CCCLXIAnno diCristoCCCLXI. IndizioneIV.Liberiopapa 10.Giulianoimperadore 1.ConsoliFlavio TauroeFlavio Fiorenzo.Il secondo console, cioèFiorenzo, quel medesimo è che vedemmo prefetto del pretorio delle Gallie, e fuggito di là dopo la ribellion di Giuliano, da cui poscia fu condannato a morte; ma egli si nascose, tanto che venissero tempi migliori.Tauroera anche prefetto del pretorio d'Italia, e, per ben servire a Costanzo, aveva oppresso i cattolici nel concilio di Rimini. Permise Iddio che anch'egli fosse dipoi condannato all'esilio da Giuliano, tuttochè nulla avesse operato contra di lui.Tertulloin questo anno ancora si truova prefetto di Roma. In luogo suo fu poi creato Massimo, dappoichè Giuliano divenne padron di tutto. Passò esso Giuliano Augusto, siccome già accennai, il verno in Vienna[Ammianus, lib. 21, cap. 3.], dove sul principio di marzo gli giunse avviso che gli Alamanni sudditi del re o principe Vadomario verso Basilea aveano fatto delle scorrerie nel paese romano della Rezia. Spedì egli Libinone conte con una brigata di soldati per mettere al dovere que' Barbari; ma essi misero lui a morte, avendo egli disordinatamente voluto venir alle mani con loro. Fama corse cheVadomario, uomo furbo, trattando con Giuliano, gli dava i titoli d'Augusto e di dio[Liban., Orat. V et XII. Julian., Epist. ad Atheniens.]; menava poi segreti trattati con Costanzo imperadore, e da lui avea ricevuti ordini d'infestare il medesimo Giuliano; dicendosi di più ch'erano state intercette lettere comprovanti tal fatto. Vero o falso checiò fosse, Giuliano se ne prevalse per uno de' suoi pretesti di far guerra a Costanzo. Intanto diede commissione aFilagriosuo segretario, che poi fu conte d'Oriente, di attrappolar, se poteva, Vadomario, con cui continuava l'apparenza della pace; ed in fatti gli riuscì di farlo prigione in un convito. Altro male non gli avvenne, se non che Giuliano il relegò nelle Spagne, di dove uscito nei tempi susseguenti, fu creato duca della Fenicia. Passò poi lo stesso Giuliano di là dal Reno per gastigar coloro che aveano ucciso Libinone; ma non ebbe molto a faticare, perchè tutti dimandarono pace, o pure la confermarono, con che restarono quiete quelle contrade. Ma questi non erano i gran pensieri di Giuliano. Giacchè durava la nimicizia insorta fra lui e Costanzo, andava egli da gran tempo ruminando qual partito convenisse prendere, cioè di venire a guerra aperta, o pur d'intavolare qualche accordo con lui anche con proprio svantaggio. Ma perchè conosceva non essere Costanzo principe da potersi fidare della di lui parola, antepose la risoluzion di passare all'armi contra di lui. E tanto più si animò a questa impresa, perchè, essendo egli perduto nell'arte d'indovinare[Ammianus, lib. 20, cap. 1. Liban., Orat. XII.]o per augurii o per negromanzia, s'immaginò che Costanzo avesse da mancar di vita in questo anno, e nel mese di novembre. San Gregorio Nazianzeno scrive[Gregor. Nazianzen., Orat. III.], non essere da stupire s'egli previde la morte d'esso imperadore, perchè avea guadagnato uno dei di lui cortigiani per avvelenarlo; e per questa fidanza s'incamminò dipoi coll'armi verso Levante. Osservò ancora Sozomeno[Sozom., lib. 5 Hist., cap. 1.]la follia di Giuliano in prestar fede ai suoi auguri e indovini, perchè egli non previde punto la propria morte, nè il funesto fine della sua impresa contro i Persiani. Ammiano il vuole scusar su questo, condire ch'egli riguardava, non come cose certe, ma solamente come conghietture le predizioni de' suoi indovini: scusa familiare ad altri che s'immergono nell'arte empia e vanissima di voler conoscere l'avvenire.La risoluzion presa da Giuliano di sguainar la spada contra di Costanzo imperadore ognun può scorgere quanta occasion desse a tutti i saggi di mormorare di lui, trattandosi di volgere l'armi contra di un cugino che l'avea colmato di benefizii, valendosi dell'autorità a lui conferita per ispogliare ed abbattere il medesimo suo benefattore. Cresceva anche l'iniquità ed ingratitudine sua, perchè Costanzo non si movea punto contra di lui, e trovavasi allora in angustie per la svantaggiosa guerra che avea coi Persiani. Si studiò lo stesso Giuliano di parare questa odiosità con varie scuse e pretesti, essendosi spezialmente studiato di giustificar la sua condotta presso le città della Grecia, come apparisce dalla lunga sua lettera, o sia dal manifesto scritto agli Ateniesi[Julian., Epistol. ad Atheniens.], che si legge stampata. Il bello è ch'egli pretendeva di essere stato o consigliato o pure obbligato dai suoi dii a ribellarsi; e Zosimo scrive[Zosimus, lib. 3, cap. 9.]che una deità, apparendogli in sogno, l'animò all'impresa, senza badare ch'egli covava in cuore un interno iniquo dio, cioè l'ambizione, da cui era più che da altro spronato a tanta sconoscenza verso chi l'avea tanto beneficato. Anche i suoi soldati e partigiani dicevano promesso a lui da essi dii un felice successo: il che quanto si verificasse, si vedrà a suo tempo. Intanto fece egli quanti preparamenti mai seppe di gente e danaro per marciare verso l'Oriente. L'amore, ch'egli s'era guadagnato fra i popoli delle Gallie, indusse molti ad offerirgli spontaneamente ori ed argenti per isperanza di ricavarne buon frutto a suo tempo; nè si trovò più difficoltà ne' soldati per uscir dalleGallie, e passar l'Alpi, facendo egli credere alla sua armata di non cercar altro per ora che d'impossessarsi dell'Illirico sino alla Dacia novella, per prendere poi altre misure o di accordo o di guerra.Nebridio, mandato già per prefetto del pretorio nelle Gallie da Costanzo, il solo fu[Ammianus, lib. 21, cap. 5.]che protestò di non poter impegnarsi contra dello stesso Costanzo Augusto, e corse rischio d'essere messo in brani dai soldati, se Giuliano non l'avesse coperto col suo manto, e datagli poi licenza di ritirarsi in Toscana. Da Libanio[Liban., Orat. XII.]vien chiamato esso Nebridio un mezzo uomo. Se vuol dire per avventura un codardo, da quando in qua merita nome di codardo la fedeltà verso il principe suo? Se non si trattasse di un nobile romano, si crederebbe che egli parlasse di un eunuco. Fece Giuliano una promozion d'uffiziali, creando generale della sua cavalleriaNevitta,Dagalaifocapitan delle guardie,Mamertinotesoriere, quello stesso che poi compose il panegirico di Giuliano, e distribuendo ad altri varie cariche militari e civili. LasciòSallustioper prefetto del pretorio nelle Gallie, e finalmente mise in moto l'esercito suo, diviso in varii corpi, parte inviandone per l'Italia, e parte per la Rezia, per far credere che fossero più che non erano le forze sue, quando non più di ventitrè mila persone, se non s'inganna Zosimo[Zosimus, lib. 3, cap. 10.], egli conduceva seco. Con gran diligenza marciarono; ed ordine v'era di trovarsi tutti a Sirmio. Era allora tempo di state. Arrivato che fu Giuliano dove il Danubio comincia ad essere navigabile, trovata ivi fortunatamente gran copia di barchette, con tre mila soldati s'imbarcò, e andò a prendere terra in tempo di notte a Bononia, nove miglia lungi da Sirmio, capitale della Pannonia. Di là spedì Dagalaifo con una brigata di soldati, a mettere le mani addosso aLucillianoconte, generale d'armi di Costanzo nell'Illirico, il quale per sua negligenza niun sentore pare che avesse avuto de' frettolosi movimenti di Giuliano. Coltolo a letto, il menarono via, e presentarono ad esso Giuliano: dopo di che a dirittura egli marciò a Sirmio, dove fu con gran pompa e festa accolto da quel numeroso popolo: cosa che gli fece sperar facile la conquista di tutto l'Illirico. E così in fatti avvenne, perchè senza adoperar lancia o spada in poco tempo tutto l'Illirico, la Macedonia e la Grecia il riconobbero per loro signore[Ammianus, lib. 21, cap 10. Libanius, Orat. XII.]. Creò egli allora governatore della seconda PannoniaAurelio Vittore, quel medesimo che ci lasciò un compendio delle Vite dei Cesari. Venuto già era l'autunno, e Giuliano si ridusse a Naisso nella Dacia novella, o nella Mesia, dove, secondo le apparenze, si fermò sino alla morte di Costanzo, applicandosi intanto ad ingrossar la sua armata e a munir le fortezze, con disegno poi di entrar nella Tracia, e far maggiori progressi.Quello che può parere strano, si è che non sappiamo avere Giuliano inviato altro corpo di milizie in Italia, se non quel tenue che, passando per Aquileia, andò a congiugnersi seco a Sirmio: e pure certa cosa è che Roma e l'Italia tutta, quasi con universale concordia, abbandonò Costanzo, e si mise sotto la signoria di Giuliano. Convien credere che questi popoli fossero ben malcontenti del governo d'esso Costanzo e del suo arianismo, credendo essi tuttavia cristiano e cattolico Giuliano; e che si prevalessero di questo leggier vento per sottrarsi dal di lui dominio. Si aggiunse ancora un panico terrore, perchè si sparse voce[Ammianus, lib. 21, cap. 9.]che Giuliano calava in Italia con un diluvio di gente: laonde ognun si affrettò a rendergli ubbidienza. Tale dovette essere in Roma stessa la commozione e paura, cheTauroeFiorenzoconsoli scapparono, non so se di là, o da altro luogo, dove stessero allora, e passarono per le poste verso l'Oriente, parendo loro disperato il caso, e paventando lo sdegno di Giuliano, il quale poi, per testimonianza di Zosimo[Zosim., lib. 3, cap. 10.], mandò ordine che, mettendo il loro nome negli atti pubblici, si aggiugnesseconsoli fuggitivi o fuggiti. In mezzo poi ai pensieri della guerra non dimenticava Giuliano quei del governo civile, scrivendo Ammiano ch'egli si occupava ad ascoltar e decidere le liti de' particolari, a riformar gli abusi: notando nondimeno esso istorico, ch'egli talvolta commetteva delle ingiustizie per correggere quelle degli altri. Mamertino[Mamertinus, in Panegy.]si stende qui all'uso de' panegiristi nelle lodi di lui, dicendo ch'egli mise in buon ordine e stato le città tutte dell'Illirico, della Grecia, Macedonia, Epiro e Dalmazia. Carestia di grani si provava in Roma. Fu inviato colà da Giuliano per prefetto di quella cittàMassimo, il quale, contuttochè permesso non fosse all'Africa di mandar frumenti colà, pure seppe trovar maniera di provvedere al bisogno, e di prevenire i pericolosi tumulti, ai quali fu sottoposto il suo predecessore Tertullo. Diedesi poi meglio a conoscere in tal occasione la vanità e l'ingratitudine di Giuliano[Ammian., lib. 21, cap. 10.], perchè già scorgendo tolta affatto la speranza di riconciliarsi con Costanzo Augusto, scrisse contra di lui al senato romano una invettiva piena di mordacità, con esagerar tutti i vizii e difetti di lui: il che parve sì improprio agli stessi senatori, che, al leggersi nella loro assemblea quella satira, non poterono contenersi dal gridare ad una voce che il pregavano di portar più rispetto e riverenza a chi l'avea creato Cesare e beneficato cotanto. Lo stesso Ammiano, tuttochè adoratore, non che parziale di lui, non potè di meno di non condannare una sì ingiuriosascrittura, e tanto più perchè, non contento egli di sfogarsi contra di Costanzo, addentò anche la memoria di Costantino il Grande, proverbiandolo come novatore e perturbatore delle antiche leggi, e perchè avesse innalzate persone barbare sino al consolato: sciocca accusa, come Ammiano confessa, perchè lo stesso Giuliano poco stette a crear consoleNevitta, Goto di nazione, e persona selvatica, anzi crudele; laddove Costantino non promosse se non persone di raro merito e di gran riputazione e virtù[Ammianus, lib. 21, cap. 11.]. Avvenne intanto un affare che avrebbe potuto imbrogliar non poco le misure di Giuliano, se non fosse intervenuta la morte di Costanzo Augusto. Due legioni e una compagnia di arcieri, che già servivano a Costanzo, trovate da Giuliano in Sirmio, perchè d'esse egli non si fidava, prese la risoluzione d'inviarle nelle Gallie; e queste andarono. Ma giunte ad Aquileia, ricca città, e forte non meno pel sito che per le buone mura, e trovata la plebe tuttavia divota al nome di Costanzo Augusto, che si sollevò all'arrivo loro, quivi fermarono il piede, e si afforzarono contra di Giuliano. Perchè questo fatto potea tirarsi dietro delle brutte conseguenze, Giuliano mandò ordini aGiovinogeneral della cavalleria, che era in marcia verso la Pannonia, di accorrere colà, e convenne formarne l'assedio, che fu lungamente sostenuto con bravura e spargimento di sangue. Nè finiva sì presto quell'impegno, se non veniva la nuova della morte di Costanzo, per cui que' soldati in fine capitolarono la resa, lasciando esposto allo sdegno di Giuliano il promotore di quella sedizione Nigrino tribuno, che fu bruciato vivo, ed alcuni pochi altri, ai quali fu reciso il capo.Tempo è oramai di parlare dell'Augusto Costanzo, che noi lasciammo a' quartieri d'inverno in Antiochia. Le applicazioni sue tutte erano in preparamenti diguerra, e in far masse di milizie per opporsi ai sempre nemici Persiani. Ma non era così occupato da' pensieri guerrieri, che non ne nudrisse ancora de' mansueti e geniali[Ammianus, lib. 21, cap. 6.]. Gli avea tolta la morte poco dianziEusebiaAugusta sua moglie, donna che non l'avea mai arricchito di prole, e che (siccome spacciò la fama) per aver voluto prendere un medicamento, creduto atto a farla concepire, abbreviò a sè stessa la vita[Zonar. Cedrenus. Chrysost., Hom. 15 ad Philipp.]. Voce ancora corse[Ammianus, lib. 16.]ch'essa con una bevanda data adElenasua cognata, allorchè questa fu per maritarsi con Giuliano Cesare, la conciasse in maniera che abortisse ad ogni gravidanza. Le dicerie del volgo son facili in tal sorta di accuse. Ora Costanzo, per desiderio di lasciar dopo di sè qualche figliuolanza[Du-Cange, Hist. Byz.], prese in questi tempi per moglieMassimo Faustina, della cui famiglia nulla dicono le storie. Solamente si sa ch'egli morendo la lasciò gravida, ed esserne nata una figliuola, appellataFlavia Massimo Costanza. Questa poi prese per maritoGraziano, che vedremo a suo tempo imperadore. Forse non si figurava Costanzo che Giuliano si avesse a muovere dalle Gallie, e però non prese le convenevoli precauzioni per munire l'Italia e l'Illirico contra dei di lui tentativi. Provvide bensì all'Africa[Ammianus, lib. 21, cap. 7.], con inviare colàGaudenziosuo segretario, il quale, andando d'accordo conCrezioneconte, dispose così ben le cose, che durante la vita d'esso Augusto da niuno restò turbata la quiete di quelle provincie. S'udivano intanto le grandiose disposizioni di Sapore re della Persia per tornare ostilmente ad invadere la Mesopotamia. Il perchè Costanzo si procacciò con diversi regali l'assistenza e il favore dei re confinanti co' Persiani, e massimamente diArsacere dell'Armenia. Poscia, allorchè vennero nuove che parevaimminente il passaggio dei Persiani nella Mesopotamia, circa il mese di maggio uscì anch'egli in campagna, e passato di là dall'Eufrate, andò a fermarsi in Edessa, con inviare nello stesso tempo i suoi generaliArbezioneedAgilonealle rive del Tigri, ma con espresso ordine di non azzardare una battaglia. Stettero ivi le soldatesche romane gran tempo, aspettando il nemico, senza mai vederlo comparire; ed intanto giunse a Costanzo la dolorosa novella che il ribelle Giuliano s'era già impadronito dell'Illirico. Facile è l'immaginare che turbazione ed affanno gli recassero i passi dell'odiato cugino. Ma nel dì seguente ricevette il grato avviso che il re Sapore, o sia perchè da' suoi indovini gli furono predette disgrazie se s'inoltrava, o pure perchè gli diedero apprensione le forze de' Romani, se n'era tornato addietro. Allora fu che Costanzo, tenendosi come liberato dalla molestia de' Persiani, lasciate solamente le guarnigioni opportune nelle città e fortezze della Mesopotamia, se ne tornò indietro con disegno di procedere armato contra di Giuliano, giacchè si teneva sicura la vittoria, combattendo con quell'ingrato. Partecipata all'esercito questa sua intenzione, tutti ne fecero festa, e si animarono al viaggio. Partissi egli da Antiochia nell'autunno avanzato; ma arrivato a Tarso nella Cilicia, fu preso da una picciola febbre, per cui non desistè dal cammino. Si trovò poi forzato dal male, che andò crescendo, a posare in Mopsuerene, luogo situato ai confini della Cilicia plesso il monte Tauro[Hieronymus, in Chronico. Idacius in Fastis. Chronicon Alexandr. Theophan., in Chronogr.], dove nel dì 5 di dicembre (Ammiano scrive nel dì 3) in età di circa quarantacinque anni diede fine al suo vivere, con essersi detto che Giuliano l'avesse fatto avvelenare.Lasciò questo principe dopo di sè una assai svantaggiosa memoria. Certamente a lui non mancavano delle belle qualità, come l'essere indurato alle fatiche e adormir poco, se il bisogno lo richiedeva[Ammianus. Aurel. Victor, de Caesaribus.]. Negli esercizii militari niuno gli andava innanzi, e quanto fu moderatissimo sempre nel mangiare e bere, altrettanto si guardò dal lusso e dai piaceri illeciti, in guisa tale che nè pur chi gli voleva male arrivò mai ad accusarlo di avere contravvenuto alle leggi della castità. Ornato delle belle lettere, sapea far discorsi sensati e gravi. Chi prese a lodarlo vivente (il che fecero Giuliano e Temistio[Themist., Orat. I et II. Julian., Orat. I et II.]), cel rappresenta moderato in tutte le passioni, e specialmente padrone della sua collera, con soffrir le ingiurie senza farne vendetta. E certo sensibili segni di clemenza diede talvolta[Eutrop., in Breviar.]sino a perdonare con facilità alle città che aveano fatta sollevazione: laonde da molti per questa sua indulgenza era amato non poco. Fece ancora risplendere il suo zelo contra dell'idolatria, e di sopra accennammo le rigorose sue leggi contro di essa. Ristaurò pur anche o di nuovo edificò molte chiese in Oriente, e le arricchì; e gran rispetto conservò sempre verso i vescovi, facendoli mangiare alla sua tavola, e ricevendo da loro con umiltà la benedizione. Tali erano i pregi di Costanzo in poche parole. Ammiano[Ammianus, lib. 21, cap. 16.]più a lungo ne lasciò descritto quel poco o molto ch'egli aveva di buono. Ma, voltando carta, troviamo che contrappesavano ben più i di lui difetti. Gran disgrazia è l'aver principi deboli di testa, e che si figurano nondimeno di aver testa superiore in intendimento a quella di ognuno. A Costanzo ne era toccata una di questo tenore. Peggio poi se il principe non ama e non soffre se non chi il loda, e solamente si compiace degli adulatori, disprezzando o rigettando chi osa dirgli la verità, e non sa lodare i difetti, nè far plauso alle azioni viziose o mal fatte. Costanzo era appunto un di questi[Julian., Orat. VII. Liban., Orat. XI.], pieno di unavanità ridicola, per cui voleva, a guisa dei tiranni dell'Oriente, essere appellato Signore di tutta la terra[Athanasius, de Syn.]; e si fece alzar archi trionfali nelle Gallie e nella Pannonia per aver vinto dei Romani ribelli: gloria abborrita da tutti i saggi imperadori; pavoneggiandosi ancora delle vittorie riportate da' suoi generali[Ammianus, lib. 16, c. 6, et lib. 21, cap. 16.], come se in persona fosse egli intervenuto alle battaglie. Nè la sua clemenza andò molto innanzi, perchè spietato comparve contro chiunque o tentò o fu sospettato di tentare contro la di lui corona. Non si può poscia abbastanza esprimere che predominio avessero nella corte di lui gli adulatori, e quanta fosse la prepotenza de' suoi eunuchi, i quali, abusandosi della tenuità del di lui intendimento, e della timidità del suo cuore, l'ingannavano continuamente, ed arrivarono in certa guisa a far essi da imperadori di fatto, con lasciarne a lui il solo nome, perchè nulla operava, nulla determinava senza il lor consiglio, nè pur osando di far cosa che venisse da lor disapprovata. Di qua poi venne la vendita delle cariche e della giustizia, e l'elezion degl'indegni ministri e governatori con immenso danno dei popoli. Non venne anche un peggior male, cioè un gravissimo sconcerto alla Chiesa di Dio; perchè quella vile, ma superba canaglia, guadagnata dagli ariani, il portò a sposar gli empii loro insegnamenti, e a perseguitare i vescovi della Chiesa cattolica, e ad abbattere per quanto potè la dottrina della vera Chiesa di Dio. Però nella storia ecclesiastica noi il troviamo dipinto (e ben sel meritava) con dei neri colori, spezialmente da santo Ilario e da Lucifero vescovo di Cagliari, come principe o tiranno, che contra le leggi del Vangelo si arrogò l'autorità di far dipendente da' suoi voleri la religione santa di Cristo, e volle esser arbitro delle controversie della fede che Dio ha riserbato al giudizio dei sacri suoi pastori. Lo stesso Ammiano, ancorchè gentile, ilcondannò per questa sua prepotenza. Imbevuto egli così degli errori dell'arianismo, in essi durò poi sino alla morte, senza mai prendere il sacro battesimo, fuorchè negli ultimi dì di sua vita[Athanasius, de Syn. Socrat., lib. 2, cap. 47. Philostorg., lib. 6, c. 6.], nei quali fu battezzato da Euzoio vescovo ariano. Ma finiamola di parlar di un regnante cattivo, per passare ad un peggiore, che, provveduto da Dio di molte belle doti personali, avrebbe potuto far bella figura fra gl'imperadori de' Romani, ma per la sua empietà si screditò affatto presso de' Cristiani, che tuttavia rammentano con orrore il di lui nome. Parlo diGiuliano, che già aveva usurpato il titolo d'Imperadore Augusto, e si trovava nell'Illirico allorchè gli giunse la gratissima nuova della morte di Costanzo Augusto. Riserbando io di favellare più precisamente di lui all'anno seguente, solamente ora dirò ch'egli, veggendo tolto ogni ostacolo alla sua grandezza, marciò a dirittura a Costantinopoli nel dì 11 di dicembre[Mamert., in Panegyr. Ammianus, lib. 22, cap. 1. Idacius, in Fastis. Chronicon Alexandr.], dove fu ben accolto, e fatto portar colà il cadavere del defunto cugino Augusto, gli fece dar sepoltura colla pompa consueta degl'imperatori nella chiesa degli Apostoli, intervenendo egli stesso alla sacra funzione come cristiano in apparenza, ancorchè qual fosse internamente, staremo poco a vederlo.
Consoli
Flavio TauroeFlavio Fiorenzo.
Il secondo console, cioèFiorenzo, quel medesimo è che vedemmo prefetto del pretorio delle Gallie, e fuggito di là dopo la ribellion di Giuliano, da cui poscia fu condannato a morte; ma egli si nascose, tanto che venissero tempi migliori.Tauroera anche prefetto del pretorio d'Italia, e, per ben servire a Costanzo, aveva oppresso i cattolici nel concilio di Rimini. Permise Iddio che anch'egli fosse dipoi condannato all'esilio da Giuliano, tuttochè nulla avesse operato contra di lui.Tertulloin questo anno ancora si truova prefetto di Roma. In luogo suo fu poi creato Massimo, dappoichè Giuliano divenne padron di tutto. Passò esso Giuliano Augusto, siccome già accennai, il verno in Vienna[Ammianus, lib. 21, cap. 3.], dove sul principio di marzo gli giunse avviso che gli Alamanni sudditi del re o principe Vadomario verso Basilea aveano fatto delle scorrerie nel paese romano della Rezia. Spedì egli Libinone conte con una brigata di soldati per mettere al dovere que' Barbari; ma essi misero lui a morte, avendo egli disordinatamente voluto venir alle mani con loro. Fama corse cheVadomario, uomo furbo, trattando con Giuliano, gli dava i titoli d'Augusto e di dio[Liban., Orat. V et XII. Julian., Epist. ad Atheniens.]; menava poi segreti trattati con Costanzo imperadore, e da lui avea ricevuti ordini d'infestare il medesimo Giuliano; dicendosi di più ch'erano state intercette lettere comprovanti tal fatto. Vero o falso checiò fosse, Giuliano se ne prevalse per uno de' suoi pretesti di far guerra a Costanzo. Intanto diede commissione aFilagriosuo segretario, che poi fu conte d'Oriente, di attrappolar, se poteva, Vadomario, con cui continuava l'apparenza della pace; ed in fatti gli riuscì di farlo prigione in un convito. Altro male non gli avvenne, se non che Giuliano il relegò nelle Spagne, di dove uscito nei tempi susseguenti, fu creato duca della Fenicia. Passò poi lo stesso Giuliano di là dal Reno per gastigar coloro che aveano ucciso Libinone; ma non ebbe molto a faticare, perchè tutti dimandarono pace, o pure la confermarono, con che restarono quiete quelle contrade. Ma questi non erano i gran pensieri di Giuliano. Giacchè durava la nimicizia insorta fra lui e Costanzo, andava egli da gran tempo ruminando qual partito convenisse prendere, cioè di venire a guerra aperta, o pur d'intavolare qualche accordo con lui anche con proprio svantaggio. Ma perchè conosceva non essere Costanzo principe da potersi fidare della di lui parola, antepose la risoluzion di passare all'armi contra di lui. E tanto più si animò a questa impresa, perchè, essendo egli perduto nell'arte d'indovinare[Ammianus, lib. 20, cap. 1. Liban., Orat. XII.]o per augurii o per negromanzia, s'immaginò che Costanzo avesse da mancar di vita in questo anno, e nel mese di novembre. San Gregorio Nazianzeno scrive[Gregor. Nazianzen., Orat. III.], non essere da stupire s'egli previde la morte d'esso imperadore, perchè avea guadagnato uno dei di lui cortigiani per avvelenarlo; e per questa fidanza s'incamminò dipoi coll'armi verso Levante. Osservò ancora Sozomeno[Sozom., lib. 5 Hist., cap. 1.]la follia di Giuliano in prestar fede ai suoi auguri e indovini, perchè egli non previde punto la propria morte, nè il funesto fine della sua impresa contro i Persiani. Ammiano il vuole scusar su questo, condire ch'egli riguardava, non come cose certe, ma solamente come conghietture le predizioni de' suoi indovini: scusa familiare ad altri che s'immergono nell'arte empia e vanissima di voler conoscere l'avvenire.
La risoluzion presa da Giuliano di sguainar la spada contra di Costanzo imperadore ognun può scorgere quanta occasion desse a tutti i saggi di mormorare di lui, trattandosi di volgere l'armi contra di un cugino che l'avea colmato di benefizii, valendosi dell'autorità a lui conferita per ispogliare ed abbattere il medesimo suo benefattore. Cresceva anche l'iniquità ed ingratitudine sua, perchè Costanzo non si movea punto contra di lui, e trovavasi allora in angustie per la svantaggiosa guerra che avea coi Persiani. Si studiò lo stesso Giuliano di parare questa odiosità con varie scuse e pretesti, essendosi spezialmente studiato di giustificar la sua condotta presso le città della Grecia, come apparisce dalla lunga sua lettera, o sia dal manifesto scritto agli Ateniesi[Julian., Epistol. ad Atheniens.], che si legge stampata. Il bello è ch'egli pretendeva di essere stato o consigliato o pure obbligato dai suoi dii a ribellarsi; e Zosimo scrive[Zosimus, lib. 3, cap. 9.]che una deità, apparendogli in sogno, l'animò all'impresa, senza badare ch'egli covava in cuore un interno iniquo dio, cioè l'ambizione, da cui era più che da altro spronato a tanta sconoscenza verso chi l'avea tanto beneficato. Anche i suoi soldati e partigiani dicevano promesso a lui da essi dii un felice successo: il che quanto si verificasse, si vedrà a suo tempo. Intanto fece egli quanti preparamenti mai seppe di gente e danaro per marciare verso l'Oriente. L'amore, ch'egli s'era guadagnato fra i popoli delle Gallie, indusse molti ad offerirgli spontaneamente ori ed argenti per isperanza di ricavarne buon frutto a suo tempo; nè si trovò più difficoltà ne' soldati per uscir dalleGallie, e passar l'Alpi, facendo egli credere alla sua armata di non cercar altro per ora che d'impossessarsi dell'Illirico sino alla Dacia novella, per prendere poi altre misure o di accordo o di guerra.Nebridio, mandato già per prefetto del pretorio nelle Gallie da Costanzo, il solo fu[Ammianus, lib. 21, cap. 5.]che protestò di non poter impegnarsi contra dello stesso Costanzo Augusto, e corse rischio d'essere messo in brani dai soldati, se Giuliano non l'avesse coperto col suo manto, e datagli poi licenza di ritirarsi in Toscana. Da Libanio[Liban., Orat. XII.]vien chiamato esso Nebridio un mezzo uomo. Se vuol dire per avventura un codardo, da quando in qua merita nome di codardo la fedeltà verso il principe suo? Se non si trattasse di un nobile romano, si crederebbe che egli parlasse di un eunuco. Fece Giuliano una promozion d'uffiziali, creando generale della sua cavalleriaNevitta,Dagalaifocapitan delle guardie,Mamertinotesoriere, quello stesso che poi compose il panegirico di Giuliano, e distribuendo ad altri varie cariche militari e civili. LasciòSallustioper prefetto del pretorio nelle Gallie, e finalmente mise in moto l'esercito suo, diviso in varii corpi, parte inviandone per l'Italia, e parte per la Rezia, per far credere che fossero più che non erano le forze sue, quando non più di ventitrè mila persone, se non s'inganna Zosimo[Zosimus, lib. 3, cap. 10.], egli conduceva seco. Con gran diligenza marciarono; ed ordine v'era di trovarsi tutti a Sirmio. Era allora tempo di state. Arrivato che fu Giuliano dove il Danubio comincia ad essere navigabile, trovata ivi fortunatamente gran copia di barchette, con tre mila soldati s'imbarcò, e andò a prendere terra in tempo di notte a Bononia, nove miglia lungi da Sirmio, capitale della Pannonia. Di là spedì Dagalaifo con una brigata di soldati, a mettere le mani addosso aLucillianoconte, generale d'armi di Costanzo nell'Illirico, il quale per sua negligenza niun sentore pare che avesse avuto de' frettolosi movimenti di Giuliano. Coltolo a letto, il menarono via, e presentarono ad esso Giuliano: dopo di che a dirittura egli marciò a Sirmio, dove fu con gran pompa e festa accolto da quel numeroso popolo: cosa che gli fece sperar facile la conquista di tutto l'Illirico. E così in fatti avvenne, perchè senza adoperar lancia o spada in poco tempo tutto l'Illirico, la Macedonia e la Grecia il riconobbero per loro signore[Ammianus, lib. 21, cap 10. Libanius, Orat. XII.]. Creò egli allora governatore della seconda PannoniaAurelio Vittore, quel medesimo che ci lasciò un compendio delle Vite dei Cesari. Venuto già era l'autunno, e Giuliano si ridusse a Naisso nella Dacia novella, o nella Mesia, dove, secondo le apparenze, si fermò sino alla morte di Costanzo, applicandosi intanto ad ingrossar la sua armata e a munir le fortezze, con disegno poi di entrar nella Tracia, e far maggiori progressi.
Quello che può parere strano, si è che non sappiamo avere Giuliano inviato altro corpo di milizie in Italia, se non quel tenue che, passando per Aquileia, andò a congiugnersi seco a Sirmio: e pure certa cosa è che Roma e l'Italia tutta, quasi con universale concordia, abbandonò Costanzo, e si mise sotto la signoria di Giuliano. Convien credere che questi popoli fossero ben malcontenti del governo d'esso Costanzo e del suo arianismo, credendo essi tuttavia cristiano e cattolico Giuliano; e che si prevalessero di questo leggier vento per sottrarsi dal di lui dominio. Si aggiunse ancora un panico terrore, perchè si sparse voce[Ammianus, lib. 21, cap. 9.]che Giuliano calava in Italia con un diluvio di gente: laonde ognun si affrettò a rendergli ubbidienza. Tale dovette essere in Roma stessa la commozione e paura, cheTauroeFiorenzoconsoli scapparono, non so se di là, o da altro luogo, dove stessero allora, e passarono per le poste verso l'Oriente, parendo loro disperato il caso, e paventando lo sdegno di Giuliano, il quale poi, per testimonianza di Zosimo[Zosim., lib. 3, cap. 10.], mandò ordine che, mettendo il loro nome negli atti pubblici, si aggiugnesseconsoli fuggitivi o fuggiti. In mezzo poi ai pensieri della guerra non dimenticava Giuliano quei del governo civile, scrivendo Ammiano ch'egli si occupava ad ascoltar e decidere le liti de' particolari, a riformar gli abusi: notando nondimeno esso istorico, ch'egli talvolta commetteva delle ingiustizie per correggere quelle degli altri. Mamertino[Mamertinus, in Panegy.]si stende qui all'uso de' panegiristi nelle lodi di lui, dicendo ch'egli mise in buon ordine e stato le città tutte dell'Illirico, della Grecia, Macedonia, Epiro e Dalmazia. Carestia di grani si provava in Roma. Fu inviato colà da Giuliano per prefetto di quella cittàMassimo, il quale, contuttochè permesso non fosse all'Africa di mandar frumenti colà, pure seppe trovar maniera di provvedere al bisogno, e di prevenire i pericolosi tumulti, ai quali fu sottoposto il suo predecessore Tertullo. Diedesi poi meglio a conoscere in tal occasione la vanità e l'ingratitudine di Giuliano[Ammian., lib. 21, cap. 10.], perchè già scorgendo tolta affatto la speranza di riconciliarsi con Costanzo Augusto, scrisse contra di lui al senato romano una invettiva piena di mordacità, con esagerar tutti i vizii e difetti di lui: il che parve sì improprio agli stessi senatori, che, al leggersi nella loro assemblea quella satira, non poterono contenersi dal gridare ad una voce che il pregavano di portar più rispetto e riverenza a chi l'avea creato Cesare e beneficato cotanto. Lo stesso Ammiano, tuttochè adoratore, non che parziale di lui, non potè di meno di non condannare una sì ingiuriosascrittura, e tanto più perchè, non contento egli di sfogarsi contra di Costanzo, addentò anche la memoria di Costantino il Grande, proverbiandolo come novatore e perturbatore delle antiche leggi, e perchè avesse innalzate persone barbare sino al consolato: sciocca accusa, come Ammiano confessa, perchè lo stesso Giuliano poco stette a crear consoleNevitta, Goto di nazione, e persona selvatica, anzi crudele; laddove Costantino non promosse se non persone di raro merito e di gran riputazione e virtù[Ammianus, lib. 21, cap. 11.]. Avvenne intanto un affare che avrebbe potuto imbrogliar non poco le misure di Giuliano, se non fosse intervenuta la morte di Costanzo Augusto. Due legioni e una compagnia di arcieri, che già servivano a Costanzo, trovate da Giuliano in Sirmio, perchè d'esse egli non si fidava, prese la risoluzione d'inviarle nelle Gallie; e queste andarono. Ma giunte ad Aquileia, ricca città, e forte non meno pel sito che per le buone mura, e trovata la plebe tuttavia divota al nome di Costanzo Augusto, che si sollevò all'arrivo loro, quivi fermarono il piede, e si afforzarono contra di Giuliano. Perchè questo fatto potea tirarsi dietro delle brutte conseguenze, Giuliano mandò ordini aGiovinogeneral della cavalleria, che era in marcia verso la Pannonia, di accorrere colà, e convenne formarne l'assedio, che fu lungamente sostenuto con bravura e spargimento di sangue. Nè finiva sì presto quell'impegno, se non veniva la nuova della morte di Costanzo, per cui que' soldati in fine capitolarono la resa, lasciando esposto allo sdegno di Giuliano il promotore di quella sedizione Nigrino tribuno, che fu bruciato vivo, ed alcuni pochi altri, ai quali fu reciso il capo.
Tempo è oramai di parlare dell'Augusto Costanzo, che noi lasciammo a' quartieri d'inverno in Antiochia. Le applicazioni sue tutte erano in preparamenti diguerra, e in far masse di milizie per opporsi ai sempre nemici Persiani. Ma non era così occupato da' pensieri guerrieri, che non ne nudrisse ancora de' mansueti e geniali[Ammianus, lib. 21, cap. 6.]. Gli avea tolta la morte poco dianziEusebiaAugusta sua moglie, donna che non l'avea mai arricchito di prole, e che (siccome spacciò la fama) per aver voluto prendere un medicamento, creduto atto a farla concepire, abbreviò a sè stessa la vita[Zonar. Cedrenus. Chrysost., Hom. 15 ad Philipp.]. Voce ancora corse[Ammianus, lib. 16.]ch'essa con una bevanda data adElenasua cognata, allorchè questa fu per maritarsi con Giuliano Cesare, la conciasse in maniera che abortisse ad ogni gravidanza. Le dicerie del volgo son facili in tal sorta di accuse. Ora Costanzo, per desiderio di lasciar dopo di sè qualche figliuolanza[Du-Cange, Hist. Byz.], prese in questi tempi per moglieMassimo Faustina, della cui famiglia nulla dicono le storie. Solamente si sa ch'egli morendo la lasciò gravida, ed esserne nata una figliuola, appellataFlavia Massimo Costanza. Questa poi prese per maritoGraziano, che vedremo a suo tempo imperadore. Forse non si figurava Costanzo che Giuliano si avesse a muovere dalle Gallie, e però non prese le convenevoli precauzioni per munire l'Italia e l'Illirico contra dei di lui tentativi. Provvide bensì all'Africa[Ammianus, lib. 21, cap. 7.], con inviare colàGaudenziosuo segretario, il quale, andando d'accordo conCrezioneconte, dispose così ben le cose, che durante la vita d'esso Augusto da niuno restò turbata la quiete di quelle provincie. S'udivano intanto le grandiose disposizioni di Sapore re della Persia per tornare ostilmente ad invadere la Mesopotamia. Il perchè Costanzo si procacciò con diversi regali l'assistenza e il favore dei re confinanti co' Persiani, e massimamente diArsacere dell'Armenia. Poscia, allorchè vennero nuove che parevaimminente il passaggio dei Persiani nella Mesopotamia, circa il mese di maggio uscì anch'egli in campagna, e passato di là dall'Eufrate, andò a fermarsi in Edessa, con inviare nello stesso tempo i suoi generaliArbezioneedAgilonealle rive del Tigri, ma con espresso ordine di non azzardare una battaglia. Stettero ivi le soldatesche romane gran tempo, aspettando il nemico, senza mai vederlo comparire; ed intanto giunse a Costanzo la dolorosa novella che il ribelle Giuliano s'era già impadronito dell'Illirico. Facile è l'immaginare che turbazione ed affanno gli recassero i passi dell'odiato cugino. Ma nel dì seguente ricevette il grato avviso che il re Sapore, o sia perchè da' suoi indovini gli furono predette disgrazie se s'inoltrava, o pure perchè gli diedero apprensione le forze de' Romani, se n'era tornato addietro. Allora fu che Costanzo, tenendosi come liberato dalla molestia de' Persiani, lasciate solamente le guarnigioni opportune nelle città e fortezze della Mesopotamia, se ne tornò indietro con disegno di procedere armato contra di Giuliano, giacchè si teneva sicura la vittoria, combattendo con quell'ingrato. Partecipata all'esercito questa sua intenzione, tutti ne fecero festa, e si animarono al viaggio. Partissi egli da Antiochia nell'autunno avanzato; ma arrivato a Tarso nella Cilicia, fu preso da una picciola febbre, per cui non desistè dal cammino. Si trovò poi forzato dal male, che andò crescendo, a posare in Mopsuerene, luogo situato ai confini della Cilicia plesso il monte Tauro[Hieronymus, in Chronico. Idacius in Fastis. Chronicon Alexandr. Theophan., in Chronogr.], dove nel dì 5 di dicembre (Ammiano scrive nel dì 3) in età di circa quarantacinque anni diede fine al suo vivere, con essersi detto che Giuliano l'avesse fatto avvelenare.
Lasciò questo principe dopo di sè una assai svantaggiosa memoria. Certamente a lui non mancavano delle belle qualità, come l'essere indurato alle fatiche e adormir poco, se il bisogno lo richiedeva[Ammianus. Aurel. Victor, de Caesaribus.]. Negli esercizii militari niuno gli andava innanzi, e quanto fu moderatissimo sempre nel mangiare e bere, altrettanto si guardò dal lusso e dai piaceri illeciti, in guisa tale che nè pur chi gli voleva male arrivò mai ad accusarlo di avere contravvenuto alle leggi della castità. Ornato delle belle lettere, sapea far discorsi sensati e gravi. Chi prese a lodarlo vivente (il che fecero Giuliano e Temistio[Themist., Orat. I et II. Julian., Orat. I et II.]), cel rappresenta moderato in tutte le passioni, e specialmente padrone della sua collera, con soffrir le ingiurie senza farne vendetta. E certo sensibili segni di clemenza diede talvolta[Eutrop., in Breviar.]sino a perdonare con facilità alle città che aveano fatta sollevazione: laonde da molti per questa sua indulgenza era amato non poco. Fece ancora risplendere il suo zelo contra dell'idolatria, e di sopra accennammo le rigorose sue leggi contro di essa. Ristaurò pur anche o di nuovo edificò molte chiese in Oriente, e le arricchì; e gran rispetto conservò sempre verso i vescovi, facendoli mangiare alla sua tavola, e ricevendo da loro con umiltà la benedizione. Tali erano i pregi di Costanzo in poche parole. Ammiano[Ammianus, lib. 21, cap. 16.]più a lungo ne lasciò descritto quel poco o molto ch'egli aveva di buono. Ma, voltando carta, troviamo che contrappesavano ben più i di lui difetti. Gran disgrazia è l'aver principi deboli di testa, e che si figurano nondimeno di aver testa superiore in intendimento a quella di ognuno. A Costanzo ne era toccata una di questo tenore. Peggio poi se il principe non ama e non soffre se non chi il loda, e solamente si compiace degli adulatori, disprezzando o rigettando chi osa dirgli la verità, e non sa lodare i difetti, nè far plauso alle azioni viziose o mal fatte. Costanzo era appunto un di questi[Julian., Orat. VII. Liban., Orat. XI.], pieno di unavanità ridicola, per cui voleva, a guisa dei tiranni dell'Oriente, essere appellato Signore di tutta la terra[Athanasius, de Syn.]; e si fece alzar archi trionfali nelle Gallie e nella Pannonia per aver vinto dei Romani ribelli: gloria abborrita da tutti i saggi imperadori; pavoneggiandosi ancora delle vittorie riportate da' suoi generali[Ammianus, lib. 16, c. 6, et lib. 21, cap. 16.], come se in persona fosse egli intervenuto alle battaglie. Nè la sua clemenza andò molto innanzi, perchè spietato comparve contro chiunque o tentò o fu sospettato di tentare contro la di lui corona. Non si può poscia abbastanza esprimere che predominio avessero nella corte di lui gli adulatori, e quanta fosse la prepotenza de' suoi eunuchi, i quali, abusandosi della tenuità del di lui intendimento, e della timidità del suo cuore, l'ingannavano continuamente, ed arrivarono in certa guisa a far essi da imperadori di fatto, con lasciarne a lui il solo nome, perchè nulla operava, nulla determinava senza il lor consiglio, nè pur osando di far cosa che venisse da lor disapprovata. Di qua poi venne la vendita delle cariche e della giustizia, e l'elezion degl'indegni ministri e governatori con immenso danno dei popoli. Non venne anche un peggior male, cioè un gravissimo sconcerto alla Chiesa di Dio; perchè quella vile, ma superba canaglia, guadagnata dagli ariani, il portò a sposar gli empii loro insegnamenti, e a perseguitare i vescovi della Chiesa cattolica, e ad abbattere per quanto potè la dottrina della vera Chiesa di Dio. Però nella storia ecclesiastica noi il troviamo dipinto (e ben sel meritava) con dei neri colori, spezialmente da santo Ilario e da Lucifero vescovo di Cagliari, come principe o tiranno, che contra le leggi del Vangelo si arrogò l'autorità di far dipendente da' suoi voleri la religione santa di Cristo, e volle esser arbitro delle controversie della fede che Dio ha riserbato al giudizio dei sacri suoi pastori. Lo stesso Ammiano, ancorchè gentile, ilcondannò per questa sua prepotenza. Imbevuto egli così degli errori dell'arianismo, in essi durò poi sino alla morte, senza mai prendere il sacro battesimo, fuorchè negli ultimi dì di sua vita[Athanasius, de Syn. Socrat., lib. 2, cap. 47. Philostorg., lib. 6, c. 6.], nei quali fu battezzato da Euzoio vescovo ariano. Ma finiamola di parlar di un regnante cattivo, per passare ad un peggiore, che, provveduto da Dio di molte belle doti personali, avrebbe potuto far bella figura fra gl'imperadori de' Romani, ma per la sua empietà si screditò affatto presso de' Cristiani, che tuttavia rammentano con orrore il di lui nome. Parlo diGiuliano, che già aveva usurpato il titolo d'Imperadore Augusto, e si trovava nell'Illirico allorchè gli giunse la gratissima nuova della morte di Costanzo Augusto. Riserbando io di favellare più precisamente di lui all'anno seguente, solamente ora dirò ch'egli, veggendo tolto ogni ostacolo alla sua grandezza, marciò a dirittura a Costantinopoli nel dì 11 di dicembre[Mamert., in Panegyr. Ammianus, lib. 22, cap. 1. Idacius, in Fastis. Chronicon Alexandr.], dove fu ben accolto, e fatto portar colà il cadavere del defunto cugino Augusto, gli fece dar sepoltura colla pompa consueta degl'imperatori nella chiesa degli Apostoli, intervenendo egli stesso alla sacra funzione come cristiano in apparenza, ancorchè qual fosse internamente, staremo poco a vederlo.