XLIII

Consoli

Tiberio Claudio Augustoper la terza volta eLucio Vitellioper la seconda.

Non più di due mesi tenne l'Augusto Claudioil suo terzo consolato[Sueton., in Claudio, cap. 14.]. V'ha chi crede a lui succeduto nel dì primo di marzoPublio Valerio Asiatico, quel medesimo che avea tenuta mano ad abbattere il crudele Caligola, ma è opinione incerta.Vitellioconsole quel medesimo è che vedemmo proconsole della Siria, e che ebbe per figliuoloVitellioposcia imperadore. Coll'adulazione si salvò sotto Caligola, con questa ancora si fece largo presso di Claudio. Nelle calende poscia di luglio giudicarono alcuni eruditi, che ai suddetti consoli ne succedessero due altri, cioèQuinto Curzio RufoeVipsanio Lenate. Plausibile è la lor congettura, ma non è più che congettura. V'erano sì smisuratamente moltiplicate in Roma le ferie[Dio, lib. 60.], che la maggior parte dell'anno era feriata; ed allora non si teneano i pubblici giudizii. Vi rimediò Claudio Augusto, riducendo esse ferie ad un numero discreto. Tolse vari uffizi a chi indebitamente gli avea ottenuti da Caligola, e li restituì o li conferì a chi ne era degno. Al popolo della Licia, perchè avea fatto un tumulto, con uccidere ancora non so quanti Romani, levò la libertà e sottomise quella provincia allaPanfilia. Privò della cittadinanza di Roma uno di quel paese, perchè non intendea la lingua latina; ed altri spogliò del medesimo diritto per loro falli; ma conferillo poi a moltissimi altri a capriccio, nè solo ai particolari, ma anche alle università e città. Più nondimeno quelli erano, che ricorrendo con danari a Messalina e ai liberti favoriti di corte, l'impetravano, di modo che si dicea, che la cittadinanza romana, la quale una volta siccome bel privilegio si pagava carissimo, era divenuta sì a buon mercato, che con un pezzo di vetro rotto si acquistava. Nè sol questo si vendea da Messalina e da' liberti palatini, ma ancora gli uffizi militari e i governi, con entrar anche a far traffico e a cavar danaro dalla grascia e dall'altre cose che si vendevano: il che fece incarire i lor prezzi, e necessario fu che Claudio nel campo Marzio alla presenza del popolo li tassasse. Ed intanto Messalina più che mai datasi in preda alla libidine[Juvenalis, Satyra 6. Dio, lib. 60. Sueton. in Claud., cap. 26.], e sfacciatamente adultera, senza rispetto alcuno del marito, era l'oggetto delle dicerie della gente accorta. Se vero è ciò che ne scrisse Giovenale, lasciato la notte in letto l'addormentato buon consorte, travestita passava ai pubblici lupanari; nè contenta dell'infame suo vivere, forzava anche altre nobili donne, con chiamarle a palazzo a prostituire la lor pudicizia ed anche alla presenza de' lor mariti. A chi d'essi si contentava, non mancavano onori e posti, agli altri che non amavano questo vituperoso giuoco fabbricava trappole per farli condannare e morire, trovando maniere che non penetrasse agli orecchi del goffo marito l'enorme sordidezza del viver suo. Perciò Claudio era quasi il solo che non sapesse un'infamia sì mostruosa. Anzi scioccamente talvolta cooperava alle pazze voglie di lei, siccome fra l'altre avvenne di Mnestore famoso istrione o sia commediante. Era perduta nell'amore di costui la bestialMessalina, nè mai con preghiere o minacce avea potuto trarlo alle sue voglie, perchè egli dovea ben misurare il pericolo di quel salto. Lamentossi ella con Claudio, che Mnestore la sprezzava, nè volea ubbidirla in certo altro affare. Fattolo chiamare, l'Augusto bufalo gli ordinò di far tutto quanto ella gli comandasse. Nell'anno presente ancora riuscì a Messalina di levar dal mondo due principesse della casa cesarea[Seneca, in Apocol. Suetonius, in Claudio, cap. 29.], cioèGiuliafigliuola diDruso Cesarefigliuol diTiberio, eGiulia Livillasorella dell'uccisoCaligola, e diAgrippina, poi moglie dello stesso Claudio. Perchè esse voleano gareggiar con lei in bellezza e in possanza, nè usavanle assai finezze, e Livilla inoltre da sola a solo parlava spesse volte con Claudio, seppe così offuscare il cervello del marito Augusto, che senza lasciar loro agio per difendersi, le inviò all'altro mondo, l'una col ferro, l'altra colla fame. Il celebre filosofoSeneca, perchè amico di Livilla, fu in tal congiuntura relegato nella Corsica, e si vendicò poi di Claudio morto con una satira che si è conservata sino ai dì nostri.

Finquì la grand'isola della Bretagna, oggidì appellata Inghilterra, non avea piegato il collo sotto il giogo de' Romani. Perchè quantunque Orazio[Horatius, Odar., lib. 3, I.]sembri indicare, che Augusto vincesse que' popoli, e Servio[Servius, in Virgil., Georg. 3.]chiaramente l'insegni; pure Strabone[Strab., lib. 2.]assai fa conoscere che ciò non sussiste; ed è certo, che anche ai tempi di Claudio que' popoli viveano sottoposti a' vari loro re, amici solamente, ma non sudditi di Roma. Per cagione[Sueton., in Claud., cap. 17. Dio, lib. 60.]d'alcuni desertori non restituiti s'intorbidò la buona armonia fra i Britanni e i Romani; e un certo Berico cacciato dalla Bretagna, tanto seppe dire adAulo Plauziosenator chiarissimo,pretore allora e governatore della Germania inferiore, che gli fece credere facili le conquiste in quell'isola. Claudio informato della proposizione, e voglioso di guadagnare un trionfo, vi consentì. Trovò Plauzio una somma renitenza nell'esercito, per uscire del continente e passare in paese incognito; nè si voleano in fatti muovere. Arrivò colà Narciso spedito con ordini pressanti da Claudio. Questo liberto, gonfio pel gran favore del padrone, arditamente salì sul tribunale di Plauzio per fare un'aringa ai soldati. Allora a tutti montata la collera, cominciarono a gridare:Ben venuti i Saturnali; perchè in que' giuochi i servi si travestivano con gli abiti de' padroni. E senza volerlo ascoltare, alzate le bandiere, tennero dietro a Plauzio, il quale colle navi preparate andò poi a fare uno sbarco nella Bretagna. Non si aspettavano que' popoli una tal visita; e perchè non s'erano nè preparati nè uniti, si diedero alla fuga, nascondendosi nelle selve e nelle paludi. Con Plauzio andò ancheVespasiano, che fu poi imperadore. S'impadronirono questi due valorosi uffiziali d'una parte di quel paese sino al Tamigi; nè osando Plauzio di passar oltre, significò con sue lettere la positura degli affari a Claudio, e quali popoli egli avesse soggiogato, quali Vespasiano; e come Cajo Sidio Geta inviluppato dai nemici con pericolo d'esser preso, gli avea poi sbaragliati. Claudio o avea già fatta o fece allora la risoluzione di passar colà in persona. Lasciato dunque il governo di Roma aLucio Vitellio, ch'era stato o pur tuttavia era console, probabilmente nella state s'imbarcò, e da Ostia fece vela verso Marsiglia, con patire per viaggio una pericolosa burrasca. Poscia parte per terra, parte per mare arrivò all'Oceano: e finalmente raggiunse l'armata, che stava tuttavia accampata presso al fiume Tamigi. Valicato quel fiume, sconfisse i Britanni accorsi in gran copia per impedirgli il passaggio, e prese Camaloduno reggia di Cinobellino. CosìDione[Dio, lib. 60.]: laddove Svetonio[Sueton., in Claudio, cap. 17.]scrive non aver egli data battaglia alcuna. Certo è, che per quelle imprese due o tre volte conseguì di nuovo il titolo diimperadore, titolo indicante qualche nuova vittoria. Anche Tacito[Tacitus, in Vita Agricolae, cap. 13.]afferma aver egli conquistato un buon tratto di paese nella Bretagna, e domati ivi alcuni di quei re; e Svetonio[Sueton., in Vesp., cap. 4.]stesso asserisce che Vespasiano in quella spedizione, ora sotto Plauzio ed ora sotto lo stesso Claudio Augusto, si segnalò con essere ben trenta volte venuto alle mani con que' popoli, ed aver sottomesse due di quelle possenti nazioni, prese venti città e l'isola di Vicht. Non molto tempo si fermò Claudio in quelle contrade, e dopo aver tolte l'armi agli abitanti del paese conquistato, e lasciato Plauzio coll'esercito al loro governo, si rimise in viaggio per tornarsene a Roma. Sei mesi spese nell'andare e venire; ed abbiamo da Seneca[Seneca, in Apocol.]e da Tacito[Tacitus, Annal., lib. 14, c. 31.], che nella Bretagna fu alzato un tempio a questo imperadore, la cui impresa aprì l'adito all'armi romane di stendersi maggiormente coll'andare degli anni in quella vasta isola. Giunti a Roma molto prima di Claudio, Gneo Pompeo e Lucio Silano, generi d'esso imperadore, coll'avviso del lieto avvenimento[Dio, lib. 60.], il senato decretò il trionfo a Claudio, e diede tanto a lui che al picciolo suo figliuoloClaudio Tiberio Germanico, il titolo diBritannico, con ordinar dei giuochi da farsi ogni anno in sua memoria e l'erezione di due archi trionfali, l'uno in Roma e l'altro al lido della Gallia, dove Claudio entrò in mare per passare in Bretagna. Accordò inoltre a Messalina moglie di Claudio, ancorchè non avesse il titolo d'Augusta, il primo luogo nelle pubbliche adunanze, (il che può parere strano)e il poter andare nel carpento, cioè in carrozza singolare, di cui godeano per privilegio le sole Vestali e i Sacerdoti, ed entrar con essa ne' pubblici spettacoli. Nello stesso tempo pubblicarono un editto, che chiunque avesse monete di rame coll'immagine dell'odiato Caligola, le portasse alla zecca da essere disfatte. Sopra questo rame o bronzo mise tosto le mani Messalina, e ne fece formar delle statue al suo caro drudo Mnestore commediante.

Consoli

Lucio Quintio Crispinoper la seconda volta eMarco Statilio Tauro.

Da un'iscrizion del Grutero raccolse il cardinale Noris[Noris, Epistola Consulari.]che il prenome diStatilio TaurofuMarco. Un'altra tuttavia esistente in Roma nel museo del Campidoglio, e da me[Thesaurus Novus Inscription., pag. 304, num. 3.]pubblicata, fu posta MANIO AEMILIO LEPIDO, T. STATILIO TAURO COS. Quando questa appartenga all'anno presente, si può inferirne, che essendo mancato di vita, ovvero avendo dimessa la dignità, il primo de' consoliCrispino, a lui succedesseManio Emilio Lepido. Similmente se ne ricaverebbe, che il prenome diStatilio TauroeraTitoe nonMarco. Ma di ciò all'anno seguente. Arrivò l'imperador Claudio dalla Bretagna in Italia, e, per testimonianza di Plinio[Plin., lib. 3, cap. 16.], andò ad imbarcarsi ad una delle bocche del Po, appellata Vatreno, in un grosso legno, somigliante piuttosto ad un palazzo che ad una nave. Pervenuto a Roma, trionfante v'entrò[Sueton., in Claudio, cap. 17.]colle solite formalità. Sommamentemagnifico e maestoso fu l'apparato, ed ottennero licenza i governatori delle provincie, ed anche alcuni esiliati, d'intervenirvi. Osserva Dione[Dio, lib. 60.], che Claudio salì ginocchione al Campidoglio, sollevandolo di qua e di là i due suoi generi; e che dispensò, ma con profusione, gli ornamenti trionfali non solo alle persone consolari, che l'aveano accompagnato in quella spedizione, ma anche ad alcuni senatori contro il costume. Celebrò dipoi i giuochi trionfali in due teatri. Vi furono più corse di cavalli, cacce di fiere, forze d'atleti, balli di giovani armati. Le altre azioni lodevoli di Claudio in quest'anno si veggono brevemente riferite da Dione. Avea Tiberio tolte al senato le provincie della Grecia e Macedonia, con deputarne al governo i suoi uffiziali. Claudio gliele restituì, e tornarono a reggerle i proconsoli. Rimise in mano dei questori, come anticamente si usava, la tesoreria del pubblico, togliendola ai pretori. PossedevaMarco Giulio Cozio, il principato avito di un bel tratto di paese nell'Alpi che separano l'Italia dalla Gallia, appellate perciòAlpi Cozie. Gli accrebbe Claudio quel dominio, e, per attestato del medesimo Dione, gli concedè il titolo di re:cosa, dice egli,non praticata in addietro. Eppure nell'arco celebre di Susa, tuttavia esistente, la cui iscrizione pubblicata dal marchese Maffei[Scipio Maffei, Diplomat.], ho ancor io[Thesaurus Novus Inscription., pag. 1095.]data alla luce, si legge M. IVLIVS REGIS DONNI FILIVS COTTIVS. Quella iscrizione fu posta ad Augusto. Però sembra che non ora cominciasse il titolo di re in que' principi, e che Augusto, nel conquistar quelle contrade, le lasciasse bensì in signoria a Giulio figliuolo del re Donno, ma senza il titolo di re, il quale fu poi restituito da Claudio a Marco Giulio Corio di lui figliuolo o nipote. Avevano i cittadini di Rodi crocifissi alcuni Romani, che forse meritavano la morte;ma perchè quel supplizio era ignominioso, e in riputazione grande si tenea il privilegio della cittadinanza romana, Claudio levò loro la libertà, cioè il governarsi colle lor leggi e co' propri ufiziali, benchè poi loro la restituisse nell'anno di Cristo 53. Mancò di vita in quest'annoErode Agrippa re della Giudea, allorchè si trovava in Cesarea[Joseph., Antiq. Judaic., lib. 19.]. Credevasi che Claudio Augusto lascerebbe succedere in quel regno il di lui figliuoloAgrippa; ma prevalendo i consigli de' suoi liberti, ne diede il governo a Cuspio Fado cavalier romano: con che Gerusalemme restò di nuovo senza i suoi re, immediatamente sottoposta ai governatori romani.

Consoli

Marco Vinicioper la seconda volta eTauro Statilio Corvino.

Secondo le osservazioni del cardinal Noris, tali furono i consoli dell'anno presente, e, secondo lui,Taurofu il prenome diStatilio: del che certo si può dubitare, perchè in un passo di Flegonte[Phlegon., de Mirabilib., cap. 6.]si parla di un fatto avvenuto in Roma, essendo consoliMarco VinicioeTito Statilio Tauro, cognominatoCorvilio: dove apparisceTaurocognome. Abbiam veduto nell'anno precedente rammentata un'iscrizione posta MANIO ÆMILIO LEPIDO ET T. STATILIO TAURO COS. Non ho io saputo dire, e neppure lo so ora, a qual anno precisamente appartenga questo pajo di consoli. Certamente questoTito Statilio Tauronon sarà stato console tanto in questo che nell'antecedente anno, perchè ciò sarebbe stato notato ne' Fasti; e però loStatiliodi quell'anno dee esserediverso dal presente. Osservarono il Panvinio ed altri, che ai consoli suddetti dovettero essere sostituitiMarco Cluvio RufoePompeo Silvano, ricavandosi ciò da un rescritto di Claudio, riferito da Giuseppe Ebreo[Joseph., lib. 19.], e fatto sul fine di giugno, correndo la quinta sua podestà tribunizia. Per altro, ancorchè finora abbiano faticato vari valenti letterati, non possiam dire superate per anche le tenebre sparse qua e là ne' Fasti consolari, restandovi tuttavia molto di scuro e molte imperfezioni. Piena era oramai Roma di statue[Dio, lib. 60.]e d'immagini pubbliche o di marmo, o di bronzo, perciocchè ad ognuno era permesso il metterne: il che rendeva troppo familiare ed anche vile un onore che dovea essere riserbato alle persone di merito distinto. Claudio ne levò via la maggior parte, ordinando insieme, che da lì innanzi niun potesse esporre l'immagine sua senza licenza del senato, a riserva di chi facea qualche fabbrica nuova, o rifacea le vecchie, per animar ciascuno ad accrescere gli effetti di Roma. Mandò in esilio il governatore di una provincia, perchè fu convinto d'aver preso dei regali, e gli confiscò tutto quello che avea dianzi guadagnato nel governo. Fece ancora un editto, che a niuno dopo un ufizio esercitato nelle province, se ne potesse immediatamente conferire un altro: legge anche altre volte stabilita; acciocchè nel tempo frapposto potesse chi avea delle querele contra di tali persone, proporle con franchezza. Proibì ancora, finiti i loro governi, il pellegrinare in altri paesi, volendo che tutti venissero a Roma, per essere pronti a quello che ora noi chiamiamo sindacato. Nell'anno presente spese Claudio di molto in dar sollazzo al popolo con altri pubblici giuochi; e alla plebe, solita a riceveregratisil frumento del pubblico, donò trecento sesterzi per cadauno; e vi fu di quelli che n'ebbero per testa fino mille e dugentocinquanta. Nel giorno suo natalizio[Sueton., in Claudio, cap. 2.], cioè nel dì primo di agosto, in cui dieci anni prima dell'Era nostra egli venne alla luce in Lione, correva in quest'anno l'ecclissi del sole. Claudio con pubblico monitorio ne fece alcuni dì prima avvertito il popolo, acciocchè sapessero quello essere un effetto necessario del corso dei pianeti, e non ne tirassero qualche mal augurio, per lui, come per poco soleano fare in tanti altri affari i Romani, essendo troppo quella gente nudrita dagl'impostori nella superstizione. Le medaglie[Mediobarbus, Numismat. Imperator.]ci fan vedere che, tanto nel precedente che nel presente anno, Claudio prese più volte il titolo d'imperadore, trovandosi nominatoimperadore per la decima volta. Indizii son questi, che i suoi generali nella Bretagna doveano aver fatti de' progressi coll'armi; ma di ciò non resta vestigio nella storia.

Consoli

Publio Valerio Asiaticoper la seconda volta, eMarco Giunio Silano.

Dal trovar noiValerio Asiaticonominato console per la seconda volta, apparisce aver ottenuto l'eccelso grado di console un qualche anno innanzi, sostituito ai consoli ordinari; ma in quale non si è potuto finora esattamente sapere. Se crediamo al Panvinio[Panvinius, in Fast. Consularibus.]e ad altri, nelle calende di luglio a questi consoli succederonoPublio Suillo RufoePublio Ostorio Scapula. Che ancor questi veramente arrivasse al consolato, ne abbiam delle prove; ma se veramente in quest'anno, ciò non si può accertare. Era[Dio, lib. 60.]MarcoGiunio Silanoconsole fratello di Lucio, da noi veduto genero di Claudio Augusto. Diede molto da dire a' Romani la risoluzion presa in quest'anno dal suddettoAsiaticoconsole. Siccome era stato determinato da Claudio per fargli onore, egli dovea ritener per tutto l'anno il consolato; ma spontaneamente lo rinunziò. Aveano ben fatto lo stesso alcuni altri consoli, per mancar loro le ricchezze sufficienti a sostener la spesa enorme che occorreva in celebrar i giuochi circensi, addossata alla borsa dei consoli, e cresciuta poi a dismisura. Era giusta la scusa e ritirata per questi, ma non già per Asiatico, ch'era uno de' più ricchi nobili del romano imperio, possedendo egli delle rendite sterminate nella Gallia, patria sua. Il motivo da lui addotto fu quello di schivare l'invidia altrui pel suo secondo consolato; ma poteva meglio assicurarsene col non accettarlo neppure per i primi sei mesi; e può credersi che non andò esente dalla taccia di avarizia quella spontanea sua rinunzia. Vedremo all'anno seguente i frutti amari di tante sue care ricchezze. Nel presente toccò la mala ventura aMarco Vinicio, personaggio illustre, già marito diGiulia Livilla, cioè d'una sorella diCaligola. Non l'avea nel suo libro Messalina, dopo aver essa procurata la morte alla di lui consorte. Crebbero anche i sospetti e gli odii contra la di lui persona, dacchè (per quanto fu creduto) l'onestà di lui diede una negativa alle impure voglie della medesima Messalina. Seppe ella fargli dare sì destramente il veleno, che il mandò per le poste al paese di là, con permettere dipoi, che dopo morte gli fosse fatto il funerale alle spese del pubblico: onore molto familiare in questi tempi. DaAgrippina, prima che divenisse moglie di Tiberio Augusto, era natoAsinio Pollione, il quale perciò fu fratello uterino diDruso Cesarefigliolo diTiberio. Nel cervello d'esso Pollione entrarono in quest'anno grilli di grandezze e desiderii di divenir imperadore; e cominciò egli per questo alcune telecon sì poca avvertenza, che ne arrivò tosto la contezza a Claudio. Teneva ognuno per certa la di lui morte; ma Claudio si contentò di mandarlo solamente in esilio, o perchè non avea fatta adunanza alcuna di gente o di danaro per sì grande impresa, o perchè il trattò da pazzo, considerata anche la sua piccola statura e deformità del volto, per cui era comunemente deriso, nè ciera avea da far paura a chi sedeva sul trono. Di questa sua indulgenza riportò Claudio non poca lode presso il pubblico, siccome ancora per altre azioni di giustizia e di zelo pel buon governo, e massimamente per la giustizia. All'incontro era universale la doglianza e mormorazione, perchè egli si lasciasse menar pel naso da Messalina sua moglie e dai suoi favoriti liberti; di modo che egli pareva non più il padrone, ma bensì lo schiavo di essi. Condannato fu (che così si usava ancora) a combattere nei giuochi de' gladiatoriSabino, stato governator nella Gallia a' tempi di Caligola, per le sue molte rapine e iniquità. Desiderava Claudio, e gli altri più di lui, che questo mal uomo lasciasse ivi la vita, come solea per lo più succedere. Ma Messalina, che anche di costui si valeva per la sua sfrenata sensualità, il dimandò in grazia, nè Claudio gliel seppe negare. Ed intanto ogni dì più si mormorava, perchè Mnestore, commediante allora famoso, non si lasciava più vedere al teatro. Era egli in grazia grande presso il popolo per la sua arte, e specialmente per la sua perizia nel danzare; ma in grazia di Messalina era egli maggiormente per la sua avvenenza. Dolevasi la gente d'essere priva di un sì valente attore, ma più perchè ne sapeva la cagione, e la sapevano anche i più remoti da Roma. Altri non v'era, che il buon Claudio, il quale ignorasse, quanta vergogna albergasse nel proprio suo palazzo. Eusebio Cesariense[Eusebius, in Chronico et in Excerptis.]solo è a scrivere, che circa questi tempi essendo stato uccisoRematalcere della Traciada sua moglie, Claudio Augusto ridusse quel paese in provincia, e ne diede il governo ai suoi uffiziali.

Consoli

Tiberio Claudio Augusto Germanicoper la seconda volta, eLucio Vitellioper la terza.

Abbiamo da Svetonio[Suetonius, in Claudio, cap. 4.], cheClaudio Augustonon fu già console ordinario conLucio Vitellioin quest'anno. Un altro, il cui nome non sappiamo, procedette console nel principio di gennaio; ma perchè questi da lì a poco finì di vivere, Claudio non isdegnò di succedere in suo luogo.Vitellioqui mentovato, lo stesso è che fu proconsole della Soria, e padre diVitellio imperadore. Tanti onori a lui compartiti erano i frutti della sua vile adulazione. Secondo la supputazion di Varrone, questo era l'anno ottocentesimo della fondazion di Roma[Suetonius, in Claudio, cap. 21. Tacitus, lib. 11, cap. 11.]; e però Claudio diede al popolo il piacere de' giuochi secolari, i quali propriamente si doveano fare ad ogni cento anni. Ma a que' giuochi accadde ciò che si osservò nel giubileo romano cominciato nel 1300, che dovea rinnovarsi solamente cento anni dipoi; ma poi fu celebrato in anni diversi. Erano passati solamente sessantaquattro anni, dacchè Augusto diede questi giuochi, e viveano tuttavia delle persone che vi assisterono, e degl'istrioni che aveano ballato in essi, fra' quali Stefanione, commemorato da Plinio[Plinius, lib. 7, cap. 48. Zosimus lib. 1.]. Però essendo solito il banditore, nell'invitare a questi giuochi il popolo, di dire che venissero ad uno spettacolo chenon aveano mai più veduto, nè sarebbono mai più per vedere, si fecero delle risate alle spese di Claudio. Ancor qui notata fu l'adulazione del console Vitellio, perchè fu udito dire a Claudio, che gli augurava di poter dare altre volte questi medesimi giuochi. Comparve ne' giuochi suddettiBritannicofigliuolo dell'imperadore insieme col giovinettoLucio Domizio, che fu poiNeroneimperadore; e si osservò che l'inclinazion del popolo correa più verso questo giovine, perchè era figliuolo diAgrippinaprincipessa amata da essi, non tanto per essere stata figlia dell'amato Germanico, quanto perchè la miravano perseguitata da Messalina. Si contano ancora sotto quest'anno alcune azioni lodevoli di Claudio[Dio, lib. 60.]. Prodigiosa era la quantità degli schiavi che ogni nobil romano teneva al suo servigio[Sueton., in Claudio, cap. 25.]. Allorchè i miseri cadeano infermi, costumavano alcuni de' loro padroni, per non soggiacere alla spesa, di cacciarli fuori di casa, mandandoli nell'isola del Tevere, acciocchè Esculapio, a cui quivi era dedicato un tempio, li guarisse, ed esponendogli in tal guisa al pericolo di morir di fame. Fece Claudio pubblicar un editto, che gli schiavi cacciati da' padroni, s'intendessero liberi, nè fossero obbligati a tornar a servire. Che se, in vece di cacciarli, volessero levarli di vita, si procedesse contra di loro come omicidi. Inoltre essendo denunziati alcuni di bassa sfera, quasi che avessero insidiato alla di lui vita, niun caso ne fece, con dire, «non essere nella stessa maniera da far vendetta di una pulce, che d'una fiera.» Ordinò ancora, che i liberti ingrati ai lor padroni tornassero ad essere loro schiavi: legge sempre dipoi osservata. Rimosse dal senato alcuni senatori, perchè, essendo poveri, non poteano con dignità calcare quel posto: il che a molti di loro fu cosa grata. E perchè un Sordinio nativo della Gallia, ed uomo ricco, poteva con decoro sostenere la dignitàsenatoria, e Claudio intese ch'era partito per andarsene a Cartagine, disse: «Bisogna ch'io fermi costui in Roma con i ceppi d'oro;» e richiamatolo indietro, il creò senatore. Insorsero gravi querele contro gli avvocati che esigevano somme immense dai lor clienti. Fu in procinto il senato di proibire affatto ogni pagamento. Claudio volle che si tassasse una molto leggiera somma.

Ma se Claudio da tali azioni riportò lode, maggior fu bene il biasimo che a lui venne, per essersi lasciato condurre a dar la morte in questo medesimo anno a varie illustri persone, per le maligne insinuazioni di Messalina sua moglie. Aveva egli accasata conGneo Pompeo Magno,Antoniasua figliuola. La matrigna Messalina, che odiava l'uno e l'altra, seppe inventar tante calunnie, dipingendo il genero Pompeo per insidiatore della vita di lui, che Claudio gli fece tagliar la testa. Per altro costui offuscava la nobiltà de' suoi natali con dei vizii nefandi. Nè qui si fermò la persecuzione. Fece anche morire Crasso Frugi e Scribonia genitori d'esso Pompeo, tuttochè, per attestato di Seneca[Seneca, in Apocol.], Crasso fosse così stolido, che meritasse d'essere imperadore, come era Claudio. Antonia fu poi maritata conCornelio Silla Faustofratello di Messalina. A Valerio Asiatico, da noi già veduto due volte console, le sue molte ricchezze furono in fine cagione di totale rovina[Tacitus, Annal., lib. II, cap. 1.]. Con occhio ingordo le mirava Messalina, e massimamente coi desiderii divorava gli orti di Lucullo, da lui maggiormente abbelliti. S'inventarono vari sospetti e delitti di lui, ed avendo egli determinato di passar nelle Gallie, dove possedea dei gran beni, fu fatto credere a Claudio, che ciò fosse per sollevar contra di lui le legioni della Germania. Condotto da Baja incatenato, ed accusato, con forza si difese, allegando che non conosceva alcuno de' testimoni prodotti contra di lui. Si fecevenire innanzi un soldato, che protestava d'essere intervenuto al trattato della congiura. Dettogli, se conosceva Asiatico: senza fallo, rispose. Che il mostrasse: data una girata d'occhi sopra gli astanti, sapendo che Asiatico era calvo, indicò un calvo, ma che non era Asiatico. Niuno dell'uditorio potè contenere le risa, e l'assemblea fu finita. Già pensava Claudio ad assolverlo per innocente, quando entrò in sua camera l'infame Vitellio il console, imboccato da Messalina, che colle lagrime agli occhi mostrò gran compassione d'Asiatico, e poi finse d'essere spedito da lui per impetrar la grazia di potere scegliere quella maniera di morte che più a lui piacesse. Il bietolone Augusto, senza cercar altro, credendo che per rimprovero della coscienza rea egli non volesse più vivere, accordò la grazia richiesta. Asiatico si tagliò dipoi le vene, e rendè contenta, ma non sazia l'avarizia e crudeltà di Messalina, la quale per altre somiglianti vie condusse a mortePoppeamoglie di Scipione, la più bella donna de' suoi tempi, e madre diPoppea, maritata poi coll'Augusto Nerone. Nulla seppe di sua morte Claudio. D'altri nella stessa guisa abbattuti parla Tacito, la cui storia maltrattata dai tempi torna a narrarci gli avvenimenti d'allora, quando quella di Dione per la maggior parte è venuta meno. In quest'anno[Tacitus, Annal., lib. II, cap. 14. Suetonius in Claud., cap. 41.]ancora si credè Claudio d'immortalare il suo nome anche fra i grammatici, con aggiugnere tre lettere all'alfabeto latino. Una delle quali fu F scritto al rovescio per significare l'V consonante. Ma dopo la sua morte morirono ancora le da lui inventate lettere. Furono in quest'anno rivoluzioni in oriente. Essendo stato uccisoArtabano re dei Parti, disputarono del regno coll'armi in mano due suoi figliuoli. Prese Claudio questa occasione per inviarMitridatefratello diFarasmane re dell'Iberiaa ricuperare il regno dell'Armenia, già occupato dai Parti. Edegli in fatti se ne impadronì, e vi si sostenne col braccio de' Romani. Nè fu senza moti di guerra la Germania. Essendo morto Sanquinio, che comandava l'armi romane nella Germania bassa, in suo luogo fu inviatoGneo Domizio Corbulone, che riuscì dipoi il più valente capitano che allora si avesse Roma. Innanzi ch'egli arrivasse colà, i Cauci aveano fatte delle scorrerie nei lidi della Gallia. Subito che Corbulone fu alla testa delle legioni, soggiogò essi Cauci; fece tornare all'ubbidienza i popoli della Frisia, che s'erano ribellati alcuni anni prima: rimise fra le truppe romane con gran rigore l'antica disciplina. Era per far maggiori imprese, se il pauroso Claudio Augusto non gli avesse scritto di ripassare il Reno, e di lasciar in pace i Barbari. Ubbidì Corbulone, ma con esclamare:Felici gli antichi generali!Claudio a lui concedè poi gli ornamenti trionfali. Venuto anche a RomaAulo Plauzio, il quale s'era segnalato nella guerra della Bretagna, accordò a lui pure l'onore dell'ovazione, che così chiamavano il picciolo trionfo. Già s'era cominciato a riserbare il vero trionfo ai soli imperadori, perchè soli essi erano i generalissimi dell'armi romane, e a loro si attribuiva l'onor di qualunque vittoria che fosse riportata dai subalterni.

Consoli

Aulo VitellioeQuinto Vipsanio Poblicola.

Il primo di questi consoli fu poscia imperadore. Per attestato di Svetonio[Sueton., in Vitellio, cap. 3.]ad essoAulo Vitellionelle calende di luglio venne sostituitoLucio Vitelliosuo fratello: tanto poteva nella corte di alloraLucio Vitelliolor padre, il re degliadulatori. Trattossi nell'anno presente in senato[Tacitus, Annal., lib. II, cap 23.]di crear dei nuovi senatori in luogo dei defunti, e seguì molta disputa, perchè i popoli della Gallia Comata dimandavano di poter anch'essi concorrere a tutte le dignità e agli onori della repubblica romana. Fu contraddetto da non pochi; ma prevalse il parere di Claudio, che, addotto l'esempio de' maggiori, sostenne non doversi negar la grazia, perchè ridondava in pubblico bene, e in accrescimento di Roma. Come censore fece Claudio ancora alcune buone ordinazioni, e fra l'altre spurgò il senato di alcune persone di cattivo nome, e ciò con buona maniera: perciocchè sotto mano lasciò intendere a que' tali, che se avessero chiesta licenza di ritirarsi, l'avrebbono conseguita. Propose il console Vipsanio, che si desse a Claudio il titolo diPadre del senato. Claudio, conosciuto che questo era un trovato dell'adulazione, lo rifiutò. Fu fatto in quest'anno da esso Augusto parimente, come censore, e dal vecchio Lucio Vitellio suo collega, il lustro, cioè la descrizione di tutti i cittadini romani: il che non vuol già dire degli abitanti in Roma, perchè tanti forestieri venuti a quella gran città non erano tutti per questo cittadini di Roma, e molto meno tante e tante migliaia di servi, cioè schiavi che servivano allora in Roma ai benestanti. Niuno degli antichi scrittori ci ha lasciato il conto di quante anime allora vivessero in Roma; città, che in que' tempi forse di non poco superava le moderne di Parigi e di Londra. Un'iscrizione che di ciò parla, merita d'essere creduta falsissima, siccome osservò Giusto Lipsio[Lipsius, in Notis ad Tacit. lib. 40.]. Per cittadini dunque romani si intendevano tutte quelle persone libere, che godeano allora la cittadinanza romana sì in Roma, che nelle provincie; giacchè non per anche questo privilegio s'era dilatato a tutto l'imperio romano, come ne' tempi susseguenti avvenne. Ditali cittadini si trovarono nella descrizion suddetta sei milioni e novecento e quarantaquattromila.

Giunta era all'eccesso l'impudicizia e la baldanza diMessalinamoglie di Claudio Augusto. Volle ella nell'anno presente far un colpo, a credere il quale gran fatica si dura, non sapendosi capire come potesse arrivar tant'oltre la sfacciataggine di una donna e la balordaggine di un marito, e marito imperadore. Lo stesso Tacito confessa[Tacit., Annal., lib. 11, cap. 26.], che ciò parrà favoloso: tuttavia tanto egli, quanto Svetonio[Sueton., in Claudio, cap. 26.]e Dione[Dio, lib. 60.], ci dan per sicuro il fatto. Era impazzita questa rea femmina dietro aCajo Silio, giovane, non men per la nobiltà che per la bellezza del corpo, riguardevole. Avea Claudio a disegnarlo console per l'anno prossimo. Nè bastandole di mantenere un indegno commercio con questo giovane, determinò in fine di contraere matrimonio con lui, benchè vivente Claudio, nè ripudiata da lui. Dicono, ch'essendo ito Claudio ad Ostia per affari della pubblica annona, ella fingendo qualche incomodo di sanità, si fermò in Roma, e con gran solennità fece stendere lo strumento del contratto, munito di tutte le clausole consuete, donando a Silio tutti i più preziosi arredi del palazzo imperiale, e compiendo la funzione coi sagrifizii e con un magnifico convito. Fu poi esposto[Tacitus, Annal., lib. 11, cap. 30.]a Claudio, che alla presenza del senato, del popolo e de' soldati tutto ciò era seguito. Ha dell'incredibile. Svetonio aggiugne, aver Messalina indotto lo stesso imperadore a sottoscrivere quell'atto, con fargli credere che fosse una burla, e ciò utile per allontanare un pericolo che a lui sovrastava, predetto dagl'indovini, e per farlo ricadere sopra Silio, finto imperadore. Sì lontana da ogni verisimile è questa partita, che patisce l'intelletto a crederla vera. Saràstata probabilmente una diceria del volgo, solito ad aggiugnere ai fatti veri delle false circostanze; nè Tacito ne parla. Comunque sia, un gran dire per questo sì sfoggiato ardimento fu per Roma tutta. Il solo Claudio nulla ne sapea, perchè attorniato dai liberti, tutti paurosi di disgustar Messalina, l'incorrere nella disgrazia di cui, e il perdere la vita, andavano bene spesso uniti. Tuttavia troppo facile era lo scorgere che Messalina, dopo aver fatto Silio suo marito, era dietro a farlo anche imperadore, con un totale sconvolgimento del pubblico e della corte, a cui terrebbe dietro infallibilmente la rovina ancora d'essi liberti, tanto favoriti da Claudio. Si aggiunse ancora, che avendo Messalina fatto morir Polibio[Dio, in Excerptis Valesianis.], uno de' più potenti fra essi nella corte, impararono gli altri a temere un'egual disavventura. Perciò Callisto, Pallante e Narciso, liberti i più poderosi degli altri nell'animo di Claudio, presero la risoluzione di aprire gli occhi all'ingannato Augusto. Ma non istettero saldi i due primi nel proposito, paventando, che se Messalina giugneva a parlare una sola volta a Claudio, saprebbe inorpellar sì bene il fatto, che sfumerebbe in lui tutto lo sdegno. Narciso solo stette costante, nè attentandosi egli a muoverne il primo parola, fece che alcune puttanelle di Claudio gli rivelassero non solamente la presente infamia, ma ancora la storia di tutti i precedenti scandali originati dalla trabbocchevol libidine e crudeltà di Messalina. Attonito Claudio fa tosto chiamar Narciso, il quale chiesto perdono in prima, e addotte le cagioni del silenzio finora osservato, conferma il fallo, e rivela altri complici della disonestà di Messalina. Turranio presidente dell'annona, e Lusio Geta prefetto del pretorio chiamati anch'essi attestano il medesimo, con rappresentare e caricare il pericolo di perdere vita ed imperio, imminente a Claudio per gli ambiziosi disegni di Silio e di Messalina, e il bisogno diprovvedervi con mano forte, senz'ascoltar discolpe e parole lusinghiere della traditrice consorte. Rimase sì sbalordito Claudio, che andava di tanto in tanto dimandando, s'egli era più imperadore, se Silio menava tuttavia vita privata.

Era il mese d'ottobre, e fu veduta Messalina più gaia del solito divertirsi alle feste di Bacco[Tacitus, lib. II, cap. 31.], che si faceano per le vendemmie, prendendo essa la figura di Baccante, e Silio quella di Bacco. Quand'ecco di qua e di là giugnere a Roma l'avviso, essere Claudio consapevole di tutte le sue vergogne, e venire a Roma per farne vendetta. Il colpo di riserva, su cui riponeva le sue speranze Messalina, era quello di poter parlare a Claudio, fidandosi, che, come tant'altre volte era accaduto, ora ancora placherebbe l'insensato marito. Ma questo appunto era quello, da cui l'accorto Narciso volea tener lontano il padrone: al qual fine impetrò di avere per quel giorno il comando delle guardie, rappresentando la dubbiosa fede di Lusio Geta; ed insieme ottenne di venir anch'egli in carrozza coll'imperadore a Roma. Nella stessa venivano ancora Lucio Vitellio e Publio Cecina Largo, senza mai articolar parola nè in favore nè contra di Messalina, perchè non si fidavano dell'animo troppo instabile e debole di Claudio. IntantoMessalina, presi secoBritannicoedOttaviasuoi figliuoli, eVibidia, la più anziana delle Vestali, ed accompagnata da tre persone, perchè gli altri se ne guardarono, s'inviò a piedi fuor della porta d'Ostia, e salita poi in una vilissima carretta, trovata ivi per avventura, andò incontro al marito, non compatita da alcuno. Allorchè arrivò Claudio, cominciò a gridare, che ascoltasse chi era madre di Britannico e d'Ottavia; e Narciso intanto facea marciar la carrozza, strepitando anche egli con esagerar l'insolenza di Silio e di Messalina, e con rimettere sotto gli occhi di Claudio lo strumento nuziale.Nell'intrare in Roma si vollero affacciare alla carrozza Britannico ed Ottavia; ordinò Narciso alle guardie che li tenessero lontani; ma per la venerazione e per gli privilegi che godeano le Vestali, non potè impedir Vibidia dall'accostarsi, e dal far grande istanza, che contra di Messalina non si procedesse a condanna senza prima ascoltarla. Così promise Claudio. Accortamente Narciso condusse a dirittura l'imperadore alla casa di Silio, e fecegli osservar le preziose masserizie della corte portate colà: vista che svegliò pur del fuoco in quel freddo petto. Indi così caldo il menò al quartiere de' pretoriani, istruiti prima di quel che aveano a dire. Poche parole potè proferir Claudio, confuso tra il timore e la vergogna; ed alzossi allora un grido dei soldati che dimandavano il nome e il gastigo dei rei. Silio fu il primo che sofferì con coraggio la morte, poi Vettio Valente, Pompeo Urbico, ed altri nobili, tutti macchiati nelle impudicizie di Messalina. Mnestore il commediante, con ricordare a Claudio d'aver ubbidito ai di lui comandamenti, intenerì sì fattamente il buon Claudio, che fu vicino a perdonargli; ma i liberti gli fecero mutar sentimento. Solamente Suilio Cesonino e Plautio Laterano la scapparono netta, l'ultimo per gli meriti di Aulo Plautio suo zio. Intanto Messalina, ritiratasi negli orti di Lucullo, fra la speranza e l'ira, si pensava pure di poter superare la burrasca; e non ne fu lontana. Claudio arrivato al palazzo con gran quiete si mise a tavola, ed allorchè si sentì ben riscaldato dal vino, diede ordine che s'avvisasse Messalina di venire nel seguente dì, che l'avrebbe ascoltata. Si credette allora perduto Narciso; però fatto coraggio, e levatosi da tavola, come per dar l'ordine suddetto, da disperato ne diede un tutto diverso al centurione e al tribuno di guardia, dicendo loro, che immediatamente si portassero ad uccidere Messalina, perchè tale era la volontà dell'imperadore. La trovarono eglino stesain terra, ed assistita da Lepida sua madre, che l'andava esortando a prevenir colle sue mani gli esecutori della giustizia. All'arrivo di essi si diede ella in fatti alcuni colpi, ma con mano tremante; più sicura fu quella del tribuno, che la finì. Portata incontanente la nuova a Claudio, che Messalina era morta, lo stupido senza informarsi, se per mano propria o d'altrui, dimandò da bere, e con tranquillità compiè il convito. Ne' seguenti giorni non si mirò in lui nè ira, nè odio, nè allegrezza, nè tristezza, ancorchè osservasse l'ilarità di Narciso e degli altri accusatori, e il volto afflitto de' figliuoli. A farlo maggiormente dimenticar di Messalina, servì l'attenzione del senato; perchè per ordine suo furono levate le di lei immagini tanto dai pubblici che dai privati luoghi. Narciso, in ricompensa delle sue fatiche, da esso senato fu promosso all'ordine de' questori.

Consoli

Aulo Pompeo LonginoeGallo Quinto Veranio.

S'è dubitato, se il primo de' consoli portasse il cognome diLonginooLonginiano. In un frammento di marmo[Thesaurus Novus Inscription., p. 304.], esistente oggidì nel museo del Campidoglio, si legge Q. VERANIO, A. POMPEIO GALLO COS. E però nonCajo, come s'è creduto finquì, ma sarà statoAuloil di lui prenome. A questi consoli ordinari circa le calende di maggio fondatamente si credono succedutiLucio Memmio PollioneeQuinto Allio Massimo. Rimasto vedovo Claudio Augusto, si credette che non passerebbe ad altre nozze[Sueton., in Claudio, cap. 26.]; e tanto più perchè egli protestò ai soldati del pretorio di non voler più moglie,dacchè tanta sfortuna avea provato nei precedenti, matrimonii; e che se facesse altrimenti, si contentava d'essere scannato dalle loro mani. Ma andò presto in fumo questo suo proponimento. Tutte le più nobili dame romane si misero in arnese, per espugnar questa debil rocca, mettendo in mostra tutte le lor bellezze naturali ed artificiali, e adoperando quanti lacci sa inventare la loro scuola, sapendo per altro come egli fosse alieno dalla continenza[Sueton., in Claudio, cap. 33.]. Tenevano il primato tre fra le altre, cioèLollia Paolina, figliuola di Marco Lollio già stato console, e per lei facea di caldi uffizii Callisto, uno dei liberti favoriti di Claudio. La seconda eraElia Petinadella famiglia de' Tuberoni, figliuola di Sesto Elio Peto già console, stata già moglie del medesimo Claudio[Idem, cap. 26.]prima dell'imperio, e da lui ripudiata per lieve cagione. Perorava per questa Narciso, altro potente liberto di corte, di cui già s'è parlato. La terza fuGiulia Agrippina, figliuola diGermanicosuo fratello, già cacciata in esilio da Caligola per la sua mala vita, e perseguitata in addietro da Messalina. A promuovere gl'interessi di lei si sbracciò forte Pallante, liberto anch'esso di gran possanza nel cuore di Claudio. E questa in fine vinse il pallio. Benchè fosse stata maritata due volte; cioè più di vent'anni prima aGneo Domizio Enobarbo, a cui partorì Lucio Domizio Enobarbo, che vedremo imperadore col nome di Nerone; e poscia a Crispo Passieno, ch'ella fece morire, per non tardar a godere l'eredità da lui lasciatale; e benchè ella avesse passati gli anni della gioventù, pure era assai fresca, e sosteneva il credito d'esser bella, possedendo anche a maraviglia l'arte degl'intrighi e delle lusinghe femminili. A cagion della stretta parentela, essendo Claudio suo zio paterno, godeva ella il privilegio di visitarlo spesso ed assai confidentemente. Questo bastò per farlo cader nella pania,di maniera che fino dall'anno precedente furono concertate fra loro le nozze ed eseguite poi nel presente. In mani peggiori non potea capitar Claudio, perchè in questa donna non si sa qual fosse maggiore o la fierezza o la superbia o l'avarizia. Pure la sua passion dominante e superiore all'altre era l'ambizione, per cui avrebbe sagrificato tutto. Scrive Dione[Dio, lib. 60.], esserle stato predetto un giorno da uno strologo, che suo figliuolo Nerone sarebbe imperadore, ma ch'egli stesso l'ucciderebbe.Non importa, rispose ella,mi uccida, purchè regni. In fatti, fin d'allora si diede ella a cercar le vie di accasar Lucio Domizio Enobarbo suo figliuolo (che fu poiNerone), nato sul fine dell'anno 37 dell'Era nostra, conOttavia figliuoladi esso Claudio Augusto. Perchè tra questa principessa e Lucio Silano erano seguiti gli sponsali alcuni anni prima[Tacitus, lib. 12, cap. 4.], bisognò pensare alla maniera di levar un tale ostacolo con ricorrere alla calunnia, giacchè Silano per l'incorrotta sua vita era esente da veri delitti. Lucio Vitellio console fu l'iniquo mezzano della di lui rovina, con far credere a Claudio, che fra Silano e Giunia Calvina sua sorella passassero intrinsichezze nefande. Perciò Silano, che nulla sapea di questo, vide sè stesso tutto ad un tempo balzato dal grado di senatore, obbligato inoltre a rinunziar la pretura, e rotto il suo maritaggio con Ottavia. Questa fu la prima prodezza di Agrippina, e non era per anche moglie di Claudio.

Ma Claudio, benchè ardente di voglia di effettuar questo matrimonio, tuttavia non osava, perchè presso i Romani non era lecito, non che in uso, che uno zio sposasse una nipote. Prese ancor qui l'assunto di provvedere al bisogno quel gran faccendiere di Lucio Vitellio; ne parlò egli con energia al senato; e i senatori, schiavi d'ogni volere del principe, decretarono la validità di un tal contratto. Celebraronsi dunque le nozze, e inquello stesso di Lucio Silano, stato genero di Claudio, si diede la morte da sè stesso. Entrata nell'imperial palazzo Agrippina, poca pena ebbe a rendersi padrona dello scimunito consorte e de' pubblici affari, con voler anch'ella, al pari di Claudio, essere ossequiata dal senato, dai principi stranieri e dagli ambasciadori. Cominciò ad ammassar della roba, senza perdonare a sordidezza alcuna, tirando colle lusinghe alcuni a dichiararla erede, ed atterrando altri con calunnie, per occupare i lor beni. Promosse gli sponsali del giovinettoLucio Domiziosuo figliuolo, già pervenuto all'età di dodici anni, colla suddettaOttaviafigliuola di Claudio, a cui questa alleanza fu il primo gradino per salire al trono imperiale. Fece parimente richiamare a Roma dall'esilio della CorsicaLucio Anneo Seneca, insigne filosofo stoico, e il diede per precettore al figliuolo, sperando di farne una cima d'uomo, e un mirabil imperadore, giacchè a questo bersaglio tendevano le principali sue mire. Impetrò anche la pretura pel medesimo Seneca. Appresso rivolse Agrippina lo spirito vendicativo contro aLollia Paolina, che seco avea gareggiato pel matrimonio di Claudio. Fecesi comparire, che avesse interrogati strologhi e l'oracolo di Apollo di Clario, in pregiudizio dell'imperadore; questi perciò, senza lasciarle agio per le difese, la cacciò in esilio fuori d'Italia, e confiscò la maggior parte del suo ricchissimo patrimonio. Mandò Agrippina dipoi anche a levarle la vita; e fece appresso bandireCalpurnia, illustre donna, solo perchè accidentalmente a Claudio era scappato di bocca che era bella. Accrebbe Claudio in quest'anno il pomerio, o sia il circondario delle mura di Roma: il che era riputato di singolar gloria. Alle preghiere de' Parti mandò loro per reMeerdatedi quella nazione, che poca fortuna provò per sè e svergognò i Romani. Nella Tracia furono guerre tali nondimeno, che io mi dispenso dal riferirle, perchè di niun momentoper la storia presente. Se crediamo ad Orosio[Orosius, in Histor.], seguì in quest'anno l'editto di Claudio, che tutti i Giudei uscissero di Roma, del che parla san Luca negli Atti degli Apostoli[Actus Apostolor., c. 18, vers. 2.]. Prodigiosa era la quantità d'essi in quella gran città. Orosio cita Giuseppe ebreo per testimonio di tal fatto all'anno presente; ma nei testi di Giuseppe ebreo oggidì non si trova un tal passo. Per altro è certo il fatto, asserendolo ancora Svetonio[Sueton., in Claudio, cap. 25.]con dire di Claudio:Judaeos, impulsore Chresto(così egli nomina il divino Salvator nostro)assidue tumultuantes Roma expulit. Sotto nome de' Giudei erano allora compresi anche i Cristiani; e forse i Giudei, perseguitando i Cristiani, svegliavano que' tumulti.

Consoli

Cajo Antistio Vetere, o siaVecchio, eMarco Suillio Nervilino.

Ho scrittoNervilino, e non giàNerviliano, come hanno altri, perchè il cognome di questo console si legge formato così in un insigne marmo del museo Capitolino, da monsignor Bianchini[Thesaur. Nov. veter. Inscript., T. 1.], e da me[Thes. Nov. veter. Inscript., cap. 305.]ancora dato alla luce. Un altro gran passo fece in quest'anno Agrippina per innalzar sempre più il suo figliuoloLucio Domizio Enobarbo[Tacitus, Annal., lib. 12, cap. 25. Dio, lib. 60.]. Tuttochè Claudio Augusto avesse un figliuolo maschio, cioèBritannico, che naturalmente avea da succedere a lui nell'imperio, il semplicione si lasciò indurre ad addottar per figliuolo anche il medesimo Lucio Domizio, il quale, passato nella famiglia Claudia, cominciò adintitolarsiNerone Claudio Cesare Druso Germanico, come apparisce dalle medaglie[Mediobarbus, Numism. Imp.]battute allora in onor suo. Il mezzano di questo affare, adoperato da Agrippina, fu Pallante, il più confidente che s'avesse Claudio; ed avendo allora Nerone due anni di più di Britannico, si vide la deformità d'aver egli adottivo la mano dal figliuolo legittimo e naturale dell'imperadore, ornati amendue del cognome cesareo. Nè già dimenticò sè stessa l'ambiziosa Agrippina. Non avea mai Claudio conceduta a Messalina il titolo d'Augusta. Lo volle ben ella, nè le fu difficile l'ottenerlo; sicome ancora nell'anno seguente volle l'onore d'entrar col carpento, o sia colla carrozza nei pubblici giuochi. Cresciuta ne' titoli Agrippina crebbe anche nell'autorità, e peggior divenne di Messalina, non già nell'impudicizia, perchè se questa non le mancò, fu almeno occulta, ma nelle rapine della roba altrui, e in procurar la morte a chi si tirava addosso il di lei sdegno, o lo meritava per essere ricco. Quanto ella era diligente a far ben educare e a produrre il suo figliuolo Nerone, altrettanto la scaltra donna si studiava di abbassare e di fare scomparire il figliastro suo, cioè Britannico Cesare. Sotto vari pretesti fece morire, e levare dal di lui fianco le persone che gli poteano inspirare de' sentimenti contrarii ai suoi; e fra gli altri[Dio, lib. 60.]v'andò la vita di Sosibio di lui maestro. Altre persone mise ella in lor luogo, tutte dipendenti dai suoi voleri, di modo che l'infelice principe era in certa guisa assediato e tenuto quasi come prigione, senza ch'egli potesse se non di rado vedere il padre Augusto. Faceva anche correr voce, che egli patisse di mal caduco e fosse scemo di cervello[Tacit., Annal., lib. 12, cap. 41.], quando si sapea che in quell'età di nove o dieci anni era forte di corpo e di spirito molto vivace. Un trattamento tale eccitava la compassionein tutti, ma senza alcun profitto di lui. Nell'anno seguente Britannico, in salutar Nerone, disavvedutamente gli diede il nome diDomiziooppure diEnobarbo. Non si può dir che fracasso e querele facesse per questo in corte Agrippina. Volle essa inoltre la gloria di fondare una colonia che portasse il suo nome. A questo fine mandò alcune migliaia di veterani a piantarla nella città degli Ubii, che da lì innanzi prese il nome diColonia Agrippina, città tuttavia delle più illustri e floride della Germania, che ritiene il nome diColonia. Quivi era nata la medesima Agrippina, allorchè Germanico suo padre guerreggiò in quelle parti coi Germani. Riportò in quest'annoPublio Ostorio Scapulamolti vantaggi contra de' popoli della Bretagna, e prese, non so se in questo o nel seguente anno,Carattaco, uno dei re o duci loro, colla moglie e co' figliuoli[Tacitus, Annal., lib. 12, cap. 32.]: per le quali imprese conseguì dal senato romano gli ornamenti trionfali, ma con goderne poco, perchè la morte il rapì da lì a non molto. Condotto a Roma Carattaco prigioniero, senza smarrirsi punto, parlò a Claudio da uomo forte: e Claudio restituì a lui e a tutti i suoi la libertà. Ammirava dipoi Carattaco la magnificenza di Roma, e dicea ai Romani,che non sapea capire, come avendo essi cotanti superbi palazzi ed agiate case, andassero poi a cercar le povere capanne de' Britanni. Camaloduno in quella grand'isola, città così denominata dal dio Camalo, fu scelta per condurvi una colonia di veterani, acciocchè servissero di baluardo contro i nemici e ribelli. Anche nella Germania superiore i Catti furono in armi, e fecero delle incursioni nel paese romano. MaLucio Pomponio Secondo, insigne poeta tragico, e governatore dell'armi in quelle parti, li mise in dovere, con aver anch'egli perciò meritati gli onori trionfali.

Consoli

Tiberio Claudio Augustoper la quinta volta eServio Cornelio Orfito.

Nelle calende di luglio ebbero questi consoli per successori nella dignitàCajo Minicio FondanoeCajo Vettennio Severo; e all'uno di questi ultimi due nelle calende di novembre si crede che fosse sostituitoTito Flavio Vespasiano, il quale a suo tempo vedremo imperadore; ciò ricavandosi da Svetonio[Sueton., in Vesp., cap. 4.]. In questo medesimo anno a dì 24 d'ottobre ad esso Vespasiano nacque da Flavia Domitilla sua moglieDomiziano, che fu anch'egli imperadore. Benchè Nerone Cesare[Tacitus, Annal., lib. 12, cap. 41.]avesse solamente cominciato l'anno quattordicesimo di sua età, senz'aspettare di compierlo, come portava la legge e l'uso, per dispensa del senato adulatore, prese la toga virile, abilitato anche al consolato, subito che toccasse l'anno ventesimo: con che potea aver parte agli affari pubblici e agli onori. Venne anche dichiaratoprincipe della gioventù, e gli fu conceduta la podestà proconsolare fuori di Roma: tutti gran passi all'imperio. All'importunità di Agrippina nulla si sapea negare nè da Claudio nè dal senato. Per tanti onori a lui conferiti volle la madre, che si desse alla plebe un congiario, a' soldati un donativo, e che si celebrassero i giuochi circensi, per procacciare con ciò l'amore del pubblico al figliuolo. Intanto il povero Britannico si facea allevare come figlio di un plebeo, e compariva nelle solennità delle funzioni tuttavia vestito da putto; laddove il fratellastro Nerone sfoggiava con abiti da imperadore: dal che ognuno argomentava, qual dovesse in fine essereil destino di amendue. E perciocchè penetrò Agrippina, che alcuni centurioni e tribuni de' soldati pretoriani teneano discorsi di compassione per lo stato miserabile di Britannico, destramente li fece allontanare o li trasse a dimettere i gradi militari con darne loro dei civili più utili. Non si fidava ella di Lucio Geta, nè di Rufo Crispino, ch'erano prefetti del pretorio, o, vogliam dire, capitani delle guardie, perchè li credea parziali dell'estinta Messalina e dei di lei figliuoli. Picchiò tanto in capo a Claudio, con rappresentargli che in mano di due discordi uffiziali pativa non poco la disciplina militare ed essere meglio un solo, che l'indusse a creare un solo prefetto del pretorio; e questi fuBurro Afranio, uomo di molta sperienza nel militare, e creatura d'essa Agrippina. Tal dignità, massimamente conferita ad un solo, e durevole, era delle più cospicue e temute in Roma, e sempre più andò crescendo, dacchè i pretoriani cominciarono ad usurparsi colla forza il diritto d'eleggere gl'imperadori. Carestia si provò nell'anno presente in Roma, e il popolo affamato intronò di grida gli orecchi di Claudio[Sueton., in Claudio, cap. 18.], anzi, mosso un tumulto, se gli serrarono addosso nella pubblica piazza, gittandogli dei tozzi di pane, di modo ch'ebbe fatica a salvarsi per una porta segreta in palazzo, e convenne adoperare i soldati per isbandarli. Tuttavia non ne fece il freddo imperadore risentimento alcuno, nè vendetta; e solamente si applicò con gran cura a far venir grani da ogni parte, dando privilegi ai mercatanti e alle navi di trasporto.

Consoli

Publio Cornelio Sulla FaustoeLucio Salvio Ottone Tiziano.

AvendoOttone(poscia imperadore) un fratello per nomeLucio Tiziano, vien perciò tenuto questo console pel medesimo di lui fratello. Credono alcuni, che a questi consoli nelle calende di luglio succedesseroServilio Barca Serano, chiamatoconsole disegnatoda Tacito sotto quest'anno, eMarco Licinio Crasso Muciano; e che, cessando essi, nelle calende di novembre subentrassero in quella dignitàLucio Cornelio SullaeTito Flavio Sabino Vespasiano. Questo per congettura. E quando essi vogliano che Flavio Sabino fosse il fratello di Vespasiano (poscia imperadore) s'ha d'avvertire che Tacito e Svetonio ci danno ben a conoscere Sabino per prefetto di Roma, ma non già illustre per alcun consolato[Tacitus, Annal., cap. 52.]. Fu in quest'anno esiliato da Roma Furio Scriboniano, figliuolo di quel Camillo che si sollevò in Dalmazia contro di Claudio Augusto. Per atto di clemenza non avea Claudio nociuto al figlio; ma accusato egli ora di aver consultati gli strologi intorno alla vita dell'imperadore, per questo delitto si guadagnò il bando. Molto non campò di poi, rapito dir non si sa se da morte naturale o pur da veleno. Diede ciò occasione ad un rigoroso editto del senato contro gli strologi, con ordine di cacciarli d'Italia, non che da Roma. Tutto nondimeno indarno: per una porta uscivano, ritornavano per un'altra. Parimente fu pubblicata legge contra le donne libere, che sposassero schiavi. Se ciò facea la donna senza il consenso del padrone dello schiavo, diveniva anch'essa schiava; se col consenso, erapoi trattata come liberta. Videsi nell'anno presente, fin dove arrivasse la prepotenza dei liberti di corte, la melonaggine di Claudio e la viltà del senato. Perchè fu attribuito a Pallante, liberto il più favorito dall'imperadore, l'invenzione di questo ripiego, per frenar le donne, il senato a suggestion di Claudio, o pure, come vuol Plinio il vecchio, di Agrippina Augusta, il senato, dico, oltre a molte lodi del suo fedele attaccamento al principe, e delle sue grandi applicazioni pel ben pubblico, il pregò di accettare gli ornamenti della pretura, e la facoltà di portare l'anello d'oro, come faceano i cavalieri, e per giunta un regalo di trecento settantacinquemila scudi romani. Costui accettò gli onori, ma sdegnò di prendere il danaro, con vantarsene dipoi in un'iscrizione, e con dire ch'egli si contentava di vivere nell'antica sua povertà, quando di schiavo ch'egli fu, era giunto a posseder più milioni, ed è registrato dal vecchio Plinio fra gli uomini più ricchi del suo tempo. Plinio il giovane[Plinius, lib. 7, epistola 29.]da lì a molti anni, in leggendo quell'iscrizione e il vergognoso decreto fatto dal senato per costui, non se ne potea dar pace. Callisto e Narciso erano gli altri due liberti dominanti allora nella corte. Per le mani di Agrippina e di costoro passava tutto e di tutto si facea danaro. Si prendeano anche beffe del balordo loro padrone[Dio, lib. 60.]. Un dì mentre Claudio tenea ragione, comparvero alcuni della Bitinia ad accusar con molte grida Giunio Cilone, stato lor governatore, che avea venduta la giustizia per danari; nè intendendo ben Claudio, dimandò che volessero quegli uomini. Rispose Narciso:Rendono grazie per aver avuto Cilone al lor governo. Allora Claudio:Ebbene, l'abbiano per lor governatore anche due altri anni.

Alcuni tempi prima era venuta in mente a Claudio un'impresa che, se gli riusciva, sarebbe stata di gran gloria alui, e di pari utile al pubblico, cioè[Dio, lib. 60. Suetonius, in Claudio, cap. 20. Tacitus, Annal., lib. 12, cap. 57.]di seccare il Lago Fucino, detto oggidì Lago di Celano nell'Abbruzzo, per mettere quelle terre a coltura, e difendere le circonvicine dalle inondazioni che andavano di dì in dì crescendo: fattura, per cui quei popoli Marsi avevano fatte più istanze ad Augusto, ma senza nulla ottenere. Vi si applicò con incredibil vigore Claudio, pensando di fare scolar quell'acque non già nel Tevere, come alcuno ha creduto, ma bensì nel fiume Liri o sia nel Garigliano. Plinio il vecchio[Plinius, lib. 36, cap. 15.]per un'opera maravigliosa ci descrive questo tentativo di Claudio, e di spesa infinita; imperciocchè per undici anni vi aveva egli impiegato continuamente circa trentamila lavoratori in far cavare e tagliare una montagna di tre miglia, di profondità incredibile, e condurre un canale lunghissimo da esso lago al fiume. Allorchè l'opera fu creduta compiuta, Claudio, acciocchè si conoscesse da ognuno la magnificenza della medesima, ordinò che si facesse prima un solennissimo combattimento navale sul medesimo lago. Raunati da varie parti dell'imperio diciannovemila uomini (se pur non v'ha difetto in quel numero) condannati a morte, li compartì in due squadre di navi colle lor armi, avendo disposto all'intorno in barche i pretoriani ed altre milizie, affinchè niuno scappasse. Tutte le ripe e le colline d'intorno erano coperte di gente accorsa allo spettacolo o per curiosità, o per corteggiare l'imperadore, che vi assistè con Agrippina[Sueton., in Claudio, cap. 21.], amendue superbamente vestiti. Sperando i destinati a combattere grazia, il salutarono, dicendoche andavano a morire, e non altra risposta ricevendo, se nonche anch'egli salutava loro, non volevano più procedere alla battaglia. Tante esortazioni e minacce si fecero, che finalmente le nemichesquadre l'una appellata la siciliana, l'altra la rodiana, si azzuffarono e combatterono da disperate. Molti furono i morti, più i feriti. Chi restò in vita ottenne poi grazia. Quindi passò la corte ad un magnifico convito, nel qual tempo si lasciò correre l'acqua del lago pel nuovo fabbricato canale; ma essa con tal empito corse, che fracassò in più luoghi le muraglie delle sponde, ed allagò talmente il territorio, che Claudio andò a pericolo d'annegarsi. Egli è pur di pochi il prevedere tutte le forze delle acque messe in moto. Altre simili burle da loro fatte ho io letto, ed anche veduto. Agrippina fece allora una gran lavata di capo a Narciso, imputandogli di non aver fatto assai forte il lavoro per risparmiare la spesa, e mettersi in saccoccia il danaro; e Narciso anch'egli rispose a lei per le rime con dei frizzi intorno alla di lei superbia, alle idee della sua ambizione. Aggiugne Tacito[Tacitus, Annal., lib. 12, cap. 57.], non essere stato quel canale sì basso da potere scolar le acque del lago troppo profondo nel mezzo. Ordinò nondimeno Claudio, che si rifacesse meglio il lavoro; ma per quanto si può dedurre da Plinio il vecchio, egli non campò tanto da vederlo compiuto. Nerone suo successore per invidia alla di lui gloria non si curò di perfezionarlo; e per quanto poi facessero Traiano e Adriano, il lago sussistè, e tuttavia sussiste. Un'altra maravigliosa impresa di Claudio Augusto fu l'aver egli condotto a fine l'acquidotto cominciato da Caligola, per cui furono introdotte in Roma le acque curzia e cerulea per quaranta miglia di viaggio[Plin., lib. 36, cap. 15.]; e ad una tale altezza, che arrivavano alla cima di tutti i colli di Roma, e in tanta abbondanza, che servivano ad ogni casa, alle peschiere, ai bagni, agli orti e ad ogni altro uso. Plinio il vecchio, descrivendo la grandiosità di quest'opera stupenda, ci assicura, che al veder tagliate montagne, riempiute valli, e tanti archi per condurre quellagran copia d'acque, si conchiudeva, nulla esservi di sì mirabile in tutto il mondo, come quella fattura, la quale costò parecchi milioni. Tacito nota in questi tempi la prepotenza e l'arti cattive diAntonio Felice, chiamatoClaudio Feliceda Giuseppe Ebreo[Joseph., Antiq. Judaic., lib. 2.], liberto già d'Antonia e poi di Claudio Augusto, a cui esso imperadore avea dato il governo della Giudea. Quel medesimo egli è, che si legge negli Atti degli Apostoli aver tenuto per due anni in prigione san Paolo apostolo. Costui, oltre al godere un buon posto nel cuore di Claudio, avea anche per fratello Pallante, il più favorito, il più potente, il più ricco dei liberti di corte; e però a man salva commetteva in quel governo quante iniquità egli voleva senza timore che gliene venisse un processo. S'empiè allora la Giudea di ladri e di assassini, e tutto si andò disponendo alla ribellione che accenneremo a suo tempo.


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