CCCXCIV

CCCXCIVAnno diCristoCCCXCIV. Indiz.VII.Siriciopapa 10.Teodosioimperadore 16.Arcadioimperadore 12.Onorioimperadore 2.ConsoliFlavio Arcadio Augustoper la terza volta, eFlavio Onorio Augustoper la seconda.Non più era un segreto la guerra fra Teodosio e il tiranno Eugenio, avendo cadaun dalla sua parte fatto dei mirabili preparamenti per questa danza. I gentili, dopo aver trovato così facile alle lor preghiere l'usurpatore[Rufin., lib. 2, cap. 33.], e cominciato spezialmente in Roma a far gli empi lor sagrifizii, quegli erano che più degli altri l'animavano ai combattimenti, perchè cercando nelle viscere delle lor vittime, vi trovavano a misura dei lor desiderii certa la vittoria di Eugenio. Sopra gli altriFlavianoprefetto del pretorio (poichè per conto del prefetto di Roma noi non sappiamo chi fosse nel presente anno), chesi attribuiva una gran perizia nel folle mestier dell'aruspicina[Sozom., lib. 7, cap. 22.], spacciava per immancabile la rovina di Teodosio. Queste vane speranze, o, per dir meglio, sicurezze, date ad Eugenio, non servirono poco per incoraggirlo a portarsi non già a conseguir vittorie, ma a ricevere il gastigo dovuto alle sue iniquità. E, per testimonianza di s. Agostino[August., de Civitat. Dei, lib. 5, cap. 26.], avendo occupato l'Alpi Giulie, per le quali dall'Illirico si viene in Italia, e fatte ivi molte fortificazioni, fu osservato che furono ivi poste alcune statue d'oro, o indorate, di Giove armato di fulmini, e consecrate con varie superstizioni contra di Teodosio. Teodoreto[Teodor., lib. 5, cap. 24.]anch'egli notò che l'immagine di Ercole si mirava nella principal insegna di Eugenio: cotanto il doveano aver ammaliato le vane promesse dei gentili. Ma ben diverso fu in questa sì importante congiuntura il contegno di Teodosio. Certamente non trascurò egli i mezzi umani per ottenere un felice esito alla meditata impresa, perchè, oltre alle milizie romane, si procacciò un gran rinforzo di soldatesche ausiliarie, venute dall'Armenia, Iberia ed Arabia[Claud., de Consult. III Honor. Socrates, Sozomenus.]. Moltissimi Barbari ancora abitanti di là del Danubio corsero volontieri al suo soldo per isperanza di far buon bottino. Giordano storico scrive[Jordan., de Reb. Getic., cap. 28.]che venti mila Goti si unirono al di lui esercito. Il soloGildone, conte, governatore dell'Africa, non ostante gli ordini a lui spediti da Teodosio, trovò delle scuse per non venire; e neppur volle inviare un fantaccino o una nave, riserbandosi di seguitar poi chi restasse vincitore; politica che fu col tempo annoverata fra i suoi reati. Con sì forte armamento si potea promettere buona messe d'allori l'Augusto Teodosio: tuttavia le sue più ferme speranze erano risposte nell'aiuto e nella protezione del Dio degli eserciti, e nella giustizia della sua causa.Aveva egli per tempo inviate persone a consultar s.Giovanni, solitario dell'Egitto, mentovato di sopra, personaggio tenuto, con ragione, in concetto di profeta del Signore[Rufinus, lib. 2, c. 32. Sozomenus, Theodor.]. Mandò a dirgli quell'uomo santo, che quella guerra gli costerebbe assai sangue, ma ch'egli ne uscirebbe vittorioso, con altre predizioni che si verificarono coi fatti. Oltre a ciò, per attestato di Rufino, si andò sempre il piissimo Augusto preparando a questa impresa con digiuni, orazioni e penitenze, e con frequentare i sepolcri de' martiri e degli apostoli, affin di ottenere, per intercessione dei santi, l'assistenza del braccio di Dio nei pericoli, ai quali andava ad esporsi.Venuta dunque la primavera, mise egli in marcia la potente sua armata alla volta d'Italia, e mentre anch'egli era in procinto di tenerle dietro[Zosim., lib. 4.],Galla Augustasua moglie nello sgravarsi d'un figlio che morì, anch'essa finì di vivere. Lasciò in Costantinopoli i suoi due figliArcadioedOnorioAugusti sotto la direzione diRufinoprefetto del pretorio, come costa da Claudiano, autore più autentico qui che Zosimo e Marcellino conte, i quali scrivono aver egli condotto seco il fanciullo Onorio. Una sua legge cel fa vedere in Andrinopoli nel dì 15 di giugno. L'esercito suo con gran diligenza marciava innanzi. Essendo morto ne' mesi addietroRicomero, a cui Teodosio pensava di darne il comando, elesse dipoi in suo luogoTimasioper generale delle milizie romane, e seco unìStilicone, persona assai accreditata, di cui avremo a parlare non poco nel proseguimento della storia. Generali delle soldatesche ausiliarie e barbariche eranoGaina,SauleeBacuro, nativi dell'Armenia, ma uffiziali di gran valore e sperienza nell'arte militare. Con tal sollecitudine l'imperiale armata continuò il cammino, che contro l'espettazione d'ognuno si vide giunta all'Alpi Giulie; e il giugnervi, e forzar que' passi, benchè tanto premuniti per ordine diEugenio, fu una cosa stessa. Quel Giove che quivi stava con tanti fulmini pronto ad incenerir l'armi temerarie dei Cristiani, si trovò un tronco insensato contra di un principe che veniva assistito dal vero Dio[August., de Civit. Dei, lib. 5, cap. 26. Rufin., lib. 2, cap. 33.]. Se ne fuggirono tutti quei superstiziosi pagani che aveano fatto credere all'incauto Eugenio tante maraviglie dalla parte dei lor falsi dii.Flavianoprefetto del pretorio svergognato allora in mirar così fallita l'arte sua d'aruspice, e d'avere ingannato colle sue ciarle il tiranno, secondo quel che scrive Rufino, conobbe di meritare la morte: parole che han fatto conghietturare ch'egli o si uccidesse da sè stesso, o disperatamente combattendo cercasse di finir la vita fra le spade nemiche, non volendo sopravvivere a tanta vergogna. Se questo non è certo, almen sappiamo[Paulin., Vit. s. Ambros.]che costui edArbogaste, pagano anch'esso, nel partirsi da Milano, aveano minacciato, tornati che fossero colla vittoria, di far diventare una stalla da cavalli la chiesa cattedrale di Milano, e di costringere gli ecclesiastici a militare; e ciò perchè il clero in Milano non voleva comunicar ne' divini uffizii col tiranno Eugenio, nè ricevere obblazioni da lui, perchè il teneva per iscomunicato, o per la morte di Valentiniano juniore, o pel favore da lui dato all'idolatria.Al calare dalle montagne trovò l'Augusto Teodosio la pianura tutta coperta dalla fanteria e cavalleria d'Eugenio[Sozom., lib. 7, cap. 24. Claudian., de Consul. IV. Honorii.], non avendo costui, oppure il suo generale, voluto dividere le sue forze, per non cader nell'errore che portò seco la rovina di Massimo tiranno. Pertanto si venne ad una battaglia presso il fiume Freddo[Socrat., lib. 5, c. 28.], probabilmente nel contado di Gorizia. Ebbe Teodosio l'avvertenza di dar la vanguardia alle milizie barbariche ed ausiliarie, sì per loro onore, come anche per riserbar a sè stesso il corpo di battagliacomposto di truppe romane, giacchè la perdita di quei Barbari era anche una specie di vittoria pel romano imperio. Ma costoro, benchè con gran coraggio e forza menassero le mani, non poterono star saldi davanti al valore di Arbogaste; in guisa che di essi fu fatta grande strage, e il resto si salvò colla fuga: il che fu permesso da Dio, non già per dare a Teodosio, come osserva Rufino[Rufinus, lib. 3, cap. 33.], questa mortificazione, ma affinchè non si dicesse essere stati i Barbari coloro che l'aveano fatto vincere. Teodosio, mirando da una collina questo brutto aspetto dell'oste sua, prostrato a terra alla presenza d'ognuno, implorò l'aiuto di Dio, difensor delle buone cause. Animati da questa speranza i suoi uffiziali, non tardarono più a dar di sproni ai cavalli colle loro schiere, e di entrar nella sanguinosa mischia, rovesciando le squadre e gli squadroni opposti, e coprendo di nemici svenati la campagna. Fece delle maraviglie in questo conflittoBacuro, ma si espose talmente, che vi lasciò la vita. Per attestato di Zosimo[Zosimus, lib. 4, cap. 57.], la sera divise il menar delle mani. Ma il dirsi da lui, che durante il fatto d'armi avvenne un'ecclissi del sole con tale oscurità, che parea di notte, non si sa credere vero dagli eruditi, quando sussista il racconto di Socrate[Socrates, lib. 5, cap. 25.], che la battaglia suddetta accadesse nel dì 6 di settembre, poichè, secondo i calcoli astronomici niun'ecclissi occorse allora. Grande fu la perdita dal canto di Eugenio, ma senza comparazion maggiore quella di Teodosio[Theod., lib. 5, c. 24. Orosius, l. 7, c. 37.]; e però nel consiglio di guerra, tenuto nella notte, il parere dei generali fu di ritirarsi nel dì seguente, per riparar con delle nuove leve di gente il danno sofferto. Non era di questo sentimento il buon imperadore, perchè non sapea levarsi di cuore la confidenza già messa in Dio: laonde prese tempo a risolvere nel giorno seguente. Entrato poi in unoratorio trovato in quelle montagne, senza prendere cibo o riposo, quivi inginocchiato sulla terra nuda spese molte ore della notte ad implorare il soccorso di Gesù Cristo. Sul far del giorno addormentatosi suo malgrado, gli apparvero due persone vestite di bianco, le quali dissero d'essere i santi Apostoli Giovanni evangelista e Filippo, che l'assicurarono della vittoria. Fatto poi giorno, avendo anche un soldato avuta una simil visione, si sparse immantinente questa nuova pel campo, e passò all'orecchio di Teodosio, il quale propalò allora ciò che a lui stesso era accaduto in sogno: il che mirabilmente incoraggì la sua armata.Prese dunque l'armi, ed ordinate le schiere, calò coll'esercito suo dalla montagna per assalire il campo nemico, quando si osservò che un grosso corpo di nemici, spedito da Eugenio e da Arbogaste, aveva occupato dei siti al di dietro per dargli alle spalle, quando fosse alle mani con gli altri. Il primo favore del cielo fu che il conteArbitrione, comandante di quell'imboscata, co' suoi prese il partito di Teodosio, liberando lui dal pericolo ed accrescendo le forze della di lui armata. Secondo Sozomeno, era già cominciata la battaglia, quando quel generale mandò ad offrirsegli, e fu accettato con vantaggiose condizioni. Teodosio a piedi si mise alla testa delle sue schiere, ed attaccò il terribil conflitto. Apparve allora visibilmente il braccio di Dio in favor dell'ottimo Augusto; perciocchè all'improvviso si levò un furiosissimo vento, che direttamente soffiava in faccia ai soldati di Eugenio con tal impeto e tal polvere negli occhi, che non sapeano dove si fossero, non poteano tener gli scudi, e le lor frecce andavano tutte a voto: laddove poco o nulla d'incomodo provando l'armata di Teodosio per quella furiosa tempesta, i lor dardi e saette felicemente colpivano tutte nei corpi dei nemici. Di questo miracoloso avvenimento non è permesso di dubitare ad alcuno, dacchè ne siamo accertati datanti autentici scrittori, i quali ne aveano parlato con più e più soldati di quei che si trovarono in quella terribil giornata, cioè dai santi Ambrosio[Ambros., in Psalm. 36.]ed Agostino[August., de Civit. Dei, lib. 5, cap. 26.], da Rufino, Paolo Orosio, Paolino, Socrate, Sozomeno e Teodoreto. Quel che è più, abbiam lo stesso confermato da Claudiano[Claud., in Consul. IV Honorii.], celebre poeta, e poeta pagano di questi tempi, che in lodando Onorio Augusto, attesta con alcuni bei versi il medesimo prodigio, attribuendo poi ridicolosamente al destino d'esso Onorio, fanciullo allora di dieci o undici anni, ciò che era dovuto alla fede e pietà di Teodosio suo padre. Ma Zosimo[Zosim., lib. 4, cap. 43.]più di Claudiano fece qui comparire il suo cuor pagano, perchè non solamente tacque l'evidente miracolo che diede la vittoria a Teodosio, ma eziandio sminuì a tutto suo potere la dignità della stessa vittoria, con dire, che persuaso Eugenio d'essere restato vincitore nella passata battaglia, si perdè a regalar i soldati e a far una buona cena, dopo la quale si diedero saporitamente tutti a dormire. Teodosio sull'alba piombò loro addosso e trovatili addormentati, ne fece macello; di questo passo arrivò anche al padiglion di Eugenio, il quale in fuggendo fu preso. Così quello scrittore pagano, è sempre rivolto a screditare i principi cristiani e le loro azioni. Ma noi, seguendo tanti altri sopraccitati storici, abbiamo, che sopraffatti i soldati d'esso Eugenio da quell'improvviso temporale, conoscendo che Dio combatteva contra di loro, parte si raccomandarono alle gambe, e parte, calate le insegne, e chiedendo ginocchioni il perdono, l'ottennero da Teodosio[Theod., lib. 5, cap. 28.]con patto che gli menassero prontamente preso il tiranno. Volarono essi al luogo dove Eugenio stava attendendo l'esito del conflitto; ed egli credendo che portassero la grato nuova della vittoria, dimandò tostose gli conducevano legato Teodosio, come avea loro ordinato di fare. Restò ben confuso e sbalordito al risponder essi, che non menavano già Teodosio a lui, ma bensì venivano per menar lui a Teodosio, perchè così comandava il padrone dell'universo. Condotto costui ai piedi del vittorioso Augusto, e rimproverato da esso per le commesse iniquità e per la vana sua confidenza nel suo Ercole, mentre voleva pure pregarlo di lasciargli la vita, gliela levarono i soldati, spiccandogli la testa dal busto, che portata dipoi sopra una picca pel campo, servì a ridurre molti dei suoi, tuttavia pertinaci, ad implorare il perdono.Arbogaste, cagion di tutti questi mali, non osando sperare grazia alcuna, si rifugiò nelle più scoscese balze di quei monti, credendosi di potere schivare il gastigo di Dio; ma risaputo che veniva cercato dappertutto, per non cader nelle mani dello sdegnato Augusto, due giorni dopo la battaglia col suo proprio stocco si levò la vita.E tale fu il fine di questi scellerati, affrettato con prodigii dalla stessa giustizia di Dio, e ben dovuto a traditori del loro sovrano, che colla loro usurpazione tanti incomodi e danni aveano recato al romano imperio. Teodosio Augusto, senza punto insuperbire per sì segnalata vittoria, perchè tutta la riconosceva da Iddio misericordioso verso di lui, e il suo maggior piacere in averla conseguita era quello di veder confuso il paganesimo, e tante predizioni e speranze precedenti de' gentili; si studiò di esercitar anch'egli da lì innanzi la misericordia dal canto suo verso dei vinti. Non solamente si stese il suo perdono a chiunque avea prese l'armi contra di lui[August., de Civit. Dei, lib. 5, c. 16. Orosius, lib. 7, cap. 35.], ma eziandio fece partecipe della sua grazia i figliuoli d'Eugenioe diArbogaste, che s'erano ritirati in chiesa, benchè pagani, valendosi egli di tal occasione per far loro abbracciare la religion cristiana. In vece di privarlidei loro beni, diede loro anche delle cariche e dignità onorevoli, e gli amò con affetto veramente cristiano. Ad un figlio parimente diFlaviano, non ostante il demerito del padre, lasciò parte de' suoi beni[Symmachus, lib. 4, epist. VII.]: e poscia Onorio Augusto interamente il ristabilì negli onori. Era intanto ritornato sant'Ambrosioa Milano, tenendo per fermo che Teodosio uscirebbe di quella guerra colla vittoria. A lui appunto scrisse[Ambros., Epist. LXI. Class. I.]tosto il buon Augusto, acciocchè si rendesse pubbliche grazie a Dio di questo felice successo. E perciocchè molti in Milano per paura del gastigo erano scappati nelle chiese, il santo arcivescovo[Paul., Vit. s. Ambros.]non solamente in lor favore scrisse lettere a Teodosio, ma impaziente di ottener loro il perdono, si portò in persona ad Aquileia ad intercedere per loro. Non gli fu difficile l'ottenerlo, e il piissimo Augusto gli s'inginocchiò davanti, com'è credibile, per dimandargli la sua benedizione, secondo il rito d'allora, protestando di riconoscere il fortunato fine di guerra sì pericolosa dai meriti e dalle orazioni di sì santo prelato. Da Aquileia passò dipoi l'Augusto Teodosio a Milano, giungendo colà un giorno solo dopo l'arrivo di sant'Ambrosio. Quivi si diede a mettere in buon sesto i pubblici e i privati affari, perchè, per attestato di Rufino, cominciava a declinare la sua sanità, ed egli stesso già prevedeva di dover in breve dar fine a' suoi giorni. Per questo chiamò in fretta da CostantinopoliOnoriosuo secondogenito. Paolino scrive[Idem., ib.]ch'egli fece venire a Milano ifigliuoli, e che ricevuti nella chiesa, li consegnò a quell'insigne prelato; dal che ha argomentato il cardinal Baronio[Baron., Annal. Eccl.], che ancheArcadio Augustovenisse a Milano, e sembra ciò detto da qualche altro autore. Può essere chePlacidasua figliuola accompagnasse ilfratello Onorio; comunque sia, questa pretesa venuta di Arcadio non è ben fondata. Rufino storico e Claudiano parlano in contrario. Fuor di dubbio è bensì che arrivato a Milano il figlio Onorio (già dichiarato imperadore due anni prima)[Zosimus, lib. 4, cap. 34.], Teodosio a lui diede per sua porzion di dominio l'Italia, le Gallie, le Spagne, la Bretagna, tutta l'Africa e l'Illirico occidentale. Deputò ancora per tutore di luiStiliconegenerale dell'armi. Abbiamo parimente da Zosimo ch'egli fece venire a Milano que' senatori romani che tuttavia restavano attaccati all'idolatria, esortandoli tutti a non più rifiutare la vera religion di Gesù Cristo, e protestando di non voler più permettere le gravi spese che il pubblico facea per gli empii sacrifizi del gentilesimo. Ebbe un bel dire, scrivendo il pagano Zosimo che niuno ne restò convertito; ma intanto cessarono i sagrifizii, andarono in disuso le cerimonie del gentilesimo, e furono scacciati i sacerdoti e le sacerdotesse degli idoli. Zosimo attribuisce a ciò il miserabile stato, in cui ai suoi dì era ridotto il romano imperio, scioccamente persuaso che solamente da suoi falsi dii si potesse tenere in piedi sì gran macchina, anzi durare per sempre.

Consoli

Flavio Arcadio Augustoper la terza volta, eFlavio Onorio Augustoper la seconda.

Non più era un segreto la guerra fra Teodosio e il tiranno Eugenio, avendo cadaun dalla sua parte fatto dei mirabili preparamenti per questa danza. I gentili, dopo aver trovato così facile alle lor preghiere l'usurpatore[Rufin., lib. 2, cap. 33.], e cominciato spezialmente in Roma a far gli empi lor sagrifizii, quegli erano che più degli altri l'animavano ai combattimenti, perchè cercando nelle viscere delle lor vittime, vi trovavano a misura dei lor desiderii certa la vittoria di Eugenio. Sopra gli altriFlavianoprefetto del pretorio (poichè per conto del prefetto di Roma noi non sappiamo chi fosse nel presente anno), chesi attribuiva una gran perizia nel folle mestier dell'aruspicina[Sozom., lib. 7, cap. 22.], spacciava per immancabile la rovina di Teodosio. Queste vane speranze, o, per dir meglio, sicurezze, date ad Eugenio, non servirono poco per incoraggirlo a portarsi non già a conseguir vittorie, ma a ricevere il gastigo dovuto alle sue iniquità. E, per testimonianza di s. Agostino[August., de Civitat. Dei, lib. 5, cap. 26.], avendo occupato l'Alpi Giulie, per le quali dall'Illirico si viene in Italia, e fatte ivi molte fortificazioni, fu osservato che furono ivi poste alcune statue d'oro, o indorate, di Giove armato di fulmini, e consecrate con varie superstizioni contra di Teodosio. Teodoreto[Teodor., lib. 5, cap. 24.]anch'egli notò che l'immagine di Ercole si mirava nella principal insegna di Eugenio: cotanto il doveano aver ammaliato le vane promesse dei gentili. Ma ben diverso fu in questa sì importante congiuntura il contegno di Teodosio. Certamente non trascurò egli i mezzi umani per ottenere un felice esito alla meditata impresa, perchè, oltre alle milizie romane, si procacciò un gran rinforzo di soldatesche ausiliarie, venute dall'Armenia, Iberia ed Arabia[Claud., de Consult. III Honor. Socrates, Sozomenus.]. Moltissimi Barbari ancora abitanti di là del Danubio corsero volontieri al suo soldo per isperanza di far buon bottino. Giordano storico scrive[Jordan., de Reb. Getic., cap. 28.]che venti mila Goti si unirono al di lui esercito. Il soloGildone, conte, governatore dell'Africa, non ostante gli ordini a lui spediti da Teodosio, trovò delle scuse per non venire; e neppur volle inviare un fantaccino o una nave, riserbandosi di seguitar poi chi restasse vincitore; politica che fu col tempo annoverata fra i suoi reati. Con sì forte armamento si potea promettere buona messe d'allori l'Augusto Teodosio: tuttavia le sue più ferme speranze erano risposte nell'aiuto e nella protezione del Dio degli eserciti, e nella giustizia della sua causa.Aveva egli per tempo inviate persone a consultar s.Giovanni, solitario dell'Egitto, mentovato di sopra, personaggio tenuto, con ragione, in concetto di profeta del Signore[Rufinus, lib. 2, c. 32. Sozomenus, Theodor.]. Mandò a dirgli quell'uomo santo, che quella guerra gli costerebbe assai sangue, ma ch'egli ne uscirebbe vittorioso, con altre predizioni che si verificarono coi fatti. Oltre a ciò, per attestato di Rufino, si andò sempre il piissimo Augusto preparando a questa impresa con digiuni, orazioni e penitenze, e con frequentare i sepolcri de' martiri e degli apostoli, affin di ottenere, per intercessione dei santi, l'assistenza del braccio di Dio nei pericoli, ai quali andava ad esporsi.

Venuta dunque la primavera, mise egli in marcia la potente sua armata alla volta d'Italia, e mentre anch'egli era in procinto di tenerle dietro[Zosim., lib. 4.],Galla Augustasua moglie nello sgravarsi d'un figlio che morì, anch'essa finì di vivere. Lasciò in Costantinopoli i suoi due figliArcadioedOnorioAugusti sotto la direzione diRufinoprefetto del pretorio, come costa da Claudiano, autore più autentico qui che Zosimo e Marcellino conte, i quali scrivono aver egli condotto seco il fanciullo Onorio. Una sua legge cel fa vedere in Andrinopoli nel dì 15 di giugno. L'esercito suo con gran diligenza marciava innanzi. Essendo morto ne' mesi addietroRicomero, a cui Teodosio pensava di darne il comando, elesse dipoi in suo luogoTimasioper generale delle milizie romane, e seco unìStilicone, persona assai accreditata, di cui avremo a parlare non poco nel proseguimento della storia. Generali delle soldatesche ausiliarie e barbariche eranoGaina,SauleeBacuro, nativi dell'Armenia, ma uffiziali di gran valore e sperienza nell'arte militare. Con tal sollecitudine l'imperiale armata continuò il cammino, che contro l'espettazione d'ognuno si vide giunta all'Alpi Giulie; e il giugnervi, e forzar que' passi, benchè tanto premuniti per ordine diEugenio, fu una cosa stessa. Quel Giove che quivi stava con tanti fulmini pronto ad incenerir l'armi temerarie dei Cristiani, si trovò un tronco insensato contra di un principe che veniva assistito dal vero Dio[August., de Civit. Dei, lib. 5, cap. 26. Rufin., lib. 2, cap. 33.]. Se ne fuggirono tutti quei superstiziosi pagani che aveano fatto credere all'incauto Eugenio tante maraviglie dalla parte dei lor falsi dii.Flavianoprefetto del pretorio svergognato allora in mirar così fallita l'arte sua d'aruspice, e d'avere ingannato colle sue ciarle il tiranno, secondo quel che scrive Rufino, conobbe di meritare la morte: parole che han fatto conghietturare ch'egli o si uccidesse da sè stesso, o disperatamente combattendo cercasse di finir la vita fra le spade nemiche, non volendo sopravvivere a tanta vergogna. Se questo non è certo, almen sappiamo[Paulin., Vit. s. Ambros.]che costui edArbogaste, pagano anch'esso, nel partirsi da Milano, aveano minacciato, tornati che fossero colla vittoria, di far diventare una stalla da cavalli la chiesa cattedrale di Milano, e di costringere gli ecclesiastici a militare; e ciò perchè il clero in Milano non voleva comunicar ne' divini uffizii col tiranno Eugenio, nè ricevere obblazioni da lui, perchè il teneva per iscomunicato, o per la morte di Valentiniano juniore, o pel favore da lui dato all'idolatria.

Al calare dalle montagne trovò l'Augusto Teodosio la pianura tutta coperta dalla fanteria e cavalleria d'Eugenio[Sozom., lib. 7, cap. 24. Claudian., de Consul. IV. Honorii.], non avendo costui, oppure il suo generale, voluto dividere le sue forze, per non cader nell'errore che portò seco la rovina di Massimo tiranno. Pertanto si venne ad una battaglia presso il fiume Freddo[Socrat., lib. 5, c. 28.], probabilmente nel contado di Gorizia. Ebbe Teodosio l'avvertenza di dar la vanguardia alle milizie barbariche ed ausiliarie, sì per loro onore, come anche per riserbar a sè stesso il corpo di battagliacomposto di truppe romane, giacchè la perdita di quei Barbari era anche una specie di vittoria pel romano imperio. Ma costoro, benchè con gran coraggio e forza menassero le mani, non poterono star saldi davanti al valore di Arbogaste; in guisa che di essi fu fatta grande strage, e il resto si salvò colla fuga: il che fu permesso da Dio, non già per dare a Teodosio, come osserva Rufino[Rufinus, lib. 3, cap. 33.], questa mortificazione, ma affinchè non si dicesse essere stati i Barbari coloro che l'aveano fatto vincere. Teodosio, mirando da una collina questo brutto aspetto dell'oste sua, prostrato a terra alla presenza d'ognuno, implorò l'aiuto di Dio, difensor delle buone cause. Animati da questa speranza i suoi uffiziali, non tardarono più a dar di sproni ai cavalli colle loro schiere, e di entrar nella sanguinosa mischia, rovesciando le squadre e gli squadroni opposti, e coprendo di nemici svenati la campagna. Fece delle maraviglie in questo conflittoBacuro, ma si espose talmente, che vi lasciò la vita. Per attestato di Zosimo[Zosimus, lib. 4, cap. 57.], la sera divise il menar delle mani. Ma il dirsi da lui, che durante il fatto d'armi avvenne un'ecclissi del sole con tale oscurità, che parea di notte, non si sa credere vero dagli eruditi, quando sussista il racconto di Socrate[Socrates, lib. 5, cap. 25.], che la battaglia suddetta accadesse nel dì 6 di settembre, poichè, secondo i calcoli astronomici niun'ecclissi occorse allora. Grande fu la perdita dal canto di Eugenio, ma senza comparazion maggiore quella di Teodosio[Theod., lib. 5, c. 24. Orosius, l. 7, c. 37.]; e però nel consiglio di guerra, tenuto nella notte, il parere dei generali fu di ritirarsi nel dì seguente, per riparar con delle nuove leve di gente il danno sofferto. Non era di questo sentimento il buon imperadore, perchè non sapea levarsi di cuore la confidenza già messa in Dio: laonde prese tempo a risolvere nel giorno seguente. Entrato poi in unoratorio trovato in quelle montagne, senza prendere cibo o riposo, quivi inginocchiato sulla terra nuda spese molte ore della notte ad implorare il soccorso di Gesù Cristo. Sul far del giorno addormentatosi suo malgrado, gli apparvero due persone vestite di bianco, le quali dissero d'essere i santi Apostoli Giovanni evangelista e Filippo, che l'assicurarono della vittoria. Fatto poi giorno, avendo anche un soldato avuta una simil visione, si sparse immantinente questa nuova pel campo, e passò all'orecchio di Teodosio, il quale propalò allora ciò che a lui stesso era accaduto in sogno: il che mirabilmente incoraggì la sua armata.

Prese dunque l'armi, ed ordinate le schiere, calò coll'esercito suo dalla montagna per assalire il campo nemico, quando si osservò che un grosso corpo di nemici, spedito da Eugenio e da Arbogaste, aveva occupato dei siti al di dietro per dargli alle spalle, quando fosse alle mani con gli altri. Il primo favore del cielo fu che il conteArbitrione, comandante di quell'imboscata, co' suoi prese il partito di Teodosio, liberando lui dal pericolo ed accrescendo le forze della di lui armata. Secondo Sozomeno, era già cominciata la battaglia, quando quel generale mandò ad offrirsegli, e fu accettato con vantaggiose condizioni. Teodosio a piedi si mise alla testa delle sue schiere, ed attaccò il terribil conflitto. Apparve allora visibilmente il braccio di Dio in favor dell'ottimo Augusto; perciocchè all'improvviso si levò un furiosissimo vento, che direttamente soffiava in faccia ai soldati di Eugenio con tal impeto e tal polvere negli occhi, che non sapeano dove si fossero, non poteano tener gli scudi, e le lor frecce andavano tutte a voto: laddove poco o nulla d'incomodo provando l'armata di Teodosio per quella furiosa tempesta, i lor dardi e saette felicemente colpivano tutte nei corpi dei nemici. Di questo miracoloso avvenimento non è permesso di dubitare ad alcuno, dacchè ne siamo accertati datanti autentici scrittori, i quali ne aveano parlato con più e più soldati di quei che si trovarono in quella terribil giornata, cioè dai santi Ambrosio[Ambros., in Psalm. 36.]ed Agostino[August., de Civit. Dei, lib. 5, cap. 26.], da Rufino, Paolo Orosio, Paolino, Socrate, Sozomeno e Teodoreto. Quel che è più, abbiam lo stesso confermato da Claudiano[Claud., in Consul. IV Honorii.], celebre poeta, e poeta pagano di questi tempi, che in lodando Onorio Augusto, attesta con alcuni bei versi il medesimo prodigio, attribuendo poi ridicolosamente al destino d'esso Onorio, fanciullo allora di dieci o undici anni, ciò che era dovuto alla fede e pietà di Teodosio suo padre. Ma Zosimo[Zosim., lib. 4, cap. 43.]più di Claudiano fece qui comparire il suo cuor pagano, perchè non solamente tacque l'evidente miracolo che diede la vittoria a Teodosio, ma eziandio sminuì a tutto suo potere la dignità della stessa vittoria, con dire, che persuaso Eugenio d'essere restato vincitore nella passata battaglia, si perdè a regalar i soldati e a far una buona cena, dopo la quale si diedero saporitamente tutti a dormire. Teodosio sull'alba piombò loro addosso e trovatili addormentati, ne fece macello; di questo passo arrivò anche al padiglion di Eugenio, il quale in fuggendo fu preso. Così quello scrittore pagano, è sempre rivolto a screditare i principi cristiani e le loro azioni. Ma noi, seguendo tanti altri sopraccitati storici, abbiamo, che sopraffatti i soldati d'esso Eugenio da quell'improvviso temporale, conoscendo che Dio combatteva contra di loro, parte si raccomandarono alle gambe, e parte, calate le insegne, e chiedendo ginocchioni il perdono, l'ottennero da Teodosio[Theod., lib. 5, cap. 28.]con patto che gli menassero prontamente preso il tiranno. Volarono essi al luogo dove Eugenio stava attendendo l'esito del conflitto; ed egli credendo che portassero la grato nuova della vittoria, dimandò tostose gli conducevano legato Teodosio, come avea loro ordinato di fare. Restò ben confuso e sbalordito al risponder essi, che non menavano già Teodosio a lui, ma bensì venivano per menar lui a Teodosio, perchè così comandava il padrone dell'universo. Condotto costui ai piedi del vittorioso Augusto, e rimproverato da esso per le commesse iniquità e per la vana sua confidenza nel suo Ercole, mentre voleva pure pregarlo di lasciargli la vita, gliela levarono i soldati, spiccandogli la testa dal busto, che portata dipoi sopra una picca pel campo, servì a ridurre molti dei suoi, tuttavia pertinaci, ad implorare il perdono.Arbogaste, cagion di tutti questi mali, non osando sperare grazia alcuna, si rifugiò nelle più scoscese balze di quei monti, credendosi di potere schivare il gastigo di Dio; ma risaputo che veniva cercato dappertutto, per non cader nelle mani dello sdegnato Augusto, due giorni dopo la battaglia col suo proprio stocco si levò la vita.

E tale fu il fine di questi scellerati, affrettato con prodigii dalla stessa giustizia di Dio, e ben dovuto a traditori del loro sovrano, che colla loro usurpazione tanti incomodi e danni aveano recato al romano imperio. Teodosio Augusto, senza punto insuperbire per sì segnalata vittoria, perchè tutta la riconosceva da Iddio misericordioso verso di lui, e il suo maggior piacere in averla conseguita era quello di veder confuso il paganesimo, e tante predizioni e speranze precedenti de' gentili; si studiò di esercitar anch'egli da lì innanzi la misericordia dal canto suo verso dei vinti. Non solamente si stese il suo perdono a chiunque avea prese l'armi contra di lui[August., de Civit. Dei, lib. 5, c. 16. Orosius, lib. 7, cap. 35.], ma eziandio fece partecipe della sua grazia i figliuoli d'Eugenioe diArbogaste, che s'erano ritirati in chiesa, benchè pagani, valendosi egli di tal occasione per far loro abbracciare la religion cristiana. In vece di privarlidei loro beni, diede loro anche delle cariche e dignità onorevoli, e gli amò con affetto veramente cristiano. Ad un figlio parimente diFlaviano, non ostante il demerito del padre, lasciò parte de' suoi beni[Symmachus, lib. 4, epist. VII.]: e poscia Onorio Augusto interamente il ristabilì negli onori. Era intanto ritornato sant'Ambrosioa Milano, tenendo per fermo che Teodosio uscirebbe di quella guerra colla vittoria. A lui appunto scrisse[Ambros., Epist. LXI. Class. I.]tosto il buon Augusto, acciocchè si rendesse pubbliche grazie a Dio di questo felice successo. E perciocchè molti in Milano per paura del gastigo erano scappati nelle chiese, il santo arcivescovo[Paul., Vit. s. Ambros.]non solamente in lor favore scrisse lettere a Teodosio, ma impaziente di ottener loro il perdono, si portò in persona ad Aquileia ad intercedere per loro. Non gli fu difficile l'ottenerlo, e il piissimo Augusto gli s'inginocchiò davanti, com'è credibile, per dimandargli la sua benedizione, secondo il rito d'allora, protestando di riconoscere il fortunato fine di guerra sì pericolosa dai meriti e dalle orazioni di sì santo prelato. Da Aquileia passò dipoi l'Augusto Teodosio a Milano, giungendo colà un giorno solo dopo l'arrivo di sant'Ambrosio. Quivi si diede a mettere in buon sesto i pubblici e i privati affari, perchè, per attestato di Rufino, cominciava a declinare la sua sanità, ed egli stesso già prevedeva di dover in breve dar fine a' suoi giorni. Per questo chiamò in fretta da CostantinopoliOnoriosuo secondogenito. Paolino scrive[Idem., ib.]ch'egli fece venire a Milano ifigliuoli, e che ricevuti nella chiesa, li consegnò a quell'insigne prelato; dal che ha argomentato il cardinal Baronio[Baron., Annal. Eccl.], che ancheArcadio Augustovenisse a Milano, e sembra ciò detto da qualche altro autore. Può essere chePlacidasua figliuola accompagnasse ilfratello Onorio; comunque sia, questa pretesa venuta di Arcadio non è ben fondata. Rufino storico e Claudiano parlano in contrario. Fuor di dubbio è bensì che arrivato a Milano il figlio Onorio (già dichiarato imperadore due anni prima)[Zosimus, lib. 4, cap. 34.], Teodosio a lui diede per sua porzion di dominio l'Italia, le Gallie, le Spagne, la Bretagna, tutta l'Africa e l'Illirico occidentale. Deputò ancora per tutore di luiStiliconegenerale dell'armi. Abbiamo parimente da Zosimo ch'egli fece venire a Milano que' senatori romani che tuttavia restavano attaccati all'idolatria, esortandoli tutti a non più rifiutare la vera religion di Gesù Cristo, e protestando di non voler più permettere le gravi spese che il pubblico facea per gli empii sacrifizi del gentilesimo. Ebbe un bel dire, scrivendo il pagano Zosimo che niuno ne restò convertito; ma intanto cessarono i sagrifizii, andarono in disuso le cerimonie del gentilesimo, e furono scacciati i sacerdoti e le sacerdotesse degli idoli. Zosimo attribuisce a ciò il miserabile stato, in cui ai suoi dì era ridotto il romano imperio, scioccamente persuaso che solamente da suoi falsi dii si potesse tenere in piedi sì gran macchina, anzi durare per sempre.


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