XXX

Consoli

Lucio Cassio LonginoeMarco Vinicio.

In luogo de' suddetti consoli nelle calende di luglio succederonoCajo Cassio LonginoeLucio Nevio Sordino. Qui vien meno la storia romana, essendosi perduti molti pezzi di quella di Cornelio Tacito; e l'altra di Dione si scuopre molto digiuna, perchè assassinata anch'essa dalle ingiurie del tempo. Tuttavia è da dire essere stati sì in grazia di Tiberio i due suddetti consoli ordinarii, cioèLucio CassioeMarco Vinicio, ch'egli da lì a tre anni diede loro in moglie due figliuole di Germanico; a CassioGiulia Drusilla, a VinicioGiulia Livilla. Appartiene poi a quest'anno il funesto caso di Asinio Gallo, figliuolo di Asinio Pollione, celebre a' tempi d'Augusto. Dacchè Tiberio dovette ripudiarVipsania, figliuola d'Agrippa, sua moglie primiera, che già gli avea partoritoDruso, per prendereGiuliafigliuola d'Augusto, questa Vipsania si maritò col suddetto Asinio Gallo, e gli partorì dei figliuoli, iquali perciò vennero ad essere fratelli uterini di Druso Cesare, ed uno d'essi era stato promosso al consolato. Ma, per testimonianza di Tacito, Tiberio mirò sempre di mal occhio Asinio Gallo per quel maritaggio. Tanto più se la prese con lui[Dio, in Excerptis Vales.], perchè osservò ch'egli facea una gran corte a Sejano, e l'esaltava dappertutto, forse credendo che costui arriverebbe un dì all'imperio, o pure cercando in lui un appoggio contro le violenze di Tiberio. Dovendo il senato inviar degli ambasciatori a Tiberio, fece egli negozio per essere un d'essi. Andò, fu ricevuto con volto ben allegro da esso Tiberio, e tenuto alla sua tavola, dove lietamente si votarono più bicchieri; ma nel medesimo tempo ch'egli stava in gozzoviglia, il senato, che avea ricevuta una lettera da Tiberio con alcune accuse immaginate dal suo maligno capriccio, il condannò, con ispedir tosto un pretore a farlo prigione. S'infinse Tiberio d'essere sorpreso all'avviso di quella sentenza, ed esortato Asinio a star di buona voglia, e a non darsi la morte, come egli desiderava, il lasciò condurre a Roma, con ordine di custodirlo sino al suo ritorno in città. Ma non vi ritornò mai più Tiberio; ed egli intanto senza servi, e senza poter parlare se non con chi gli portava tanto di cibo, che bastasse a non lasciarlo morire, andò languendo in una somma miseria, con finir poscia i suoi guai, non si sa se per la fame o per altro verso, nell'anno 33 della nostra Era, siccome attesta Tacito. Eusebio[Euseb., in Chron.], che mette la sua morte nell'anno primo di Tiberio, non è da ascoltare. Anche Siriaco, uomo insigne pel suo sapere, tolto fu di vita non per altro delitto, che per quello d'essere amico del suddetto Asinio. In quest'anno appunto scrisse la sua storia, di cui buona parte s'è perduta,Vellejo Patercolo, con indirizzarla a Marco Vinicio, uno deidue consoli di quest'anno; però non merita scusa la prostituzione della sua penna in caricar di tante lodi Tiberio e Sejano. Le loro iniquità davano negli occhi di tutti; e quegl'incensi sì mal impiegati, sempre più ci convincono di che animi servili fosse allor pieno il senato e la nobiltà romana. Abbiamo da Dione, che sempre più crescendo l'autorità e l'orgoglio di Sejano, tanto più per paura o per adulazione crescevano le pubbliche e le private dimostrazioni di stima verso di lui. Già in ogni parte di Roma si miravano statue alzate in suo onore[Dio, lib. 58.]. Fu anche decretato in senato, che si celebrasse il di lui giorno natalizio. E a lui separatamente, e non più al solo Tiberio, si mandavano gli ambasciatori dal senato, dai cavalieri, dai tribuni della plebe e dagli edili. Cominciossi ancora ne' voti e sagrifizii che si facevano agli dii del Paganesimo per la salute di Tiberio, ad unir seco Sejano; si udivano grandi e piccioli giurare per la fortuna di amendue; il che era riserbato in addietro per gli soli imperadori. Non lasciava quell'astuta volpe di Tiberio, benchè si stesse nell'infame suo postribolo di Capri, d'essere informato di tutto questo; e tutto anche dissimulava, ma coll'andar intanto ruminando quel che convenisse di fare.

Consoli

Lo stessoTiberio Augustoper la quinta volta,Lucio Elio Sejano.

Non ritennero Tiberio e Sejano lungo tempo il consolato, perciocchè, siccome avvertì il cardinale Noris[Norisius, Epist. Cens.], nel dì 9 di maggio subentrarono in quella dignitàFausto Cornelio SullaeSestidioCatullino, ciò apparendo da un'iscrizione. Da un'altra ancora da me rapportata[Thesaurus Novus Inscription., pag. 302, num. 4.]apparisce il loro nome, ma con qualche mio dubbio, che SEXTEIDIVS possa essereSex. Teidius. Il non trovar io vestigio della famigliaSestidia, ma bensì dellaTidia, mi ha fatto nascere un tal dubbio. All'uno di questi due consoli fu surrogato nelle calende di luglioLucio Fulcinio Trione, e all'altro nelle calende di ottobre,Publio Memmio Regolo, che non era amico di Sejano, come Fulcinio Trione. Con occhi aperti vegliava Tiberio sopra gli andamenti del suo favorito Sejano, pentito ormai d'averlo tanto esaltato. Già s'era accorto che costui avea serrati i passi ai ricorsi, nè gli lasciava sapere, se non ciò ch'egli voleva. Molto più appariva che costui a gran passi tendeva al trono col deprimere i suoi nemici, e guadagnarsi ogni dì più amici e clienti. E giacchè il senato e il popolo erano giunti ad eguagliarlo a lui in più occasioni, ed all'incontro ben sapea Tiberio d'essere poco amato, anzi odiato dai più dei Romani; preso fu da gagliardo timore, che potesse scoppiar qualche gran fulmine sopra il suo capo. Abbiamo ancora da Giuseppe Ebreo[Joseph., Antiquit. Judaic., lib. 18.]che Antonia madre di Germanico e di Claudio, che fu poi imperadore, spedito a Capri Pallante suo fidatissimo servo, diede avviso a Tiberio della congiura tramata da esso Sejano coi pretoriani e con molti senatori e liberti d'esso Tiberio, di maniera che egli restò accertato del pericolo suo. Ma come atterrare un uomo sì ardito e intraprendente, e giunto a tanta possanza? La via di prevenirlo tenuta da quell'astuto vecchio, fu quella di sempre più comparir contento ed amante di Sejano, e di colmarlo di nuovi onori, per più facilmente ingannarlo. Il creò console per l'anno presente, e affine di maggiormente onorarlo, prese seco il consolato.Scrisse anche al senato con raccomandargli questo suo fedele ministro. Potrebbe chiedersi, perchè nol facesse strozzare in Capri, e come mai per abbatterlo il facesse salire al consolato, cioè ad una dignità che aumentava non solo il di lui fasto, ma anche la di lui autorità e potere. Quanto a me vo' credendo, ch'egli non s'attentasse nè in Capri nè in Roma di fargli alcun danno, finchè costui era prefetto del pretorio, cioè capitan delle guardie imperiali, il che vuol dire di un corpo di gente consistente in dieci mila de' migliori soldati fra i Romani, ed abitante unito in Roma. Allorchè Tiberio volea farsi ben rispettare e temere dai consoli e senatori, alla lor presenza dava la mostra ai pretoriani. Ma anche a lui faceano essi paura, perchè comandati da Sejano, e ubbidienti a' di lui cenni; ed esso Augusto era attorniato da sì fatte guardie anche in Capri. Adunque con crear Sejano console, ed inviarlo a Roma, se lo staccò dai fianchi, disegnando di torgli a suo tempo la carica di prefetto del pretorio, per conferirla a Nevio Sertorio Macrone.

Dopo pochi mesi gli fece dimettere il consolato, allettandolo intanto colla speranza d'impieghi e premii maggiori[Dio, lib. 58.], cioè di associarlo nella podestà tribunizia, grado sicuro alla succession dell'imperio, e di dargli moglie di sangue cesareo, verisimilmente Giulia Livilla, figliuola di Germanico. E perciocchè Sejano, dappoichè ebbe deposto la trabea consolare, facea istanza di tornarsene in Capri, per seguitar ivi a far da padrone; Tiberio il fermò con dar ad intendere a lui, e spacciar dappertutto, che fra poco voleva anch'egli tornarsene a Roma. Ne' mesi seguenti andò Tiberio fingendo ora esser malato, ora di star bene, e sempre venivano nuove ch'egli si preparava pel viaggio. Talor lodava Sejano, ed altre volte il biasimava. In considerazione di lui facea delle graziead alcuni de' suoi amici, ed altri pure amici di lui maltrattava con varii pretesti: tutto per raccogliere segretamente col mezzo delle spie, quali fossero i sentimenti e le inclinazioni del senato e del popolo. Non andò molto che al non vedersi ritornar Sejano a Capri e all'osservar certi segni di rallentato amore di Tiberio verso di lui, molti cominciarono a staccarsi con buona maniera da lui, e calò non poco il suo credito anche presso del popolo. Ma Sejano, tra perchè non gli parea di mirar l'animo di Tiberio alienato punto da sè, e perchè Tiberio conferì a lui e a suo figliuolo in questo mentre l'onore del pontificato, non pensò, siccome avrebbe potuto, a far novità alcuna. Fu poi ben pentito di non l'aver fatto, allorchè era console. Nulladimeno viveva egli con delle inquietudini e con dei sospetti; e strano gli parve che avendo Tiberio con una lettera recato avviso al senato della morte diNerone, figliuolo primogenito di Germanico e di Agrippina, e suo nipote per adozione, niuna lode, come era usato di fare, avesse fatta del medesimo Sejano. Relegato, siccome già dissi, questo infelice principe nell'isola di Ponza, finì quivi nell'anno presente la sua vita: chi disse per la fame, e chi perchè essendo in sua camera il boja per istrangolarlo, egli da sè stesso si uccise. Certo fu anch'egli vittima della crudeltà di Tiberio.

Ora informato abbastanza Tiberio, che l'affezion del senato e popolo verso Sejano non era quale si figurava egli in addietro, volle passar all'ultimo colpo, ma tremando per l'incertezza dell'esito. Nella notte precedente il dì 18 di ottobre comparve a Roma Macrone, segretamente dichiarato prefetto del pretorio, e ben istruito di quel che s'avea da fare, mostrando di venir per altro negozio; e fu a concertare gli affari con Memmio Regolo, l'uno de' consoli, perchè l'altro, cioè Fulcino Trione, era tutto di Sejano. La mattina per tempo andò al tempiodi Apollo, dove s'avea da unire il senato, ed incontratosi a caso con Sejano, che non era per anche entrato, fu richiesto se avesse lettere per lui. Si annuvolò non poco Sejano all'udire che no; ma avendolo tratto in disparte Macrone, e dettogli che gli portava la podestà tribunizia, tutto consolato ed allegro andò a seder nella curia. Macrone intanto, chiamati a sè i soldati pretoriani, una buona mano de' quali facea sempre corteggio e guardia a Sejano, mostrò loro le sue patenti di prefetto del pretorio, e in luogo d'essi alla guardia del tempio distribuì le compagnie dei vigili, comandate da Gracino Lacone consapevole del segreto. Entrato egli poscia colà, presentò una lettera molto lunga, ma ingarbugliata, di Tiberio. Non parlava egli seguitatamente contro di Sejano, ma sul principio trattava di un differente affare; andando innanzi, si lamentava di lui; poi ritornava ad altro negozio; e quindi passava a dir male di Sejano, conchiudendo in fine, che si facessero morir due senatori molto confidenti di lui, e Sejano fosse ritenuto sotto buona guardia. Non si attentò di dire che il facessero morire, perchè temeva che si svegliasse qualche tumulto da' suoi parziali. Confusi ed estatici rimasero i più de' senatori ad ordini tali, perchè già preparati a far de' complimenti ed elogi a Sejano per la promessa a lui podestà tribunizia. Sejano stesso avvilito senza muoversi dal suo luogo, senza mettersi ad aringare (il che se avesse fatto, forse altrimenti passava la faccenda) pareva insensato; e chiamato tre volte dal console Memmio Regolo, non si movea, siccome usato a comandare, e non ad ubbidire. Entrato intanto Lacone colle coorti de' vigili, l'attorniò di guardie e il menò prigione. Niun movimento fecero i pretoriani, perchè Macrone li tenne a freno, con ispiegar loro la mente del principe, e promettere ad essi alcuni premii per ordine del senato. Si mosse bensì la plebe al mirare quel sì dianziorgoglioso ministro condotto alle carceri, prorompendo in villanie e bestemmie senza fine, e poi corse ad abbattere e strascinar tutte le statue a lui poste, giacchè non poteano infierir contro la persona di lui[Tacitus, lib. 6, c. 25.]. Raunatosi poi nel medesimo giorno 18 di ottobre il senato nel tempio della Concordia, veggendo che i pretoriani se ne stavano quieti, e intendendo qual fosse il volere del popolo, condannarono a morte Sejano; e la sentenza fu immediatamente eseguita col taglio della testa. Accorsa la plebe gittò giù per le scale gemonie il di lui cadavere, e dopo essersi per tre dì sfogata contra d'esso, facendone grande scempio, lo buttò in Tevere. Anche due suoi figliuoli, l'uno maschio e l'altro femmina, per ordine del senato furono privati di vita; ma perchè insolita cosa era il far morire una fanciulla, il carnefice, prima di strozzar quell'infelice, le tolse l'onore in prigione. Apicata moglie di Sejano, benchè non condannata, si diede la morte da sè stessa, dopo aver messo in iscritto il tradimento fatto dal marito e da Livilla a Druso Cesare.

Intanto batteva forte il cuore a Tiberio nell'isola di Capri per sospetto che non riuscisse bene la meditata impresa; ed avea ordinato che, per fargli sapere il più presto possibile la nuova, si dessero segnali da' luoghi alti, frapposti tra Roma e Capri; salì egli in quel dì sul più eminente scoglio dell'isola, aspettando quivi il lieto avviso. Per altro aveva egli preparato delle barchette, affinchè, se il bisogno l'avesse richiesto, potesse ritirarsi in sicuro con esse ad alcuna delle sue armate. Scrivono eziandio, aver egli dato ordine a Macrone, che qualora fosse insorta qualche fiera sedizione in Roma, cavasse dalle carceriDrusofigliuolo di Germanico, e il presentasse al senato ed al popolo, con dichiararlo anche imperadore a nome suo. Il fine della tragedia di Sejano fu poi principio d'altre gravi turbolenze, che sconcertarono nonpoco il senato e la nobiltà romana. Il popolo già commosso, a qualunque dei favoriti di Sejano, che gli cadesse nelle mani, levava la vita. Anche i pretoriani sdegnati si misero a saccheggiare e bruciar delle case. Cominciarono poi dei duri processi contro dei senatori e d'altri nobili, che più degli altri s'erano fatti conoscere parziali di Sejano. Molti furono condannati, e con ignominiosa morte puniti; altri relegati; ed altri da sè stessi si abbreviarono la vita. Tutto era pieno di accusatori, e si rivangavano i processi e le condanne, gastigando chi avea giudicato come per istigazion di Sejano. Si tenne per certo, che le tante adulazioni del senato verso il medesimo Sejano, e gli onori straordinari a lui vilmente accordati, contribuissero non poco ad ubbriacarlo e farlo precipitare. Però lo stesso senato decretò che in avvenire si procedesse con gran moderazione in onorar altrui, nè si potesse giurare se non pel nome dell'imperadore. Contuttociò nel medesimo tempo volle esso senato concedere a Macrone il grado di pretore, e a Lacone quel di questore, oltre ad un regalo in danari; ma essi, addottrinati dal recente esempio, nulla vollero accettare. Incredibil fu la gioja di Tiberio, allorchè si vide sbrigato da Sejano. Ciò non ostante, la sua mirabil politica gl'insegnò di non ammettere all'udienza sua alcuno de' tanti senatori e cavalieri che erano corsi o erano stati spediti dal senato, per significargli la fortunata riuscita dell'affare. E il console Regolo, che l'avea in ciò ben servito, fu costretto a tornarsene indietro senza poterlo vedere. Si figuravano molti, che liberato Tiberio dal giogo, dai mali ufizj e da' sospetti di Sejano, avesse da lì innanzi da fare un governo dolce. Troppo s'ingannarono: sempre più egli imperversò. E giacchè era venuto in cognizione, per la deposizion sopraccennata della moglie di Sejano, degli autori della morte di Druso suo figliuolo, contro d'essi ancora con tutto rigoreprocedette; e la primo a provarne la pena, fu la stessaLivillache lasciatasi sovvertir da Sejano, avea tradito il consorte Druso. Scrive Dione[Dio, lib. 58.]d'aver inteso da alcuni, che Tiberio non la facesse morire in grazia di Antonia madre di lei, e diClaudioche fu poi imperadore; ma che la medesima sua madre quella fosse, che la privò di vita con lasciarla morir di fame.

Consoli

Gneo Domizio EnobarboeMarco Furio Camillo Scriboniano.

Il primo di questi consoli, marito diAgrippinafigliuola di Germanico, siccome già dissi, ebbe per figliuoloNerone, che divenne poi imperadore. Al secondo de' consoli, che mancò di vita nel consolato, fu sostituitoAulo Vitellio. Non si sa intendere, perchè Svetonio[Suetonius, in Vitellio, cap. 2.], allorchè scrisse, essere nato sotto questi consoliMarco Salvio Ottone, uno de' susseguenti imperadori, chiamasseCamillo Arruntioil collega diDomizio Enobarbo: e che parimente si trova ne' fasti d'Idacio e del Cuspiniano. Forse fu sostituito a Vitellio, o Vitellio a lui. Parve bene[Dio, lib. 58.], che Tiberio volesse por fine ai processi e condanne degli amici di Sejano, con permettere ancora ad alcuni il lutto per la di lui morte; ma poco durò questo barlume d'indulgenza, ed egli più che mai continuò la persecuzione, trovando allora altre accuse ancora d'incesti e di parricidii, per levar la vita a chi non godea di sua grazia. Crebbe perciò cotanto l'universal odio contro di lui, che il poter divorare le di lui carni, sarebbe sembrato un gustoso cibo ad ognuno. Fece anche il timore di lui crescere l'adulazionnel senato. Costume era in addietro che nelle calende di gennaio, un solo leggesse gli ordini di Tiberio con giurar d'osservarli: al che gli altri acconsentivano. Fu creduto maggior ossequio e finezza che cadauno prestasse espressamente quel giuramento. Inoltre per far conoscere a Tiberio, quanto cara lor fosse la vita di lui, decretarono che egli scegliesse chi de' senatori fosse a lui in grado, e che venti d'essi colle spade servissero a lui di guardia quando egli entrava nel senato. Trovò Tiberio assai ridicolo un tal decreto; e quantunque ne rendesse loro grazie, pure non l'approvò, perchè non essendogli ignoto d'essere in odio al senato, non era sì pazzo da voler permettere intorno alla sua persona di sì fatte guardie armate. E da lì innanzi molto più attese a conciliarsi l'amore de' soldati pretoriani, per valersene occorrendo contro il senato. Avea proposto Giunio Gallione che esso senato accordasse un privilegio a quei che avessero compiuto il termine della lor milizia. Tiberio, perchè non gli piacea che le genti militari fossero obbligate se non a lui solo, mandò in esilio lo stesso Gallione fuori d'Italia, e poscia il richiamò per metterlo a penare sotto la guardia de' magistrati, dacchè intese aver egli meditato di passare a Lesbo, dove sarebbe troppo deliziosamente vivuto. Raccontano Tacito[Tacitus, Annal., lib. 6, cap. 2. Dio, ibid.]e Dione che in quest'anno furono processati altri nobili per l'amicizia di Sejano; e fra gli altri fu punito Latinio Laziare che, siccome abbiam veduto di sopra, coll'usare un tradimento a Tizio Sabino, fu cagion di sua morte. Fra gli accusati nondimeno miracolosamente la scappò netta Marco Terenzio. Il suo reato consisteva nel solo essere stato amico di Sejano. Lo confessò egli francamente, e con egual coraggio difese il fatto, mostrando ch'egli così operando avea onorato Tiberio nel suo favorito; e se Tiberio, signor così saggio, s'era ingannato in dispensar tante graziea chi n'era indegno meritavano bene scusa gl'inferiori, caduti nel medesimo inganno. Nè doversi aver l'occhio all'ultimo giorno di Sejano, ma bensì ai sedici anni della di lui potenza, durante il qual tempo chi non volea perire, dovea studiarsi d'essere a lui caro. E però chiunque volesse condannar chi non avea fallato in altro che in amare ed onorar Sejano, verrebbe nello stesso punto a condannar Tiberio. Fu assoluto, nè Tiberio se l'ebbe a male.

Fu creduto daddovero in quest'anno ch'esso Tiberio tornasse a Roma[Tacitus, ibidem. Sueton., in Tib., c. 72.]; imperciocchè da Capri venne nella Campania, e poscia continuato il viaggio sino al Tevere, quivi imbarcatosi, arrivò agli orti della Naumachia presso Roma, dove oggidì si vede il monistero delle moniche de' santi Cosma e Damiano. Erano disposti sulla ripa del fiume corpi di guardia, acciocchè il popolo non se gli accostasse. Ma non entrò in città, senza che se ne sapesse il motivo, e se ne tornò poco dappoi a Capri. Altro non seppe immaginar Tacito, se non che fosse tirato colà del suo mal genio, per poter nasconder entro quello scoglio il fetore delle immense sue laidezze. Non è certamente permesso ad onesta penna il rammentare ciò ch'esso Tacito e Svetonio non ebbero difficoltà di propalare della detestabil libidine di quell'infame vecchio. Basterà a me di dire che nel postribolo di Capri si praticarono ed inventarono tutte le più sozze maniere della sensualità[Sueton., cap. 43.]che faceano orrore allora ad orecchie pudiche. E a tale stato giunse un principe di Roma pagana, ma senza che ce ne abbiamo a stupire, perchè non conoscevano i Romani d'allora se non degli dii compagni della medesima sensualità; e per altro Tiberio era di coloro che poco conto facevano de' medesimi, ne punto li temevano. Del solo tuono egli avea paura, e correva a mettersi in testa la corona d'alloro, per la credenzache quelle foglie fossero rispettate dai fulmini. Morì in quest'annoLucio Pisone, prefetto di Roma, che per venti anni con lode avea esercitata quella carica, e in ricompensa del suo merito il senato gli decretò un pubblico funerale. In luogo suo fu posto da TiberioLucio Elio Lamia, il quale, nell'anno seguente, diede anch'egli fine a' suoi giorni. Morì parimente quest'anno Cassio Severo, oratore di gran credito, ma portato sempre alla satira, e a lacerar la riputazione delle persone illustri. Per questo mal genio era stato relegato da Augusto nell'isola di Creta, e poscia nella picciola di Serifo, dove in estrema povertà, senza avere neppur uno straccio da coprir le parti vergognose, terminò il suo vivere.

Consoli

Lucio Sulpicio GalbaeLucio Cornelio Sulla Felice.

Galba, primo dei consoli porta il prenome diLucioin una iscrizione riferita dal cardinal Noris, e da me inserita nella mia raccolta[Thesaur. Nov. Inscription., p. 303, n. 1.]. In un'altra iscrizione che si legge nel Tesoro di Grutero, il suo prenome èServio: che così s'ha da intendere il SER. abbreviato degli antichi, e non giàSergio, come ha creduto taluno. Ma è lecito di sospettare, che nell'iscrizion gruteriana sia stato mutato il prenome diLucioinServio, perchè ben si sa che Galba imperadore, cioè il medesimo che fu console in quest'anno, era chiamatoServio Galba. Ma Svetonio[Sueton., in Galba, cap. 4.]chiaramente scrive di lui:Lucium pro Servio usque ad tempus imperii usurpavit: il che giustifica quanto ha il marmo del Noris, e fa con fondamento temere della corruttela nell'altro. Tacito e Dionediedero a Galba console quel prenome ch'egli usò fatto imperadore; senz'avvertire ciò che Svetonio avvertì. Nelle calende di luglio a Galba fu sostituito nel consolatoLucio Salvio Ottonecreduto da alcuni figliuolo di Tiberio Augusto, cotanto se gli rassomigliava nel volto. Da questo console nell'anno precedente era natoOttone, che fu poi imperadore di pochi mesi. Volle far conoscere Tiberio in quest'anno ai senatori[Tacitus, Annal., lib. 6.], quanto egli poco si fidasse di loro, e che in breve era per venire a Roma; cioè scrisse chiedendo che qualora egli entrava nel senato, fosse permesso a Macrone capitan delle guardie del pretorio d'accompagnarlo con alcuni tribuni e centurioni della milizia. Tosto fu decretato che potesse menar seco quanta gente voleva. Erano tuttavia serrati nelle carceri,Druso, figliuolo di Germanico e nipote per adozion di Tiberio, edAgrippinadi lui madre. Avea più volte Tiberio fatto condurre questi infelici da un luogo ad un altro, sempre incatenati e in una lettiga ben serrata[Suetonius, in Tiber., cap. 64.], e con guardie che faceano allontanar tutti i viandanti. Doveva egli paventar sempre qualche risoluzione, e che avesse da correre il popolo a sprigionar quell'infelice principe. Saziò poi il suo furore in quest'anno con far morire di fameDruso. La saviaAgrippinadiede anch'essa fine al suo vivere, senza apparire, se mancasse per non volere il cibo, o pure perchè il cibo le fosse negato[Dio, lib. 58.]. Furono i lor corpi non già portati nel mausoleo d'Augusto, ma sì segretamente seppelliti, che mai non se ne seppe il sito. Tutta Roma si riempiè di dolore e lutto, ma solamente nell'interno delle persone, per sì compassionevol fine della famiglia di Germanico, principe tanto amato da ognuno. Eppur bisognò che il senato rendesse grazie a Tiberio dell'avviso datogli della morte di Agrippina,predicata da lui per sua nemica e adultera, quando era notissima la di lei insigne onestà; ed inoltre convenne decretare che essendo morta nel medesimo dì che Sejano fu ucciso, cioè nel di 18 d'ottobre, da lì innanzi in quel giorno si facesse un'offerta a Giove in rendimento di grazie per la morte dell'uno e dell'altra.

Restava solo in vita dei figliuoli di GermanicoCajo Caligola[Tacit., lib. 6, cap. 20.], giovinetto di costumi sommamente malvagi, ma provveduto di tanto senno da farsi amare da Tiberio. Sapea coprir con finta modestia l'animo suo inclinato alla crudeltà; non gli scappò mai una parola di dispiacere o lamento per l'esilio e per la morte dei fratelli e della madre; ed ottenne per grazia di poter accompagnare Tiberio a Capri, studiandosi quivi di comparir sempre con vesti simili a quelle di lui, e d'imitare per quanto poteva le di lui maniere di parlare; di modo che di lui, divenuto poscia imperadore, ebbe a dire Passieno oratore: «Non esservi stato mai nè miglior servo, nè peggior signore di lui.» Contrasse il medesimo Cajo, di consenso di Tiberio in quest'anno gli sponsali conClaudiaoClaudillafigliuola di Marco Silano. Sotto il detestabil governo di Tiberio, gran voga intanto aveano in Roma gli spioni e gli accusatori, parte volontari, parte suscitati dal principe stesso. Bastava per lo più l'accusare, perchè ne seguisse il condannare. Fioccavano in senato i libelli contro delle persone, e moltissimi inviati dal medesimo Tiberio che col braccio del senato andava facendo vendette, e pascendo I' avarizia sua colla morte e col confisco dei beni de' condannati. A parecchi nobili toccò ancor nell'anno presente la disavventura stessa; e massimamente ai senatori, tanti de' quali a poco a poco andò egli levando dal mondo, che non si poteano più provvedere i governi delle provincie[Tacitus, ibid., cap. 49. Dio, eod. lib. 58.]. Fra l'altre più memorabiliingiustizie commesse in quest'anno degna è di menzione l'usata da Tiberio contro di Sesto Mario, da lungo tempo suo amico che, col favore principesco, giunto era ad essere il più ricco gentiluomo della Spagna. Avendo egli una figliuola di bellissimo aspetto, per timore che Tiberio non gliela facesse rapire, come solito era con altri, la trafugò in luogo dove fosse sicura. Avvertitone dalle sue spie Tiberio, fece accusar amendue d'incesto, e gittar giù della rupe tarpeja i lor corpi, con far sue le immense ricchezze dell'infelice Mario. Tacito racconta molti altri spettacoli di somiglianti crudeltà accadute in quest'anno, senza che mai si saziasse il genio sanguinario di Tiberio. Strano bensì parve ai più del popolo, ch'egli in un certo dì facesse morire tutti i principali spioni ed accusatori, e proibisse a tutte le persone militari il far questo infame uffizio, benchè lo permettesse ai senatori e cavalieri. Ma si può ben credere ciò fatto per comparire disapprovatore di que' maligni stromenti, dei quali si serviva la stessa di lui malignità per far tanto male al pubblico. Erano eziandio cresciute a dismisura le usure in Roma; e contro dei debitori furono in quest'anno portate istanze ed accuse assaissime al senato; nè piccolo era il numero di coloro che, ascondendo la pecunia d'oro e d'argento, ne faceano scarseggiare la città. Si vide allora un prodigio di Tiberio. Mise egli nel banco della repubblica una gran somma d'oro e d'argento, da prestarsi a chiunque ne abbisognasse, e desse idonea sigurtà, senza che per tre anni ne pagassero frutto: azione applaudita da ognuno, ma che non fece punto sminuire il comune odio contro del tiranno. AdElio Lamiaprefetto di Roma defunto succedette in quell'uffizioCosso, per attestato di Tacito e Seneca[Seneca, epist. 81.]. E Marco Coccejo Nerva, giurisconsulto insigne di questi tempi, ed uno del consiglio di Tiberio, non potendo più, siccomeuomo giusto, tollerar le iniquità di quel mostro, se ne liberò con lasciarsi morir di fame: nè per quante preghiere gli facesse Tiberio, per saper la cagione di tal risoluzione, e per tenerlo in vita, volle mutare il fatto proponimento.

Consoli

Paolo Fabio PersicoeLucio Vitellio.

A questi consoli ordinari si crede che ne succedessero nelle calende di luglio due altri[Dio, lib. 58.], de' quali si è perduto il nome. E ciò perchè avendo questi ultimi consoli celebrato l'anno ventesimo compiuto dell'imperio di Tiberio, fecero anche dei voti agli dii pel decennio venturo, come fu in uso a' tempi d'Augusto. Quella gelosa bestia di Tiberio, che avea preso l'imperio non per dieci, nè per venti anni, ma finchè a lui piacesse, parendogli che volessero far conoscere, che la di lui potestà dipendea dall'arbitrio del senato, fece accusarli tutti e due e condannarli, e pare che fosse anche abbreviata immediatamente loro la vita. Questo Persico probabilmente è quello stesso che fu mentovato da Seneca[Seneca, de benefic., lib. 2, cap. 21.], per uomo di cattiva riputazione. Ma nulla di un fatto tale, che avrebbe fatto più strepito di tant'altri, si ha presso Tacito, il qual pure accenna le morti di molti altri di dignità inferiore. Dione stesso attribuisce quei voti e quell'innocente fallo ai consoli ordinari; e pure noi sappiam da Svetonio[Sueton., in Vitellio, c. 2.], cheLucio Vitellio, console nel presente anno e padre di Aulo Vitellio che fu poi imperadore, dopo il consolato ebbe il governo della Soria, e campò molto dappoi. Parimente diFabio Persico, sopravvissuto, s'ha memoria pressoSeneca[Seneca, lib. 2 et 4 de Benefic.]. Però la credenza dei consoli sostituiti, e fors'anche il fatto narrato da Dione può patire dei dubbi. Non mancarono all'anno presente le sue funeste scene, cioè molte condanne e morti d'uomini illustri, avvenute per la crudeltà di Tiberio e per la prepotenza di Macrone prefetto del pretorio; il quale imitando le arti di Sejano ma più copertamente, si abusava anch'egli della sua autorità e del favore del principe[Dio, lib. 58. Tacit., lib. 4, cap. 19.]. Pomponio Labeone, dopo essere stato pretore di Mesia per otto anni, accusato d'essersi lasciato corrompere con danari, tagliatosi le vene, si sbrigò da questa vita: ed altrettanto fece sua moglie. Era anche stato in governo Marco, ossia Mamerco Emilio Scauro, nè già era incolpato di cattiva amministrazione, quantunque vergognosi fossero i suoi costumi. Macrone, che l'odiava, trovò la maniera di precipitarlo, con presentare a Tiberio una di lui tragedia intitolataAtreo, in cui oltre al parlarsi di parricidio, uno era esortato a tollerar la pazzia del regnante; è con fargli credere che sotto nome altrui si sparlasse di lui. Di più non ci volle per far processare Scauro, il quale, senz'aspettar la condanna, si privò da sè stesso di vita, nè da meno di lui volle essere la moglie sua. Costumavasi allora dagli etnici romani di darsi iniquamente la morte da sè medesimi, perchè i corpi de' condannati non era lecito il seppellirli, e i lor beni andavano al fisco; laddove prevenendo la sentenza, loro non si negava la sepoltura: e sussistendo i testamenti, agli eredi pervenivano i loro beni. Fra coloro eziandio che furono accusati si contò Lentulo Getulico, stato già console nell'anno di Cristo 26. Altro a lui non veniva imputato, se non che avesse trattato di dare una sua figliuola in moglie a Sejano. Ma fu buon per questo personaggio ch'egli allora si trovasse in Germania al comando diquelle legioni che l'amavano forte per le sue dolci maniere. Dicono ch'egli scrivesse animosamente una lettera a Tiberio, con ricordargli che non per elezione propria, ma per consiglio di lui stesso, avea cercato di far parentela con Sejano. Essersi ben egli ingannato nel procacciarsi l'amicizia di quell'uomo indegno; ma che niuno più d'esso Tiberio avea amato Sejano: nè essere perciò conforme alla ragione che il comun fallo fosse innocente per lui, e peccaminoso per gli altri. Pertanto riflettendo al pericolo di nuocere a chi aveva l'armi in mano, e poter rivoltarsi, giudicò meglio il desistere dall'impresa; e per lo contrario fece condannar e cacciare in esilio Abudio Rufo, cioè l'accusatore di Lentulo Getulico. Videsi in questo anno in Grecia un giovane[Dio, lib. 58.], che spacciatosi per Druso figliuolo di Germanico, trovò di molti aderenti in quelle contrade; e se gli riusciva di passare in Soria, a lui si sarebbe verisimilmente unito quell'esercito. Ma preso da Pompeo Sabino governator della Macedonia, fu inviato a Tiberio. Tacito scrive[Tacit., lib. 5, c. 10.]ciò avvenuto tre anni prima, quando era tuttavia vivente lo stesso Druso in prigione: il che, se fosse vero, potrebbe questo avvenimento aver dato impulso alla morte del medesimo Druso. Da esso Tacito fu ancora scritto che nel presente anno si lasciò veder di nuovo dopo alcuni secoli l'augello Fenice nell'Egitto, con rapportarne la mirabil genealogia. A simili favole oggidì non si presta fede. Plinio e Dione mettono due anni dappoi lo scoprimento di questo non mai più risorto uccello.

Consoli

Cajo Cestio GalloeMarco Servilio Moniano.

Si celebrarono in quest'anno[Dio, lib. 58.]le nozze diCajo Caligola, nipote per adozione di Tiberio, conClaudilla, figliuola di Marco Silano, in Anzo. V'intervenne lo stesso Tiberio, non avendo voluto neppure per occasion sì propria lasciarsi vedere in Roma, perchè non gli piacea di trovarsi presente alle sanguinarie esecuzioni, che ivi tuttavia si continuavano d'ordine di lui, non mai sazio di perseguitare chiunque fu stretto d'amicizia con Sejano. Fin qui aveva egli sofferto Fulcinio Trione, che fu console nell'anno della caduta del medesimo Sejano, anzi la buona gente il riputava molto favorito da lui. Ora solamente era per iscoppiare il fulmine sopra di lui; ma ciò presentito da Trione, si uccise colle proprie mani dopo aver fatto un testamento, in cui vomitò quante ingiurie potè contra di Tiberio e di Macrone, e dei liberti della corte. Non si attentavano gli eredi suoi di pubblicare un sì obbrobrioso scritto. Avutane contezza Tiberio, volle che si portasse e leggesse nel senato per guadagnarsi il plauso di principe sofferente dell'altrui libertà, giacchè punto non si curava della propria infamia, nè che si scoprissero le iniquità da lui commesse per mezzo di Sejano, ben sapendo che non erano cose ignote al pubblico. Uso certamente suo fu il non mai volere che si occultassero i libelli infamatorii fatti contra di lui, parendo quasi che riputasse sue lodi le sue vergogne. Altri senatori ed altri nobili, annoverati da Tacito[Tacitus, lib. 6, c. 38.]e da Dione, o per mano propria o per quella del carnefice terminarono inquest'anno la lor vita; ed uno fra gli altri merita d'essere rammentato, cioè Poppeo Sabino, poco fa da noi veduto, che dopo il consolato, per ventiquattro anni avea governato la Macedonia, l'Acaia e le due Mesie, e col darsi la morte schivò il giudizio. Soggiornava in questi tempi Tiberio in vicinanza di Roma, per poter più speditamente aver il piacere d'intendere l'esecuzione de' suoi tirannici comandamenti[Tacitus, l. 6, c. 31. Dio, lib. 58.]. Fu allora, che vennero a Roma alcuni nobili Parti, segretamente, cioè senza saputa del re loroArtabano, per chiedere a TiberioFraate, figliuolo del fuFraatere. Era montato Artabano in gran superbia, dacchè la vecchiaia di Tiberio, e il suo abborrimento alla guerra, aveano scemata in molti la stima e paura dell'armi romane. Essendo mancato di vitaZenoneo siaArtassia, già creato dai Romanire dell'Armenia, Artabano avea occupato quel regno, e messoviArsace, uno dei suoi figliuoli, per re, con assalir dipoi la Cappadocia, e minacciar anche di peggio i Romani. Inimicossi oltre a ciò i suoi colla soverchia alterigia, e lor diede ansa che ricorressero a Tiberio. Fu dunque mandatoFraatein Soria per isperanza che i Parti si moverebbero in favore di lui; ma perchè v'andò con poca fretta, ebbe tempo Artabano di premunirsi, e Fraate ammalatosi morì. Non lasciò Tiberio per questo di accudire agli affari dell'Armenia, e costituito Lucio Vitellio, cioè il padre diVitellio, che fu col tempo imperadore, per generale dell'armata romana in Levante, mosse anche i re d'Iberia e i Sarmati contra di Artabano. Lasciatisi corrompere i ministri di Arsace, già divenuto re dell'Armenia, tolsero a lui la vita; ed entrate in quel paese le truppe dell'Iberia sotto il comando del reFarasmane, presero Artasata capitale del regno. Allora Artabano spedì Orode altro suo figliuolo contra di Farasmane con parte delle sue forze[Joseph., Antiq. Judaicarum, lib. 18, c. 6.]. I Parti,benchè inferiori di gente, vollero battaglia; ma o sia che Orode vi fosse ucciso, o che la nuova ch'egli fosse ferito passasse in credenza di morte, la vittoria si dichiarò per Farasmane, al cui fratelloMitridate re dell'Iberiafu conceduta l'Armenia. Diedesi dipoi una seconda battaglia da Artabano, ma svantaggiosa anch'essa per lui; e perchè nello stesso tempo seppe che Lucio Vitellio coll'armi romane si accingeva a passar l'Eufrate per entrar nella Mesopotamia, abbandonato ogni pensier dell'Armenia, si ritirò alla difesa del proprio paese. Era allora l'Eufrate il confine tra l'imperio romano e il partico o sia persiano.

Consoli

Sesto Papinio AllenioeQuinto Plautio.

Non è ben chiaro, se Lucio Vitellio, fabbricato un ponte sull'Eufrate, coll'esercito romano passasse in questo o nel precedente anno in Mesopotamia. Certo è bensì che passò, e all'arrivo suo i primati de' Parti si scoprirono allora alienati dall'ossequio verso del reArtabano[Tacitus, lib. 6, c. 42.], e congiunsero le loro armi coi Romani. Trovavasi con Vitellio ancheTiridate, parente del defunto re Fraate. Veduta così bella disposizion dei Parti in suo favore, per consiglio di Vitellio, prese il cammino alla volta di Seleucia, città potente, che gli aprì con gran festa le porte, ed Artabano, veggendosi abbandonato de' suoi, se ne fuggì. Intanto Vitellio, contento di aver fatta la sua sparata con far conoscere a que' popoli la possanza romana, e credendo già assicurato il regno a Tiridate, se ne tornò colle sue legioni in Soria. Fu coronato Tiridate in Ctesifonte, capitale del regno dei Parti. S'egli avesse proseguito il corso di sua fortuna con visitar tutto il paese, e ridurre chiunque titubava allasua fede, interamente il regno sarebbe stato di lui. Ma essendosi egli impegnato nell'assedio di un castello, dove Artabano avea ridotto il tesoro e le concubine sue, alcuni di que' grandi, che non erano intervenuti alla coronazione o per paura di Tiridate, o per invidia che portavano ad Abdagese, ministro favorito di lui, andarono a trovar Artabano per rimetterlo sul trono. S'era questi ritirato nell'Ircania, dove da povero uomo vivea, guadagnandosi il vitto con la caccia. Credette egli a tutta prima che fossero venuti costoro per assassinarlo. Rassicurato da essi, e presa seco una mano di Sciti, si mise con loro in cammino, e trovata la gente che senza difficoltà tornava alla sua divozione, ingrossato di forze, s'indirizzò verso Seleucia. Stette in forse Tiridate, se dovea andargli incontro per dargli battaglia. Prevalse l'opinion dei dappoco, il primo de' quali era il medesimo Tiridate; e però egli si ridusse in Soria, con isperanza che l'esercito romano avesse da prestargli aiuto per ricuperare il perduto regno, di cui con tutta facilità Artabano ripigliò il possesso. Vitellio non volle altro impegno, ed all'incontro Artabano diventò più che mai orgoglioso, e poco mancò che non portasse la guerra nel territorio romano. Non è inverisimile, che questo fosse il tempo in cui egli scrisse una lettera di fuoco a Tiberio[Sueton., in Tiber. cap. 66.], rinfacciandogli la sua crudeltà, la vergognosa libidine e la poltroneria, ed esortandolo ad appagar prontamente l'odio universale e giustissimo de' popoli con darsi la morte da sè medesimo.

Due disavventure afflissero Roma nell'anno presente, cioè una fiera inondazione del Tevere, per cagione di cui in molte parti della città fu necessario l'andar colle barche, e un incendio che guastò gran copia di case nel monte Aventino e la metà del Circo[Tacitus, lib. 6, cap. 45. Dio, lib. 58.]. Tiberio in questa occasione, dimenticatal'innata sua avarizia, sovvenne con abbondanza d'oro al bisogno di chiunque avea patito. Che per altro amava Tiberio di conservare e d'accrescere il suo tesoro, nè si sa che egli lasciasse alcuna fabbrica insigne, fuorchè il tempio innalzato ad Augusto, e la scena del teatro Pompeo. E neppur queste, se crediamo a Svetonio, le perfezionò. Non passò l'anno presente, senza che si vedessero le usate scene delle accuse e della crudeltà di Tiberio contra de' nobili. Cajo Galba, già console e fratello di chi fu dipoi imperadore, due Blesi ed Emilia Lepida prevennero, con darsi la morte, i colpi del carnefice. Vibuleno Agrippa, cavalier romano, accusato, prese in faccia del senato il veleno che portava in un anello. Caduto a terra moribondo, e strascinato alle carceri, fu quivi frettolosamente strozzato per occupargli i beni.Tigrane, già re dell'Armenia[Tacitus, lib. 6, c. 40. Joseph., Antiquit. Judaic., lib. 18.], e nipote del fu Erode re della Giudea, detenuto allora in Roma, ed accusato, lini anch'egli i suoi giorni per mano del pubblico ministro. Trattenevasi in Roma allora anche suo fratelloAgrippa, ed avea contratta una famigliarità sì grande con Cajo Caligola, nipote per adozion di Tiberio, che pareano due fratelli. Racconta Giuseppe storico, che essendo un dì amendue a divertirsi condotti in un cocchio, Agrippa per adular Cajo gli disse, essere ben tempo che quel vecchio di Tiberio cedesse il luogo a lui, perchè allora tornerebbe la felicità in Roma. Furono ascoltate queste parole da Eutico liberto d'Agrippa, che gli serviva di carrozziere; e perciocchè costui, per aver fatto un furto al padrone, fu imprigionato, allora si lasciò intendere d'aver qualche cosa da rivelare attinente alla conservazion della vita dell'imperatore. Fu perciò inviato a Capri, dove era Tiberio, e tenuto un pezzo nelle catene senza esaminarlo. Lo stesso Agrippa stoltamente tanto si adoperò, che Tiberiotrovandosi nel settembre di questo anno a Tuscolo, oggidì Frascati, vicino a Roma, fece venir Eutico, il quale alla presenza d'Agrippa rivelò quanto avea udito nel giorno suddetto. Ordinò immantinente Tiberio a Macrone capitan delle guardie di far incatenare Agrippa, a cui non valsero nè le negative, nè le suppliche per esentarsi da quell'obbrobrio. Stette egli nelle carceri tanto che Tiberio finì di vivere, ed allora ne uscì, siccome vedremo fra poco[Dio, lib. 58.]. Un augurio della morte d'esso Tiberio fu dai superstiziosi Romani creduta quella di Trasullo, succeduta nell'anno presente[Tacit., lib. 6, cap. 21.]. Costui era il più favorito astrologo ed indovino che si avesse Tiberio; imperciocchè oltre modo si dilettò questo imperadore della strologia giudicaria, arte piena di vanità e d'imposture, che egli stesso condannava in casa altrui. E quantunque scrivano Tacito, Svetonio e Dione, che Tiberio, per mezzo di essa, predicesse a Galba il suo corto imperio, e la morte del giovinetto Tiberio suo nipote per ordine di Caligola, e ch'egli sapesse ciò che doveva avvenire a sè stesso in cadauna giornata: simili racconti più sicuro è il crederli dicerie del volgo. Allorchè Tiberio stette come esiliato in Rodi, studiò forte quest'arte, che in que' tempi era spacciata dai Caldei dappertutto. Quanti professori capitavano a Rodi, Tiberio, accompagnato da un solo robusto liberto, li conduceva in un alto scoglio, e metteali alla prova d'indovinargli il passato o l'avvenire. Se non ci coglievano, dal liberto erano precipitati in mare, senza che alcuno ne avesse contezza. Trasullo capitato colà, fu menato da Tiberio in que' dirupi, e gli predisse l'imperio; ma soggiungendo Tiberio che gli sapesse dire anche l'anno e il giorno della propria natività, s'imbrogliò l'indovino, e confessò tremando di non saperlo, ma che ben sapea d'essere imminente la propria morte. Traper la buona nuova dell'imperio, e la conoscenza del pericolo in cui si trovava costui, Tiberio l'abbracciò, e il tenne dipoi sempre in sua corte. Perchè la morte di costui facesse credere vicina quella di Tiberio, qualche predizione di cui si dovea essere intesa.

Consoli

Gneo Acerronio ProcoloeCajo Petronio Pontio Negrino.

Ho aggiunto il nome diPetronioal secondo di questi consoli, perchè una iscrizione, riferita dal Fabretti[Fabret., Inscript., p. 674.], fu posta CN. ACERRONIO PROCVLO, C. PETRONIO PONTIO NIGRINO COS. In vece diNegrinoegli è appellatoNegroda Svetonio[Suet., in Tiber., c. 73.], siccome ancora una inscrizione da me data alla luce[Thesaurus Novus Inscription., p. 303, n. 2.]. Sino alle calende di luglio durò la dignità di questi consoli. Appresso diremo a chi pervennero i fasci consolari. Anche nei primi mesi dell'anno presente si continuarono in Roma le accuse contra d'altre persone nobili; e perchè non erano accompagnate da lettere di Tiberio, credute furono manipolazioni di Macrone prefetto del pretorio, imitator di Sejano, e forse peggiore. Fra gli altri Lucio Arruntio, personaggio illustre, già stato console, non si potè impedir dagli amici, che, tagliatesi le vene, non si desse la morte, allegando che un vecchio par suo non sapea più vivere, battuto in addietro da Sejano ed ora da Macrone; e massimamente non essendo da sperare miglior tempo sotto il successor di Tiberio, che anzi prometteva peggio, e sarebbe governato dal medesimo Macrone; siccome in fatti avvenne. Intanto, dopo essersi fermato Tiberio alcuni mesi neicontorni di Roma senza mai volervi entrare, o perchè non si fidava de' Romani, o perchè qualche impostore gli avea predette delle disgrazie entrandovi, o pure perchè non voleva tanti occhi addosso alla sua scandalosa vita, determinò di tornarsene alla sua cara isola di Capri. Finora, benchè giunto all'età di settantotto anni, e benchè perduto in una nefanda lascivia, avea conservata la rubustezza del corpo, ed una competente sanità, camminava diritto come un palo, senza volersi servire di medicine, e con fare il medico a sè stesso: giacchè solea dire che l'uomo giunto all'età di trent'anni, non dee più aver bisogno di medici per saper ciò che conferisca o sia nocivo alla sanità. Ma egli si ritrovò infine sorpreso da una lenta malattia, arrivato che fu ad Astura[Sueton., in Tiber., c. 72.]. Potè nondimeno continuare il viaggio sino a Miseno[Dio, lib. 58. Tacitus, lib. 6, c. 50.], celebre porto, dissimulando sempre il suo male, e non men di prima banchettando con gli amici. Deluso dal suo poco prima defunto strologo Trasullo, che gli avea predetto anche dieci altri anni di vita, tenea per lontanissima tuttavia la morte. Fu creduto che Trasullo con buon fine il burlasse con quella predizione, acciocchè persuaso di vivere sì lungo tempo, non si affrettasse a far morire tanti nobili ch'egli avea in lista. E certo non pochi si salvarono per questo saggio ripiego, e fra essi alcuni già condannati, perchè ne' dieci giorni di vita che si lasciavano loro dopo la sentenza, arrivò la nuova della morte di Tiberio.

Fingeva dunque, secondo lo stile della sua dissimulazione, Tiberio di sentirsi bene, tuttochè aggravato dal male, e ridotto a fermarsi nella villa e nel palazzo che fu di Lucullo. Ma Caricle medico insigne, e da lui amato, non già perchè volesse de' medicamenti da lui, ma per li suoi consigli, destramente nel congedarsi da lui gli toccò il polso e conobbe che s'avvicinava al suo fine. Neavvisò Macrone, e questi sollecitamente cominciò a disporre le cose per far succedereCajo Caligolanell'imperio. Tre persone viveano discendenti in qualche guisa da Augusto, e però capaci di succedere a Tiberio, cioè essoCaligolafigliuolo di Germanico, nato[Sueton., in Caligula, cap. 8.]nell'anno 12 dell'Era volgare, e però nel fiore di sua età. Questi, avendo Tiberio adottato Germanico di lui padre, veniva perciò ad essere di lui nipote legittimo. Ma egli era di pessima inclinazione, violento, e tendente anche alla follia; e se n'era facilmente accorto Tiberio, di modo che un dì ridendosi Cajo di Silla, celebre nella storia romana, Tiberio gli disse: «A quel ch'io veggo, tu sei per avere tutti i vizii di Silla, ma niuna delle sue virtù.» L'altro eraTiberio Gemello, figliuolo diDruso, cioè del figlio naturale dello stesso Tiberio, così appellato perchè nato con un altro fratello daLivillanel medesimo parto. Ma non avea che diciassette anni, e però non per anche capace di governare un sì vasto imperio. Il terzo eraTiberio Claudio, fratello del suddetto Germanico, in età bensì virile, ma di poca testa, e di niun concetto fra i Romani. Discordano gli autori in dire chi fosse eletto da Tiberio per suo successore. Giuseppe storico racconta un fatto, che ha ciera di favola[Joseph., Antiquit. Judaic., lib. 18.]. Cioè che Tiberio, incerto qual dei due de' suddetti suoi nipoti avesse egli da eleggere, ne rimise la decisione al caso, con destinare di preferir quello che la mattina seguente fosse il primo ad entrar in sua camera; e questi fu Caligola, a cui poscia raccomandò il giovinetto Tiberio, quantunque scrivano che per astrologia antivedesse che Cajo Caligola gli dovea levare la vita. Altri[Dio, lib. 58.]hanno detto che Tiberio non antepose il suo natural nipote, perchè la scoperta amicizia di Livilla di lui madre gli fece dubitare se fosse veramente figliuolo di Druso suofiglio. Tuttavia pare che si accordino Filone Ebreo[Philo, de Legation. Sueton., in Tiber., c. 76.], Svetonio e Dione in dire, che Tiberio in due suoi testamenti lasciò egualmente erediCaligolae il giovaneTiberio.

OraCajo Caligola, per assicurarsi di prendere la fortuna pel ciuffo, facea la corte a Macrone, potentissimo ufficiale, perchè capitano delle guardie, cioè di diecimila soldati che erano il terrore di Roma. Nè men sollecito era a farla ad Ennia Nevia di lui moglie; anzi fu creduto che passasse tra loro un'infame corrispondenza, e di ciò non si mettesse pena Macrone, giacchè anch'egli dal suo canto avea dei motivi di guadagnarsi l'affetto di Cajo, perchè parea più facile che in lui cadesse l'imperio. Però parlava sempre bene di lui a Tiberio, scusandone i difetti, in guisa che un dì Tiberio gli rimproverò questo grande attaccamento a Cajo con dirgli «d'essersi ben avveduto ch'egli abbandonava il sole d'Occidente, per seguitare il sole d'Oriente.» Era cresciuto il male di Tiberio[Dio, lib. 58. Tacitus, lib. 6, c. 50. Sueton. in Tiber., c. 73.], ed avea già patito alcuni sfinimenti. Gliene arrivò uno specialmente nel dì 16 di marzo così gagliardo, che fu creduto morto. Caligola uscì del palazzo; a folla corsero i cortigiani a rallegrarsi con lui: quand'ecco esce uno di corte, che riferisce essere tornato in sè Tiberio, e chiedere da mangiare. Allora spaventati, chi qua, chi là, colla testa bassa sfumarono. Cajo senza poter parlare, più morto che vivo ricorre a Macrone. Ma questi, nulla atterrito, sa ben trovar tosto la maniera di calmare l'altrui spavento. Non van d'accordo gli scrittori nel dirci, come Tiberio si sbrigasse dal mondo. Seneca, citato da Svetonio, scrisse che o sia che Tiberio si sentisse venir meno, o che la sua famiglia l'avesse abbandonato, come è succeduto in tanti altri casi di principi morti senza parenti, chiamò; e niuno rispondendo, si alzasse dal letto,e poco lungi di là caduto, spirasse. Raccontano altri, che Cajo Caligola gli avesse dato un lento veleno che l'uccise. Altri, che sotto pretesto di riscaldarlo, Macrone gli facesse metter addosso di molti panni che il soffocarono; ovvero che gli negasse da mangiare, e il lasciasse morire per mancanza d'alimento. Finalmente scrissero altri, che veggendo Caligola[Sueton., in Cajo, cap. 12.]come Tiberio non la volea finir da sè stesso, lo strangolasse con le sue mani, o pure con uno origliere o sia guanciale gli turasse la bocca, e il facesse ammutolire per sempre. Comunque fosse, morì Tiberio nel suddetto giorno 16 di marzo. Dione scrive nel dì 26. O dell'uno o dell'altro il testo è mancante. Così cessò di vivere questo imperadore, dotato di grande ingegno, ma per servirsene solamente in male; che finchè ebbe paura d'Augusto e di Germanico, nipote e figliuolo suo adottivo, stette in dovere; che simulatore e dissimulator sopraffino si mostrò delle false virtù, ma poi si abbandonò in fine a tutti i vizii; che divenne abbominevole per l'infame sua libidine, ma più per le sue crudeltà ed ingiustizie; che niuno amava fuorchè sè stesso, che fu udito chiamar felice Priamo, per essere morto dopo aver veduti morti tutti i suoi.

Non tardòCajo Caligolaad avvisare il senato dell'essere Tiberio mancato di vita, con dimandare ancora che decretassero al medesimo gli onori divini. Ma Tiberio era troppo odiato; e siccome il popolo romano a questa nuova diede in risalti d'allegrezza, così commosso andava lacerando la di lui memoria con tutte le maledizioni, e gridandoal Tevere, al Tevere, cioè il di lui corpo. Di questa commozione si servì il senato per sospendere la risoluzion degli onori a Tiberio; e Cajo venuto poi a Roma, più non ne parlò. Portato a Roma il cadavere di Tiberio, fu bruciato secondo il costume d'allora; e con poca pompa seppellito. Cajo fece l'orazione funebre;ma con poco encomio di lui, impiegando le parole piuttosto in esaltare Augusto e Germanico suo padre. Già si è detto, quanto fosse amato dai Romani esso Germanico per le sue rare virtù, e Cajo appunto per essere di lui figliuolo, comunemente era amato, giacchè non si erano per anche dati a conoscere se non a pochi tutti i suoi vizii e difetti, che si trovarono poi innumerabili. All'incontro, per l'odio d'ognuno contra di Tiberio, era anche odiatoTiberio Gemello, natural nipote di lui. E però a Cajo non fu difficile l'essere riconosciuto e confermato per imperadore, e il fare che dal senato fosse cassato il testamento di Tiberio, per cui egualmente lasciava ad esso Cajo e Tiberio Gemello l'amministrazion dell'imperio. Così restò egli solo imperadore[Sueton., in Caj., cap. 14. Dio, lib. 59.]colla podestà tribunizia e coll'autorità ed arbitrio di far tutto, siccome attesta Svetonio, benchè non usasse subito i titoli usati dai due precedenti Augusti. Piena d'ammirazione e di giubilo rimase Roma tutta al vedere con che mirabili e plausibili maniere Caligola desse principio al suo governo; senza riflettere che diversa dal mattino suol essere la sera di molti regnanti.Caligola, dissi, che così era volgarmente chiamato con soprannome a lui dato, allorchè fanciullo trovandosi all'armata in Germania, Germanico suo padre il facea vestir da semplice soldato, e portare gli stivaletti, chiamatiCaligae, e usati allora nella milizia. Divenuto poi imperadore riputò egli come ingiurioso e degno di gastigo un tal soprannome; e perciò dagli storici vien mentovato per lo più col nome diCajo. Affettò dunque Cajo sulle prime di comparir popolare, siccome abbiamo da Svetonio e da Dione; poichè, per conto di Tacito, periti seno i libri suoi, che trattavano della vita di questo iniquissimo principe, e dei primi anni del suo successore. Eseguì egli pontualmente tutti i legati lasciati da Tiberio, e quegli ancora, che Livia Augusta nel suo testamentoavea ordinato; ma che l'ingrato suo figliuolo Tiberio non avea mai voluto pagare. Diede subito la mostra alle compagnie de' soldati del pretorio, con isborsar a tutti il danaro lasciato lor da Tiberio, ed aggiugnerne altrettanto per ispontanea munificenza. Pagò parimente al popolo romano l'insigne donativo di danaro ordinato da Tiberio colla giunta di sessanta denari per testa, ch'egli non avea potuto pagare, allorchè prese la toga virile, e inoltre quindici altri a titolo di usura pel ritardo. Finalmente a tutti gli altri soldati di Roma, e alle guardie notturne, cioè ai vigili, e alle legioni fuori d'Italia, e ad altri soldati mantenuti nelle città minori, sborsò cinquecento sesterzii ai primi, e trecento agli altri per testa.

Mellifluo fu in un certo giorno il suo ragionamento ai senatori con dir loro, dopo aver toccati tutti i vizii del defunto Tiberio, di volerli a parte nel comando e governo, e che farebbe tutto quanto paresse loro il meglio, chiamandosi lor figliuolo ed allievo. Richiamò gli esiliati, liberò tutti i prigioni, e fra gli altri Quinto Pomponio, tenuto in quelle miserie per sette anni, dopo il suo consolato. Annullò ogni processo criminale, con bruciar anche i libelli lasciati da Tiberio. Queste prime azioni gli guadagnarono un gran plauso, massimamente perchè fu creduto ch'egli fosse per mantener la parola, che in quell'età il suo cuore andasse d'accordo con la lingua. Volle tosto il senato far dimetter il consolato a Procolo e Negrino per conferirlo a lui; ma egli ordinò che continuassero in quella dignità, secondochè era dianzi stabilito, sino alle calende di luglio, nel qual tempo poscia fu egli dichiarato console, ed amò di aver per collegaTiberio Claudiosuo zio, che fin qui era stato tenuto in basso stato e nell'ordine de' soli cavalieri, a cagion della debolezza del suo capo. Nelle medaglie[Mediobarbus, in Numismat. Imperator.]Cajo si trova intitolato CAJVS CAESAR AVGVSTVSGERMANICVS: ed in altre vi si aggiunge DIVI AVGVSTI PRONEPOS. Fece ancora risplendere l'amor suo verso de' suoi, con dare il titolo d'Augusta e di sacerdotessa d'Augusto adAntoniaavola sua e madre di Germanico, e col concedere alle sue sorelle i privilegi delle Vestali, e posto presso di sè negli spettacoli. ATiberio Gemello, nipote di Tiberio, diede il titolo di Principe della Gioventù, e di più l'adottò per suo figliuolo. Andò in persona alle isole Pandataria e Ponza a cercar le ceneri d'Agrippinasua madre, e diNeronesuo fratello; e con funebre magnificenza portatele a Roma, le collocò nel mausoleo d'Augusto, con determinare in onore e memoria d'essi esequie e spettacoli annuali. Stava tuttavia fra le catene[Joseph., Antiq. Jud., lib. 18. Dio, lib 59.]Agrippa, nipote di Erode il grande re della Giudea, quando restò liberata Roma dal ferreo giogo di Tiberio. Cajo, essendosene tosto ricordato, siccome amico suo caro, mandò ordine al prefetto di Roma di trasferirlo dalla carcere alla casa dove abitava prima; e da lì a pochi giorni fattoselo condurre davanti con abito mutato, gli mise in capo un diadema, dichiarandolo re, e sottomettendo a lui la Tetrarchia, già posseduta da Filippo suo zio, morto poco fa, con aggiugnervi l'altra di Lisania, restando la Giudea come prima sotto l'immediato governo dei Romani. Restituì ancora adAntiocoil regno della Comagene colla giunta della Cilicia marittima. Di gloria medesimamente fu a Cajo l'aver cacciato fuori di Roma que' giovinetti che faceano l'infame mercato de' lor corpi; e poco vi mancò che non li mandasse a seppellir nel Tevere. Ordinò che si cercassero e pubblicamente si potessero leggere le storie soppresse diTito Labieno, Cordo Cremuzio e Cassio Severo. Ai magistrati lasciò libera la giurisdizione, senza che si potesse appellare a lui. Dalle provincie d'Italia levò il dazio del centesimo denaro che si pagava per tutte le cose vendute all'incanto. SottoTiberio, principe d'umor tetro, le pubbliche allegrie, i giuochi, gli spettacoli erano divenuti cose rare. Cajo non tardò a rimetter tutto in uso, e con grande accrescimento: cose tutte stupendamente applaudite dal popolo[Sueton., in Cajo, cap. 17. Dio, lib. 59.]. Dopo aver tenuto il consolato per due mesi, lo rinunziò ai due consoli destinati da Tiberio. Il nome loro non è noto. Stimò il Pighio, che fosseroTiberio Vinicio QuadratoeQuinto Curzio Rufo. Se di queste maravigliose azioni di Cajo Caligola si rallegrasse Roma, veggendo un aspetto sì bello con tanta differenza dal precedente sanguinario governo, non è da chiederlo. Talmente si rallegrò quel popolo a sì gran mutazione di scena, che, per testimonianza di Svetonio, nei tre mesi seguenti dopo la morte di Tiberio, cento sessantamila vittime furono svenate in rendimento di grazie ai loro falsi dii. Ma durò ben poco questo ciel sì ridente, siccome nell'anno seguente apparirà.Artabanore de' Parti, che in addietro odiò forte Tiberio, udita la di lui morte, se ne rallegrò e diede tosto adito ad un trattato di pace. Scrive Dione ch'egli stesso ricercò l'amicizia di Cajo. Ma Svetonio e Giuseppe Ebreo raccontano, che fu Vitellio governator della Soria il promotore di quell'accordo per ordine di Cajo. Seguì in fatti fra esso re e Vitellio un magnifico abboccamento in un ponte fabbricato sull'Eufrate, e quivi fu conchiusa la pace con condizioni onorevoli per gli Romani.


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