CCCLXXVIAnno diCristoCCCLXXVI. IndizioneIV.Damasopapa 11.Valenteimperadore 13.Grazianoimperadore 10.ValentinianoII imperadore 2.ConsoliFlavio Valente Augustoper la quarta volta eFlavio ValentinianojunioreAugusto.Portò opinione il Panvinio[Panvin., in Fast.]che la prefettura di Roma fosse in quest'anno esercitata daEuprassio, e poi daProbiano. Il Codice teodosiano[Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.], a cui si dee più fede, ci mostra ornati di quella dignitàRufino, e poiGracco, il qual ultimo, per attestato di san Girolamo[Hieron., Epist. 7 ad Laetam. Prudentius, in Symmac.], bruciò e rovesciò gran copia d'idoli in Roma stessa, e professò dipoi la religione cristiana. In età di circa diecisette anni eraGraziano Augustoallorchè l'imperador Valentiniano suo padre terminò il corso del suo vivere. Giovane ben fatto di corpo, ma più d'animo, perchè dotato d'un eccellente naturale, come confessano gli stessi storici pagani[Ammian., lib. 27. cap. 6. Victor, in Epitome. Themistius, Or. XV.]. Di buon'ora fu istruito nelle belle lettere, con aver per maestro un insigne letterato, cioèAusonio, al quale, anche dopo aver ricevuta la porpora imperiale, professò sempre un particolar rispetto, e conferì varie cariche, alzandolo sino al consolato. Parlano gli autori d'allora[Rufinus, Hist., lib. 2, cap. 13. Ausonius, in Panegyric.]della moderazione nel cibo e nella bevanda di questo principe, della sua rigorosa castità, affabilità, e soprattutto della sua bontà e pietàcristiana, per cui meritò gli elogii di santo Ambrosio e di Ausonio. Della sua delicatezza in questo proposito diede egli sui principii una luminosa pruova, col ricusar l'abito e il titolo di pontefice massimo[Zosimus, lib. 4, cap. 36.]che gli portarono i pagani. In somma arrivò a dire Ammiano, tuttochè storico gentile e poco amico dei cristiani, essersi unite in Graziano tante e sì belle doti, che avrebbe potuto aspirare alla gloria de' più rinomati Augusti, se breve non fosse stata la sua vita, e non avesse avuto ai fianchi de' ministri cattivi, da' quali non potè guardarsi la sua non per anche matura prudenza, e l'età sua troppo giovanile, per cui, dandosi ai divertimenti, lasciava lor fare quanto volevano. Una delle sue prime azioni fu quella di ascoltar le querele universali de' popoli, e massimamente del senato romano contro i ministri della crudeltà di suo padre[Ammianus, lib. 28, cap. 1.]. Erano questiMassimino, allora prefetto del pretorio delle Gallie,SimplicioeDoriferiano. Processati costoro, provarono anche essi, ma colpevoli, il supplizio che a tanti anche innocenti aveano fatto provare. E perciocchè il senato romano dovette far doglianze per tanti dell'ordine suo o uccisi o calpestati in maniere indebite da Valentiniano, in lor favore spedì Graziano un editto, che con gioia fu letto dal celebreSimmaco[Symmachus, lib. 10, epist. 2.], uno allora de' senatori. Siccome riportò plauso da ognuno la morte data a quei crudeli ministri, così fu detestata l'altra diTeodosioconte, governatore allora dell'Africa. Aveva questo valente uffiziale estinta già in quelle provincie la ribellion di Fermo[Orosius, lib. 7, cap. 33.], restituita la pace a tutto il paese, e continuava con gran saviezza il suo governo in quelle parti. Ma gl'invidiosi, gramigna che specialmente alligna in alcune corti, mirando con gelosia il di lui merito, seppero cosìben dipingerlo al giovinetto incauto Graziano, come persona pericolosa e capace di far delle novità, che andò in Africa l'ordine di levargli la vita, e questo venne eseguito. Fu di parere Socrate[Socrates, lib. 4 Hist., cap. 15.]che, ad istigazion di Valente Augusto, per cagione del nome di Teodosio da lui odiato, siccome dicemmo di sopra, a questo bravo generale fossero abbreviati i giorni del vivere. Valente non comandava nell'Africa, e pare che neppur passasse grande armonia fra lui e il nipote Graziano, oltre all'osservarsi già scorsi due anni dopo la di sopra accennata congiura di Teodoro. Comunque sia, dappoichè il giovaneTeodosiosuo figlio arrivò ad essere imperadore, il senato romano onorò con delle statue la memoria di esso suo padre, il quale, giacchè ricevette il battesimo prima di morire per ottener la remission dei peccati, è da credere che più gloriosamente fosse coronato in cielo. La di lui disgrazia intanto si tirò dietro quella del suddetto Teodosio suo figliuolo, il quale fu obbligato a dimettere il governo della Mesia, di cui era duca, e a ritirarsi in Ispagna patria sua. Nulladimeno non andò molto che Graziano, aperti gli occhi, e pentito, il richiamò per alzarlo all'imperio.Probabilmente fu in quest'anno che Valente Augusto, seguitando a dimorare in Antiochia (non si sa per qual motivo), inviò il filosofoTemistio[Themist., Orat. XIII.]a Graziano suo nipote, abitante allora in Treveri nelle Gallie. Passò questo pagano filosofo per Roma, dove nel senato stesso egli pronunciò un'orazione sua, che contien lodi ancora di esso Graziano, rappresentando la di lui bontà e liberalità, e l'aver egli come annientati gli esattori crudeli delle imposte. Sappiamo infatti da Ausonio[Auson., in Panegyr.]che questo benigno Augusto avea rimesso ai popoli i debiti trascorsi, e fatta abbruciare ogni cartadei medesimi con sua singolar gloria e benedizion della gente. In questi tempi cominciò a farsi nominare la fiera nazion degli Unni, Tartari abitanti verso la palude Meotide, oggidì il mar di Zabacca, che tanti guai, siccome vedremo, recarono di poi alle contrade dell'Europa. Di essi, cioè de' loro barbari costumi e paesi, parlano a lungo Ammiano[Ammian., lib. 31, cap. 2.], Giordano[Jordan., de Reb. Get., cap. 37.]ed altri antichi scrittori[Zosimus, lib. 4, cap. 20. Sozomenus, Agathius el alii.]. Costoro, invogliati di miglior abitazione, mossero prima la guerra agli Alani, abitanti lungo il fiume Tanai, e li soggiogarono. Poscia rivolsero le armi contra degli Ostrogoti con tal felicità, cheErmeniricore di essi Goti, e poscia il di lui successore vi perderono la vita. Il terrore di gente sì inumana, che non dava quartiere ad alcuno, si sparse per tutti que' paesi, e cagion fu che quanti Goti poterono salvarsi, non men Visigoti che Ostrogoti, crederono meglio di abbandonar le loro terre, e di ritirarsi buona parte di essi verso quelle dell'imperio romano; e non avendo potuto fermarsi nella Podolia, s'inoltrarono sino alla Moldavia. Di là spedirono deputati a Valente Augusto, pregandolo di volerli ricevere ne' suoi Stati, promettendo di servir nelle armate romane, e di vivere da fedeli suoi sudditi.Ulfila, vescovo loro, ch'era, o pur divenne poscia ariano, come vuol Sozomeno[Sozom., lib. 6 Histor., cap. 37.], fu il capo dell'ambasceria. Questi insegnò poi le lettere ai Goti, tradusse in lingua loro le divine Scritture, e trasse alla religion cristiana quei che fin qui aveano professata l'idolatria. Gran dibattimento fu nel consiglio di Valente, se si doveva ammettere o no questa foresteria negli Stati dell'imperio[Eunap., de Legat. Tom. I Histor. Byzant.]. Prese l'affermativa, parte perchè si figurò Valente di superiorizzare colle lor forze i suoi nipoti, e parteperchè parve gran vantaggio il poter con questi Barbari provveder di reclute le armate romane; e forse non era male, purchè fossero state ben eseguite le precauzioni prese per dare loro ricetto. Cioè che si facessero prima passar di qua dal Danubio i lor figliuoli, i quali si trasportassero in Asia per servire di ostaggi della fedeltà de' padri; che ognun di essi Goti prima di passare avesse da consegnar l'armi in mano degli uffiziali romani. Quest'ultimo ordine fu per disattenzione ed iniquità di essi uffiziali malamente eseguito. Credesi che ne passassero in questi tempi circa ducento mila colle lor mogli e figliuoli[Idacius, in Fastis.], e questi si sparsero per la Tracia e lungo il Danubio. Altre nazioni gotiche[Zosim., lib. 4, cap. 20. Orosius. Hieronymus, in Chronic.], le quali restavano di là da quel fiume, veduto sì buon accoglimento fatto da Valente ai lor nazionali, spedirono anche esse per ottener la medesima grazia, ma n'ebbero la negativa, perchè troppo pericoloso si conobbe l'ammetterne di più. Tuttavia questo esempio produsse delle brutte conseguenze, perchè innumerabili altri Goti da lì a qualche tempo anch'essi passarono di qua dal Danubio al dispetto de' Romani, e con esso loro si unirono anche i Taifali, popolo infame per le sue impurità, di modo che si vide inondata in breve la Tracia colle vicine provincie da un'immensa folla di Barbari, amici di quattro giorni, e poi nemici perpetui, e distruggitori del romano imperio. Cominceremo a chiarircene nell'anno seguente.
Consoli
Flavio Valente Augustoper la quarta volta eFlavio ValentinianojunioreAugusto.
Portò opinione il Panvinio[Panvin., in Fast.]che la prefettura di Roma fosse in quest'anno esercitata daEuprassio, e poi daProbiano. Il Codice teodosiano[Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.], a cui si dee più fede, ci mostra ornati di quella dignitàRufino, e poiGracco, il qual ultimo, per attestato di san Girolamo[Hieron., Epist. 7 ad Laetam. Prudentius, in Symmac.], bruciò e rovesciò gran copia d'idoli in Roma stessa, e professò dipoi la religione cristiana. In età di circa diecisette anni eraGraziano Augustoallorchè l'imperador Valentiniano suo padre terminò il corso del suo vivere. Giovane ben fatto di corpo, ma più d'animo, perchè dotato d'un eccellente naturale, come confessano gli stessi storici pagani[Ammian., lib. 27. cap. 6. Victor, in Epitome. Themistius, Or. XV.]. Di buon'ora fu istruito nelle belle lettere, con aver per maestro un insigne letterato, cioèAusonio, al quale, anche dopo aver ricevuta la porpora imperiale, professò sempre un particolar rispetto, e conferì varie cariche, alzandolo sino al consolato. Parlano gli autori d'allora[Rufinus, Hist., lib. 2, cap. 13. Ausonius, in Panegyric.]della moderazione nel cibo e nella bevanda di questo principe, della sua rigorosa castità, affabilità, e soprattutto della sua bontà e pietàcristiana, per cui meritò gli elogii di santo Ambrosio e di Ausonio. Della sua delicatezza in questo proposito diede egli sui principii una luminosa pruova, col ricusar l'abito e il titolo di pontefice massimo[Zosimus, lib. 4, cap. 36.]che gli portarono i pagani. In somma arrivò a dire Ammiano, tuttochè storico gentile e poco amico dei cristiani, essersi unite in Graziano tante e sì belle doti, che avrebbe potuto aspirare alla gloria de' più rinomati Augusti, se breve non fosse stata la sua vita, e non avesse avuto ai fianchi de' ministri cattivi, da' quali non potè guardarsi la sua non per anche matura prudenza, e l'età sua troppo giovanile, per cui, dandosi ai divertimenti, lasciava lor fare quanto volevano. Una delle sue prime azioni fu quella di ascoltar le querele universali de' popoli, e massimamente del senato romano contro i ministri della crudeltà di suo padre[Ammianus, lib. 28, cap. 1.]. Erano questiMassimino, allora prefetto del pretorio delle Gallie,SimplicioeDoriferiano. Processati costoro, provarono anche essi, ma colpevoli, il supplizio che a tanti anche innocenti aveano fatto provare. E perciocchè il senato romano dovette far doglianze per tanti dell'ordine suo o uccisi o calpestati in maniere indebite da Valentiniano, in lor favore spedì Graziano un editto, che con gioia fu letto dal celebreSimmaco[Symmachus, lib. 10, epist. 2.], uno allora de' senatori. Siccome riportò plauso da ognuno la morte data a quei crudeli ministri, così fu detestata l'altra diTeodosioconte, governatore allora dell'Africa. Aveva questo valente uffiziale estinta già in quelle provincie la ribellion di Fermo[Orosius, lib. 7, cap. 33.], restituita la pace a tutto il paese, e continuava con gran saviezza il suo governo in quelle parti. Ma gl'invidiosi, gramigna che specialmente alligna in alcune corti, mirando con gelosia il di lui merito, seppero cosìben dipingerlo al giovinetto incauto Graziano, come persona pericolosa e capace di far delle novità, che andò in Africa l'ordine di levargli la vita, e questo venne eseguito. Fu di parere Socrate[Socrates, lib. 4 Hist., cap. 15.]che, ad istigazion di Valente Augusto, per cagione del nome di Teodosio da lui odiato, siccome dicemmo di sopra, a questo bravo generale fossero abbreviati i giorni del vivere. Valente non comandava nell'Africa, e pare che neppur passasse grande armonia fra lui e il nipote Graziano, oltre all'osservarsi già scorsi due anni dopo la di sopra accennata congiura di Teodoro. Comunque sia, dappoichè il giovaneTeodosiosuo figlio arrivò ad essere imperadore, il senato romano onorò con delle statue la memoria di esso suo padre, il quale, giacchè ricevette il battesimo prima di morire per ottener la remission dei peccati, è da credere che più gloriosamente fosse coronato in cielo. La di lui disgrazia intanto si tirò dietro quella del suddetto Teodosio suo figliuolo, il quale fu obbligato a dimettere il governo della Mesia, di cui era duca, e a ritirarsi in Ispagna patria sua. Nulladimeno non andò molto che Graziano, aperti gli occhi, e pentito, il richiamò per alzarlo all'imperio.
Probabilmente fu in quest'anno che Valente Augusto, seguitando a dimorare in Antiochia (non si sa per qual motivo), inviò il filosofoTemistio[Themist., Orat. XIII.]a Graziano suo nipote, abitante allora in Treveri nelle Gallie. Passò questo pagano filosofo per Roma, dove nel senato stesso egli pronunciò un'orazione sua, che contien lodi ancora di esso Graziano, rappresentando la di lui bontà e liberalità, e l'aver egli come annientati gli esattori crudeli delle imposte. Sappiamo infatti da Ausonio[Auson., in Panegyr.]che questo benigno Augusto avea rimesso ai popoli i debiti trascorsi, e fatta abbruciare ogni cartadei medesimi con sua singolar gloria e benedizion della gente. In questi tempi cominciò a farsi nominare la fiera nazion degli Unni, Tartari abitanti verso la palude Meotide, oggidì il mar di Zabacca, che tanti guai, siccome vedremo, recarono di poi alle contrade dell'Europa. Di essi, cioè de' loro barbari costumi e paesi, parlano a lungo Ammiano[Ammian., lib. 31, cap. 2.], Giordano[Jordan., de Reb. Get., cap. 37.]ed altri antichi scrittori[Zosimus, lib. 4, cap. 20. Sozomenus, Agathius el alii.]. Costoro, invogliati di miglior abitazione, mossero prima la guerra agli Alani, abitanti lungo il fiume Tanai, e li soggiogarono. Poscia rivolsero le armi contra degli Ostrogoti con tal felicità, cheErmeniricore di essi Goti, e poscia il di lui successore vi perderono la vita. Il terrore di gente sì inumana, che non dava quartiere ad alcuno, si sparse per tutti que' paesi, e cagion fu che quanti Goti poterono salvarsi, non men Visigoti che Ostrogoti, crederono meglio di abbandonar le loro terre, e di ritirarsi buona parte di essi verso quelle dell'imperio romano; e non avendo potuto fermarsi nella Podolia, s'inoltrarono sino alla Moldavia. Di là spedirono deputati a Valente Augusto, pregandolo di volerli ricevere ne' suoi Stati, promettendo di servir nelle armate romane, e di vivere da fedeli suoi sudditi.Ulfila, vescovo loro, ch'era, o pur divenne poscia ariano, come vuol Sozomeno[Sozom., lib. 6 Histor., cap. 37.], fu il capo dell'ambasceria. Questi insegnò poi le lettere ai Goti, tradusse in lingua loro le divine Scritture, e trasse alla religion cristiana quei che fin qui aveano professata l'idolatria. Gran dibattimento fu nel consiglio di Valente, se si doveva ammettere o no questa foresteria negli Stati dell'imperio[Eunap., de Legat. Tom. I Histor. Byzant.]. Prese l'affermativa, parte perchè si figurò Valente di superiorizzare colle lor forze i suoi nipoti, e parteperchè parve gran vantaggio il poter con questi Barbari provveder di reclute le armate romane; e forse non era male, purchè fossero state ben eseguite le precauzioni prese per dare loro ricetto. Cioè che si facessero prima passar di qua dal Danubio i lor figliuoli, i quali si trasportassero in Asia per servire di ostaggi della fedeltà de' padri; che ognun di essi Goti prima di passare avesse da consegnar l'armi in mano degli uffiziali romani. Quest'ultimo ordine fu per disattenzione ed iniquità di essi uffiziali malamente eseguito. Credesi che ne passassero in questi tempi circa ducento mila colle lor mogli e figliuoli[Idacius, in Fastis.], e questi si sparsero per la Tracia e lungo il Danubio. Altre nazioni gotiche[Zosim., lib. 4, cap. 20. Orosius. Hieronymus, in Chronic.], le quali restavano di là da quel fiume, veduto sì buon accoglimento fatto da Valente ai lor nazionali, spedirono anche esse per ottener la medesima grazia, ma n'ebbero la negativa, perchè troppo pericoloso si conobbe l'ammetterne di più. Tuttavia questo esempio produsse delle brutte conseguenze, perchè innumerabili altri Goti da lì a qualche tempo anch'essi passarono di qua dal Danubio al dispetto de' Romani, e con esso loro si unirono anche i Taifali, popolo infame per le sue impurità, di modo che si vide inondata in breve la Tracia colle vicine provincie da un'immensa folla di Barbari, amici di quattro giorni, e poi nemici perpetui, e distruggitori del romano imperio. Cominceremo a chiarircene nell'anno seguente.