CCCLVII

CCCLVIIAnno diCristoCCCLVII. IndizioneXV.Liberiopapa 6.Costanzoimperadore 21.ConsoliFlavio Costanzo Augustoper la nona volta eFlavio Claudio Giuliano Cesareper la seconda.Anche per la seconda voltaMemmio Vitrasio Orfitoesercitò in quest'anno la carica di prefetto di Roma, come s'ha da Ammiano e dal Codice Teodosiano. Le leggi di esso Codice[Gothofred., in Chron. Cod. Theod.]attestano essere soggiornato l'Augusto Costanzo in Milano nei primi mesi dell'anno presente. Giunta poi la primavera, voglioso di vedere l'augusta città di Roma, dove, secondo tutte le apparenze, non s'era mai portato per l'addietro, verso colà si inviò nel mese di aprile, conducendo seco Elena maritata già con Giuliano. Per attestato d'Idazio[Idacius, in Fastis. Hieron., in Chron.]v'entrò nel dì 28 di esso mese con somma magnificenza ed aria di trionfante. Per questo suo trionfo gli dà Ammiano[Ammianus, lib. 16, cap. 10.]la burla, perchè nè egli nè i suoi capitani vittoria alcuna aveano mai riportato de' nemici dell'imperio, nè egli aveva aggiunto un palmo di terreno al paese romano, nè mai era intervenuto a verun combattimento; che se avea abbattuto Magnenzio, non solevano i principi romani trionfare de' proprii sudditi ribelli. Vedesi appresso descritta da esso istorico quella splendidissima funzione coll'incontro del senato, e dei vari ordini dell'immenso popolo romano, coll'accompagnamento delle schiere militari, e fra le incessanti acclamazioni della plebe e strepiti di innumerabili suoni di gioia. Poscia con vari giuochi e spettacoli rallegrò egli il popolo romano e di mano in mano andò visitando le tante rarità e magnifiche fabbriche di quella regina delle città, le quali non aveano fin qui provata la distruggitricefierezza delle nazioni barbare. Attesta Ammiano ch'egli alla vista di sì belle e grandiose opere dei precedenti Augusti e cittadini, non capiva in sè stesso per lo stupore, giugnendo in fine a dire che per le altre città la fama era bugiarda, perchè troppo ne dicea; ma che non men bugiarda era essa per Roma, perchè ne dicea troppo poco. Siccome altrove accennammo, al suo corteggio si trovava sempreOrmisda, fratello del re di Persia, che tanti anni prima s'era rifugiato sotto l'ombra di Costantino il Grande. Non incresca al lettore, s'io ricordo di nuovo, che interrogato questo saggio straniero da esso Augusto intorno alle grandezze di Roma qual cosa gli fosse più data negli occhi rispose:Che nulla più gli era piaciuto quanto d'aver imparato che anche in Roma si moriva.In questa occasione fu che molte città, e particolarmente Costantinopoli, inviarono delle pesanti corone d'oro in dono all'Augusto Costanzo, secondochè s'ha da Temistio sofista[Themistius, Orat. III et VI.], il quale avea preparato per questa congiuntura un'orazione in lode di esso imperadore, ma senza poterla recitare, perchè restò interrotto il disegno da una malattia sopraggiuntagli nel suo viaggio. Ci resta tuttavia quella orazione, siccome un'altra ch'egli recitò in Costantinopoli a gloria del medesimo Augusto.Osservato ch'ebbe Costanzo tante insigni memorie di magnificenza, lasciate in Roma dagli antecessori suoi, non volle essere da men di loro. Pertanto ordinò[Ammianus, lib. 17, cap. 4.]che si facesse venir dall'Egitto un superbissimo obelisco (guglia ora lo chiamano) da collocarsi nel Circo Massimo, per adempiere nello stesso tempo il disegno di Costantino suo padre, che lo avea fatto condurre da Heliopoli sino ad Alessandria, senza poi compiere l'impresa per cagion della morte. Ammiano fa qui una lezione intorno agli obelischi, e racconta il trasporto a Roma di quellamirabil mole, la stessa che poi l'animo grande di papa Sisto V fece di nuovo innalzare nella piazza del Vaticano. Il Lindenbrogio[Lindenbrogius, in Not. ad Ammian.], che suppone trasportato non a Roma antica, ma alla nuova, cioè a Costantinopoli questo stupendo obelisco, citando l'iscrizione che si trova in un altro esistente in essa città di Costantinopoli, prese un granchio, chiaramente parlando Ammiano, che il suddetto sopra una smisurata nave fu pel Tevere introdotto in Roma. Degno è qui di memoria il glorioso zelo delle dame romane[Theodoret., Histor., lib. 2, cap. 14.], per impetrar la liberazione di papaLiberio, relegato per quasi due anni a Berea. Si presentarono esse animosamente all'imperadore, per pregarlo di rimettere in libertà il loro pastore; e perchè egli rispose che avendo elleFelice, non mancava pastore al popolo romano, ne mostrarono esse dell'orrore. Fu cagione un tal ricorso, che Costanzo pensasse a richiamar l'esiliato pontefice, ma sedotto dai consiglieri ariani, tanto fece, che lo indusse poi a comperar la grazia con discapito non lieve della sua riputazione, siccome accennerò all'anno seguente. Abbiamo ancora da sant'Ambrosio[Ambrosius contra Sym. Epist. XII.]che Costanzo o prima di giugnere a Roma, o giunto che vi fu, fece levar dal senato la statua della Vittoria, adorata tuttavia dai pagani: il che quanto fece risplendere la di lui cristiana delicatezza, altrettanto diede motivo di mormorazione e collera a chi tuttavia professava il culto degl'idoli, e massimamente al senato, giacchè tutti i senatori d'allora, o almeno la maggior parte erano idolatri. Pensava poi e desiderava esso Augusto di fermarsi più lungamente in quella maestosa e deliziosa città[Ammian., lib. 16, cap. 10.], quando gli vennero nuove che gli Svevi facevano delle scorrerie nella Rezia; i Quadi nella Valeria o sia nella Pannonia, e i Sarmati nella Mesia superiore.Per tal cagione, dopo la dimora di soli trenta giorni, si partì di colà e tornossene a Milano. Convien credere che cessassero i torbidi della Rezia, perchè non si sa che Costanzo alcun movimento facesse per quelle parti. Le leggi[Gothofred., in Chron. Cod. Theodos.]bensì del Codice Teodosiano, ed Ammiano[Ammianus, lib. 16, cap. 10.]ci assicurano che forse verso il fine dell'anno, per via di Trento, egli passò nella Pannonia[Sozomenus, lib. 4, cap. 14.], andando a Sirmio, dove si trattenne poi per tutto il seguente verno[Philostorgius, lib. 4, cap. 3.]. Visitò le frontiere verso i Quadi e Sarmati, e da quelle barbare nazioni ricevette quante belle parole di pace ed amicizia egli voleva, ma pochi fatti, siccome vedremo. Non piaceva certo a Costanzo il faticoso e pericoloso mestier della guerra, e però si studiava di acconciar le cose come poteva il meglio colle buone, guardandosi di venire a rottura.Passiamo ora nelle Gallie, dove Giuliano Cesare si trattenne durante il verno nella città di Sens, con ritener poche truppe presso di sè, e distribuire il resto in altri paesi[Ammian., lib. 6, cap. 4.], perchè il paese si trovava disfatto dai Barbari. Non tardarono le spie a ragguagliare i nemici dello stato presente di Giuliano; e però volarono nel cuor del verno ad assediarlo in quella città[Julian., Epist. ad Atheniens.]. Così bravamente si difese egli con quel poco di guarnigione che ivi stava di guardia, che da lì a un mese que' Barbari levarono il campo e se ne andarono. Quello che specialmente disgustò Giuliano, fu che Marcello generale delle armi, acquartierato in quelle vicinanze, niun pensiero si diede per soccorrere la città assediata e lui posto in sì grave pericolo. Ne fece perciò amare doglianze Giuliano alla corte, e non le fece indarno, perchè Costanzo, mentre soggiornava in Milano nella primavera,richiamò esso Marcello, e toltogli il comando dell'armi, come a persona inetta per quell'impiego, il mandò a riposare a Serdica patria sua. Alla deposizion di costui contribuì l'essere stato spedito alla corte da Giuliano, Euterio suo eunuco, uomo di vaglia, che fece ben valere le ragioni del suo padrone contro le informazioni dell'altro. Di questa occasione[Zosim., lib. 3, cap. 2.]si servì l'imperadrice Eusebia per ottenere dall'Augusto consorte, che Giuliano avesse il comando dell'armi, senza dipendere dal pedante. Per suo tenente generale, e generale della cavalleria[Julian., Epist. ad Atheniens. Libanius, Orat. XII.], gli fu poi inviatoSevero, uomo pratico del mestier militare, e discreto, a cui non rincresceva di ubbidire agli ordini di esso principe. A questi tempi riferisce Ammiano[Ammian., lib. 16, cap. 8.]i rigorosi processi, formati per ordine di Costanzo contra chi ricorreva ai maghi, strologhi e indovini, per sapere il significato de' sogni o de' fortuiti incontri degli animali, o pure facea de' sortilegi per guarire da qualche male. Il che ci fa intendere sempre più la debolezza di Costanzo, che pien di sospetti, tutte queste inezie, per altro ridicole, ed insieme viziose e condannabili, interpretava sempre come tendenti contro la vita propria, ed insieme ci rappresenta la stoltizia, riferita anche da altri, degli antichi Gentili, prodigiosamente attaccati a simili superstizioni ed augurii. Per questo fu pubblicata nell'anno seguente da esso imperadore una rigorosissima legge contro simili impostori, riguardandoli come rei di lesa maestà. Inviò poscia Costanzo dall'Italia verso l'Elvezia in soccorso di Giuliano CesareArbezione, con titolo di generale della fanteria[Idem, ibid., cap. 11.], dandogli seco venticinquemila combattenti, con intenzione di cacciar da quelle contrade gli Alamanni, i quali continuamente le infestavano. Eracostui un bravo solenne, ma solamente di parole, e non già di fatti[Liban., Orat. XII.]; e si trovò poi che non perdonava alle calunnie, per abbassar la gloria di Giuliano. Giunse egli colle sue genti sino alle vicinanze di quella città, che oggidì porta il nome di Basilea, ma senza fare impresa alcuna meritevol di lode in quelle parti. Riuscì intanto circa questi tempi ai Leti, popolo germanico, di giugnere con una scorreria fin sotto la città di Lione, che andò a pericolo d'essere occupata e bruciata, come era il loro disegno; ma felicemente quel popolo si difese, e il solo territorio andò a sacco. Giuliano armò i passi per dove costoro doveano ritornare, e ne fece tagliar a pezzi la maggior parte. Il resto passò in vicinanza del campo di Arbezione, che non volle che si facesse guardia alcuna, e pure scrisse dipoi alla corte contra di alcuni uffiziali, mal veduti da lui, incolpandoli di non aver guardati i posti, e li fece cassare. Uno di essi fuValentiniano, che poi divenne imperadore.Venuta la state, Giuliano colle sue milizie si mise in campagna. Avea egli arrolata quanta gente potè, e perchè ebbe la fortuna di trovar delle armi in un vecchio magazzino, ne fece buon uso[Zosimus, lib. 3, cap. 3. Ammianus, lib. 16, cap. 11. Libanius, Orat. XII.]. Marciò alla volta del Reno, e trovò che i Barbari parte s'erano afforzati in vari siti di qua dal fiume con diversi trincieramenti d'alberi tagliati, e parte accampati nelle isole di quel fiume, quivi si riputavano sicuri. Avendo inviato a dimandar delle barche ad Arbezione, nulla potè ottenere. Non per questo lasciò d'andare innanzi, e trovate l'acque basse, fece transitar in alcune di quelle isole alquanti de' suoi soldati, che diedero la mala pasqua a que' Barbari ivi sorpresi, e si impadronirono delle lor barche, con valersene poi ad assalir le altre isole, in guisa che ne snidarono tutti i nemici, con ridurli a salvarsi di là dalfiume. Allora Giuliano attese a formarsi un buon asilo, fortificando Saverna, luogo dell'Alsazia, e provvedendola di viveri per un anno. Per lo contrario Arbezione, coll'aver tentato di gittare un ponte di barche sul Reno, mosse i Barbari a scagliarsi contra di lui. Tanti alberi tagliati mandarono essi giù pel fiume[Liban., Orat. XII.], che ruppero il ponte, uccisero moltissimi Romani, e gl'inseguirono fin presso a Basilea. Contento di questa bella impresa Arbezione, ossia Barbazione, mandò le sue genti a' quartieri d'inverno. Non così operò Giuliano Cesare[Ammianus, lib. 16, cap. 12.].Cnodomariore degli Alamanni, informato dalle spie che questo principe non avea seco più di tredicimila persone, gli spedì per uno, o pure per più suoi deputati, lettera, con cui imperiosamente gli comandava di levarsi da quelle terre, perchè a lui cedute da Costanzo Augusto mentre Magnenzio viveva, e fece anche veder le lettere di esso imperadore. Giuliano mostrando di credere che quel messo fosse inviato per ispia, il ritenne fin dopo la battaglia, di cui ora parlerò, e poi gli diede la libertà. Non veggendoCnodomarionè risposta nè messo, volle venir in persona ad abboccarsi alla testa della sua armata con Giuliano. Dicono che egli seco menasse trentacinque mila armati, e fra Saverna ed Argentina attaccò un fatto d'armi, in tempo che era matura la messe, cioè probabilmente dopo la metà di luglio. Stette dubbioso un pezzo l'esito del combattimento, descritto minutamente da Ammiano[Idem, ib.]. La cavalleria romana andò quasi in rotta; la fanteria tenne sì forte, che infine sbaragliata la nemica, e sconfitti gli Alamanni diedero alle gambe. Strage non poca di loro fu fatta, e forse più di essi ne assorbì il fiume[Idem, ib. Liban., Orat. XII.]. Chi dice sei, chi ottomila di loro vi perì. È guasto il testo diZosimo[Zosim., lib. 3, cap. 3.], che parla di sessantamila nemici estinti. Dalla parte de' Romani alcune sole centinaia rimasero sul campo. Ma quello che rendè più gloriosa la vittoria di Giuliano[Jul., in Epist. ad Athen.]fu la presa del medesimo reCnodomario, colto fuggitivo in un bosco, che fu poi presentato a Giuliano alla vista di tutto l'esercito, ben trattato da lui, e fra pochi giorni inviato prigioniere all'imperador Costanzo. Noi troviamo esaltata forte dagli scrittori pagani[Ammian. Marcellin. Aurel. Vict. Liban. Eutrop. Mamert.]questa felice giornata di Giuliano, ed essa veramente liberò tutte le Gallie dal peso delle nazioni germaniche che si ritirarono di là dal Reno. La vittoriosa armata in quel bollore di allegrezza proclamò Giuliano Augusto; ma egli represse le loro voci, e diede poi tutto l'onore di tale impresa a Costanzo, il quale in fatti si pavoneggiò di essa vittoria, come se in persona fosse intervenuto a quel conflitto; ciò apparendo da un editto, accennato da Temistio[Temist., Orat. IV.]e da Aurelio Vittore. Per profittar poi della vittoria, Giuliano, formato un ponte sul Reno a Magonza, passò di là, e diede il guasto al paese nemico, finchè le nevi obbligarono le sue soldatesche a cercar quartiere. Ebbe inoltre cura di fortificare di là dal Reno il castello di Trajano, creduto oggidì quello di Cromburgo, distante circa dieci miglia da Francoforte: azioni tutte che empierono di spavento gli Alamanni, avvezzi da gran tempo solamente a vincere e a saccheggiare gli altrui paesi. Perlochè più volte spedirono inviati per dimandar pace, con ottener in fine non più che una tregua di dieci mesi. Andò poscia Giuliano a passare il verno a Parigi, luogo, il cui nome comincia ad udirsi solamente in questi tempi, e che consisteva allora in un castello posto nel recinto dell'isola della Senna.

Consoli

Flavio Costanzo Augustoper la nona volta eFlavio Claudio Giuliano Cesareper la seconda.

Anche per la seconda voltaMemmio Vitrasio Orfitoesercitò in quest'anno la carica di prefetto di Roma, come s'ha da Ammiano e dal Codice Teodosiano. Le leggi di esso Codice[Gothofred., in Chron. Cod. Theod.]attestano essere soggiornato l'Augusto Costanzo in Milano nei primi mesi dell'anno presente. Giunta poi la primavera, voglioso di vedere l'augusta città di Roma, dove, secondo tutte le apparenze, non s'era mai portato per l'addietro, verso colà si inviò nel mese di aprile, conducendo seco Elena maritata già con Giuliano. Per attestato d'Idazio[Idacius, in Fastis. Hieron., in Chron.]v'entrò nel dì 28 di esso mese con somma magnificenza ed aria di trionfante. Per questo suo trionfo gli dà Ammiano[Ammianus, lib. 16, cap. 10.]la burla, perchè nè egli nè i suoi capitani vittoria alcuna aveano mai riportato de' nemici dell'imperio, nè egli aveva aggiunto un palmo di terreno al paese romano, nè mai era intervenuto a verun combattimento; che se avea abbattuto Magnenzio, non solevano i principi romani trionfare de' proprii sudditi ribelli. Vedesi appresso descritta da esso istorico quella splendidissima funzione coll'incontro del senato, e dei vari ordini dell'immenso popolo romano, coll'accompagnamento delle schiere militari, e fra le incessanti acclamazioni della plebe e strepiti di innumerabili suoni di gioia. Poscia con vari giuochi e spettacoli rallegrò egli il popolo romano e di mano in mano andò visitando le tante rarità e magnifiche fabbriche di quella regina delle città, le quali non aveano fin qui provata la distruggitricefierezza delle nazioni barbare. Attesta Ammiano ch'egli alla vista di sì belle e grandiose opere dei precedenti Augusti e cittadini, non capiva in sè stesso per lo stupore, giugnendo in fine a dire che per le altre città la fama era bugiarda, perchè troppo ne dicea; ma che non men bugiarda era essa per Roma, perchè ne dicea troppo poco. Siccome altrove accennammo, al suo corteggio si trovava sempreOrmisda, fratello del re di Persia, che tanti anni prima s'era rifugiato sotto l'ombra di Costantino il Grande. Non incresca al lettore, s'io ricordo di nuovo, che interrogato questo saggio straniero da esso Augusto intorno alle grandezze di Roma qual cosa gli fosse più data negli occhi rispose:Che nulla più gli era piaciuto quanto d'aver imparato che anche in Roma si moriva.In questa occasione fu che molte città, e particolarmente Costantinopoli, inviarono delle pesanti corone d'oro in dono all'Augusto Costanzo, secondochè s'ha da Temistio sofista[Themistius, Orat. III et VI.], il quale avea preparato per questa congiuntura un'orazione in lode di esso imperadore, ma senza poterla recitare, perchè restò interrotto il disegno da una malattia sopraggiuntagli nel suo viaggio. Ci resta tuttavia quella orazione, siccome un'altra ch'egli recitò in Costantinopoli a gloria del medesimo Augusto.

Osservato ch'ebbe Costanzo tante insigni memorie di magnificenza, lasciate in Roma dagli antecessori suoi, non volle essere da men di loro. Pertanto ordinò[Ammianus, lib. 17, cap. 4.]che si facesse venir dall'Egitto un superbissimo obelisco (guglia ora lo chiamano) da collocarsi nel Circo Massimo, per adempiere nello stesso tempo il disegno di Costantino suo padre, che lo avea fatto condurre da Heliopoli sino ad Alessandria, senza poi compiere l'impresa per cagion della morte. Ammiano fa qui una lezione intorno agli obelischi, e racconta il trasporto a Roma di quellamirabil mole, la stessa che poi l'animo grande di papa Sisto V fece di nuovo innalzare nella piazza del Vaticano. Il Lindenbrogio[Lindenbrogius, in Not. ad Ammian.], che suppone trasportato non a Roma antica, ma alla nuova, cioè a Costantinopoli questo stupendo obelisco, citando l'iscrizione che si trova in un altro esistente in essa città di Costantinopoli, prese un granchio, chiaramente parlando Ammiano, che il suddetto sopra una smisurata nave fu pel Tevere introdotto in Roma. Degno è qui di memoria il glorioso zelo delle dame romane[Theodoret., Histor., lib. 2, cap. 14.], per impetrar la liberazione di papaLiberio, relegato per quasi due anni a Berea. Si presentarono esse animosamente all'imperadore, per pregarlo di rimettere in libertà il loro pastore; e perchè egli rispose che avendo elleFelice, non mancava pastore al popolo romano, ne mostrarono esse dell'orrore. Fu cagione un tal ricorso, che Costanzo pensasse a richiamar l'esiliato pontefice, ma sedotto dai consiglieri ariani, tanto fece, che lo indusse poi a comperar la grazia con discapito non lieve della sua riputazione, siccome accennerò all'anno seguente. Abbiamo ancora da sant'Ambrosio[Ambrosius contra Sym. Epist. XII.]che Costanzo o prima di giugnere a Roma, o giunto che vi fu, fece levar dal senato la statua della Vittoria, adorata tuttavia dai pagani: il che quanto fece risplendere la di lui cristiana delicatezza, altrettanto diede motivo di mormorazione e collera a chi tuttavia professava il culto degl'idoli, e massimamente al senato, giacchè tutti i senatori d'allora, o almeno la maggior parte erano idolatri. Pensava poi e desiderava esso Augusto di fermarsi più lungamente in quella maestosa e deliziosa città[Ammian., lib. 16, cap. 10.], quando gli vennero nuove che gli Svevi facevano delle scorrerie nella Rezia; i Quadi nella Valeria o sia nella Pannonia, e i Sarmati nella Mesia superiore.Per tal cagione, dopo la dimora di soli trenta giorni, si partì di colà e tornossene a Milano. Convien credere che cessassero i torbidi della Rezia, perchè non si sa che Costanzo alcun movimento facesse per quelle parti. Le leggi[Gothofred., in Chron. Cod. Theodos.]bensì del Codice Teodosiano, ed Ammiano[Ammianus, lib. 16, cap. 10.]ci assicurano che forse verso il fine dell'anno, per via di Trento, egli passò nella Pannonia[Sozomenus, lib. 4, cap. 14.], andando a Sirmio, dove si trattenne poi per tutto il seguente verno[Philostorgius, lib. 4, cap. 3.]. Visitò le frontiere verso i Quadi e Sarmati, e da quelle barbare nazioni ricevette quante belle parole di pace ed amicizia egli voleva, ma pochi fatti, siccome vedremo. Non piaceva certo a Costanzo il faticoso e pericoloso mestier della guerra, e però si studiava di acconciar le cose come poteva il meglio colle buone, guardandosi di venire a rottura.

Passiamo ora nelle Gallie, dove Giuliano Cesare si trattenne durante il verno nella città di Sens, con ritener poche truppe presso di sè, e distribuire il resto in altri paesi[Ammian., lib. 6, cap. 4.], perchè il paese si trovava disfatto dai Barbari. Non tardarono le spie a ragguagliare i nemici dello stato presente di Giuliano; e però volarono nel cuor del verno ad assediarlo in quella città[Julian., Epist. ad Atheniens.]. Così bravamente si difese egli con quel poco di guarnigione che ivi stava di guardia, che da lì a un mese que' Barbari levarono il campo e se ne andarono. Quello che specialmente disgustò Giuliano, fu che Marcello generale delle armi, acquartierato in quelle vicinanze, niun pensiero si diede per soccorrere la città assediata e lui posto in sì grave pericolo. Ne fece perciò amare doglianze Giuliano alla corte, e non le fece indarno, perchè Costanzo, mentre soggiornava in Milano nella primavera,richiamò esso Marcello, e toltogli il comando dell'armi, come a persona inetta per quell'impiego, il mandò a riposare a Serdica patria sua. Alla deposizion di costui contribuì l'essere stato spedito alla corte da Giuliano, Euterio suo eunuco, uomo di vaglia, che fece ben valere le ragioni del suo padrone contro le informazioni dell'altro. Di questa occasione[Zosim., lib. 3, cap. 2.]si servì l'imperadrice Eusebia per ottenere dall'Augusto consorte, che Giuliano avesse il comando dell'armi, senza dipendere dal pedante. Per suo tenente generale, e generale della cavalleria[Julian., Epist. ad Atheniens. Libanius, Orat. XII.], gli fu poi inviatoSevero, uomo pratico del mestier militare, e discreto, a cui non rincresceva di ubbidire agli ordini di esso principe. A questi tempi riferisce Ammiano[Ammian., lib. 16, cap. 8.]i rigorosi processi, formati per ordine di Costanzo contra chi ricorreva ai maghi, strologhi e indovini, per sapere il significato de' sogni o de' fortuiti incontri degli animali, o pure facea de' sortilegi per guarire da qualche male. Il che ci fa intendere sempre più la debolezza di Costanzo, che pien di sospetti, tutte queste inezie, per altro ridicole, ed insieme viziose e condannabili, interpretava sempre come tendenti contro la vita propria, ed insieme ci rappresenta la stoltizia, riferita anche da altri, degli antichi Gentili, prodigiosamente attaccati a simili superstizioni ed augurii. Per questo fu pubblicata nell'anno seguente da esso imperadore una rigorosissima legge contro simili impostori, riguardandoli come rei di lesa maestà. Inviò poscia Costanzo dall'Italia verso l'Elvezia in soccorso di Giuliano CesareArbezione, con titolo di generale della fanteria[Idem, ibid., cap. 11.], dandogli seco venticinquemila combattenti, con intenzione di cacciar da quelle contrade gli Alamanni, i quali continuamente le infestavano. Eracostui un bravo solenne, ma solamente di parole, e non già di fatti[Liban., Orat. XII.]; e si trovò poi che non perdonava alle calunnie, per abbassar la gloria di Giuliano. Giunse egli colle sue genti sino alle vicinanze di quella città, che oggidì porta il nome di Basilea, ma senza fare impresa alcuna meritevol di lode in quelle parti. Riuscì intanto circa questi tempi ai Leti, popolo germanico, di giugnere con una scorreria fin sotto la città di Lione, che andò a pericolo d'essere occupata e bruciata, come era il loro disegno; ma felicemente quel popolo si difese, e il solo territorio andò a sacco. Giuliano armò i passi per dove costoro doveano ritornare, e ne fece tagliar a pezzi la maggior parte. Il resto passò in vicinanza del campo di Arbezione, che non volle che si facesse guardia alcuna, e pure scrisse dipoi alla corte contra di alcuni uffiziali, mal veduti da lui, incolpandoli di non aver guardati i posti, e li fece cassare. Uno di essi fuValentiniano, che poi divenne imperadore.

Venuta la state, Giuliano colle sue milizie si mise in campagna. Avea egli arrolata quanta gente potè, e perchè ebbe la fortuna di trovar delle armi in un vecchio magazzino, ne fece buon uso[Zosimus, lib. 3, cap. 3. Ammianus, lib. 16, cap. 11. Libanius, Orat. XII.]. Marciò alla volta del Reno, e trovò che i Barbari parte s'erano afforzati in vari siti di qua dal fiume con diversi trincieramenti d'alberi tagliati, e parte accampati nelle isole di quel fiume, quivi si riputavano sicuri. Avendo inviato a dimandar delle barche ad Arbezione, nulla potè ottenere. Non per questo lasciò d'andare innanzi, e trovate l'acque basse, fece transitar in alcune di quelle isole alquanti de' suoi soldati, che diedero la mala pasqua a que' Barbari ivi sorpresi, e si impadronirono delle lor barche, con valersene poi ad assalir le altre isole, in guisa che ne snidarono tutti i nemici, con ridurli a salvarsi di là dalfiume. Allora Giuliano attese a formarsi un buon asilo, fortificando Saverna, luogo dell'Alsazia, e provvedendola di viveri per un anno. Per lo contrario Arbezione, coll'aver tentato di gittare un ponte di barche sul Reno, mosse i Barbari a scagliarsi contra di lui. Tanti alberi tagliati mandarono essi giù pel fiume[Liban., Orat. XII.], che ruppero il ponte, uccisero moltissimi Romani, e gl'inseguirono fin presso a Basilea. Contento di questa bella impresa Arbezione, ossia Barbazione, mandò le sue genti a' quartieri d'inverno. Non così operò Giuliano Cesare[Ammianus, lib. 16, cap. 12.].Cnodomariore degli Alamanni, informato dalle spie che questo principe non avea seco più di tredicimila persone, gli spedì per uno, o pure per più suoi deputati, lettera, con cui imperiosamente gli comandava di levarsi da quelle terre, perchè a lui cedute da Costanzo Augusto mentre Magnenzio viveva, e fece anche veder le lettere di esso imperadore. Giuliano mostrando di credere che quel messo fosse inviato per ispia, il ritenne fin dopo la battaglia, di cui ora parlerò, e poi gli diede la libertà. Non veggendoCnodomarionè risposta nè messo, volle venir in persona ad abboccarsi alla testa della sua armata con Giuliano. Dicono che egli seco menasse trentacinque mila armati, e fra Saverna ed Argentina attaccò un fatto d'armi, in tempo che era matura la messe, cioè probabilmente dopo la metà di luglio. Stette dubbioso un pezzo l'esito del combattimento, descritto minutamente da Ammiano[Idem, ib.]. La cavalleria romana andò quasi in rotta; la fanteria tenne sì forte, che infine sbaragliata la nemica, e sconfitti gli Alamanni diedero alle gambe. Strage non poca di loro fu fatta, e forse più di essi ne assorbì il fiume[Idem, ib. Liban., Orat. XII.]. Chi dice sei, chi ottomila di loro vi perì. È guasto il testo diZosimo[Zosim., lib. 3, cap. 3.], che parla di sessantamila nemici estinti. Dalla parte de' Romani alcune sole centinaia rimasero sul campo. Ma quello che rendè più gloriosa la vittoria di Giuliano[Jul., in Epist. ad Athen.]fu la presa del medesimo reCnodomario, colto fuggitivo in un bosco, che fu poi presentato a Giuliano alla vista di tutto l'esercito, ben trattato da lui, e fra pochi giorni inviato prigioniere all'imperador Costanzo. Noi troviamo esaltata forte dagli scrittori pagani[Ammian. Marcellin. Aurel. Vict. Liban. Eutrop. Mamert.]questa felice giornata di Giuliano, ed essa veramente liberò tutte le Gallie dal peso delle nazioni germaniche che si ritirarono di là dal Reno. La vittoriosa armata in quel bollore di allegrezza proclamò Giuliano Augusto; ma egli represse le loro voci, e diede poi tutto l'onore di tale impresa a Costanzo, il quale in fatti si pavoneggiò di essa vittoria, come se in persona fosse intervenuto a quel conflitto; ciò apparendo da un editto, accennato da Temistio[Temist., Orat. IV.]e da Aurelio Vittore. Per profittar poi della vittoria, Giuliano, formato un ponte sul Reno a Magonza, passò di là, e diede il guasto al paese nemico, finchè le nevi obbligarono le sue soldatesche a cercar quartiere. Ebbe inoltre cura di fortificare di là dal Reno il castello di Trajano, creduto oggidì quello di Cromburgo, distante circa dieci miglia da Francoforte: azioni tutte che empierono di spavento gli Alamanni, avvezzi da gran tempo solamente a vincere e a saccheggiare gli altrui paesi. Perlochè più volte spedirono inviati per dimandar pace, con ottener in fine non più che una tregua di dieci mesi. Andò poscia Giuliano a passare il verno a Parigi, luogo, il cui nome comincia ad udirsi solamente in questi tempi, e che consisteva allora in un castello posto nel recinto dell'isola della Senna.


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