CCCLXIV

CCCLXIVAnno diCristoCCCLXIV. IndizioneVII.Liberiopapa 13.ValentinianoeValenteimperadori 1.ConsoliFlavio Claudio Gioviano AugustoeFlavio Varronianonobilissimo fanciullo.Ebbe Gioviano Augusto per moglieCaritone, figliuola di Lucilliano generale rinomato in questi tempi, che gli partorì una figlia ed un figliuolo, nomatoVarroniano, in età allora, per quanto si può raccogliere da Ammiano[Ammianus, lib. 25, cap. 10.], di circa un anno. Conferì Gioviano a questo suo rampollo il titolo dinobilissimo fanciullo, e il volle console seco per l'anno presente; ma perchè coi vagiti e colla ripugnanza mostrò di non voler essere condotto nella sedia curale, i superstiziosi pagani presero ciò per un presagio di disgrazie. Tornando ora alle avventure dell'anno precedente, da che Gioviano fu proclamato Augusto, cominciò a pensare ai mezzi di salvare l'armata dall'evidente rischio di perire affatto o per le armi de' Persiani, o per la mancanza de' viveri[Ammian., lib. 25, cap. 5. Liban., in Vita sua.]. Intanto un alfiereromano, tra cui e Gioviano erano passati dei disgusti, desertò, e portò al re Sapore la nuova della morte di Giuliano; che essendo eletto in luogo di lui un imperadore dappoco, era venuto il tempo di subissare i Romani. Animato da tali avvisi il Persiano, per tre giorni con tutte le sue forze inseguì la marcia del nemico esercito, non senza strage di molti Romani, ma sempre con perdita maggiore dal canto suo. Arrivò nel primo dì di luglio l'afflitta armata romana alla città di Dura, non lungi dal Tigri, e si stentò forte a tener in dovere le ammutinate milizie, che faceano istanza di passar tosto quel rapido fiume, benchè senza ponte, e prive affatto di barche, perchè la fame li pungeva, e toccava ai poveri cavalli uccisi di servir loro di pane. In questo miserabile stato, e in pericolo di restar tutti preda dei nemici, come si può conghietturare, mosso Iddio in riguardo del piissimo imperadore a pietà[Gregor. Nazianz., Orat. IV. Theodoret., lib. 4, cap. 2. Socrates. Sozomenus.], fece che il re persiano spontaneamente inviò persone a Gioviano Augusto per trattar di pace[Ammianus, lib. 25, cap. 7.]. A tale spedizione si credè spinto Sapore dalla notizia d'essere stati in ogni scaramuccia e fatto d'armi perditori i suoi soldati, dal timore di peggio, e dal desiderio di liberare il suo paese da un sì poderoso nemico. Riconobbe lo stesso Ammiano, benchè nemico di Gioviano, per un favor particolare di Dio, una tale spedizione e dimanda, quando le apparenze tutte erano che Sapore potea finir la guerra colla total rovina dell'esercito romano. Trattossi dunque di pace nello spazio di quattro giorni; e perchè i Romani si trovavano in troppo svantaggio, e si udiva cheProcopio, parente del defunto Giuliano, macchinava ribellione, fu astretto l'Augusto Gioviano a comperar dai nemici una pace vergognosa bensì per l'imperio romano,ma necessaria[Eutrop., in Breviar.]. Gli convenne dunque restituire a' Persiani cinque provincie picciole con alcune castella che essi aveano già ceduto ai Romani sotto Diocleziano, ed inoltre abbandonar loro le città di Nisibi e di Singara, con ritirarne prima gli abitanti. Zosimo[Zosimus, lib. 3, cap. 31.]aggiugne che anche buona parte dell'Armenia passò allora in poter de' Persiani, ma ciò accadde in altro tempo. Non lasciarono gli scrittori pagani, cioè Ammiano, Eutropio e Zosimo, di processar Gioviano imperadore, quasichè con questo trattato di pace egli facesse perdere il credito al romano imperio, il cui chimerico dio Termine si gloriavano una volta i Romani che non rinculcava giammai. E pure abbiamo veduto che Adriano, Aureliano e Diocleziano abbandonarono ai Barbari varie provincie che già erano dell'imperio. Oltre di che, non si doveva a Gioviano attribuir questo infelice successo, ma bensì alla imprudenza e temerità di Giuliano, per aver fatta bruciar la flotta necessaria, e poscia impegnata l'armata romana così innanzi nel paese nemico, fatto altresì devastare da lui, senza aver punto di comunicazione col proprio, e senza prendere buone misure per l'importante sussistenza e provvisione de' viveri. In tali strettezze il consiglio si prende non dall'amore della gloria, nè dalla propria volontà, ma bensì dalla necessità e dall'arbitrio di chi gode il vantaggio. Che se da Eutropio[Eutrop., in Breviar.]è biasimato Gioviano, perchè dopo essere giunto in salvo non ruppe il trattato: di questa infame politica non si servono i principi veramente cristiani che rispettano Dio più della propria utilità, nè adoperano mai il giuramento per ingannare altrui, sapendo quando Iddio, chiamato in testimonio de' patti, abborrisca e gastighi gli spergiuri.Stabilita la pace e dati gli ostaggi, quietamente, ma con gran fatica e perdita di molte persone annegate, o morte di fame[Ammianus, lib. 25, cap. 8.], passò l'armata romana di là dal Tigri, e le convenne far tuttavia viaggio per sei giorni, senza trovar neppur acqua non che cibo, supplendo al bisogno l'erbe e la carne de' cammelli uccisi. Arrivati finalmente al castello d'Ur, trovarono ivi qualche rinfresco, finchè giunsero in siti da potersi ben satollare. Allora Gioviano Augusto spedì in Italia, nell'Illirico e nelle Gallie uffiziali a portar la nuova della sua esaltazione, distribuì i governi e le cariche. Giunto poi che fu a Nisibi, volle eseguita la capitolazione, consegnando a' Persiani quella ricca e popolata città, con trasportarne altrove gli abitanti: scena lagrimevole descritta da Ammiano[Idem, ibidem.]e da Zosimo[Zosimus, lib. 3, cap. 33.], e più pateticamente dal Grisostomo[Chrysost., in Gentiles.], in guisa che intenerisce i lettori. Nel mese di ottobre finalmente pervenne ad Antiochia, il cui popolo, da che intese la morte dell'apostata Giuliano, avea fatta gran festa, gridando dappertutto[Theodoretus, lib. 3 Hist., cap. 22.]:Dio l'ha vinta, e Gesù Cristo con lui: con passar poi a dileggiare l'estinto odiato principe, e Massimo filosofo, e tutta l'altra ciurma degli incantatori e indovini che l'aveano burlato con tante loro promesse. Applicossi tosto il novello imperadore a ristabilire la pace della religione cristiana. Se vogliam credere a Temistio[Themistius, Orat. V.], egli permise ad ognuno la libertà di osservar quella che più gli piacesse, nè ai pagani vietò l'uso dei loro templi e sagrifizii. Altramente ne parla Socrate[Socrat., lib. 3 Histor., cap. 25.], con dire che d'ordine suo furono chiusi di nuovo i templi degl'idoli. Quel che è più, lo stesso Libanio[Libanius, Orat. XII.]sofista, sì caro a Giuliano, confessa che dopo la morte di lui ognun poteva a man salva parlare contra de' falsi dii, e che i templi de' gentili restavano serrati e andavano in rovina; e che i sacerdoti filosofi e sofisti pagani erano maltrattati, derisi e imprigionati. Libanio anch'egli corse gran pericolo della vita[Liban., in Vita sua.], perchè non cessava di piangere e lodar Giuliano; ma il buon Gioviano non gli volle mai fare un reato di questo suo pazzo impegno. Furono dunque dal piissimo Augusto restituiti tutti i privilegii alle chiese, al clero, alle vergini e vedove sacre, e richiamati dall'esilio i vescovi cattolici, molti de' quali erano stati banditi dal perfido Giuliano, e massimamente l'insigne vescovo d'Alessandria sant'Atanasio[Gregor. Nazianz., Orat. XXI. Theodoret. Socrates.]. Andò egli a trovar Gioviano in Antiochia, e la sua presenza assaissimo giovò per preservare il di lui cuore dalle suggestioni degli ariani, de' macedoniani e degli altri eretici o scismatici di questi tempi. Ma che? Mentre il buon principe s'affatica per la tranquillità della Chiesa e per la pubblica felicità, ecco un'improvvisa morte troncar il filo di sua vita, e far abortire tutti i di lui gloriosi disegni. S'affrettava egli per venire in Occidente affin di mettere riparo alle sedizioni e rivolte che si temevano. Ed in fatti essendo egli pervenuto a Tiana nella Cappadocia, gli giunse avviso cheLucillianosuocero suo, creato ultimamente, o pure confermato generale dell'armi nell'Illirico[Ammian., lib. 25, cap. 10. Zosimus, lib. 3, cap. 35.], essendo passato nelle Gallie, quivi dai soldati batavi ammutinati era stato privato di vita.Valentinianotribuno, ch'era seco, ebbe la fortuna di salvarsi, destinato da Dio per divenir imperadore fra pochi mesi. Di peggio non accadde nelle Gallie; e quei popoli spedirono poco dipoi deputati ad umiliar la loro ubbidienza a Gioviano. Trovossi l'Augusto principein Ancira, capitale della Galazia, nel primo giorno del presente anno, e quivi con solennità celebrò il consolato da lui preso col suo picciolo figliuoloVarroniano. Per tal congiuntura il sofista Temistio compose un'orazione che resta tuttavia. Ancorchè i rigori del verno dovessero persuadere a Gioviano il fermarsi in Ancira, tale nondimeno era la di lui premura per arrivare a Costantinopoli[Socrates, lib. 3, cap. 26. Zosimus, lib. 3, cap. 35. Sozom., lib. 6, cap. 6.], che non si potè trattenere dal continuare il viaggio. Ma pervenuto a Dadastana nei confini della Galazia e Bitinia, dove se gli presentò Temistio con altri senatori a lui spediti da Costantinopoli, nella notte del dì 16 venendo il 17 di febbraio, sorpreso da un maligno accidente, fu nella seguente mattina ritrovato morto, dopo aver regnato solamente sette mesi e venti giorni, in età, secondo Ammiano[Ammianus, lib. 25, cap. 10.]ed Eutropio[Eutrop., in Breviar.], di trentatrè anni. Varie furono le dicerie intorno alla cagion di sì funesto caso. Chi l'attribuì all'aver egli dormito in una camera poco dianzi imbiancata colla calce; chi all'odore del carbone acceso in esso per riscaldarla; altri ad un eccesso di mangiare fatto nel dì innanzi[Sozom. Orosius. Hieronym. et alii.]. Il Grisostomo[Chrysostom., Homil. XXV in Philipp.]ed altri parlano di veleno, o ch'egli fosse strangolato dalle guardie; e pare che Ammiano[Ammianus, lib. 25, cap. 10.]stesso non si allontani da sì fatto sospetto. Fu poi portato a Costantinopoli il di lui corpo, ed onorevolmente seppellito nella chiesa degli Apostoli.CaritoneAugusta sua moglie, che vivente non l'avea potuto vedere imperadore, lo accolse morto nel venirgli incontro a Costantinopoli. Si trova poi essa tuttavia viva nell'anno di Cristo 380 insieme col figliuoloVarroniano[Zonar., in Annalib. Cedrenus, Histor.], a cui nondimeno era stato cavato un occhio,affinchè non osasse un dì pretendere all'imperio, vivendo egli nondimeno sempre in timore di qualche peggior trattamento che venisse consigliato dall'iniqua politica del mondo.Stettero gli uffiziali dell'armata romana dopo la morte di Gioviano per nove o dieci giorni senza principe, consultando sempre chi fosse degno di sì eccelsa dignità. Varii furono i candidati; ma in fine i voti concordi andarono a cadere inValentiniano, per opera specialmente diSallustio Secondo, prefetto del pretorio d'Oriente, e d'ArinteoeDagalaifogenerali delle armi[Ammianus, lib. 26, cap. 1, et lib. 30, cap. 7.]. Per patria sua riconoscevaFlavio Valentiniano(che così egli è nominato nelle iscrizioni e medaglie) Cibala città della Pannonia; per padreGraziano, il quale nato di famiglia ignobile, ma dotato d'una gran forza, per varii gradi della milizia era giunto ad essere conte dell'Africa. E quantunque sotto Costanzo Augusto, mentr'egli era comandante dell'armi nella Bretagna, fosse spogliato de' suoi beni, siccome incolpato d'aver accolto in sua casa Magnenzio poco prima della di lui ribellione: non però di meno fu egli sempre in grande stima tra le persone militari, e il credito suo giovò al figliuolo per salire sul trono. Anche Valentiniano, nato circa l'anno di Cristo 321, per la via dell'armi fece il noviziato della sua fortuna, mostrando in varie occasioni non men coraggio che perizia dell'arte militare[Zosimus, lib. 3, cap. 36.]. Per una calunnia del generalBarbazione, Costanzo Augusto il cassò nell'anno 357, levandogli un corpo di cavalleria, a cui nelle Gallie comandava in grado di tribuno. Sotto Giuliano esercitò la carica di tribuno d'una compagnia delle guardie d'esso Augusto, nel cui servigio gli occorse un glorioso accidente che fece molto parlare di lui[Zosim., lib. 4, cap. 2. Sozomenus, lib. 4, cap. 6. Theodoret., lib. 3, cap. 12.]. Trovandosi esso Giuliano in Antiochia, ed entrando in untempio degl'idoli, un di que' sacerdoti che spargeva dell'acqua sopra chi l'accompagnava come per purificarlo (rito antichissimo santificato nella religion cristiana) con una goccia toccò la veste di Valentiniano. Era questi di profession cristiano, e però sembrandogli d'essere contaminato per quell'acqua spruzzata dalle mani di un idolatra, il quale forse anche caricò la mano appunto perchè sapea che egli era cristiano, gli disse una mano d'ingiurie; e v'ha chi crede che gli desse un pugno, o pure che si tagliasse quel pezzo dell'abito, dov'era caduta l'acqua. Fu osservato da Massimo filosofo pagano, che ne informò tosto Giuliano. Irritato l'apostata Augusto per tale sprezzo del rituale gentilesco, ordinò a Valentiniano di sagrificare agl'idoli, o pure di dimenticare la carica. Generosamente elesse egli la perdita di tutto piuttosto che di mancare alla fede verso Dio, il qual poi per tanta fedeltà il ricompensò sulla terra, e più dovette farlo in cielo[Orosius, lib. 7, cap. 32. Sozomenus. Theodor. Philost.]. I più degli antichi tengono che Giuliano il cacciasse in esilio; ma questo non è certo. Di sopra accennammo che Valentiniano sotto l'Augusto Gioviano accompagnò nelle Gallie il generale Lucilliano, e per buona ventura scappò dalle mani de' Batavi, allorchè nella città di Rems tolsero la vita ad esso Lucilliano. Essendo egli poi venuto a trovar Gioviano in Oriente, creato capitano della seconda compagnia delle guardie, restò in Ancira con ordine di tener dietro all'imperadore dopo qualche tempo. Ma venuto a morte Gioviano, ed essendosi accordati i principali dell'esercito ad eleggere lui per Augusto, giunsero i deputati ad Ancira con questa lieta nuova, facendogli istanza che s'affrettasse a raggiungere l'armata, la quale con impazienza l'aspettava in Nicea, capitale in questi tempi della Bitinia (ma senza pregiudizio di Nicomedia), dove era seguita la di lui elezione.Arrivò Valentiniano nel dì 24 di febbraio a Nicea, ma nel dì seguente non volle farsi vedere in pubblico, se è vero ciò che scrive Ammiano[Ammian., lib. 26. cap. 1.], perchè nel dì 25 di febbraio di quest'anno correva il bissesto, e per una ridicola superstizione doveano i Romani d'allora crederlo giorno di cattivo augurio. Ora nel dì 26, essendo schierato l'esercito romano fuor di Nicea, montò Valentiniano sopra un palco alla vista di tutti, e con incessanti acclamazioni fu dichiarato Augusto, vestito della porpora ed ornato col diadema. Fece egli cenno di voler parlare; ma i soldati, senza lasciarlo dire, rinforzarono le grida, con esigere ch'egli in quel punto dichiarasse un collega nell'imperio, non volendo più restar senza capo, se l'imperatore per disavventura mancasse di vita. Parevano anche disposti a violentarlo, ma egli senza punto lasciarsi intimidire, allorchè potè farsi intendere, intrepidamente disse[Ammianus, lib. 26, cap. 2. Sozomen. Theodoret. Philostorg.], che dianzi dipendeva da essi il creare lui imperadore; ma da che aveano creato lui tale, a lui toccava il pensare a quel che più conveniva al pubblico bene; non ricusar già egli di prendere un collega, ma che un affare di tanta importanza esigeva matura considerazione: e così cessò il tumulto. Ci vien dipinto Valentiniano Augusto da Aurelio Vittore[Aurel. Victor., in Epitome.]per uomo di bell'aspetto, nel cui portamento ed operare compariva la gravità ed un ingegno svegliato, inclinante alla severità e alla collera. Poco parlava, ma quel poco bene e con proprietà, ancorchè, se vogliam credere a Zosimo[Zosim., lib. 3, cap. 36.], egli non avesse studiato lettere, e nè pur sapesse bene il greco, come pare che si ricavi da Temistio[Themistius, Orat. VI.]. Si osservò sempre in lui un abborrimento ai vizii e alla avarizia. Pratico dell'arte militare degli antichi, andavastudiando nuove armi da offesa e difesa. Dilettavasi di lavorare statue di terra; e nella guerra compariva sperto in valersi de' luoghi, de' tempi e di ogni menoma occasione per cavarne profitto. In somma tante doti in lui concorrevano, che s'egli avesse tenuto in sua corte uomini professori di onoratezza al pari di lui, e che gli avessero detta la verità, in vece di altri infedeli da lui presi, credendoli di buona legge, avrebbe potuto gareggiare coi più accreditati regnanti. Certo è che, nel mediocre impiego ch'egli esercitava, non dovea immaginare un sì glorioso ascendente, o almeno non dovette far brighe per ottener l'imperio, trovandosi allora lontano dall'armata; anzi Vittore sembra dire ch'egli fece anche della difficoltà ad accettarlo. Comunque sia, alzato al trono, egli riconobbe dalla mano di Dio l'esaltazione sua e gliene mostrò da lì innanzi la sua gratitudine, con proteggere la Chiesa e dottrina cattolica[Sozom., lib. 6, c. 12. Socrat., lib. 4. cap. 1.], e con tener basso il paganesimo: intorno a che molte sue leggi abbiamo, non però di molto peso, perchè egli, sto per dire, non volea che la religione sconciasse la politica sua. Le stesse sue azioni dipoi mostrarono che non erano assai radicati in suo cuore i documenti del Vangelo. Ora egli non tardò ad impiegar le sue applicazioni per togliere gli abusi introdotti ne' tempi addietro, come consta da molte sue leggi[Gothofred., in Chronolog. Cod. Theodos.]di questo medesimo anno, a noi conservate nel Codice Teodosiano, le quali ci fanno nello stesso tempo conoscere il progresso del suo viaggio da Nicea a Costantinopoli, e di là sino a Milano.In Costantinopoli appunto volle Valentiniano soddisfare alle premure dell'esercito, con eleggersi un collega[Ammianus, lib. 26, cap. 4.]. Se n'era trattato in un gran consiglio tenuto in Nicea, dove niuno osò di scoprire il suo interno, a riserva diDagalaifo, il quale animosamente gli disseche se egli amava la propria famiglia, non gli mancava un fratello; ma se il pubblico bene, cercasse il migliore. Dichiarossi appunto Valentiniano in favor del fratello, cioè diFlavio Valente, nel dì 28 marzo[Idacius, in Chronic. Chronicon Alexandr.], e gli diede la porpora e il diadema in un luogo lontano dalla città sette miglia, e perciò appellatoHebdomon. Era anch'egli cristiano, e, secondo Teodoreto[Theodor., lib. 4, cap. 11.], seguitava allora i dogmi del Concilio Niceno, ma col tempo divenne persecutore del cattolicismo, con lasciarsi sovvertir dagli Ariani, dei quali comparve sempre gran protettore. Fu applaudita allora, almeno in apparenza, da tutti l'elezion di Valente, come utile all'imperio; ed in fatti la concordia, che passò da lì innanzi fra i due fratelli nel governo, parve cosa mirabile, e giovò non poco al pubblico. E di vero meritò non poca lode Valente per aver sempre conservata una fedel dipendenza dal fratello maggiore, nulla di rilevante operando senza consultarlo, ed ubbidendo ai cenni, come avrebbe fatto un suddito col principe suo. Scrive Zosimo[Zosimus, lib. 4, cap. 1.]che nel viaggio da Nicea a Costantinopoli Valentiniano si ammalò. Ammiano[Ammian., lib. 16, cap. 4.], più autentico scrittore, racconta che dopo la promozione suddetta amendue gli Augusti fratelli furono presi da gagliarde febbri: il che fece lor sospettare originata la lor malattia da qualche fattucchieria lor fatta dagli amici del defunto Giuliano. Perciò fu data incumbenza adOrsaciomaestro degli ufficii, o sia maggiordomo, uomo crudo, e aGiuvencoquestore, di esaminar questo affare. Nulla si scoprì; e contuttochè fossero denunziate molte persone illustri, pure la destrezza di Sallustio Secondo, prefetto del pretorio, tagliò le gambe a tutti i processi. Per altro erano i due principi assai portati ad odiare chiunque avea goduto della grazia edamicizia di Giuliano; e però non la poterono scappare nell'anno seguenteMassimoePriscofilosofi, che più degli altri erano stati confidenti dell'Apostata, e riguardati di mal occhio anche dal popolo. Prisco fu rimandato alla Grecia, come innocente[Eunap., Vit. Sophist. cap. 5.]; Massimo condannato alla prigionia, finchè avesse pagato una grossa pena pecuniaria. Avendo amendue gli Augusti ricuperata la sanità e le applicazioni ad affari più importanti, fecero poco dappoi cessar quel rumore e i processi suddetti.Venuta la primavera, si misero essi in viaggio alla volta dell'Occidente, e sul fine d'aprile apparisce da una lor legge[L. 5, de re militar., Cod. Theod.], che erano in Andrinopoli. Di là passati a Filippopoli, a Serdica, e finalmente a Naisso della Dacia nuova; quivi nel castello di Mediana, lontana da Naisso tre miglia, divisero fra loro il governo dell'imperio[Ammianus, lib. 16, cap. 5.]. Valentiniano ritenne per sè l'Italia, l'Illirico, le Gallie, le Spagne, la Bretagna e l'Africa. A Valente cedette le provincie dell'Asia tutta, coll'Egitto e colla Tracia. Partirono anche fra loro le milizie e gli uffiziali, con avere Valentiniano voluto al suo servigioDagalaifogenerale dalla cavalleria,Giovinogeneral delle milizie delle Gallie.Equizioch'ebbe poi il comando dell'armata dell'Illirico,Mamertinoprefetto del pretorio dell'Illirico, dell'Italia ed Africa, eGermanianoprefetto del pretorio delle Gallie. Con gran vigore e credito di molta giustizia aveaLucio Turcio Apronianoesercitata la carica di prefetto di Roma. Egli ebbe in quest'anno per successoreCajo Cejonio Rufio Volusiano, che poco dovette godere di tal dignità, perchè molte leggi del Codice Teodosiano[Gothofred., Chron. Cod. Theod.]ci fan vedere prefetto di RomaLucio Aurelio Avianio Simmaco, pagano di credenza, e padre di quel Simmaco, parimente pagano, cheriuscì celebre per varie cariche e per la letteratura, di cui ci restan le lettere. Se noi ascoltiamo Ammiano[Ammianus, lib. 26, cap. 5.], in questi tempi l'imperio romano si trovava da più parti infestato dai Barbari: il che accrebbe i motivi a Valentiniano di non differir la elezione del collega. Cioè nella Gallia e nella Rezia le scorrerie degli Alamanni recavano frequenti danni. Dai Sarmati e Quadi era infestata la Pannonia: la Bretagna dai Sassoni, Pitti ed Atacotti, popoli bellicosi di quella grand'isola. Nè da somiglianti mali andava esente l'Africa, perchè varie nazioni more di tanto in tanto correvano a darle il sacco. I Persiani poi dal canto loro aveano mossa guerra ad Arsace re dell'Armenia, con pretesto di poterlo fare in vigor della pace stabilita con Gioviano, ma ingiustamente, come scrive Ammiano. A cagion di tali turbolenze si affrettò Valentiniano di venire a Milano, per istar vicino e pronto per accorrere dove maggior fosse il bisogno. Chi vuole apprendere i buoni regolamenti fatti da lui in quest'anno, non ha che leggere nel Codice Teodosiano varie sue leggi spettanti a questi tempi. Non piacquero già ai popoli cattolici due di esse. Coll'una[Lib. 7, de Maleficis, Cod. Theod.]proibì ai pagani solamente i lor sacrifizii notturni, ma non già quei del giorno; ed altronde si sa che la sua politica, tuttochè certamente egli fosse buon cattolico, e favorisse la vera Chiesa, il portò a lasciare ad ognuno la libertà della coscienza, e a non inquietar veruno per cagion di religione[Sozom., lib. 6, cap. 21. Socrates, lib. 4, cap. 1.]. Per questa indifferenza fu egli processato dal cardinale Baronio. Coll'altra legge[L. 17, de Episcopis, Cod. Theodos.]proibì ai vescovi di ricevere nel clero le persone ricche, sì perchè non si pregiudicasse al bisogno del pubblico per gli magistrati, e perchè i lor beni non colassero nelle chiese. Solamentepermise a quei che poteano essere decurioni (erano questi, per così dire, il senato d'ogni città) di farsi chierici, con sostituire qualche lor parente, a cui lasciassero i lor beni, o pure con cedere al pubblico essi beni. Ma forse questa legge, fatta per la provincia Bizacena dell'Africa, fu un regolamento particolare, nè si stese a tutto l'imperio.

Consoli

Flavio Claudio Gioviano AugustoeFlavio Varronianonobilissimo fanciullo.

Ebbe Gioviano Augusto per moglieCaritone, figliuola di Lucilliano generale rinomato in questi tempi, che gli partorì una figlia ed un figliuolo, nomatoVarroniano, in età allora, per quanto si può raccogliere da Ammiano[Ammianus, lib. 25, cap. 10.], di circa un anno. Conferì Gioviano a questo suo rampollo il titolo dinobilissimo fanciullo, e il volle console seco per l'anno presente; ma perchè coi vagiti e colla ripugnanza mostrò di non voler essere condotto nella sedia curale, i superstiziosi pagani presero ciò per un presagio di disgrazie. Tornando ora alle avventure dell'anno precedente, da che Gioviano fu proclamato Augusto, cominciò a pensare ai mezzi di salvare l'armata dall'evidente rischio di perire affatto o per le armi de' Persiani, o per la mancanza de' viveri[Ammian., lib. 25, cap. 5. Liban., in Vita sua.]. Intanto un alfiereromano, tra cui e Gioviano erano passati dei disgusti, desertò, e portò al re Sapore la nuova della morte di Giuliano; che essendo eletto in luogo di lui un imperadore dappoco, era venuto il tempo di subissare i Romani. Animato da tali avvisi il Persiano, per tre giorni con tutte le sue forze inseguì la marcia del nemico esercito, non senza strage di molti Romani, ma sempre con perdita maggiore dal canto suo. Arrivò nel primo dì di luglio l'afflitta armata romana alla città di Dura, non lungi dal Tigri, e si stentò forte a tener in dovere le ammutinate milizie, che faceano istanza di passar tosto quel rapido fiume, benchè senza ponte, e prive affatto di barche, perchè la fame li pungeva, e toccava ai poveri cavalli uccisi di servir loro di pane. In questo miserabile stato, e in pericolo di restar tutti preda dei nemici, come si può conghietturare, mosso Iddio in riguardo del piissimo imperadore a pietà[Gregor. Nazianz., Orat. IV. Theodoret., lib. 4, cap. 2. Socrates. Sozomenus.], fece che il re persiano spontaneamente inviò persone a Gioviano Augusto per trattar di pace[Ammianus, lib. 25, cap. 7.]. A tale spedizione si credè spinto Sapore dalla notizia d'essere stati in ogni scaramuccia e fatto d'armi perditori i suoi soldati, dal timore di peggio, e dal desiderio di liberare il suo paese da un sì poderoso nemico. Riconobbe lo stesso Ammiano, benchè nemico di Gioviano, per un favor particolare di Dio, una tale spedizione e dimanda, quando le apparenze tutte erano che Sapore potea finir la guerra colla total rovina dell'esercito romano. Trattossi dunque di pace nello spazio di quattro giorni; e perchè i Romani si trovavano in troppo svantaggio, e si udiva cheProcopio, parente del defunto Giuliano, macchinava ribellione, fu astretto l'Augusto Gioviano a comperar dai nemici una pace vergognosa bensì per l'imperio romano,ma necessaria[Eutrop., in Breviar.]. Gli convenne dunque restituire a' Persiani cinque provincie picciole con alcune castella che essi aveano già ceduto ai Romani sotto Diocleziano, ed inoltre abbandonar loro le città di Nisibi e di Singara, con ritirarne prima gli abitanti. Zosimo[Zosimus, lib. 3, cap. 31.]aggiugne che anche buona parte dell'Armenia passò allora in poter de' Persiani, ma ciò accadde in altro tempo. Non lasciarono gli scrittori pagani, cioè Ammiano, Eutropio e Zosimo, di processar Gioviano imperadore, quasichè con questo trattato di pace egli facesse perdere il credito al romano imperio, il cui chimerico dio Termine si gloriavano una volta i Romani che non rinculcava giammai. E pure abbiamo veduto che Adriano, Aureliano e Diocleziano abbandonarono ai Barbari varie provincie che già erano dell'imperio. Oltre di che, non si doveva a Gioviano attribuir questo infelice successo, ma bensì alla imprudenza e temerità di Giuliano, per aver fatta bruciar la flotta necessaria, e poscia impegnata l'armata romana così innanzi nel paese nemico, fatto altresì devastare da lui, senza aver punto di comunicazione col proprio, e senza prendere buone misure per l'importante sussistenza e provvisione de' viveri. In tali strettezze il consiglio si prende non dall'amore della gloria, nè dalla propria volontà, ma bensì dalla necessità e dall'arbitrio di chi gode il vantaggio. Che se da Eutropio[Eutrop., in Breviar.]è biasimato Gioviano, perchè dopo essere giunto in salvo non ruppe il trattato: di questa infame politica non si servono i principi veramente cristiani che rispettano Dio più della propria utilità, nè adoperano mai il giuramento per ingannare altrui, sapendo quando Iddio, chiamato in testimonio de' patti, abborrisca e gastighi gli spergiuri.

Stabilita la pace e dati gli ostaggi, quietamente, ma con gran fatica e perdita di molte persone annegate, o morte di fame[Ammianus, lib. 25, cap. 8.], passò l'armata romana di là dal Tigri, e le convenne far tuttavia viaggio per sei giorni, senza trovar neppur acqua non che cibo, supplendo al bisogno l'erbe e la carne de' cammelli uccisi. Arrivati finalmente al castello d'Ur, trovarono ivi qualche rinfresco, finchè giunsero in siti da potersi ben satollare. Allora Gioviano Augusto spedì in Italia, nell'Illirico e nelle Gallie uffiziali a portar la nuova della sua esaltazione, distribuì i governi e le cariche. Giunto poi che fu a Nisibi, volle eseguita la capitolazione, consegnando a' Persiani quella ricca e popolata città, con trasportarne altrove gli abitanti: scena lagrimevole descritta da Ammiano[Idem, ibidem.]e da Zosimo[Zosimus, lib. 3, cap. 33.], e più pateticamente dal Grisostomo[Chrysost., in Gentiles.], in guisa che intenerisce i lettori. Nel mese di ottobre finalmente pervenne ad Antiochia, il cui popolo, da che intese la morte dell'apostata Giuliano, avea fatta gran festa, gridando dappertutto[Theodoretus, lib. 3 Hist., cap. 22.]:Dio l'ha vinta, e Gesù Cristo con lui: con passar poi a dileggiare l'estinto odiato principe, e Massimo filosofo, e tutta l'altra ciurma degli incantatori e indovini che l'aveano burlato con tante loro promesse. Applicossi tosto il novello imperadore a ristabilire la pace della religione cristiana. Se vogliam credere a Temistio[Themistius, Orat. V.], egli permise ad ognuno la libertà di osservar quella che più gli piacesse, nè ai pagani vietò l'uso dei loro templi e sagrifizii. Altramente ne parla Socrate[Socrat., lib. 3 Histor., cap. 25.], con dire che d'ordine suo furono chiusi di nuovo i templi degl'idoli. Quel che è più, lo stesso Libanio[Libanius, Orat. XII.]sofista, sì caro a Giuliano, confessa che dopo la morte di lui ognun poteva a man salva parlare contra de' falsi dii, e che i templi de' gentili restavano serrati e andavano in rovina; e che i sacerdoti filosofi e sofisti pagani erano maltrattati, derisi e imprigionati. Libanio anch'egli corse gran pericolo della vita[Liban., in Vita sua.], perchè non cessava di piangere e lodar Giuliano; ma il buon Gioviano non gli volle mai fare un reato di questo suo pazzo impegno. Furono dunque dal piissimo Augusto restituiti tutti i privilegii alle chiese, al clero, alle vergini e vedove sacre, e richiamati dall'esilio i vescovi cattolici, molti de' quali erano stati banditi dal perfido Giuliano, e massimamente l'insigne vescovo d'Alessandria sant'Atanasio[Gregor. Nazianz., Orat. XXI. Theodoret. Socrates.]. Andò egli a trovar Gioviano in Antiochia, e la sua presenza assaissimo giovò per preservare il di lui cuore dalle suggestioni degli ariani, de' macedoniani e degli altri eretici o scismatici di questi tempi. Ma che? Mentre il buon principe s'affatica per la tranquillità della Chiesa e per la pubblica felicità, ecco un'improvvisa morte troncar il filo di sua vita, e far abortire tutti i di lui gloriosi disegni. S'affrettava egli per venire in Occidente affin di mettere riparo alle sedizioni e rivolte che si temevano. Ed in fatti essendo egli pervenuto a Tiana nella Cappadocia, gli giunse avviso cheLucillianosuocero suo, creato ultimamente, o pure confermato generale dell'armi nell'Illirico[Ammian., lib. 25, cap. 10. Zosimus, lib. 3, cap. 35.], essendo passato nelle Gallie, quivi dai soldati batavi ammutinati era stato privato di vita.Valentinianotribuno, ch'era seco, ebbe la fortuna di salvarsi, destinato da Dio per divenir imperadore fra pochi mesi. Di peggio non accadde nelle Gallie; e quei popoli spedirono poco dipoi deputati ad umiliar la loro ubbidienza a Gioviano. Trovossi l'Augusto principein Ancira, capitale della Galazia, nel primo giorno del presente anno, e quivi con solennità celebrò il consolato da lui preso col suo picciolo figliuoloVarroniano. Per tal congiuntura il sofista Temistio compose un'orazione che resta tuttavia. Ancorchè i rigori del verno dovessero persuadere a Gioviano il fermarsi in Ancira, tale nondimeno era la di lui premura per arrivare a Costantinopoli[Socrates, lib. 3, cap. 26. Zosimus, lib. 3, cap. 35. Sozom., lib. 6, cap. 6.], che non si potè trattenere dal continuare il viaggio. Ma pervenuto a Dadastana nei confini della Galazia e Bitinia, dove se gli presentò Temistio con altri senatori a lui spediti da Costantinopoli, nella notte del dì 16 venendo il 17 di febbraio, sorpreso da un maligno accidente, fu nella seguente mattina ritrovato morto, dopo aver regnato solamente sette mesi e venti giorni, in età, secondo Ammiano[Ammianus, lib. 25, cap. 10.]ed Eutropio[Eutrop., in Breviar.], di trentatrè anni. Varie furono le dicerie intorno alla cagion di sì funesto caso. Chi l'attribuì all'aver egli dormito in una camera poco dianzi imbiancata colla calce; chi all'odore del carbone acceso in esso per riscaldarla; altri ad un eccesso di mangiare fatto nel dì innanzi[Sozom. Orosius. Hieronym. et alii.]. Il Grisostomo[Chrysostom., Homil. XXV in Philipp.]ed altri parlano di veleno, o ch'egli fosse strangolato dalle guardie; e pare che Ammiano[Ammianus, lib. 25, cap. 10.]stesso non si allontani da sì fatto sospetto. Fu poi portato a Costantinopoli il di lui corpo, ed onorevolmente seppellito nella chiesa degli Apostoli.CaritoneAugusta sua moglie, che vivente non l'avea potuto vedere imperadore, lo accolse morto nel venirgli incontro a Costantinopoli. Si trova poi essa tuttavia viva nell'anno di Cristo 380 insieme col figliuoloVarroniano[Zonar., in Annalib. Cedrenus, Histor.], a cui nondimeno era stato cavato un occhio,affinchè non osasse un dì pretendere all'imperio, vivendo egli nondimeno sempre in timore di qualche peggior trattamento che venisse consigliato dall'iniqua politica del mondo.

Stettero gli uffiziali dell'armata romana dopo la morte di Gioviano per nove o dieci giorni senza principe, consultando sempre chi fosse degno di sì eccelsa dignità. Varii furono i candidati; ma in fine i voti concordi andarono a cadere inValentiniano, per opera specialmente diSallustio Secondo, prefetto del pretorio d'Oriente, e d'ArinteoeDagalaifogenerali delle armi[Ammianus, lib. 26, cap. 1, et lib. 30, cap. 7.]. Per patria sua riconoscevaFlavio Valentiniano(che così egli è nominato nelle iscrizioni e medaglie) Cibala città della Pannonia; per padreGraziano, il quale nato di famiglia ignobile, ma dotato d'una gran forza, per varii gradi della milizia era giunto ad essere conte dell'Africa. E quantunque sotto Costanzo Augusto, mentr'egli era comandante dell'armi nella Bretagna, fosse spogliato de' suoi beni, siccome incolpato d'aver accolto in sua casa Magnenzio poco prima della di lui ribellione: non però di meno fu egli sempre in grande stima tra le persone militari, e il credito suo giovò al figliuolo per salire sul trono. Anche Valentiniano, nato circa l'anno di Cristo 321, per la via dell'armi fece il noviziato della sua fortuna, mostrando in varie occasioni non men coraggio che perizia dell'arte militare[Zosimus, lib. 3, cap. 36.]. Per una calunnia del generalBarbazione, Costanzo Augusto il cassò nell'anno 357, levandogli un corpo di cavalleria, a cui nelle Gallie comandava in grado di tribuno. Sotto Giuliano esercitò la carica di tribuno d'una compagnia delle guardie d'esso Augusto, nel cui servigio gli occorse un glorioso accidente che fece molto parlare di lui[Zosim., lib. 4, cap. 2. Sozomenus, lib. 4, cap. 6. Theodoret., lib. 3, cap. 12.]. Trovandosi esso Giuliano in Antiochia, ed entrando in untempio degl'idoli, un di que' sacerdoti che spargeva dell'acqua sopra chi l'accompagnava come per purificarlo (rito antichissimo santificato nella religion cristiana) con una goccia toccò la veste di Valentiniano. Era questi di profession cristiano, e però sembrandogli d'essere contaminato per quell'acqua spruzzata dalle mani di un idolatra, il quale forse anche caricò la mano appunto perchè sapea che egli era cristiano, gli disse una mano d'ingiurie; e v'ha chi crede che gli desse un pugno, o pure che si tagliasse quel pezzo dell'abito, dov'era caduta l'acqua. Fu osservato da Massimo filosofo pagano, che ne informò tosto Giuliano. Irritato l'apostata Augusto per tale sprezzo del rituale gentilesco, ordinò a Valentiniano di sagrificare agl'idoli, o pure di dimenticare la carica. Generosamente elesse egli la perdita di tutto piuttosto che di mancare alla fede verso Dio, il qual poi per tanta fedeltà il ricompensò sulla terra, e più dovette farlo in cielo[Orosius, lib. 7, cap. 32. Sozomenus. Theodor. Philost.]. I più degli antichi tengono che Giuliano il cacciasse in esilio; ma questo non è certo. Di sopra accennammo che Valentiniano sotto l'Augusto Gioviano accompagnò nelle Gallie il generale Lucilliano, e per buona ventura scappò dalle mani de' Batavi, allorchè nella città di Rems tolsero la vita ad esso Lucilliano. Essendo egli poi venuto a trovar Gioviano in Oriente, creato capitano della seconda compagnia delle guardie, restò in Ancira con ordine di tener dietro all'imperadore dopo qualche tempo. Ma venuto a morte Gioviano, ed essendosi accordati i principali dell'esercito ad eleggere lui per Augusto, giunsero i deputati ad Ancira con questa lieta nuova, facendogli istanza che s'affrettasse a raggiungere l'armata, la quale con impazienza l'aspettava in Nicea, capitale in questi tempi della Bitinia (ma senza pregiudizio di Nicomedia), dove era seguita la di lui elezione.

Arrivò Valentiniano nel dì 24 di febbraio a Nicea, ma nel dì seguente non volle farsi vedere in pubblico, se è vero ciò che scrive Ammiano[Ammian., lib. 26. cap. 1.], perchè nel dì 25 di febbraio di quest'anno correva il bissesto, e per una ridicola superstizione doveano i Romani d'allora crederlo giorno di cattivo augurio. Ora nel dì 26, essendo schierato l'esercito romano fuor di Nicea, montò Valentiniano sopra un palco alla vista di tutti, e con incessanti acclamazioni fu dichiarato Augusto, vestito della porpora ed ornato col diadema. Fece egli cenno di voler parlare; ma i soldati, senza lasciarlo dire, rinforzarono le grida, con esigere ch'egli in quel punto dichiarasse un collega nell'imperio, non volendo più restar senza capo, se l'imperatore per disavventura mancasse di vita. Parevano anche disposti a violentarlo, ma egli senza punto lasciarsi intimidire, allorchè potè farsi intendere, intrepidamente disse[Ammianus, lib. 26, cap. 2. Sozomen. Theodoret. Philostorg.], che dianzi dipendeva da essi il creare lui imperadore; ma da che aveano creato lui tale, a lui toccava il pensare a quel che più conveniva al pubblico bene; non ricusar già egli di prendere un collega, ma che un affare di tanta importanza esigeva matura considerazione: e così cessò il tumulto. Ci vien dipinto Valentiniano Augusto da Aurelio Vittore[Aurel. Victor., in Epitome.]per uomo di bell'aspetto, nel cui portamento ed operare compariva la gravità ed un ingegno svegliato, inclinante alla severità e alla collera. Poco parlava, ma quel poco bene e con proprietà, ancorchè, se vogliam credere a Zosimo[Zosim., lib. 3, cap. 36.], egli non avesse studiato lettere, e nè pur sapesse bene il greco, come pare che si ricavi da Temistio[Themistius, Orat. VI.]. Si osservò sempre in lui un abborrimento ai vizii e alla avarizia. Pratico dell'arte militare degli antichi, andavastudiando nuove armi da offesa e difesa. Dilettavasi di lavorare statue di terra; e nella guerra compariva sperto in valersi de' luoghi, de' tempi e di ogni menoma occasione per cavarne profitto. In somma tante doti in lui concorrevano, che s'egli avesse tenuto in sua corte uomini professori di onoratezza al pari di lui, e che gli avessero detta la verità, in vece di altri infedeli da lui presi, credendoli di buona legge, avrebbe potuto gareggiare coi più accreditati regnanti. Certo è che, nel mediocre impiego ch'egli esercitava, non dovea immaginare un sì glorioso ascendente, o almeno non dovette far brighe per ottener l'imperio, trovandosi allora lontano dall'armata; anzi Vittore sembra dire ch'egli fece anche della difficoltà ad accettarlo. Comunque sia, alzato al trono, egli riconobbe dalla mano di Dio l'esaltazione sua e gliene mostrò da lì innanzi la sua gratitudine, con proteggere la Chiesa e dottrina cattolica[Sozom., lib. 6, c. 12. Socrat., lib. 4. cap. 1.], e con tener basso il paganesimo: intorno a che molte sue leggi abbiamo, non però di molto peso, perchè egli, sto per dire, non volea che la religione sconciasse la politica sua. Le stesse sue azioni dipoi mostrarono che non erano assai radicati in suo cuore i documenti del Vangelo. Ora egli non tardò ad impiegar le sue applicazioni per togliere gli abusi introdotti ne' tempi addietro, come consta da molte sue leggi[Gothofred., in Chronolog. Cod. Theodos.]di questo medesimo anno, a noi conservate nel Codice Teodosiano, le quali ci fanno nello stesso tempo conoscere il progresso del suo viaggio da Nicea a Costantinopoli, e di là sino a Milano.

In Costantinopoli appunto volle Valentiniano soddisfare alle premure dell'esercito, con eleggersi un collega[Ammianus, lib. 26, cap. 4.]. Se n'era trattato in un gran consiglio tenuto in Nicea, dove niuno osò di scoprire il suo interno, a riserva diDagalaifo, il quale animosamente gli disseche se egli amava la propria famiglia, non gli mancava un fratello; ma se il pubblico bene, cercasse il migliore. Dichiarossi appunto Valentiniano in favor del fratello, cioè diFlavio Valente, nel dì 28 marzo[Idacius, in Chronic. Chronicon Alexandr.], e gli diede la porpora e il diadema in un luogo lontano dalla città sette miglia, e perciò appellatoHebdomon. Era anch'egli cristiano, e, secondo Teodoreto[Theodor., lib. 4, cap. 11.], seguitava allora i dogmi del Concilio Niceno, ma col tempo divenne persecutore del cattolicismo, con lasciarsi sovvertir dagli Ariani, dei quali comparve sempre gran protettore. Fu applaudita allora, almeno in apparenza, da tutti l'elezion di Valente, come utile all'imperio; ed in fatti la concordia, che passò da lì innanzi fra i due fratelli nel governo, parve cosa mirabile, e giovò non poco al pubblico. E di vero meritò non poca lode Valente per aver sempre conservata una fedel dipendenza dal fratello maggiore, nulla di rilevante operando senza consultarlo, ed ubbidendo ai cenni, come avrebbe fatto un suddito col principe suo. Scrive Zosimo[Zosimus, lib. 4, cap. 1.]che nel viaggio da Nicea a Costantinopoli Valentiniano si ammalò. Ammiano[Ammian., lib. 16, cap. 4.], più autentico scrittore, racconta che dopo la promozione suddetta amendue gli Augusti fratelli furono presi da gagliarde febbri: il che fece lor sospettare originata la lor malattia da qualche fattucchieria lor fatta dagli amici del defunto Giuliano. Perciò fu data incumbenza adOrsaciomaestro degli ufficii, o sia maggiordomo, uomo crudo, e aGiuvencoquestore, di esaminar questo affare. Nulla si scoprì; e contuttochè fossero denunziate molte persone illustri, pure la destrezza di Sallustio Secondo, prefetto del pretorio, tagliò le gambe a tutti i processi. Per altro erano i due principi assai portati ad odiare chiunque avea goduto della grazia edamicizia di Giuliano; e però non la poterono scappare nell'anno seguenteMassimoePriscofilosofi, che più degli altri erano stati confidenti dell'Apostata, e riguardati di mal occhio anche dal popolo. Prisco fu rimandato alla Grecia, come innocente[Eunap., Vit. Sophist. cap. 5.]; Massimo condannato alla prigionia, finchè avesse pagato una grossa pena pecuniaria. Avendo amendue gli Augusti ricuperata la sanità e le applicazioni ad affari più importanti, fecero poco dappoi cessar quel rumore e i processi suddetti.

Venuta la primavera, si misero essi in viaggio alla volta dell'Occidente, e sul fine d'aprile apparisce da una lor legge[L. 5, de re militar., Cod. Theod.], che erano in Andrinopoli. Di là passati a Filippopoli, a Serdica, e finalmente a Naisso della Dacia nuova; quivi nel castello di Mediana, lontana da Naisso tre miglia, divisero fra loro il governo dell'imperio[Ammianus, lib. 16, cap. 5.]. Valentiniano ritenne per sè l'Italia, l'Illirico, le Gallie, le Spagne, la Bretagna e l'Africa. A Valente cedette le provincie dell'Asia tutta, coll'Egitto e colla Tracia. Partirono anche fra loro le milizie e gli uffiziali, con avere Valentiniano voluto al suo servigioDagalaifogenerale dalla cavalleria,Giovinogeneral delle milizie delle Gallie.Equizioch'ebbe poi il comando dell'armata dell'Illirico,Mamertinoprefetto del pretorio dell'Illirico, dell'Italia ed Africa, eGermanianoprefetto del pretorio delle Gallie. Con gran vigore e credito di molta giustizia aveaLucio Turcio Apronianoesercitata la carica di prefetto di Roma. Egli ebbe in quest'anno per successoreCajo Cejonio Rufio Volusiano, che poco dovette godere di tal dignità, perchè molte leggi del Codice Teodosiano[Gothofred., Chron. Cod. Theod.]ci fan vedere prefetto di RomaLucio Aurelio Avianio Simmaco, pagano di credenza, e padre di quel Simmaco, parimente pagano, cheriuscì celebre per varie cariche e per la letteratura, di cui ci restan le lettere. Se noi ascoltiamo Ammiano[Ammianus, lib. 26, cap. 5.], in questi tempi l'imperio romano si trovava da più parti infestato dai Barbari: il che accrebbe i motivi a Valentiniano di non differir la elezione del collega. Cioè nella Gallia e nella Rezia le scorrerie degli Alamanni recavano frequenti danni. Dai Sarmati e Quadi era infestata la Pannonia: la Bretagna dai Sassoni, Pitti ed Atacotti, popoli bellicosi di quella grand'isola. Nè da somiglianti mali andava esente l'Africa, perchè varie nazioni more di tanto in tanto correvano a darle il sacco. I Persiani poi dal canto loro aveano mossa guerra ad Arsace re dell'Armenia, con pretesto di poterlo fare in vigor della pace stabilita con Gioviano, ma ingiustamente, come scrive Ammiano. A cagion di tali turbolenze si affrettò Valentiniano di venire a Milano, per istar vicino e pronto per accorrere dove maggior fosse il bisogno. Chi vuole apprendere i buoni regolamenti fatti da lui in quest'anno, non ha che leggere nel Codice Teodosiano varie sue leggi spettanti a questi tempi. Non piacquero già ai popoli cattolici due di esse. Coll'una[Lib. 7, de Maleficis, Cod. Theod.]proibì ai pagani solamente i lor sacrifizii notturni, ma non già quei del giorno; ed altronde si sa che la sua politica, tuttochè certamente egli fosse buon cattolico, e favorisse la vera Chiesa, il portò a lasciare ad ognuno la libertà della coscienza, e a non inquietar veruno per cagion di religione[Sozom., lib. 6, cap. 21. Socrates, lib. 4, cap. 1.]. Per questa indifferenza fu egli processato dal cardinale Baronio. Coll'altra legge[L. 17, de Episcopis, Cod. Theodos.]proibì ai vescovi di ricevere nel clero le persone ricche, sì perchè non si pregiudicasse al bisogno del pubblico per gli magistrati, e perchè i lor beni non colassero nelle chiese. Solamentepermise a quei che poteano essere decurioni (erano questi, per così dire, il senato d'ogni città) di farsi chierici, con sostituire qualche lor parente, a cui lasciassero i lor beni, o pure con cedere al pubblico essi beni. Ma forse questa legge, fatta per la provincia Bizacena dell'Africa, fu un regolamento particolare, nè si stese a tutto l'imperio.


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