesse Vestali. Necessario fu un decreto, per cui fosse lecito alle fanciulle discendenti da liberti di entrarvi. Molte di queste si presentarono e furono elette a sorte; ma niuna d'esse vi entrò. Lamentavasi anche la milizia romana della tenuità della paga. Augusto, per animare i soldati a sostenere il peso della guerra, e molto più per conciliarsi l'affetto loro, siccome preventivamente accennai, volle che si accrescesse lo stipendio tanto alle legioni mantenute in varii siti dell'imperio, quanto ai pretorianidestinati a far la guardia dell'imperadore e del palazzo pubblico. Colla sua propria borsa supplì egli per ora, e nell'anno prossimo vi provvide con un altro ripiego. Dione ci dà il registro di tutta la fanteria e cavalleria che allora continuamente era mantenuta in piedi dalla repubblica romana; e questa andò poi crescendo e calando, secondo la diversità de' bisogni, o pur della pubblica felicità. Il pagamento allora de' soldati era ben superiore a quel d'oggidì.

Consoli

Marco Emilio LepidoeLucio Arruntio.

Il Panvinio ed altri hanno scritto, che a questi consoli ne furono sostituiti nel dì primo di luglio due altri cioèCajo Ateio CapitoneeCajo Vibio Capitone. Ma non è certo il fatto. Essendo mancante la iscrizione rapportata da esso Panvinio, può restar sospetto che tai consoli appartengano ad un altro anno. Vedemmo accresciute da Augusto le paghe ai soldati[Dio, lib. 55.]. Per soddisfare a tali spese, per le quali non era bastante il privato erario d'Augusto, e nè pure il pubblico, si pensò a mettere un nuovo aggravio. Fu dato ordine a tutti i senatori di esporre il loro parere in iscritto. In ultimo col fingerne uno già meditato da Giulio Cesare, si decretò che da lì innanzi si pagasse la vigesima parte delle eredità e dei legali, eccettuate quelle che pervenivano a' figliuoli ed altri stretti parenti, e quelle de' poveri. Sebbene può dubitarsi, se tale eccezione venisse dipoi mantenuta da lutti i susseguenti imperadori: certo è, che questo pesante aggravio rincrebbe assaissimo al popolo romano, e, secondo l'uso delle cose umane, se fu facile l'introdurlo, riuscì poi difficilissimo il levarlo. E però nelle antiche iscrizioni s'incontra talvolta l'uffizio di chi eraimpiegato in raccogliere questo tributo. Ai lamenti del popolo se ne aggiunsero dei più gravi nell'anno presente per cagione d'una fiera carestia che afflisse la città di Roma[Sveton., in August., cap. 42.]. Oltre ad altre provvisioni e spese fatte da Augusto in aiuto de' cittadini poveri, fu preso lo spediente di cacciar fuori di città i gladiatori e gli schiavi condotti per esser venduti, e la maggior parte de' forestieri: la qual somma di persone ascese a più di ottantamila. Finita poi quella angustia, cadde in pensiero ad Augusto di abolir l'uso introdotto del frumento, che dai granai del pubblico si donava alla plebe, e di cui talvolta erano partecipi dugento e più mila persone, parendo a lui, che per cagione di questa liberalità si trascurasse l'agricoltura. Non mutò poi questo uso, perchè pericoloso sarebbe stato anche il solo tentarlo; ma attese ben da lì innanzi a far più coltivar le campagne, e volea nota di tutti gli aratori, non meno che di tutti i negozianti e del popolo. Più frequenti divennero in questi tempi gli incendii in Roma, originati forse da chi cercava coi rubamenti di sovvenire alla fame. Stabilì pertanto il provvido Augusto sette corpi di guardia, chiamati i Vigili, che la notte battessero la pattuglia: impiego, che egli pensava di abolire in breve; ma ritrovato utile, anzi necessario, fu dipoi continuato anche sotto gli altri imperadori.

Diversi guai parimente si provarono nelle provincie del romano imperio in quest'anno per le sedizioni e ribellioni dei popoli[Dio, Histor., lib. 55.]. In Sardegna, nell'Isauria e nella Getulia dell'Africa, ebbero delle faccende i soldati romani, per tenere in freno quelle barbare genti. Seguitò la guerra in Germania. Tiberio Cesare era ivi generale dell'armata romana. Ma per attestato di Dione niuna rilevante impresa vi fece, quantunque sì Augusto ch'egli prendessero, il primo, il titolo d'imperadore per la quindicesima volta, ed il secondoper la quarta volta: il che solo succedea, dappoichè s'era riportata qualche vittoria. Potrebbe essere che i prosperosi successi delle armi romane in Germania nell'anno precedente guadagnassero loro questo accrescimento di lustro nel presente. Secondo Vellejo[Vellejus, lib. 2.], s'era messo Tiberio in procinto di procedere contro de' Marcomanni, gente per numero e per bravura fin qui formidabile, e non mai vinta. Meroboduo, re loro, alla potenza sapea unire la disciplina militare, e mandando ambasciatori ai Romani, talora parlava da supplicante, talora da eguale. Stendevasi il suo dominio non solamente per la Boemia, ma molto più in là fino ai confini della Pannonia e del Norico, provincie romane, di modo che poco più di dugento miglia era egli lungi dall'Italia. Ma sul più bello de' suoi preparamenti contra di Meroboduo, Tiberio intese che la Pannonia (oggidì Ungheria) e la Dalmazia, per cagion dei tribuni ribellate, tal copia d'armati avevano messo in piedi, che il terrore ne giunse a Roma stessa; giacchè que' popoli, essendo in concordia coi Triestini, minacciavano di voler in breve calare in Italia. Allora fu che Tiberio trattò e conchiuse, come potè il meglio, la pace coi Germani, per accudire a questo incendio, più importante di gran lunga dell'altro a cagione della maggior vicinanza al cuore dell'imperio. Velleio fa conto, che fossero in armi dugentomila fanti, e novemila cavalli di que' ribelli. Aveano trucidato o carcerati i soldati, i cittadini e i mercatanti romani, e già messa a ferro e fuoco la Macedonia. Gran commozione per questo fu in Roma. I paurosi si figuravano che in dieci giornate veder si potesse intorno a Roma il campo di quei sollevati. Perciò a furia si arrolarono nuovi soldati, e Vellejo Patercolo fu incaricato di condurre a Tiberio questi rinforzi. Una sì grossa armata di fanteria e cavalleria si unì, che Tiberio fu costretto a licenziarne una parte. Marciòegli contro i ribelli della Pannonia; presi i passi, li ristrinse ed affamò. In somma li ridusse a tale, che molti di essi, presso il fiume Batino, vennero a deporre l'armi, e a sottomettersi. Dicono che il lor generale Batone o fu preso, o venne anch'egli spontaneamente all'ubbidienza; e pure nell'anno seguente egli si trova coll'altro Batone dalmatino in armi contro i Romani. Voltossi dipoi Tiberio contro i ribelli dalmatini, alla testa dei quali era l'altro Batone. Valerio Messalino, governatore di quella provincia, più di una volta si azzuffò con loro, ora vincitore ed ora vinto. Tutto il guadagno dei Romani si ridusse a frastornar i disegni fatti dai nemici per passare in Italia, ma senza poter impedire ch'essi non dessero il guasto ad un gran tratto di paese finchè arrivò il verno, che mise fine alle azioni militari.

Dacchè mancò di vita nell'anno 41 d'AugustoErode il grande, re della Giudea[Joseph., Antiq. Judaic., lib. 17.],Archelaosuo figliuolo s'affrettò pel suo viaggio a Roma, affin di succedere nel regno del padre in competenza diAntipae degli altri suoi fratelli e parenti. Ottenne egli da Augusto, non già il titolo di re, ma il solo di etnarca col dominio della metà degli Stati del padre, consistente nella Giudea, Idumea e Samaria. Per conseguente egli cominciò a dominare in Gerusalemme. Gli avea promesso Augusto il titolo di re, qualora colle sue virtuose azioni se ne facesse conoscere degno. Contrario all'espettazione, anzi tirannico fu il di lui governo, di maniera che nell'anno presente i primati della Giudea e di Samaria spedirono gravissime accuse contra di lui ad Augusto[Dio, lib. 55. Strabo, lib. 16.]. Citato a Roma Archelao, e convinto de' suoi reati, n'ebbe per gastigo la relegazione in Vienna del Delfinato, e la perdita de' suoi patrimoni e tesori, che furono presi dal fisco. Ed allora fu che la Giudea, l'Idumea e la Samaria furono ridotte alla forma delle provincie del romanoimperio, ed unite alla Siria o sia alla Soria, e cominciarono ad essere governate dagli ufiziali dell'imperadore: cosa dianzi desiderata dagli stessi Giudei, perchè troppo aggravati dai propri re, speravano essi miglior trattamento dai ministri imperiali. Così cessò lo scettro di Giuda, siccome avea predetto Giacobbe[Genes., cap. 49, v. 10.], nella venuta del divino Salvatore del mondo. Il padre Pagi mette all'anno seguente la caduta di Archelao. Dione ne parla sotto il presente.

Consoli

Aulio Licinio Nerva SilianoeQuinto Cecilio Metello Cretico Silano.

Che il secondo di questi consoli usasse il cognome diSilano, l'hanno dedotto gli eruditi dal trovarsiCretico Silanoproconsole della Siria nell'anno di Cristo 16. Se ciò sussista, nol so. Da un antico marmo ancora ricavarono il Sigonio e il Panvinio che nelle calende di luglio ai suddetti consoli ne furono sostituiti due altri, cioèPublio Cornelio Lentulo Scipione e Tito Quinzio Crispino Valeriano. Procedeva assai lentamente la guerra nella Dalmazia e Pannonia, ed andavano a terminar tutte le prodezze dell'una e dell'altra parte in saccheggi ed incendii[Dio, lib. 55. Vellejus, lib. 3.]. Niuna cosa stava più a cuore di Tiberio che il non esporre a rischio i suoi soldati, parendogli troppo cara anche una vittoria, quando si avesse a comperar colla vita di molti de' suoi. Ma non piaceva ad Augusto una sì melensa maniera di guerreggiare; e dubitando egli che Tiberio non si curasse di finir que' romori, per poter più lungamente godere del comando dell'armi: mandò colà con un copioso rinforzo di gentiGermanico Cesare, nipote d'esso Tiberio, e figliuolo di lui per adozione, giovane amatissimo dai soldatiper la memoria del valoroso suo padre Claudio Druso. Non vi spedìAgrippa Cesare, figliuolo di Giulia sua figlia, perchè, siccome accennai, trovatolo di sregolati costumi, in quest'anno il relegò nell'isola Pianosa vicina alla Corsica. Le imprese fatte da Tiberio e Germanico in questa campagna furono di poca conseguenza. Vero è che i due Batoni, iti ad assalire gli alloggiamenti romani, furono con loro perdita respinti, e che Germanico recò dei gravi danni ai Mazei e ad altri popoli della Dalmazia; ma altro ci volea che questa, per ridurre al dovere quelle feroci nazioni. Anche Marco Lepido, tenente generale di Tiberio, s'acquistò grande onore, e meritò gli ornamenti trionfali, per essere venuto ad unirsi con lui, aver tagliati a pezzi molti dei nemici che se gli opposero nel viaggio, ed aver dato il sacco ad un gran tratto del loro paese.

Era stato inviato da Augusto per governatore nella Siria nell'anno precedentePublio Sulpicio Quirinio, personaggio illustre, e stato console nell'anno dodicesimo prima dell'Era volgare. Perchè la Giudea ridotta in provincia romana, per la caduta di Archelao di sopra accennata, dipendeva allora dalla Siria, Quirinio ebbe ordine di portarsi colà, per confiscare i beni d'esso Archelao, e per fare il censo, o sia la descrizion delle persone abitanti nella Giudea, e l'estimo delle facoltà d'ognuno[Joseph., Antiq., lib. 17.]. V'andò egli nell'anno presente, ed eseguì puntualmente il suo impiego, ma non senza assaissimi lamenti de' Giudei, a' quali parea una specie di schiavitù una tal novità. Nè mancarono sedizioni in quel popolo, e copiosi ammazzamenti e saccheggi per questo. Il suddetto Quirinio altri non fu che quel medesimo che in san Luca[S. Lucas, in Evang., cap. 2.]vien appellatoCirino, ed ebbe l'incumbenza di fare il censo nella Giudea allorchè venne alla luce del mondo Cristo Signor nostro. Indubitata cosa è che non può parlare il santo Evangelista del censo fatto in quest'annoda Quirinio, essendo nato il Signore, quando anche era vivente Erode il grande; ed avendo noi già accennato ch'esso Erode diede fine alla sua vita nell'anno 41 d'Augusto, cioè quattro anni prima dell'Era cristiana, per conseguente si dee ammettere un altro censo anteriormente fatto nella Giudea dal medesimo Quirinio. Ed ancorchè niun vestigio di ciò si trovi presso gli antichi storici profani, pure è bastante l'autorità dell'Evangelista per istabilirne la verità. E tanto più dicendo egli che:Haec descriptio prima facta est a praeside Cyrino. Imperciocchè quelprimaacconciamente fa dedurre, chiamarsi così quella descrizione, per distinguerla dall'altra, fatta nell'anno presente. In qual anno poi precisamente seguisse la prima delle suddette descrizioni, cioè se cinque, o sei, o sette, o più anni prima dell'Era cristiana, non s'è potuto chiarire finora.

Consoli

Marco Furio CamilloeSesto Nonio Quintiliano.

A questi consoli ordinari, nelle calende di luglio furono surrogatiLucio ApronioedAulo Vibio Habito. Trovavansi[Dio, lib. 55.]già i ribellati popoli della Pannonia e Dalmazia in grandi strettezze, perchè penuriavano cotanto di viveri, che si erano ridotti a mangiar dell'erbe. Sopravvenne ancora un'epidemia che, mietendo le vite di molti, li ridusse ad un infelicissimo stato, in guisa che già erano i più determinati di chiedere la pace; ma perchè s'opponevano a tal risoluzione coloro che mostravano di credere inesorabili i Romani, niuno osava di mandare ambasciatori al campo nemico. Assediò in questi tempi Germanico una forte città, e la costrinse alla resa. Questo colpo fu cagione che, senza più stare in bilancio,Batone, capo dei Dalmatini ribelli, munito di salvocondotto, venne ad abboccarsi con Tiberio per trattar di pace. Gli dimandò Tiberio i motivi della già fatta e tanto sostenuta ribellione. «Ne siete in colpa voi altri Romani, animosamente allora rispose Batone, perchè a custodir le vostre gregge avete inviato non dei pastori e dei cani, ma sì bene dei lupi:» chè non erano già allora cose pellegrine le violenze ed ingiustizie degli uffiziali romani, per le quali anche altri popoli cercarono di scuotere il giogo. Augusto intanto trovandosi inquieto per questa guerra, la quale, per attestato di Svetonio[Sueton., in Tiber., cap. 16.], fu creduta la più grave e pericolosa che, dopo quelle de' Cartaginesi, avesse patito il popolo romano; e volendo egli essere più alla portata di udirne le nuove, e di provvedere ai bisogni, era venuto nell'anno precedente, o pure nel corrente, a Rimini. Approvò egli le proposizioni della pace; e, in questa maniera, parte colla forza, parte coll'uso della clemenza, que' popoli tornarono all'ubbidienza primiera. Niun altro rilevante avvenimento ci porge sotto quest'anno la Storia romana.

Consoli

Cajo Pompeo SabinoeQuinto Sulpicio Camerino.

Furono sostituiti ai suddetti consoli nelle calende di luglioMarco Papio MutiloeQuinto Popeo Secondo, chiamato da alcuniSecondino; ma più sicuro è il primo cognome. Dopo aver pacificata la Pannonia e la Dalmazia, glorioso se ne tornò a Roma Tiberio Cesare[Idem, ibid., cap. 17. Dio, lib. 56.]. Augusto gli venne incontro fuori della città; il fece entrare in Roma con corona d'alloro in capo; e in un palco, dove amendue si misero a sedere in mezzo ai consoli, coi senatoriin piedi, mostrò al popolo questo suo vittorioso figliuolo. Furono in onor suo celebrati alcuni spettacoli. In questi tempi Augusto, raunati i cavalieri romani e trovato che in minor numero erano gli ammogliati che gli altri, pubblicamente lodò i primi, biasimò i secondi. Dione rapporta la di lui allocuzione, in cui egli mostrò appartenere non meno al privato che al pubblico bene che tutti avessero moglie, e si studiassero di mettere figliuoli al mondo, per mantenere le nobili famiglie romane, e sostenere il decoro della repubblica, massimamente ne' bisogni delle guerre, con inveire gagliardamente contra di tanti, i quali non già per amore del celibato, ma per avere più libertà allo sfogo della lor libidine, fuggivano il prender moglie. Pertanto in vigore della legge Papia Poppea concedette varii privilegi a chi avesse o prendesse moglie, e pene a chi dentro un convenevol termine non si ammogliasse. Ed affinchè niuno si prevalesse dell'esempio delle Vestali, le quali pure nel loro stato erano sì accreditate, disse, che quando volessero imitarle, bisognava ancora che si contentassero d'essere puniti al pari di quelle vergini, qualora contravvenissero alle leggi della continenza. Fu poi sotto Tiberio mitigata questa legge.

Poca durata ebbe la pace della Dalmazia[Vellejus, lib. 2.]. Quel Batone, capo de' Pannonii, che dianzi avea mossi alla ribellione anche i Dalmatini, dopo aver preso ed ucciso l'altro Batone, tornò a cozzar coi Romani. Vollero questi prendere la città di Retino, ma per uno stratagemma dei sollevati ne riportarono una mala percossa. S'impadronirono bensì i Romani di alcuni luoghi; ma perchè apparenza non v'era di poter così presto terminar quella guerra, e Roma per quest'imbroglio scarseggiava di viveri, Augusto tornò di bel nuovo ad inviar colà Tiberio con un possente esercito. Nulla più bramavano i soldati, che di venire ad una giornata campale. Tiberio, che non voleva espor le genti all'azzardo, e temeva diqualche sollevazione, divise in tre corpi l'armata, dandone l'uno a Silano (o sia Siliano), l'altro a Lepido, e ritenendo il terzo per sè e per Germanico suo nipote. I due primi fecero valorosamente tornare al suo dovere il paese loro assegnato. Tiberio marciò contro Batone, ed essendosi costui salvato in un castello inespugnabile per la sua situazione, perchè fabbricato sopra alto sasso, e circondato da precipizii, non si scorgeva maniera di poter espugnare quella fortezza. Anderio era il suo nome. Furono sì arditi i Romani, che cominciarono ad arrampicarsi per que' dirupi, e al dispetto de' sassi rotolati all'ingiù, giunsero a mettere in fuga parte dei difensori ch'erano usciti fuori a battaglia. Per questo successo atterriti i restati nella rocca, dimandarono ed ottennero capitolazione. Britannico anche egli forzò Arduba ed altre castella alla resa. Disperato perciò Batone il Pannonico, altro scampo non ebbe, che ricorrere alla misericordia di Tiberio. Gli fu permesso di venire al campo, e concessogli il perdono, si rinnovò ed assodò meglio che prima la pace. Volò Germanico a Roma, a portarne la lieta nuova. Tiberio gli tenne dietro, ed incontrato da Augusto ne' borghi di Roma, fece la sua entrata nella città con molta magnificenza. A Germanico furono accordate le insegne trionfali nella Pannonia; a Tiberio il trionfo e due archi trionfali nella Pannonia, con altri privilegii ed onori; ma del trionfo non potè egli godere, perchè poco stette Roma a trovarsi in gran lutto per una sempre memoranda sventura accaduta all'armi romane in Germania, di cui furono portate le funeste nuove cinque soli giorni dopo l'arrivo di Tiberio.

Siccome accennai di sopra, al governo della Siria, o vogliam dire della Soria, era stato inviato Quintilio Varo; di là poi venne in Germania per generale delle legioni che quivi continuamente dimoravano, per tener in dovere i popoli sudditi, ed in freno i non sudditi[Tacitus, Annal., lib. 1.]. Tacitoscrive essere state otto le legioni che si mantenevano dai Romani al Reno. Pare che Vellejo[Vellejus, lib. 2. Dio, lib. 56.]ne nomini solamente cinque. Solevano in que' tempi essere composte le legioni di seimila fanti l'una, ed alcune d'esse avevano la giunta di qualche poco di cavalleria. Il nerbo principale delle armate romane era allora la fanteria. Varo, che povero entrò già nella Siria ricca, e nel partirsene ricco, lasciò lei povera, si credette di poter fare il medesimo giuoco in Germania. Cominciò a trattar que' popoli, come se fossero una specie di schiavi, con abolir le loro consuetudini, esigerne a diritto e a rovescio danari, e volere ridurli a quella total sommessione e maniera di vivere, che si usava fra i Romani. Diede motivo questo suo governo a molti di tramare una congiura.Arminio, figliuolo o pur fratello di Segimero, giovane prode e de' principali di quelle contrade, già ammesso alla cittadinanza di Roma e all'ordine equestre, quegli era che più degli altri animava i suoi nazionali a ricuperar l'antica libertà. Quanto più crescevano i loro odii, e si preparavano a far vendetta, tanto più fingevano sommessione ai comandanti, amore e confidenza alla persona di Varo, in guisa tale, che l'avviso dato da più di uno che si macchinava una congiura contra de' Romani, da lui fu creduto una baia, nè precauzione alcuna si prese. Ora essendosi per concerto fatto fra loro mossi all'armi alcuni de' lontani Tedeschi, Quintilio Varo, messa insieme un'armata di tre legioni, d'altrettante ale di cavalleria, e di sei coorti ausiliarie, che forse ascendevano alla somma almeno di ventiduemila combattenti, la più brava ed agguerrita gente che avesse allora l'imperio romano, si mise in viaggio con grossissimo bagaglio, per opporsi ai tentativi de' nemici. Arminio e Segimero suo padre, restati indietro col pretesto di raunar le lor genti in aiuto di Varo, allorchè i Romani si trovarono sfilati e disordinati per selve e strade disastrose, all'improvvisodalla parte superiore furono loro addosso, e cominciarono a farne macello. Per tre giorni durò il conflitto miserabile per i Romani, che non trovando mai sito in quelle montagne da potersi unire, schierare e difendere, rimasero quasi tutti vittima del furore germanico.Varo, e i principali dell'esercito, dopo aver riportate molte ferite, per non venire in mano dei nemici, da sè stessi si diedero la morte. Tutto il carriaggio, e le insegne romane restarono in poter de' Germani. Per attestato di Tacito, il luogo di questa tragedia fu il bosco di Teutoburgo, oggidì creduto Dietmelle nel contado di Lippa, vicino a Paderbona ed al fiume Wessen, nella Westfalia.

Portata questa lagrimevol nuova a Roma, incredibile fu il cordoglio d'ognuno, non minore il terrore per paura[Sueton., in August., cap. 23.]che i Germani meditassero imprese più grandi, e pensassero a passare il Reno, o a volgersi ancora coi Galli verso l'Italia. Più degli altri se ne afflisse Augusto per la morte di sì valorose truppe, per la perdita delle aquile romane e per la cattiva condotta di Varo, uomo male adoperato negli affari di pace, e peggio in quei della guerra. Perciò per più mesi non si fece tosare il capo, nè tagliare la barba; e andò sì innanzi il suo affanno, che dava della testa per le porte, e gridava da forsennato, che Varo gli restituisse le sue legioni. A sì fatti colpi non erano avvezzi i Romani, e dopo la sconfitta di Publio Crasso in Asia non aveano provata una calamità simile a questa. Si rincorò poscia Augusto al sopraggiugnere susseguenti avvisi d'essere la Gallia quieta, e di non avere i Germani osato di passare il Reno, per l'esatta guardia delle altre legioni ch'erano salve in quelle parti, e per la buona cura di Publio Asprenate, generale di due legioni al Reno, il quale seppe anche approfittarsi non poco delle eredità de' soldati uccisi. Perchè in Roma la gioventù atta all'armi non si voleva arrolare, adoperò Augustola forza, tanto che tra essi e i veterani, che premiati tornarono all'armi e i libertini, compose un bel corpo d'armata, per inviarlo in Germania. L'anno fu questo, in cui il poetaOvidioin età di cinquanta anni, per ordine d'Augusto andò a far penitenza de' suoi falli, relegato in Tomi città della Scizia, oggidì Tartaria, nel Ponto. Perchè egli si tirasse addosso questo gastigo, non ben si seppe, ed ora almeno non si sa. Dall'aver detto Apollinare Sidonio, ch'egli amoreggiava una fanciulla cesarea, hanno alcuni creduto qualche suo imbroglio con Giulia figliuola d'Augusto: il che non è probabile, perchè molti anni prima questa impudica principessa era stata relegata dal padre, e gastigati i suoi drudi. Potrebbe piuttosto cadere il sospetto in Giulia figliuola della suddetta Giulia, che non la cedette alla madre nella cattiva fama. Altri ha tenuto che il suo libro dell'Arte di amare, siccome opera scandalosa, fosse cagion delle sue sciagure. La sua relegazione è certa; il perchè, difficil è l'accertarlo.

Consoli

Publio Cornelio DolabellaeCajo Giunio Silano.

Si trova sostituito all'uno di questi consoli nelle calende di luglioServio Cornelio Lentulo Maluginense. Credono i padri Petavio e Pagio, che Tiberio Cesare, in quest'anno, dedicasse il tempio della Concordia in Roma, ricavando tal notizia da Dione[Dio, lib. 56.]. Ne parla veramente questo istorico, ma dopo aver detto che Tiberio fu inviato in Germania; e però tal dedicazione appartiene piuttosto ad un altro anno. È mancante, a mio credere, in questi tempi, come in tanti altri, la storia d'esso Dione. Vellejo anch'egli, perchè prometteva una storia a parte deifatti di Tiberio, con due pennellate qui si sbriga: laonde poco si sa in questo e nel seguente anno della Storia romana. Quel che è certo, unito ch'ebbe Augusto quanto potè levar di gente in Roma, spedì con tali milizie, nella GalliaTiberio Cesare. Ciò avvenne, secondo Svetonio[Sueton., in Tib., c. 18.], nell'anno presente. Seco probabilmente andò anche il nipoteGermanico, perchè Dione sotto il seguente anno scrive che unitamente fecero guerra alla Germania. Le imprese di Tiberio in essa guerra o non son giunte a noi, o piuttosto non meritarono d'essere scritte, perchè di poco momento. Vellejo unicamente ci fa sapere[Vellejus, lib. 2.]che Tiberio, ben disposte le guarnigioni della Gallia, passò il Reno coll'esercito romano. Non altro si aspettava Augusto e Roma da lui, se non che impedisse ad Arminio i progressi, sul timore che costui pensasse a molestare l'Italia. Ma Tiberio fece di più. Entrò nella parte nemica della Germania, mettendo a sacco e fuoco il paese, e in fuga chiunque ebbe ardire di contrastargli il passo: il che gran terrore diede ad Arminio. Così quello storico, gran panegirista, anzi adulator di Tiberio. Con queste poche parole Vellejo manda ai quartieri il romano esercito nell'anno presente. Potrebbono nondimeno appartenere all'anno seguente questi pochi fatti, confrontati colla narrativa di Dione. Secondo l'Usserio[Usserius, in Annalib.], a questo anno si dee riferire la morte di Salome sorella del fu re Erode. Essa era padrona del principato di Jamnia, in cui esistevano due bellissime ville, abbondanti di palme, che producevano frutti squisiti. Di tutto lasciò erede Livia moglie d'Augusto, donna che mieteva da per tutto, e con facilità, perchè essendo conosciuta di gran possanza presso il marito, ognun si procacciava la grazia di lei.

Consoli

Manio Emilio LepidoeTito Statilio Tauro.

Ad alcuni non par certo il prenome diManionel primo di questi consoli.Numioè da essi creduto piuttosto.Marcofu appellato da altri. Un'iscrizione legittima potrebbe decidere questa poco importante quistione. Ad Emilio Lepido fu sostituito nelle calende di luglioLucio Cassio Longino. Sotto questi consoli, narra Dione, cheTiberioeGermanicocon autorità proconsolare fecero un'irruzione nella Germania, misero a sacco un tratto di quel paese; ma niuna battaglia diedero, perchè niuno si opponeva; nè sottomisero alcun di que' popoli, perchè, ammaestrati dalle disgrazie di Varo, non volevano esporsi a pericolosi cimenti. Svetonio, benchè poco d'accordo con Dione, anch'egli attesta[Sueton., in Tiber., cap 18.]che Tiberio (avvezzo per altro a far di sua testa le risoluzioni) nulla intraprese in questa spedizione senza il parere de' suoi primari uffiziali. Aggiugne, aver egli osservata una rigorosa disciplina nell'esercito; e che sebben egli non amava di azzardar la fortuna ne' combattimenti, pure non avea difficoltà a combattere, se nella precedente notte all'improvviso si fosse smorzata da sè stessa la sua lucerna, benchè vi fosse dell'olio; perchè dicea d'aver egli e i suoi maggiori trovato sempre questo un segno di buona fortuna; tanto si lasciavano gli antichi pagani travolgere il capo da tali inezie. Ma riportata vittoria un dì, poco mancò che un di que' barbari non l'uccidesse, siccom'egli confessò di poi ne' tormenti di aver meditato. Dovette ancora succedere in quest'anno ciò che narra Vellejo Patercolo[Vellejus, lib. 3.], cioè che essendo insorto un fiero tumulto e dissensione della plebein Vienna del Delfinato, città allora floridissima, accorse colà Tiberio; e senza adoperar le scuri, quietò quella pericolosa commozione. Sappiamo inoltre da Dione, che dopo l'incursione fatta nella Germania, Tiberio e Germanico si ritirarono al Reno, e quivi stettero sino all'autunno: nel qual tempo fecero giuochi pubblici in onore del natale d'Augusto, e similmente un combattimento di cavalleria. Poscia verso il fine dell'anno se ne tornarono in Italia.

Intanto Augusto mise in Roma un po' di freno alla astrologia giudiciaria, ch'era e fu anche da lì innanzi in gran voga in quella città, proibendo di predire la morte d'alcuno, benchè egli per sè niun pensiero si mettesse della vanità di quest'arte, ed avesse lasciato correre in pubblico l'oroscopo suo. Vietò ancora per tutte le provincie, che nulla più del consueto onore si facesse ai governatori ed altri ministri pubblici, durante il loro impiego, nè per due mesi dopo la loro partenza, imperciocchè per ottener simili dimostrazioni, si commettevano molte iniquità. Ora qui insorge fra gli eruditi una gran contesa, cioè in qual anno fosse Tiberio dichiaratoCollega nell'Imperio, cioè ornato di quella stessa podestà tribunizia e proconsolare, che godeva lo stesso Augusto. In vigore dell'ultima era conceduto il comando di tutte le armate fuori di Roma colla stessa balìa che godevano i consoli. Da questo principio si pensano alcuni letterati di poter dedurre l'anno quindicesimo di Tiberio, enunziato da s. Luca. Non è facile la decision della quistione, perchè gli stessi antichi istorici son fra loro discordi, non già nell'assegnare il giorno, credendosi fatta tal dichiarazione dal senato nel dì 28 di agosto, ma bensì quanto all'anno. Svetonio scrive[Sveton., in Tiber., c. 20 e 21.]che, essendo ritornato Tiberio dalla Germaniadopo due annia Roma, per decreto del senato gli fu conceduto di amministrar le provincie comunemente con Angusto. Ma la autoritàdi Vellejo Patercolo merita ben di essere preferita a quelle di Svetonio per aver egli scritto le avventure de' suoi tempi; e militato allora sotto lo stesso Tiberio, laddove Svetonio visse e scrisse cento anni dipoi. Ora abbiamo da Velleio[Vellejus, lib. 2.]che, a requisizione d'Augusto, il senato e popolo romano concedette a Tiberio l'uguaglianza nella podestà pel governo delle provincie e delle armate:Ut aequum ei jus in omnibus provinciis, exercitibusque esset. Dopo di che Tiberio se ne tornò a Roma. Adunque piuttosto all'anno presente si dee riferire l'esser egli divenuto collega dell'imperio. Anche da Tacito[Tacitus, Annal., lib. 1.]possiam raccogliere la stessa verità, scrivendo egli, che TiberioCollega Imperii, consors Tribuniciae Potestatis adsumitur, omnesque per exercitus ostentatur. Pare che Tacito anticipi di qualche anno questa dignità; ma certamente fa intendere la medesima a lui conferita, mentr'esso era all'armata, e non già allorchè fu giunto a Roma. Però assai fondamento abbiamo per credere che dall'anno presente, a cagione di questo innalzamento di Tiberio, alcuni cominciassero a numerare gli anni del suo imperio; sentenza adottata dal padre Pagi e da altri.

Consoli

Germanico CesareeCaio Fontejo Capitone.

Tiberio Giulio Germanico Cesare, nipote e figliuolo per adozione di Tiberio Cesare, e nipote, a cagion d'essa adozione, di Augusto, pel merito acquistato nelle guerre della Germania, Pannonia e Dalmazia, ottenne quest'anno il consolato e inoltre gli ornamenti trionfali[Vellejus, lib. 2.]. Nelle calende di luglio aCapitonefusostituito nel consolatoCajo Visellio Varrone. Con esso Germanico venne anche Tiberio[Sueton., in Tiber., c. 20.], nell'anno presente a Roma. Le guerre sopravvenute gli aveano impedito il trionfo destinatogli dal senato per le guerre da lui felicemente terminate nella Pannonia e Dalmazia. Ricevette egli ora quest'onore, con entrare trionfalmente in Roma. Prima di passare al Campidoglio, scese dal carro trionfale, e andò ad inginocchiarsi ai piedi d'Augusto, che con gran festa l'accolse. Seco era Batone, che già vedemmo capo della sollevazion della Pannonia ed è chiamato re di quella provincia da Rufo Festo, ma impropriamente. A costui professava non poca obbligazione Tiberio, perchè nella guerra pannonica trovandosi egli stretto in un brutto sito, e circondato dai ribelli, Batone generosamente il lasciò ritirarsi in luogo sicuro. Per gratitudine Tiberio gli fece de' grandissimi doni, e il mise di stanza a Ravenna. Seguita a dire Svetonio, aver Tiberio dato un convito al popolo con mille tavole apparecchiate, ed oltre a ciò un congiario, cioè un regalo di trenta nummi per testa. Dedicò eziandio il tempio della Concordia, mettendo nell'iscrizione, come asserisce Dione[Dio, lib. 56.]d'averlo rifatto egli con Druso suo fratello già defunto. V'ha chi crede fatta cotal dedicazione nell'anno di CristoX, e chi nel precedenteIX, tirando ciascuno[Petavius, Mediobarbus, Pagius et aliis.]al suo sentimento le parole di Dione. Ma dacchè lo stesso Dione confessa che prima di questa dedicazione Tiberio era passato in Germania, da dove solamente nell'anno presente ritornò, nè essendo verisimile che in lontananza egli dedicasse quel tempio; sembra ben da anteporsi l'autorità di Svetonio che mette quel fatto sotto l'anno presente, che è inoltre autore più vicino a questi tempi, che non fu Dione. Dedicò parimente lo stesso Tiberio il tempio di Polluce e di Castoresotto il nome suo o del fratello Druso, mettendo ivi le spoglie de' popoli soggiogati.

Quantunque Augusto si trovasse in età molto avanzata, e con vacillante sanità, pure non lasciava di pensare al pubblico bene[Dio, lib. 56.]. Perciò in quest'anno fece pubblicare una legge contro i Libelli famosi, ordinando che fossero bruciati, e castigati i loro autori. E perchè intese che gli esiliati da Roma con gran lusso viveano, e andando qua e là si ridevano delle delizie di Roma, nè parea loro di essere gastigati; ordinò che non potessero soggiornare se non nelle isole distanti dalla terra ferma per cinquanta miglia, a riserva di Coo, Rodi, Sardegna e Lesbo. Ristrinse ancora i lor comodi e la lor servitù. Per cagione poi della poca sua sanità mandò a scusarsi coi senatori, se da lì innanzi non poteva andar a convito con loro, pregandoli nello stesso tempo di non portarsi più a salutarlo in casa, come fin qui avevano usato di fare non tanto essi, ma eziandio i cavalieri ed alcuni della plebe. Finalmente raccomandò Germanico al senato, ed il senato a Tiberio con una polizza: segno ch'egli si sentiva già fiacco di forze, e vicino ad abbandonar questa vita. Molti pubblici giuochi furono fatti nell'anno presente dagl'istrioni e dai cavalieri nella piazza d'Augusto; e Germanico diede una gran caccia nel Circo, dove furono uccisi dugento lioni dai gladiatori. Fece ancora la fabbrica e la dedicazione del portico di Livia, in onore di Cajo e Lucio Cesari defunti. Abbiamo da Svetonio[Sueton., in Caligul., cap. 8.], che in quest'anno, nel dì 31 di agosto, venne alla luce Caio Caligola, che fu poi imperadore, figliuolo di esso Germanico Cesare, e di Giulia Agrippina, nata da Marco Agrippa, e da Giulia figliuola di Augusto. Chi il fa nato in Treveri, chi in Anzio in Italia. Di poca conseguenza è questa disputa, perchè egli non diede motivo ad alcun luogo di gloriarsi della di lui nascita.

Consoli

Cajo SilioeLucio Munazio Planco.

Di dieci in dieci anni, o pure di cinque in dieci il saggio Augusto soleva farsi confermare dal senato e popolo romano l'autorità ch'egli avea di reggere la repubblica come suo capo, e di comandare le armate, esercitando la podestà tribunizia e proconsolare. Con questo incenso e con quest'atto di sommessione, quasi che il suo comandare fosse una arbitraria concession de' Romani, egli continuava a far da padrone, tutti a lui servendo, quando egli mostrava d'essere dipendente e servo d'ognuno. Nè già egli dimandava la conferma di tali prerogative. Il senato stesso quegli era, che pregava e quasi forzava lui ad accettar il peso del comando. Non mancavano insinuazioni di così fare: ed anche senza insinuazioni ciascun desiderava di farsi merito con lui. Si mutò nel proseguimento dei tempi la sostanza delle cose: tuttavia l'esempio d'Augusto servì a far continuare l'uso de' quinquennali, decennali, vicennali e tricennali degl'imperadori romani, solennizzandosi con gran festa, cioè con giuochi pubblici e sagrifizii, il quinto, il decimo, vigesimo e trigesimo anno del loro imperio, con ringraziare gl'iddii della vita loro conceduta, e pregar felicità e lunghezza al resto del loro vivere, quand'anche erano cattivi. Nello anno presente[Dio, lib. 56.]fu prorogato da Augusto per altri dieci anni a venire il governo della repubblica; e benchè egli si mostrasse renitente alla loro amorevole offerta, pure si sottomise a tali istanze. Prorogò egli la podestà tribunizia a Tiberio, e a Druso figliuolo d'esso Tiberio concedette la licenza di chiedere fra tre anni il consolato, anche senza avere esercitato la pretura. Intanto perchè la inoltrata sua età e gl'incomodi della salutenon gli permettevano più di andare al senato, se non rarissime volte, dimandò di poter avere venti senatori per suoi consiglieri (ne tenea quindici negli anni addietro), e fu fatto un pubblico decreto, che qualunque determinazione ch'egli facesse da lì innanzi insieme coi suddetti consiglieri e coi consoli reggenti e disegnati, e coi suoi figliuoli e nipoti, fosse valida, come se fosse emanata dall'intero senato. In vigore di questo decreto, anche stando in letto per cagion delle sue indisposizioni, prese molte risoluzioni opportune al pubblico governo. Sì malcontento era il popolo romano del poco fa introdotto aggravio della vigesima parte delle eredità che si pagava all'erario militare pel mantenimento de' soldati, che si temeva di qualche sedizione in Roma. Scrisse Augusto al senato che ognuno mettesse in iscritto il suo voto, per trovar altra via più comoda da ricavar il necessario danaro, acciocchè, se non si fosse trovata, facesse conoscere che da lui non veniva il male, vietando a Germanico e a Druso di dire il loro parere, perchè non si credesse quella essere la mente sua. Vi fu gran dibattimento; e continuandosi pure a detestar la vigesima, egli mostrò di voler compartire il peso di quella contribuzione sopra i beni stabili del popolo. Inviò pertanto qua e là, senza perdere tempo, estimatori delle case e terre: il che bastò a fare che cadauno, temendo di patir più danno da questo che da quell'aggravio, si quietò, e restò, come prima, in piedi la vigesima.

Consoli

Sesto PompeoeSesto Appuleo.

Fece in quest'anno Augusto insieme con Tiberio il censo, o sia la descrizione de' cittadini romani, abitanti in Roma e per le provincie; e per attestato della inscrizione ancirana, riferita dal Grutero[Gruter., Thesaur. Inscription., pag. 230.],se ne trovarono quattro milioni e cento settantasettemila. Eusebio nella sua cronica[Euseb., in Chron.]fa ascendere essi cittadini a nove milioni e trecento settantamila persone, forse per error de' copisti, il quale s'ha da correggere coll'autorità dell'iscrizione suddetta. Svetonio[Sueton., in August., cap. ult.]e Dione[Dio, lib. 56.]attestano, avere Augusto sul fin di sua vita fatto un compendio delle sue più memorabili azioni, con ordine d'intagliarlo in varie tavole di bronzo. Se ne conservò in Ancira una copia. Fu poi spedito Germanico in Germania, perchè non era per anche cessata in quelle contrade la guerra. Prese Augusto anche la risoluzion d'inviar Tiberio nell'Illirico, per assodar sempre più la pace ivi stabilita; e però con esso lui da Roma si incamminò alla volta di Napoli, invitatovi da quel popolo nell'occasione de' giuochi insigni che qui ogni cinque anni in onor suo si facevano all'usanza de' Greci. V'andò, ma portando seco una molesta diarrea, cominciata in Roma. Dopo avere assistito a quella magnifica funzione, e licenziato Tiberio, si rimise in viaggio per tornarsene a Roma. Aggravatosi il suo male, fu forzato a fermarsi in Nola, dove poi placidamente morì nel dì 19 agosto, cioè nel mese nominato prima sestile, e poscia dal suo nome Augusto, che tuttavia dura, e in quella medesima stanza, dove Ottavio suo padre era mancato di vita. Sospetto corse[Sueton., Tacitus, Dio.], che la ambiziosa sua moglie Livia, appellata anche Giulia, perchè adottata per figliuola da esso Augusto con istravaganza non lieve, gli avesse procurata la morte con dei fichi avvelenati. Imperocchè dicono che in questi ultimi tempi Augusto, o perchè già conoscesse il mal talento di Tiberio figliastro suo, o perchè gli paresse più convenevole di anteporreAgrippa, figliuolo di Giulia sua figlia, ad un figliuolo di sua moglie Livia, avesse cangiatamassima intorno alla successione sua; e che segretamente coll'accompagnamento di pochi si fosse portato a visitar esso Agrippa, che trovavasi allora relegato nell'isola della Pianosa, con dargli buone speranze. Avendo Livia penetrato questo segreto affare, s'affrettò, secondo i suddetti scrittori, ad accelerar la morte del marito. Ma non par già verisimile, che Augusto sì vecchio volesse prendersi lo incomodo di arrivar sino alla Pianosa, vicino alla Corsica, nè potea ciò farsi senza che Livia ed altri nol venissero a sapere. L'affetto poi dimostrato da Augusto sul fine di sua vita alla medesima Livia e a Tiberio, il quale richiamato dal suo viaggio[Vellejus, lib. 2.]arrivò a tempo di vederlo vivo, e di tenere un lungo ragionamento con lui, non lascia trasparire segno di affezione di esso Augusto verso il nipote Agrippa, nè di mal animo contro il figliastro Tiberio e di sua madre.

Comunque sia, terminò Augusto i suoi giorni in età di quasi settantasei anni, e di cinquantasette anni e cinque mesi dopo la morte di Giulio Cesare. Tanto anticamente, quanto ne' due ultimi secoli, si vide posto sulle bilance de' politici e dei declamatori il merito di questo imperadore, lacerando gli uni la di lui fama, per avere oppressa la repubblica romana, e gli altri encomiandolo come uno dei più gloriosi principi che s'abbia prodotto la terra. La verità si è, che hanno ragione amendue queste fazioni, considerata la diversità de' tempi. Non si può negare ne' principii il reato di tirannia e di crudeltà in Augusto verso la sua patria; ma si dee ancora concedere, che il proseguimento della sua vita fece scorgere in lui non un tiranno, ma un principe degno di somma lode pel savio suo governo, per l'insigne moderazione sua, e per la cura di mantenere ed accrescere la pubblica felicità. Può anche meritar qualche perdono l'attentato suo. Trovavasi da molto tempo vacillante e guasta la romana repubblica per le fazioni eprepotenze, che non occorre qui rammentare[Tacitus, Annal., lib. 1.]. Bisogno v'era di un'autorità superiore, che rimediasse ai passati disordini, e non lasciasse pullularne dei nuovi. Però la tranquillità di Roma è dovuta al medesimo, se vogliamo dire, fallo suo. Nè egli a guisa de' tiranni tirò a sè tutto quel governo, ma saggiamente seppe fare un misto di monarchia e di repubblica, quale anche oggidì con lode si pratica in qualche parte d'Europa. Felice Roma, s'egli avesse potuto tramandare ai suoi successori, come l'imperio, così anche il suo senno e il suo amore alla patria. Ma vennero tempi cattivi, ne' quali poi s'ebbe a dire:Che Augusto non dovea mai nascere, o non dovea mai morire. Il primo per mali da lui fatti a fine di rendersi padrone: il secondo per l'amorevolezza e saviezza, con cui seppe dipoi governare la repubblica, e di cui furono privi tanti de' suoi successori, non principi, ma tiranni. Un gran saggio ancora del merito d'Augusto furono gli onori a lui compartiti in vita, e più dopo morte. Vi avrà avuta qualche parte, non vo' negarlo, l'adulazione; ma i più vennero dalla stima, dall'amore e dalla gratitudine de' popoli che sotto di lui goderono uno stato cotanto felice. E tali onori arrivarono sino al sacrilegio[Tacitus, ibidem. Dio, lib. 51. Sueton., in August., c. 59. Philo, in Legation. ad Cajum.]. Imperciocchè a lui anche vivente furono, come ad un Dio, dedicati altari, templi e sacerdoti, e molto più dopo morte. Con pubblici giuochi ancora e spettacoli si solennizzò dipoi il suo giorno natalizio, e memoria onorevole si tenne de' benefizii da lui ricevuti.

Tennero Livia e Tiberio occulta per alcuni giorni la morte d'Augusto, finchè avendo frettolosamente inviato ordine alla Pianosa che fosse uccisoAgrippa, nipote d'esso Augusto, giunse loro la nuova di essere stato eseguito il barbaro comandamento, mostrando poscia di non averlo dato alcun d'essi; che questo fu il belprincipio del loro imperio. Allora si pubblicò essere Augusto mancato di vita. Fu portato con gran solennità il di lui corpo a Roma dai principali magistrati delle città, e poi da' cavalieri; furongli fatte solenni esequie, descritte da Dione, con averlo portato al rogo Druso figliuolo di Tiberio e i senatori. Saltò poi fuori Numerio Attico senatore, il quale, mentre la pira ardeva, giurò di aver veduta l'anima d'Augusto volare al cielo[Sueton., in August., cap. 101. Dio, lib. 56.], come si finse una volta succeduto anche a Romolo, facendosi credere con tali imposture alla buona gente ch'egli fosse divenuto un dio o semideo: vana pretensione, continuata ne' tempi seguenti per altri imperadori. Ciò fatto, si trattò nel senato di confermare, o, per dir meglio, di concedere a Tiberio Cesare, lasciato erede da Augusto suo padrigno, tutta l'autorità e gli onori goduti in addietro dal medesimo Augusto. Era allora Tiberio in età di cinquantasei anni, volpe fina e impastato di diffidenza, d'umor nero e di crudeltà; ma che sapeva nascondere il suo cuore meglio d'ogni altro, ed avea saputo coprire i suoi vizii agli occhi, non già di tutti, ma forse della maggior parte dei grandi e de' piccoli. Nel senato non v'era più alcuna di quelle teste forti che potessero rimettere in piedi la libertà romana; tutto tendeva all'adulazione e al privato, non al pubblico bene. V'entrava anche la paura, perchè Tiberio continuò a comandare alle coorti del pretorio e alle armate romane per le precedenti concessioni; e però niuno osava di alzar un dito, anzi ognuno gareggiò a conferir la signoria a Tiberio. All'incontro l'astuto Tiberio, quanto più essi insistevano per esaltarlo, tanto più facea vista di abborrir quegli onori, e di desiderare non superiorità, ma uguaglianza co' suoi cittadini, esagerando la gran difficoltà a reggere sì vasto corpo, e i pericoli di soccombere sotto il peso. Tutto affine di scandagliar bene gli animi di ciascun particolare, e far poi vendetta a suo tempo di chi poco inclinatocomparisse verso di lui[Dio, lib. 57.]. Temeva ancora cheGermanicosuo nipote, già adottato da lui per figliuolo, tra per essere allora alla testa dell'armata romana in Germania, e perchè sommamente amato dal popolo romano e dai soldati, potesse torgli la mano. Lasciossi dunque pregare gran tempo anche dagl'inginocchiati senatori, e finalmente senza chiaramente accettar l'impiego[Sueton., in Tiber., cap. 24.], o pur facendo credere di prenderlo, ma per deporlo fra qualche tempo, cominciò francamente ad esercitare l'autorità imperiale. Qui Vellejo Patercolo[Vellejus, lib. 2.]lascia la briglia all'eloquenza sua, per tessere un panegirico delle azioni di Tiberio sui principii del suo governo. La pace fiorì da per tutto; andò l'ingiustizia, la prepotenza, la frode a nascondersi fra i Barbari; si stese la di lui liberalità per le provincie e città che aveano patito disgrazie. E veramente gran moderazione mostrò a tutta prima Tiberio, e seguitò a governar da saggio, finchè visse Germanico, perchè temeva di lui. Nè qui si ferma Vellejo. Entra ancora a vele gonfie nelle lodi di Elio Sejano, scelto da Tiberio per suo consigliere e primo ministro. S'egli sel meritasse, l'andremo osservando nel progresso degli anni.

Certo che in Roma niun tumulto o sedizione accadde per questo cambiamento di governo; ma non fu così nelle provincie[Dio, lib. 57. Tacit., lib. 1 Annal., cap. 16 et seq.]. Le milizie romane che soggiornavano nella Pannonia, appena udita la morte di Augusto, si rivoltarono contra di Giulio Bleso lor comandante, che corse pericolo della vita, facendo esse istanza della lor giubilazione e d'essere premiate, col minacciar anche di ribellar quella provincia, e di venirsene a Roma. Fu dunque spedito colà da Tiberio il suo figliuoloDrusocon una man di soldati pretoriani, ed accompagnato da Sejano, allora prefetto del pretorio. Durò Sejanonon poca fatica a mettere in dovere i sollevati che l'assediarono, e ferirono alcuni della di lui scorta. Ma finalmente essendosi ritirati e divisi costoro pe' quartieri; e chiamati sotto altro pretesto ad uno ad uno i più feroci nella tenda di Druso, dove lasciarono la testa, si quietarono gli altri, ed ebbe fine quel romore. Più strepitosa e di maggior pericolo fu la sollevazion de' soldati romani nella Germania, perchè quivi dimorava il miglior nerbo delle legioni sotto il comando diGermanico Cesare, che si trovava allora nella Gallia a fare il censo o sia la descrizione dell'anime. Si ammutinò parte di questo esercito per le stesse cagioni che poco fa accennai. Corse perciò colà Germanico; e siccome egli era sommamente amato, perchè dotato di assaissime lodevoli qualità, e il conoscevano per migliore di gran lunga che Tiberio, vollero crearlo imperadore. Costantissimo egli nel non volere mancar di fede a Tiberio suo zio che l'avea anche adottato per figliuolo, allorchè vide di non potere in altra guisa liberarsi dalle lor furiose istanze, cavò la spada per uccidersi. Quest'atto li fermò. Finse poi lettere di Tiberio, quasi ch'egli ordinasse in donativo ad essi soldati il doppio dello stabilito da Augusto; la promessa di sì fatta liberalità, e l'aver eziandio accordato il ben servito ai veterani, li placò. Ma il danaro non concorreva, e intanto giunsero gli ambasciatori di Tiberio, all'arrivo de' quali di nuovo si sollevarono, e furono vicini a privarli di vita, per timore che fossero spediti ad annullar quanto avea promesso Germanico. Presero ancheAgrippinadi lui moglie, gravida allora, e il piccolo figliuoloCajo, soprannominatoCaligola. La costanza di Germanico, giacchè non poteano conseguire di più, feceli dipoi tornare al loro dovere. Ed acciocchè stando in ozio non macchinassero altre sedizioni, Germanico li condusse addosso alle terre nemiche dove impiegarono i pensieri e le mani per far buon bottino. Certo è, che Germanico se avesse voluto, sarebbe stato imperatoreAugusto; tanto egli avea in pugno l'affetto di quel potente esercito, e il cuore eziandio del popolo romano. Ma superior fu all'ambizione la sua virtù. Cordialissime lettere perciò scrisse a lui e ad Agrippina sua moglie, Tiberio per ringraziarli[Dio, lib. 57. Tacitus, Annal., lib. 1, c. 56.]: fece anche un bell'encomio di loro nel senato ed ottenne a Germanico la podestà proconsolare, che forse dovea essere terminata la dianzi a lui accordata. Tuttavia internamente continuò più che mai ad odiarli, paventando sempre che in danno proprio si potesse convertire un dì l'amore professato dalle milizie a Germanico[Tacito, Annal., lib. 1, c. 57.]. Non finì quest'anno, che Giulia, figliuola di Augusto e moglie di Tiberio, già per gli eccessi della sua impudicizia relegata in Reggio di Calabria, fu lasciata ovvero fatta morire di stento, se pur non fu in altra più spedita maniera. Sempronio Gracco bandito anch'egli, già passava il quattordicesimo anno, da Augusto nell'isola di Cersina presso l'Africa, in castigo della sua disonesta amicizia colla suddetta Giulia, fu anch'egli tolto di vita.

Consoli

Druso Cesarefigliuolo diTiberioeCaio Norbano Flacco.

Fu massimamente in quest'anno un bel vedere, con che attenzione, moderazione e modestia si applicasse Tiberio al governo[Dio, lib. 57. Suetonius, in Tiber., cap. 26.]. Non volle che si premettesse al suo nome il titolo d'imperadore. Si adirava con chi osasse chiamarlosignore; e a' soldati permetteva il nominarlo perimperadore: giacchè tal nome, siccome dissi, solamente allora significava generale d'armata. Il glorioso nome diPadre della Patrianon permise mai che il senato glielo desse, forse perchè abborriva l'adulazione,ed egli in sua coscienza dovea forse sapere di non poterlo meritare giammai. E certamente scrivendo una volta al senato[Sueton., ibid., cap. 67.]che vilmente pregava di ricevere questo titolo, disse: «Se per mia disavventura un qualche dì accadesse, che voi dubitaste della mia buona intenzione e della sincerità dell'affetto che a voi professo (il che se dovesse avvenire, desidero piuttosto che la morte mia prevenga la mutazion della vostra opinione), questo titolo di Padre della patria niente d'onore recherebbe a me, e servirebbe solo di rimprovero a voi per aver fallato il giudicare di me, e per avere spropositatamente dato a me un cognome che non mi conveniva.» Benchè passasse in lui per eredità il titolo d'Augusto, pure non l'usava se non talvolta in iscrivendo ai re; e solamente leggendolo o ascoltandolo a sè dato, non l'avea a male; e però sovente si trova nelle iscrizioni e medaglie d'allora. Il nome diCesareera a lui famigliare; e talora usò il cognome diGermanico, per le vittorie riportate in Germania, siccome ancor quello diPrincipe del Senato, cioè di primo fra i senatori. Soleva perciò dire ch'egli era: «Signore de' propri schiavi, imperadore (cioè generale) dei soldati, e primo fra gli altri cittadini di Roma.» Per la stessa ragione vietò sulle prime ad ognuno il fabbricargli dei templi come s'era fatto ad Augusto; nè volle sacerdoti flamini. Col tempo permise ciò alle città dell'Asia, ma nol volle permettere a quelle della Spagna e d'altri paesi. Che se talun desiderava d'innalzargli statue, o di esporre l'immagine sua, nol potea fare senza di lui licenza; e questa si concedea, sempre colla condizione che non si mettessero fra i simulacri degl'iddii, ma solamente per ornamento delle case. Altre simili distinzioni d'onore rifiutò egli, e soprattutto amava di comparire popolare; camminando per la città con poco seguito, e senza voler corteggio servile di gente nobile; onorando nonsolo i grandi, ma anche la bassa gente, e tenendo al suo servigio un discreto numero di schiavi. Nel senato poi e nei giudizii del foro, non si piccava punto di preminenza, dicendo e lasciando che ogni altro liberamente dicesse il suo parere: nè si sdegnava se si risolveva in contrario al suo. Niuna risoluzione prendeva egli mai senza sentire i senatori consiglieri eletti da lui. Era sollecito in impedire gli aggravi de' popoli e le estorsioni de' ministri; e ad alcuni governatori che l'esortavano ad accrescere i tributi, o pure a quel dell'Egitto, che mandò più danaro di quel che si solea ricavare, rispose: «Che le pecore s'han da tosare, e non già da levar loro la pelle.» In somma Tiberio avea testa per esser un ottimo principe e glorioso imperatore; e pur pessimo riuscì, perchè all'intendimento prevalse di troppo, siccome vedremo, la maligna sua inclinazione[Dio, lib. 57. Tacitus, Annal., lib. 1, cap. 16. Sueton., in Tiber., cap. 50.]. All'incontroLivia Augustasua madre, donna gonfia più d'ogni altra di fasto e di vanità, facea gran figura in Roma. Nulla avea omesso, fatte avea anche delle enormità affinchè il figliuolo arrivasse a dominare per isperanza di continuare a dominar come prima sotto l'ombra di lui. Ma era ben diverso da quello d'Augusto l'amor di Tiberio. La tenne egli, per quanto potè, sempre bassa, senza permettere che l'adulatore senato le desse certi titoli d'onore che maggiormente l'avrebbono insuperbita; talvolta diceva a lei stessa, «non esser conveniente alle donne il mischiarsi negli affari di Stato.» Quantunque talvolta si regolasse secondo i di lei consigli, pure il men che potea l'onorava di sue visite; ed anche visitandola, poco vi si tratteneva, affinchè non paresse ch'egli si lasciasse governare da lei. Fece anche di più col tempo, siccome vedremo.

Comandava intanto le armate di Germania il giovaneGermanico Cesare. Ancorchè fosse lontano da Roma, per cura di Tiberio gli fu conceduto il trionfo,celebrato poi nell'anno seguente, in ricompensa di quanto egli avea finora operato in quella guerra[Tacitus, Annal., lib. 1, cap. 9.]. Durava questa in Germania, ed erano tuttavia in armi Arminio e Segeste, due primari capitani di quelle contrade; ma fra loro discordi, perchè Arminio, rapita una figliuola di esso Segeste, promessa ad un altro, la avea presa per moglie a dispetto del padre. Con due corpi d'armata assai poderosi, l'uno comandato da Germanico, l'altro da Aulo Cecina, legato dello esercito, fu portata la guerra addosso ai popoli Catti (oggidì creduti gli Assiani) e preso il loro paese. Mosse in questi tempi Arminio una sedizione contra del suocero Segeste, il quale, trovandosi assediato, spedì il figliuolo Segimondo a Germanico per aiuto. Accorsero i Romani; furon messi in rotta gli assedianti, liberato Segeste, e presa con altre nobili donne la di lui figliuola, gravida allora del marito Arminio. Questo fatto e le tante grida d'Arminio cagion furono che presero l'armi per lui i Cherusci ed Ingujomero di lui zio paterno. Seguirono poi due combattimenti. Nel primo toccò la peggio ad Arminio; nell'altro ebbe Cecina colle sue brigate non poca fatica a ridursi in salvo, ma dopo averne riportate molte ferite. Fu allora cheAgrippina, moglie di Germanico, fece comparire l'animo suo virile. Per la suddetta disgrazia era corsa voce che i Germani venivano per passare ostilmente nella Gallia. Impedì la valorosa donna che non si guastasse il ponte sul Reno, come volevano que' cittadini. Messasi ella stessa alla testa del medesimo, graziosamente accolse le legioni che malconce ritornavano dal suddetto fatto d'armi, con far medicare i feriti, e donar vesti a chi avea perdute le sue. Riferita a Tiberio questa gloriosa azione d'Agrippina, siccome egli odiava la stirpe d'Agrippa, e il suo pascolo era la diffidenza, ne fece doglianze nel senato, con esporre l'indecenza che una donna si usurpasse loufficio de' generali e dei legati, ed accusandola di mire più alte, per esaltare il marito e il figliuolo Caligola. Nè mancò il favorito Sejano di maggiormente fomentar in Tiberio sì fatte gelosie. Meno è da credere che non facesse Livia Augusta, solita a mirar di mal occhio Germanico, e più la di lui moglie secondo lo stil delle femmine. Corsero dipoi gran pericolo di restar affogate nell'acque due legioni comandate da Publio Vitellio. Segimero, fratello di Segeste, col figliuolo si rendè ai Romani; e con questi, poco per altro fortunati avvenimenti, ebbe fine la campagna dell'anno presente. Pagò appunto in quest'anno Tiberio il pingue legato lasciato da Augusto al popolo romano. A ciò fare fu spinto da una pungente burla[Dio, lib. 56.]. Nel passare la piazza un cadavero, portato alla sepoltura, accostatosi alle orecchie del morto un buffone, in bassa voce gli disse o pur finse di dire alcune parole. Interrogato poi dagli amici, rispose di avergli ordinato d'avvertire Augusto della non per anche eseguita testamentaria volontà. Le spie ne rapportarono tosto l'avviso a Tiberio, il quale non tardò a pagare il legato, con far poco appresso morir l'autore della burla, dicendo ch'egli stesso porterebbe più presto ad Augusto le nuove di questo mondo[Panvin., in Fast. Blanchin., in Anast.]. Prese Tiberio in quest'anno nel dì 10 marzo il titolo diPontefice Massimo.


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