CCCXCAnno diCristoCCCXC. IndizioneIII.Siriciopapa 6.ValentinianoII imper. 16.Teodosioimperadore 12.Arcadioimperadore 8.ConsoliFlavio Valentiniano Augustoper la quarta volta, eNeoterio.Continuò ancora per l'anno presenteAlbinoad essere prefetto di Roma, ciò apparendo dalle leggi del Codice Teodosiano[Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.]promulgate da Valentiniano Augusto. Dove dimorasse questo principe, e cosa egli operasse non ce ne dà lume alcuno la storia antica. Noi veggiamo che Teodosio Augusto governava in questi tempi come dispoticamente l'Italia, pubblicando nondimeno le leggi a nome ancora di esso Valentiniano. Consta poi dalle suddette leggi che Teodosio si fermò in Milano sino al principio di luglio. Il troviamo poi in Verona sul fine di agosto e sul principio di settembre, e di nuovo in Milano nel dì 26 di novembre, con aver passato anche il verno susseguente in essa città. Con una delle sue leggi si studiò egli di estirpare da Roma la infamia di quel peccato di carnalità che è contrario all'ordine della natura, imponendo la pena di essere bruciato vivo a chi ne fosse convinto. Con un'altra[L. 1 de Monach. Cod. Theodos.]data in Verona ordinò che i monaci dovessero starsene ritirati nelle solitudini, e non più capitar nelle città, acciocchè eseguissero in tal maniera la lor professione, che è di vivere fuori del secolo e nel silenzio. Furono i giudici che lo indussero a far questa legge, perchè quei buoni servi del Signore venivano nelle città per intercedere il perdono ai condannati alle pene, ed impedivano l'esercizio della giustizia sì necessaria al buongoverno, con esser giunto l'uso della lor compassione ed intercessione ad alcuni disordini ed abusi, con levare per forza essi condannati dalle mani de' giustizieri. Ma Teodosio, conosciuto poi meglio il soverchio rigore di questo editto, nell'anno 392 lo ritrattò, concedendo ad essi monaci la libertà di entrar nelle città, allorchè intervenissero motivi di necessità, o di carità del prossimo. Pubblicò egli ancora un editto nel dì 21 di giugno intorno alle diaconesse; ordinando che non venissero ammesse a quel grado, se non quelle che fossero giunte all'età di sessant'anni. Avendo esse dei figliuoli, non potevano lasciare i lor beni nè alle chiese, nè agli ecclesiastici nè ai poveri. Ancor questa legge fu poscia rivocata da lui.Un funesto avvenimento dell'anno presente diede molto da discorrere e sarà sempre memorabile ne' secoli avvenire. Trovavasi in TessalonicaBotericocomandante dell'armi di Teodosio nell'Illirico[Sozom., l. 5, c. 17. Theodor., l. 5, c. 17. Rufinus, l. 2, c. 18.]. Perchè egli fece mettere in prigione un pubblico auriga ossia cocchiere, reo d'enorme delitto, il popolo di quella città, nel dì che si facea nel circo una solenne corsa di cavalli, dimandò con istanza la liberazione di costui, e, non avendola potuta ottenere, sì furiosamente si sollevò, che a colpi di pietre uccise quel primario uffiziale: e Teodoreto aggiunge che più d'uno de' cesarei ministri vi perì. Giunta a Milano la nuova di tal misfatto, Teodosio altamente sdegnato ne determinò un esemplare gastigo. Teneva allora un concilio numeroso di vescovi sant'Ambrosioin essa città di Milano contro gli errori dell'eresiarca Gioviniano, e per altri bisogni della Chiesa. Si mossero quei santi vescovi, e più degli altri Ambrosio, per placar l'ira del principe, il quale vinto dalle loro ragioni e preghiere si piegò alla misericordia[Paulin., Vit. Sancti Ambros.]. Ma lasciatosi poi svolgere dagli uffizialidella corte, e massimamente daRufinosuo maggiordomo, mandò segretamente l'ordine del gastigo, senza che sant'Ambrosio lo penetrasse. Non s'accordano gli scrittori in raccontar quella tragica scena. Rufino pretende che raunato il popolo nel circo, i soldati ne fecero un fiero scempio. Paolino, nella vita di sant'Ambrosio, scrive che per tre ore si fece strage degli abitanti di quella città. Teodoreto e Sozomeno con poco divario ne parlano. Chi fa giungere il numero dei morti a sette mila persone[Miscell., l. 13.]. Teofane[Theoph. 2 in Chronogr.]e Zonara[Zonar., in Annal.], aprendo troppo la bocca, dicono quindici mila. Quel che è certo, fece orrore ad ognuno un castigo sì indiscreto, sì ingiusto, perchè vi perì gran quantità di passeggieri e forestieri e d'altre persone innocenti. Allorchè si seppe in Milano questa orrida ed inaudita carneficina ed inumanità, sant'Ambrosio e i vescovi adunati nel concilio la riguardarono con gemiti e sospiri come un delitto enormissimo. Ritiratosi in villa il santo arcivescovo, allorchè Teodosio tornò da non so qual viaggio, gli scrisse una lettera[Ambros., ep. LXI, Class. I.]piena di modestia e d'amore, ma insieme con forza ed autorità, rappresentandogli il commesso gravissimo eccesso, esortandolo a farne pubblica penitenza coll'esempio di Davide, e protestando che senza di questa esso Ambrosio non offerirebbe il divino sacrifizio, se Teodosio avesse intenzione di assistervi. Non dovette far breccia questa lettera nel cuore del per altro piissimo Augusto, scrivendo Paolino[Paul., Vit. Sancti Ambros.]e Teodoreto[Theod., lib. 5, cap. 17.], che arrivato esso imperadore a Milano, e volendo, secondo il suo solito, andare alla chiesa, trovò sant'Ambrosio sul limitar della porta, che con ecclesiastica libertà gli ricordò il grave suo reato, e il pubblico scandalo dato con tanta crudeltà al popolo cristiano, e checosì macchiato del sangue di tanti innocenti, non gli era lecito di entrare nel tempio di Dio. E perchè Teodosio rispose che anche Davidde avea peccato, prese la parola Ambrosio con dire:Giacchè, signore, avete imitato Davidde peccante, imitatelo anche penitente.Tale impressione fecero queste parole nel cuor di Teodosio, che si arrendè, accettò la pubblica penitenza, come era allora in uso nella Chiesa di Dio; pubblicamente pianse il suo peccato, pregando il popolo per lui; e finalmente riconciliato con Dio, ed assoluto dalla scomunica, fu ammesso ai divini uffizii[Rufin., l. 3, c. 18. Sozomenus, l. 7, c. 25. Augustinus, de Civit. Dei, lib. 5, cap. 26.]. A questo fatto aggiugne Teodoreto altre particolarità, che non c'è obbligo di crederle, perchè non s'accordano col racconto d'altri. Quel ch'è fuor di dubbio, non si può abbastanza ammirar la generosa libertà del santo arcivescovo nell'opporsi al delinquente imperadore, e l'eroica umiliazione dell'imperadore stesso. Gloriosa fu la prima, più gloriosa anche l'altra, di maniera che sant'Agostino[August., ibidem.], Paolino[Paulin., Vit. Sancti Ambros.], Rufino[Rufinus, lib. 3, cap. 18.], Sozomeno[Sozom., lib. 7, cap. 25.], Teodoreto[Theod., lib. 5, cap. 17.], Facondo Ermianense[Facundus, lib. 12, cap. 5.], Incmaro ed altri antichi e moderni scrittori, non si saziano di esaltare perciò l'incomparabile pietà di questi due illustri personaggi, e di proporre per esempio ai regnanti cristiani e ai sacri pastori la magnifica azione dell'uno e dell'altro.Eppure s'è trovato a dì nostri un Crouzas protestante, il quale nella novella sua logica, gran rumore ha fatto contro l'arditezza, anzi contro la temerità di questo santo arcivescovo, per aver egli osato impedire l'ingresso nel sacro tempio al maggior di tutti i monarchi. Dovea certo delirare costui, allorchè fece una sì indecente scappata contra di unodei più insigni vescovi della Chiesa di Dio, e trovò sconvenevole ciò che ogni altra persona, provveduta di senno e conoscente della forza della religion cristiana, giudicò allora e sempre giudicherà sommamente lodevole. Lasciano forse i re e monarchi d'essere degni e bisognosi di correzione, e di cader anche nelle scomuniche, allorchè prorompono in enormi misfatti, con iscandalo universale dei loro sudditi? Quel solo che debbono in casi tali attendere i ministri di Dio, si è di ben consigliarsi colla prudenza, per non contravvenire ai suoi dettami, cioè, come lo stesso sant'Ambrosio osservò[Ambros., in Psalm. 37.], di non far temerariamente degli affronti ai principi per delitti lievi o meritevoli di compatimento; ma per i grandi peccati un vescovo può e dee, come ambasciatore di Dio coll'esempio di Natan e d'altri santi uomini, avvertirli de' loro eccessi, e ricordar loro l'obbligo di farne penitenza. Ed appunto in que' tempi la penitenza pubblica fra i Cristiani era in gran vigore. Similmente ha il prudente prelato da riflettere, se principi tali sieno o no capaci di correzione, affinchè essa correzione, in vece di guarirli, non li renda peggiori, ed essi non aggiungano qualche nuovo grave delitto ai precedenti; poichè in tal caso altro non occorre che pregar Dio che gli emendi e conduca al pentimento. Ora se l'enorme fallo dell'Augusto Teodosio meritasse correzione dal prelato, a cui come cristiano era soggetto anche quel principe coronato, ognun sel vede. E per isperarne buon frutto, non mancarono punto i lumi della prudenza. Nulla dico del gran credito, in cui era anche presso di Teodosio sant'Ambrosio per la nobiltà de' suoi natali, per l'eminente sacro suo grado, e più per la straordinaria sua virtù e pietà. Basta solamente riflettere che sant'Ambrosio assai conosceva qual buon fondo di massime cristiane, di clemenza e di timor di Dio si trovasse nel cuor di Teodosio, eche per conseguente non s'aveano da temere stravaganze da sì saggio e sì ben costumato principe, ma bensì da sperar quella emendazione e penitenza ch'egli in fatti gloriosamente accettò e fece. Abbiamo dallo stesso arcivescovo[Ambros., Orat. de obitu Theodosii.]che da lì innanzi non passò giorno, in cui il piissimo Teodosio non si ricordasse e dolesse del gravissimo errore da lui commesso nella strage suddetta del popolo di Tessalonica: tanta era la di lui conoscenza dei doveri del principe, e principe cristiano[Theodor., l. 5, c. 17.]. Formò ancora una legge che le sentenze di morte non si dovessero eseguire se non trenta giorni dopo la lor pubblicazione. È stato creduto che di lui non di Graziano Augusto sia una simil legge da noi rammentata all'anno 382, ma il padre Pagi lo nega. Però da sregolata testa viene la trabocchevol censura fatta da Crouzas contra di una delle più gloriose azioni di sant'Ambrosio: azione per cui gli si professò sempre obbligato, finchè visse Teodosio, ed accrebbe verso di lui il suo amore. Finiamo l'anno presente con dire che per attestato di Marcellino conte[Marcellinus Comes, in Chron.]un obelisco magnifico fu alzato nel circo di Costantinopoli[Du-Cange, Hist. Byzant.]siccome ancora una colonna davanti al tempio di santa Sofia, su cui fu posta la statua di Teodosio tutta di argento, pesante settemila e quattrocento libbre. Questa poi, secondo Zonara[Zonar., in Annal.], fu levata di là da Giustiniano nell'anno diecisettesimo del suo regno, non per mal animo verso Teodosio, ma per amore a quel metallo. Aggiunge lo stesso Marcellino conte che fraArcadio AugustoeGallaimperadrice sua matrigna insorsero in quest'anno dei dissapori, per i quali essa uscì, oppur fu cacciata di palazzo. Il natural buono e pacifico di Arcadio non lascia credere molto verisimilmente un tal fatto.
Consoli
Flavio Valentiniano Augustoper la quarta volta, eNeoterio.
Continuò ancora per l'anno presenteAlbinoad essere prefetto di Roma, ciò apparendo dalle leggi del Codice Teodosiano[Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.]promulgate da Valentiniano Augusto. Dove dimorasse questo principe, e cosa egli operasse non ce ne dà lume alcuno la storia antica. Noi veggiamo che Teodosio Augusto governava in questi tempi come dispoticamente l'Italia, pubblicando nondimeno le leggi a nome ancora di esso Valentiniano. Consta poi dalle suddette leggi che Teodosio si fermò in Milano sino al principio di luglio. Il troviamo poi in Verona sul fine di agosto e sul principio di settembre, e di nuovo in Milano nel dì 26 di novembre, con aver passato anche il verno susseguente in essa città. Con una delle sue leggi si studiò egli di estirpare da Roma la infamia di quel peccato di carnalità che è contrario all'ordine della natura, imponendo la pena di essere bruciato vivo a chi ne fosse convinto. Con un'altra[L. 1 de Monach. Cod. Theodos.]data in Verona ordinò che i monaci dovessero starsene ritirati nelle solitudini, e non più capitar nelle città, acciocchè eseguissero in tal maniera la lor professione, che è di vivere fuori del secolo e nel silenzio. Furono i giudici che lo indussero a far questa legge, perchè quei buoni servi del Signore venivano nelle città per intercedere il perdono ai condannati alle pene, ed impedivano l'esercizio della giustizia sì necessaria al buongoverno, con esser giunto l'uso della lor compassione ed intercessione ad alcuni disordini ed abusi, con levare per forza essi condannati dalle mani de' giustizieri. Ma Teodosio, conosciuto poi meglio il soverchio rigore di questo editto, nell'anno 392 lo ritrattò, concedendo ad essi monaci la libertà di entrar nelle città, allorchè intervenissero motivi di necessità, o di carità del prossimo. Pubblicò egli ancora un editto nel dì 21 di giugno intorno alle diaconesse; ordinando che non venissero ammesse a quel grado, se non quelle che fossero giunte all'età di sessant'anni. Avendo esse dei figliuoli, non potevano lasciare i lor beni nè alle chiese, nè agli ecclesiastici nè ai poveri. Ancor questa legge fu poscia rivocata da lui.
Un funesto avvenimento dell'anno presente diede molto da discorrere e sarà sempre memorabile ne' secoli avvenire. Trovavasi in TessalonicaBotericocomandante dell'armi di Teodosio nell'Illirico[Sozom., l. 5, c. 17. Theodor., l. 5, c. 17. Rufinus, l. 2, c. 18.]. Perchè egli fece mettere in prigione un pubblico auriga ossia cocchiere, reo d'enorme delitto, il popolo di quella città, nel dì che si facea nel circo una solenne corsa di cavalli, dimandò con istanza la liberazione di costui, e, non avendola potuta ottenere, sì furiosamente si sollevò, che a colpi di pietre uccise quel primario uffiziale: e Teodoreto aggiunge che più d'uno de' cesarei ministri vi perì. Giunta a Milano la nuova di tal misfatto, Teodosio altamente sdegnato ne determinò un esemplare gastigo. Teneva allora un concilio numeroso di vescovi sant'Ambrosioin essa città di Milano contro gli errori dell'eresiarca Gioviniano, e per altri bisogni della Chiesa. Si mossero quei santi vescovi, e più degli altri Ambrosio, per placar l'ira del principe, il quale vinto dalle loro ragioni e preghiere si piegò alla misericordia[Paulin., Vit. Sancti Ambros.]. Ma lasciatosi poi svolgere dagli uffizialidella corte, e massimamente daRufinosuo maggiordomo, mandò segretamente l'ordine del gastigo, senza che sant'Ambrosio lo penetrasse. Non s'accordano gli scrittori in raccontar quella tragica scena. Rufino pretende che raunato il popolo nel circo, i soldati ne fecero un fiero scempio. Paolino, nella vita di sant'Ambrosio, scrive che per tre ore si fece strage degli abitanti di quella città. Teodoreto e Sozomeno con poco divario ne parlano. Chi fa giungere il numero dei morti a sette mila persone[Miscell., l. 13.]. Teofane[Theoph. 2 in Chronogr.]e Zonara[Zonar., in Annal.], aprendo troppo la bocca, dicono quindici mila. Quel che è certo, fece orrore ad ognuno un castigo sì indiscreto, sì ingiusto, perchè vi perì gran quantità di passeggieri e forestieri e d'altre persone innocenti. Allorchè si seppe in Milano questa orrida ed inaudita carneficina ed inumanità, sant'Ambrosio e i vescovi adunati nel concilio la riguardarono con gemiti e sospiri come un delitto enormissimo. Ritiratosi in villa il santo arcivescovo, allorchè Teodosio tornò da non so qual viaggio, gli scrisse una lettera[Ambros., ep. LXI, Class. I.]piena di modestia e d'amore, ma insieme con forza ed autorità, rappresentandogli il commesso gravissimo eccesso, esortandolo a farne pubblica penitenza coll'esempio di Davide, e protestando che senza di questa esso Ambrosio non offerirebbe il divino sacrifizio, se Teodosio avesse intenzione di assistervi. Non dovette far breccia questa lettera nel cuore del per altro piissimo Augusto, scrivendo Paolino[Paul., Vit. Sancti Ambros.]e Teodoreto[Theod., lib. 5, cap. 17.], che arrivato esso imperadore a Milano, e volendo, secondo il suo solito, andare alla chiesa, trovò sant'Ambrosio sul limitar della porta, che con ecclesiastica libertà gli ricordò il grave suo reato, e il pubblico scandalo dato con tanta crudeltà al popolo cristiano, e checosì macchiato del sangue di tanti innocenti, non gli era lecito di entrare nel tempio di Dio. E perchè Teodosio rispose che anche Davidde avea peccato, prese la parola Ambrosio con dire:Giacchè, signore, avete imitato Davidde peccante, imitatelo anche penitente.Tale impressione fecero queste parole nel cuor di Teodosio, che si arrendè, accettò la pubblica penitenza, come era allora in uso nella Chiesa di Dio; pubblicamente pianse il suo peccato, pregando il popolo per lui; e finalmente riconciliato con Dio, ed assoluto dalla scomunica, fu ammesso ai divini uffizii[Rufin., l. 3, c. 18. Sozomenus, l. 7, c. 25. Augustinus, de Civit. Dei, lib. 5, cap. 26.]. A questo fatto aggiugne Teodoreto altre particolarità, che non c'è obbligo di crederle, perchè non s'accordano col racconto d'altri. Quel ch'è fuor di dubbio, non si può abbastanza ammirar la generosa libertà del santo arcivescovo nell'opporsi al delinquente imperadore, e l'eroica umiliazione dell'imperadore stesso. Gloriosa fu la prima, più gloriosa anche l'altra, di maniera che sant'Agostino[August., ibidem.], Paolino[Paulin., Vit. Sancti Ambros.], Rufino[Rufinus, lib. 3, cap. 18.], Sozomeno[Sozom., lib. 7, cap. 25.], Teodoreto[Theod., lib. 5, cap. 17.], Facondo Ermianense[Facundus, lib. 12, cap. 5.], Incmaro ed altri antichi e moderni scrittori, non si saziano di esaltare perciò l'incomparabile pietà di questi due illustri personaggi, e di proporre per esempio ai regnanti cristiani e ai sacri pastori la magnifica azione dell'uno e dell'altro.
Eppure s'è trovato a dì nostri un Crouzas protestante, il quale nella novella sua logica, gran rumore ha fatto contro l'arditezza, anzi contro la temerità di questo santo arcivescovo, per aver egli osato impedire l'ingresso nel sacro tempio al maggior di tutti i monarchi. Dovea certo delirare costui, allorchè fece una sì indecente scappata contra di unodei più insigni vescovi della Chiesa di Dio, e trovò sconvenevole ciò che ogni altra persona, provveduta di senno e conoscente della forza della religion cristiana, giudicò allora e sempre giudicherà sommamente lodevole. Lasciano forse i re e monarchi d'essere degni e bisognosi di correzione, e di cader anche nelle scomuniche, allorchè prorompono in enormi misfatti, con iscandalo universale dei loro sudditi? Quel solo che debbono in casi tali attendere i ministri di Dio, si è di ben consigliarsi colla prudenza, per non contravvenire ai suoi dettami, cioè, come lo stesso sant'Ambrosio osservò[Ambros., in Psalm. 37.], di non far temerariamente degli affronti ai principi per delitti lievi o meritevoli di compatimento; ma per i grandi peccati un vescovo può e dee, come ambasciatore di Dio coll'esempio di Natan e d'altri santi uomini, avvertirli de' loro eccessi, e ricordar loro l'obbligo di farne penitenza. Ed appunto in que' tempi la penitenza pubblica fra i Cristiani era in gran vigore. Similmente ha il prudente prelato da riflettere, se principi tali sieno o no capaci di correzione, affinchè essa correzione, in vece di guarirli, non li renda peggiori, ed essi non aggiungano qualche nuovo grave delitto ai precedenti; poichè in tal caso altro non occorre che pregar Dio che gli emendi e conduca al pentimento. Ora se l'enorme fallo dell'Augusto Teodosio meritasse correzione dal prelato, a cui come cristiano era soggetto anche quel principe coronato, ognun sel vede. E per isperarne buon frutto, non mancarono punto i lumi della prudenza. Nulla dico del gran credito, in cui era anche presso di Teodosio sant'Ambrosio per la nobiltà de' suoi natali, per l'eminente sacro suo grado, e più per la straordinaria sua virtù e pietà. Basta solamente riflettere che sant'Ambrosio assai conosceva qual buon fondo di massime cristiane, di clemenza e di timor di Dio si trovasse nel cuor di Teodosio, eche per conseguente non s'aveano da temere stravaganze da sì saggio e sì ben costumato principe, ma bensì da sperar quella emendazione e penitenza ch'egli in fatti gloriosamente accettò e fece. Abbiamo dallo stesso arcivescovo[Ambros., Orat. de obitu Theodosii.]che da lì innanzi non passò giorno, in cui il piissimo Teodosio non si ricordasse e dolesse del gravissimo errore da lui commesso nella strage suddetta del popolo di Tessalonica: tanta era la di lui conoscenza dei doveri del principe, e principe cristiano[Theodor., l. 5, c. 17.]. Formò ancora una legge che le sentenze di morte non si dovessero eseguire se non trenta giorni dopo la lor pubblicazione. È stato creduto che di lui non di Graziano Augusto sia una simil legge da noi rammentata all'anno 382, ma il padre Pagi lo nega. Però da sregolata testa viene la trabocchevol censura fatta da Crouzas contra di una delle più gloriose azioni di sant'Ambrosio: azione per cui gli si professò sempre obbligato, finchè visse Teodosio, ed accrebbe verso di lui il suo amore. Finiamo l'anno presente con dire che per attestato di Marcellino conte[Marcellinus Comes, in Chron.]un obelisco magnifico fu alzato nel circo di Costantinopoli[Du-Cange, Hist. Byzant.]siccome ancora una colonna davanti al tempio di santa Sofia, su cui fu posta la statua di Teodosio tutta di argento, pesante settemila e quattrocento libbre. Questa poi, secondo Zonara[Zonar., in Annal.], fu levata di là da Giustiniano nell'anno diecisettesimo del suo regno, non per mal animo verso Teodosio, ma per amore a quel metallo. Aggiunge lo stesso Marcellino conte che fraArcadio AugustoeGallaimperadrice sua matrigna insorsero in quest'anno dei dissapori, per i quali essa uscì, oppur fu cacciata di palazzo. Il natural buono e pacifico di Arcadio non lascia credere molto verisimilmente un tal fatto.