Consoli
Marco Aquilio GiulianoePublio Nonio Asprenate.
Era già cominciato nel precedente anno un impensato cambiamento di vita e di massime nel da noi osservato finorasì amorevole e grazioso Cajo Caligola. Rapporterò io qui ciò che accadde allora e nel presente anno ancora[Dio, lib. 59.]. I conviti, le crapole ed altre dissolutezze di una vita sensuale, a cui si abbandonò di buon'ora questo nuovo imperadore, cagion furono ch'egli cadde nel mese d'ottobre sì gravemente malato, che si dubitò di sua vita[Philo, in Legatione ad Cajum.]. Appena si riebbe, che di volubile, qual era dianzi, cominciò a comparir stranamente agitalo da vari e fieri capricci, quasi che la mente sua per la sofferta malattia avesse patito qualche detrimento, con peggiorar da lì innanzi di maniera, che Roma, sì maltrattata sotto Tiberio cattivo, senza paragone sotto questo pessimo maestro divenne teatro di calamità. Aveano fatto i Romani delle pazzie pel tanto desiderio ch'egli superasse quel malore, perchè dopo aver Cajo dato sì glorioso principio al suo governo, si figurava ciascuno riposta tutta la pubblica felicità nella conservazione della di lui vita. Due persone fra l'altre, cioè Publio Afranio Potito, uomo popolare, ed Atanio Secondo, cavaliere, fecero voto, l'uno di dar la propria vita, se egli ricuperava la salute, l'altro di combattere fra i gladiatori, con esporsi al pericolo della morte, purchè Caligola guarisse. Guarito ch'egli fu, d'inesplicabile giubilo si riempiè tutta la città. Ma non tardò molto a cangiarsi scena. La prima sua strepitosa iniquità quella fu di levar di vitaTiberio Gemello, nipote legittimo e naturale di Tiberio Augusto, e da lui adottato per figliuolo, con obbligarlo ad uccidersi da sè stesso; perciocchè Cajo sì scrupoloso era, che non potea permettere a chicchessia di torre la vita al nipote di un imperadore. Per iscusa di questa crudeltà addusse l'essere egli stato accertato, che il giovinetto Tiberio si era rallegrato della sua infermità, ed avea desiderata la sua morte. Passò oltre il suo bestial capriccio con esigere, che chi avea fatto voto della vita, per salvare la sua,eseguisse la promessa, affinchè non rimanessero con lo spergiuro in corpo.
Fece in quest'anno Cajo alcune azioni che piacquero al popolo[Dio, lib. 59.], perchè restituì alla plebe il suo diritto ne' comizii per l'elezione de' magistrati che Tiberio avea ristretto nei senatori: il che ebbe poco effetto. Ordinò che pubblicamente si rendessero i conti delle rendite e spese della repubblica: regolamento dismesso sotto Tiberio. Essendo sminuito forte l'ordine de' cavalieri, lo ristorò con ascrivere ad esso molti scelti dalla nobilità delle città dell'imperio, purchè ben imparentati, e sufficientemente ricchi, concedendo loro anche de' privilegi. Con decreto del senato diede aSoemoil regno, o sia principato dell'Arabia Iturea; aCotysl'Armenia minore, e poscia alcune parti dell'Arabia. Concedette ancora una parte della Tracia aRimetalce, e il Ponto aPolemone, figliuolo del re Polemone; esercitando in tal guisa la giurisdizione romana sopra que' lontani paesi, ed affezionando quei re al romano imperio. Non furono già di questo tenore altre sue azioni nell'anno presente. Già dicemmo ch'egli per opera di Macrone prefetto del pretorio avea ottenuto l'imperio. Perchè quest'uomo, per altro cattivo, osava di parlargli con qualche franchezza[Philo, in Legatione ad Cajum.], forse per ritenerlo dall'esecuzione de' suoi malnati appetiti; Cajo, che non voleva più aver sopra di sè dei maestri, dallo sprezzo passò alla risoluzione di levarlo dal mondo, dopo avergli promesso il governo dell'Egitto. Macrone prevenne il carnefice con darsi da sè stesso la morte; e non meno di lui fece Ennia Nevia sua moglie, quella medesima, con cui Caligola avea tenuta, per quanto fu creduto, una pratica disonesta. Parve ad ognuno troppo nera l'ingratitudine di lui verso persone tali; e più indegno si riputò il delitto apposto loro dal medesimo imperadore, con chiamarli ruffiani, quando in lui ricadeva questo reato.Suocero d'esso Cajo era Marco Giunio Silano, già stato console, uomo di gran nobiltà, di gran senno, e primo nel senato a dire il suo parere, allorchè regnava Tiberio. Sua figliuolaGiunia Claudillamaritata con Caligola non per anche imperadore, era, per attestato di Dione[Dio, lib. 59.], stata ripudiata. Tacito[Dio, lib. 59. Tacit., Annal., lib. 6, c. 46.]la dice morta in breve, forse di parto. A questo illustre personaggio tali affronti fece Cajo, che l'indusse, secondo l'empio stile d'allora, a darsi la morte da sè stesso. Di ciò parla Dione all'anno precedente. Abbiamo anche da Tacito[Tacitus, in Vita Agricolae.]e da Seneca, che Caligola volle dar l'incombenza d'accusar Silano a Giulio Grecino, senatore di rara probità, che compose alcuni libri dell'Agricoltura, menzionati anche da Plinio, e che fu padre di Giulio Agricola, la cui vita scritta da Tacito è pervenuta ai nostri giorni. Generosamente se ne scusò egli, e per questa bella azione meritò che il crudele Caligola il facesse morire. Racconta Seneca[Seneca, de Benefic., lib. 2, c. 21.]di questo Grecino, che mancandogli il denaro per celebrar de' giuochi pubblici, Fabio Persico, probabilmente quello stesso che fu console nell'anno 34 della nostra Era, ma uomo screditato, gliene mandò ad esibire una buona somma. La rifiutò Grecino, e agli amici che il biasimavano di questo, rispose: «Come vorreste voi ch'io ricevessi dei danari da uno, con cui mi vergognerei anche di stare a tavola?»
Quanta fosse la corruzion de' costumi in Roma pagana per questi tempi, sarebbe facile il mostrarlo. Caligola anch'egli ne lasciò degl'infami esempli[Sueton., in Cajo, cap. 24.]. Tre sorelle avea egli, cioèDrusilla,AgrippinaeLivilla. Con tutte e tre, o vergini o maritate, disonestamente conversò. Sopra l'altre amò Drusilla, a cui tolto avea l'onore giovinetto. Era essa stata dipoi maritata con Lucio Cassio Longino, che fu console. Caligola glielatolse, e la tenne e trattò da legittima consorte. Dione[Dio, lib. 59.], non so come, la fa moglie (forse in seconde nozze) di Marco Lepido, notando nondimeno anch'egli l'obbrobrioso commercio del fratello con essa. Fu costei in quest'anno rapita dalla morte, verisimilmente verso il fine di luglio. Caio n'ebbe a impazzire, e cadde in istravaganze ridicole. Dopo un solennissimo funerale e lutto pubblico, fece decretare ad essa gli onori dati a Livia Augusta, e deificarla e alzarle dei templi; e si trovò un senator sì vile, cioè Livio Geminio, che con giuramento affermò di aver veduta Drusilla salire al cielo, e ne riportò un buon regalo da Caio. Seneca anch'egli si rise di costui. Oltre a ciò come forsennato all'improvviso si partì da Roma, fece un viaggio nella Campania, arrivò sino a Siracusa, e poi frettolosamente ritornò a Roma, senza essersi fatta radere la barba nè tosare i capelli. Andò tanto innanzi la frenesia di Caio, che fece morir non so quante persone per due opposti motivi o pretesti; cioè le une perchè si erano rattristate per la morte di Drusilla, quasi che fosse un gran delitto l'affliggersi per chi era divenuta partecipe della divinità; e l'altre, perchè o avessero fatto conviti, o balli, o fossero ite al bagno nel tempo del lutto per Drusilla, parendo ciò un rellegrarsi della sua morte. Chi potea indovinarla con un sì furioso e pazzo Augusto? Altri nondimeno han creduto ch'egli spigolasse sì fatti pretesti, per ingoiar le ricchezze dei condannati a diritto o a torto; imperciocchè il folle ne' primi mesi fece un tale scialacquamento di denaro, che consumò colla sua prodigalità in doni e pubblici giuochi gli immensi tesori che l'avaro Tiberio avea radunato; e, trovandosi poi smunto, diede ad ogni sorta di violenza, o pubblica con imporre gravezze, o privata con levar di vita i ricchi innocenti, per soddisfare ai suoi capricciosi voleri colle loro sostanze. Quando altra accusa mancava,sempre era in pronto quella che avessero avuta parte nella morte dei di lui genitori e fratelli.
Un'altra ridicolosa comparsa avea fatto questo imperadore, forse nell'anno precedente, come s'ha da Dione[Dio, lib. 59. Sueton., in Cajo, cap. 25.]. Invitato alle nozze di Caio Calpurnio Pisone conLivia(o siaCornelia)Orestilla, appena ebbe veduta quella giovinetta che se ne invaghì con dire a Pisone: «Non ti venga talento di toccare mia moglie.» E tosto seco la condusse in corte, poi fra pochi dì la ripudiò; e da li a due anni ragguagliato ch'essa avea commercio col primo marito, relegò l'uno e l'altra. Inoltre pochi giorni dopo la morte di Drusilla avendo esso Caio udito parlare della straordinaria bellezza dell'avola diLollia Paolina, moglie di Caio Memmio Regolo, già stato console, e che era allora governatore della Macedonia ed Acaia, stranamente avvisandosi che non fosse minor la beltà della nipote, mandò a prendere essaPaolina, e la sposò, con obbligar suo marito ad adottarla per figliuola. Ma svaghitosene fra poco, la ripudiò, con precetto a lei fatto di non avere carnal commercio con altr'uomo in avvenire. Sposò dipoiCesonia Milonia, che già avea avuto tre figliuole da un altro marito; donna che sapea il mestiere di farsi amare. E la sposò nel dì stesso che la medesima partorì una figliuola, ch'egli riconobbe per sua, ed ebbe nomeGiulia Drusilla. Dione la fa nata un mese dopo, e riferisce all'anno seguente un tal matrimonio[Dio, lib. 59.]. Intanto si diede meglio a conoscere la sua furiosa passione di mirar con piacere le morti degli uomini. I giuochi funesti de' gladiatori erano il suo maggior sollazzo. Sollecitava anche i nobili, benchè fosse contro le leggi, a combattere negli anfiteatri e a farsi scannare. Non contento del duello d'uno con uno, ne voleva delle schiere; e un dì fece combattere ventisei cavalieri romani, mostrandogran contento allo spargimento del loro sangue. Talvolta ancora, mancando i gladiatori, facea ghermire taluno della plebe; e colla lingua tagliata, affinchè non potesse gridare, il forzava a combattere con le fiere. Così di giorno in giorno andava egli crescendo nella crudeltà, sfoggiando nelle pazzie, e gettando smoderata copia di danaro in vari spettacoli e in demolir case per nuovi anfiteatri. In quest'anno[Philo, in Flacc. Joseph., in Antiq. Judaic. Eusebius, et alii.], per quanto si crede, la mano di Dio cominciò a farsi sentire in Levante contra de' Giudei, fieri persecutori del già nato Cristianesimo. Ebbero principio in Egitto le turbolenze mosse contra di tal nazione, che in più centinaia di migliaia abitava in quella ricchissima provincia, con essersi sollevato il popolo di Alessandria contra d'essi in occasione che il reAgrippaarrivò a quella città. Gran copia di loro fu maltrattata, tormentata, uccisa; saccheggiate le lor case, spogliati i magazzini, e ridotto quel gran popolo ad un'estrema miseria. La storia distesamente si legge ne' libri di Filone contra Flacco, negli Annali del Baronio all'anno 40, in quei dell'Usserio e d'altri. L'istituto mio non soffre ch'io ne dica di più.
Consoli
Cajo Cesare Caligola Augustoper la seconda volta,Lucio Apronio Cesiano.
Solamente per tutto il gennaio tenneCaligolail consolato[Sueton., in Cajo, cap. 17.], e nelle calende di febbraio, per attestato di Dione[Dio, lib. 59.], rinunziò la dignità aMarco Sanquinio Massimo, che era stato console un'altra volta. ContinuòApronio Cesianonell'uffizio sino alla fine di giugno, per testimonianzadel medesimo storico, e nelle susseguenti calende dicono che gli fu sostituitoGneo Domizio Corbulone. Così il padre Stampa[Stampa, Continuat. Fastor. Sigonius et alii.]ed altri, negando la sostituzione d'altri consoli. Ma Dione scrive, che incolpati da Caio i consoli, per non aver intimate le ferie pel suo giorno natalizio, e per aver solennizzata la vittoria d'Augusto contra di Marco Antonio, furono in quello stesso dì, cioè del suo natale, degradati, con rompere i loro fasci: ignominia tale, che l'un di essi consoli si uccise di poi da sè stesso. Aggiugne che allora succedette nel consolatoDomizio Africano. Secondo Svetonio[Sueton., in Cajo, c. 8.]Cajo Caligola nacque nel dì 31 d'agosto; e però in quel dì succedette la mutazion de' consoli, eDomizio Africanoeletto console da Caligola, tenne il consolato sino al fine dell'anno.Domitium Afrum Collegam Cajus ipse sibi re, verbo Populus elegit.Certo è, essere stati due personaggi diversiDomizio Corbulone e Domizio Africano, come si ricava da Tacito[Tacitus, Annal., lib. 3, cap. 33, et lib. 4, c. 52.]che li nomina amendue. Dione anch'egli parla di essi sotto l'anno presente, con dire cheDomizio Corbulonesi guadagnò il consolato con far dei processi, e poscia aggiugne che ancheDomizio Africanofu creato console. Quel solo che resta scuro, si è, qual dei due consoli deposti si troncasse il filo della vita; perciocchè tanto Sanquinio Massimo, quanto Corbulone sembra che vivessero alcuni anni ancora, se pur di amendue parla Tacito negli Annali[Tacitus, Annal., lib. II, cap. 18.]. Cajo nell'anno presente levò di nuovo al popolo il diritto dei Comizii, perchè ne seguiva dell'imbroglio, e lo restituì al senato. Era per altre cagioni in collera contro d'esso popolo, perchè sapea d'esserne odiato; vedea che scarso era il loro concorso agli spettacoli; e più volte intese che aveano levato rumore controle spie e gli accusatori. Però molti di quando in quando ne fece ammazzare, e si augurava che un solo collo avesse tutto il popolo romano per poterlo tagliare con un sol colpo. Nel medesimo tempo andava crescendo la di lui crudeltà anche verso i nobili e i ricchi, trovandosi con facilità dei pretesti per farli accusare e condannare a fine di mettere le griffe sopra le loro ricchezze e beni. Di Calvisio Sabino senatore, di Prisco pretore e d'altri parla Dione, con aggiungere che tutto il senato e popolo all'udirlo un dì lodar Tiberio, e minacciar tutti, rimasero sbalorditi e tremanti; e la conciarono per allora con delle adulazioni e lodi eccessive. Domizio Africano, del cui consolato poco fa s'è ragionato, seppe anch'egli con ripiego di fina accortezza schivar la mala ventura. Credendo costui d'acquistarsi un gran merito, avea esposta una statua di Caligola, con dire nell'iscrizione ch'esso Augusto in età di ventisette anni era giunto ad essere console due volte. Prese Caligola con quella sua testa sventata al rovescio l'espressione, parendogli fatto un rimprovero a sè stesso per la sua età, e per le leggi che non permetteano in sì poco tempo tali onori. Però considerando che uomo accreditato nell'eloquenza del foro fosse Domizio, composta un'orazione con molto studio volle egli stesso accusarlo in senato. L'accorto Domizio, finita ch'egli ebbe la diceria, senza mettersi a difendere sè stesso, si mostrò solamente stupefatto per la forza e bellezza dell'orazione di Caio, con rilevarne tutti i passi più luminosi e lodarli. Richiesto poi di difendersi, se potea, rispose d'essere vinto da così forte eloquenza, ed altro non restargli, se non di ricorrere alla clemenza di Cesare; e, in così dire, se gli gittò supplichevole ai piedi, implorando misericordia. Caio gonfio per aver superato un oratore di tanto nome, gli perdonò il resto, ed in appresso il creò console.
Ma non meno della crudeltà crescevain lui anche la frenesia o pazzia, profondendo sempre più a sproposito immenso danaro negli spettacoli[Sueton., in Cajo, cap. 54. Dio, lib. 59.]. Egli stesso sulla carretta talvolta andò nel circo a gareggiar nella corsa coi plebei professori; e guai a quegli uomini e cavalli che gli andavano innanzi. Fra gli altri ebbe un cavallo prediletto, a cui avea posto il nome d'Incitato. Lo tenea seco a tavola, dandogli biada in vasi d'oro, e in bicchieroni d'oro del vino. Forse fu una burla il dirsi che egli avea anche promesso di crearlo console un dì; e che l'avrebbe fatto, se fosse vivuto più tempo. Poca gloria a questo forsennato regnante pareva il passeggiar per terra a cavallo. Volle far vedere ai Romani, che gli dava l'animo di cavalcar sopra il mare. Fece dunque fabbricar un ponte in un seno di esso mare fra Baja e Pozzuolo, lungo da tre miglia e mezzo con due file di navi da carico, fermate con ancore, e fatte venir anche da lontano[Sueton., in Cajo, c. 19.]: il che poi cagionò una gran carestia in Roma e nell'Italia. Sopra vi fu fatto un piano di terra con varie case ben provvedute d'acqua dolce. Per questo ponte fabbricato con immensa spesa, un dì montato sopra un superbo cavallo, armato colla corazza riputata di Alessandro Magno, e con sopravvesta ornata d'oro e di gemme, spada al fianco, e scudo imbracciato e con corona di quercia in capo, marciò l'intrepido imperadore con tutta la sua corte da Baja a Pozzuolo, quasichè andasse ad assalire un'armata nemica; e come se fosse stanco per una data battaglia, si riposò poi in quella città. Nel seguente giorno salito sopra un carro tirato dai suoi più superbi destrieri, con Dario avanti, uno degli ostaggi dei Parti, seguitato da essa sua corte tutta in gala, e da alcune schiere di pretoriani, ripassò di nuovo sul medesimo ponte; in mezzo al quale alzato un tribunale, arringò, come se avesse conseguita qualche gran vittoria, lodando i soldati, quasiche fossero usciti di pericolo, gloriandosi sopra tutto di aver calpestato coi piedi il mare. Dato poscia un congiario o sia regalo al popolo, egli coi cortigiani sul ponte, e gli altri in varie navi, passarono il rimanente del giorno e la notte in gozzoviglie e in ubbriacarsi, essendo tutto il ponte colla collina d'intorno illuminato da fiaccole, fuochi ed altri lumi, talmente che la notte non invidiava al giorno. Nel calore del vino e dell'allegria molti furono gittati per divertimento in mare, e molti ve ne gittò lo stesso Caio, dei quali perirono alcuni. Così terminò la gran funzione, con vantarsi il prode Augusto di aver messo terrore al mare, e con ridersi di Dario e di Serse, per aver egli domato il mare per un tratto più lungo. Le immense spese fatte in quest'azion da teatro, incitarono dipoi lo smunto Augusto a far danari per tutte le vie, e massimamente colle condanne dei benestanti. Fra questi uno fu il celebre filosofoLucio Anneo Seneca, tenuto pel più saggio di Roma, che corse gran pericolo, non già per qualche suo delitto, ma solamente per aver trattata con vigore nel senato una causa alla presenza dello stesso Caligola, che se l'ebbe a male, o perchè proteggesse co' desiderii quella causa, o perchè gli spiacesse chi era più eloquente di lui. Il fece dunque condannare; ma il lasciò poi vivere per avere inteso da una donnicciuola di corte, che questo filosofo era tisico e poco potea campare.
Prese susseguentemente Caligola all'improvviso la risoluzione di passar nella Gallia, col pretesto della guerra non mai bene estinta coi Germani; ma veramente per far bottino addosso alle provincie romane, ed insieme per dar a conoscere l'insigne suo valore e potenza ai Barbari, dopo averne data una sì bella lezione al mare stesso. Dovette accadere la sua partenza negli ultimi mesi di questo anno. Fu detto, che raunò dugentomila, ed altri anche scrissero dugento cinquantamila armati. Direste ch'eglisicuramente subbissò con tante forze la Germania. Andò a finire anche questo formidabil apparato in una scena comica. Appena ebbe passato il Reno, che marciando in carrozza in mezzo all'esercito per dei passi stretti, gli fu detto che sorgerebbe ivi della confusione se i nemici venissero ad assalire i Romani. Bastò questo, perchè egli salito a cavallo, con fretta se ne tornasse al ponte del Reno, e trovatolo impedito dalle carrette dei bagagli, si facesse portar di là sulle spalle dagli uomini, non parendogli mai d'essere in sicuro dai Germani, finchè non ebbe la barriera del Reno davanti. In quella ridicolosa spedizione fece un dì nascondere alcuni Tedeschi della sua guardia di là da esso Reno, acciocchè nel tempo del desinare gli fosse portata la nuova che il nemico veniva. Allora saltato su da tavola, colle milizie corse contra quelle sognate truppe, e giunto in un bosco vi spese il resto del giorno a far tagliare degli alberi, per innalzarvi de' trofei dell'oste nemica da lui messa in fuga, confortando intanto alla tolleranza le legioni colla speranza di menar meglio le mani un'altra volta. Ed intanto scrivea lettere di fuoco al senato, perchè in Roma si faceano dei conviti ed altri divertimenti, mentre egli si trovava in mezzo ai pericoli della guerra. Venne in questi tempi a mettersi sotto la di lui protezione con pochi de' suoi Adminio figliuolo d'uno dei re della gran Bretagna, cacciato dal padre. Come s'egli avesse conquistata la Bretagna, spedì tosto corrieri a Roma con lettere laureate, ed ordine ad essi di presentarsi sol quando il senato fosse adunato nel tempio di Marte, e di consegnar le lettere in mano dei consoli. Fecesi anco proclamar imperadore per la settima volta, quasichè egli avesse riportata qualche vittoria, quando neppur uno dei Germani provò se erano ben affilate le spade romane. Queste furono le bravure e conquiste del buffonesco imperadore, che diedero da ridere a tutti, e specialmenteagli stessi Germani, i quali s'avvidero per tempo della di lui vanità e paura, nè ebbero più apprensione alcuna di lui. Il tempo preciso di queste sue ridicolose prodezze non è assegnato dagli antichi scrittori.
Diedero per lo contrario da piagnere alla Gallia le inaudite sue estorsioni per far danaro. Non contento dei regali che gli portavano i deputati delle città, si applicò a far morire i più ricchi di quelle contrade sotto diversi pretesti; occupando le lor terre, e vendendole dipoi anche per forza a chi non ne avea voglia, ed era obbligato a pagarle molto più che non valevano. Trovandosi un giorno al giuoco, gli fu detto che mancava il danaro. Fecesi tosto portare i catasti dei beni della Gallia, comandò che i meglio possidenti fossero privati di vita; rivoltosi poi agli altri giocatori, disse: «Voi giuocate di poco; ma io giuoco a guadagnar sei milioni.» Profuse bensì un gran danaro in regalar le milizie, ma insieme cassò molti uffiziali; ad altri assaissimi negò la promozione dovuta; e a gran copia di soldati per capricciose ragioni fece levar la vita. Soprattutto risonò la morte da lui data a due dei suoi principali magistrati. L'uno fuGneo Lentolo Getulicodella primaria nobiltà romana, che per dieci anni avea tenuto il governo dell'armi della Germania. Perchè egli, secondo il sentimento di Dione, s'era guadagnata la benevolenza de' soldati, questo fu il gran delitto per cui Caligola il tolse dal mondo. Ma probabilmente anch'egli fu incolpato, come mischiato in una congiura tramata contra d'esso Augusto daMarco Emilio Lepido, non so se vera o falsa. Svetonio la dà per vera. Aveva Cajo condotte seco nel viaggio le sue sorelleAgrippinaeLivilla, disonestamente amate da lui, e prostituite anche da altri. Lepido era loro parente, sì per essere figliuolo di Giulia nipote d'Augusto e sorella d'Agrippina lor madre, e sì per essere stato marito diDrusilla, loro sorella. La confidenza chepassava fra essi a cagion della parentela, degenerò facilmente in un infame commercio, cosa non rara fra i Pagani, seguaci di una falsa e sporca religione. Sapendo le sorelle, quanto fosse odiato il fratello, ed aspirando spezialmente l'ambiziosa Agrippina a divenir imperadrice, macchinarono tutti e tre contra di Caligola, perchè Lepido si prometteva di succedergli. Scoperta la trama, Lepido la pagò con la vita; ed Agrippina e Livilla furono relegate nell'isola di Ponza, con aver anche Cajo obbligata Agrippina a portare a Roma le ceneri del drudo in un'urna. Disse che oltre alle isole egli avea per loro anche delle spade. Scrisse poscia al senato di avere scappato quella pericolosa burrasca, e mandò a Roma i biglietti che attestavano l'impudica lor vita, e la lor lega coi congiurati, e tre pugnali inoltre destinali a torgli la vita, con ordine di consecrarli a Marte vendicatore[Sueton., in Cajo, cap. 39.]. Fece da lì a poco venir nella Gallia tutti gli ornamenti e le suppellettili, gli schiavi, ed anche i liberti delle sorelle per ricavarne danaro (perchè spesso lo scialacquatore ne scarseggiava), e trovato che li vendea ben cari, nella maniera nondimeno che dissi da lui praticata: comandò tosto, che fossero condotte da Roma anche tutte le più belle e preziose masserizie del palazzo imperiale, prendendo per forza tutte le carrette e cavalli che si trovavano per le pubbliche strade, affin di condurle, non senza grave danno e lamento dei popoli. Tutto ancora vendè come all'incanto nella Gallia, e carissimo, perchè volea che si pagasse anche il fumo, con aver messo de' biglietti sopra cadaun di que' mobili; in uno d'essi dicea: «Questo fu di mio padre; quest'altro di mio nonno e di mia madre; quest'era di Marc'Antonio in Egitto; questo lo guadagnò Augusto in una tal vittoria;» e così discorrendo. Tutto il danaro poi si dissipò in breve tra le paghe e i regali dei soldati, ed alcuni spettacoli ch'egli volle dar in Lione primadel suo ritorno, succeduto nell'anno seguente.
Consoli
Cajo Cesare Caligola Augustoper la terza volta.
Solo fu console ad aprir l'annoCajo Caligola, non già perchè egli non avesse nominato il collega; ma perchè, come abbiamo da Svetonio e da Dione[Sueton., in Cajo, cap. 17. Dio, lib. 59.], il console disegnato morì nell'ultimo dì del precedente anno, nè vi restò tempo da provvedere. Si ritrovarono imbrogliati i senatori per non esservi in Roma capo alcuno del senato, nè si attentavano i pretori a convocare esso senato, benchè loro appartenesse tale officio nell'assenza e mancanza de' consoli. Contuttociò da loro stessi salirono nelle calende di gennajo al Campidoglio, e quivi fecero i sacrifizii; posta anche la sedia di Caligola nel tempio, l'adorarono; e, come s'egli fosse stato presente, gli fecero l'offerta dei doni che in testimonianza del loro amore avea introdotto Augusto. Tiberio poi la dismise, e Caligola per avarizia la rinnovò. Null'altro osarono di fare in quel dì i senatori, se non di caricar di lodi l'imperadore, e di augurargli delle immense prosperità. Si contennero anche nei dì seguenti, finchè arrivò l'avviso, che Caligola giunto a Lione avea dimesso il consolato nel dì 12 di gennajo. Allora entrarono nella dignità i due consoli sostituiti. Dione li lasciò nella penna. Secondo le conghietture d'alcuni eruditi questi furono Lucio Gellio Poblicola e Marco Coccejo Nerva; ma non è cosa esente da dubbii; e molto meno che nelle calende di luglio fossero sostituiti Sesto Giulio Celere e Sesto Nonio Quintiliano, come altri han creduto. In Lione, siccome accennai, si ritrovò Caligola nellecalende di gennajo[Sueton., in Cajo, cap. 20.], e probabilmente allora per onorare il suo consolato, celebrò quivi gli spettacoli mentovati da Svetonio e da Dione. Furono vari, ma non vi mancò quella della gara nell'eloquenza greca e latina, giuoco solito a farsi in quella città alla statua d'Augusto. Chi era vinto pagava il premio ai vincitori, ed era tenuto a fare un componimento in lor lode. Coloro poi, che in vece di piacere dispiacevano, doveano colla lingua, o con una spugna cancellare il loro scritto, se pur non eleggevano d'essere sferzati dai discepoli, ovvero tuffati nel fiume vicino. Era tuttavia Cajo in Lione, quando arrivò colà chiamato da luiTolomeo re, figliuolo di Giuba già re delle due Mauritanie, e suo cugino. Fu onorevolmente ricevuto. Ma o sia ch'egli entrato nel teatro per ragione del grande sfarzo recasse gelosia al luminare maggiore, o pure che Cajo, informato delle molte di lui ricchezze, le volesse far sue: fuor di dubbio è, che il mandò in esilio, e poscia (forse nel cammino) con somma perfidia il fece ammazzare: iniquità, per cui i suoi sudditi si ribellarono dipoi al romano imperio. AncheMitridate re dell'Armeniain altro tempo fu da lui mandato in esilio, ma non ucciso. Poscia, prima di ritornare in Italia, volle Caligola coronar tante sue gloriose imprese con un'azione magnifica[Dio, lib. 59. Sueton., cap. 46. Aurelius Victor de Caesarib.]. Sul lido dell'Oceano per ordine suo andò tutto il suo esercito ad accamparsi con gran copia di macchine e d'attrezzi militari, ed egli imbarcatosi in una galea, per mare arrivò colà. Ognun si aspettava che egli pensasse portar la guerra nella Bretagna: e forse ne avea formato il disegno: quand'ecco smontato egli di nave, salì sopra un alto trono, fece ordinare in battaglia tutte le schiere, e sonar le trombe, dare il segno della zuffa, come se fosse vicino un gran combattimento, senza vedersi intanto nemicoalcuno. Poscia tutto ad un punto ordinò ai soldati di raccogliere sul lido quante conchiglie o nicchi potessero nelle celate e nel seno, chiamandole spoglie dell'Oceano da portarsi a Roma, e da mettersi nel Campidoglio. In memoria di questa sua segnalata vittoria fece fabbricare ivi un'alta torre. Vennegli anche in testa prima di partirsi dalla Gallia, di far tagliare a pezzi le legioni che si rivoltarono molti anni addietro contra di Germanico suo padre, ed assediarono anche lui stesso fanciullo. Tanto gli dissero i suoi consiglieri, che depose così matta e crudel voglia; non poterono però tanto, ch'egli non persistesse nel volere almen decimare que' soldati. Feceli per tanto raunar tutti senz'armi e senza spada, ed attorniare dalla cavalleria; ma accortosi che molti d'essi dubitando di qualche insulto, correano a prendere l'armi, fu ben presto a levarsi di là, ed affrettare il suo ritorno in Italia.
Venne egli, ma pieno di mal talento, contro al senato. Si trovavano stranamente imbrogliati i senatori, per non sapere come regolarsi con un sì fantastico e pazzo imperadore[Sueton., in Caligula, cap. 49.]. Se gli decretavano onori straordinari per la sua pretesa vittoria de' Germani e Britanni, temevano del male, quasi che il beffassero; e non decretandone alcuno, o pochi a misura dei di lui desiderii, ne temevano altrettanto. Egli inoltre avea scritto di non volere onori; e pur da lì a non molto tornò a scrivere, lamentandosi che l'aveano defraudato del trionfo a lui dovuto. Ed avendogli il senato inviato all'incontro un'ambasceria, sollecitandolo a venire a Roma:Verrò, verrò, rispose,e con questa, tenendo la mano sul pomo della spada. Fece anche pubblicamente sapere a Roma, ch'egli ritornava, ma solamente per coloro che desideravano il suo arrivo, cioè per l'ordine equestre e popolo, perchè quanto a sè non si terrebbe più per cittadino nè per principe del senato. Nè dipoi volle che alcun de' senatori venissead incontrarlo. O rifiutato o differito il trionfo, si contentò dell'ovazione: col qual onore entrò in Roma nel dì 31 d'agosto, giorno suo natalizio, conducendo seco per pompa que' pochi prigionieri disertori tedeschi che potè avere, a' quali unì una mano d'uomini d'alta statura, raccolti nella Gallia, e fatti tosare e vestire alla tedesca. Menò ancora, e buona parte per terra, le galee che l'aveano servito nella ridicolosa spedizione contra della gran Bretagna[Dio, lib. 59.]. Gittò poi in questa occasione dall'alto della basilica giulia gran quantità d'oro e d'argento, e nella folla molti vi perirono. Dopo tal solennità comandò che fosse ucciso Cassio Betulino, e volle che Capitone di lui padre assistesse a sì funesto spettacolo; e perchè questi osò di chiedergli, se permetteva a lui la vita, a lui ancora la levò. Rappacificossi poi col senato per un accidente. Entrato nella curia Protogene, corsero tutti i senatori a complimentarlo, e a toccargli, secondo il costume, la mano. Fra gli altri essendosi a lui presentato Scribonio Proculo uno d'essi, Protogene, ministro della crudeltà di Cajo, guatandolo con occhio torvo:E tu ancora, disse,hai ardire di salutarmi; tu che cotanto odii l'imperatore?Allora i senatori si scagliarono addosso all'infelice, come ad un mostro e nemico pubblico; e con gli stiletti da scrivere, che ognuno portava addosso, tante gliene diedero, che lo stesero morto a terra. Il suo corpo fatto in brani fu poi strascinato per la città. Questo atto de' senatori, e l'aver eglino decretato[Dio, in Excerptis Valesianis.]che l'imperadore avesse da sedere in un sì alto tribunale, che niuno potesse arrivarvi, e tener ivi le guardie, e che si mettessero anche dei soldati alle di lui statue; cagion fu, ch'egli si ammollì e perdonò a quell'augusto ordine: e similmente mostrò piacere, che i senatori più che mai l'adulassero, chi dandogli il titolo d'eroe, e chi di dio; il che servìa maggiormente farlo impazzire. Gran tempo era, che questa legger testa si riputava più che uomo, ed ambiva gli onori divini. Già avea comandato che in Mileto, città dell'Asia, si fabbricasse un tempio in onor suo. Un altro ancora se ne fece alzare in Roma; e si trovarono intieri popoli, e massimamente gli Alessandrini, che a questa ridicolosa divinità davano gl'incensi. Perchè i Giudei, divoti del solo vero Dio, non vollero consentire a tanta empietà, patirono di molti guai, e meraviglia fu che non gli sterminasse tutti. Le pazzie che fece Cajo, per sostenere questa sua vana opinione di deità, raccontate da Dione, sono innumerabili. Sulle prime si pareggiava ai semidei, vestendosi talora, come Ercole, Bacco ed altri simili. Passò ad uguagliarsi agli dii, e a gareggiar con Giove stesso. Al vederlo un dì assiso sul trono in abito di Giove, un ciabattino nativo della Gallia non potè contenere le risa. Avvedutosene Cajo, e chiamatolo, gli domandò chi credeva egli che fosse:Un gran pazzo, con gran sincerità rispose il buon uomo. E pur Cajo, che per tanto meno avrebbe fatto morire un intero senato, male non fece a costui, perchè più sopportava la libertà dei plebei che dei grandi. La via che tenneLucio Vitellio, padre dell'altro che fu imperadore, per salvare la propria vita, fu la seguente. Richiamato egli in quest'anno dalla Soria, nel cui governo come proconsole s'era acquistato non poco onore, con ripulsare Artabano re de' Parti, venne a Roma. Cajo, parte per invidia alla di lui gloria, parte per paura di un personaggio sì generoso, avea già fissata la di lui morte. Subodorato questo suo pericolo[Sueton., in Vitellio, cap. 2.], Vitellio prese il ripiego dell'adulazione e d'impazzire coi pazzi; e presentatosi davanti a lui con abito vile, e col capo velato, come si faceva ai falsi dii, se gli prostrò a' piedi con dirotte lagrime, dicendo, chenon v'era altri che un Diopar suo capace di perdonargli, promettendo di fargli de' sagrifizii se potea conseguir la sua grazia. Non solamente Caligola gli perdonò, ma il tenne da lì innanzi per uno de' suoi principali amici. E Vitellio trovata così utile l'adulazione, continuò poi sotto Claudio Augusto a valersene con perpetua infamia del suo nome. Intanto non mancarono a Roma altri spettacoli della pazza crudeltà di Caligola, accennati da Dione e da Svetonio, non potendosi abbastanza esprimere a quante metamorfosi fosse suggetto quel cervello bisbetico, volendo oggi una cosa, domani il contrario; ora amando ed ora odiando le medesime persone; prodigo insieme ed avaro; sprezzator de' suoi dii, e un coniglio, qualora udiva il tuono; talora perdonando i gran falli, ed altre volte gastigando colla morte i minimi; e così discorrendo; tutti caratteri d'uomo a cui s'era intorbidato più d'un poco il cervello. Fu anche creduto, cheCesoniasua moglie con dargli una bevanda amatoria l'avesse conciato così. La qual poscia fra le carezze che le faceva il consorte, ne sentiva anche ella delle belle: imperocchè baciandole il collo, più volte Cajo le dicea:Oh che bel collo, che subito che me ne venga talento sarà tagliato!Ma sopra tutto tenne egli saldo il costume di far morire chi de' grandi non gli mostrava assai affetto: con avere sempre in bocca il detto di Azzio tragico poeta:Oderint, dum metuant. Mi odiino quanto vogliono, purchè mi temano.Un simile tirannico motto fu in uso a Tiberio[Sueton., in Tiber., cap. 59.].
Consoli
Cajo Cesare Caligola Augustoper la quarta volta eGneo Sentio Saturnino.
Che Caligola fosse in questo anno console per la quarta volta, e deponesse tal dignità nel dì 7 di gennaio, l'abbiamo da Svetonio[Suet., in Cajo, cap. 17.], il quale ancora aggiugne, che egli unìi due ultimi consolati, per essere stato console anche nell'anno antecedente. Secondo il Pagi[Pagius, Dissert. Hypatic.]ed altri, in vece diduedovrebbe avere scritto Svetoniotre, perchè egli entrò console anche nell'anno 39 della nostra Era. Che a lui nel consolato fosse sostituitoQuinto Pomponio Secondonello stesso dì 7 gennaio, si raccoglie da Dione[Dio, lib. 59.], che per tale il nomina nel dì 24 del suddetto mese, in cui fu ucciso Caligola. E Giuseppe Ebreo[Joseph., Antiquit. Judaic., lib. 19, c. 1.]attesta anche egli, che erano consoliSentio SaturninoePomponio Secondo, allorchè Claudio salì all'imperio. Nei Fasti di Cassiodoro consoli dell'anno presente son dettiSecondoeVenusto: e però il Panvinio ed altri han portata opinione, che nelle calende di luglio questoVenustosuccedesse a Saturnino. Monsignor Bianchini[Blanchin., in Anast.], che non trovò consoli in questo anno, e lasciò scappar l'anno medesimo, per assettare la nuova sua cronologia, difficilmente può sperar seguaci in tale opinione. Erano già pervenuti i Romani alla disperazione, veggendosi governati da un Augusto, se non tutto, almen mezzo pazzo e mezzo furioso, il quale specialmente esercitava il suo furore contro la nobiltà; che angariava con insopportabiliimposte e gravezze i popoli, con inviare non i soliti uffiziali, ma i soldati a riscuoterle; che avea[Joseph., Antiquit. Judaic., lib. 19, cap. 1.]spogliato ogni tempio della Grecia di tutte le lor più belle pitture e statue; che permetteva agli schiavi di accusare in giudizio i lor padroni (cosa inaudita), di modo che lo stesso Claudio, zio paterno dell'imperadore, accusato da Polluce suo schiavo, corse pericolo della vita, e fu obbligato a difendersi in senato; Augusto finalmente, che tutto dì si vedea far delle nove pazzie, indegne d'ogni persona ragionevole, non che di un imperadore. Perciò tutti sospiravano, chi per vendetta del passato, chi per impazienza del mal presente, e chi per timore di peggio nell'avvenire, che la terra fosse oramai liberata da questo mostro. Ma niuno osava. I soldati pretoriani, cioè delle guardie, grosso corpo di gente avvezza all'armi, ed affezionata a Caligola per le frequenti sue liberalità, faceano venir meno il coraggio a chiunque avesse voluto tentare contro la vita di lui. Contuttociò non mancarono persone, che, per proprii riguardi e compassione del pubblico, il quale andava di male in peggio, cominciarono a tramar delle congiure. I principali e più coraggiosi furonoCassio ChereaeMarco Annio Minuciano. Era il primo uno dei tribuni, cioè dei primi uffiziali delle compagnie pretoriane, uomo di petto e di probità tale, che detestava le crudeltà e pazzie tutte di Cajo; dotato anche di molta prudenza e cautela, e però alto ad ogni grande impresa. Caligola, perchè egli avea poche parole, e parlava con voce languida, il teneva per un effemminato, beffandolo anche bene spesso, come un dappoco, e dato solo alla sensualità; di modo che qualor Cherea andava a prendere il nome per la guardia, ora gli dava quel di Priapo o di Cupido, ora quel di Venere ed altri simili: del che si offese molto Cherea. E buon per lui, che sì vil concetto aveadel suo merito Caligola; perciocchè dicono, che gli era stato ultimamente predetto che sarebbe ammazzato da un Cassio, come fu ancora Giulio Cesare: il che fu cagione che egli richiamò a Roma Cassio Longino proconsole dell'Asia[Dio, lib. 59. Suetonius, in Cajo, cap 57.], discendente da Cassio, uccisor di Cesare, con ordine ancora di ucciderlo, ma senza che ne seguisse poi l'effetto. Trasse Cherea nelle sue massime Cornelio Sabino, tribuno anche esso delle guardie; ed amendue si aprirono con Annio Minuciano, uomo della primaria nobiltà, e pel suo raro merito stimato da tutti; ma che stava male presso di Caligola, per essere stato amico intimo di Marco Lepido. Scrive Giuseppe, che questo Minuciano avea sposata una sorella di Caligola. Noi vedemmo cheGiuliafu maritata conMarco Vinicio, uomo consolare; e Dione parla di unVinicianoche pretese all'imperio. Però potrebbe essere cheMinucianofosse il medesimo cheVinicianoo siaVinicio, con errore di alcuno de' testi. Si trovò Minuciano non solamente pronto all'impresa, ma più ardente degli altri. A loro si aggiunse Callisto liberto di Cajo, che secretamente coltivava la amicizia di Claudio zio dell'imperadore, con altri non pochi. E Valerio Asiatico, personaggio ricchissimo di beni nelle Gallie, vi tenea mano, ma con gran secretezza e riguardo. Fu destinato al compimento del disegno il tempo de' giuochi che si aveano da fare in onor di Augusto nel dì 21 di gennaio, e nei tre seguenti: giacchè terminata quella festa, Caligola avea fissata la sua partenza per l'Egitto, a far ivi meglio conoscere un impazzito imperadore. Nei tre primi giorni de' giuochi non si trovò apertura a compiere il disegno: laonde Cherea, che non potea più stare alle mosse per paura che messo l'affare in petto di tante persone traspirasse, determinò di sbrigarla nel dì 24 di gennaio.
Nella mattina di quel dì, Cajo più allegro ed affabile che mai fosse stato, siassise nell'anfiteatro, fabbricato di nuovo per quella funzione; fece gittar delle frutta agli spettatori; egli ancora lietamente in pubblico mangiava e beveva, facendo parte di quei regali a chi gli era vicino, e specialmente a Pomponio Secondo console, che sedea ai suoi piedi, e facea la graziosa scena di andarglieli baciando di tanto in tanto. Pericolo vi fu, che Cajo non si movesse di là nel rimanente del giorno; perchè assai satollo ed abboracchiato per la lauta colezione, bisogno non avea di desinare. Contuttociò riusci a Minuciano, ad Asprenate e ad altri cortigiani congiurati di farlo muovere un'ora o due dopo il mezzodì, per andare al bagno, e ritornarsene, pranzato che avesse. Giunto al palazzo, in vece di andar diritto verso dove l'aspettavano i destinati al fatto, voltò strada per vedere alcuni giovanetti delle migliori famiglie dell'Asia e della Grecia[Suet., in Cajo, c. 58. Dio, lib. 59. Joseph., Antiq., lib. 59.]fatti venire apposta per cantare e ballare ne' giuochi. Allorchè fu in un luogo stretto, Cherea se gli presentò davanti, per chiedergli il nome della guardia. L'ebbe, ma derisorio, secondo il costume. Egli messa allora mano alla spada gli diede un tal fendente sul capo, che a Cajo sbalordito neppure restò voce per chiamare aiuto. Fecesi avanti anche Cornelio Sabino, che con un colpo gli tagliò una mascella; ed altri con trenta altre ferite il finirono. Perchè senza rumore non potè succedere quella scena, trassero colà primieramente i portantini della lettiga imperiale colle loro stanghe, e poscia le guardie tedesche, le quali cominciarono a menar le mani addosso a' colpevoli ed innocenti. Fra gli altri vi perderono la vita Publio Nonio Asprenate, che era stato console nell'anno 58, Norbano ed Antejo, tutti e tre senatori. Il cadavere dell'estinto Augusto, portato nella notte seguente nel giardino di Lamia, fu mezzo bruciato, e frettolosamente seppellito in terra, per timore che ilpopolo lo mettesse in brani. Mandato anche da Cherea un centurione o tribuno, appellato Giulio Lupo, alle stanze diCesoniamoglie di Cajo, la trucidò insieme colla figliuolaGiulia, per cui Cajo avea fatto varie pazzie con dichiararla anche figliuola di Giove. E tale fu il fine diCajo Caligola, fine corrispondente ad un conculcatore di tutte le leggi umane e divine, e che troppo tardi si accorse d'essere non un Dio, ma un miserabil mortale. Abbattute poi furono le sue statue, rasato il suo nome dalle iscrizioni, e trattata la sua memoria come di un pubblico nemico.
Portata la nuova della morte di Caligola all'anfiteatro, dove buona parte del popolo dimorava in allegria godendo il pubblico divertimento, incredibil fu lo spavento di tutti; e tanto più perchè i soldati pretoriani attorniarono colle spade nude quel luogo, e si durò gran fatica a trattenerli che non cominciassero a far vendetta dell'estinto principe sopra quegl'innocenti. Subito che poterono in tanta confusione i consoli Sentio Saturnino e Pomponio Secondo, operar qualche cosa, inviarono tre compagnie di essi pretoriani che si trovarono ubbidienti per la città, affinchè impedissero i tumulti. Raunato poscia il senato nel Campidoglio, corsero colà gli altri soldati del pretorio, chiedendo con alte grida che si cercassero gli uccisori. Ma affacciatosi Valerio Asiatico, uno dei primi senatori, ad un balcone, gridò forte: «Piacesse a Dio, che l'avessi ammazzato io!» Queste sole parole fecero impression tale ne' soldati che si ritirarono. Fu poi dibattuto nel senato quel che fosse da fare in sì pericolosa congiuntura. Il console Saturnino, secondo che scrive lo storico Giuseppe, fece una bella aringa con rammentar tutti i mali patiti sotto Tiberio e Caligola principi sanguinarii ed assassini del pubblico, e conchiudendo che s'avea da ricuperare la libertà oppressa dai precedenti imperadori; ma senza prendere benle misure necessarie per sì importante risoluzione. In fatti, non tardò molto a scoprirsi la vanità di questo disegno.Tiberio Claudio Druso Germanico, comunemente conosciuto col nome diClaudiofra gl'imperadori de' Romani, figliuolo fu diNerone Claudio Druso, e fratello diGermanico Cesare, per conseguenza zio paterno di Caligola. Uomo di poco senno e sommamente timido, benchè avesse studiato le arti liberali, era tenuto in concetto piuttosto di stolido, e perciò sprezzato e deriso da tutti. Forse anche egli mostrava d'essere più di quel che era. E questo fu la sua fortuna, perchè salvò la vita sotto Tiberio e Caligola, i quali vedendolo addormentato e dappoco, nè avendo apprensione alcuna di lui, si ritennero dal levarlo dal mondo. Tiberio nondimeno il lasciò sempre nell'ordine de' cavalieri. Cajo suo nipote, benchè fosse dipoi qualche volta tentato d'ucciderlo, pure l'avea alzato al grado di senatore ed anche al consolato. Trovavasi egli in compagnia o poco lungi da Caligola, allorchè i congiurati se gli avventarono addosso. Tutto spaventato corse ad appiattarsi dietro ad una tappezzeria, da dove ascoltava lo strepito di chi andava e veniva, e co' suoi occhi vide le teste d'Asprenate e degli altri uccisi staccate dai busti[Suet., in Claudio, cap. 10. Dio, lib. 60. Joseph., Antiq., lib. 19.]. S'aspettava anch'egli la morte, quando in passare uno de' soldati per nome Grato e scoperti i suoi piedi, il tirò per forza fuori della tappezzeria. Cadde in ginocchioni Claudio e gli dimandò la vita; ma il soldato riconosciutolo per quel che era, non solamente l'animò, ma gli diede anche il titolo dimio imperadore. E menatolo a' suoi compagni, che stavano disputando di quel che s'avesse a fare in quel contingente, siccome per la memoria di Germanico suo fratello l'amavano, tutti concorsero a riceverlo per imperadore. Pertanto postolo in una lettiga, sulle loro spalle il portarono al castello pretoriano,cioè al loro quartiere; tremando egli intanto, e compassionandolo il popolo nel mirarlo così portato, sulla credenza che il conducessero alla morte. Si fermò tutta quella notte nel quartier de' soldati, nè andò al senato benchè chiamato, scusandosi colla forza che gliel'impediva. Venuto poscia il dì 25 di gennaio, giacchè i senatori erano discordi fra loro, nè mezzo appariva da poter ripigliare e sostenere l'antica libertà, non si prendeva risoluzione alcuna nel senato, in cui per altro non mancava il partito di chi proponeva un nuovo principe.
Intanto la natia paura di Claudio l'avea tenuto lungamente sospeso s'egli avesse sì o no da accettare l'esibito imperio, e fu più volte in procinto di rifiutarlo, o di rimettersi totalmente alla volontà del senato; quando, per testimonianza di Giuseppe Storico,Agrippare di parte della Giudea, che si trovava allora in Roma, ed avea fatto dar sepoltura all'ucciso Caligola, arrivò segretamente colà, ed incoraggiò talmente il vacillante Claudio, che consentì al buon volere de' soldati, da' quali fu universalmente proclamato imperadore, con promettere egli a tutti un buon regalo di denari. Fu questi il primo degl'imperadori, eletto dalle milizie, con esempio infinitamente pregiudiziale allo imperio romano; perchè ne vedremo tanti altri per questa via, e col comperare lo imperio dai soldati, salire al trono. Ora il senato, a cui era già pervenuto lo avviso degli andamenti dei pretoriani e di Claudio, trovandosi ben intricato fra il desiderio di ricuperar la libertà, e il timore di non poterlo, mandò a chiamare il re Agrippa, per valersi del suo mezzo. Questo uomo doppio, quanto altri mai fosse, comparve in senato ben profumato, e fingendo di nulla sapere, anzi dimandando dove fosse Claudio, fu informato del presente sistema dei pubblici affari, ed interrogato del suo parere. Lodò egli sommamente il lor disegno di rimettere in piedi la repubblica, e si protestò prontoa dar la vita per la gloria del senato. Ma nello stesso tempo sparse il terrore in tutti, mostrando la difficoltà di resistere ai pretoriani, e lodando in fine, che si facesse una deputazione a Claudio per esortarlo a desistere: al che egli si esibì. Accettata la offerta, e deputati con lui anche i tribuni della plebe, andò Agrippa a trovar Claudio, e fece pubblicamente la ambasciata. Poscia in un ragionamento a parte espose a Claudio la debolezza ed incertezza del senato, esortandolo a prendere le briglie con mano forte. Perciò, per quanto dicessero dipoi i tribuni per rimuoverlo, e per consentire almeno di ricevere lo imperio dalle mani del senato, Claudio tenne saldo, con promettere solamente un buon governo. Dacchè il senato ebbe ricevuta questa risposta, volle fare il bravo col minacciargli la guerra, e Claudio ne mostrò paura. Passò fra questi dubbi il dì 25 di gennajo. Ma intanto andarono cangiando faccia gli affari. Molta parte del popolo cominciò a gridare di voler un principe, e ne nominò ancora alcuni; e venuto il dì 26, non pochi dei senatori stettero ritirati, senza entrare in senato. Il peggio fu, che quattro compagnie fin qui ubbidienti a Cherea e a Sabino, voltarono casacca, ed abbracciarono il partito di Claudio. Altrettanto fecero i vigili, i gladiatori e gli altri soldati della città, in maniera che i senatori rimasti come in isola nel senato, s'appigliarono in fine, benchè forzati, alla risoluzion di conoscere Claudio per imperadore. Andarono dunque tutti a gara al quartier de' soldati per salutarlo; ma furono sì mal ricevuti da coloro, che ne restarono alcuni bastonati ed altri feriti; e Pomponio Secondo, l'uno de' consoli, corse pericolo della vita, Claudio ed Agrippa s'interposero, ed acquietarono quegli animi turbolenti.
Allora Claudio accompagnato dal senato e dalle milizie, a guisa di trionfante, si mosse, e dopo essersi portato al tempio, per ringraziare gl'iddii della suaesaltazione, passò al palazzo; nè altro di funesto per allora operò, se non che per politica condannò a morte alcuni degli uccisori di Caligola, e massimamente il lor capo Cassio Cherea, che coraggiosamente la sofferì. Volle perdonare a Cornelio Sabino, e conservargli anche la sua carica; ma questi, non sapendo sopravvivere all'amico Cherea, si diede poi la morte da sè stesso. Del resto Claudio, dopo aver ricevuto i titoli di Cesare Augusto e di pontefice massimo, e la tribunizia podestà, si trovò distinto da Tiberio suo antecessore, coll'essere chiamatofigliuolo di Drusoo purdi Tiberio: laddove Tiberio s'intitolavafigliuolo di Augusto. E nelle medaglie[Mediobarbus, Numism. Imper. Goltzius, Patinus et alii.]Tiberio è mentovato col solo prenome TIBERIVS CAESAR; ma Claudio TIBERIVS CLAVDIVS CAESAR. Nè Claudio solea anteporre il titolo d'imperadoreal suo nome, ma posporlo. Ora anch'egli, non meno di quel che avessero fatto i precedenti due cattivi imperadori, diede un bel principio al suo governo. La più gloriosa delle azioni sue fu quella di accordare un general perdono a chiunque avea trattato di ridurre di nuovo Roma allo stato di libertà e di escludere lui dall'imperio. Nè egli rivangò mai più questi conti, anzi promosse a gradi più illustri chi s'era mostrato più zelante in quella occasione. Guai a loro, s'egli avesse avuto il cuor di Tiberio o di Caligola! Anzi neppur fece vendetta di tanti e tanti, che in vita privata o l'aveano oltraggiato, o vilipeso gastigandoli solamente se si provavano rei d'altri delitti. Allorchè giunse in Germania la nuova dell'ucciso Caligola, furonvi molti che sollecitarono Sulpicio Galba, general di quelle legioni, ad assumere l'imperio. Mai non volle egli acconsentire, perchè più poteva in lui l'onore che l'ambizione. Claudio, di ciò informato, tenne sempre Galba per uno de' suoi migliori amici; laddove Tiberio e Caligola furono soliti dilevar di vita chiunque credeano riputato degno dell'imperio. Un altro merito si era acquistato Galba nell'anno precedente, perchè appena fu uscito delle Gallie Caligola, che i Germani fecero un'irruzione nelle provincie romane; ma Galba li ripulsò con tal vigore, che fu lodato infin da Caligola, principe per altro invidioso della gloria de' suoi generali. In quest'anno ancora egli sconfisse i popoli Catti nella Germania: laonde Claudio, per tal vittoria e per altra rapportata da Publio Gabinio contro i Cauci, fu nominato imperadore per la seconda volta. Il timido natural di Claudio, avvalorato anche dal recente esempio del nipote, cagion fu, ch'egli per un mese non osò d'entrar nel senato; nè alcuno, ancorchè donna o fanciullo, da lì innanzi a lui si accostò, se prima non era visitato, per vedere se portasse sotto coltello od altre armi. Andando a qualche convito, tenea sempre le guardie intorno alla tavola; e volendo far visita a qualche malato, facea prima ben cercar per la camera e per li letti se armi vi fossero. A fine poi di cattivarsi il pubblico amore, levò tosto, o almeno ristrinse assaissimo, la licenza conceduta ad ognuno in addietro di accusare chiunque si volea di lesa maestà[Sueton., in Claudio, cap. 3. Dio, lib. 60.]; e rimise in libertà o richiamò dall'esilio le persone processate per questo, con volerne nondimeno il consenso del senato. Abolì gli aggravi imposti da Caligola, nè volle i regali annui comandati da esso suo nipote. A chiunque indebitamente era stato spogliato de' suoi beni dal medesimo e da Tiberio, li restituì. Fece anche rendere alle città le statue e pitture che Caligola avea fatto condurre a Roma. Soprattutto ebbe in abbominio gli schiavi e liberti, che sotto il disordinato precedente regno si erano rivoltati contra de' lor padroni; e similmente i falsi testimoni che in addietro aveano avuta gran voga. Egli ne fece morir la maggior parte, obbligandoli a combattere negli anfiteatri colle fiere. Lasua modestia era grande. Abborrì l'alzare a lui dei templi; per lo più ricusò anche le statue; altri onori straordinari non volle nè per sè nè per gli figliuoli nè per la moglie. Due erano le sue figliuole:Antonia, che fu maritata a Gneo Pompeo in quest'anno, a lui nata daElia Petina, sua seconda moglie defunta; edOttavia, nata daValeria Messalina, sua moglie vivente, che fu promessa a Lucio Silano, e poi fu maritata aNeronecrudelissimo imperadore. Gli partorì essa Messalina un figliuolo nell'anno presente, conosciuto dipoi sotto nome diBritannico Cesare. Trattava egli coi senatori con molta bontà e cortesia, visitandogli anche malati, ed assistendo alle lor feste private. Onorava specialmente i consoli, alzandosi anch'egli al pari del popolo in piede, allorchè intervenivano agli spettacoli, e qualora andavano al suo tribunale per parlargli. Parcamente ancora vivea, ed era indefesso a far giustizia, ed attento perchè gli altri la facesse. La sua liberalità verso i re sudditi fu riguardevole. AdAgrippa, a cui professava di grandi obbligazioni, concedette tutto il regno posseduto da Erode il grande suo avolo, e adErodesuo fratello il paese di Calcide, col diritto ad amendue di sedere in senato, ed altri onori. Restituì adAntiocola provincia di Comagene. Mise in libertàMitridate re d'Armenia, e gli rendè i suoi stati. Richiamò ancora dal loro esilio a RomaAgrippinaeGiulia Livilla, che Caligola lor fratello avea relegate nell'isola di Ponza. In somma, sì fatte lodevoli azioni sul principio acquistarono a Claudio l'amore d'ognuno, stupendosi probabilmente tutti, come un uomo creduto da nulla e stolido in addietro, comparisse ora con sì diversa divisa, e sapesse correggere con sì buon garbo gl'innumerabili disordini introdotti dai due precedenti Augusti, e con tanta amorevolezza e giustizia si fosse accinto al pubblico governo.
Consoli
Tiberio Claudio Germanico Augustoper la seconda volta, eCajo Cecina Largo.
Nell'ultimo di febbraioClaudio Augustosi spogliò della dignità consolare, per ornarne non si sa bene chi. Ha creduto taluno, che gli succedesseCajo Vibio Crispo, ma giocando ad indovinare. Nelle calende di gennaio[Dio, lib. 60.]esso Claudio Augusto console fece ben giurare dai senatori l'osservanza delle leggi d'Augusto, e la giurò egli stesso; ma non pretese, nè permise un simile giuramento per quelle ch'egli facesse. S'erano già ribellati i popoli della Mauritania per la morte data da Caligola a Tolomeo re loro. In quest'anno rimasero essi sconfitti da Svetonio Paolino, che s'inoltrò sino al monte Atlante, e saccheggiò quelle contrade. Due altre rotte lor diede dipoi Osidio Geta, di maniera che posate le armi, quel paese tornò tutto all'ubbidienza di Roma. Claudio per tali vittorie prese il titolo d'imperadoreper la terza volta: poichè il merito delle vittorie si attribuiva sempre al generalissimo delle milizie romane (tali erano allora gl'imperadori) e non già agli uffiziali subalterni. Patì in quest'anno[Sueton., in Claudio, cap. 20.]Roma gran fame. Claudio Augusto non mancò al suo dovere, per provvedere al bisogno. E perciocchè Roma si trovava senza porto in sua vicinanza, nè le navi nel tempo di verno osavano portar grani alla città, Claudio imprese a formarne uno di pianta: opera degna della magnificenza romana; e tanto più gloriosa per Claudio, perchè Giulio Cesare avea avuta la medesima idea, ma per la grave spesa e difficoltà di eseguirla l'aveva abbandonata. Alla sboccatura dunque del Tevere,e dal lato del fiume opposto all'altro dove era Ostia, fece cavare un porto vastissimo nel continente, con due ale che si sporgevano molto in mare; il tutto guernito di marmi, e con torre o sia fanale ben alto. Si crederono gli architetti, chiamati per tal fabbrica, di spaventarlo con dirgli la sterminata spesa che costerebbe. Egli tanto più se n'invogliò, e volle farla, e la condusse a fine con gloria grande del suo nome. Resta tuttavia il nome di Porto, a quel sito, ma non già vestigio del porto medesimo. Racconta Plinio[Plinius, lib. 9, c. 6.], come testimonio di veduta, che mentre si facea quell'insigne fabbrica, capitò colà un mostro marino, chiamato orca, di smisurata grandezza. Per prenderlo bisognò inviarvi i soldati del pretorio, e varie navi, una delle quali restò affondata dall'acqua gittatavi dalle narici del pesce. Molte leggi utili e buone fece Claudio in quest'anno, e fra le altre ordinò, che i governatori e ministri delle provincie, eletti nel principio d'anno, e soliti a fermarsi lungo tempo in Roma, per tutto il marzo dovessero trovarsi alle loro provincie; e che gli eletti nol ringraziassero in senato, come era il costume. Dicea,che non essi a lui, ma egli ad essi dovea rendere grazie, perchè l'aiutavano a portare il peso del principato, e cooperavano al buon governo de' popoli, con prometter anche loro maggiori onori se con lode avessero esercitato il loro impiego.
Non sarebbe stato Claudio con tutta la sua poca testa un principe cattivo, perchè non gli mancava una buona intenzione, e mostrava genio alle cose ben fatte, privo, per altro, d'orgoglio e di fasto; e sulle prime regolandosi col consiglio dei savi non metteva il piè in fallo[Dio, lib. 60.]. Ma per sua o per altrui disgrazia cominciò a comparir cattivo, parte per li mali affetti del suo natural timoroso, e parte perchèMessalinasua moglie, la piùimpudica donna del mondo, e Narciso suo liberto favorito, ed altri mali arnesi della corte, abusandosi della di lui scempiaggine, il faceano precipitare in risoluzioni indegne di lui, e sommamente pregiudiziali al pubblico. Quel che parve strano, dall'un canto era un coniglio pien di paura, e dall'altro uno de' suoi maggiori piaceri consisteva nell'assister agli abbominevoli spettacoli dei gladiatori, e in vedere gli uomini combattere con le fiere, e restarne assaissimi stracciati e divorati. Diede anche da ridere, l'aver egli fatto levar l'insensata statua d'Augusto dall'anfiteatro, acciocchè non vedesse tante stragi, e non convenisse ogni volta coprirla, quando egli vivente non avea scrupolo di guatarle sì spesso, e di prenderne tanto diletto. Certamente fu creduto che avvezzatosi in questa maniera al sangue umano, divenisse poi sì facile a spargerlo co' suoi ingiusti decreti, dacchè lo spingevano al mal fare l'iniqua moglie e i suoi perversi servitori di corte. La prima sua ingiustizia, che cominciò a far grande strepito, fu la morte diAppioo siaCajo Silano, uno de' più illustri e stimati senatori di Roma, e tenuto in gran conto, ed amato da Claudio stesso, perchè[Sueton., in Claudio, cap. 29. Seneca, in Apocol.]padrigno di Messalina sua moglie, avendo sposata Domizia Lepida, madre d'essa Messalina. E perciocchè si sa che Claudio avea già fatti seguire gli sponsali fraOttaviafigliuola di Messalina, eLucio Silano, s'è creduto che questo Lucio Silano fosse nato dal medesimo Appio Silano e da Giulia nipote d'Augusto, sua prima moglie. Questi sì stretti legami di parentela non trattennero l'infame Messalina del tentar Appio Silano d'adulterio. Il non aver egli voluto consentire fu un grave delitto, a punir il quale Messalina e Narciso si servirono della seguente furberia[Suet., ibid., cap. 87. Dio, lib. 60.]. Entrò una mattina per tempo Narciso nella camera di Claudio, che tuttavia dimorava in letto collamoglie; e facendo lo spaventato e il tremante, gli raccontò di aver veduto in sogno lo stesso imperadore ucciso per mano del sopraddetto Appio. Saltò su allora Messalina, e calcò la mano con dire, aver anch'ella le notti addietro più volte con orrore sognato un sì orrendo spettacolo. Nello stesso tempo vien bussato all'uscio, ed è Appio Silano che Messalina e Narciso d'accordo aveano fatto venire a quell'ora. Non occorse di più. Claudio, a cui in materia di sospetti le biche pareano montagne, diede tosto ordine che gli fosse levata la vita, e l'ordine fu eseguito. Portò lo stesso Claudio al senato questa bella nuova, come liberato da un gran pericolo, e molto ringraziò il suo liberto Narciso che anche sognando vegliava così bene per la vita del suo padrone. Somiglianti foghe di sospetti e timori fecero, che Claudio in altre occasioni togliesse dal mondo altre persone innocenti con subitaneo furore; ed accadde talvolta (cotanto era stupido) che dopo aver fatto morir taluno, come tornato in sè, dimandava conto, credendolo vivo. Dettogli, che per ordine suo non si contava più fra i mortali, se ne rammaricava poi forte, ma senza profitto dei morti.
Credesi che l'ingiusta morte di Silano, e il mirar la stupidità di Claudio capace d'altre simili false carriere, desse moto ad una congiura contra di lui: tanto più perchè durava in molti l'idea di rimettere in piedi la libertà della repubblica, nè parea ciò difficile sotto un imperadore impastato di paura[Sueton., in Claudio, cap. 13. Dio, lib. 60.].Annio Viniciano, oMinuciano, fu delle prime ruote di tal cospirazione, siccome quegli che non si tenea mai sicuro, dopo essere stato uno de' principali nella congiura contro Caligola, e proposto anche in senato per succedergli nell'imperio. Ma sì grande impresa non si potea compiere senza l'armi; e Claudio intanto era ben assistito dai pretoriani e dall'altre milizie, che stavano di quartiere in Roma,perchè, oltre alla paga ordinaria, li rallegrava ogni anno con un buon regalo. Si rivolsero dunque i congiurati aFurio Camillo Scriboniano, che comandava ad alcune legioni nella Dalmazia, promettendogli aiuto se armato veniva a Roma. Vi saltò egli dentro, e fattasi giurar fedeltà da quell'esercito, col pretesto di restituire il popolo romano nell'antica autorità, tutto andò disponendo, con iscrivere intanto una lettera fulminante e piena d'ingiurie a Claudio, minacciandogli tutti i malanni se non rinunziava l'imperio. Ricevuta questa imperiosa intimazione, non era lontano Claudio dall'ubbidire; ma un accidente il liberò dal pericolo. Dato da Furio Camillo il segno della marcia, per caso fortuito si trovò difficoltà a sollevar le insegne che, secondo il costume, stavano conficcate in terra. Erano i Romani d'allora la più superstiziosa gente del mondo; badavano a tutto, interpretando anche le menome bagattelle per presagi favorevoli o contrari dell'avvenire. Bastò questo perchè i soldati credessero volontà degli dii il non dar esecuzione al meditato viaggio. Furio Camillo trovandosi deluso, se ne fuggì in un'isola della Dalmazia, dove[Tacit., Historiar. lib. 2, cap. 75.]fra le braccia di Giunia sua moglie fu ucciso da un semplice soldato, appellato Volaginio, il quale premiato poi da Claudio ascese ai primi gradi della milizia. Per questa sedizione terminata con tanta felicità, Claudio fece far di molte perquisizioni in Roma, affin di scoprire i complici. Alcuni furono giustiziati, altri si levarono la vita da sè stessi, fra i quali specialmente si contò il sopr'accennato Viniciano o Minuciano. Non pochi anche dei cittadini romani, de' cavalieri e insin dei senatori furono messi ai tormenti, e data licenza ai servi e liberti di accusare i loro padroni, benchè Claudio nell'anno addietro avesse abolito quegli usi. In somma si riempiè tutta Roma di sospiri e di terrore; e quei soli se n'andaronosalvi che seppero guadagnarsi la protezion di Messalina o dei liberti di corte. Fu osservato il coraggio di un liberto di Furio Camillo, per nome Galeso, che interrogato da Narciso nel senato, cosa egli avrebbe fatto se il suo padrone fosse divenuto imperadore:Gli avrei, rispose,tenuto dietro secondo il mio solito, ed avrei taciuto. In questa occasione[Plinius junior, lib. 3, cap. 16.]Cecina Peto, già stato console, che avea sposato il partito di Furio Camillo, fu preso e condotto a Roma in una nave.Arriasua moglie, donna di petto virile, rigettata da quella nave, gli tenne dietro in una barchetta; ed arrivata a Roma, ricorse a Messalina, per raccomandarsele. Avendo trovata con lei Giunia moglie del suddetto Furio Camillo, la rimproverò, perchè tuttavia vivesse dopo la morte del marito. Avrebbe potuto Arria, mercè del favore di Messalina, non solamente vivere, ma anche sperar buon trattamento; pure s'incapricciò tanto di non voler sopravvivere al marito, che dopo aver veduta disperata la di lui causa, prese un pugnale, si trafisse, e poi diede il ferro medesimo al marito, acciocchè facesse altrettanto. Quest'atto d'Arria vien esaltato colle trombe da Plinio il giovane in una delle sue epistole, e da Dione, secondo la falsa idea che aveano i Romani di quel tempo della gloria; quasi che possa essere conforme alla retta ragione l'uccidere un innocente, e non sia più gloriosa quella fortezza che sa sofferir le maggiori calamità. Non si può fallare, credendo che dopo la morte di Furio Camillo, fosse inviato al governo della Dalmazia o sia dell'Illirico,Lucio Ottonepadre diOttoneposcia imperadore, di cui parla Svetonio[Sueton., in Othone, cap. 1.]. Fu egli sì rigoroso, che fece tagliar la testa ad alcuni semplici soldati, i quali pentiti d'aver aderito ad esso Camillo, di lor propria autorità, e contro l'ordine, aveano ucciso i loro uffiziali come autori di quella sedizione, senza far egli caso, se dispiacevaa Claudio, da cui erano anche stati promossi alcuni di que' soldati a posto maggiore. Ne acquistò gloria presso i Romani, ma perdè molto della buona grazia di Claudio, con ricuperarla nondimeno da lì a poco, per avere scoperto e rilevato il disegno formato da un cavaliere di uccidere esso imperadore.