XVI

Consoli

Tito Statilio Sisenna TauroeLucio Scribonio Libone.

Al primo d'essi consoli, cioè aStatilio, ho aggiunto il prenome diTito, ricavandosi ciò da un'iscrizione riferita dal Fabretti[Fabrettus, Inscript., pag. 701.]. Così ancora avea scrittoil Panvinio. Al secondo, cioè aLibone, fu sostituito nelle calende di luglioPublio Pomponio Grecino, come consta dalla iscrizione suddetta e dal poeta Ovidio[Ovidius, lib. 4, Ep. 9 Trist.]. In Germania[Tacitus, Annal., lib. 2, cap. 9 et seq.]al fiume Weser due fatti d'armi seguirono fra i Romani sotto il comando di Germanico, e i Germani regolati da Arminio. In amendue la vittoria si dichiarò per li Romani. Avea Germanico fatto preparar mille legni tra grandi e piccoli nell'isola di Batavia (oggidì Olanda) per assalire dalla parte dell'Oceano i nemici. Sul fine della state, imbarcata che fu la copiosa fanteria, con alquanto di cavalleria, a forza di remi e di vele si mosse la flotta per entrar nel paese nemico. V'era in persona lo stesso Germanico. Per una tempesta insorta ebbe a perir tutta quella gente, e gran perdita si fece d'armi, cavalli e bagaglio. Ma quando i Germani per questo sinistro caso de' Romani si credeano in istato di vincere, Germanico spedì Cajo Silio con trentamila fanti e tremila cavalli contra di loro; il che tal riputazione acquistò ai Romani, tal terrore diede ai Germani che cominciarono ad inclinar alla pace. Avrebbe potuto Germanico dar l'ultima mano a quella guerra, se Tiberio con replicate lettere ed istanze non l'avesse richiamato a Roma con esibirgli il consolato e il trionfo già a lui accordato. Al geloso e diffidente Tiberio premeva forte di staccar Germanico da quelle legioni, paventando egli sempre delle novità a sè pregiudiziali, pel sommo amore che quei soldati professavano a sì grazioso generale. Ancorchè Germanico s'accorgesse delle torte mire d'esso suo zio, pure si accomodò ai di lui voleri, ed impreso il viaggio d'Italia, forse arrivò in Roma sul fine dell'anno. Fece[Dio, lib. 57.]Tiberio nel presente accusare in senato Lucio Scribonio Libone, giovane, diverso dal console, quasichè macchinasse delle novità. Prevenne questi la sentenza della mortecon uccidersi da sè stesso. Avea già cominciato Tiberio a permettere i processi contra delle persone anche più illustri per sole parole indicanti mal animo o sedizione contra del governo e della sua persona: laddove prima di salire sul trono avea sempre sostenuto[Sueton., in Tiber., cap. 27.], «che in una città libera dovea ciascuno goder la libertà di dire e pensare ciò che gli piacesse.» Questa bella massima, divenuto che fu principe, perdè presso lui di grazia. Siccome ancora quell'altra ch'egli proferì un dì nel senato con dire, «che se si cominciasse ad ammettere accuse di chi parlasse contra del principe o del senato, andrebbe in eccesso il processar persone; perchè chiunque ha dei nemici, correrebbe a denunziarli come rei di questo delitto.» Questi disordini appunto accaddero da lì innanzi sotto il tirannico di lui governo.

Era in gran voga per questi tempi in Roma la strologia giudiciaria ed anche la magia[Dio, ibidem.]. Della prima si dilettava lo stesso Tiberio, tenendo in sua casa uno di questi venditori di fumo, chiamato Trasillo, e volendo ogni dì udire da lui quel che dovea succedere in quella giornata. Trovandosi beffato da costui, se ne sbrigò col farlo uccidere; poi perseguitò tutti gli altri fabbricatori di pronostici. E perchè non erano eseguiti gli editti intorno a questi impostori, chiunque de' cittadini romani fu per tal cagione denunziato dipoi, n'ebbe per castigo lo esilio. Solennemente ancora fu vietato a chicchessia il portar vesti di seta, perchè di spesa grave, non facendosi allora seta in Europa; siccome fu parimente proibito il tener vasi d'oro, se non per valersene ne' sagrifizii; e nè pur furono permessi vasi d'argento con ornamenti d'oro. Affettava Tiberio la purità della lingua latina, e soprattutto usava i vocaboli antichi d'Ennio e di Plauto. Essendogli in un editto scappata una parolanon latina, n'ebbe scrupolo, e volle ascoltare il parere de' più dotti grammatici, i quali quasi tutti la dichiararono buona, dacchè era stata usata da sì gran dottore e principe, qual era Tiberio. Con tutto ciò saltò su un certo Marcello, dicendo, «che potea ben Cesare dar la cittadinanza di Roma agli uomini, ma non già alle parole;» bolzonata che ferì non poco Tiberio, e nondimeno seppe egli, secondo il suo costume, ben dissimularla. Proibì ancora ad un centurione il fare testimonianza nel senato con parole greche, tuttochè egli in quello stesso luogo avesse udito molte cause trattate in greco, ed egli medesimo talvolta si fosse servito dello stesso linguaggio per interrogare.

Consoli

Caio Cecilio RufoeLucio Pomponio Flacco Grecino.

Il primo de' consoli negli Annali stampati di Tacito è chiamaloCelio;Cecilioin quei di Dione. E così appunto si dee appellare. S'è disputato fra gli eruditi intorno a questo nome. Credo io decisa la lite da un marmo da me dato alla luce[Thesaur. Novus Inscription., pag. 301, n. 1.], che si dice posto C. CAECILIO RVFO, L. POMPONIO FLACCO COSS. Erano insorte nell'anno precedente varie turbolenze fra i re d'Oriente, che dipendevano in qualche guisa da Roma[Tacitus, Annal., lib. 2, cap. 1. Joseph., Antiq. Judaic., lib. 16, cap. 3.]. Avea Augusto, siccome accennammo, dato ai PartiVononeper re. Col tempo cominciarono que' barbari a sprezzarlo, poscia ad abborrirlo, e finalmente a congiurare per detronizzarlo. Chiamato alla coronaArtabanodel sangue degli antichi Arsacidi, questi, sconfitto sulle prime, sconfisse in fine Vonone. Si rifugiò il vinto nell'Armenia, e fatto re daque' popoli non andò molto, che prevalendo presso gli Armeni il partito favorevole ad Artabano, Vonone si ritirò ad Antiochia con un gran tesoro. Ivi risedeva proconsole della Soria Cretico Silano, che adocchiato quell'oro, l'accolse ben volentieri, e permise ch'egli si trattasse da re, ma nel medesimo tempo il facea custodire sotto buona guardia. Vonone intanto implorava con frequenti lettere aiuto da Tiberio; ma non avea Tiberio voglia di romperla coi Parti, gente che non si lasciava far paura dai Romani, e gli avea anche più volte fatti sospirare. Oltre a ciò avvenne[Dio, lib. 57.]che Tiberio fece citar a RomaArchelao re della Cappadociatributario de' Romani, col pretesto ch'egli meditasse delle rebellioni. L'odiava Tiberio, perchè, allorchè egli dimorava a guisa di relegato in Rodi, Archelao passando per colà non l'avea onorato di una visita, e grande onore all'incontro avea fatto a Cajo Cesare emulo suo. Venne Archelao a Roma vecchio e malconcio di sanità, dopo aver per cinquant'anni governato i suoi popoli; e fu accusato innanzi al senato. Si mise egli in tal affanno per questa persecuzione, che da lì a qualche tempo, non si sa se naturalmente, o pure per aiuto altrui, terminò la sua vita. Allora la Cappadocia fu ridotta in provincia, e spedito colà un governatore. In que' medesimi tempi vennero a morteAntioco re della ComageneeFilopatore re di Ciliciacon gran turbazione di que' popoli, parte dei quali volea un re, ed un'altra desiderava il governo de' Romani. Anche la Soria e la Giudea, lagnandosi de' troppo gravi tributi, ne dimandavano la diminuzione.

Fu questa una bella occasione a Tiberio per allontanar l'odiato nipoteGermanico Cesareda Roma, e cacciarlo in paesi pericolosi sotto specie d'onore. Propose dunque in senato, che non v'era persona più a proposito di lui per dar sesto agl'imbrogli dell'Oriente. Già avea esso Germanico conseguito il trionfo nel dì 26di maggio; e a lui per questa spedizione fu conceduta un'ampia autorità in tutte le provincie di là del mare. Ma Tiberio, per mettere a lui un contrapposto in quelle contrade, richiamato Cretico Silano dalla Soria[Tacit., Annal., lib. 2, cap. 43.], spedì a quel governo Gneo Calpurnio Pisone, uomo violento e poco amico di Germanico. Con costui andò anche Plancina sua moglie, addottrinata, per quanto fu creduto, da Livia Augusta, acciocchè facesse testa adAgrippinamoglie di Germanico. Volle inoltre Tiberio, cheDruso Cesaresuo figliuolo, lasciato l'ozio e il lusso di Roma, andasse nell'Illirico ad apprendere il mestiere della guerra. Andò egli; ma giunto colà fu forzato a passare in Germania, per cagion delle guerre civili nate fra i Germani non sudditi di Roma. Aspra lite quivi era fra Arminio promotore della libertà, e Maroboduo, che avea preso il titolo di re. Ad una campale battaglia vennero questi due emuli. Fu creduto vincitore Arminio, perchè l'altro per la soverchia diserzione dei suoi si ritirò fra i Marcomanni[Dio, Strabo, Eusebius, in Chron.]. Druso colà si portò con apparenza di voler trattar la pace fra essi. Devastò in quest'anno un fiero tremuoto dodici città dell'Asia, alcune delle quali assai celebri, come Efeso, Sardi, Filadelfia. Tiberio dedicò in Roma varii templi, ma edificati da altri; perchè egli non si dilettò di fabbriche, nè di lasciar magnifiche memorie, per non iscomodar la sua borsa. In Africa si sollevarono i Numidi e i Mori per istigazione di Tacfarinate. Furio Camillo, proconsole di quelle provincie, benchè non avesse al suo comando se non una sola legione e poche truppe ausiliarie, marciò contro quella gran moltitudine di gente, e le mise in fuga. Per tal vittoria si meritò dal senato gli ornamenti trionfali[Hieron., in Chron.]. Negli ultimi sei mesi dell'anno presente diede fine alla sua vita il poetaOvidioin Tomi, città posta alle rive del mar Nero, dov'era stato relegato da Augusto. Credesi ancora,che questo fosse l'ultimo anno di vita del celebre storico romanoTito Liviopadovano.

Consoli

Claudio Tiberio Neroneimperatore per la terza volta, eGermanico Cesareper la seconda.

Pochi giorni tenne Tiberio il consolato. A lui succedetteLucio Sejo Tuberone; e poscia nelle calende di luglio in luogo di Germanico, fu creato consoleCajo Rubellio Blando. Ho aggiunto il prenome diCajoa Rubellio, secondo la testimonianza di un marmo[Thes. Novus Inscript., pag. 301, num. 2.]da me dato alla luce. Ma si può dubitare, se il consolato di lui appartenga all'anno presente.Germanicosi trovava in Nicopoli, città dell'Epiro, allorchè vestì la trabea consolare[Tacitus, Annal., lib. 2, cap. 54.]. Visitò egli le città greche, e massimamente Atene, ricevendo dappertutto distinti onori. Passò a Bisanzio e al mar Nero; e finalmente entrato nell'Asia, arrivò a Lesbo, doveAgrippinasua moglie partorìGiulia Livilla. Intanto Gneo Pisone, inviato da Tiberio per proconsole della Soria, raggiunse Germanico a Rodi. Non era ignoto a Germanico il mal animo di costui; pure avendo inteso ch'egli correa pericolo della vita per una fiera tempesta insorta, spedì alcune galee per salvarlo. Neppur giovò questo per ammansarlo. Appena Pisone fu dimorato un giorno in Rodi, che passò in Soria, dove usando carezze e regali si procacciò l'affetto di quelle legioni, lasciando a' soldati specialmente la libertà di far tutto ciò che loro piacea. Meno non si adoperava Plancina sua moglie, che intanto non si guardava di sparlar dappertutto di Germanico e di Agrippina. Andossene in Armenia Germanico, ed ivi pose per reZenonefigliuolo di Polemone re di Ponto,dopo aver depostoOrodefigliuolo di Artabano. Diede dei governatori alle provincie della Cappadocia e della Comagene, con isminuire i tributi di quelle provincie; e poscia continuò il viaggio fino in Soria. Più che mai cresceva la boria e la petulanza di Pisone proconsole; e sforzavasi bensì Germanico di pazientare gl'insulti e i mancamenti di rispetto di costui; ma niuno v'era, che non conoscesse l'aperta nimicizia che passava fra loro. Vennero a trovar Germanico gli ambasciadori diArtabanore de' Parti, per rinnovar l'amicizia e lega, esibendosi quel re di venire alle rive dell'Eufrate per fargli una visita. Una delle loro dimande fu che non permettesse al già deposto re dei Parti Vonone di soggiornar nella Soria. Germanico il mandò a Pompejopoli, città della Cilicia, non tanto per far cosa grata ad Artabano, quanto per far dispetto a Pisone, che il proteggeva non poco a cagion de' regali e della servitù che ne ricavava Plancina sua moglie. Qui ci vien meno la storia di Dione, e però nulla di più sappiamo de' fatti de' Romani nell'anno presente.

Consoli

Marco Giunio SilanoeLucio Norbano Balbo.

Fece in quest'anno Germanico Cesare un viaggio in Egitto[Tacitus, Ann., lib. 1, c. 59.], per curiosità di veder quelle rinomate antichità, e si portò sino ai confini della Nubia, informandosi di tutto. Per cattivarsi que' popoli abbassò il prezzo de' grani, e in pubblico nella città d'Alessandria andò vestito alla greca, perchè quivi predominava quella nazione e la loro lingua[Sueton., in Tiber., c. 52.]. Tiberio, risaputolo, disapprovò la mutazion dell'abito, e più l'essere entrato in Alessandria, afflitta allora dalla carestia, senza sua licenza. Tornossene dipoi in Soria,dove trovò che tutto quanto egli avea ordinato per l'armata e per le città, era stato disfatto da Pisone. Pertanto divampando forte la loro discordia, prese Pisone la risoluzione d'andarsene lungi dalla Soria; ma sopravvenuta una malattia a Germanico già pervenuto ad Antiochia, si fermò, finchè parve che il di lui male prendesse ottima piega; ed allora si ritirò a Seleucia. Ma l'infermità di Germanico andò poscia crescendo. Sparsesi voce, che per malie d'esso Pisone e di Plancina sua moglie l'infelice principe venisse condotto a poco a poco alla morte; e a tal voce si prestò fede, per essersi trovati vari creduti maleficii. In somma se ne morì Germanico nell'età di trentaquattr'anni, lasciando in una grande incertezza, se la morte sua fosse naturale, oppure a lui procurata da Pisone e da Plancina sua moglie; o per segreti ordini di Tiberio. Universalmente fu creduto quest'ultimo. Non si può esprimere il dolore, non solo del popolo romano e delle provincie tutte del romano impero, ma degli stessi re dell'Asia per la perdita di questo generoso principe. Era egli ornato delle più belle doti di corpo e d'animo, valoroso coi nemici[Dio, in Excerptis, et lib. 57.], clementissimo coi sudditi. Posto in tanta dignità, e con tanta autorità, pure mai non insuperbì, trattando tutti con onorevolezza, e vivendo più da privato che da principe. Già vedemmo, ch'egli ricusò l'imperio, per non mancar di fede e di onor a Tiberio. Non mai fu veduto abusarsi della sua podestà, non mai si lasciò torcere dalla fortuna ad azioni sconvenevoli a personaggio virtuoso. Quel ch'è più, con tutti i torti a lui fatti da Tiberio, suo zio paterno, e padre per adozione, e con tutto il suo ben conosciuto mal talento, non mai si lasciò uscir parola di bocca, per riprovar le azioni di lui. Perciò era amatissimo da tutti, fuorchè dallo stesso Tiberio, anzi maggiormente amato, appunto perchè il conoscevano odiato da esso suo zio. Mirabil cosa fu l'osservare, come lo stesso Druso,figliuolo natural di Tiberio, ancorchè Germanico potesse ostargli alla succession dell'imperio, pure l'amasse sempre con sincero amore e come vero fratello. Gran perdita fece Roma in Germanico, ma specialmente perchè Tiberio sciolto dal timore di lui, cominciò ad imperversare, con giugnere in fine a costumi crudeli e tirannici. Restarono di Germanico tre figliuoli maschi, cioèNerone,Druso, eCajo Caligola, e tre figlie, cioèAgrippina, che poi fu madre di Nerone augusto,DrusillaeLivilla.Agrippinalor madre, figliuola di Agrippa, e di Giulia nata da Augusto, donna, che ben diversa dalla madre, s'era già fatta conoscere per ispecchio di castità, ed avea dati segni di un viril coraggio, molto più ora abbisognò della sua costanza, rimasta senza il generoso consorte, con dei figliuoli piccioli, e odiata da Livia e forse poco men da Tiberio. Fu consigliata da molti di non tornarsene a Roma: differente ben era il desiderio suo, perchè ardeva di voglia di cercar vendetta di Pisone e di Plancina, tenuti per autori delle sue disavventure. Però sul fine dell'anno colle ceneri del marito e co' figliuoli spiegò le vele alla volta di Roma.

In luogo di Pisone era stato costituito progovernatore della Siria Gneo Sentio Saturnino; ma Pisone, udita la morte di Germanico, dopo averne fatta gran festa, si mise in viaggio con molti legni, e buona copia di milizie, risoluto di ricuperare il suo governo, e di adoperare, occorrendo, anche la forza. Si impadronì d'un castello; ma avendolo Saturnino quivi assediato con forze maggiori, gli convenne cedere, ed intanto fu chiamato a Roma. L'andata diDruso Cesarein Germania, secondo le apparenze, fu per pacificare i torbidi insorti fra Arminio e Maroboduo. Altri documenti avendo ricevuto dall'astuto suo padre, fece tutto il contrario, aggiungendo destramente olio a quell'incendio, acciocchè i nemici si consumassero da sè stessi. Abbandonato poi Maroboduo da' suoi, ricorse a Tiberio, che gli assegnòper abitazione Ravenna, dove aspettando sempre qualche rivoluzione nella Svevia, senza mai vederla, dopo diciotto anni, assai vecchio, compiè la carriera de' suoi giorni. Fin qui Arminio in Germania avea bravamente difesa la libertà della sua patria contro ai Romani; ma avendola poi voluta egli stesso opprimere, fu in quest'anno ucciso dai suoi, in età di soli trentasette anni di vita. Per un decreto d'Augusto era già stato proibito in Roma l'esercizio della religione egiziana con tutte le sue cerimonie; ma seppe essa mantenersi quivi ad onta della legge sino al presente anno. Un'iniquità commessa da que' falsi sacerdoti, collo ingannare Paolina, savia e nobilissima dama romana, e darla per danari in preda a Decio Mondo, giovane perduto dietro a lei, con farle credere che di lei fosse innamorato il falso dio Anubi, siccome diffusamente narra Giuseppe storico[Joseph., Antiq., lib. 18, cap. 4.], diede ansa al senato di esiliar dall'Italia il culto d'Iside, di Osiride e degli altri dii d'Egitto[Tacit., lib. 2, cap. 85.]. Comandò inoltre Tiberio, che si atterrasse il tempio d'Iside, e si gittasse nel Tevere la sua statua. La medesima disavventura toccò ai Giudei[Sueton., in Tiber., cap. 36.], che in gran numero abitavano allora in Roma, a cagion di una baratteria usata da alcuni impostori di quella nazione a Fulvia, nobile dama romana, che avea abbracciata la lor religione; avendo essi convertito in uso proprio l'oro e le vesti ricche, dalla medesima inviate a Gerusalemme, affinchè servissero in onore del tempio. Scelsero i consoli quattromila giovani di essi Giudei di razza libertina, e per forza arrolati li mandarono in Sardegna a far guerra ai ladri ed assassini di quell'isola, senza mettersi in pensiero, se quivi avessero da perire per l'aria che in quei tempi veniva creduta maligna e mortifera. Il rimanente de' Giudei fu cacciato di Roma, e disperso in varie provincie.Vonone, giàre de' Parti, volendo in questi tempi fuggir dalla Cilicia, preso da Vibio Frontone, si trovò poi da un soldato privato di vita. Per mettere freno all'impudicizia delle matrone romane[Sueton., in Tiber., cap. 35.], che ogni dì più andava crescendo in Roma, città piena di lusso e di gente, a cui poca paura faceano i falsi dii del Paganesimo, fu con pubblico editto imposta la pena dell'esilio alle figliuole, nipoti e vedove de' cavalieri Romani che cadessero in questo delitto.

Consoli

Marco Valerio MessallaeMarco Aurelio Cotta.

Di grandi onori avea ricevuto in Roma la memoria diGermanico, per ordine di Tiberio e del senato[Tacitus, lib. 3, cap. 1.]; ed anche il popolo in varie guise ne avea attestato il suo dolore. Si rinnovò il lutto in quest'anno all'arrivo diAgrippinasua moglie. Dopo essersi per qualche giorno fermata in Corfù, sbarcò dipoi a Brindisi.Druso Cesare, che era tornato a Roma, co' maggiori figliuoli del defunto Germanico, andò ad incontrarla sino a Terracina. Innumerabil gente, massime de' militari, si portò sino a Brindisi. Caldi furono i sospiri, universale il pianto al comparire dell'urna funebre. Per tutta la via i magistrati e popoli fecero a gara per onorar le di lui ceneri. Gli stessi consoli col senato, e gran parte del popolo si portarono a riceverle con dirotte lagrime; e poi queste vennero riposte nel mausoleo d'Augusto[Ibidem, c. 9.]. Giunse dipoi Pisone con sua moglie a Roma, orgoglioso come in addietro; ma non tardarono a presentarsi al senato accusatori, imputando a lui e a Plancina sua moglie la morte di Germanico. Neppure a questo mal uomo mancavano dei difensori; edifficile era il provar le accuse, siccome avviene in somiglianti casi. Tiberio, che ben sapea le mormorazioni del popolo, quasi che fosse passata buona intelligenza tra lui e Pisone, per levar di vita Germanico, da uomo disinvolto si regolava in questa pendenza, mostrando sempre un vivo affanno per la perdita del figliuolo adottivo, e di voler buona giustizia; ma nello stesso tempo di non volere, che sopercheria si facesse all'accusato. Creduto fu che segretamente a Pisone fosse fatto animo e sicurezza di protezion da Sejano, e che per questo egli si astenesse dal produrre gli ordini a lui dati da Tiberio. Ma se non si provava il reato suddetto, si faceano ben constare altri reati di sedizione, d'ingiurie fatte e dette a Germanico: cosa che mise in fiera apprension Pisone, e tanto più perchè il popolazzo vicino la curia gridava contra di lui, minacciando di menar le mani, qualora egli la scappasse netta dal giudizio de' senatori. Perciò vinto dall'affanno, tenendosi tradito, da sè stesso si diede la morte, liberando in tal guisa Tiberio da un bel molesto pensiero. Plancina sua moglie, che era tutta di Livia Augusta, per le raccomandazioni di lei seguitò a vivere in pace. Al di lei figliuolo Marco Pisone fu conceduto un capitale di cento venticinquemila filippi; il rimanente confiscato, ed egli mandato in esilio. Risvegliossi intanto di nuovo in Africa la guerra, essendo risorto più di prima vigoroso Tacfarinate. Per aver egli messa in fuga una coorte di Romani, sì fatta collera montò a Lucio Apronio proconsole allora in quelle contrade, che infierì contra de' fuggitivi. Ciò fu cagione, che cinquecento soli de' suoi veterani sì valorosamente combatterono dipoi contro l'armata di Tacfarinate, che la misero in rotta. Giunto era all'età capace di matrimonioNerone, figliuolo primogenito del defunto Germanico[Sueton., in Tiber., cap. 29.]. Tiberio a lui diede in moglieGiuliafigliuola diDrusosuo figlio: cosa che recò non poca allegrezzaal popolo romano. Per lo contrario si mormorò non poco, perchè Tiberio avesse fatto contrarre gli sponsali ad una figliuola del suo favorito Elio Sejano conDrusofigliuolo diClaudio, cioè di un fratello di Germanico, di Claudio, dico, il qual poi fu imperadore. A tutti parve avvilita con questo atto la nobiltà della famiglia principesca; perchè era bensì nato Sejano di padre aggregato all'ordine de' cavalieri, ma niuna proporzione si trovava fra lui e Druso, discendente non meno dalla casa d'Augusto, che da quella di Livia. Maggiormente ciò dispiacque per la apparenza che Sejano, comunemente odiato pel predominio suo nel cuor di Tiberio, potesse aspirare a voli più alti, cioè all'imperio. Ma non si effettuarono poi queste meditate nozze, perchè il giovinettoDrusomentre da lì a pochi giorni era in Campania, avendo gittato in aria per giuoco un pero[Sueton., in Claudio, cap 27.], e presolo a bocca aperta nel cadere, ne rimase soffocato, non sussistendo, come dice Svetonio, ch'egli morisse per frode di Sejano.

Consoli

Claudio Tiberio Nerone Augustoper la quarta volta eDruso Cesaresuo figliuolo per la seconda.

Ci assicura Svetonio[Sueton., in Tib., cap. 26.], che Tiberio, il quale avea preso il consolato per far onor al figliuolo, da lì a tre mesi lo rinunziò, senza sapersi finora se alcuno subentrasse console in luogo suo. Niuno probabilmente, scrivendo Dione[Dio, lib. 57.], che Tiberio,finito il suo Consolato, ritornò a Roma nè egli vi ritornò, se non alla fine dell'anno. In fatti venuta la primavera dell'anno presente, trovandosi esso Tiberio, o pure fingendo d'essere con qualcheincomodo di sanità, volle mutar aria, e se n'andò a Campania. Chi credette ciò fatto per lasciar al figliuolo tutto l'onore del consolato, ed altri, perchè gli cominciasse a rincrescere il soggiorno di Roma, essendogli specialmente molesta l'ambizione di Livia Augusta sua madre, che faceva di mani e di piedi per comandare anch'ella, e per dividere il governo con lui: cosa ch'egli non sapea sofferire. Parve perciò che fin d'allora egli meditasse di volontariamente esiliarsi da Roma, siccome vedremo che succedette dipoi. Turbata fu anche nell'anno presente l'Africa da Tacfarinate[Tacit., lib. 3, cap. 35.]; laonde si vide spedito colà Giunio Bleso, zio materno di Sejano, per regolar quegli affari. Tentò in questo anno Severo Cecina nel Senato di far rinnovar l'antica disciplina de' Romani, che non permetteva ai governatori delle provincie di condur seco le loro mogli. Ma Druso console e la maggior parte de' senatori furono di contrario sentimento. Pericoloso era troppo allora il lasciar le dame romane lungi dai mariti, e in loro balìa: tanta era la corruttela de' costumi. Fu anche proposto di rimediare all'abuso introdotto e troppo cresciuto, che chiunque de' malfattori e degli schiavi fuggitivi si ricoverava alle immagini o statue degl'imperadori, era in salvo. Da tanti asili proveniva la moltiplicità de' misfatti, e l'impunità de' delinquenti. Druso cominciò a far provare ad alcuni nobili rifuggiti colà il gastigo meritato dai lor delitti, e ciò con plauso universale. Nella Tracia si sollevarono alcuni di que' popoli, ed impresero anche l'assedio di Filippopoli. Convenne inviare colà a reprimerli Publio Vellejo, forse il medesimo che ci lasciò un pezzo di storia scritta con leggiadria, ed insieme con penna adulatrice. Poca fatica occorse a dissipar quella gentaglia. Neppure andò in quest'anno esente da ribellioni la Gallia. Giulio Floro in Treveri, Giulio Sacroviro negli Edui, furono i primari a commovere la sedizione in varie città, malcontente de' Romani, a cagion della gravezzade' tributi e dei debiti fatti per pagarli. Restò in breve talmente incalzato Floro da Visellio Varrone e da Cajo Silio legati, o, vogliam dire, tenenti generali de' Romani, che con darsi la morte diede anche fine alla guerra in quelle parti. Più da far s'ebbe a domar Sacroviro, che, occupata la città d'Autun, capitale degli Edui, menava in campo circa quarantamila persone armate. Nulladimeno una battaglia datagli da Silio, con fortunato successo, ridusse ancor lui ad abbreviarsi di sua mano la vita. Fu in quest'anno chiamato in giudizio Cajo Lutorio Prisco cavalier romano, e celebre poeta di questi tempi, il quale avea composto un lodatissimo poema in morte di Germanico, per cui fu superbamente regalato. Avvenne che anche Druso Cesare caduto infermo fece dubitar di sua vita; laonde egli preparò un altro poema sopra la morte di lui. Guarì Druso; ma Prisco, mosso dalla vanagloria, non volendo perdere il plauso dell'insigne sua fatica, lesse quel poema in una conversazione di dame romane. Questo bastò al senato per fargliene un delitto, e delitto che fu immediatamente punito colla morte di lui: a tanta viltà d'adulazione e di schiavitù oramai era giunto quell'augusto consesso[Dio, lib. 57. Tacitus, lib. 3, cap. 50.]. S'ebbe a male Tiberio, non già perchè l'avessero condannato a morte, ma perchè aveano eseguita la sentenza, senza ch'egli ne fosse informato. E però fu fatta una legge che da lì innanzi non si potesse pubblicar nè eseguire sentenza di morte data dal senato, se non dieci giorni dappoi, acciocchè se l'imperadore fosse assente dalla città, potesse averne notizia. Teodosio il Grande, augusto, prolungò poi questo termine sino a trenta giorni per li condannati dall'imperadore, e verisimilmente ancora per le sentenze del senato.

Consoli

Quinto Haterio AgrippaeCajo Sulpicio Galba.

Questo Galba console, non so dire se padre o pur fratello fosse di Galba, che fu poi imperadore, asserendo Svetonio[Sueton., in Galba, cap. 3.]essere stato console il padre d'esso Augusto, e poi soggiugnendo che Cajo fratello d'esso imperadore, per non aver potuto conseguire il proconsolato da Tiberio, si uccise da sè stesso nell'anno 36 dell'Era nostra. Ai suddetti consoli nelle calende di luglio furono sostituitiMarco Coccejo Nerva, creduto avolo di Nerva, poscia imperadore, eCajo Vibio Ruffino. Era cresciuto in eccesso[Tacitus, lib. 3, cap. 55.]il lusso delle nozze, ne' conviti, e per altri capi nella città di Roma, senza far più caso delle leggi e prammatiche pubblicate da Augusto, e prima d'Augusto: il che s'era tirato dietro l'aumento dei prezzi delle robe e dei viveri. Fu proposto in senato di rimediare al disordine col moderar le spese. Ma una lettera di Tiberio, che ne accennava le difficoltà, distrusse tutta la buona intenzion degli edili. Tacito nota, che si continuò in sì fatto scialacquamento fino ai tempi di Vespasiano imperadore, sotto cui cominciarono i Romani a darsi alla parsimonia, non già per qualche legge o comandamento del principe, ma perchè così facea lo stesso Augusto: tanto può a regolare e sregolare i costumi l'esempio de' regnanti. In quest'anno ancora Tiberio scrisse al senato, chiedendo la podestà tribunizia perDruso Cesaresuo figliuolo, affine di costituirlo in tal maniera compagno suo nell'autorità e metterlo in istato d'essere suo successore nell'imperio. Fu prontamente ubbidito, e con giunte di novità all'onore: al che nondimeno Tiberio non consentì. Veggonsimedaglie[Mediobarb., in Num. Imperator.]diDruso, nelle quali è espressa questa podestà. Motivo di lungo e tedioso esame diedero dipoi al senato gli asili delle città greche, tanto in Europa che in Asia. Ogni tempio era divenuto un sicuro rifugio d'impunità ad ogni schiavo fuggitivo, ad ogni debitore e a chiunque era in sospetto di delitti capitali. Furono citate quelle città a produrre i loro privilegii. Si trovò per la maggior parte insussistente in esse il diritto dell'asilo; e però fu moderato quell'eccesso. Infermatasi intanto gravemente Livia Augusta, conobbe Tiberio suo figliuolo la necessità di tornarsene per visitarla. Gareggiarono a più non posso i senatori, per inventar cadauno pubbliche dimostrazioni del loro affanno per vita sì cara e della comun premura per la di lei salute; studiandosi di placare gl'insensati loro dii. Andò tanto innanzi la vilissima loro adulazione, che stomacò lo stesso Tiberio in guisa ch'ebbe a dire più volte in uscir dalla curia:Oh che gente inclinata alla servitù!Nè a lui piaceano tanti sfoggi di una stima verso la sua madre, siccome maggiore incentivo alla di lei natìa superbia e voglia di dominare. Continuavano tuttavia le turbolenze dell'Africa. Tacfarinate ribello era giunto a tale alterigia, che, spediti suoi ambasciadori a Tiberio, gli avea chiesto per sè e per l'esercito suo un determinato paese da signoreggiare: minacciando, non esaudito, una fierissima guerra. Per questa ardita dimanda fumò di collera Tiberio, e mandò ordine a Bleso proconsole di tirar colle buone all'ubbidienza i sollevati, per far poscia prigione, se mai poteva, quel temerario. Grande sforzo fece per tale incitamento Bleso, e prese un di lui fratello, ma non fu già egli stesso. Di poco rilievo furono le sue imprese; contuttociò Tiberio, perchè egli era zio materno del favorito Sejano, gli fece accordare gli ornamenti trionfali. Morì in quest'anno Asinio Salonino, figliuolo d'Asinio Gallo e di Vipsania, ripudiata già da Tiberio Augusto,e però fratello uterino di Druso Cesare.

Consoli

Cajo Asinio PollioneeLucio Antistio Vetereo siaVecchio.

Benchè gli autori de' fasti consolari comunemente dieno adAntistio Vetereil prenome diCajo, pureLuciovien da me nominato sul fondamento d'una iscrizione della mia Raccolta[Thesaurus Novus Inscript., pag. 301, n. 4.], posta Q. IVNIO BLASEO, L. ANTISTIO VETERE; dalla quale eziandio si può raccogliere che nelle calende di luglio ad Asinio Pollione fu sostituitoQuinto Giunio Bleso, già da noi veduto governatore dell'Africa. ProbabilmenteAsinio Pollione, fratello fu del poco fa defunto Asinio Salonino. Mancò di vita sui primi mesi dell'anno presente, dopo lunga malattiaDruso Cesare[Tacitus, lib. 4, c. 8.], unico figliuolo di Tiberio Augusto, giovane destinato a succedergli nell'imperio. Voce pubblica fu che un lento veleno, fattogli dare da Elio Sejano, il conducesse a morte. Tacito e Dione[Dio, lib. 58.]danno questo fatto per certo. Druso, giovane facilmente portato alla collera, non potendo digerir l'eccesso del favore di cui godea Sejano presso il padre, un dì venne alle mani con lui, e gli diede uno schiaffo, come vuol Tacito, parendo poco verisimile che il percussore fosse lo stesso Sejano, come s'ha da Dione. Questo affronto, ma più la segreta sete di Sejano di arrivare all'imperio, a cui troppo ostava l'esser vivente Druso, gli fece studiar le vie di levarlo dal mondo. Cominciò la tela, con adescarGiulia Livilla, sorella del fu Germanico Cesare e moglie d'esso Druso, traendola alle sue disoneste voglie. Dopo di che non gli riuscì difficile colle promesse del matrimonio e dell'imperioa farla precipitare in una congiura contro la vita del marito. Scelto Liddo, uno degli eunuchi suoi più cari, un tal veleno gli diede che potesse parer naturale la di lui malattia. Non si conobbe allora l'iniquo manipolator di questo fatto; ma da lì ad otto anni nella caduta di Sejano, ciò venne alla luce per confessione di Apicata sua moglie. Con tal costanza nondimeno portò Tiberio la perdita del figliuolo, che i maligni giunsero fino a sospettare lui stesso complice o autore del veleno, quasichè Druso avesse prima pensato di avvelenare il padre. Neppur Tacito, benchè inclinasse ad annerir tutte le azioni di Tiberio, osò prestar fede a così inverisimil diceria. Del resto non erano tali i costumi e le inclinazioni di Druso, che i Romani internamente si affliggessero della di lui morte. Lasciò egli tre figliuoli di tenera età, ma che l'un dietro all'altro furono rapiti dalla morte, di modo che la succession dell'imperio cominciò a destinarsi ai figliuoli diGermanico. In abbondanza furono fatti onori alla memoria di Druso; ma Tiberio non ammise chi gareggiava per passar seco atti di condoglianza, affinchè non gli si rinnovassero le piaghe del dolore. E perchè da lì a non molto tempo gli ambasciadori d'Ilio, o sia di Troja, venuti a Roma[Sueton., in Tiber., cap. 52.], gli spiegarono il lor dispiacere a cagion della perdita del figliuolo, per deriderli rispose: «Che anch'egli si condoleva con loro per la morte d'Ettore,» ucciso mille e dugento anni prima.

Buone qualità avea Tiberio mostrato in addietro, e competente governo avea fatto[Dio, lib. 57.]. Già dicemmo che tolto di vita Germanico, cominciò egli a declinar al male. Peggiorò anche dopo la morte di Druso. Nondimeno a renderlo più cattivo contribuì non poco l'ambizioso e perverso Sejano, le cui mire tendevano tutte a regnar solo col tempo. Perchè gliene avrebbono impedito l'acquisto ifigliuoli di Germanico, nipoti per adozione di Tiberio, e raccomandati in quest'anno dallo stesso Tiberio al senato, nè poteva Sejano sbrigarsi di loro col veleno per la buona cura che avea di essi, e della propria pudicizia Agrippina lor madre: si diede a fomentar ed accrescere l'odio di Tiberio contro d'essi, e il mal animo di Livia Augusta contro d'Agrippina. Chiunque ancora de' nobili sembrava a lui capace d'interrompere i voli della sua fortuna, cominciò egli sotto vari pretesti, e massimamente di aver essi sparlato di Tiberio, a perseguitarli con accuse che in questi tempi ad alcuni, e col progresso del tempo a moltissimi costarono la vita[Tacitus, lib. 4, cap. 14.]. Succedeva talvolta che gl'istrioni, o vogliam dire i commedianti, eccedevano nell'oscenità, e tagliavano i panni addosso a determinate donne romane, o pure porgevano occasioni a risse. Tiberio li cacciò di Roma, e vietò l'arte loro in Italia. Alle persone di merito dopo morte erano state alzate alcune statue da esso Tiberio. Videsi nel presente anno questa deformità, cioè, ch'egli mise la statua di bronzo di Sejano nel pubblico teatro. L'esempio del principe servì ad altri, per esporne molte altre simili. E conoscendo già ognuno che costui era la ruota maestra della fortuna e degli affari, risonavano dappertutto le sue lodi ed anche nello stesso senato; piena sempre di nobili l'anticamera di lui; i consoli stessi frequenti visite gli faceano; nulla in fine si otteneva, se non passava per le mani di lui. Una bestialità di Tiberio vien raccontata sotto quest'anno. Un insigne portico di Roma minacciava rovina, essendosi molto inchinate le colonne che lo sostenevano[Dio, lib. 57.]. Seppe un bravo architetto con argani ed altri ingegni ritornarlo al suo primiero sito. Maravigliatosene molto Tiberio, il fece bensì pagare, ma il cacciò anche fuori di Roma. Tornato un dì costui per supplicarlodi grazia, credendo di farsi del merito, gittò un vaso di vetro in terra; poi raccoltolo fece vedere che possedeva il secreto di racconciarlo. Gli fece Tiberio levar la vita, senza sapersi il vero motivo di così pazza e crudele sentenza. Scrive Plinio[Plinius, lib. 36, cap. 26.]lo stesso più chiaramente, dicendo che quel vetro era molle e pieghevole, come lo stagno, con aggiugnere nulladimeno, essere stata questa una voce di molti, ma poco creduta dai saggi.

Consoli

Servio Cornelio CetegoeLucio Viselio Varrone.

Ancorchè Tiberio non chiedesse al senato la confermazione della sua suprema autorità[Dio, lib. 57.], finito il decennio di essa, come usò Augusto, perchè egli non l'avea dianzi ricevuta per un determinato tempo: pure si solennizzarono i decennali del suo imperio con varii giuochi pubblici e feste. E perciocchè[Tacitus, lib. 4, cap. 16.]i pontefici e sacerdoti aveano fatto dei voti per la conservazione della vita di Tiberio, unendo anche con luiNeroneeDruso, cioè i due maggiori figliuoli del defuntoGermanico, se l'ebbe a male il geloso Tiberio. Volle sapere, se così avessero fatto per preghiere o per minacce d'Agrippina lor madre; ed inteso che no, li rimandò, non senza qualche riprensione. Poscia nel senato si lasciò meglio intendere, con dire che non si avea con prematuri onori da eccitare od accrescere la superbia de' giovani per lo più sconsigliati. Sejano anch'egli non lasciava di fargli paura, ripetendo essere già divisa Roma in fazioni; una d'esse portare il nome di Agrippina; e doversi perciò prevenire maggiori disordini. Datofu quest'anno fine alla guerra, già mossa da Tacfarinate in Africa. Era proconsole di quelle provincie Publio Dolabella, e tuttochè fosse stata richiamata in Italia la legione nona che era in quelle parti, pure raccolti quanti soldati romani potè, all'improvviso assalì i Numidi, mentre sotto il comando di esso Tacfarinate stavano raccolti sotto un castello mezzo smantellato. Fatta fu strage di loro, e fra gli uccisi vi restò il medesimo Tacfarinate, per la cui morte ritornò la quiete fra que' popoli. Fu in quella azione aiutato Dolabella da Tolomeo figliuolo di Giuba, re della Mauritania. Erano dovuti al vincitore proconsole gli onori trionfali, ed egli ne fece istanza; ma non gli ottenne, perchè a Sejano non piacque di vederlo uguagliato nella lode a Bleso suo zio, predecessore di Dolabella nel governo che pure avea ricevuto quel premio, con aver operato tanto meno. ATolomeore fu inviato da Tiberio in dono uno scettro d'avorio, e una veste ricamata in segno del gradimento dello aiuto prestato. Perseguitò Tiberio in quest'anno alcuni de' nobili, non d'altro delitto rei che d'aver mostrato il loro amore a Germanico e a' suoi figliuoli; e ad alcuni per questo gran misfatto, tolta fu la vita, crescendo ogni dì più la crudeltà del principe, e per conseguente il comune odio contro di lui. Abbondavano allora le spie; orecchio si dava a tutti gli accusatori, e niuno era sicuro. Nelle contrade di Brindisi un Tito Cortisio, soldato pretoriano ne' tempi addietro, mosse a sedizione i servi o, vogliam dire, gli schiavi di quelle parti; e vi fu paura d'una guerra servile. Ma per la sollecitudine di Tiberio e di Curzio Lupo questore, che con un corpo di armati volò contro di loro, restò in breve estinto il nascente incendio. Hanno osservato gli eruditi[Noris, Cenotaph. Pisan., Dissert. 2, cap. 16. Blanch., in Anastas. Schelestratus et alii.]che nell'anno presente avendo Valerio Grato dato fine al suo governo della Giudea, Tiberiospedì colà per procuratore e governatorePonzio Pilato, di cui è fatta menzione nel Vangelo.

Consoli

Marco Asinio AgrippaeCosso Cornelio Lentolo.

Vien creduto cheCossosia un prenome particolare della casa de' Cornelii Lentoli. Nuovo esempio dell'infelicità dei Romani, regnando il crudele Tiberio e il prepotente Sejano, si vide nel presente anno[Tacitus, lib. 4, cap. 34.]. Cremuzio Cordo, uno de' migliori ingegni de' Romani d'allora, avea composta[Dio, lib. 57.]una storia delle guerre civili di Cesare e Pompeo, conducendola anche ai tempi d'Augusto. Lo stesso Augusto l'avea letta, e, siccome principe saggio e discreto, non se n'era punto formalizzato. Ma avendo Cremuzio dipoi, forse con qualche parola, disgustato Sejano, si trovarono in quella storia dei delitti gravissimi. Egli avea lodato Bruto e Cassio uccisori di Cesare, e chiamato lo stesso Cassiol'ultimo dei Romani. Male non avea detto di Giulio Cesare, nè di Augusto, ma neppure stato era prodigo di lodi verso di loro. Fu accusato per questo nel senato, e Tiberio con occhio arcigno gli diede assai a conoscere d'essere indispettito contro di lui. Si difese egli coll'esempio di Tito Livio e d'altri scrittori e storici precedenti; ma tornato a casa, ed increscendogli di vivere sotto un sì tirannico governo, si lasciò morir di fame. Sentenziati furono al fuoco i di lui scritti; contuttociò avendone Marcia sua figliuola conservata una copia, vennero dopo la morte di Tiberio alla luce, accolti allora con ansietà maggiore dal pubblico appunto per la persecuzione sofferta dall'autor d'essi, ma a noi poscia rubati dalla voracità de' tempi. Osserva Tacito la mellonaggine di que' potenti, che mal operando non vorrebbonoche la memoria de' lor perversi fatti passasse ai posteri; e tutto fanno per abolirla. Ma Iddio permette ch'ella vi passi per castigare anche nel nostro mondo chi s'è abusato della potenza in danno de' popoli. Ai Ciziceni in quest'anno levato fu il privilegio di regolarsi colle proprie leggi e co' propri magistrati; e ciò perchè non avevano per anche terminato un tempio eretto ad Augusto ed avevano imprigionati alcuni cittadini romani. Le città di Spagna in questi tempi, inclinate anch'esse all'adulazione, inviarono ambasciatori a Tiberio, pregandolo di permettere che innalzassero dei templi a lui e a Livia Augusta sua madre, siccome egli avea conceduto alle città dell'Asia. Tacito mette le più belle sentenze in bocca di Tiberio[Tacitus, loc. cit.], con riferire il ragionamento di lui fatto nel senato per cui nol volle loro permettere, riconoscendo sè stesso per uno de' mortali, e bastando a lui di avere un tempio nel cuore de' senatori per l'amore e la stima che sperava da essi. Salì poi tanto alto l'ambizion di Sejano, che nel presente anno arditamente supplicò per ottenere in moglieGiulia Livilla, vedova del fuCajo Cesare, figliuolo adottivo di Augusto, e poi del defuntoDruso Cesare, e nuora del medesimo Tiberio. Quantunque fosse eccessivo il favore di Tiberio verso di lui, pure non si lasciò indurre l'astuto principe ad accordargli tal grazia: il che sconcertò forte le misure di Sejano, e lo rendè malcontento della propria per altro smoderata fortuna. Tuttavia mise in ordine altre macchine, siccome vedremo nell'anno seguente. Credono alcuni letterati[Pagius, in Critic. Baron., Stampa et alii.], che in quest'anno corresse l'annoXVdell'impero di Tiberio, enunziato da san Luca, in cui san Giovanni Batista diede principio alle sue prediche. Prendesi tal anno dal fine d'agosto dell'anno undecimo dell'Era cristiana, in cui Tiberio colla podestà tribunizia fu costituito suo collega nell'imperio d'Augusto.

Consoli

Cajo Calvisio SabinoeGneo Cornelio Lentolo Getulico.

Ebbero questi consoli nelle calende di luglio per successori nella dignitàQuinto Marcio BareaeTito Rustio Nummio Gallo. V'ha chi crede non doversi attribuire il nome diCornelioaLentolo Getulico. Ma certamente i Lentoli soleano essere della famigliaCornelia, come si può vedere nei Trattati dell'Orsino e Patino, e di Antonio Agostino. S'erano messi in armi[Tacitus, lib. 6, cap. 46.]alcuni popoli della Tracia, perchè non voleano sofferir che si facesse dai Romani leva di soldati nei lor paesi; negavano anche ubbidienza aRemetalcere loro. A Poppeo Sabino fu data l'incombenza di marciar contro di loro con quelle forze che potè raccogliere; e questi sì fattamente gli strinse, che per la fame e più per la sete, parte rimasero uccisi, e il rimanente se n'andò disperso. Per tal vittoria accordati furono a Sabino gli onori trionfali. Crebbero in questo anno le amarezze fra Tiberio ed Agrippina, vedova di Germanico, perchè fu condannata Claudia Pulcra, o sia Bella, cugina di lei. Parlò alto Agrippina a Tiberio, il pregò ancora di darle marito; ma egli, che temeva competenza nel governo, la lasciò senza risposta. Fu poi gran lite in Roma fra gli ambasciadori delle città dell'Asia, gareggiando cadauna per aver l'onore di alzare un tempio ad Augusto. La decision del senato cadde in favore della città di Smirna. Ritirossi nell'anno presente Tiberio nella Campania, col pretesto di andare a dedicare un tempio a Giove in Capoa, e un altro in Nola ad Augusto, morto in quella città. Suo pensiero era di non ritornar più a Roma, e così fu in fatti. Si misero tutti allora a scandagliare i motivi di questa ritirata. Chi pensò ciò avvenuto per artee suggestione di Sejano, che voleva restar solo alla testa degli affari in Roma, e seppe così ben dipingere gl'incomodi, a' quali era sottoposto il principe per tante visite, suppliche e giudizii, che l'indusse a cercar la quiete nella solitudine. Furono altri di parere, ch'egli se ne andasse, per non poter più sofferire l'ambizion di Livia sua madre, giacchè ella credeva a sè competente il far da padrona al pari di lui: cosa ch'egli non sapea digerire, ma neppure assolutamente vietare, considerando la signoria sua un dono di lei. Credettero finalmente altri, che si movesse Tiberio a tal risoluzione solamente per impulso proprio originato dall'infame sua libidine, in cui da gran tempo ero immerso, e continuava più che mai il sozzo vecchio, ma con istudiarsi di soddisfarla in segreto al che era più proprio un luogo ritirato. Si aggiungeva l'esser egli d'alta, ma gracile statura, col capo calvo e colla faccia sparsa d'ulcere, e coperta per lo più da empiastri. Hanno perciò creduto alcuni, che ciò fosse un frutto della sua sordida impudicizia, e che il morbo gallico somministrasse ancora in que' tempi un castigo, benchè raro, ai perduti dietro alle femmine prostitute. Vergognandosi egli di comparire in pubblico con sì deforme figura, parve ad alcuni di trovare in lui bastante motivo di fuggire dal consorzio degli uomini. In fatti anche dopo la morte della madre e di Sejano, si tenne egli lontano da Roma, benchè talvolta andasse burlando la gente credula, con ispargere voce del suo imminente ritorno. Pochi cortigiani volle seco Tiberio. Fra essi furono Sejano e Coccejo Nerva, personaggio pratico della giurisprudenza e probabilmente avolo di Nerva, che fu dipoi imperadore. Ad assaissimi lunari e ciarle senza fine dei Romani diede motivo la risoluzion presa da Tiberio, nè queste furono a lui ignote. Con levar la vita ad alcuni, forse anche innocenti, egli insegnò agli altri ad esaminare e censurar con più riguardo le azioni de' tiranni.

Consoli

Marco Licinio CrassoeLucio Calpurnio Pisone.

Il primo di questi consoli in due iscrizioni riferite dal Reinesio[Reinesius, Inscription. Class.VII, n. 10, 18.], vien chiamato MARCVS CRASSVS FRVGI. Queste iscrizioni, senz'avvedermi ch'erano già pubblicate, le ho inserite ancor io nella mia raccolta; e sono ben più da attendere, che la rapportata dallo Sponio, per conoscere il vero cognome d'esso console. Andò in quest'anno Tiberio Augusto a fissar la sua abitazione nell'amena isola di Capri, otto miglia distante da Surrento, tre dalla terra ferma, sprovveduta di porto, e solo accessibile a piccole barche, dove ritirato, con suo comodo continuò a sfogare la infame sua lussuria. Non si sa quante guardie egli menasse seco. Molto strano era nondimeno, che un imperadore soggiornasse in sì piccolo sito per dieci anni senza aver paura de' corsari, o di chi gli volesse male. Fors'egli si assicurò sulla difficoltà di approdare colà per cagion degli scogli. Pochi giorni dopo il suo arrivo un pescatore per mezzo di essi scogli penetrò nell'isola[Sueton., in Tiber., cap. 60.], e gli presentò un bel mullo o triglia, pesce allora stimatissimo. Perchè s'ebbe non poco a male Tiberio, che costui per quella difficile via fosse entrato, fece fregargli e lacerargli il volto col medesimo pesce; e buon per lui che non gli accadde di peggio. Sejano intanto non tralasciava diligenza alcuna per accendere sempre più la diffidenza e l'odio di Tiberio contro diAgrippina, vedova di Germanico, e contro diNeroneprimogenito d'essa, non quello che fu poi imperadore. Secondo le apparenze dovea questo giovane principe, siccome nipote per adozione di Tiberio, succedere a lui nell'imperio. Sejano, che v'aspirava anch'egliil tenea forte di vista; segretamente ancora inviava persone, che sotto specie d'amicizia il gonfiavano, esortandolo a mostrar più spirito; tale esser il desiderio del popolo romano; tale quel degli eserciti. All'incauto giovane scappavano talvolta parole, che meglio sarebbe stato il tenerle fra i denti. Tutto era riferito a Sejano, e tutto passava, forse anche con delle giunte, alle orecchie di Tiberio, con aggiungere sospetti a sospetti. Però nell'anno presente furono messi soldati alla guardia del palazzo d'Agrippina, affin di risapere chi v'andava e che vi si parlava: tutti segni funesti di maggiore strepito e della futura ruina. Accadde in quest'anno un caso quasi incredibile e sommamente lamentevole, che ha pochi pari nella storia[Tacitus, lib. 2 Annal., c. 62. Sueton., in Tiber., c. 40.]. In Fidene, città lontana da Roma cinque sole miglia, cadde in pensiero ad un uomo di bassa sfera, e neppur ricchissimo, per nome Atilio, di schiatta libertina, di fabbricare un anfiteatro di legno di gran mole, per dar al popolo lo spettacolo de' gladiatori. Siccome non v'era divertimento, di cui fossero sì ghiotti i Romani, come di questo; venuto quel dì, a folla vi corse da Roma la gente, uomini e donne d'ogni età. Ma quella macchina era mancante di buoni fondamenti, e peggio legata; però ecco sul più bello dell'azione precipitar tutto l'anfiteatro. Vi restarono soffocate o per la caduta sfracellate ventimila persone e trenta altre mila ferite in varie guise, con braccia e gambe rotte e simili altri mali, con urli e grida che andavano al cielo. Fu almeno considerabile la carità de' cittadini romani, che nelle loro case accolsero tutti que' miseri, somministrando loro vitto, medici e medicamenti, con isvegliarsi l'antico lodevol costume degli antichi, i quali così trattavano dopo le battaglie i soldati feriti. La pena data ad Atilio per la somma sua balordaggine, fu l'esilio; ed uscì un editto, che da lì innanzi non potessedare il giuoco de' gladiatori, se non chi possedeva quattrocentomila sesterzi di valsente, e che fosse approvato l'anfiteatro da intendenti architetti. A questa disavventura tenne dietro in Roma un grave incendio, che consumò tutte le case poste nel monte Celio. Tiberio all'avviso di un tal danno spontaneamente si mosse alla liberalità, inviando gran soccorso di danaro a chi avea patito: il che gli fece assai onore, e ne fu anche ringraziato dal senato.

Consoli

Appio Giulio SilanoeSilio Nerva.

Gran romore e compassione cagionò in quest'anno in Roma la caduta di Tizio Sabino, illustre cavaliere romano[Tacitus, lib. 4, c. 68. Dio, lib. 58.]. Era egli de' più affezionati alla famiglia di Germanico, praticava in casa d'Agrippina, l'accompagnava in pubblico. Sejano gli tese le reti. Latinio Laziare, d'ordine suo, s'insinuò nella di lui amicizia cominciando con amichevoli ragionamenti intorno alle afflizioni di Agrippina, e del mal trattamento a lei fatto e a' suoi figliuoli da Tiberio: del che andava mostrando gran compassione. Non potè Sabino ritenere le lagrime, e sdrucciolò in lamenti contro la crudeltà e superbia di Sejano, non la perdonando neppure a Tiberio. Con tali ragionamenti si strinse fra loro una stretta confidenza. In un giorno determinato Laziare trasse in sua casa il mal accorto Sabino, per avvertirlo di disgrazie che soprastavano ai figliuoli di Germanico. Stavano ascosi nella camera vicina tre detestabili senatori per udir tutto, ed udirono in fatti Sabino sparlar di Tiberio e di Sejano. L'accusa tosto andò al senato, ed egli imprigionato, fu nel primo dì solenne dell'anno condotto al supplicio con terrore di ognuno cheseppe la frode usata. Ebbe da lì innanzi ognuno sommo riguardo nel parlare del governo, nè pur attentandosi d'ascoltare, nè fidandosi d'amici, e sospettando fin delle stesse mura. Gittato il corpo di Sabino nel Tevere, un suo cane, che lo avea seguitato alla prigione, e s'era trovato alla sua morte, andò anch'esso a precipitarsi e a morire nel fiume: del che altri esempi si son più volte veduti. Plinio anch'egli parla[Plinius, lib. 8, c. 40.]della fedeltà di questo cane, ma con pretendere che fosse di un liberto di Sabino, condannato con lui alla morte. Mancò di vita in quest'annoGiuliafigliuola diGiulia, e nipote d'Augusto, la quale non men della madre convinta già d'adulterio, e relegata in un'isola da esso imperadore, e sostenuta ivi da Livia Augusta, per venti anni, avea fatto penitenza de' suoi falli. Ribellaronsi in questi tempi i popoli della Frisia, per non poter sofferire i tributi loro imposti, leggeri sul principio, e poscia accresciuti dagl'insaziabili ministri colà inviati. Contra di loro marciò Lucio Apronio vicepretore della Germania inferiore con un buon corpo di armati; ma volendo perseguitarli per quel paese inondato dall'acque e pieno di fosse, vi lasciò morti circa mille e trecento de' suoi in più incontri, con gloria de' Frisj e vergogna sua. Tiberio, ancorchè dolente ne ricevesse la nuova, pure per li suoi fini e timori politici niun generale volle inviare colà. Troppa apprensione gli facea il mettere in mano altrui il comando di grossa armata. Faceva istanza il senato, perchè Tiberio e Sejano ritornassero; e in fatti vennero essi in terra ferma della Campania; e colà si portò non solamente il senato, ma gran copia della nobiltà e della plebe con ritornarsene poi quasi tutti malcontenti o dell'alterigia di Sejano, o del non aver potuto ottenere udienza dal principe. Diede nell'anno presente Tiberio in moglie a Gneo Domizio EnobarboAgrippina, figliuola di Germanicoe di Agrippina, più volte da noi memorata. Da loro poi nacque Nerone, mostro fra gl'imperadori. Era già parente della casa d'Augusto questo Gneo Domizio, avendo avuto per avola sua Ottavia, sorella d'Augusto. Svetonio[Suet., in Neron., c. 5. Dio, in Neron.], parlando di costui, ci assicura ch'egli fu una sentina di vizii; e però da meravigliarsi non è, se il suo figliuolo, divenuto imperadore, non volle essere da meno del padre. Diceva lo stesso Domizio, che da lui e da Agrippina nulla potea prodursi, se non di cattivo e di pernicioso al pubblico. Convien credere che questa Agrippina juniore, ben dissomigliante dalla madre, fosse in sinistro concetto anche in sua gioventù.

Consoli

Lucio Rubellio GeminoeCajo Rufio Gemino.

Nelle calende di luglio furono sostituiti altri consoli. Ha creduto taluno, che fosseroQuinto Pomponio Secondo, eMarco Sanquinio Massimo. Ma il cardinal Noris[Norisius, in epistola Consulari.]con più fondamento mostrò essere statiAulo PlauzioeLucio Nonio Asprenate. Certamente egli è da dubitare, che nell'assegnar i consoli sostituiti, si sieno talvolta ingannati i fabbricatori de' fasti consolari. Più d'un esempio di ciò si trova nel Panvinio. Ora sotto questi due consoliGeminihan tenuto e tengono tuttavia alcuni letterati, che seguisse la Passione del divin nostro Salvatore: opinione fondatissima, perchè assistita da una grande antichità, ed approvata da molti de' santi Padri. Se così è, a noi sia lecito di metter qui l'anno primo del pontificato di san Pietro Apostolo. Tertulliano[Tertull. contra Jud., c. 8.], autore che fiorìnel secolo seguente, chiaramente scrisse, che il Signore patìsub Tiberio Caesare, Consulibus Rubellio Gemino et Rufio Gemino. Furono del medesimo sentimento Lattanzio, Girolamo, Agostino, Severo Sulpizio ed il Grisostomo. Altri poi han riferito ad alcuno degli anni seguenti un fatto sì memorabile della santa nostra religione. All'istituto mio non compete il dirne di più; e massimamente, perchè, con tutti gli sforzi dell'ingegno e della erudizione, non s'è giunto fin qui, e verisimilmente mai non si giugnerà a mettere in chiaro una così tenebrosa quistione. A noi dee bastare la certezza del fatto, poco importando l'incertezza del tempo. Sino a quest'anno era vissutaLivia, già moglie d'Augusto, e madre di Tiberio[Tacitus, lib. 5, c. 1.], appellata anche Giulia da Tacito e in varie iscrizioni, perchè dal medesimo Augusto adottata. Morì essa in età assai avanzata, con lasciar dopo di sè il concetto d'essere stata donna di somma ambizione, e non men provveduta di sagacità per soddisfarla, con aver saputo, a forza di carezze e di una allegra ubbidienza in tutto, guadagnarsi il cuore d'Augusto. Con tali arti condusse al trono il figlio Tiberio, poco amata, ma nondimeno rispettata da lui, e temuta da Sejano, finchè ella visse, pochissimo poi compianta da loro in morte. Prima che Tiberio si ritirasse a Capri[Sueton., in Tiber., c. 51.], era insorto qualche nuvolo fra lui e la madre, perchè facendo ella replicate istanze al figliuolo di aggregare ai giudici una persona a lei raccomandata, le rispose Tiberio d'essere pronto a farlo, purchè nella patente si mettesse, che la madre gli avea estorta quella grazia. Se ne risentì forte Livia, e piena di sdegno gli rinfacciò i suoi costumi scortesi ed insoffribili, i quali, aggiunse, erano stati ben conosciuti da Augusto; e, in così dire, cavò fuori una lettera conservata fin allora del medesimo Augusto, in cui si lamentava dell'aspre manieredel di lei figliuolo. Ne restò sì disgustato Tiberio, che alcuni attribuirono a questo accidente la sua ritirata da Roma. In fatti nell'ultima di lei malattia neppur si mosse per farle una visita; e dappoichè la seppe morta, andò tanto differendo la sua venuta, ch'era putrefatto il di lei corpo allorchè fu portato alla sepoltura. Avendo l'adulator senato decretato molti onori alla di lei memoria, egli ne sminuì una parte, e sopra tutto comandò che non la deificassero (benchè poi sotto l'imperio di Claudio a lei fosse conceduto questo sacrilego onore) facendo credere che così ell'avesse ordinato. Neppur volle eseguire il testamento da essa fatto, e di poi perseguitò chiunque era stato a lei caro, e infin quelli ch'essa avea destinati alla cura del suo funerale.

Soleva Tiberio ad ogni morte dei suoi diventar più cattivo. Ciò ancora si verificò dopo la morte della madre, la cui autorità avea fin qui servito di qualche freno alla maligna di lui natura, e agli arditi e malvagi disegni di Sejano, con attribuirsi a lei la gloria di aver salvata la vita a molti. Poco perciò stette a giugnere in senato un'assai dura lettera di Tiberio controAgrippinavedova di Germanico, e contro diNeronedi lei primogenito. Erano tutti i reati loro, non già di abbandonata pudicizia, non di congiure, non di pensieri di novità, ma solamente di arroganza e di animo contumace contro di Tiberio. All'avviso del pericolo, in cui si trovavano l'uno e l'altra, la plebe, che sommamente gli amava, prese le loro immagini, con esse andò alla curia, gridando essere falsa quella lettera, e che si trattava di condannarli contro la volontà dell'imperadore. Faceano istanza nel senato i senatori, venduti ad ogni voler di Tiberio, che si venisse alla sentenza; ma gli altri tutti se ne stavano mutoli e pieni di paura. Il solo Giunio Rustico, benchè uno de' più divoti di Tiberio, consigliò che si differisse la risoluzione, per meglio intendere le intenzionidel principe. Di questo ritardo, e maggiormente per la commozione del popolo, si dichiarò offeso Tiberio; ed insistendo più che mai nel suo proposito, fece relegarAgrippina[Sueton., in Tiber., cap. 53.]nell'isola Pandataria, posta in faccia di Terracina e di Gaeta. Dicono che non sapendosi ella contenere dal dir delle ingiurie contro di Tiberio, un centurione la bastonò per comandamento di lui sì sgarbatamente, che le cavò un occhio. I di lei figliuoli,NeroneeDruso, benchè nipoti per adozion di Tiberio, furono anch'essi dichiarati nemici; il primo relegato nell'isola di Ponza, e l'altro detenuto ne' sotterranei del palazzo imperiale. Qual fosse il fine di questi infelici, lo vedremo andando innanzi.


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