CCCLXXXV

CCCLXXXVAnno diCristoCCCLXXXV. Indiz.XIII.Siriciopapa 1.ValentinianoII imperad. 11.Teodosioimperadore 7.Arcadioimperadore 3.ConsoliFlavio Arcadio Augusto, eBautone.Abbiam già veduto che questoBautoneconte, uomo di gran valore e fedeltà, era uno de' generali di Valentiniano juniore Augusto, e però fu console per l'Occidente.Agostino, maestro in questi tempi di retorica in Milano, recitò nelle calende di gennaio un panegirico che non è giunto ai dì nostri, in onore di lui esistente in quella città, dove tuttavia era la corte. Chi fosse in quest'anno prefetto di Roma, non si è potuto chiarire in addietro. Raccogliesi dalle lettere di Simmaco[Symmachus, lib. 10, epist. 25, 36, 47.]ch'egli disgustato per molti affanni da lui patiti nell'esercizio di questa dignità nell'anno antecedente, fece istanze alla corte per esserne scaricato; ma senza apparire s'egli fosse esaudito. Tuttavia tengo io per fermo che in luogo suo venisse surrogato per l'anno presenteSevero Piniano. Che questo nobilissimo romano fosse prefetto di Roma, ne ho addotto le pruove altrove[Anecdot. Latin. Tom. I, Dissert. VI, et inter opera s. Paulini Edit. Veronens.], cioè le parole di Palladio e di Eraclide. E che la di lui prefettura cadesse appunto in quest'anno, chiaramente si raccoglie da una lettera di Valentiniano Augusto, indirizzata a lui nel dì 23 di febbraio dell'anno corrente, riferita dal Cardinal Baronio[Baron., Annal. Eccl. ad hunc annum.], in cui si rallegra per la elezione di Siricio papa, accaduta poco tempo prima. M'inducomedesimamente a credere, in vigor di essa lettera che Siricio papa fosse eletto (non senza contraddizione del tuttavia vivente Ursino, o sia Ursicino, che avea fatta guerra anche a papa Damaso) non già, come vuole il padre Pagi, nel dì 22 di dicembre dell'anno precedente, ma bensì nel gennaio del presente, come tenne il suddetto cardinal Baronio. Non vo' io trattener qui i lettori coll'esaminar le ragioni del Pagi. A me solo basterà di dire che l'epitaffio di papa Siricio, su cui egli fonda tutto il suo raziocinio, non è certo se sia fattura di quei tempi. Noi possiam con ragione tenerlo per composto da qualche miserabil poeta de' tempi susseguenti, giacchè esso è un componimento di versi mancanti di prosodia. Ne' tempi correnti fiorivano mirabilmente in Roma le lettere, nè si può mai credere che ad un sì ignorante poeta fosse data la commissione di ornar il sepolcro di un romano pontefice con versi che gridano misericordia.Per la maggior parte di quest'anno noi troviamo, siccome poco fa accennai, Valentiniano Augusto colla sua corte in Milano[Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.], dove son date alquante sue leggi. Altre ve n'ha pubblicate in Aquileia, e forse una in Verona. Teodosio Augusto, per quanto risulta dalle leggi di lui, sembra non essersi punto mosso da Costantinopoli. Diede questo buon imperadore nei tempi correnti una pruova luminosa della sua singolar bontà. Aveano varie persone tenuto delle assemblee contra di lui, producendo varii augurii, sogni ed altri creduti indovinamenti dell'avvenire[Liban., Orat. XIV. Themist., Orat. XIX.]. Scoperto l'affare, ad un rigoroso processo si diede subito principio, non solamente contro i delinquenti, ma contro quelli ancora che aveano saputo e non rivelato il fatto. Sotto altri imperadori nè pur uno d'essi avrebbe scappata la morte. Così non fu sotto ilcattolico Teodosio. Sulle prime egli dichiarò di non voler mischiato in tal processo chiunque reo solamente era di non aver rivelato i manipolatori della congiura, o per aver parlato poco rispettosamente di lui. Pubblicò dipoi nell'anno 393 una legge, con cui proibiva il procedere giudizialmente contro chiunque avesse sparlato del principe. Continuarono i processi contra de' veri congiurati; e perchè pareva che il buon Augusto ne fosse scontento, uno de' magistrati un dì gli disse, che la principal cura degli uffiziali della giustizia doveva esser quella di assicurar la vita del principe:Sì,rispose egli,ma più ancora vorrei che aveste cura della mia riputazione.La sentenza di morte fu pronunziata contra di costoro, ma allorchè i carnefici erano sul punto di eseguirla, si spiccò dal palazzo una voce che si sparse immediatamente per tutta la città, che l'imperadore faceva lor grazia. E così fu. Non solamente donò egli loro la vita, ma anche la libertà di dimorare in quel paese che più loro piacesse; e volle che Arcadio Augusto suo figlio anch'egli segnasse la grazia, per avvezzarlo di buon'ora agli atti di clemenza. Temistio aggiugne che a questo perdono consentì sopra gli altri l'imperadriceFlacillaossiaPlacilla, con cui egli soleva consigliarsi in affari di tal natura. Ma Iddio appunto nell'anno presente chiamò a sè questa piissima Augusta, le cui rare doti e virtù, e specialmente la pietà, e un continuo zelo per la religion cattolica, si veggono esaltate non men dagli scrittori cristiani, cioè da s. Gregorio Nisseno[Gregor. Nyssenus, in funer. Plac.], da s. Ambrosio, da Teodoreto, e Sozomeno[Ambros. Theodor. Sozomenus. Themistius.], ma ancora dal pagano Temistio. Meritò ella, in una parola, che la chiesa greca la registrasse nel catalogo de' santi. Figliuoli di essa e di Teodosio furonoArcadioallora Augusto, edOnorioche col tempo fu anch'egli imperadore. Una lor figlia, appellataPulcheriamancò di vita circaquesti tempi, e se ne vede l'orazion funebre fra le opere del suddetto Nisseno.Viveva in questi medesimi tempi un'altra imperadrice, ma di professione e costumi affatto contrarii, e questa eraGiustinamadre del giovanetto Valentiniano Augusto. Dopo la morte del vecchio Valentiniano suo consorte, cavatasi la maschera, ella si scoprì ariana; e, dimorando col figliuolo in Milano, città il cui popolo era tutto zelante per la dottrina e chiesa cattolica, si mise in testa di voler pure promuover ivi gl'interessi dell'empia sua setta. Per essere il figliuolo di età immatura, grande era la di lei autorità, e suo gran consigliere le stava sempre ai fianchiAusenzio[Ambros., Epist. XX.], che s'intitolava vescovo, venuto già dalla picciola Tartaria, dopo aver ivi commesso di gravissime iniquità. Voleva pure costui in quella città una chiesa per servigio dei suoi pochi ariani, consistenti in alcuni uffiziali di corte, e in quei non molti Goti che militavano nelle guardie; ma ritrovò contrario a' suoi disegni l'arcivescovoAmbrosio, la cui costanza episcopale non si lasciava intimorire neppur dalle minacce de' più crudeli supplizii[Ambros., in Psalm. 36.]. Questi gli fece fronte, ed insieme il popolo tutto, pronto a perdere piuttosto la vita, che a dar luogo alla eresia. Si seppe già risoluto in corte che fosse ceduta agli ariani la basilica Porziana, oggidì chiamata di s. Vittore, ch'era allora fuori della città, e che il santo arcivescovo per questo era stato chiamato. Il popolo anch'esso corse a furia colà; e perchè un uffizial di corte mandato con dei soldati per dissiparli vi trovò del duro, fu pregato lo stesso Ambrosio di pacificar quel rumore, con promessa di non dimandar la suddetta basilica. Ma nel dì seguente, giorno 4 di aprile, vennero uffiziali a chiedergli la basilica nuova, da lui fabbricata entro la città, appellata oggidì di san Nazario. Le risposte del santo furono magnanime e risolute, di non poter dare ciò ch'eradi Dio, e su cui l'imperadore non aveva autorità. Ne' giorni santi seguenti si rinforzò la persecuzione, per occupar pure una delle basiliche; ma il santo arcivescovo e il popolo resisterono fino al giovedì santo, in cui cessò quella tempesta, senza che si spargesse il sangue di alcuno. Di più non rapporto io, perchè s'ha da prendere questo bel pezzo dalla storia ecclesiastica e dalla vita dell'incomparabile arcivescovo sant'Ambrosio, la cui saviezza, coraggio e zelo in tal congiuntura son tuttavia da ammirare[Paulin., in Vit. Sancti Ambros.]. Dopo questo inutile sforzo non cessò l'infuriata Giustina di tendergli insidie e di procurarne l'esilio; ma Iddio anche miracolosamente difese sempre il suo buon servo, non essendo già cessata in quest'anno la guerra contra di lui e della fede cattolica.

Consoli

Flavio Arcadio Augusto, eBautone.

Abbiam già veduto che questoBautoneconte, uomo di gran valore e fedeltà, era uno de' generali di Valentiniano juniore Augusto, e però fu console per l'Occidente.Agostino, maestro in questi tempi di retorica in Milano, recitò nelle calende di gennaio un panegirico che non è giunto ai dì nostri, in onore di lui esistente in quella città, dove tuttavia era la corte. Chi fosse in quest'anno prefetto di Roma, non si è potuto chiarire in addietro. Raccogliesi dalle lettere di Simmaco[Symmachus, lib. 10, epist. 25, 36, 47.]ch'egli disgustato per molti affanni da lui patiti nell'esercizio di questa dignità nell'anno antecedente, fece istanze alla corte per esserne scaricato; ma senza apparire s'egli fosse esaudito. Tuttavia tengo io per fermo che in luogo suo venisse surrogato per l'anno presenteSevero Piniano. Che questo nobilissimo romano fosse prefetto di Roma, ne ho addotto le pruove altrove[Anecdot. Latin. Tom. I, Dissert. VI, et inter opera s. Paulini Edit. Veronens.], cioè le parole di Palladio e di Eraclide. E che la di lui prefettura cadesse appunto in quest'anno, chiaramente si raccoglie da una lettera di Valentiniano Augusto, indirizzata a lui nel dì 23 di febbraio dell'anno corrente, riferita dal Cardinal Baronio[Baron., Annal. Eccl. ad hunc annum.], in cui si rallegra per la elezione di Siricio papa, accaduta poco tempo prima. M'inducomedesimamente a credere, in vigor di essa lettera che Siricio papa fosse eletto (non senza contraddizione del tuttavia vivente Ursino, o sia Ursicino, che avea fatta guerra anche a papa Damaso) non già, come vuole il padre Pagi, nel dì 22 di dicembre dell'anno precedente, ma bensì nel gennaio del presente, come tenne il suddetto cardinal Baronio. Non vo' io trattener qui i lettori coll'esaminar le ragioni del Pagi. A me solo basterà di dire che l'epitaffio di papa Siricio, su cui egli fonda tutto il suo raziocinio, non è certo se sia fattura di quei tempi. Noi possiam con ragione tenerlo per composto da qualche miserabil poeta de' tempi susseguenti, giacchè esso è un componimento di versi mancanti di prosodia. Ne' tempi correnti fiorivano mirabilmente in Roma le lettere, nè si può mai credere che ad un sì ignorante poeta fosse data la commissione di ornar il sepolcro di un romano pontefice con versi che gridano misericordia.

Per la maggior parte di quest'anno noi troviamo, siccome poco fa accennai, Valentiniano Augusto colla sua corte in Milano[Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.], dove son date alquante sue leggi. Altre ve n'ha pubblicate in Aquileia, e forse una in Verona. Teodosio Augusto, per quanto risulta dalle leggi di lui, sembra non essersi punto mosso da Costantinopoli. Diede questo buon imperadore nei tempi correnti una pruova luminosa della sua singolar bontà. Aveano varie persone tenuto delle assemblee contra di lui, producendo varii augurii, sogni ed altri creduti indovinamenti dell'avvenire[Liban., Orat. XIV. Themist., Orat. XIX.]. Scoperto l'affare, ad un rigoroso processo si diede subito principio, non solamente contro i delinquenti, ma contro quelli ancora che aveano saputo e non rivelato il fatto. Sotto altri imperadori nè pur uno d'essi avrebbe scappata la morte. Così non fu sotto ilcattolico Teodosio. Sulle prime egli dichiarò di non voler mischiato in tal processo chiunque reo solamente era di non aver rivelato i manipolatori della congiura, o per aver parlato poco rispettosamente di lui. Pubblicò dipoi nell'anno 393 una legge, con cui proibiva il procedere giudizialmente contro chiunque avesse sparlato del principe. Continuarono i processi contra de' veri congiurati; e perchè pareva che il buon Augusto ne fosse scontento, uno de' magistrati un dì gli disse, che la principal cura degli uffiziali della giustizia doveva esser quella di assicurar la vita del principe:Sì,rispose egli,ma più ancora vorrei che aveste cura della mia riputazione.La sentenza di morte fu pronunziata contra di costoro, ma allorchè i carnefici erano sul punto di eseguirla, si spiccò dal palazzo una voce che si sparse immediatamente per tutta la città, che l'imperadore faceva lor grazia. E così fu. Non solamente donò egli loro la vita, ma anche la libertà di dimorare in quel paese che più loro piacesse; e volle che Arcadio Augusto suo figlio anch'egli segnasse la grazia, per avvezzarlo di buon'ora agli atti di clemenza. Temistio aggiugne che a questo perdono consentì sopra gli altri l'imperadriceFlacillaossiaPlacilla, con cui egli soleva consigliarsi in affari di tal natura. Ma Iddio appunto nell'anno presente chiamò a sè questa piissima Augusta, le cui rare doti e virtù, e specialmente la pietà, e un continuo zelo per la religion cattolica, si veggono esaltate non men dagli scrittori cristiani, cioè da s. Gregorio Nisseno[Gregor. Nyssenus, in funer. Plac.], da s. Ambrosio, da Teodoreto, e Sozomeno[Ambros. Theodor. Sozomenus. Themistius.], ma ancora dal pagano Temistio. Meritò ella, in una parola, che la chiesa greca la registrasse nel catalogo de' santi. Figliuoli di essa e di Teodosio furonoArcadioallora Augusto, edOnorioche col tempo fu anch'egli imperadore. Una lor figlia, appellataPulcheriamancò di vita circaquesti tempi, e se ne vede l'orazion funebre fra le opere del suddetto Nisseno.

Viveva in questi medesimi tempi un'altra imperadrice, ma di professione e costumi affatto contrarii, e questa eraGiustinamadre del giovanetto Valentiniano Augusto. Dopo la morte del vecchio Valentiniano suo consorte, cavatasi la maschera, ella si scoprì ariana; e, dimorando col figliuolo in Milano, città il cui popolo era tutto zelante per la dottrina e chiesa cattolica, si mise in testa di voler pure promuover ivi gl'interessi dell'empia sua setta. Per essere il figliuolo di età immatura, grande era la di lei autorità, e suo gran consigliere le stava sempre ai fianchiAusenzio[Ambros., Epist. XX.], che s'intitolava vescovo, venuto già dalla picciola Tartaria, dopo aver ivi commesso di gravissime iniquità. Voleva pure costui in quella città una chiesa per servigio dei suoi pochi ariani, consistenti in alcuni uffiziali di corte, e in quei non molti Goti che militavano nelle guardie; ma ritrovò contrario a' suoi disegni l'arcivescovoAmbrosio, la cui costanza episcopale non si lasciava intimorire neppur dalle minacce de' più crudeli supplizii[Ambros., in Psalm. 36.]. Questi gli fece fronte, ed insieme il popolo tutto, pronto a perdere piuttosto la vita, che a dar luogo alla eresia. Si seppe già risoluto in corte che fosse ceduta agli ariani la basilica Porziana, oggidì chiamata di s. Vittore, ch'era allora fuori della città, e che il santo arcivescovo per questo era stato chiamato. Il popolo anch'esso corse a furia colà; e perchè un uffizial di corte mandato con dei soldati per dissiparli vi trovò del duro, fu pregato lo stesso Ambrosio di pacificar quel rumore, con promessa di non dimandar la suddetta basilica. Ma nel dì seguente, giorno 4 di aprile, vennero uffiziali a chiedergli la basilica nuova, da lui fabbricata entro la città, appellata oggidì di san Nazario. Le risposte del santo furono magnanime e risolute, di non poter dare ciò ch'eradi Dio, e su cui l'imperadore non aveva autorità. Ne' giorni santi seguenti si rinforzò la persecuzione, per occupar pure una delle basiliche; ma il santo arcivescovo e il popolo resisterono fino al giovedì santo, in cui cessò quella tempesta, senza che si spargesse il sangue di alcuno. Di più non rapporto io, perchè s'ha da prendere questo bel pezzo dalla storia ecclesiastica e dalla vita dell'incomparabile arcivescovo sant'Ambrosio, la cui saviezza, coraggio e zelo in tal congiuntura son tuttavia da ammirare[Paulin., in Vit. Sancti Ambros.]. Dopo questo inutile sforzo non cessò l'infuriata Giustina di tendergli insidie e di procurarne l'esilio; ma Iddio anche miracolosamente difese sempre il suo buon servo, non essendo già cessata in quest'anno la guerra contra di lui e della fede cattolica.


Back to IndexNext