CCCXCV

CCCXCVAnno diCristoCCCXCV. Indiz.VIII.Siriciopapa 11.Arcadioimperad. 13 ed 1.Onorioimperadore 3 e 1.ConsoliAnicio Ermogeniano OlibrioeAnicio Probino.Erano fratelli questi due consoli, amendue occidentali, amendue della nobilissima e potente famiglia Anicia. Da Claudiano[Claud., de Consulatu Olybrii.]si ricava che avendo il senato romano fatta una deputazione ad Aquileia per inchinare e riconoscere in suo signore il vittorioso Teodosio, ilpregò allora di disegnar consoli per quest'anno i due suddetti fratelli. Ci fan le leggi del Codice Teodosiano[Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.]vedere più di un prefetto di Roma nell'anno presente, cioèBasilio, posciaAndromaco, e finalmenteFiorentino. Funestissimi furono i primi giorni di quest'anno a tutto l'imperio romano, perchè gravemente s'infermò quell'Augusto che l'avea rimesso nello splendore e nella maestà primiera. Un'idropisia cagionatagli dalle fatiche della guerra contro d'Eugenio, avendolo già preso, il venne conducendo al fine della sua vita. Giacchè egli avea disposto degli stati in favor dei figliuoli, unicamente pensò al bene dei suoi popoli, comandando ad essi suoi figli di confermare il perdono, da lui dato ai ribelli, e di darlo a chi non lo avesse anche ricevuto; e similmente di abolire un'imposta pubblica[Ambros., de obitu Theodosii. Socrates, Sozomenus, et alii.]. Ordini che furono dipoi puntualmente eseguiti. Mancò egli di vita, per quanto si crede, nel dì 17 di gennaio, in età di poco più di cinquant'anni; e sant'Ambrosio, nel solenne funerale fattogli quaranta giorni appresso, recitò, alle presenza d'Onorio Augusto e dell'esercito, la sua funebre orazione, in cui espresse la sua ferma credenza, che un sì pio e sì buono imperadore fosse volato a ricevere in cielo la ricompensa delle sue opere e delle tante sue virtù, senza però lasciar di pregare per lui, acciocchè Dio il ricevesse nel perfetto riposo de' santi. Fu poi portato il di lui corpo imbalsamato a Costantinopoli, dove nel mese di novembre[Chron. Alexandr. Marcellin. Comes, in Chron.]gli venne data sepoltura nel mausoleo degl'imperadori cristiani nella basilica degli Apostoli. Noi certo abbiam potuto dalle cose fin qui dette abbastanza comprendere che insigne personaggio, che glorioso imperadore fosse Teodosio, e che ben giusto motivo ebbero i secolisusseguenti di dargli il titolo digrande: tante furono le sue belle doti, tale il complesso delle sue virtù. Gli elogi che di lui si trovano presso i santi Padri[Ambros., Augustin., Paulinus Nolanus, Synesius, Rufin., Orosius, Theodor. et alii.]e storici cristiani d'allora, empirebbono più carte; ma la di lui maggior gloria risulta dalla confessione stessa degli scrittori pagani di quei tempi, i quali, quantunque poco amore portassero a questo cristianissimo Augusto, tutti nondimeno andarono d'accordo in riconoscere in lui un principe mirabile ed ornato d'incomparabili qualità. E questi furono specialmente Temistio, Libanio, Pacato, Aurelio Vittore il giovane, Simmaco e Nazario. Il solo Zosimo, nato per dir solamente male de' regnanti cristiani, il men che può accenna i di lui pregi, e gli appone ancora dei difetti che si trovano poi smentiti da tanti altri autori e dalla sperienza stessa.Potrà bastare al lettore ch'io riferisca qui ciò che in compendio lasciò scritto di esso Teodosio il giovane Vittore[Aurel. Victor, in Epitome.]storico pagano. Fu, dice egli, Teodosio, sì per gli costumi, che per la corporatura, somigliante a Traiano, siccome apparisce dagli scritti de' vecchi e dalle pitture. Miravasi in lui la stessa capigliatura, il medesimo volto, se non che pel pelo levato dalle guance, e nella grandezza degli occhi, v'era qualche diversità; e forse non si mira tanta grazia e bel colore nella di lui faccia, nè ugual maestà nel suo andare. Ma per conto della penetrazione e vivacità della mente in nulla cedeva egli all'altro, nè si truova detta cosa di quello che a questo ancora non convenga. Nell'animo suo come in suo trono abitava la clemenza e la misericordia, come se fosse persona privata; praticava egli con tutti, distinguendosi pel solo abito dagli altri; con civiltà accoglieva ognuno, ma specialmente gli uomini dabbene. Gli davano forte nel genio le persone che andavano alla buona e senzadoppiezza: ed egli stimava assaissimo i letterati, purchè al loro sapere corrispondesse la bontà della vita. La grandezza sua non gli fece mai punto obbliare chi era stato ben veduto da lui nella vita privata; a questi dava cariche, danari, e compartiva altre grazie; ma riponeva la sua gratitudine più verso coloro che nelle sue disavventure gli aveano prestato aiuto. Se nel buono egli pareggiò Traiano, non l'imitò già nelle qualità cattive. Detestava egli le di lui ubbriachezze ed impudicizie, con aver sempre custodita gelosamente la castità e una sobrietà continua. Proibì ancora con una legge l'eccesso delle cantatrici e d'altre impudiche persone ai conviti; e tanto era il suo amore per la continenza, che fu il primo a vietar i matrimonii fra cugini germani. Soprattutto abborriva la vanità ed ambizione di Traiano in muovere delle guerre per avidità di guadagnarsi un trionfo e la gloria di conquistatore. Ancorchè egli fosse principe prode nel mestiere dell'armi, non cercò mai di guerreggiare, e solamente entrò in quelle guerre che trovò già svegliate, o che non si poterono schivare. Certo è ch'egli mediocramente sapeva di lettere; ma non lasciava per questo di cercar con premura d'intendere le gesta de' precedenti Augusti e personaggi famosi lodando poi le ben fatte, e detestando la superbia, la crudeltà, e massimamente la perfidia ed ingratitudine dei cattivi e dei nemici della libertà. Essendo suggetto alla collera, prendeva facilmente fuoco sulle prime contra delle azione biasimevoli, e prorompeva anche in ordini rigorosi; ma con egual facilità si lasciava piegare da lì a poco, ritrattava il già ordinato, pel suo buon naturale praticando ciò che un filosofo aveva insegnato ad Augusto, cioè che qualor si sentiva adirato ed era per venire a qualche aspra risoluzione, recitasse prima ad una ad una le lettere dell'alfabeto greco, per dar tempo di sfumare alla collera. Quel che più diraro si osservò in questo gran principe, fu l'essere cresciuta sempre più la sua bontà, umiltà ed amorevolezza, quanto più crebbe la sua potenza, e molto più dopo le vittorie sue nelle guerre civili: laddove in altri si era veduto crescere il fasto, l'orgoglio ed anche la crudeltà. Le diligenze sue grandi sempre furono per mantenere l'abbondanza de' viveri: la sua liberalità e bontà, incredibile, con giugner egli infino a restituir di sua borsa ai particolari grosse somme d'oro e di argento loro tolte e consumate dai tiranni: e nel rendere i beni indebitamente occupati, non li dava già, come usarono anche i principi buoni, disfatti e nudi, ma li voleva rimessi nel loro essere di prima. In casa sua poi e nel suo particolare fu osservato aver egli rispettato sempre un suo zio paterno (probabilmenteEucherio), come se fosse suo padre; aver tenuti i figliuoli d'un suo fratello (cioè d'Onorio) e di una sua sorella, come se fossero suoi figli proprii, con praticar lo stesso amore verso cadauno de' suoi parenti. Nella sua tavola compariva la pulizia e la giovialità, ma non mai il lusso; sempre fu veduto d'accordo colle mogli; sempre compiacente verso de' figliuoli. Con gravità ed insieme con affabilità parlava a ciascuno, serbando nondimeno la misura convenevole, secondo il grado maggiore o minore delle persone.Tale è il ritratto che ci lasciò di questo insigne Augusto Aurelio Vittore il giovane. Ma nulla dice questo istorico pagano della primaria virtù di Teodosio, cioè della pietà cristiana, per cui sempre fu e sempre sarà benedetta la sua memoria nella Chiesa di Dio. Da questo buon fondo procedette l'abborrimento suo ad ogni azione peccaminosa, la sua divozion verso Dio, l'eroica sua umiliazione davanti ai ministri dell'Altissimo, e il continuo suo zelo per estirpar le eresie e le pertinaci reliquie del gentilesimo. Se non gli riuscì di far tutto, perchè egli, siccome principe saggio, niunovolea violentare in materia di religione: certamente mise tai fondamenti, che a poco a poco l'eresia ed ogni superstizione pagana andarono mancando. Moltissimi furono i templi dei gentili ch'egli fece distruggere; per ordine suo le chiese occupate dagli eretici tornarono in poter dei cattolici; ed egli stesso ne fabbricò delle nuove. Giovanni Malala[Joannes Malala, in Chronic.]parla di questo, siccome ancora della città di Teodosiopoli da lui edificata. Anche Libanio[Libanius, Oration. de Templ.]fa menzione delle città da lui fortificate, e di diverse altre fabbriche, per assicurar le contrade romane dagli sforzi delle genti barbare. Ma non avrebbe fine sì presto il ragionamento, se volessimo riandar ad una ad una tutte le belle prerogative di questo glorioso imperadore. Ragion vuole nondimeno che si ricordi al lettore un pregio che suole accompagnare il regno di quei monarchi, a' quali si dà il titolo di grandi. Cioè che a' suoi tempi mirabilmente fiorirono anche i letterati, non men fra i Cristiani che fra i pagani. Per conto degli ultimi in molto credito furonoQuinto Aurelio Simmacooratore, senatore, console e spasimato gentile, di cui restano le lettere;Rufo Festa Avieno;Temistiofilosofo ed oratore;Eunapio, che ci lasciò le vite de' sofisti;PappoeTeonematematici;Libaniosofista; eforseVegezio, per tacer d'altri. Fu nondimeno più gloriosa la Chiesa di Dio per tanti scrittori che l'adornarono in questi tempi, cioè per sanBasilioe sanGregorio Nissenofratelli; sanGregorio Nazianzenoe sanCesariofratelli; sant'Ambrosio; santoEpifanio; sant'Efrem; sant'Anfilocchio; s.Filastrio, e tanti altri, de' quali parla la storia ecclesiastica e letteraria, oltre ad altri che prolungarono la lor vita anche sotto i figliuoli di Teodosio.Questi figliuoli furono, come già s'è veduto,ArcadioedOnorio, amendue prima d'ora creati imperadori Augusti, il primo dell'Oriente, l'altro dell'Occidente.Ed ereditarono ben essi gli stati, ma non già il valore, l'ingegno e l'attività del padre. Quanto adArcadio, non mancò in vero Teodosio di provvederlo di buoni maestri; ma questi non ebbero la possanza di dargli ciò che la natura gli avea negato. Ch'egli fosse di un natural dolce, buono e pacifico, alieno dalla crudeltà, e competentemente zelante per la fede cattolica, si può argomentar dalle azioni sue; ma, per testimonianza di Filostorgio[Philost., lib. 11, cap. 3.], egli era malfatto di corpo, di picciola statura, d'una complession dilicata, con occhi melensi; e la sua bontà andava all'eccesso, di maniera che per la dappocaggine ed inabilità sua si lasciava signoreggiar da altri[Zosimus, lib. 5, cap. 14.], e la sua gran bontà veniva proverbiata da molti come stupidità, anzi stolidezza. PerciòRufino, prefetto del pretorio, era divenuto in quella corte l'arbitro di tutto, e a man salva commetteva quante iniquità gli cadevano in mente. Per conto poi d'Onorio, neppur egli superava in abilità il fratello. Si sa che la continenza, virtù quanto rara nei principi, tanto più commendabile in essi, fu in lui eminente, siccome ancora la purità della fede[Orosius, lib. 7, cap. 37.]e l'amore della Chiesa cattolica, buon successore essendo egli stato in questo della pietà paterna. Ma neppur egli era gran testa, e neppur in cuor di lui seme alcun si ravvisava di valor guerriero. Procopio[Procop., de Bello Vandalic., l. 1, c. 2.]cel dipigne per principe non cattivo, ma insieme neghittoso, senza spirito, e fatto apposta per lasciar perire l'imperio d'Occidente a' giorni suoi. Per questa sua debolezza, e massimamente per la sua fanciullesca età, aveva egli bisogno di chi il sostenesse nel governo; e chi fu scelto per questo impiego, cioèStilicone, non si doveva mettere gran pena per insegnargli a comandare, perchè a lui premeva di continuare il comando, sotto nome d'un così deboleAugusto, il più lungamente si potesse. Sicchè in Occidente si potea dire che Stilicone era imperadore di fatto, e Rufino in Oriente poco meno dell'altro. Ma non durò molto la fortuna di Rufino, ed in questo medesimo primo anno dell'imperio d'Arcadio noi andiamo a mirar quel gran colosso in precipizio.Bastevolmente si ricava da Claudiano[Claud., in Rufin.], aver la Guascogna, provincia delle Gallie, prodotto questo mostro d'ambizione. Grande e robusto di corpo, vivace di spirito, e gran parlatore, ci vien egli dipinto da Filostorgio[Philost., lib. 11, c. 3.]. Simmaco[Symmachus, lib. 3, epist. 81 et seq.]suo amico, parlando di lui mentre era vivo, loda il di lui pronto ingegno, l'eloquenza e la leggiadria nel burlare. Morto poi che fu egli, Simmaco tenne ben un linguaggio diverso. Claudiano cel fa vedere il più scellerato uomo del mondo, pieno di ambizione, avarizia, perfidia e crudeltà. Eunapio, Zosimo, Suida, s. Girolamo ed altri attestano la di lui insaziabile avarizia e l'esorbitante ambizione. Teodosio Augusto, benchè signore di buon discernimento, pure a guisa di tanti altri principi, a' quali piacciono forte i cervelli pronti, e gl'indoratori delle parole[Zosim., lib. 5, c. 1.], fu preso dalla vivacità e dal bel parlare di costui; e però l'ammise alla sua maggior confidenza, l'alzò agli onori più cospicui, cioè fino a farlo console, e poi prefetto del pretorio, e finalmente primario ministro di suo figliuolo Arcadio Augusto. Per altro egli era cristiano, e forse questa qualità il rendè più odioso agli scrittori pagani, che ne dissero quanto male poterono dopo la di lui caduta. Abbiamo da Zosimo[Zosim., ibidem.]e da Suida[Suidas, VerboRufinus.]che tantoStiliconein Occidente quantoRufinoin Oriente andavano d'accordo in vendere la giustizia e le cariche, e rovinar le più ricche famiglie, per profittar delle loro spoglie; ma erano poi discordifra loro, perchè gareggiavano insieme nell'ambizion del comando; e Stilicone particolarmente pretendeva di dover governare non men l'Occidente che l'Oriente, allegando la disposizion fatta dall'Augusto Teodosio. Il principio della rovina di Rufino fu il seguente: Avea Stilicone ottenuta in moglieSerena, figliuola di Onorio, fratello del gran Teodosio. Pensò Rufino a fare un passo più alto con proporre ad Arcadio Augusto in moglie una sua figliuola: che non fu poi preteso ch'egli per tal via meditasse di arrivare al trono. Traspirò il suo disegno, e cagion fu che s'aumentasse nel popolo l'avversione alla di lui insolenza e superbia, che ogni dì più prendea vigore. Fu interrotto questo maneggio per aver dovuto Rufino fare un viaggio ad Antiochia affin di soddisfare alle querele diEucherio, zio o grande zio di Arcadio contra diLucianogovernator dell'Oriente. Era questo Luciano figlio diFiorenzo, già prefetto del pretorio delle Gallie: era creatura del medesimo Rufino, a cui per ottenere quel posto, avea ceduto molte sue terre; e il suo governo veniva lodato da tutti. Non d'altro era colpevole presso d'Eucherio, che per aver ricusato di far per lui una cosa ingiustamente dimandata. L'iniquo Rufino, più pensando ad aggiustar Eucherio che ad ogni altro riguardo, arrivato ad Antiochia, fece prendere Luciano, e batterlo in maniera, che sotto i colpi l'infelice lasciò la vita: crudeltà, per cui restò irritato forte quel popolo; e Rufino, se volle placarlo, diede ordine che si fabbricasse in quella città un portico, il qual poi riuscì il più vago edifizio di quella città.IntantoEutropioeunuco di corte, la cui potenza andremo vedendo crescere oltre misura, profittando della lontananza di Rufino, invaghì l'Augusto Arcadio diEudosiacreduta da alcuni figlia di uno dei figliuoli diPromoto, da noi veduto generale di Teodosio, ma da Filostorgio[Philost., lib. 11, c. 5.]asserita figliuola del conteBautoneFranco di nazione, e celebre generale nei tempi addietro. Allorchè Rufino, tornato a Costantinopoli, si credea che il preparamento fatto per le nozze di Arcadio fosse per sua figliuola, eccoti all'improvviso sposata da lui essa Eudosia nel dì 27 di aprile di quest'anno[Chron. Alexandr.]. Questa donna Cristiana e cattolica al certo, ma superba e fiera, noi la vedremo giungere col tempo a far da padrona non solamente sopra i sudditi, ma anche sopra il marito. E quindi poi vennero molte vergognose ingiustizie da lei commesse, fra le quali la più atroce è da dire la persecuzione da lei mossa contro il più bel lume della Grecia, cioè contro di s. Giovanni Grisostomo, che l'avea pur dinanzi lodata come madre delle chiese, nudrice de' monaci e sostegno de' poveri. Decaduto dunque Rufino dalle concepute sue speranze, e temendo dall'un canto l'ascendente dell'eunuco Eutropio, e dall'altro l'armi di Stilicone suo avversario, fu comunemente creduto[Orosius, lib. 7, cap. 37. Claud., in Rufin.]ch'egli movesse gli Unni e i Goti a prendere l'armi contra del romano imperio, avvisandosi di potere in quella turbolenza far meglio i fatti propri, ed occupar anche il soglio imperiale. Non sarebbe impossibile che i suoi malevoli avessero accresciuti dipoi i suoi reati, con ispacciar lui autore di questa pretesa tela, cagione, per quanto fu detto, della sua total rovina. Comunque sia, mossi gli Unni, fecero un'irruzione nell'Armenia, e diedero il sacco a varie Provincie d'Oriente[Socrat., lib. 6, cap. 1. Sozom., lib. 8, c. 1.], con ispandere il terrore sino alla Palestina, dove dimorava allora s. Girolamo[Hier., Epis. III.]. Nello stesso tempo i Goti, esistenti nella Tracia e nelle vicine provincie di qua dal Danubio, sotto il comando di vari lor capi, uno dei quali eroAlarico, di cui avremo a favellar non poco, con intelligenza di Rufino[Marcell. Comes, in Chron. Zosim., lib. 5, cap. 5.], si scatenarono contra le provincie romanedell'Europa, saccheggiando la Tracia, la Mesia, la Pannonia. Di là entrarono nella Macedonia e nella Grecia, depredando tutto, giacchè (se pur fu vero) avea Rufino date segrete commissioni adAntiocoeGeronzio, suoi confidenti e governatori di quelle parti, di non far loro ostacolo alcuno. Arrivarono poi le loro scorrerie sino alle porte di Costantinopoli; ed allora fu che Rufino uscì dalla città vestito alla gotica, sotto pretesto di andare a trattar di pace, e fu ben accolto da essi; il che accrebbe i sospetti del progettato tradimento.Giunti questi funesti avvisi nelle Gallie,Stilicone, dopo aver confermata la pace coi Franchi ed Alamanni, coll'apparenza vistosa d'andare in soccorso d'Arcadio, ma con pensiero in fatti di abbattere Rufino, si mosse verso l'Illirico[Claud., in Rufin.], menando seco la maggior parte delle milizie che si trovavano nelle Gallie e nell'Italia, cioè quelle ancora che aveano seguitato Teodosio ed Eugenio nelle precedenti guerre. Avvertiti i Barbari[Rufin., lib. 2.]di tante armi volte contra di loro, si unirono tutti nella Tessalia, e Stilicone giunto in quelle parti, tali forze avea, che avrebbe potuto desertarli[Claud., de Laudib. Stilicon.]; ma eccoli venirgli un ordine di Arcadio, procurato do Rufino, di rimandargli tutta l'armata che avea servito a Teodosio suo padre. Ubbidì Stilicone, e gliela inviò insieme colla metà del tesoro di Teodosio. Ne costituì generaleGaina, di nazione Goto, e con lui segretamente manipolò la rovina dell'odiato Rufino, del qual disegno era complice e promotore anche l'eunucoEutropio. Arrivò questa armata al luogo di Hebdomon fuori di Costantinopoli[Philostor., lib. 11, c. 5. Marcellin. Comes, in Chron. Zosim. Claudian.], e colà si portò per vederla l'Augusto Arcadio. Seco ero Rufino pomposamente vestito, il quale già avea fatto de' maneggi segreti con vari uffiziali perfarsi proclamar Augusto. Vero o non vero che ciò fosse, fuor di dubbio è che quei soldati, dopo aver inchinato Arcadio, attorniarono Rufino, e sotto gli occhi del medesimo Augusto (e però non senza vitupero) il tagliarono a pezzi nel dì 27 di novembre[Chron. Alexandr.]. La sua testa conficcata sopra di una picca fu portata a spasso per Costantinopoli. Allora saltarono fuori infinite accuse contra di lui; furono confiscati i suoi beni, e fatta festa dappertutto per la di lui sciagura. Sua moglie e una figliuola rifugiatesi in chiesa, ebbero dipoi la permissione di ritirarsi a Gerusalemme, dove terminarono in pace i lor giorni. Claudiano compose dipoi due suoi poemi contra di questo ambizioso ministro, degno certamente di quel fine, purchè sussistano i reati a lui apposti, e massimamente se fu vero che da lui procedesse la funestissima mossa dei Barbari. Sappiamo appunto che i Goti, non avendo più opposizione alcuna, portarono la desolazion per tutta la Grecia, distruggendo soprattutto le reliquie del paganesimo[Eunap., de Vitis Sophistarum. Phil. Zosim. Claudian.], giacchè eglino professavano la religion di Cristo, ma contaminata dagli errori dell'arianismo. Veggonsi poi nel Codice Teodosiano varie leggi pubblicate in quest'anno contra degli eretici e de' pagani da Arcadio, il qual sempre soggiornò in Costantinopoli[Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.]. Altre ancora ne abbiamo spettanti all'imperadore Onorio, tutte scritte in Milano, a riserva d'una che ha la data di Brescia. Confermò egli tutti i privilegi alle Chiese cattoliche, sollevò la Campania, da un gran tributo; e con una costituzion generale accordò il perdono a chiunque avea preso l'armi in favore del tiranno Eugenio, e principalmente aFlavianoil giovane, figlio dell'altro che fu prefetto del pretorio, e partigiano spasimato di quell'usurpatore. L'anno è questo in cui santoAgostinofu ordinato vescovo d'Ippona[Prosper, in Chron. Cassiodorus, in Chronico.], oggidì Bona in Africa.

Consoli

Anicio Ermogeniano OlibrioeAnicio Probino.

Erano fratelli questi due consoli, amendue occidentali, amendue della nobilissima e potente famiglia Anicia. Da Claudiano[Claud., de Consulatu Olybrii.]si ricava che avendo il senato romano fatta una deputazione ad Aquileia per inchinare e riconoscere in suo signore il vittorioso Teodosio, ilpregò allora di disegnar consoli per quest'anno i due suddetti fratelli. Ci fan le leggi del Codice Teodosiano[Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.]vedere più di un prefetto di Roma nell'anno presente, cioèBasilio, posciaAndromaco, e finalmenteFiorentino. Funestissimi furono i primi giorni di quest'anno a tutto l'imperio romano, perchè gravemente s'infermò quell'Augusto che l'avea rimesso nello splendore e nella maestà primiera. Un'idropisia cagionatagli dalle fatiche della guerra contro d'Eugenio, avendolo già preso, il venne conducendo al fine della sua vita. Giacchè egli avea disposto degli stati in favor dei figliuoli, unicamente pensò al bene dei suoi popoli, comandando ad essi suoi figli di confermare il perdono, da lui dato ai ribelli, e di darlo a chi non lo avesse anche ricevuto; e similmente di abolire un'imposta pubblica[Ambros., de obitu Theodosii. Socrates, Sozomenus, et alii.]. Ordini che furono dipoi puntualmente eseguiti. Mancò egli di vita, per quanto si crede, nel dì 17 di gennaio, in età di poco più di cinquant'anni; e sant'Ambrosio, nel solenne funerale fattogli quaranta giorni appresso, recitò, alle presenza d'Onorio Augusto e dell'esercito, la sua funebre orazione, in cui espresse la sua ferma credenza, che un sì pio e sì buono imperadore fosse volato a ricevere in cielo la ricompensa delle sue opere e delle tante sue virtù, senza però lasciar di pregare per lui, acciocchè Dio il ricevesse nel perfetto riposo de' santi. Fu poi portato il di lui corpo imbalsamato a Costantinopoli, dove nel mese di novembre[Chron. Alexandr. Marcellin. Comes, in Chron.]gli venne data sepoltura nel mausoleo degl'imperadori cristiani nella basilica degli Apostoli. Noi certo abbiam potuto dalle cose fin qui dette abbastanza comprendere che insigne personaggio, che glorioso imperadore fosse Teodosio, e che ben giusto motivo ebbero i secolisusseguenti di dargli il titolo digrande: tante furono le sue belle doti, tale il complesso delle sue virtù. Gli elogi che di lui si trovano presso i santi Padri[Ambros., Augustin., Paulinus Nolanus, Synesius, Rufin., Orosius, Theodor. et alii.]e storici cristiani d'allora, empirebbono più carte; ma la di lui maggior gloria risulta dalla confessione stessa degli scrittori pagani di quei tempi, i quali, quantunque poco amore portassero a questo cristianissimo Augusto, tutti nondimeno andarono d'accordo in riconoscere in lui un principe mirabile ed ornato d'incomparabili qualità. E questi furono specialmente Temistio, Libanio, Pacato, Aurelio Vittore il giovane, Simmaco e Nazario. Il solo Zosimo, nato per dir solamente male de' regnanti cristiani, il men che può accenna i di lui pregi, e gli appone ancora dei difetti che si trovano poi smentiti da tanti altri autori e dalla sperienza stessa.

Potrà bastare al lettore ch'io riferisca qui ciò che in compendio lasciò scritto di esso Teodosio il giovane Vittore[Aurel. Victor, in Epitome.]storico pagano. Fu, dice egli, Teodosio, sì per gli costumi, che per la corporatura, somigliante a Traiano, siccome apparisce dagli scritti de' vecchi e dalle pitture. Miravasi in lui la stessa capigliatura, il medesimo volto, se non che pel pelo levato dalle guance, e nella grandezza degli occhi, v'era qualche diversità; e forse non si mira tanta grazia e bel colore nella di lui faccia, nè ugual maestà nel suo andare. Ma per conto della penetrazione e vivacità della mente in nulla cedeva egli all'altro, nè si truova detta cosa di quello che a questo ancora non convenga. Nell'animo suo come in suo trono abitava la clemenza e la misericordia, come se fosse persona privata; praticava egli con tutti, distinguendosi pel solo abito dagli altri; con civiltà accoglieva ognuno, ma specialmente gli uomini dabbene. Gli davano forte nel genio le persone che andavano alla buona e senzadoppiezza: ed egli stimava assaissimo i letterati, purchè al loro sapere corrispondesse la bontà della vita. La grandezza sua non gli fece mai punto obbliare chi era stato ben veduto da lui nella vita privata; a questi dava cariche, danari, e compartiva altre grazie; ma riponeva la sua gratitudine più verso coloro che nelle sue disavventure gli aveano prestato aiuto. Se nel buono egli pareggiò Traiano, non l'imitò già nelle qualità cattive. Detestava egli le di lui ubbriachezze ed impudicizie, con aver sempre custodita gelosamente la castità e una sobrietà continua. Proibì ancora con una legge l'eccesso delle cantatrici e d'altre impudiche persone ai conviti; e tanto era il suo amore per la continenza, che fu il primo a vietar i matrimonii fra cugini germani. Soprattutto abborriva la vanità ed ambizione di Traiano in muovere delle guerre per avidità di guadagnarsi un trionfo e la gloria di conquistatore. Ancorchè egli fosse principe prode nel mestiere dell'armi, non cercò mai di guerreggiare, e solamente entrò in quelle guerre che trovò già svegliate, o che non si poterono schivare. Certo è ch'egli mediocramente sapeva di lettere; ma non lasciava per questo di cercar con premura d'intendere le gesta de' precedenti Augusti e personaggi famosi lodando poi le ben fatte, e detestando la superbia, la crudeltà, e massimamente la perfidia ed ingratitudine dei cattivi e dei nemici della libertà. Essendo suggetto alla collera, prendeva facilmente fuoco sulle prime contra delle azione biasimevoli, e prorompeva anche in ordini rigorosi; ma con egual facilità si lasciava piegare da lì a poco, ritrattava il già ordinato, pel suo buon naturale praticando ciò che un filosofo aveva insegnato ad Augusto, cioè che qualor si sentiva adirato ed era per venire a qualche aspra risoluzione, recitasse prima ad una ad una le lettere dell'alfabeto greco, per dar tempo di sfumare alla collera. Quel che più diraro si osservò in questo gran principe, fu l'essere cresciuta sempre più la sua bontà, umiltà ed amorevolezza, quanto più crebbe la sua potenza, e molto più dopo le vittorie sue nelle guerre civili: laddove in altri si era veduto crescere il fasto, l'orgoglio ed anche la crudeltà. Le diligenze sue grandi sempre furono per mantenere l'abbondanza de' viveri: la sua liberalità e bontà, incredibile, con giugner egli infino a restituir di sua borsa ai particolari grosse somme d'oro e di argento loro tolte e consumate dai tiranni: e nel rendere i beni indebitamente occupati, non li dava già, come usarono anche i principi buoni, disfatti e nudi, ma li voleva rimessi nel loro essere di prima. In casa sua poi e nel suo particolare fu osservato aver egli rispettato sempre un suo zio paterno (probabilmenteEucherio), come se fosse suo padre; aver tenuti i figliuoli d'un suo fratello (cioè d'Onorio) e di una sua sorella, come se fossero suoi figli proprii, con praticar lo stesso amore verso cadauno de' suoi parenti. Nella sua tavola compariva la pulizia e la giovialità, ma non mai il lusso; sempre fu veduto d'accordo colle mogli; sempre compiacente verso de' figliuoli. Con gravità ed insieme con affabilità parlava a ciascuno, serbando nondimeno la misura convenevole, secondo il grado maggiore o minore delle persone.

Tale è il ritratto che ci lasciò di questo insigne Augusto Aurelio Vittore il giovane. Ma nulla dice questo istorico pagano della primaria virtù di Teodosio, cioè della pietà cristiana, per cui sempre fu e sempre sarà benedetta la sua memoria nella Chiesa di Dio. Da questo buon fondo procedette l'abborrimento suo ad ogni azione peccaminosa, la sua divozion verso Dio, l'eroica sua umiliazione davanti ai ministri dell'Altissimo, e il continuo suo zelo per estirpar le eresie e le pertinaci reliquie del gentilesimo. Se non gli riuscì di far tutto, perchè egli, siccome principe saggio, niunovolea violentare in materia di religione: certamente mise tai fondamenti, che a poco a poco l'eresia ed ogni superstizione pagana andarono mancando. Moltissimi furono i templi dei gentili ch'egli fece distruggere; per ordine suo le chiese occupate dagli eretici tornarono in poter dei cattolici; ed egli stesso ne fabbricò delle nuove. Giovanni Malala[Joannes Malala, in Chronic.]parla di questo, siccome ancora della città di Teodosiopoli da lui edificata. Anche Libanio[Libanius, Oration. de Templ.]fa menzione delle città da lui fortificate, e di diverse altre fabbriche, per assicurar le contrade romane dagli sforzi delle genti barbare. Ma non avrebbe fine sì presto il ragionamento, se volessimo riandar ad una ad una tutte le belle prerogative di questo glorioso imperadore. Ragion vuole nondimeno che si ricordi al lettore un pregio che suole accompagnare il regno di quei monarchi, a' quali si dà il titolo di grandi. Cioè che a' suoi tempi mirabilmente fiorirono anche i letterati, non men fra i Cristiani che fra i pagani. Per conto degli ultimi in molto credito furonoQuinto Aurelio Simmacooratore, senatore, console e spasimato gentile, di cui restano le lettere;Rufo Festa Avieno;Temistiofilosofo ed oratore;Eunapio, che ci lasciò le vite de' sofisti;PappoeTeonematematici;Libaniosofista; eforseVegezio, per tacer d'altri. Fu nondimeno più gloriosa la Chiesa di Dio per tanti scrittori che l'adornarono in questi tempi, cioè per sanBasilioe sanGregorio Nissenofratelli; sanGregorio Nazianzenoe sanCesariofratelli; sant'Ambrosio; santoEpifanio; sant'Efrem; sant'Anfilocchio; s.Filastrio, e tanti altri, de' quali parla la storia ecclesiastica e letteraria, oltre ad altri che prolungarono la lor vita anche sotto i figliuoli di Teodosio.

Questi figliuoli furono, come già s'è veduto,ArcadioedOnorio, amendue prima d'ora creati imperadori Augusti, il primo dell'Oriente, l'altro dell'Occidente.Ed ereditarono ben essi gli stati, ma non già il valore, l'ingegno e l'attività del padre. Quanto adArcadio, non mancò in vero Teodosio di provvederlo di buoni maestri; ma questi non ebbero la possanza di dargli ciò che la natura gli avea negato. Ch'egli fosse di un natural dolce, buono e pacifico, alieno dalla crudeltà, e competentemente zelante per la fede cattolica, si può argomentar dalle azioni sue; ma, per testimonianza di Filostorgio[Philost., lib. 11, cap. 3.], egli era malfatto di corpo, di picciola statura, d'una complession dilicata, con occhi melensi; e la sua bontà andava all'eccesso, di maniera che per la dappocaggine ed inabilità sua si lasciava signoreggiar da altri[Zosimus, lib. 5, cap. 14.], e la sua gran bontà veniva proverbiata da molti come stupidità, anzi stolidezza. PerciòRufino, prefetto del pretorio, era divenuto in quella corte l'arbitro di tutto, e a man salva commetteva quante iniquità gli cadevano in mente. Per conto poi d'Onorio, neppur egli superava in abilità il fratello. Si sa che la continenza, virtù quanto rara nei principi, tanto più commendabile in essi, fu in lui eminente, siccome ancora la purità della fede[Orosius, lib. 7, cap. 37.]e l'amore della Chiesa cattolica, buon successore essendo egli stato in questo della pietà paterna. Ma neppur egli era gran testa, e neppur in cuor di lui seme alcun si ravvisava di valor guerriero. Procopio[Procop., de Bello Vandalic., l. 1, c. 2.]cel dipigne per principe non cattivo, ma insieme neghittoso, senza spirito, e fatto apposta per lasciar perire l'imperio d'Occidente a' giorni suoi. Per questa sua debolezza, e massimamente per la sua fanciullesca età, aveva egli bisogno di chi il sostenesse nel governo; e chi fu scelto per questo impiego, cioèStilicone, non si doveva mettere gran pena per insegnargli a comandare, perchè a lui premeva di continuare il comando, sotto nome d'un così deboleAugusto, il più lungamente si potesse. Sicchè in Occidente si potea dire che Stilicone era imperadore di fatto, e Rufino in Oriente poco meno dell'altro. Ma non durò molto la fortuna di Rufino, ed in questo medesimo primo anno dell'imperio d'Arcadio noi andiamo a mirar quel gran colosso in precipizio.

Bastevolmente si ricava da Claudiano[Claud., in Rufin.], aver la Guascogna, provincia delle Gallie, prodotto questo mostro d'ambizione. Grande e robusto di corpo, vivace di spirito, e gran parlatore, ci vien egli dipinto da Filostorgio[Philost., lib. 11, c. 3.]. Simmaco[Symmachus, lib. 3, epist. 81 et seq.]suo amico, parlando di lui mentre era vivo, loda il di lui pronto ingegno, l'eloquenza e la leggiadria nel burlare. Morto poi che fu egli, Simmaco tenne ben un linguaggio diverso. Claudiano cel fa vedere il più scellerato uomo del mondo, pieno di ambizione, avarizia, perfidia e crudeltà. Eunapio, Zosimo, Suida, s. Girolamo ed altri attestano la di lui insaziabile avarizia e l'esorbitante ambizione. Teodosio Augusto, benchè signore di buon discernimento, pure a guisa di tanti altri principi, a' quali piacciono forte i cervelli pronti, e gl'indoratori delle parole[Zosim., lib. 5, c. 1.], fu preso dalla vivacità e dal bel parlare di costui; e però l'ammise alla sua maggior confidenza, l'alzò agli onori più cospicui, cioè fino a farlo console, e poi prefetto del pretorio, e finalmente primario ministro di suo figliuolo Arcadio Augusto. Per altro egli era cristiano, e forse questa qualità il rendè più odioso agli scrittori pagani, che ne dissero quanto male poterono dopo la di lui caduta. Abbiamo da Zosimo[Zosim., ibidem.]e da Suida[Suidas, VerboRufinus.]che tantoStiliconein Occidente quantoRufinoin Oriente andavano d'accordo in vendere la giustizia e le cariche, e rovinar le più ricche famiglie, per profittar delle loro spoglie; ma erano poi discordifra loro, perchè gareggiavano insieme nell'ambizion del comando; e Stilicone particolarmente pretendeva di dover governare non men l'Occidente che l'Oriente, allegando la disposizion fatta dall'Augusto Teodosio. Il principio della rovina di Rufino fu il seguente: Avea Stilicone ottenuta in moglieSerena, figliuola di Onorio, fratello del gran Teodosio. Pensò Rufino a fare un passo più alto con proporre ad Arcadio Augusto in moglie una sua figliuola: che non fu poi preteso ch'egli per tal via meditasse di arrivare al trono. Traspirò il suo disegno, e cagion fu che s'aumentasse nel popolo l'avversione alla di lui insolenza e superbia, che ogni dì più prendea vigore. Fu interrotto questo maneggio per aver dovuto Rufino fare un viaggio ad Antiochia affin di soddisfare alle querele diEucherio, zio o grande zio di Arcadio contra diLucianogovernator dell'Oriente. Era questo Luciano figlio diFiorenzo, già prefetto del pretorio delle Gallie: era creatura del medesimo Rufino, a cui per ottenere quel posto, avea ceduto molte sue terre; e il suo governo veniva lodato da tutti. Non d'altro era colpevole presso d'Eucherio, che per aver ricusato di far per lui una cosa ingiustamente dimandata. L'iniquo Rufino, più pensando ad aggiustar Eucherio che ad ogni altro riguardo, arrivato ad Antiochia, fece prendere Luciano, e batterlo in maniera, che sotto i colpi l'infelice lasciò la vita: crudeltà, per cui restò irritato forte quel popolo; e Rufino, se volle placarlo, diede ordine che si fabbricasse in quella città un portico, il qual poi riuscì il più vago edifizio di quella città.

IntantoEutropioeunuco di corte, la cui potenza andremo vedendo crescere oltre misura, profittando della lontananza di Rufino, invaghì l'Augusto Arcadio diEudosiacreduta da alcuni figlia di uno dei figliuoli diPromoto, da noi veduto generale di Teodosio, ma da Filostorgio[Philost., lib. 11, c. 5.]asserita figliuola del conteBautoneFranco di nazione, e celebre generale nei tempi addietro. Allorchè Rufino, tornato a Costantinopoli, si credea che il preparamento fatto per le nozze di Arcadio fosse per sua figliuola, eccoti all'improvviso sposata da lui essa Eudosia nel dì 27 di aprile di quest'anno[Chron. Alexandr.]. Questa donna Cristiana e cattolica al certo, ma superba e fiera, noi la vedremo giungere col tempo a far da padrona non solamente sopra i sudditi, ma anche sopra il marito. E quindi poi vennero molte vergognose ingiustizie da lei commesse, fra le quali la più atroce è da dire la persecuzione da lei mossa contro il più bel lume della Grecia, cioè contro di s. Giovanni Grisostomo, che l'avea pur dinanzi lodata come madre delle chiese, nudrice de' monaci e sostegno de' poveri. Decaduto dunque Rufino dalle concepute sue speranze, e temendo dall'un canto l'ascendente dell'eunuco Eutropio, e dall'altro l'armi di Stilicone suo avversario, fu comunemente creduto[Orosius, lib. 7, cap. 37. Claud., in Rufin.]ch'egli movesse gli Unni e i Goti a prendere l'armi contra del romano imperio, avvisandosi di potere in quella turbolenza far meglio i fatti propri, ed occupar anche il soglio imperiale. Non sarebbe impossibile che i suoi malevoli avessero accresciuti dipoi i suoi reati, con ispacciar lui autore di questa pretesa tela, cagione, per quanto fu detto, della sua total rovina. Comunque sia, mossi gli Unni, fecero un'irruzione nell'Armenia, e diedero il sacco a varie Provincie d'Oriente[Socrat., lib. 6, cap. 1. Sozom., lib. 8, c. 1.], con ispandere il terrore sino alla Palestina, dove dimorava allora s. Girolamo[Hier., Epis. III.]. Nello stesso tempo i Goti, esistenti nella Tracia e nelle vicine provincie di qua dal Danubio, sotto il comando di vari lor capi, uno dei quali eroAlarico, di cui avremo a favellar non poco, con intelligenza di Rufino[Marcell. Comes, in Chron. Zosim., lib. 5, cap. 5.], si scatenarono contra le provincie romanedell'Europa, saccheggiando la Tracia, la Mesia, la Pannonia. Di là entrarono nella Macedonia e nella Grecia, depredando tutto, giacchè (se pur fu vero) avea Rufino date segrete commissioni adAntiocoeGeronzio, suoi confidenti e governatori di quelle parti, di non far loro ostacolo alcuno. Arrivarono poi le loro scorrerie sino alle porte di Costantinopoli; ed allora fu che Rufino uscì dalla città vestito alla gotica, sotto pretesto di andare a trattar di pace, e fu ben accolto da essi; il che accrebbe i sospetti del progettato tradimento.

Giunti questi funesti avvisi nelle Gallie,Stilicone, dopo aver confermata la pace coi Franchi ed Alamanni, coll'apparenza vistosa d'andare in soccorso d'Arcadio, ma con pensiero in fatti di abbattere Rufino, si mosse verso l'Illirico[Claud., in Rufin.], menando seco la maggior parte delle milizie che si trovavano nelle Gallie e nell'Italia, cioè quelle ancora che aveano seguitato Teodosio ed Eugenio nelle precedenti guerre. Avvertiti i Barbari[Rufin., lib. 2.]di tante armi volte contra di loro, si unirono tutti nella Tessalia, e Stilicone giunto in quelle parti, tali forze avea, che avrebbe potuto desertarli[Claud., de Laudib. Stilicon.]; ma eccoli venirgli un ordine di Arcadio, procurato do Rufino, di rimandargli tutta l'armata che avea servito a Teodosio suo padre. Ubbidì Stilicone, e gliela inviò insieme colla metà del tesoro di Teodosio. Ne costituì generaleGaina, di nazione Goto, e con lui segretamente manipolò la rovina dell'odiato Rufino, del qual disegno era complice e promotore anche l'eunucoEutropio. Arrivò questa armata al luogo di Hebdomon fuori di Costantinopoli[Philostor., lib. 11, c. 5. Marcellin. Comes, in Chron. Zosim. Claudian.], e colà si portò per vederla l'Augusto Arcadio. Seco ero Rufino pomposamente vestito, il quale già avea fatto de' maneggi segreti con vari uffiziali perfarsi proclamar Augusto. Vero o non vero che ciò fosse, fuor di dubbio è che quei soldati, dopo aver inchinato Arcadio, attorniarono Rufino, e sotto gli occhi del medesimo Augusto (e però non senza vitupero) il tagliarono a pezzi nel dì 27 di novembre[Chron. Alexandr.]. La sua testa conficcata sopra di una picca fu portata a spasso per Costantinopoli. Allora saltarono fuori infinite accuse contra di lui; furono confiscati i suoi beni, e fatta festa dappertutto per la di lui sciagura. Sua moglie e una figliuola rifugiatesi in chiesa, ebbero dipoi la permissione di ritirarsi a Gerusalemme, dove terminarono in pace i lor giorni. Claudiano compose dipoi due suoi poemi contra di questo ambizioso ministro, degno certamente di quel fine, purchè sussistano i reati a lui apposti, e massimamente se fu vero che da lui procedesse la funestissima mossa dei Barbari. Sappiamo appunto che i Goti, non avendo più opposizione alcuna, portarono la desolazion per tutta la Grecia, distruggendo soprattutto le reliquie del paganesimo[Eunap., de Vitis Sophistarum. Phil. Zosim. Claudian.], giacchè eglino professavano la religion di Cristo, ma contaminata dagli errori dell'arianismo. Veggonsi poi nel Codice Teodosiano varie leggi pubblicate in quest'anno contra degli eretici e de' pagani da Arcadio, il qual sempre soggiornò in Costantinopoli[Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.]. Altre ancora ne abbiamo spettanti all'imperadore Onorio, tutte scritte in Milano, a riserva d'una che ha la data di Brescia. Confermò egli tutti i privilegi alle Chiese cattoliche, sollevò la Campania, da un gran tributo; e con una costituzion generale accordò il perdono a chiunque avea preso l'armi in favore del tiranno Eugenio, e principalmente aFlavianoil giovane, figlio dell'altro che fu prefetto del pretorio, e partigiano spasimato di quell'usurpatore. L'anno è questo in cui santoAgostinofu ordinato vescovo d'Ippona[Prosper, in Chron. Cassiodorus, in Chronico.], oggidì Bona in Africa.


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