Consoli
Cato Antistio VetereeCaio Manlio Valente.
Erasi ben ridotta Roma ad un compassionevole stato sotto il crudele e tirannico governo di Domiziano. Non si sarebbe trovata persona nobile e benestante, che continuamente non tremasse al vedere tanti senatori, cavalieri ed altre persone, o private di vita o spinte in esilio o spogliate di beni[Plinius, in Panegyrico, et lib. 7, Epist. 14.]. Si univa bensì il senato, ma solamente per fulminar quelle sentenze che voleva il tiranno, o per autorizzar le maggiori iniquità. Ad ognuno mancava la voce per dire il suo sentimento; parlava quel solo che portava gli ordini dell'imperadore, e gli altri colla testa bassa, col cuor pieno di affanno, approvavano tacendo ciò che non osavano disapprovare parlando[Tacitus, in Vita Agricolae, cap. 2.]. Esente non era da un pari timore il resto del popolo, perchè dappertutto si trovavano spioni, che raccoglievano, amplificavano, e bene spesso fingevano parole dette in discredito del principe; e bastava essere accusato, per essere condannato. Ma se Domiziano facea tremar tutto il mondo, anche tutto il mondo facea tremar Domiziano, chè questa è una pensione inevitabile dei tiranni, i quali col nuocere a tanti, e massimamente ai migliori e agli innocenti, sanno di essere in odio a tutti,e che da tutti, almeno coi desiderii, se non con altro, è affrettata la morte loro. Però la diffidenza, gastigo che rode il cuore di ogni principe crudele ed ingiusto, crebbe sì fattamente in Domiziano, che cominciò a non fidarsi neppur diDomiziaAugusta sua moglie, nè di alcuno de' suoi liberti, cioè de' suoi più intimi cortigiani[Sueton., in Domitiano, cap. 15.]. Ad accrescere i suoi terrori si aggiunsero le predizioni a lui fatte in sua giuventù dai Caldei, cioè dagli strologi, che dovea perir di morte violenta. Anche Vespasiano suo padre, che non poco badava alla strologia, vedendolo ad una cena astenersi dal mangiar funghi, gli diede pubblicamente la burla, dicendo,che avea piuttosto da guardarsi dal ferro. Ma specialmente in quest'anno, che verisimilmente gli era stato predetto come l'ultimo di sua vita, non sapea dove stare: tanta era la sua inquietudine e paura, tanti i suoi sospetti contra ancora dei suoi più cari e familiari. A tutti perciò parlava brusco, tutti mirava con aria minaccevole. Avvenne inoltre, che per otto continui mesi caddero di molti fulmini, uno sopra il Campidoglio rifabbricato da lui, un altro nel palazzo imperiale, e nella stessa sua camera, un altro sopra il tempio della famiglia Flavia, e un altro guastò l'iscrizione posta ad una statua trionfale di lui, rovesciandola in un monumento vicino. Il popolo superstizioso di Roma, e più degli altri Domiziano, facea mente a tutti questi naturali avvenimenti e ad altri ch'io tralascio, credendoli segni d'imminente disavventura. Nulla nondimeno atterrì cotanto questo indegno imperadore[Dio, lib. 67.], quanto un certo strologo appellato Ascletarone, che avea predetta la di lui morte. Preso costui e condotto alla presenza di Domiziano, confessò di averlo detto.Sai tu, disse allora Domiziano,che cosa abbia da intervenire a te in questo giorno?—Signor sì, rispose lo strologo,il mio corpo ha da essere mangiato dai cani. Ordinò tosto Domiziano che costui fosse giustiziato, ed immantinente bruciato il corpo suo. Ma appena mezzo abbrustolito, si svegliò una dirotta pioggia, che estinse il fuoco, e costrinse la gente a ritirarsi, sicchè poterono i cani accorrerne, e far buon convito di quel arrosto. Portatane poi la nuova a Domiziano, oh allora sì che smaniò per la paura[Sueton., in Domitiano, cap. 16.]. Più fortunato fu un certo Largino Proclo, aruspice, che in Germania avea predetto dover seguire nel dì 18 di settembre gran mutazione di cose; anzi chiaramente, secondo Dione[Dio, lib. 67.], avea accennata la morte di Domiziano. Mandato perciò a Roma in catene negli ultimi tempi di esso imperadore, fu condannato a perdere la testa dopo il suddetto giorno, supponendosi che falsa avesse da riuscire la di lui predizione. Ma verificatasi questa, egli restò salvo, e fu anche ben regalato da Nerva.
Vanissima arte è la strologia; ma Dio, pei suoi occulti giudizii, può permettere che i suoi professori, per lo più fallacissimi, talvolta arrivino a colpire nel segno. Ma intanto è da osservare, che quest'arte ingannatrice, piuttosto che predire la morte di Domiziano, fu essa la cagione della morte medesima, di maniera che fors'egli sarebbe sopravvivuto molto, se non le avesse prestato fede. Imperciocchè, siccome abbiamo detto, essendosi conficcata nel di lui animo la credenza di dover esser ammazzato un dì, servì essa a lui di stimolo per commettere buona parte delle sue crudeltà, e a divenire odioso a tutti, con togliere dal mondo i migliori, e chiunque egli riputava più capace e voglioso di nuocergli. Il rendè essa inoltre sì diffidente e sospettoso, che temeva fin della moglie e de' suoi più intimi famigliari; ed arrivò, per quanto fu creduto, sino alla risoluzione di volerli privar tutti di vita. Ora, tantoDomiziasua moglie,quanto i suoi più confidenti liberti,Norbano, ePetronio Secondo, allora prefetti del pretorio, dappoichè ebbero veduto, come per sì lievi motivi egli avea uccisoClementesuo cugino, e personaggio di tanta probità, e faceva troppo conoscere di non più fidarsi di alcun di loro: assai intesero ch'erano anch'essi in pericolo, e che, per salvar la propria vita, altra maniera non restava che di levarla a Domiziano. Sicchè prendendo bene il filo, la soverchia credenza che professò questo screditato Augusto alle ciarle degli strologi, trasse lui ad esser crudele, e a non fidarsi di alcuno: e questa sua crudeltà e diffidenza costò a lui la vita per mano de' suoi più cari. Scrive dunque Dione di aver inteso da buona parte[Dio, lib. 67.], che Domiziano avesse veramente presa la determinazione di uccider la moglie e gli altri più familiari suoi liberti, e i capitani delle guardie stesse. Subodorata questa sua intenzione, si accinsero essi a prevenirlo, ma non prima di aver pensato a chi potesse succedergli nell'imperio. Segretamente ne fecero parola a varie nobili persone, che tutte, dubitando di qualche trappola, non vollero accettar quella esibizione. Finalmente si abbatterono in Marco Coccio Nerva, personaggio degno dell'imperio, che abbracciò l'offerta. Un accidente fece affrettare la di lui morte, se pur è vero ciò che racconta Dione: perchè Svetonio, più vicino a questi tempi, non ne parla, e lo stesso vedremo raccontato di Commodo Augusto, anch'esso ucciso. Soleva Domiziano per suo solazzo tenere in camera un fanciullo spiritoso di pochi anni. Questi, mentre il padrone dormiva, gli tolse di sotto al capezzale una carta, con cui andava poi facendo dei giuochi. SopravvenutaDomiziaAugusta, gliela tolse, e con orrore trovò quella essere una lista di persone che il marito volea levare dal mondo, e di esservi scritta ella stessa, i due prefetti del pretorio,Parteniomastro di camera, edaltri della corte. Ad ognun di essi comunicato l'affare, fu determinato di non perder tempo ad eseguire il disegno.
Venne il dì 18 di settembre, in cui, secondo gli astrologi, temeva Domiziano di essere ucciso. L'ora quinta della mattina, quella specialmente, era di cui paventava. Però, dopo aver atteso nel tribunale alla spedizione di alcuni processi, nel ritirarsi alle sue stanze dimandò che ora era. Da taluno de' congiurati maliziosamente gli fu detto, che era la sesta: perlochè tutto lieto, come se avesse passato il pericolo, si ritirò nella sua camera per riposare.Partenio, mastro di camera, entrò da lì a poco per dirgli, cheStefanoliberto e mastro di casa dell'ucciso Flavio Clemente, desiderava di parlargli per affare di somma importanza. Costui siccome uomo forte di corpo, e che odiava sopra gli altri Domiziano per la morte data al suo padrone, era scelto dai congiurati per fare il colpo. Ne' giorni addietro aveva egli finto di aver male al braccio sinistro, e lo portava con fascia pendente dal collo. Entrato egli in tal positura, presentò a Domiziano una carta, contenente l'ordine di una congiura che si fingeva tramata contra di lui, col nome di tutti i congiurati. Mentre era l'imperadore attentissimo a leggerla, Stefano gli diede di un coltello nella pancia. Gridò Domiziano aiuto: un suo paggio corse al capezzale del letto, per prendere il pugnale, oppure la spada, nè vi trovò che il fodero, e tutti gli uscii erano chiusi[Dio, lib. 67. Sueton., in Domitiano, c. 17.]. Ma perchè la ferita non era mortale, Domiziano s'avventò a Stefano, si ferì le dita nel volergli prendere il coltello, ed abbrancolatisi insieme caddero a terra.Partenio, temendo che Domiziano la scappasse, aperta la porta, mandò dentro Clodiano Corniculario, Massimo suo liberto, e Saturio capo de' camerieri, ed altri che con sette ferite il finirono. Ma entrati altri, che nulla sapeano della congiura, e trovato Stefano in terra, l'uccisero. Inquesta maniera, cioè col fine ordinario dei tiranni terminò sua vita Domiziano, in età di anni quarantacinque. Del suo corpo niuno si prese cura, fuorchè Filide sua nutrice, che segretamente in una bara plebea lo fece portare ad una sua casa di campagna, e dopo averlo fatto bruciare, secondo l'uso d'allora, seppe farne mettere le ceneri, senza che alcuno se ne avvedesse, nel tempio della casa Flavia, mischiandole con quelle diGiulia Sabina Augusta, figliuola di Tito imperadore suo fratello[Sueton., in Domitiano, cap. 22.]. Fu questa Giulia maritata da esso Tito aFlavio Sabinosuo cugino germano; ma invaghitosene, Domiziano, vivente ancora Tito, l'ebbe alle sue voglie. Divenuto poi imperadore, dopo aver fatto uccidere il di lei marito, pubblicamente la tenne presso di sè, con darle il titolo di Augusta, e farle un tal trattamento che alcuni la credettero sposata da lui[Philostratus, in Apollon. Tyan., lib. 7.]. Ma, perchè gravida del marito egli volle farla abortire, cagion fu di sua morte. Non ho detto fin qui, ma dico ora che Domiziano nella libidine non la cedette ad alcuno de' più viziosi. Nè occorre dire di più.
Quanto al basso popolo di Roma[Sueton., in Domitiano, c. 23.], non mostrò egli nè gioia nè dolore per la morte di sì micidial regnante, perchè sfogavasi di ordinario il di lui furore solamente sopra i grandi, nè toccava i piccoli. I soldati sì ne furono in grande affanno e rabbia, perchè sempre ben trattati, e smoderatamente arricchiti da lui; però voleano tosto correre a farne vendetta: ma i lor capitani ne frenarono que' primi furiosi movimenti, benchè non potessero dipoi impedire quanto soggiugnerò appresso. All'incontro il senato, contra di cui specialmente era infierito Domiziano, ne fece gran festa, il caricò di tutti i titoli più obbrobriosi, ed ordinò che si abbattessero la sue statue, e i suoi archi trionfali[Dio, lib. 67.]; si cancellasse il di luinome in tutte le iscrizioni, cassando anche generalmente ogni suo decreto. Ancorchè Domiziano non si dilettasse delle lettere e delle arti liberali, a solamente si conti ch'egli gran cura ebbe di rimettere in piedi le biblioteche bruciate di Roma, con raccogliere[Sueton., in Domitiano, cap. 24.]libri da ogni parte, e farne copiare assaissimi da quella di Alessandria: pure fiorirono a' suoi tempi vari insigni filosofi, fra' quali massimamente risplendèEpitteto, i cui utili insegnamenti restano tuttavia, edApollonio Tianeo, la cui vita, scritta daFilostrato, è piena di favole. Fiorirono anche in Roma l'eccellente maestro della eloquenzaMarco Fabio Quintiliano, eMarco Valerio Marziale, poeta rinomato per l'ingegno, infame per gli suoi troppo licenziosi epigrammi. Erano amendue nativi di Spagna. Vissero parimente in que' tempiCajo Valerio Flacco, Cajo Silio Italico, de' quali abbiamo tuttavia i poemi, ma di gusto cattivo; eDecimo Giunio Giuvenale, autor delle satire, poco certamente modeste, ma assai ingegnose e degne di stima.
Terminata dunque la tragedia di Domiziano, cominciò Roma, e seco l'imperio romano, liberato da questo mostro, a respirare, e tornarono i buoni giorni per l'assunzione al trono imperiale diMarco Coccejo Nerva. Era nato Nerva, per quanto ne scrive Dione[Dio, lib. 68.], nell'anno 32 dell'era nostra, di nobilissimo casato. L'onestà dei suoi costumi, la sua aria dolce e pacifica, la sua rara saviezza, prudenza ed inclinazione al ben del pubblico, il faceano amare e rispettar da chicchessia. Queste sue belle doti gli ottennero due volte il consolato, cioè nell'anno 71 e nel 90. Mancava a lui solamente un corpo robusto, e una buona sanità, essendo stato debolissimo lo stomaco. Non si accordano gli storici in certe particolarità della sua vita negli ultimi anni di Domiziano. Filostrato[Philostrat., in Vita Apollonii, lib. 7.]vuole che venuto a Roma Apollonio Tianeo, gl'insinuasse di liberar la patria dalla tirannia di Domiziano, ma ch'egli non ebbe tanto coraggio. Aggiugne che Domiziano il mandò in esilio a Taranto; ed Aurelio Vittore[Aurel. Vict., in Epit.]scrive, che Nerva si trovava ne' Sequani, cioè nella Franca Contea, allorchè trucidato fu Domiziano, e che per consentimento delle legioni prese l'imperio. Ben più credibile a noi sembrerà ciò che lasciò scritto Dione, cioè, che Domiziano, giù da noi veduto persecutore di chiunque o per le sue buone qualità, o per relazion degli astrologi, era creduto potergli succedere nell'imperio, meditò ancora di levar Nerva dal mondo, e l'avrebbe fatto, se uno strologo amico di lui non avesse detto a Domiziano, che Nerva attempato e mal sano era per morire fra pochi giorni. Nè Dione parla punto di esilio; anzi suppone ch'egli si trovasse in Roma nel tempo dell'uccision di Domiziano, e che passasse di concerto coi congiurati, consentendo che si togliesse la vita a lui, giacchè senza di questo egli più non istimava sicura la propria. Estinto dunque il tiranno, fu alzato al trono cesareoMarco Coccejo Nerva, che certo non era lungi da Roma, per opera[Eutrop., in Brev. Dio, lib. 68.]specialmente diPetronio Secondoprefetto del pretorio, e diPartenioprincipal autore della morte di Domiziano, con approvazione di tutto il senato e plauso del popolo. Ma eccoti alzarsi un rumore e una voce, che Domiziano era vivo, e fra poco comparirebbe[Aurel. Vict., in Epit.]. Nerva di natural timido allora mutò colore, perdè la favella, nè più sapea in qual mondo si fosse. Ma Partenio, che coi suoi occhi avea veduto le ferite e gli ultimi respiri dell'estinto Domiziano, lo incoraggiò, e rimise in sella. Andò pertanto Nerva a parlare ai soldati per quietarli, e promise loro il donativo solitonell'assunzion de' nuovi imperadori. Di là poscia passò al senato, dove ricevette gli abbracciamenti gioviali, e i complimenti cordiali di cadauno de' senatori. Non vi fu se nonArrio Antonino, avolo materno di Tito Antonino poscia imperadore, suo sviscerato amico, il quale abbracciatolo gli disse, che ben si rallegrava col senato e popolo romano, e colle provincie per sì degna elezione, ma non già con lui; perchè meglio per lui sarebbe stato il vivere paziente sotto principi cattivi, che assumere un peso sì grave, ed esporsi a tanti pericoli ed inquietudini, col mettersi fra i nemici, che mai non mancano, e fra amici, i quali credendo di meritar tutto, se non ottengono quel che vogliono, diventano più implacabili degli stessi nemici. Contuttociò Nerva fattosi coraggio, prese le ridini del governo, e si accinse a sostener con decoro la sua dignità, siccome ancora a restituire al senato il primier suo decoro, e la quiete e l'allegria ai popoli. Vivente ancora Domiziano, e non per anche cessata la persecuzione da lui mossa a' Cristiani,sant'Anacletopapa coronò la sua vita col martirio o nel precedente, o piuttosto nel presente anno; ed ebbe per successore nel pontificato romanoEvaristo.
Consoli
Marco Coccejo Nerva Augustoper la terza volta, eLucio Virginio Rufoper la terza.
Vari altri consoli l'un dietro l'altro si credono dall'Almeloven sostituiti in quest'anno, fra gli altri certo è cheCornelio Tacitoistorico, siccome osservò anche Giusto Lipsio, succedette aVirginio, o siaVerginio Rufo. Tal notizia abbiamo da Plinio il giovane[Plinius, lib. 2, ep. 1.]. Era Virginio Rufo quel medesimo che nell'anno68 ricusò più di una volta l'imperio, datogli in Germania dai soldati. Gloriosamente avea egli menata fin qui la sua vita, senza incorrere in alcuna disgrazia, rispettandolo ognuno, e fin quella bestia di Domiziano, e serbando quell'animo grande, ch'era stato superiore agl'imperi. Nerva anch'egli volle far conoscere a lui ed al pubblico, quanta stima ne facesse con crearlo suo collega nel consolato. Abbiam di certo da Plinio suddetto, che questo fu ilTerzo consolatodi esso Virginio: al che non fece riflessione il padre Stampa[Stampa sul Fastos Consul. Sig.], quantunque il cardinal Noris[Noris, Epistol. Consul.]ed altri lo avessero avvertito, e si raccolga eziandio da Frontino e dai Fasti d'Idacio. Fu egli sotto Nerone nell'anno 63 per la prima volta console ordinario. Credesi che nell'anno 69 gli toccasse il secondo consolato, ma straordinario, sotto Ottone Augusto. Intorno al prenome di Rufo s'è disputato. ChiTito, chiPubbliol'ha voluto. È più probabileLucio. Ora per la terza volta creato console nell'anno presente, siccome c'insegna Plinio il giovane, mentre sul principio dell'anno si preparava a recitare in senato il rendimento di grazie a Nerva per la dignità a lui conferita, essendo in età di ottantatrè anni, colle mani tremanti, e stando in piedi, gli cadde il libro di mano; e nel volerlo raccogliere gli sdrucciolò il piede pel pavimento liscio e lubrico, in maniera che si ruppe una coscia. Non essendosi questa ben ricomposta o riunita, dopo qualche tempo se ne morì, e gli furono fatti solenni funerali, mentre era consoleCornelio Tacito, eloquentissimo oratore e storico, il qual fece l'orazione funebre in sua lode. Scrive il medesimo Plinio, che questo Virginio Rufo era nato in una città confinante alla sua patria Como.
Dacchè l'Augusto Nerva si vide sufficientemente assodato sul trono, fece tosto sentire il suo benefico genio a Romae a tutto il romano imperio[Dio, lib. 68.]. Richiamò dall'esilio una copia grande di nobili, che aveano patito naufragio sotto il precedente tirannico governo, ed abolì tutti i processi di lesa maestà. E perciocchè questi erano proceduti da mere calunnie, perseguitò i calunniatori, e fece morir quanti servi e liberti si trovarono aver intentate accuse contra dei loro padroni, proibendo con rigoroso editto a tal sorta di persone l'accusare da lì innanzi i padroni. Vietò parimente l'accusar chicchessia d'empietà, e di seguitare i riti giudaici: il che vuol dire ch'egli estinse la persecuzione mossa de' Cristiani, che dai Pagani venivano tuttavia confusi coi Giudei. Perciocchè per conto de' Giudei era loro permesso l'osservar la lor legge. Quanti preziosi mobili si trovarono nell'imperial palazzo, ingiustamente tolti da Domiziano, furono da lui con tutta prontezza restituiti. Non volle permettere che si facessero statue d'oro e d'argento (se pur non erano dorate o inargentate) in onor suo, abuso dianzi assai gradito da Domiziano. A que' cittadini romani che si trovavano in gran povertà, assegnò terreni, ch'egli fece comperare, di valore di un milione e mezzo di dramme, con deputare alcuni senatori che ne facessero la divisione. Perchè trovò smunto affatto l'erario, vendè, a riserva delle cose necessarie, tutti i vasi d'oro o d'argento ed altri mobili, tanto suoi particolari, che della corte, e parecchi poderi e case, con usar anche liberalità ai compratori. E ciò non per covare in cassa il danaro, ma per dispensarlo al popolo romano, apparendo dalle medaglie[Mediobarbus, in Numismat. Imperat.]che egli distribuì due volte nel breve corso del suo governo danari e grano. Giurò che d'ordine suo non si farebbe mai morire alcuno de' senatori; e quantunque un di essi fosse convinto di aver congiurato contra di lui, pure altro mal non gli fece che di cacciarlo in esilio. Fu da lui confermatala legge che non si potessero far eunuchi; e proibito il prendere in moglie le nipoti. Attese ancora al risparmio, dopo aver conosciuto il gran male provenuto dallo scialacquamento esorbitante di Domiziano. Levò dunque via molti sagrifizii, molti giuochi ed altri non pochi spettacoli, che costavano somme immense[Aurel. Vict., in Epit.]. Soppresse tutto ciò ch'era stato aggiunto agli antichi tributi a titolo di pena contro quei ch'erano morosi al pagamento; siccome ancora le vessazioni ed angarie introdotte contro ai Giudei, nell'esigere le lor imposte. Le città oppresse da troppe gravezze ebbero sollievo da lui; ed ordinò che per tutte le città d'Italia si alimentassero alle spese del pubblico gli orfani dell'uno e dell'altro sesso, nati da poveri genitori, ma liberti: carità continuata anche dai susseguenti buoni imperadori, anzi accresciuta, come apparisce dalle antiche iscrizioni. Ristrinse ancora l'imposta della vigesima per le eredità e per gli legati, introdotta da Augusto. Fra le lettere di Plinio il giovane[Plinius, lib. 10, Epist. 66.]si trova un editto di questo imperadore, che assai esprime quanta fosse la di lui bontà, con dir egliche ciascuno de' suoi concittadini poteva assicurarsi, aver egli preferita la sicurezza di tutti alla propria quiete, e non aver altro in animo che di far di buon cuore de' nuovi benefizii, e di conservare i già fatti da altri. E però per levar dal cuore d'ognuno la paura di perdere quel che aveano conseguito sotto altri Augusti, o doverne cercar la conferma con delle preghiere d'oro, dichiarava che senza bisogno di nuovi ricorsi, chiunque godeva avesse da godere; perchè egli volea solamente attendere a dispensar grazie e benefizii nuovi a chi non avea finora goduto.
E pure con un principe sì buono, il cui dolce e salutevol governo tanto più dovea prezzarsi, quanto più si paragonavacol barbarico precedente, non mancarono nobili romani che tramarono una congiura[Dio, lib. 68. Aurelius Victor, in Epitome.]. Capo di essi fuCalpurniosenatore dell'illustre famiglia de'Crassi: degli altri non si sa il nome. Con esorbitanti promesse di danaro sollecitava egli alla rivolta i soldati. Scoperta la mina, Nerva il fece sedere presso di sè assistendo ai giuochi de' gladiatori, e nella stessa guisa che vedemmo operato da Tito, allorchè gli furono presentate le spade di quei combattenti, le diede in mano a Crasso, acciocchè osservasse, se erano ben affilate, mostrando in ciò di non paventar la morte. Fu processato e convintoCrasso: tuttavia Nerva per mantener la sua parola di non uccidere senatori, altro gastigo non gli diede che di relegar lui e la moglie a Taranto. Fu biasimata dal senato sì grande indulgenza in caso di tanta importanza, e in altri ancora, perchè egli non sapea far male ai grandi, benchè sel meritassero[Plinius, lib. 4, Ep. 22. Aur. Vict., in Epit.]. Trovavasi un dì alla sua tavolaVejentoo siaVejentone, già console, uomo scellerato, che sotto Domiziano era stato la rovina di molti. Cadde il ragionamento sopraCatullo Messalino, che nell'antecedente governo tutti avea assassinati colle sue accuse e colla sua crudeltà, ed era già morto.Se costui, disse allora Nerva, fossetuttavia vivo, che sarebbe di lui? Giunio Maurico, uomo di gran petto, di egual sincerità, e uno dei commensali immantinente rispose:Con esso noi sarebbe a questa tavola. Ma quello che maggiormente sconcertò Nerva, fu l'attentato d'Eliano Casperio, creato non so se da lui, o pur da Domiziano, prefetto del pretorio, cioè capitan delle guardie. O sia che costui movesse i soldati, o che fosse incitato da loro, certo è, che un dì formata una sollevazione andarono tutti al palazzo[Plinius, in Panegyr.], chiedendo con alte grida il capo di coloro che aveano ucciso Domiziano. A tal dimanda si trovò in unasomma costernazione Nerva; contuttociò parendogli che non fosse mai da comportare il dar loro in mano chi avea liberata la patria da un tiranno, ed era stato cagione del proprio suo innalzamento, coraggiosamente negò loro tal soddisfazione, dicendo che se si voleano sfogare, piuttosto colla sua testa cadesse il loro sdegno. Ma costoro senza fermarsi per questo, e con disprezzo all'autorità imperiale, corsero a prenderePetronio Secondo, già prefetto del pretorio, e lo svenarono. Altrettanto fecero aParteniogià maestro di camera di Domiziano, trattandolo anche più ignominiosamente dell'altro. ECasperio, divenuto più insolente, obbligò Nerva di lodar quest'azione al popolo raunato, e di protestarsi obbligato ai soldati, perchè avessero tolta la vita ai maggiori ribaldi che si avesse la terra.
Una sì atroce insolenza de' pretoriani servì a far meglio conoscere a Nerva, ch'egli, stante la sua vecchiaia e poca sanità, non potea sperare l'ubbidienza ed il rispetto dovuto al suo grado, e piuttosto dovea temerne degli altri oltraggi. Il perchè da uomo saggio pensò di fortificar la sua autorità, con associare all'imperio una persona che fosse non men forte d'animo, che vigorosa di corpo. E siccome egli non avea la mira se non al pubblico bene, desiderava di scegliere il migliore di tutti[Aurelius Victor, in Epitome.], così dopo maturo esame, e consigliato anche daLucio Licino Sura, senza punto badare ai molti parenti, che avea (giacchè non si sa ch'egli avesse mai moglie) fermò i suoi pensieri sopra Marco Ulpio Trajano, generale allora dell'armi romane nella Germania. Era questi di nazione spagnuolo, perchè nato in Italica città della Spagna, come si raccoglie da Dione[Dio, lib 68.]e da Eutropio[Eutr., in Brev.], benchè Aurelio Vittore[Aurel. Vict., in Epitome.]il dica venuto alla luce in Todi; nè alcuno finora avea ottenuto l'imperio,che non fosse nato in Roma o nel vicinato: contuttociò Nerva fu di sentimento, che per iscegliere chi dovea governare un sì vasto imperio, si avea da considerare più che la nazione, l'abilità e la virtù. Pertanto in occasion di una vittoria riportata nella Pannonia, fatto raunare il popolo nel Campidoglio nel dì 18 settembre, come alcuni vogliono[Panvin., Petav., Pagius, Dodwellus, Fabrett., Tillem.], o piuttosto nel dì 27 o 28 di ottobre, come pretendono altri, ad alta voce dichiarò ch'egli adottava per suo figliuoloMarco Ulpio Nerva Trajano, a cui il senato diede nel giorno stesso il titolo diCesaree diGermanico, e scrisse di suo proprio pugno, avvisandolo di tale elezione[Plinius, in Panegyrico.]. Fors'anche, secondo alcuni, non era pervenuta questa nuova a Trajano, soggiornante allora in Colonia, che Nerva il proclamòImperadore[Euseb., in Chron.], conferendogli la tribunizia podestà, ma non già il titolo d'Augusto; cioè il creò suo collega nell'imperio. Può essere che ciò avvenisse alquanto più tardi. Almen certo è che il disegnò console per l'anno seguente. Il merito assai conosciuto di Trajano, che era stato console nell'anno 94, ed avea avuto il padre, stato anch'esso console (non si sa in qual anno) fece che ognuno ricevesse con plauso una sì bella elezione, e cessasse ogni sollevazione e tumulto in Roma. Si trovava allora Trajano nel maggior vigore della virilità, perchè in età di circa quarantaquattro anni.
Consoli
Marco Coccejo Nerva Augustoper la quarta volta, eMarco Ulpio Trajanoper la seconda.
Credesi che a questi consoli ne fossero sostituiti degli altri nelle calende di luglio, ma quali noi possiamo sapere dicerto. Poco sopravvisse il buon imperadore Nerva, nè già sussiste, come taluno ha pensato, ch'egli deponesse l'imperio. Riscaldossi egli un giorno forte in gridando contra di un certo Regolo[Aurel. Vict., in Epit. Tillem., Mém. Hist. Pagius, Crit. Bar.], che doveva aver commessa qualche iniquità, di modo che, quantunque fosse di verno, sudò; e questo raffreddatosegli addosso, gli cagionò una tal febbre, che fu bastante a levarlo di vita. Aurelio Vittore gli dà sessantatre anni d'età[Aurel. Victor, in Epitome.], Dione sessantacinque[Dio, lib 68.]Eutropio settantuno[Eutrop., in Breviar.], ed Eusebio settantadue[Eusebius, in Chron.]. Comunque sia, lasciò egli anche dopo sì corto governo un glorioso nome a cagion delle sue lodevoli azioni di bontà e saviezza; azioni tali, ch'egli ebbe a dire di non sapere d'aver operata cosa, per cui, quando anch'egli avesse deposto l'imperio, non avesse da vivere quieto e sicuro nella vita privata. Ma nulla certo gli acquistò più credito e gloria, che l'aver voluto per successore nell'imperio unTrajano, che poi divenne il modello de' principi ottimi. Con funerale magnifico fu portato il suo corpo, o vogliam dire le ceneri ed ossa sue, dal senato, nel mausoleo d'Augusto. Intorno al giorno di sua morte disputano gli eruditi. Inclinano i più a credere che questa avvenisse nel gennaio dell'anno presente, e nel dì 27; Aurelio Vittore scrive che quel giorno, in cui egli mancò di vita, fu un ecclissi del sole. Secondo i conti del Calvisio si eclissò il sole nel dì 21 di marzo di quest'anno; ma non s'accorda ciò con chi[Dio, lib. 68. Eutropius, in Brev.]gli dà sedici mesi e nove o dieci giorni d'imperio. Sappiamo bensì da Eusebio[Eusebius, in Chron.], dalle medaglie[Mediobarb., in Numism. imperator.], e dalle iscrizioni[Gruter., Thesaur. Insc.], che Nerva per decreto del senato fu alzato all'onore deglidii, e che Trajano non mai stanco di mostrar la sua gratitudine a questo buon principe e padre, che l'avea alzato al trono, alzò anch'egli a lui dei templi, secondo la cieca superstizione e temerità del gentilesimo. Allorchè terminò Nerva i suoi giorni,Publio Elio Adriano, che fu poi imperadore, giovane allora ed amicissimo, anzi parente di Trajano, lasciato già da suo padre sotto la tutela di lui[Spartianus, in Hadriano.], si trovava nella Germania superiore. Arrivata colà la nuova della morte di Nerva, Adriano volle essere il primo a portarla a Trajano, dimorante allora in Colonia; e tuttochèServianodi lui cognato cercasse d'impedirglielo, con fare segretamente rompere il di lui calesse, per aver egli l'onore di far penetrar con sua lettera il lieto avviso a Trajano: nondimeno Adriano camminando a piedi, prevenne il messagger di Serviano. Ricevute poi che ebbe Trajano[Dio, lib. 67.]le lettere del senato, gli rispose di suo pugno, co' dovuti ringraziamenti, fra l'altre cose promettendo, che nulla mai farebbe contro la vita e l'onore delle persone dabbene; il che poscia confermò con suo giuramento. Mentr'egli tuttavia si trovava in quelle parti, o certo prima di tornarsene a Roma, chiamò a sèEliano Casperioprefetto del pretorio e i soldati da lui dipendenti, facendo vista di volersi valere di lui in servigio della repubblica. Nerva in ragguagliarlo della elezione sua, l'avea particolarmente incaricato di far le sue vendette contra d'esso Casperio, e di quelle milizie che ammutinate gli aveano fatto, siccome dicemmo, un sì grave affronto. Trajano l'ubbidì. Tolta fu a Casperio la vita e a quanti pretoriani si trovò che avevano avuta parte in quella sedizione. Comandava allora ad una possente armata Trajano, nè v'è apparenza ch'egli nell'anno presente venisse a Roma, ma bensì che egli si trattenesse in quelle ed anche in altre parti per dare un buon sestoai confini dell'imperio e alla quiete delle provincie[Plinius, in Panegyr.]. Sparsasi nelle nazioni germaniche la fama che Trajano era divenuto imperadore ed Augusto, tale già correa la rinomanza e la stima del di lui valore e senno anche fra quelle barbare genti, che ognun fece a gara per ispedirgli dei deputati e chiedergli supplichevolmente la continuazion della pace. Erano soliti i Tedeschi nel verno, allorchè il Danubio gelato si potea passare a piedi, di venir ai danni dei Romani. Nel verno di quest'anno non si lasciarono punto vedere. Trovavasi in quelle contrade Trajano, e tuttochè le sue legioni facessero istanza di valicar quel fiume, per dare addosso ai Tedeschi, tuttavia egli nol permise. Una delle sue principali applicazioni era stata, e maggiormente fu in questi tempi, di ristabilire l'antica disciplina, l'amor della fatica, e l'ubbidienza nella milizia romana; ed egli stesso, con trattar civilmente tutti gli uffiziali e soldati, si conciliò più che prima l'amore e il rispetto d'ognuno.
Consoli
Aulo Cornelio PalmaeCajo Sosio Senecione.
Erano questi consoli due de' migliori nobili che si avesse allora il senato romano, e particolarmente godevano della stima ed amicizia di Trajano. Aveano costumato alcuni de' precedenti Augusti di prender essi il consolato nelle prime calende di gennaio, susseguenti alla loro assunzione, cessando perciò i consoli disegnati[Plinius, in Panegyr.]. Trajano, tra perchè non si pasceva di fumo, e perchè gli affari non gli permettevano di trovarsi all'apertura dell'anno nuovo in Roma, ricusònell'anno precedente l'onore del consolato offertogli dal senato, secondo lo stile, e volle che entrassero i due consoli sopraddetti. Verisimilmente venuta che fu la primavera, fu il tempo in cui egli dalla Germania s'inviò a Roma. Ben diverso fu il suo passaggio da quel di Domiziano. Quello era un saccheggio delle città, dovunque passava egli colle sue truppe. Trajano, benchè scortato da più legioni, con tal disciplina, con sì bel regolamento faceva marciare e riposar la sua gente, che diventò lieve ai popoli quel militare aggravio. Abbiamo ancora da Plinio l'entrata di Trajano in Roma. Fu ben lieto quel giorno al veder venire un buon principe, non già orgoglioso sopra un carro trionfale, o portato dagli uomini, come costumò alcuno de' suoi antecessori, ma a piedi e in abito modesto; che non accoglieva con fronte alta e superba, chi gli si presentava, per rallegrarsi con lui e per ossequiarlo; ma bensì gli abbracciava e baciava tutti, come suoi cari concittadini e fratelli. Andò al Campidoglio, e poscia al palazzo. Seco eraPompea Plotinasua moglie, donna d'alto affare, ed emula delle virtù del marito[Dio, lib. 68.]. Allorchè ella fu sulle scalinate del palazzo imperiale, rivolta al popolo disse:Quale io entro or qua, tale desidero anche d'uscirne, cioè ben voluta e senza rimprovero di alcuna iniquità. In fatti con tal modestia e saviezza visse ella sempre dipoi, che si meritò gli encomi di tutti, e massimamente perchè cooperava anch'essa a promuovere il ben pubblico e la gloria del marito[Aurel. Vict., in Epit.]. Raccontasi, che informata delle avanie e vessazioni che si praticavano per le provincie del romano imperio dagli esattori de' tributi e delle gabelle, sanguisughe ordinarie de' popoli, ne fece una calda doglianza al marito, come egli fosse sì trascurato in affare di tanta premura, permettendo iniquità che facevano troppo torto alla di luiriputazione. Seriamente vi si applicò da lì innanzi Trajano, e rimediò ai disordini, riconoscendo essere il fisco simile alla milza, la quale crescendo fa dimagrar tutte le altre membra. APlotinafu probabilmente conferito, dopo il suo arrivo a Roma il titolo diAugusta, siccome a Trajano quello diPadre della Patria, che si trova enunziato nelle monete di quest'anno, come pur anche quello diPontefice Massimo. Avea Trajano una sorella, appellataMarciana, con cui mirabilmente andò sempre d'accordo la saggia imperatrice Plotina. La città di Marcianopoli, capitale della Mesia, per attestato di Ammiano[Ammianus, lib. 27.]e di Giordano[Jordan, de Reb. Geticis.], prese il nome da lei. Ebbe anche Marciana il titolo d'Augusta, che si trova in varie iscrizioni e monete. Da lei nacque unaMatidia, madre diGiulia Sabina, che fu moglie diAdriano Augusto, e per quanto si crede, di un'altraMatidia.
Le prime applicazioni di Trajano, dacchè fu egli giunto a Roma, furono a cattivarsi l'amore del pubblico colla liberalità[In Panegyr.]. Aveva egli già pagato alle milizie la metà del regalo che loro solea darsi dai novelli imperadori. Ai poveri cittadini romani diede egli l'intero congiario, volendo che ne partecipassero anche gli assenti e i fanciulli: spesa grande, ma senza arricchire gli uni colle sostanze indebitamente rapite ad altri, come in addietro si facea da' principi simili alle tigri, le quali nudriscono i lor figliuoli colla strage d'altri animali. Da gran tempo si costumava in Roma, che la repubblica distribuiva gratis di tanto in tanto una prodigiosa quantità di grano e di altri viveri al basso popolo dei cittadini liberi, perchè anch'esso riteneva qualche parte nel dominio e governo. Ma i fanciulli che aveano meno di undici anni, non godevano di tal distribuzione. Trajano volle ancor questi partecipidella pubblica liberalità. E perciocchè, siccome dicemmo, Nerva avea ordinato, che anche per le città dell'Italia a spese dei pubblici erari si alimentassero i figliuoli orfani della povera gente libera: diede alle città danari e rendite, affinchè fosse conservato ed accresciuto questo buon uso. Rallegrò parimente il popolo romano con alcuni giuochi e spettacoli pubblici, conoscendo troppo il genio di quella gente a sì fatti divertimenti. Per altro non se ne dilettava egli; anzi cacciò di nuovo da Roma i pantomimi, come indegni della gravità romana. Cura particolare ebbe dell'annona, con levar via tutti gli abusi e monopolii, con formare e privilegiare il collegio de' fornai: di modo che non solo in Roma, ma per tutta l'Italia si vide fiorire l'abbondanza del grano, talmente che l'Egitto, solito ad essere il granaio dell'Italia, trovandosi carestioso in quest'anno, per avere il Nilo inondato poco paese, potè ricevere soccorso di biade dall'Italia stessa. Ma ciò che maggiormente si meritò plauso da ognuno, fu l'aver anch'egli più rigorosamente di quel che avessero fatto Tito e Nerva, ordinato processi e gastighi contra dei calunniosi accusatori, che sotto Domiziano erano stati la rovina di tanti innocenti. Nella stessa guisa ancora abolì l'azione di lesa maestà, ch'era in addietro l'orrore del popolo romano. Ogni menoma parola contra del governo si riputava un enorme delitto. Ma egregiamente intendeva Trajano, essere proprio de' buoni principi l'operar bene, senza poi curarsi delle vane dicerie dei sudditi: laddove i tiranni, male operando, esigerebbono ancora, che i sudditi fossero senza occhi e senza lingua; nè badano che coi gastighi maggiormente accendono la voglia di sparlare di loro e l'odio universale contra di sè stessi. Assistè Trajano nell'anno presente, come persona privata ai comizi, nei quali si dovea far l'elezion de' consoli per l'anno seguente. Fu egli disegnato console ordinario, ma si durò fatica a fargliaccettare questa dignità; ed accettata che l'ebbe, con istupore d'ognuno si vide il buon imperadore andarsi ad inginocchiare davanti al console, per prestare il giuramento come solevano i particolari: e il console, senza turbarsi, lasciò farlo. Altri consoli da sostituire agli ordinari, furono anche allora disegnati, siccome dirò nell'anno seguente.
Consoli
Marco Ulpio Nerva Trajanoper la terza volta, eMarco Cornelio Frontoneper la terza.
Gran disputa fra gli eruditi illustratori de' Fasti consolari[Panvinus, Pagius, Tillemont, Stampa.]è stata e dura tuttavia, senza aver mezzo finora da deciderla, quale sia stato il collega ordinario di Trajano nel presente consolato, cioè chi con lui procedesse console nelle calende di gennaio. Parve al cardinal Noris[Noris, Ep. Consul.]più probabile che fosseSesto Giulio Frontino per la terza volta, scrittore rinomato per li suoi libri, conservati sino ai dì nostri. Poscia inclinò piuttosto a crederloMarco Cornelio Frontone per la terza volta, come avea tenuto il Panvinio, e tenne dipoi anche il Pagi. L'imbroglio è nato dalla vicinanza dei cognomi diFrontoneeFrontino. Certo è che Frontone fu console in quest'anno. E perciocchè sappiamo da Plinio[Plinius, in Panegyr.], essere stati disegnati per quest'anno oltre all'Augusto Trajano due altri, che serebbono consoliper la terza volta, perciò alcuni han creduto anche Frontino console nell'anno presente; ma senza apparire in qual anno preciso, tanto egli quantoFrontone, avessero conseguito gli altri due consolati. Credesi ben comunemente, che nelle calende di settembrefossero sostituiti in quella illustre dignitàCajo Plinio Cecilio Secondocomasco, celebre scrittore di lettere, e del panegirico di Trajano, ch'egli per ordine del senato compose e recitò in questa congiuntura, eSpurio Cornuto Tertullo, personaggio anch'esso di gran merito. Secondo il Panvinio e l'Almeloven, nelle calende di novembre succederonoGiulio FeroceedAcutio Nerva. Ma io[Thesaurus Novus Inscript., pag. 305, n. 5.]ho prodotta un'iscrizione posta nel dì 29 di dicembre dell'anno presente, da cui ricaviamo essere allora stati consoliLucio Roscio ElianoeTiberio Claudio Sacerdote. Benchè fosse assai conosciuto in Roma il mirabil talento di Trajano Augusto, pure assunto ch'egli fu al trono, maggiormente comparì qual era, con vedersi inoltre un avvenimento ben raro, cioè ch'egli non mutò punto nella mutazion dello stato i buoni suoi costumi, anzi li migliorò; e che l'altezza del suo grado e della sua autorità servì solamente a far crescere le sue virtù. Fasto e superbia sparivano le azioni di molti suoi predecessori[Plinius, in Panegyr.]. Continuò egli, come prima, la sua affabilità, la sua modestia, la sua cortesia. Ammetteva alla sua udienza chiunque lo desiderava, trattando con tutti civilmente, e massimamente onorando la nobiltà, ed abbracciando e baciando i principali: laddove gli altri Augusti, stando a sedere, appena porgeano la man da baciare. Gli stava fitta in mente questa massima,che un sovrano in vece d'avvilirsi coll'abbassarsi, tanto più si fa rispettare e adorare. Usciva egli con un corteggio modesto e mediocre; nè andavano già innanzi lacchè o palafrenieri per fargli largo colle bastonate, anzi egli talvolta si fermava nelle strade, per lasciar che passasse qualche carro o carrozza altrui. Per un imperadore era assai frugale la sua tavola, ma condita dall'allegria di lui e da quella di varie persone savie e scelte,ch'erano or l'una, or l'altra invitate[Eutropius, in Breviar.]. Distinzione di posto non voleva alla sua mensa, nè sdegnava di andare a desinare in casa degli amici, di portarsi alle lor feste, di visitarli malati, di andar talvolta nelle loro carrozze. In somma, per quanto poteva, si studiava di trattar con tutti, non meno in Roma che per le provincie, con tanta civiltà e moderazione, come se non fosse il sovrano, ma un loro eguale, ricordando a sè stesso, che egli comandava bensì agli uomini, ma ch'era uomo anch'egli. E perchè un dì gli amici suoi il riprendevano, perchè eccedesse nella cortesia verso d'ognuno, rispose quelle memorande parole:Tale desidero d'essere imperadore verso i privati, quale avrei caro che gl'imperadori fossero verso di me se fossi uomo privato. Lo stesso Giuliano Apostata[Julianus, de Caesaribus.], che andò cercando tutte le macchie e i nei dei precedenti Augusti, non potè non confessare, che Trajano superò tutti gli altri imperadori nella bontà e nella dolcezza: il che punto non facea scemare in lui la maestà, e ne' sudditi il rispetto verso di lui. Per questa via, e col mostrar amore a tutti, egli era sommamente amato da tutti, odiato da niuno; e dappertutto si godeva una somma pace e un'invidiabil tranquillità, come si fa nelle ben regolate famiglie.
L'adulazione come in paese suo proprio suol abitar nelle corti; non già in quella di Trajano, che l'abborriva[Plinius, in Panegyrico.]. E però neppur gradiva che se gli alzassero tante statue, come in addietro si era praticato con gli altri Augusti, e di rado permetteva che si gli facesse quest'onore, nè altri che puzzassero di adulazione. Per altro mostrava egli piacere, che il nome suo comparisse nelle fabbriche da lui fatte o risarcite, e nelle iscrizioni de' particolari; laonde apparendo poi esso in tanti luoghi, diede motivo ad alcunidi chiamarlo per ischerzo[Ammianus, lib. 27. Aurelius Victor, in Epitome.]Erba Parietaria, erba che si attacca alle muraglie. Ma conferendo le cariche, neppur voleva esserne ringraziato, quasi ch'egli fosse più obbligato a chi le riceveva, che essi a lui. Le ordinarie sue occupazioni consistevano in dar udienze a chi ricorrea per giustizia, per bisogni, per grazie, con ispedir prontamente gli affari, specialmente quelli che riguardavano il ben pubblico. Sapeva unire la clemenza, la piacevolezza colla severità e costanza nel punire i cattivi, nel rimediare alle ingiustizie de' magistrati, nel pacificar fra loro le città discordi. Sotto di lui in materia criminale non si proferiva sentenza contro di chi era assente; nè per meri sospetti, come si usava in addietro, si condannava alcuno. Un bellissimo suo rescritto vien riferito ne' Digesti[Lege 5. Digestis de Poenis.], cioè:Meglio è in dubbio lasciar impunito un reo, che condannare un innocente. Sotto altri principi il fisco guadagnava sempre le cause. Non già sotto Trajano, che anche contra di sè amava che fosse fatta giustizia. Quanto era egli lontano dal rapire la roba altrui, altrettanto era alieno dal nuocere o inferir la morte ad alcuno. A' suoi tempi un solo de' senatori fu fatto morire, ma per sentenza del senato, e senza notizia di lui, mentre era lungi da Roma: tanto era il rispetto ch'egli professava a quel nobilissimo ordine[Plinius, in Panegyr.]. Ed appunto in quest'anno fu bel vedere, come creato console egli si contenesse nel senato, in esercitando quest'eminente dignità. Nel primo giorno dell'anno volle salito in palco nella pubblica piazza prestare il giuramento di osservar le leggi, solito a prestarsi dagli altri consoli, ma non dagl'imperatori, che se ne dispensavano. Portatosi al senato, ordinò ad ognuno di dire con libertà e sincerità i lor sentimenti, con sicurezza di non dispiacergli. Così diceanoanche gli altri Augusti, ma non di cuore, e i fatti poi lo mostravano. Ordinò ancora, che ai voti, i quali non meno in Roma che per le provincie nel dì 3 di gennaio si faceano per la salute dell'imperadore, s'aggiugnesse questa condizione:Purché egli governi a dovere la Repubblica e procuri il bene di tutti.Egli stesso in pregare gli dii per sè medesimo, solea dire:Se pure la meriterò, se continuerò ad essere quale sono stato eletto, e se seguirò a meritar la stima e l'affetto del Senato. Con tal pazienza accudiva egli ai pubblici affari, ascoltava i dibattimenti delle cause, e con tanta attenzione distribuiva le cariche, promovendo sempre chi andava innanzi nel merito, che il senato non potè contenersi dal palesar la sua gioia con delle acclamazioni, che mossero le lagrime al medesimo Trajano, coprendosi intanto il di lui volto di rossore, cioè di un contrassegno vivo della sua modestia. E verisimilmente il senato circa questi tempi conferì a Trajano il glorioso titolo diOttimo Principe. Plinio nelle sue epistole parla di molte cause agitate in questi tempi nel senato, con aver Trajano ben disaminati i processi, e custodita rigorosamente l'osservanza delle leggi. Il primo gran dono che fa Dio agli uomini, quello è di dar loro un buon naturale, un intendimento chiaro e un'indole portata solamente al bene. Convien ben dire, che ottimo fosse il talento di Trajano, dacchè confessano gli storici, ch'egli poco o nulla avea studiato di lettere, ed era mancante d'eloquenza. Ma il suo ingegno e giudizio, e il pendìo a quel solo che è bene, supplivano questo difetto. E però, benchè non fosse letterato, sommamente amava e favoriva i letterati, e chiunque era eccellente in qualsivoglia professione.
Consoli
Marco Ulpio Nerva Trajano Augustoper la quarta volta, eSesto Articolajo.
Credesi che l'uno di questi consoli avesse nelle calende di marzo per successore nel consolatoCornelio Scipione Orfito, e che nelle calende di marzo fossero sostituitiBebio MacroeMarco Valerio Paolino; e poi nelle calende di luglio procedessero colla trabea consolareRubrio GalloeQuinto Celio Ispone. Trovasi un'iscrizione, da me[Thesaurus Novus Veter. Inscript., pag. 316, num. 2.]riferita, posta aMarco Epulejo(forseApulejo)Procolo Cepione Ispone, ch'era stato console. Sarebbe da vedere se si tratti del suddettoIspone. Per me ne son persuaso, quantunque chiaro non apparisca in qual anno cada il di lui consolato. Han creduto molti storici, che in quest'anno avvenisse la prima guerra di Trajano contra dei Daci. Tali nondimeno son le ragioni addotte dal giudiziosissimo cardinal Noris[Noris, Epistola Consulari.], che pare doversi la medesima riferire all'anno seguente. Nulladimeno il Tillemont[Tillemont, Mémoires des Empereurs.], scrittore anch'esso accuratissimo, inclinò a giudicarla succeduta in questo anno. Più sicuro a me sembra il differirla al seguente, quantunque si possa credere cominciata la rottura nel presente. Già vedemmo fatta da Domiziano una vergognosa pace conDecebalo re dei Daci, a cui egli s'obbligò di pagare ogni anno certa somma di danaro a titolo di regalo, che in fatti era un tributo. All'animo grande di Trajano parve troppo ignominiosa una sì fatta concordia e condizione, nè egli si sentì voglia di pagare[Dio, lib. 68.]. Per questo rifiuto Decebalo cominciò a formare un possente armamento, e a minacciar le terredell'imperio con delle sgarate. Forse anche le sue genti commisero qualche ostilità. Portossi perciò nell'anno susseguente l'Augusto Trajano in persona a que' confini, per dimandargliene conto; ed allora, come io vo' credendo, ebbe principio la prima guerra dacica. Non istette certamente in ozio in questi tempi Trajano. Stendevasi la di lui provvidenza e liberalità a tutte le parti dell'imperio. Abbiamo da Eutropio[Eutropius, in Breviario.], ch'egli riparò le città della Germania, situate di là dal Reno. Potrebbe ciò essere succeduto nell'anno presente. E senza questo noi sappiamo ch'egli fece far infinite fabbriche per le città romane, e porti, e strade, ed altre opere, o per utilità o per ornamento; ed era facile a concedere ad esse città privilegi ed esenzioni, e a sollevarle ne' lor bisogni. Tale ancora il provavano i particolari. Bastava avere avuta con lui anche una mediocre familiarità, e poi chiedere. A chi ricchezze, a chi compartiva onori, rimandando consolati gli altri colla promessa di dar ciò che allora non potea. Ma particolarmente premiava egli chi avea più merito; e laddove sotto i precedenti Augusti chi era uomo di petto, e odiava la servitù, e solea parlar franco, o dispiaceva, o correva pericolo dell'esilio o della vita: questi da Trajano erano i più stimati, ben voluti ed esaltati. E tuttochè la nobiltà sua propria si stendesse poco indietro, pure gran cura avea egli di chi procedeva dagli antichi nobili romani, e li preferiva agli altri negl'impieghi. Ne' tempi addietro troppo spesso si vide, che i liberti degl'imperatori la faceano da padroni del pubblico e della corte stessa[Plinius, in Panegyrico.]. Trajano, scelti i migliori fra essi, se ne serviva bensì, e li trattava assai bene; ma in maniera che si ricordassero sempre della lor condizione, e d'essere stati schiavi; e che, per piacere, altra maniera non v'era, che d'essere uomini dabbenee persone amanti dell'onore[Plinius, lib. 10, ep. 3.]. Proibì alle città il far dei regali col danaro del pubblico, ma non volle che si potessero ripetere i fatti prima di venti anni addietro, per non rovinar molte persone, conchiudendo il suo rescritto a Plinio:Perchè a me appartiene di non aver men cura del bene de' particolari, che di quello del pubblico. Così procurava egli anche alle città il risparmio delle spese. Però sapendo[Idem, lib. 4, epist. 22.]questa sua buona intenzione Trebonio Rufino, duumviro, cioè principal magistrato scelto dal popolo di Vienna del Delfinato, proibì che si facessero in quella città i giuochi ginnici, i quali, oltre alla spesa, riuscivano anche scandalosi e contrari a' buoni costumi, perchè gli uomini nudi alla presenza di tutto il popolo faceano la lotta. S'opposero i cittadini. Fu portato l'affare a Trajano, che raccolse i voti de' senatori. Fra gli altriGiulio Maurinosostenne, che non si doveano permettere que' giuochi a quelle città, e poi soggiunse:Volesse Dio, che si potessero anche levar via da Roma, città perduta dietro a simili sconci divertimenti.
Consoli
Gajo Sosio Senecioneper la terza volta eLucio Licinio Suraper la seconda.
Certo è bensì cheSurafu console ordinario nell'anno presente. Non v'ha la medesima certezza diSenecione. Il solo Cassiodoro quegli è, che cel mette davanti. Discordano gli altri fasti. Ho io seguitato in ciò i più che han trattato de' consoli. Erano questi due i più cari e favoriti che s'avesse Trajano, degni bene amendue della di lui confidenza ed affetto, perchè ornati di tutte quelle virtùche si ricercano in chi dee servire ad un buon principe. Ma specialmente[Aurelius Victor, in Epitome. Dio, lib. 68.]amava egliLicinio Sura, per gratitudine, avendo questi cooperato non poco, affinchè Nerva adottasse Trajano. Salì questo Sura a tal ricchezza e potenza, che a sue proprie spese edificò un superbo ginnasio, o sia la scuola de' lottatori al popolo romano. Non andò egli esente dai soffi dell'invidia, compagna ordinariamente delle grandi fortune, avendo più d'uno procurato d'insinuare in cuor di Trajano dei sospetti della fedeltà di questo suo favorito, calunniandolo come giunto a meditar delle novità contra di lui. Trajano, la prima volta che Sura l'invitò seco a pranzo, v'andò senza guardie. Volle per una flussione che aveva agli occhi, farseli ugnere dal medico di Sura. Fatto anche venire il di lui barbiere, si fece radere la barba: chè così allora usavano i Romani. Adriano fu quegli che poi introdusse il portarla. Dopo aver anche preso il bagno, Trajano si mise a tavola, e allegramente desinò. Nel dì seguente disse agli amici, che gli mettevano in mal concetto Sura:Se costui mi avesse voluto ammazzare, n'ebbe jeri tutta la comodità. Fu ammirato un sì fatto coraggio in Trajano, ben diverso da que' principi deboli che temono di tutto. Aggiugne Dione, che un altro saggio di questa sua intrepidezza diede Trajano. Nel crear sulle prime un prefetto del pretorio (si crede che fosseSaburano) dovea cingergli la spada al fianco. Nuda gliela porse, dicendo:Prendi questo ferro, per valertene in mia difesa, se rettamente governo: contra di me, se farò il contrario. Forse fu lo stesso Saburano, come conghiettura Giusto Lipsio, che gli dimandò licenza di ritirarsi, perchè Plinio[Plinius, in Panegyrico, §. 86.]attesta essere stato un prefetto del pretorio, che antepose il piacere della vita e della quiete agli onori della corte. Trajano, perchè gli dispiaceva diperdere un uffizial sì dabbene, fece quanto potè per ritenerlo. Vedendolo costante, non volle rattristarlo col negargli la grazia; ma l'accompagnò sino all'imbarco, il regalò da par suo, e baciandolo, colle lagrime agli occhi il pregò di ritornarsene presto.
L'anno verisimilmente fu questo, in cui Trajano con poderosa armata marciò contro a Decebalo re dei Daci. Poco sappiamo delle avventure di quella guerra. Ecco quel poco che ne lasciò scritto Dione[Dio, lib. 68.]. Giunto che fu l'Augusto Trajano ai confini della Dacia, veggendo Decebalo tante forze in ordine, e un sì rinomato imperadore in persona venuto contra di lui, spedì tosto deputati per esibirsi pronto alla pace. Trajano, oltre al non fidarsi di lui, un gran prurito nudriva di acquistar gloria per sè e di ampliare il romano imperio: però, senza voler prestare orecchio a proposizione alcuna, andò innanzi. Si venne ad una terribil battaglia, che costò di gran sangue ai Romani, ma colla sconfitta de' nemici. Raccontasi che in tal congiuntura girando Trajano, per osservare se i soldati feriti erano ben curati, al trovare che mancavano fasce per legar le ferite, fece mettere in pezzi la veste propria, perchè servisse a quel bisogno. Con grande onore data fu sepoltura agli estinti; ed alzato un altare, acciocchè ne' tempi avvenire si celebrasse il loro anniversario. Col vittorioso esercito s'andò poi di montagna in montagna inoltrando Trajano, finchè pervenne alla capitale della Dacia, che si credeSarmigetusa, città posta in quella provincia che oggidì appelliamo Transilvania; che divenne poi colonia de' Romani col nome diUlpia Trajana[Thesaurus Novus Veter. Inscription., p. 1121, 7; 1127, 112.]. Nel medesimo tempoLucio Quieto, Moro di nazione, uffizial valoroso, da un'altra parte fece grande strage e molti prigioni dei Daci; e aMassimo, uno de' generali, riuscì di prendere una buona fortezza;entro la quale si trovò la sorella di Decebalo. Allora dovette accadere ciò che narra Pietro Patrizio[Petrus Patricius, de Legationib., Tom. 1, Hist. Byzantin.], cioè che Decebalo mandò a Trajano prima alcuni de' suoi conti, poscia altri de' suoi principali uffiziali a supplicarlo di pace, esibendosi di restituir l'armi e le macchine da guerra, e gli artefici guadagnati nella guerra fatta a' tempi di Domiziano[Dio, lib. 68.]. Accettò Trajano le proposizioni, con aggiugnervi che Decebalo smantellasse le fortezze, rendesse i disertori, cedesse il paese occupato ai circonvicini, e tenesse per amici e nemici quei del popolo romano. Decebalo, suo malgrado, venne a prostrarsi a' piedi di Trajano, e ad implorar la sua grazia ed amicizia. Non si sa, se in questa prima guerra e pace Trajano restasse in possesso di Sarmigetusa, e di quanto egli avea conquistato in quelle contrade. Certo è, che per questa impresa riportò egli il titolo di Dacico, nè aspettò a conseguirlo nell'anno seguente, come immaginò il Mezzabarba[Mediobarbus, Numismat. Imperator.]; ma nel presente, siccome ancora apparisce da due iscrizioni da me date alla luce[Thesaurus Novus Inscription., pag. 449, 2, 450, 1.], nelle quali è chiamatoDacico, correndo la suatribunizia podestàV, che terminava circa il fine di ottobre in quest'anno.
Consoli
Marco Ulpio Nerva Trajano Augustoper la quinta volta eLucio Appio Massimoper la seconda.
Intorno ai consoli di quest'anno han disputato vari letterati, pretendendo che il consolato quinto diTrajano, e il secondo diMassimocadano nell'annoseguente[Noris, Epistol. Consulari.]; e che ciò si deduca da due o tre medaglie, nelle quali Trajano, correndo la suasettima podestà tribunizia, è chiamato COnSulIIII. DESignatusV. Ma concorrendo gli antichi fasti ne' consoli sopraccitati, si può forse dubitare della legittimità di quelle monete, oppur di errore ne' monetari. Finchè si scuoprano migliori lumi, io mi attengo qui al Panvinio, al Pagi, al Tillemont e ad altri, che non ostante l'opposizione di quelle medaglie, mettono in quest'anno il consolato quinto di Trajano.Massimo, il secondo d'essi consoli, verisimilmente è quel medesimo che nell'anno precedente s'era segnalato nella guerra dacica, e fu premiato per la sua prodezza coll'insigne dignità del consolato. Era[Dio, lib. 68.]già tornato a Roma nel precedente anno il vittorioso Trajano. Perchè egli da saggio e buon principe cercava il proprio onore, nè dimenticava quello del senato romano, avea fra l'altre condizioni obbligato Decebalo a spedire ambasciatori a Roma, per supplicare il senato di accordargli la pace, e di ratificare il trattato. Vennero essi verisimilmente in quest'anno, e introdotti nel senato, deposero l'armi, e colle mani giunte a guisa degli schiavi, in poche parole esposero la lor supplica. Furono benignamente ascoltati, e confermata la pace: il che fatto, ripigliarono l'armi, e se ne tornarono al loro paese. Trajano dipoi celebrò il suo trionfo per la vittoria riportata dei Daci: e v'ha una medaglia[Mediobarbus, in Numism. Imperat.], creduta indizio di questo suo trionfo, dove comparisce laTribunizia PodestàVII; il che può far credere differita questa funzion trionfale agli ultimi due mesi dell'anno corrente. Ma quivi egli è intitolato CONSUL IIII; il che si oppone alla credenza ch'egli nell'anno presente procedesse consoleper la quinta volta. Un qualche dì potrebbe disotterrarsi alcuna iscrizione o medaglia che dileguasse le tenebre, nelle quali restainvolto questo punto di storia e cronologia. Aveva Trajano trovato nelle parti della DaciaDione Grisostomoeloquentissimo oratore e filosofo greco, di cui restano tuttavia le orazioni. Seco il condusse a Roma, e tale stima ne mostrò, che, se dice il vero Filostrato[Philostratos, in Sophist.], nel suo stesso carro trionfale il volle presso di sè, con volgersi di tanto in tanto a lui per parlargli e far conoscere al pubblico quanto l'apprezzasse. Al trionfo tenne dietro un combattimento pubblico di gladiatori, e un divertimento di ballerini che Trajano, dopo averli due anni prima cacciati di Roma, ripigliò, dilettandosi dei loro giuochi, e sopra gli altri amando Pilade uno di essi. Ma s'egli talvolta si ricreava con tali spettacoli, ciò non pregiudicava punto agli affari; e massimamente s'applicava il vigilante imperadore all'amministrazione della giustizia. Una bellissima villa era posseduta da Trajano a Centocelle, oggidì Cività Vecchia, dove egli andava talvolta a villeggiare, con attendere anche ivi alla spedizion delle cause e liti più rilevanti. Plinio[Plinius, lib. 4, epist. 31.]scrive d'essere stato chiamato a quel delizioso soggiorno (probabilmente in quest'anno) per assistere ad alcuni giudizii ch'egli descrive. Fra gli altri era accusato Euritmo, liberto e procurator di Trajano, di aver falsificati in parte i codicilli diGiulio Tirone, i cui eredi alla presenza di Trajano pareva che non si attentassero a proseguir la causa, trattandosi di un uffizial di casa del principe. Fece lor animo il giusto principe, con dire:Eh che colui non è Policleto(liberto favorito di Nerone)nè io son Nerone. Abbiamo dal medesimo Plinio, che Trajano in questi tempi facea fabbricare un porto vastissimo a foggia di un anfiteatro. Già era compiuto il braccio sinistro, si lavorava al destro, e vi si andavano conducendo per mare grossissimi sassi. Tolomeo[Ptolomaeus, Geograph.]parla delporto di Trajano, lo stesso che oggidì Cività Vecchia; e Rutilio nel suo Itinerario ne fece la descrizione[Rutilius, in Itinerar.].