CCCLXXXVIIIAnno diCristoCCCLXXXVIII. Indiz.I.Siriciopapa 4.ValentinianoII imperad. 14.Teodosioimperadore 10.Arcadioimperadore 6.ConsoliFlavio Teodosio Augustoper la seconda volta, eCinegio.Questi furono i consoli dell'Oriente; imperciocchè per conto dell'Italia e delle altre provincie sottoposte a Massimo tiranno, sembra infallibile che altri consoli furono eletti. Trovasi presso il Fabretti[Fabrettus, Inscript., p. 270.]un'iscrizione esistente in Roma, e posta nel dì 17 di gennaio CONS. MAGNO MAXIMO AVGVSTO. Sicchè lo stesso Massimo prese il consolato in Occidente per l'anno presente. Un'altra iscrizione[Thesaurus Novus Inscription., p. 393.], da me rapportata, secondo le apparenze pare che sia da riferire al medesimo tiranno; e su tal rapporto essa fu in onore di lui alzata daFabio Tiziano console ordinario e prefetto diRoma. Questi possiam dubitare che procedesse console non già nell'anno precedente, dappoichè Roma venne in poter di Massimo, ma bensì nel presente in compagnia d'esso tiranno, e ch'egli nello stesso tempo esercitasse la carica di prefetto di Roma. Quanto aCinegio, console orientale e prefetto del pretorio nel medesimo tempo in Oriente, abbiamo da Idazio[Idacius, in Fastis.]ch'egli non più di due mesi e mezzo godè di questa illustre dignità perchè rapito dalla morte. E merita ben questo insigne personaggio cristiano che qui si faccia menzione del suo zelo contro l'idolatria. L'inviò Teodosio Augusto in Egitto, secondo Zosimo, nell'anno in cui seguì il trattato di pace fra lui, Valentiniano e Massimo tiranno, cioè nel 384, benchè non manchino dispute intorno a questo punto di cronologia, come si può vedere presso il Tillemont[Tillemont, Mémoires des Empereurs.]. Ebbe ordine Cinegio dal piissimo Augusto di abbattere per quanto potesse il paganesimo, vietando i sagrifizii e tutte le superstizioni dei gentili e chiudendo i loro templi. Confessa il suddetto Zosimo pagano[Zosimus, lib. 4, cap 37.], che egli eseguì mirabilmente tal commissione, e, per quanto sembra, non solo nell'Egitto, ma per tutte le provincie, dove si stendeva la sua giurisdizione. Imperciocchè abbiamo da Idazio[Idacius, in Fastis.], ch'egli scorrendo per esse, le liberò dalla corruttela de' secoli precedenti, e penetrò sino nell'Egitto con ispezzar gl'idoli della gentilità. Perciò in gran credito era Cinegio, specialmente in Costantinopoli, di maniera tale che, essendo egli venuto a morte in essa città, col pianto universale di quel popolo fu condotto alla sepoltura nella basilica degli Apostoli nel dì 19 di marzo dell'anno presente, e nel seguente fu poi trasportato in Ispagna da Acanzia sua moglie, perchè verisimilmente era spagnuolo di nascita. Noi abbiamo un'orazione di Libanio solista, intitolatadei Templi, e data alla luce da Jacopo Gotofredo, senza ben apparire in qual anno quel gentile oratore la componesse. In essa si lamenta egli che persone vestite di nero (e vorrà dire i monaci) ne rovesciavano le statue e gli altari, e ne demolivano anche i tetti e le mura tanto nelle città che nei villaggi, ancorchè leggi non vi fossero del principe che autorizzassero questa licenza. Vuol perciò persuadere a Teodosio che non permetta un sì fatto abuso, quasi che il culto degli idoli fosse legittimo, e da tollerarsi da un regnante cristiano. Ma Libanio non avrà recitata quell'orazione al piissimo Teodosio, e questi certo, per quanto abbiam veduto di Cinegio, non era disposto a consolar le premure dei gentili, e maggiormente di ciò verremo accertati andando innanzi.Attese con gran diligenza l'Augusto Teodosio nel verno di quest'anno a fare i preparamenti per la guerra risoluta contra di Massimo tiranno. Prese al suo servizio non pochi Barbari, come Goti, Unni ed Alani, e con ciò venne l'armata sua ad essere composta di varie nazioni, ma con essersi poi provata, secondo la testimonianza di Pacato[Pacatus, in Panegyr.], verso di Teodosio una mirabil ubbidienza e fedeltà di tutti quei Barbari, senza che ne seguissero tumulti, saccheggi, ed altri somiglianti disordini contro la militar disciplina. Siccome fra poco dirò, Zosimo[Zosimus, lib. 4, cap. 46.], differentemente parla di questo.Promotofu creato generale della cavalleria, eTimasiodella fanteria. Filostorgio[Philost., lib. 10, cap 8.]nomina anche fra i di lui generaliAbrogasteeRicimere, uffiziali già veterani nella milizia. Al defunto Cinegio succedette nella carica di prefetto del pretorio d'OrienteTaziano, personaggio di singolar valore e perizia nel mestier della guerra, il quale, se non falla Zosimo, si trovava allora in Aquileia, e fu chiamato di là a Costantinopoli: segno che allora non dovea peranche quella città essere caduta in mano di Massimo. Ma la principale speranza di vincere in questa contesa, la riponeva il cattolico imperador Teodosio nell'assistenza di Dio, amatore e protettore del giusto, e nelle orazioni dei suoi buoni servi. Uno di essi principalmente fuGiovanni[Pallad., in Laus, cap. 43. Rufinus, lib. 2, cap. 32. Theod., lib. 5, cap. 24.]solitario celebre di Licopoli, che era in concetto di gran santità, e a cui per li suoi messi fece il buon Augusto ricorso per intendere la volontà di Dio. Con ispirito profetico questo santo anacoreta gli diede sicurezza della vittoria: il che accrebbe in Teodosio il coraggio, senza più mettersi in apprensione del pericolo a cui si esponeva. In effetto, procedeva egli contra di un nemico che avrebbe potuto fargli dubitare del buon successo delle sue armi stante la superiorità delle forze, perchè veramente Massimo si trovava con un maggior nerbo di milizie, e milizie valorose. Stava inoltre aspettando, per così dire, in casa propria gli sforzi di Teodosio con abbondante provvision d'armi e di viveri, dopo aver presa Aquileja ed Emona, e con averAndragaziosuo bravo generale fatto fortificar tutti i passi e luoghi delle Alpi Giulie, per le quali dall'Illirico s'entra nella Italia. Ma a chi Dio vuol male non basta gente nè armatura alcuna. Massimo seco portava il reato della morte del suo sovrano, dell'usurpazione degli stati altrui, e dell'avere, contro la fede dei giuramenti, rotta la pace stabilita con Valentiniano. Aggiungasi che le lagrime dei popoli delle Gallie peroravano continuamente contro di lui nel tribunale di Dio. Chi bramasse di raccogliere quante estorsioni e tirannie avesse esercitato in quelle parti questo mal uomo, non ha che da leggere il panegirico composto da Pacato[Pacatus, in Panegyr., cap. 25 et seq.]in onore di Teodosio. Con insoffribili imposte, con immense confiscazioni aveva egli spolpate quelle provincie; a moltissimi, ed anche del sesso debole,avea tolta la vita; tutto ivi era terrore, tutto gemiti e mestizia. Era anch'egli ricorso ad un santo profeta[Sulpic. Sever., Vit. S. Martini, cap. 23.], cioè al celebre vescovo di Tours,Martino, per saper quanto si potesse promettere della disegnata impresa d'Italia. Ma il santo prelato gli predisse, che se pure intenzion sua era di assalire Valentiniano, il vincerebbe; ma anch'egli da lì a non molto resterebbe vinto. Prestò fede Massimo alla prima parte; forse in suo cuore si rise dell'altra.Dopo aver dunque l'Augusto Teodosio dato buon sesto agli affari d'Oriente, e pubblicate ne' primi sei mesi varie leggi[Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.], specialmente contro gli eretici, mentre dimorava in Tessalonica e Stubi, città della Macedonia, dove stava adunando la sua armata; e dopo aver anche lasciato al governo di Costantinopoli e di Arcadio Augusto suo figliuolo, che non aveva allora più di undici anni, un consiglio di scelti ministri, era per muoversi verso l'Italia[Zosimus, lib. 3, cap. 45.], quando si scoprì aver Massimo subornato, colla promessa di grossi regali, alquanti di que' Barbari che militavano nell'esercito di esso Teodosio, acciocchè il tradissero. Sparsasi tal voce, coloro, a' quali rimordeva la coscienza, presa la fuga, corsero ad intanarsi nelle paludi e ne' boschi della Macedonia. Si andò pertanto alla caccia di costoro, e la maggior parte di essi restò colta ed uccisa, o perì per gli stenti. Seguita a narrare il medesimo Zosimo che Teodosio spedì per mare con una buona flotta l'AugustaGiustinacol figlioValentinianoe colla figlia, senza dire qual fosse, alla volta di Roma, persuadendosi che il popolo romano, siccome d'animo contrario, loro farebbe un buon accoglimento. Ma di questo fatto si può dubitare, perchè probabilmente Valentiniano tenne dietro a Teodosio; e Massimo aveva una gran flotta in mare, condotta da Andragazio generale. Similmentesi può mettere in dubbio l'aggiugnersi da esso Zosimo, che anche dopo la morte di Massimo, Giustina continuò ad assistere co' suoi consigli al figliuolo Augusto. Imperocchè, per attestato di Rufino[Rufinus, lib. 2, cap. 17.], autore di questi tempi, essa finì i suoi giorni probabilmente nell'anno presente; e Prospero Tirone[Tiro Prosper., in Chronic.]mette la sua morte prima di aver veduto il figliuolo ristabilito sul trono, avendo voluto Iddio punita anche in vita con tante peripezie l'empietà di questa imperadrice ariana, dopo la persecuzione da lei fatta alla Chiesa cattolica. Un colpo ancora della mano di Dio fu creduto che Massimo staccasse da sè la possente sua flotta, condotta dal suddetto Andragazio, la quale avrebbe potuto recargli aiuto, o almeno servirgli di scampo, occorrendo il bisogno di fuggire. Dopo Zosimo[Zosim., lib. 4, c. 46.], scrive Orosio[Orosius, lib. 7, cap. 35.], che non sapendosi qual via volesse tener Teodosio, e parendo più probabile quella del mare, da che egli faceva il suo armamento in Tessalonica,Andragaziofu spedito a custodire il mare, per dove egli poteva passare, con disegno fors'anche di sorprenderlo, prima che si movesse. Ora l'imperador Teodosio, dacchè ebbe messa in marcia l'armata sua, divisa in tre corpi, per dar più terrore al nemico, con somma diligenza continuò il cammino, sperando di arrivare all'improvviso addosso alle genti di Massimo, giacchè si sapeva aver egli inoltrato un grosso distaccamento sino al fiume Savo ed alla città di Siscia[Pacatus, in Panegyr.]. Inaspettatamente arrivò colà l'esercito Teodosiano, e benchè si trovasse stanca la cavalleria pel lungo viaggio, pure diede di sproni e passò co' cavalli a nuoto il fiume. Il giugnere su la opposta riva, e lo sbaragliare il nemico, lo stesso fu. Moltissimi di essi perirono svenati, altri nel fiume trovarono la lor morte.Un'altra armata di Massimo s'era postata a Petovione sopra il fiume Dravo sotto il comando diMarcellinodi lui fratello. Non tardò Teodosio a portarsi colà, e a dar la seconda battaglia, la quale fu qualche tempo dubbiosa, ma in fine terminata presto colla rotta e strage di quei di Massimo. Una parte nondimeno de' vinti, calate le bandiere, messasi ginocchioni, dimandò quartiere. Teodosio non solamente loro perdonò, ma gli aggregò tutti al vittorioso esercito suo, il quale continuato il viaggio arrivò ad Emona, città dianzi occupata dopo un lungo assedio da Massimo. O sia che ivi il tiranno non avesse lasciata guarnigione bastante a difenderla, o che si unisse coi cittadini, racconta Pacato, che tutti quegli abitanti con incredibil festa spalancate le porte, andarono magnificamente ad incontrar Teodosio e a dargli le chiavi della città. Fra gli altri vantaggi che il corso di queste vittorie recò a Teodosio, due furono i principali, cioè l'uno di poter passare le aspre Alpi Giulie, senza trovar opposizione; l'altro, che scarseggiando egli, anzi mancando di vettovaglia per sostener la sua armata, vennero alle mani sue varii magazzini preparati dal nemico per uso proprio, permettendo Iddio che in pro di Teodosio tornasse ciò che servir dovea contro di lui. Intanto Massimo pieno di confusione, e come impazzito al mirar così brutti principii, non sapea qual consiglio prendere; e perchè la vergogna il riteneva dal fuggire, andò a chiudersi da sè stesso in Aquileia, come s'egli avesse pensato non già a difendere la propria vita, ma a prepararsi al gastigo de' gravi suoi peccati, coll'imprigionarsi in quella città[Orosius, lib. 7, cap. 45.]. Con delle marcie sforzate, e con parte della sua armata arrivò improvvisamente alle mura di quella città Teodosio, e ne formò l'assedio, ma assedio di corta durata[Pacatus, in Panegyr.]. Imperocchè o sia, come lasciò scrittoZosimo[Zosim., lib. 4, cap. 46.], che con pochi combattenti si fosse ivi ristretto Massimo (il che non par molto credibile), o che con qualche vigoroso assalto, o altro mezzo umano superasse quelle mura: fuor di dubbio è che da lì a non molto vi entrò l'armata di Teodosio, e furono messe le mani addosso al tiranno[Philost., l. 20, cap. 8. Prosper, in Chronico. Marcellin. Comes, in Chronico.]. Spogliato Massimo di tutti gli ornamenti imperiali, tratto fu colle mani legate davanti a Teodosio, che il rimproverò forte per la sua tirannia, e principalmente per la voce da lui sparsa di aver usurpato l'imperio con intelligenza e consentimento del medesimo Teodosio: il che Massimo confessò di aver finto, per tirar le milizie nel suo partito. Desideravano, anzi si aspettavano tutti che Teodosio pria di farlo morire, il suggettasse ai più orridi tormenti; ma egli altra pena non gli decretò, se non il taglio della testa: la qual sentenza ebbe l'esecuzione tre miglia fuori d'Aquileia, nel dì 28 di luglio dell'anno presente, come vuole Idazio[Idacius, in Fastis.], o piuttosto, secondo Socrate[Socrat., l. 5, cap. 14.], nel dì 27 agosto.Alla morte del tiranno tenne dietro immediatamente il ritorno di tutte le città dell'Italia, delle Gallie e dell'altre usurpate provincie, all'ubbidienza di Teodosio e di Valentiniano. Restava in esse GallieVittorefigliuolo di Massimo in età fanciullesca, che già dicemmo dichiaratoAugustodal padre[Victor, in Epitome. Idac., in Fastis. Zosim., lib. 4, cap 47.]. Fu spedito colà da Teodosio con tutta diligenza il generaleArbogaste, che lo spogliò del diadema e della vita.Andragaziogenerale di Massimo, che si trovava in questi tempi colla sua flotta nel mare Jonio, e che, secondo l'asserzione di Orosio[Orosius, lib. 7, cap. 45.], sembra aver avuta, probabilmente dall'armata navale di Teodosio, una rotta,udita ch'ebbe la nuova del meritato fine di Massimo, giacchè non isperava perdono per esser stato l'uccisor di Graziano,[Claud., in Consul. IV Honorii.]e datosi in preda alla disperazione, si precipitò in mare, per risparmiare ad altri la briga di farlo morire. Così colla morte di costui e dei due suddetti illegittimi Augusti terminò questa gran tragedia. Imperciocchè per conto degli altri tutti, essi trovarono non un rigoroso giudice, ma un amorevol padre in Teodosio, con aver egli conceduto il perdono a tutti, senza volere spargimento di sangue, e senza permettere prigionie, esilii e confische, lasciando con ciò un memorabile esempio di clemenza, dove altri ne avrebbono lasciato uno di crudeltà sotto nome di giustizia. E questa forse fu l'azione la più gloriosa di quante mai facesse questo insigne imperadore, e che sarebbe a desiderare impressa nella mente e nel cuore di tutti i regnanti cristiani in somiglianti funeste occasioni. Quel solo che fece Teodosio, fu di cassare con due editti[Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.], l'uno del dì 22 di settembre in Aquileia, e l'altro del dì 10 di ottobre in Milano, tutti gli atti di Massimo e le elezioni da lui fatte di ministri ed uffiziali, riducendo le cose al loro primiero stato. Ma non lasciò di richiamar dall'esilio le figlie di Massimo, e fece anche dar dei danari alla madre tuttavia vivente del suddetto tiranno. Quello oltre a ciò che parve più mirabile e degno d'encomio in questo regnante fu l'onoratezza[Ambros., Epist. LXI, Class. I.], con cui egli procedette verso di Valentiniano juniore, da cui narrano alcuni degli scrittori antichi[Zosimus, lib. 4, cap. 47.], ch'egli fu accompagnato nelle imprese suddette. Avrebbe potuto altro principe di coscienza larga pretender paesi di conquista i ritolti da lui a Massimo, o almeno appropriarsene una parte per compenso delle spese fatte nella guerra. Teodosio, siccome principe magnanimo, tutto vollerestituito al cognato Valentiniano, solamente riserbandosi parte del governo d'essi stati, finchè Valentiniano si trovasse in età abile a governar da sè stesso. Abbiamo poi da Socrate[Socrat., l. 5, cap. 13.]e da Sozomeno[Sozom., lib. 7, cap. 13.], che mentre esso Teodosio stava occupato nella suddetta guerra contra di Massimo, si sparse in Costantinopoli una falsa voce ch'egli era rimasto sconfitto, e già si trovava vicino a cader nelle mani del nemico. Gli ariani allora che covavano in lor cuore non poca amarezza contra di lui per le chiese lor tolte e date ai cattolici, attaccarono il fuoco alla casa diNettario, vescovo cattolico di quella città, la qual tutta restò consumata. Vennero poi nuove felici di Teodosio e gli eretici malfattori ebbero ricorso alla clemenza di Arcadio Augusto, il quale non solamente ad essi niun nocumento fece, ma impetrò loro ancora il perdono dal padre. Pare che l'Augusto Teodosio si fermasse in Milano per tutto il verno seguente.
Consoli
Flavio Teodosio Augustoper la seconda volta, eCinegio.
Questi furono i consoli dell'Oriente; imperciocchè per conto dell'Italia e delle altre provincie sottoposte a Massimo tiranno, sembra infallibile che altri consoli furono eletti. Trovasi presso il Fabretti[Fabrettus, Inscript., p. 270.]un'iscrizione esistente in Roma, e posta nel dì 17 di gennaio CONS. MAGNO MAXIMO AVGVSTO. Sicchè lo stesso Massimo prese il consolato in Occidente per l'anno presente. Un'altra iscrizione[Thesaurus Novus Inscription., p. 393.], da me rapportata, secondo le apparenze pare che sia da riferire al medesimo tiranno; e su tal rapporto essa fu in onore di lui alzata daFabio Tiziano console ordinario e prefetto diRoma. Questi possiam dubitare che procedesse console non già nell'anno precedente, dappoichè Roma venne in poter di Massimo, ma bensì nel presente in compagnia d'esso tiranno, e ch'egli nello stesso tempo esercitasse la carica di prefetto di Roma. Quanto aCinegio, console orientale e prefetto del pretorio nel medesimo tempo in Oriente, abbiamo da Idazio[Idacius, in Fastis.]ch'egli non più di due mesi e mezzo godè di questa illustre dignità perchè rapito dalla morte. E merita ben questo insigne personaggio cristiano che qui si faccia menzione del suo zelo contro l'idolatria. L'inviò Teodosio Augusto in Egitto, secondo Zosimo, nell'anno in cui seguì il trattato di pace fra lui, Valentiniano e Massimo tiranno, cioè nel 384, benchè non manchino dispute intorno a questo punto di cronologia, come si può vedere presso il Tillemont[Tillemont, Mémoires des Empereurs.]. Ebbe ordine Cinegio dal piissimo Augusto di abbattere per quanto potesse il paganesimo, vietando i sagrifizii e tutte le superstizioni dei gentili e chiudendo i loro templi. Confessa il suddetto Zosimo pagano[Zosimus, lib. 4, cap 37.], che egli eseguì mirabilmente tal commissione, e, per quanto sembra, non solo nell'Egitto, ma per tutte le provincie, dove si stendeva la sua giurisdizione. Imperciocchè abbiamo da Idazio[Idacius, in Fastis.], ch'egli scorrendo per esse, le liberò dalla corruttela de' secoli precedenti, e penetrò sino nell'Egitto con ispezzar gl'idoli della gentilità. Perciò in gran credito era Cinegio, specialmente in Costantinopoli, di maniera tale che, essendo egli venuto a morte in essa città, col pianto universale di quel popolo fu condotto alla sepoltura nella basilica degli Apostoli nel dì 19 di marzo dell'anno presente, e nel seguente fu poi trasportato in Ispagna da Acanzia sua moglie, perchè verisimilmente era spagnuolo di nascita. Noi abbiamo un'orazione di Libanio solista, intitolatadei Templi, e data alla luce da Jacopo Gotofredo, senza ben apparire in qual anno quel gentile oratore la componesse. In essa si lamenta egli che persone vestite di nero (e vorrà dire i monaci) ne rovesciavano le statue e gli altari, e ne demolivano anche i tetti e le mura tanto nelle città che nei villaggi, ancorchè leggi non vi fossero del principe che autorizzassero questa licenza. Vuol perciò persuadere a Teodosio che non permetta un sì fatto abuso, quasi che il culto degli idoli fosse legittimo, e da tollerarsi da un regnante cristiano. Ma Libanio non avrà recitata quell'orazione al piissimo Teodosio, e questi certo, per quanto abbiam veduto di Cinegio, non era disposto a consolar le premure dei gentili, e maggiormente di ciò verremo accertati andando innanzi.
Attese con gran diligenza l'Augusto Teodosio nel verno di quest'anno a fare i preparamenti per la guerra risoluta contra di Massimo tiranno. Prese al suo servizio non pochi Barbari, come Goti, Unni ed Alani, e con ciò venne l'armata sua ad essere composta di varie nazioni, ma con essersi poi provata, secondo la testimonianza di Pacato[Pacatus, in Panegyr.], verso di Teodosio una mirabil ubbidienza e fedeltà di tutti quei Barbari, senza che ne seguissero tumulti, saccheggi, ed altri somiglianti disordini contro la militar disciplina. Siccome fra poco dirò, Zosimo[Zosimus, lib. 4, cap. 46.], differentemente parla di questo.Promotofu creato generale della cavalleria, eTimasiodella fanteria. Filostorgio[Philost., lib. 10, cap 8.]nomina anche fra i di lui generaliAbrogasteeRicimere, uffiziali già veterani nella milizia. Al defunto Cinegio succedette nella carica di prefetto del pretorio d'OrienteTaziano, personaggio di singolar valore e perizia nel mestier della guerra, il quale, se non falla Zosimo, si trovava allora in Aquileia, e fu chiamato di là a Costantinopoli: segno che allora non dovea peranche quella città essere caduta in mano di Massimo. Ma la principale speranza di vincere in questa contesa, la riponeva il cattolico imperador Teodosio nell'assistenza di Dio, amatore e protettore del giusto, e nelle orazioni dei suoi buoni servi. Uno di essi principalmente fuGiovanni[Pallad., in Laus, cap. 43. Rufinus, lib. 2, cap. 32. Theod., lib. 5, cap. 24.]solitario celebre di Licopoli, che era in concetto di gran santità, e a cui per li suoi messi fece il buon Augusto ricorso per intendere la volontà di Dio. Con ispirito profetico questo santo anacoreta gli diede sicurezza della vittoria: il che accrebbe in Teodosio il coraggio, senza più mettersi in apprensione del pericolo a cui si esponeva. In effetto, procedeva egli contra di un nemico che avrebbe potuto fargli dubitare del buon successo delle sue armi stante la superiorità delle forze, perchè veramente Massimo si trovava con un maggior nerbo di milizie, e milizie valorose. Stava inoltre aspettando, per così dire, in casa propria gli sforzi di Teodosio con abbondante provvision d'armi e di viveri, dopo aver presa Aquileja ed Emona, e con averAndragaziosuo bravo generale fatto fortificar tutti i passi e luoghi delle Alpi Giulie, per le quali dall'Illirico s'entra nella Italia. Ma a chi Dio vuol male non basta gente nè armatura alcuna. Massimo seco portava il reato della morte del suo sovrano, dell'usurpazione degli stati altrui, e dell'avere, contro la fede dei giuramenti, rotta la pace stabilita con Valentiniano. Aggiungasi che le lagrime dei popoli delle Gallie peroravano continuamente contro di lui nel tribunale di Dio. Chi bramasse di raccogliere quante estorsioni e tirannie avesse esercitato in quelle parti questo mal uomo, non ha che da leggere il panegirico composto da Pacato[Pacatus, in Panegyr., cap. 25 et seq.]in onore di Teodosio. Con insoffribili imposte, con immense confiscazioni aveva egli spolpate quelle provincie; a moltissimi, ed anche del sesso debole,avea tolta la vita; tutto ivi era terrore, tutto gemiti e mestizia. Era anch'egli ricorso ad un santo profeta[Sulpic. Sever., Vit. S. Martini, cap. 23.], cioè al celebre vescovo di Tours,Martino, per saper quanto si potesse promettere della disegnata impresa d'Italia. Ma il santo prelato gli predisse, che se pure intenzion sua era di assalire Valentiniano, il vincerebbe; ma anch'egli da lì a non molto resterebbe vinto. Prestò fede Massimo alla prima parte; forse in suo cuore si rise dell'altra.
Dopo aver dunque l'Augusto Teodosio dato buon sesto agli affari d'Oriente, e pubblicate ne' primi sei mesi varie leggi[Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.], specialmente contro gli eretici, mentre dimorava in Tessalonica e Stubi, città della Macedonia, dove stava adunando la sua armata; e dopo aver anche lasciato al governo di Costantinopoli e di Arcadio Augusto suo figliuolo, che non aveva allora più di undici anni, un consiglio di scelti ministri, era per muoversi verso l'Italia[Zosimus, lib. 3, cap. 45.], quando si scoprì aver Massimo subornato, colla promessa di grossi regali, alquanti di que' Barbari che militavano nell'esercito di esso Teodosio, acciocchè il tradissero. Sparsasi tal voce, coloro, a' quali rimordeva la coscienza, presa la fuga, corsero ad intanarsi nelle paludi e ne' boschi della Macedonia. Si andò pertanto alla caccia di costoro, e la maggior parte di essi restò colta ed uccisa, o perì per gli stenti. Seguita a narrare il medesimo Zosimo che Teodosio spedì per mare con una buona flotta l'AugustaGiustinacol figlioValentinianoe colla figlia, senza dire qual fosse, alla volta di Roma, persuadendosi che il popolo romano, siccome d'animo contrario, loro farebbe un buon accoglimento. Ma di questo fatto si può dubitare, perchè probabilmente Valentiniano tenne dietro a Teodosio; e Massimo aveva una gran flotta in mare, condotta da Andragazio generale. Similmentesi può mettere in dubbio l'aggiugnersi da esso Zosimo, che anche dopo la morte di Massimo, Giustina continuò ad assistere co' suoi consigli al figliuolo Augusto. Imperocchè, per attestato di Rufino[Rufinus, lib. 2, cap. 17.], autore di questi tempi, essa finì i suoi giorni probabilmente nell'anno presente; e Prospero Tirone[Tiro Prosper., in Chronic.]mette la sua morte prima di aver veduto il figliuolo ristabilito sul trono, avendo voluto Iddio punita anche in vita con tante peripezie l'empietà di questa imperadrice ariana, dopo la persecuzione da lei fatta alla Chiesa cattolica. Un colpo ancora della mano di Dio fu creduto che Massimo staccasse da sè la possente sua flotta, condotta dal suddetto Andragazio, la quale avrebbe potuto recargli aiuto, o almeno servirgli di scampo, occorrendo il bisogno di fuggire. Dopo Zosimo[Zosim., lib. 4, c. 46.], scrive Orosio[Orosius, lib. 7, cap. 35.], che non sapendosi qual via volesse tener Teodosio, e parendo più probabile quella del mare, da che egli faceva il suo armamento in Tessalonica,Andragaziofu spedito a custodire il mare, per dove egli poteva passare, con disegno fors'anche di sorprenderlo, prima che si movesse. Ora l'imperador Teodosio, dacchè ebbe messa in marcia l'armata sua, divisa in tre corpi, per dar più terrore al nemico, con somma diligenza continuò il cammino, sperando di arrivare all'improvviso addosso alle genti di Massimo, giacchè si sapeva aver egli inoltrato un grosso distaccamento sino al fiume Savo ed alla città di Siscia[Pacatus, in Panegyr.]. Inaspettatamente arrivò colà l'esercito Teodosiano, e benchè si trovasse stanca la cavalleria pel lungo viaggio, pure diede di sproni e passò co' cavalli a nuoto il fiume. Il giugnere su la opposta riva, e lo sbaragliare il nemico, lo stesso fu. Moltissimi di essi perirono svenati, altri nel fiume trovarono la lor morte.
Un'altra armata di Massimo s'era postata a Petovione sopra il fiume Dravo sotto il comando diMarcellinodi lui fratello. Non tardò Teodosio a portarsi colà, e a dar la seconda battaglia, la quale fu qualche tempo dubbiosa, ma in fine terminata presto colla rotta e strage di quei di Massimo. Una parte nondimeno de' vinti, calate le bandiere, messasi ginocchioni, dimandò quartiere. Teodosio non solamente loro perdonò, ma gli aggregò tutti al vittorioso esercito suo, il quale continuato il viaggio arrivò ad Emona, città dianzi occupata dopo un lungo assedio da Massimo. O sia che ivi il tiranno non avesse lasciata guarnigione bastante a difenderla, o che si unisse coi cittadini, racconta Pacato, che tutti quegli abitanti con incredibil festa spalancate le porte, andarono magnificamente ad incontrar Teodosio e a dargli le chiavi della città. Fra gli altri vantaggi che il corso di queste vittorie recò a Teodosio, due furono i principali, cioè l'uno di poter passare le aspre Alpi Giulie, senza trovar opposizione; l'altro, che scarseggiando egli, anzi mancando di vettovaglia per sostener la sua armata, vennero alle mani sue varii magazzini preparati dal nemico per uso proprio, permettendo Iddio che in pro di Teodosio tornasse ciò che servir dovea contro di lui. Intanto Massimo pieno di confusione, e come impazzito al mirar così brutti principii, non sapea qual consiglio prendere; e perchè la vergogna il riteneva dal fuggire, andò a chiudersi da sè stesso in Aquileia, come s'egli avesse pensato non già a difendere la propria vita, ma a prepararsi al gastigo de' gravi suoi peccati, coll'imprigionarsi in quella città[Orosius, lib. 7, cap. 45.]. Con delle marcie sforzate, e con parte della sua armata arrivò improvvisamente alle mura di quella città Teodosio, e ne formò l'assedio, ma assedio di corta durata[Pacatus, in Panegyr.]. Imperocchè o sia, come lasciò scrittoZosimo[Zosim., lib. 4, cap. 46.], che con pochi combattenti si fosse ivi ristretto Massimo (il che non par molto credibile), o che con qualche vigoroso assalto, o altro mezzo umano superasse quelle mura: fuor di dubbio è che da lì a non molto vi entrò l'armata di Teodosio, e furono messe le mani addosso al tiranno[Philost., l. 20, cap. 8. Prosper, in Chronico. Marcellin. Comes, in Chronico.]. Spogliato Massimo di tutti gli ornamenti imperiali, tratto fu colle mani legate davanti a Teodosio, che il rimproverò forte per la sua tirannia, e principalmente per la voce da lui sparsa di aver usurpato l'imperio con intelligenza e consentimento del medesimo Teodosio: il che Massimo confessò di aver finto, per tirar le milizie nel suo partito. Desideravano, anzi si aspettavano tutti che Teodosio pria di farlo morire, il suggettasse ai più orridi tormenti; ma egli altra pena non gli decretò, se non il taglio della testa: la qual sentenza ebbe l'esecuzione tre miglia fuori d'Aquileia, nel dì 28 di luglio dell'anno presente, come vuole Idazio[Idacius, in Fastis.], o piuttosto, secondo Socrate[Socrat., l. 5, cap. 14.], nel dì 27 agosto.
Alla morte del tiranno tenne dietro immediatamente il ritorno di tutte le città dell'Italia, delle Gallie e dell'altre usurpate provincie, all'ubbidienza di Teodosio e di Valentiniano. Restava in esse GallieVittorefigliuolo di Massimo in età fanciullesca, che già dicemmo dichiaratoAugustodal padre[Victor, in Epitome. Idac., in Fastis. Zosim., lib. 4, cap 47.]. Fu spedito colà da Teodosio con tutta diligenza il generaleArbogaste, che lo spogliò del diadema e della vita.Andragaziogenerale di Massimo, che si trovava in questi tempi colla sua flotta nel mare Jonio, e che, secondo l'asserzione di Orosio[Orosius, lib. 7, cap. 45.], sembra aver avuta, probabilmente dall'armata navale di Teodosio, una rotta,udita ch'ebbe la nuova del meritato fine di Massimo, giacchè non isperava perdono per esser stato l'uccisor di Graziano,[Claud., in Consul. IV Honorii.]e datosi in preda alla disperazione, si precipitò in mare, per risparmiare ad altri la briga di farlo morire. Così colla morte di costui e dei due suddetti illegittimi Augusti terminò questa gran tragedia. Imperciocchè per conto degli altri tutti, essi trovarono non un rigoroso giudice, ma un amorevol padre in Teodosio, con aver egli conceduto il perdono a tutti, senza volere spargimento di sangue, e senza permettere prigionie, esilii e confische, lasciando con ciò un memorabile esempio di clemenza, dove altri ne avrebbono lasciato uno di crudeltà sotto nome di giustizia. E questa forse fu l'azione la più gloriosa di quante mai facesse questo insigne imperadore, e che sarebbe a desiderare impressa nella mente e nel cuore di tutti i regnanti cristiani in somiglianti funeste occasioni. Quel solo che fece Teodosio, fu di cassare con due editti[Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.], l'uno del dì 22 di settembre in Aquileia, e l'altro del dì 10 di ottobre in Milano, tutti gli atti di Massimo e le elezioni da lui fatte di ministri ed uffiziali, riducendo le cose al loro primiero stato. Ma non lasciò di richiamar dall'esilio le figlie di Massimo, e fece anche dar dei danari alla madre tuttavia vivente del suddetto tiranno. Quello oltre a ciò che parve più mirabile e degno d'encomio in questo regnante fu l'onoratezza[Ambros., Epist. LXI, Class. I.], con cui egli procedette verso di Valentiniano juniore, da cui narrano alcuni degli scrittori antichi[Zosimus, lib. 4, cap. 47.], ch'egli fu accompagnato nelle imprese suddette. Avrebbe potuto altro principe di coscienza larga pretender paesi di conquista i ritolti da lui a Massimo, o almeno appropriarsene una parte per compenso delle spese fatte nella guerra. Teodosio, siccome principe magnanimo, tutto vollerestituito al cognato Valentiniano, solamente riserbandosi parte del governo d'essi stati, finchè Valentiniano si trovasse in età abile a governar da sè stesso. Abbiamo poi da Socrate[Socrat., l. 5, cap. 13.]e da Sozomeno[Sozom., lib. 7, cap. 13.], che mentre esso Teodosio stava occupato nella suddetta guerra contra di Massimo, si sparse in Costantinopoli una falsa voce ch'egli era rimasto sconfitto, e già si trovava vicino a cader nelle mani del nemico. Gli ariani allora che covavano in lor cuore non poca amarezza contra di lui per le chiese lor tolte e date ai cattolici, attaccarono il fuoco alla casa diNettario, vescovo cattolico di quella città, la qual tutta restò consumata. Vennero poi nuove felici di Teodosio e gli eretici malfattori ebbero ricorso alla clemenza di Arcadio Augusto, il quale non solamente ad essi niun nocumento fece, ma impetrò loro ancora il perdono dal padre. Pare che l'Augusto Teodosio si fermasse in Milano per tutto il verno seguente.