CCCLXVIAnno diCristoCCCLXVI. IndizioneIX.Damasopapa 1.ValentinianoeValenteimperadori 3.ConsoliGraziano,nobilissimo fanciulloeDagalaifo.Amendue questi consoli appartengono all'Occidente. Sembra chePretestatofosse prefetto di Roma. Il Panvinio ci dàLampadio, e posciaJuvenzio; ed in fatti la prefettura di Juvenzio vien confermata da Ammiano. Accadde[Pagius, Crit. Baron.]nel dì 24 di settembre dell'anno presente la morte diLiberiopapa, il quale nei torbidi della religione non avea fatto comparire quel petto, per cui sono stati sì commendati tanti altri suoi antecessori e successori. Si venne all'elezione di un novello pontefice, ma questa non succedè senza un lagrimevole scisma[Baron., Annal. Eccl. Fleury, Hist. Eccl. Tillemont, Mémoires de l'Hist. Eccl.], avendo una parte elettoDamasodiacono della Chiesa romana, personaggio dignissimo; ed un'altraUrsino, appellato da altri, contro la fede de' manuscritti,Ursicino, diaconoanch'esso della medesima chiesa. Per questa divisione in gravissimi sconcerti si trovò involta Roma, e ne seguirono ferite ed ammazzamenti non pochi, tanto dell'una che dell'altra arrabbiata fazione, e fino nelle chiese sacrosante. Chi ne attribuì la colpa a Damaso, e chi ad Ursino; ma in fine riconosciuta la buona causa e l'innocenza di Damaso, la quale si vide allora esposta a non poche calunnie dei suoi avversarii, restò egli pacifico possessore della sedia di s. Pietro, e governò da lì innanzi con gran plauso la Chiesa di Dio. Celebri sono in questo proposito le parole e riflessioni di Ammiano Marcellino[Ammianus, lib. 27, cap. 8.], scrittore pagano, e però nulla mischiato in quelle sanguinose fazioni. Racconta egli che per questa maledetta gara in un sol giorno nella sacra basilica di Sicinio si contarono fin cento trentasette cadaveri; nè Juvenzio, prefetto di Roma, fu con tutta la sua autorità bastante a reprimere la matta inviperita plebe, anzi convenne a lui stesso di ritirarsi fuori della città nei borghi, per non restar vittima del loro furore. Scrive dunque Ammiano:Quanto a me, considerando il fasto mondano, con cui vive chi possiede in Roma quella dignità, non mi maraviglio punto, se chi la sospira, non perdoni a sforzo ed arte alcuna per ottenerla. Perocchè ottenuta che l'hanno, son certi di arricchirsi assaissimo mercè delle oblazioni delle divote matrone romane, e che se n'anderanno in carrozza per Roma a lor talento, magnificamente vestiti, e terranno buona tavola, anzi faranno conviti sì suntuosi, che si lasceranno indietro quei dei re ed imperadori. E non s'avveggono che potrebbono essere felici, se senza servirsi del pretesto della grandezza e magnificenza di Roma, per iscusar questi loro eccessi, volessero riformar il loro vivere, seguitando l'esempio di alcuni vescovi delle provincie, i quali colla saggia frugalità nel mangiare e bere coll'andar poveramente vestiti, e con gli occhi dimessi e rivolti alla terra, rendonovenerabile e grata non meno all'eterno Dio, che ai veri suoi adoratori, la purità de' lor costumi, e la modestia del loro portamento.Così Ammiano. Noi, secondo l'usanza, se miriamo eccessi ne' pastori della Chiesa e vizii nel popolo, subito caviam fuori i primi secoli della religion cristiana, come lo specchio di quel che si dovrebbe fare oggidì; e certo è che grandi esempi di virtù s'incontrano in que' tempi; ma nè pur mancavano allora i vizii e i mali dei nostri dì, e le opere di Eusebio Cesariense, e dei santi Gregorio Nazianzeno, Giovanni Grisostomo e Girolamo, per tacer d'altri, ci assicurano non essere stati sì fortunati i lor tempi, che facciano vergogna ai nostri. L'ambizione è mal vecchio; e dove son ricchezze sempre sono tentazioni. Lo stesso romano pontificato già era divenuto un maestoso oggetto dei desiderii mondani; ed è altresì famoso ciò che s. Girolamo[S. Hieron., Epist. LXI.]racconta diPretestato, uno de' più nobili romani, che fu proconsole, e circa questi tempi prefetto di Roma, e morì poi console disegnato. Essendo egli pagano, papa Damaso l'andava esortando ad abbracciare la religione cristiana: ed egli allora ridendo rispose:Fatemi vescovo di Roma, ch'io tosto mi farò cristiano.Continuò Valentiniano Augusto in questo anno ancora il soggiorno nelle Gallie, dimorando per lo più nella città di Rems, dove si veggono date alcune leggi[Gothofred., Chronol. Cod. Theod.], per opporsi, occorrendo, ai non mai quieti Alamanni. Sul fine dell'anno precedente avea quella gente[Ammian., lib. 27, cap. 1.], senza essere ritenuta dal verno, fatta un'irruzione nel paese romano. Cariettone e Severiano conti, che guardavano quei confini, colla gente di lor comando cavalcarono contra di essi, e vennero alle mani. Andò a finir la zuffa colla morte di que' due conti e di altri Romani, colla fuga del resto, e colla perdita dellabandiera degli Eruli e Batavi, portata poi da que' Barbari come in trionfo a casa loro. Con rabbia e dolore inteso che ebbe tal fatto Valentiniano, diede ordine aGiovino, generale della cavalleria, di marciare contra de' nemici, probabilmente nella primavera dell'anno presente. Giunto questi fra Tullo e Metz, all'improvviso piombò addosso al maggior corpo di que' Barbari e gran macello ne fece. Trovò dipoi un altro corpo d'essi che dopo il sacco stava a darsi bel tempo, e a questi ancora fece provare il taglio delle spade romane. Vi restava il terzo corpo d'essi Alamanni verso Sciallon. Fu a visitarli Giovino, e li trovò coll'armi in pronto per far testa. Venuta dunque l'aurora, messe le sue schiere in ordinanza di battaglia, fece dar fiato alle trombe. Durò per tutto il giorno l'ostinato combattimento colla rotta in fine de' Barbari, dei quali restarono sul campo sei mila, e quattro mila se ne andarono feriti. De' Romani si contarono mille e dugento morti, e dugento soli feriti: il qual ultimo numero par ben poco. Preso il re di quella gente nel dare il sacco al campo loro, fu fatto impiccare senza saputa del generale, da un tribuno, il quale corse pericolo di perdere la testa per questa sua prosunzione. Abbiam tutto questo da Ammiano, la cui autorità val più che quella di Zosimo[Zosimus, lib. 4, c. 9.], diversamente parlante di questi fatti, con dire che Valentiniano stesso in persona diede battaglia agli Alamanni, e che finì la zuffa con suo svantaggio. Avendo cercato per colpa di chi, trovò rea di tal mancamento la legione de' Batavi, cioè degli Olandesi, che, siccome dicemmo, aveano lasciata in man de' nemici l'insegna. Il perchè alla vista di tutto l'esercito ordinò che i Batavi fossero spogliati delle armi e come tanti schiavi dispersi per le altre legioni. S'inginocchiarono tutti chiedendo misericordia, pregando che non volesse caricar di tanto obbrobrio quella gente e l'armata tutta; e tantodissero, promettendo d'emendare il fallo, che ottennero il perdono. Il che fatto, tornò Valentiniano ad assalire i nemici con tal bravura, che un'infinita moltitudine d'essi vi restò tagliata a pezzi, e pochi poterono portar l'avviso di tanta perdita al loro paese. Vero sarà ciò che riguarda i Batavi, ma non già l'essere intervenuto a que' fatti d'armi lo stesso imperadore. Anche Idazio[Idacius, in Fastis.]di questa vittoria riportata contra degli Alamanni lasciò memoria.In Oriente all'aprirsi della buona stagione si mise in campagna Valente Augusto, per procedere contra del tirannoProcopio[Ammianus, lib. 26, c. 9.]; e perchè conobbe quanto potesse in tal congiuntura giovare ai propri interessiArbezione, vecchio generale, conosciuto ed amato dalle milizie, fattolo chiamare, a lui diede il comando dell'armata. Ottima risoluzione che produsse tosto buon frutto. Era Arbezione irritato forte contra di Procopio pel sacco dato alla sua casa; e non tralasciò diligenza alcuna per ben servire a Valente. Tirò egli al suo partitoGomeario, uno dei generali di Procopio. Zosimo[Zosimus, lib. 4, c. 8.]scrive che ciò avvenne in una battaglia, in cui mancò poco che a Valente non toccasse la rotta per valore del giovaneOrmisdapersiano, da noi veduto di sopra uffizial di Procopio. Ammiano nulla ha di questa battaglia, parlando solamente di quella che ora son per narrare. Cioè passato Valente sino a Nacolia, città della Frigia, quivi trovò Procopio, e con lui venne alle mani. Dubbioso fu un pezzo l'esito della pugna, finchèAgilonetedesco, uno de' generali di Procopio, all'improvviso colle sue squadre passò alla parte di Valente. Per questo inaspettato colpo atterrito Procopio prese la fuga; ma in fuggendo da due suoi capitani, Fiorendo e Barcalba, tradito, fu preso e legato; e questi il menarono nel seguente giorno a Valente, che immantinente gli fece mozzare il capo. Ilpremio che ebbero i due suddetti capitani del fatto tradimento, fu d'essere per ordine di Valente anch'essi uccisi. E tal fine ebbe il tiranno Procopio, la cui morte vien riferita da Idazio[Idacius, in Fastis.]al dì 27 di maggio dell'anno presente. Prima della di lui caduta,Equizio, generale dell'armata di Valentiniano nell'Illirico, vedendo ridotto lo sforzo della guerra nell'Asia[Ammianus, lib. 26, c. 10.], era entrato colle sue genti nella Tracia, con imprendere l'assedio di Filippopoli; ma ritrovò quella città più dura di quel che pensava. Non si volle mai rendere il nemico presidio finchè non vide co' proprii occhi la testa di Procopio[Idem, lib. 27, c. 2.], che Valente inviava al fratello Valentiniano. A questi difensori toccò poscia la disgrazia di provar la crudeltà d'esso Valente. Osserva Ammiano che il capo del suddetto Procopio fu presentato a Valentiniano, mentre se ne tornava a Parigi il generalGiovino, glorioso per le vittorie di sopra narrate; e però vegniamo a conoscere che le di lui fortunate imprese contro degli Alamanni appartengono anch'esse al maggio dell'anno presente. Era senza figliuoli l'Augusto Valente[Chronicon Alexandrin.]; uno gliene partorì nel dì 18 o 21 di gennaio di questo annoDomenicasua moglie: il che fu preso per buon presagio di que' felici avvenimenti che appresso si videro. Nel testo d'Idazio[Idacius, in Fastis.]stampato egli è detto figliuolo diValentiniano; ma, siccome osservò il padre Pagi[Pagius, Crit. Baron.], ne' manoscritti è chiamato figliuol diValente. E così fu in fatti, ciò ricavandosi da un'orazione di Temistio[Themistius, Orat. IX.]. Gli fu posto il nome diValentiniano juniore, ed abbiamo da Socrate[Socrates, lib. 4, c. 26.]e da Sozomeno[Sozom., lib. 6, c. 16.]ch'egli per soprannome venne poi chiamatoGalata, perchè nato nella Galazia, a distinzionedell'altro Valentiniano juniore, figlio del vecchio Valentiniano. Ci comparirà poi questo figliuol di Valente console nell'anno 369, ma di corta vita, perchè in uno dei seguenti anni egli diede fine a' suoi giorni. Oltre a ciò, convien rammentare le conseguenze della ribellion di Procopio. All'udire Temistio[Themistius, Orat. VII.]nell'elogio di Valente Augusto, grande fu la di lui moderazione dopo la vittoria, perchè punì solamente i principali autori della cospirazione; con sole parole castigò altri che senza fatica s'erano sottomessi al tiranno; e nulla perdè della di lui grazia chi per forza gli aveva prestata ubbidienza. Non così parlano Ammiano[Ammian., lib. 4, c. 8.]e Zosimo[Zosim., lib. 4, c. 8.], da' quali abbiamo una lugubre descrizione delle crudeltà usate da Valente o collo scuri, o coi confischi, o con gli esilii verso le persone nobili che si trovarono involte nella ribellione, e parecchie ancora innocenti, perchè, per non poter di meno, aveano aderito all'usurpatore. Ma forse quelle penne pagane ingrandirono più del dovere il rigor di Valente, avendo noi un altro scrittore della lor setta, cioè Libanio[Liban., in Vita sua.], il quale, scrivendo la propria vita, e però lungi di voler quivi incensar Valente, attesta non aver egli fatto morir gli amici di Procopio, ed essersi contenuta in molta moderazione la sua giustizia.
Consoli
Graziano,nobilissimo fanciulloeDagalaifo.
Amendue questi consoli appartengono all'Occidente. Sembra chePretestatofosse prefetto di Roma. Il Panvinio ci dàLampadio, e posciaJuvenzio; ed in fatti la prefettura di Juvenzio vien confermata da Ammiano. Accadde[Pagius, Crit. Baron.]nel dì 24 di settembre dell'anno presente la morte diLiberiopapa, il quale nei torbidi della religione non avea fatto comparire quel petto, per cui sono stati sì commendati tanti altri suoi antecessori e successori. Si venne all'elezione di un novello pontefice, ma questa non succedè senza un lagrimevole scisma[Baron., Annal. Eccl. Fleury, Hist. Eccl. Tillemont, Mémoires de l'Hist. Eccl.], avendo una parte elettoDamasodiacono della Chiesa romana, personaggio dignissimo; ed un'altraUrsino, appellato da altri, contro la fede de' manuscritti,Ursicino, diaconoanch'esso della medesima chiesa. Per questa divisione in gravissimi sconcerti si trovò involta Roma, e ne seguirono ferite ed ammazzamenti non pochi, tanto dell'una che dell'altra arrabbiata fazione, e fino nelle chiese sacrosante. Chi ne attribuì la colpa a Damaso, e chi ad Ursino; ma in fine riconosciuta la buona causa e l'innocenza di Damaso, la quale si vide allora esposta a non poche calunnie dei suoi avversarii, restò egli pacifico possessore della sedia di s. Pietro, e governò da lì innanzi con gran plauso la Chiesa di Dio. Celebri sono in questo proposito le parole e riflessioni di Ammiano Marcellino[Ammianus, lib. 27, cap. 8.], scrittore pagano, e però nulla mischiato in quelle sanguinose fazioni. Racconta egli che per questa maledetta gara in un sol giorno nella sacra basilica di Sicinio si contarono fin cento trentasette cadaveri; nè Juvenzio, prefetto di Roma, fu con tutta la sua autorità bastante a reprimere la matta inviperita plebe, anzi convenne a lui stesso di ritirarsi fuori della città nei borghi, per non restar vittima del loro furore. Scrive dunque Ammiano:Quanto a me, considerando il fasto mondano, con cui vive chi possiede in Roma quella dignità, non mi maraviglio punto, se chi la sospira, non perdoni a sforzo ed arte alcuna per ottenerla. Perocchè ottenuta che l'hanno, son certi di arricchirsi assaissimo mercè delle oblazioni delle divote matrone romane, e che se n'anderanno in carrozza per Roma a lor talento, magnificamente vestiti, e terranno buona tavola, anzi faranno conviti sì suntuosi, che si lasceranno indietro quei dei re ed imperadori. E non s'avveggono che potrebbono essere felici, se senza servirsi del pretesto della grandezza e magnificenza di Roma, per iscusar questi loro eccessi, volessero riformar il loro vivere, seguitando l'esempio di alcuni vescovi delle provincie, i quali colla saggia frugalità nel mangiare e bere coll'andar poveramente vestiti, e con gli occhi dimessi e rivolti alla terra, rendonovenerabile e grata non meno all'eterno Dio, che ai veri suoi adoratori, la purità de' lor costumi, e la modestia del loro portamento.Così Ammiano. Noi, secondo l'usanza, se miriamo eccessi ne' pastori della Chiesa e vizii nel popolo, subito caviam fuori i primi secoli della religion cristiana, come lo specchio di quel che si dovrebbe fare oggidì; e certo è che grandi esempi di virtù s'incontrano in que' tempi; ma nè pur mancavano allora i vizii e i mali dei nostri dì, e le opere di Eusebio Cesariense, e dei santi Gregorio Nazianzeno, Giovanni Grisostomo e Girolamo, per tacer d'altri, ci assicurano non essere stati sì fortunati i lor tempi, che facciano vergogna ai nostri. L'ambizione è mal vecchio; e dove son ricchezze sempre sono tentazioni. Lo stesso romano pontificato già era divenuto un maestoso oggetto dei desiderii mondani; ed è altresì famoso ciò che s. Girolamo[S. Hieron., Epist. LXI.]racconta diPretestato, uno de' più nobili romani, che fu proconsole, e circa questi tempi prefetto di Roma, e morì poi console disegnato. Essendo egli pagano, papa Damaso l'andava esortando ad abbracciare la religione cristiana: ed egli allora ridendo rispose:Fatemi vescovo di Roma, ch'io tosto mi farò cristiano.
Continuò Valentiniano Augusto in questo anno ancora il soggiorno nelle Gallie, dimorando per lo più nella città di Rems, dove si veggono date alcune leggi[Gothofred., Chronol. Cod. Theod.], per opporsi, occorrendo, ai non mai quieti Alamanni. Sul fine dell'anno precedente avea quella gente[Ammian., lib. 27, cap. 1.], senza essere ritenuta dal verno, fatta un'irruzione nel paese romano. Cariettone e Severiano conti, che guardavano quei confini, colla gente di lor comando cavalcarono contra di essi, e vennero alle mani. Andò a finir la zuffa colla morte di que' due conti e di altri Romani, colla fuga del resto, e colla perdita dellabandiera degli Eruli e Batavi, portata poi da que' Barbari come in trionfo a casa loro. Con rabbia e dolore inteso che ebbe tal fatto Valentiniano, diede ordine aGiovino, generale della cavalleria, di marciare contra de' nemici, probabilmente nella primavera dell'anno presente. Giunto questi fra Tullo e Metz, all'improvviso piombò addosso al maggior corpo di que' Barbari e gran macello ne fece. Trovò dipoi un altro corpo d'essi che dopo il sacco stava a darsi bel tempo, e a questi ancora fece provare il taglio delle spade romane. Vi restava il terzo corpo d'essi Alamanni verso Sciallon. Fu a visitarli Giovino, e li trovò coll'armi in pronto per far testa. Venuta dunque l'aurora, messe le sue schiere in ordinanza di battaglia, fece dar fiato alle trombe. Durò per tutto il giorno l'ostinato combattimento colla rotta in fine de' Barbari, dei quali restarono sul campo sei mila, e quattro mila se ne andarono feriti. De' Romani si contarono mille e dugento morti, e dugento soli feriti: il qual ultimo numero par ben poco. Preso il re di quella gente nel dare il sacco al campo loro, fu fatto impiccare senza saputa del generale, da un tribuno, il quale corse pericolo di perdere la testa per questa sua prosunzione. Abbiam tutto questo da Ammiano, la cui autorità val più che quella di Zosimo[Zosimus, lib. 4, c. 9.], diversamente parlante di questi fatti, con dire che Valentiniano stesso in persona diede battaglia agli Alamanni, e che finì la zuffa con suo svantaggio. Avendo cercato per colpa di chi, trovò rea di tal mancamento la legione de' Batavi, cioè degli Olandesi, che, siccome dicemmo, aveano lasciata in man de' nemici l'insegna. Il perchè alla vista di tutto l'esercito ordinò che i Batavi fossero spogliati delle armi e come tanti schiavi dispersi per le altre legioni. S'inginocchiarono tutti chiedendo misericordia, pregando che non volesse caricar di tanto obbrobrio quella gente e l'armata tutta; e tantodissero, promettendo d'emendare il fallo, che ottennero il perdono. Il che fatto, tornò Valentiniano ad assalire i nemici con tal bravura, che un'infinita moltitudine d'essi vi restò tagliata a pezzi, e pochi poterono portar l'avviso di tanta perdita al loro paese. Vero sarà ciò che riguarda i Batavi, ma non già l'essere intervenuto a que' fatti d'armi lo stesso imperadore. Anche Idazio[Idacius, in Fastis.]di questa vittoria riportata contra degli Alamanni lasciò memoria.
In Oriente all'aprirsi della buona stagione si mise in campagna Valente Augusto, per procedere contra del tirannoProcopio[Ammianus, lib. 26, c. 9.]; e perchè conobbe quanto potesse in tal congiuntura giovare ai propri interessiArbezione, vecchio generale, conosciuto ed amato dalle milizie, fattolo chiamare, a lui diede il comando dell'armata. Ottima risoluzione che produsse tosto buon frutto. Era Arbezione irritato forte contra di Procopio pel sacco dato alla sua casa; e non tralasciò diligenza alcuna per ben servire a Valente. Tirò egli al suo partitoGomeario, uno dei generali di Procopio. Zosimo[Zosimus, lib. 4, c. 8.]scrive che ciò avvenne in una battaglia, in cui mancò poco che a Valente non toccasse la rotta per valore del giovaneOrmisdapersiano, da noi veduto di sopra uffizial di Procopio. Ammiano nulla ha di questa battaglia, parlando solamente di quella che ora son per narrare. Cioè passato Valente sino a Nacolia, città della Frigia, quivi trovò Procopio, e con lui venne alle mani. Dubbioso fu un pezzo l'esito della pugna, finchèAgilonetedesco, uno de' generali di Procopio, all'improvviso colle sue squadre passò alla parte di Valente. Per questo inaspettato colpo atterrito Procopio prese la fuga; ma in fuggendo da due suoi capitani, Fiorendo e Barcalba, tradito, fu preso e legato; e questi il menarono nel seguente giorno a Valente, che immantinente gli fece mozzare il capo. Ilpremio che ebbero i due suddetti capitani del fatto tradimento, fu d'essere per ordine di Valente anch'essi uccisi. E tal fine ebbe il tiranno Procopio, la cui morte vien riferita da Idazio[Idacius, in Fastis.]al dì 27 di maggio dell'anno presente. Prima della di lui caduta,Equizio, generale dell'armata di Valentiniano nell'Illirico, vedendo ridotto lo sforzo della guerra nell'Asia[Ammianus, lib. 26, c. 10.], era entrato colle sue genti nella Tracia, con imprendere l'assedio di Filippopoli; ma ritrovò quella città più dura di quel che pensava. Non si volle mai rendere il nemico presidio finchè non vide co' proprii occhi la testa di Procopio[Idem, lib. 27, c. 2.], che Valente inviava al fratello Valentiniano. A questi difensori toccò poscia la disgrazia di provar la crudeltà d'esso Valente. Osserva Ammiano che il capo del suddetto Procopio fu presentato a Valentiniano, mentre se ne tornava a Parigi il generalGiovino, glorioso per le vittorie di sopra narrate; e però vegniamo a conoscere che le di lui fortunate imprese contro degli Alamanni appartengono anch'esse al maggio dell'anno presente. Era senza figliuoli l'Augusto Valente[Chronicon Alexandrin.]; uno gliene partorì nel dì 18 o 21 di gennaio di questo annoDomenicasua moglie: il che fu preso per buon presagio di que' felici avvenimenti che appresso si videro. Nel testo d'Idazio[Idacius, in Fastis.]stampato egli è detto figliuolo diValentiniano; ma, siccome osservò il padre Pagi[Pagius, Crit. Baron.], ne' manoscritti è chiamato figliuol diValente. E così fu in fatti, ciò ricavandosi da un'orazione di Temistio[Themistius, Orat. IX.]. Gli fu posto il nome diValentiniano juniore, ed abbiamo da Socrate[Socrates, lib. 4, c. 26.]e da Sozomeno[Sozom., lib. 6, c. 16.]ch'egli per soprannome venne poi chiamatoGalata, perchè nato nella Galazia, a distinzionedell'altro Valentiniano juniore, figlio del vecchio Valentiniano. Ci comparirà poi questo figliuol di Valente console nell'anno 369, ma di corta vita, perchè in uno dei seguenti anni egli diede fine a' suoi giorni. Oltre a ciò, convien rammentare le conseguenze della ribellion di Procopio. All'udire Temistio[Themistius, Orat. VII.]nell'elogio di Valente Augusto, grande fu la di lui moderazione dopo la vittoria, perchè punì solamente i principali autori della cospirazione; con sole parole castigò altri che senza fatica s'erano sottomessi al tiranno; e nulla perdè della di lui grazia chi per forza gli aveva prestata ubbidienza. Non così parlano Ammiano[Ammian., lib. 4, c. 8.]e Zosimo[Zosim., lib. 4, c. 8.], da' quali abbiamo una lugubre descrizione delle crudeltà usate da Valente o collo scuri, o coi confischi, o con gli esilii verso le persone nobili che si trovarono involte nella ribellione, e parecchie ancora innocenti, perchè, per non poter di meno, aveano aderito all'usurpatore. Ma forse quelle penne pagane ingrandirono più del dovere il rigor di Valente, avendo noi un altro scrittore della lor setta, cioè Libanio[Liban., in Vita sua.], il quale, scrivendo la propria vita, e però lungi di voler quivi incensar Valente, attesta non aver egli fatto morir gli amici di Procopio, ed essersi contenuta in molta moderazione la sua giustizia.