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CCCLVAnno diCristoCCCLV. IndizioneXIII.Liberiopapa 4.Costanzoimperadore 19.ConsoliFlavio ArbezioneeQuinto Flavio Mesio Egnazio Lolliano.Col favore d'alcune iscrizioni da me rapportate altrove[Thesaur. Novus Inscript., p. 380.], sembrano a me sufficientemente provati i nomi di questi consoli.Lollianosi trova ancora col nome diMavorzio. Continuò per alcuni mesi dell'anno presente nella prefetturadi RomaMemmio Vitrasio Orfito, ed ebbe poi per successoreLeonzio, personaggio assai lodato da Ammiano. Per quanto si raccoglie dalle leggi del Codice Teodosiano[Gothofr., Chron. Cod. Theodos.], l'Augusto Costanzo per lo più soggiornò in Milano nell'anno corrente, nè andò a Roma o a Sirmio, come per errore si legge in due date. Fu appunto in essa città di Milano tenuto in quest'anno un famoso conciliabolo, a cui intervenne lo stesso imperadore, spasimato fautor degli ariani: il perchè prevalse il loro partito. Quivi fu deposto sant'Atanasio[Sever. Sulpicius, lib. II. Baron., Annal. Eccl.]; e perchè papa Liberio con altri vescovi ricusò di sottoscrivere gli iniqui decreti, d'ordine di Costanzo fu mandato in esilio. Venne anche forzato il clero romano ad eleggere un altro pontefice, che fuFelice; essendosi poi disputato fra gli eruditi, se questi fosse vero o non vero papa. Tolto di vita Silvano, l'unico generale di cui rispetto e paura aveano in addietro i Barbari della Germania, parve che si aprisse la porta al loro furore, per iscorrere liberamente per le provincie gallicane, e portar la desolazione dappertutto[Ammian., lib. 15, cap. 8.]. Attesta Sozimo[Zosimus, lib. 3, cap. II.]che i Franchi, Alamanni e Sassoni presero e devastarono quaranta città poste lungo il Reno, e, fatto un immenso bottino, condussero in ischiavitù una infinità di persone. Nello stesso tempo anche i Quadi e Sarmati, dandosi probabilmente mano con gli altri Barbari, mettevano a sacco la Pannonia e Mesia superiore, senza trovar chi loro facesse resistenza. Del pari i Persiani non lasciavano quieta la Mesopotamia. Costanzo intanto se ne stava da lungi osservando questi malori, nè provvedeva al bisogno. Pieno sempre di diffidenze e timori, non osava di passar nelle Gallie, dove maggiore era il bisogno; e nè pur vi spediva generali, paventando l'esempio di Silvano. Mentrevacillava, senza appigliarsi a risoluzione alcuna, l'imperadriceEusebia, donna di singolar prudenza, ancorchè conoscesse il sospettoso genio dell'Augusto consorte, massimamente verso de' parenti, pure con sì bel garbo gli seppe dipingere la persona diGiulianodi lui cugino, e fratello dell'estinto Gallo Cesare (chiamandolo giovane d'ingegno semplice, che metteva tutto il suo piacere ne' soli studi delle lettere, usando perciò il mantello da filosofo, e poco comparendo pratico degli affari politici), che bel bello indusse Costanzo a richiamarlo da Atene in Italia, e poscia a conferirgli il titolo diCesare.Scoperta dai cortigiani questa intenzione dell'imperadore, e temendo di veder calare la loro autorità e possanza, non dimenticarono[Ammianus, lib. 15, cap. 8.]di far quanta opposizione poterono; con rappresentargli i pericoli ai quali si esponeva, massimamente innalzando un fratello di Gallo, e tanto più perchè egli non avea bisogno di compagni per governar tutto l'imperio. Ma più di loro si trovarono possenti le persuasive dell'Augusta Eusebia, di modo che raunate le milizie tutte in Milano[Idacius, in Fastis. Socrates, Hist., lib. 2, cap. 27. Hier., in Chronico.], e salito Costanzo sul trono, dichiaròCesareil suddetto suo cuginoFlavio Claudio Giuliano, gli diede la porpora cesarea e destinollo al governo delle Gallie, per far testa a tanti barbari scatenati contra di quelle contrade. Straordinarie in tal congiuntura furono le acclamazioni e il giubilo de' soldati, ed orribile lo strepito de' loro scudi battuti sopra il ginocchio: chè questo era il segno consueto dell'allegrezze: laddove il battere colle lance gli scudi, segno era di sdegno e dolore. Trovavasi allora il novello Cesare in età di venticinque anni, picciolo di statura, ma spiritoso ed agile, di volto nondimeno poco avvenente; al che contribuiva ancora l'aver egli voluto ritener la barba mal pettinata erabbuffata[Aurelius Vict., in Epitome. Julian., in Misopogon.], che affettavano i filosofi di quel tempo, benchè avesse deposto il mantello filosofico. Ma qui non finirono gli onori da Costanzo compartiti a Giuliano. A lui diede ancora in moglieElenasua sorella, e poscia nel dì primo di dicembre[Ammian., lib. 15, cap. 9.]l'incamminò alla volta delle Gallie, accompagnandolo fino ad un luogo posto fra Lomello e Ticino, o vogliam dire Pavia. Appena giunto a Torino intese Giuliano la funesta nuova che l'insigne città di Colonia, assediata dai Barbari, era finalmente caduta in loro mani, spogliata e diroccata dal loro furore: nuova che il rattristò forte, quasi cattivo augurio ai suoi passi. Nè si dee tacere che il geloso Costanzo si studiò per quanto potè di ristrignere l'autorità del cognato e cugino Cesare, per paura ch'egli se ne abusasse, come avea fatto il suo fratello Gallo. Sotto specie d'onore gli mutò tutta la famiglia; gli diede guardie scelte da sè, con ordini segreti ad ognuno di vegliare sopra i di lui andamenti; gli prescrisse infino la tavola[Julian., in Epist. ad Athen. Ammian., lib. 15, cap. 5. Zosimus, lib. 3, cap. 2.], come se si fosse trattato di un figlio che si mettesse in collegio. Deputò per generale dell'armiMarcello; in man di esso e non di Giuliano doveva essere tutto il comando, con ordine espresso che Giuliano nulla potesse donare ai soldati, e nè pure per la sua promozione, come si stilò sempre in addietro. Tante precauzioni del sospettoso Augusto dove andassero a terminare, lo scorgeremo dopo qualche tempo. Intanto Giuliano Cesare passate le Alpi prima che finisse l'anno arrivò a Vienna del Delfinato, ivi accolto con gran festa da tutto il popolo; ed allora fu, se merita fede Ammiano, che una vecchia cieca di quella città gridò, essere venuto chi ristabilirebbe un dì i templi de' falsi dii. Malcontento nondimeno fece Giuliano quel viaggio, perchèCostanzo non gli avea dato seco se non trecento sessanta soldati[Zosimus, lib. 3, cap. 2. Libanius, Orat. ad Julian. Julian., in Epist. ad Athen.]; quando le Gallie si trovavano in un estremo bisogno di forze militari, per resistere alla gran possanza e crudeltà delle nazioni barbariche, alle quali il Reno non serviva più di confine. Nè mancò gente maligna, per attestato di Socrate[Socrat., Histor., tom. 3, cap. 1.], che giudicò averlo Costanzo Augusto inviato colà apposta per farlo perire, soperchiato dai Barbari: il che niun colore ha di verisimiglianza. La di lui nobile promozione, e l'illustre maritaggio smentiscono abbastanza tal voce, e facilmente apparisce, aver solamente paventato Costanzo che questo giovane alzato tant'alto, potesse un dì rivoltarsi contra del benefattore, come in fatti dopo qualche tempo avvenne. Quanto ad Eusebia Augusta, priva di figliuoli, considerando ella Giuliano per successore del marito, cercò per tutte le vie di sempre più affezionarselo con proteggerlo, e perchè conosceva il di lui genio ai libri, gli donò anche una bella libreria, che forse fu a lui non men cara che i ricevuti onori.

Consoli

Flavio ArbezioneeQuinto Flavio Mesio Egnazio Lolliano.

Col favore d'alcune iscrizioni da me rapportate altrove[Thesaur. Novus Inscript., p. 380.], sembrano a me sufficientemente provati i nomi di questi consoli.Lollianosi trova ancora col nome diMavorzio. Continuò per alcuni mesi dell'anno presente nella prefetturadi RomaMemmio Vitrasio Orfito, ed ebbe poi per successoreLeonzio, personaggio assai lodato da Ammiano. Per quanto si raccoglie dalle leggi del Codice Teodosiano[Gothofr., Chron. Cod. Theodos.], l'Augusto Costanzo per lo più soggiornò in Milano nell'anno corrente, nè andò a Roma o a Sirmio, come per errore si legge in due date. Fu appunto in essa città di Milano tenuto in quest'anno un famoso conciliabolo, a cui intervenne lo stesso imperadore, spasimato fautor degli ariani: il perchè prevalse il loro partito. Quivi fu deposto sant'Atanasio[Sever. Sulpicius, lib. II. Baron., Annal. Eccl.]; e perchè papa Liberio con altri vescovi ricusò di sottoscrivere gli iniqui decreti, d'ordine di Costanzo fu mandato in esilio. Venne anche forzato il clero romano ad eleggere un altro pontefice, che fuFelice; essendosi poi disputato fra gli eruditi, se questi fosse vero o non vero papa. Tolto di vita Silvano, l'unico generale di cui rispetto e paura aveano in addietro i Barbari della Germania, parve che si aprisse la porta al loro furore, per iscorrere liberamente per le provincie gallicane, e portar la desolazione dappertutto[Ammian., lib. 15, cap. 8.]. Attesta Sozimo[Zosimus, lib. 3, cap. II.]che i Franchi, Alamanni e Sassoni presero e devastarono quaranta città poste lungo il Reno, e, fatto un immenso bottino, condussero in ischiavitù una infinità di persone. Nello stesso tempo anche i Quadi e Sarmati, dandosi probabilmente mano con gli altri Barbari, mettevano a sacco la Pannonia e Mesia superiore, senza trovar chi loro facesse resistenza. Del pari i Persiani non lasciavano quieta la Mesopotamia. Costanzo intanto se ne stava da lungi osservando questi malori, nè provvedeva al bisogno. Pieno sempre di diffidenze e timori, non osava di passar nelle Gallie, dove maggiore era il bisogno; e nè pur vi spediva generali, paventando l'esempio di Silvano. Mentrevacillava, senza appigliarsi a risoluzione alcuna, l'imperadriceEusebia, donna di singolar prudenza, ancorchè conoscesse il sospettoso genio dell'Augusto consorte, massimamente verso de' parenti, pure con sì bel garbo gli seppe dipingere la persona diGiulianodi lui cugino, e fratello dell'estinto Gallo Cesare (chiamandolo giovane d'ingegno semplice, che metteva tutto il suo piacere ne' soli studi delle lettere, usando perciò il mantello da filosofo, e poco comparendo pratico degli affari politici), che bel bello indusse Costanzo a richiamarlo da Atene in Italia, e poscia a conferirgli il titolo diCesare.

Scoperta dai cortigiani questa intenzione dell'imperadore, e temendo di veder calare la loro autorità e possanza, non dimenticarono[Ammianus, lib. 15, cap. 8.]di far quanta opposizione poterono; con rappresentargli i pericoli ai quali si esponeva, massimamente innalzando un fratello di Gallo, e tanto più perchè egli non avea bisogno di compagni per governar tutto l'imperio. Ma più di loro si trovarono possenti le persuasive dell'Augusta Eusebia, di modo che raunate le milizie tutte in Milano[Idacius, in Fastis. Socrates, Hist., lib. 2, cap. 27. Hier., in Chronico.], e salito Costanzo sul trono, dichiaròCesareil suddetto suo cuginoFlavio Claudio Giuliano, gli diede la porpora cesarea e destinollo al governo delle Gallie, per far testa a tanti barbari scatenati contra di quelle contrade. Straordinarie in tal congiuntura furono le acclamazioni e il giubilo de' soldati, ed orribile lo strepito de' loro scudi battuti sopra il ginocchio: chè questo era il segno consueto dell'allegrezze: laddove il battere colle lance gli scudi, segno era di sdegno e dolore. Trovavasi allora il novello Cesare in età di venticinque anni, picciolo di statura, ma spiritoso ed agile, di volto nondimeno poco avvenente; al che contribuiva ancora l'aver egli voluto ritener la barba mal pettinata erabbuffata[Aurelius Vict., in Epitome. Julian., in Misopogon.], che affettavano i filosofi di quel tempo, benchè avesse deposto il mantello filosofico. Ma qui non finirono gli onori da Costanzo compartiti a Giuliano. A lui diede ancora in moglieElenasua sorella, e poscia nel dì primo di dicembre[Ammian., lib. 15, cap. 9.]l'incamminò alla volta delle Gallie, accompagnandolo fino ad un luogo posto fra Lomello e Ticino, o vogliam dire Pavia. Appena giunto a Torino intese Giuliano la funesta nuova che l'insigne città di Colonia, assediata dai Barbari, era finalmente caduta in loro mani, spogliata e diroccata dal loro furore: nuova che il rattristò forte, quasi cattivo augurio ai suoi passi. Nè si dee tacere che il geloso Costanzo si studiò per quanto potè di ristrignere l'autorità del cognato e cugino Cesare, per paura ch'egli se ne abusasse, come avea fatto il suo fratello Gallo. Sotto specie d'onore gli mutò tutta la famiglia; gli diede guardie scelte da sè, con ordini segreti ad ognuno di vegliare sopra i di lui andamenti; gli prescrisse infino la tavola[Julian., in Epist. ad Athen. Ammian., lib. 15, cap. 5. Zosimus, lib. 3, cap. 2.], come se si fosse trattato di un figlio che si mettesse in collegio. Deputò per generale dell'armiMarcello; in man di esso e non di Giuliano doveva essere tutto il comando, con ordine espresso che Giuliano nulla potesse donare ai soldati, e nè pure per la sua promozione, come si stilò sempre in addietro. Tante precauzioni del sospettoso Augusto dove andassero a terminare, lo scorgeremo dopo qualche tempo. Intanto Giuliano Cesare passate le Alpi prima che finisse l'anno arrivò a Vienna del Delfinato, ivi accolto con gran festa da tutto il popolo; ed allora fu, se merita fede Ammiano, che una vecchia cieca di quella città gridò, essere venuto chi ristabilirebbe un dì i templi de' falsi dii. Malcontento nondimeno fece Giuliano quel viaggio, perchèCostanzo non gli avea dato seco se non trecento sessanta soldati[Zosimus, lib. 3, cap. 2. Libanius, Orat. ad Julian. Julian., in Epist. ad Athen.]; quando le Gallie si trovavano in un estremo bisogno di forze militari, per resistere alla gran possanza e crudeltà delle nazioni barbariche, alle quali il Reno non serviva più di confine. Nè mancò gente maligna, per attestato di Socrate[Socrat., Histor., tom. 3, cap. 1.], che giudicò averlo Costanzo Augusto inviato colà apposta per farlo perire, soperchiato dai Barbari: il che niun colore ha di verisimiglianza. La di lui nobile promozione, e l'illustre maritaggio smentiscono abbastanza tal voce, e facilmente apparisce, aver solamente paventato Costanzo che questo giovane alzato tant'alto, potesse un dì rivoltarsi contra del benefattore, come in fatti dopo qualche tempo avvenne. Quanto ad Eusebia Augusta, priva di figliuoli, considerando ella Giuliano per successore del marito, cercò per tutte le vie di sempre più affezionarselo con proteggerlo, e perchè conosceva il di lui genio ai libri, gli donò anche una bella libreria, che forse fu a lui non men cara che i ricevuti onori.


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