CCCXCVIIIAnno diCristoCCCXCVIII. Indiz.XI.Anastasiopapa 1.Arcadioimperadore 16 e 4.Onorioimperadore 6 e 4.ConsoliFlavio Onorio Augustoper la quarta volta, eFlavio Eutichiano.L'imperadoreOnorioprocedette console in Milano per la quarta volta.Flavio Eutichiano(che così si trova egli nominato in una inscrizione[Thesaur. novus Inscrip., pag. 194.]) fece la solennità del suo consolato in Costantinopoli, siccome console orientale. Era nel medesimo tempo prefetto del pretorio di Oriente, perchè non sussiste, come fu d'avviso il Tillemont, che quella prefettura fosse allora appoggiata aCesario[Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.]. Le leggi di Arcadio Augusto pertinenti all'anno presente quasi tutte son date in Costantinopoli, una in Nicea di Bitinia ed un'altra in Minizo della Galizia. Ordinò esso Augusto che fosse lecito ai Giudei di prendere i loro patriarchi per arbitrii nelle lor liti civili, e che i giudici dovessero eseguire i laudi proferiti da essi: il che con altra legge promulgata in quest'anno fu medesimamente conceduto ai vescovi della Chiesa cattolica. Contra degli eretici eunomiani e montanisti uscirono rigorosissime pene, ed altre ancora contro gli uffiziali militari che permettevano ai soldati di pascolare i lor cavalli nelle praterie dei particolari. Ma più delle altre leggi strepito fece una data nel dì 27 di luglio, di cui parla anche Socrate[Socrat., l. 6, cap. 5.], come procurata e voluta daEutropio, ministro onnipotente nella corte di Arcadio. In questo anno fu essa pubblicata, e non già nel 396, come stimò il Tillemont[Tillemont, Mémoires des Empereurs.], citando Sozomeno[Sozom., lib. 8, cap. 7.], perchè tanto questo storico, quanto Socrate attestano che non molto dappoila vendetta di Dio cadde sopra il medesimo Eutropio. Questa legge fu che a niuno ricercato dalla giustizia fosse lecito il rifugiarsi nelle chiese, e che questi tali avessero da estrarsi di là per forza, e dovessero anche più severamente essere puniti per sì fatto ricorso. Troppi nemici si andava ogni dì facendo colla sua prepotenza ed avidità l'iniquo Eutropio, ed egli non voleva che alcuno fosse salvo dalle sue mani. È sembrato e sembra a molte savie persone, essere cosa ingiusta che le chiese di Dio servano di asilo e protezione ai malfattori che turbano la quiete del pubblico, ma giusta, per lo contrario, che sieno il rifugio dei miserabili. Certamente pare che non possa neppur piacere a Dio l'impunità dei gravi misfatti con malizia commessi, perchè troppo incomodo e danno proviene ai comuni dal sofferire nel loro seno certe erbe cattive, e si dee aver più carità ad un popolo intero che ad un particolare scellerato. E quando pur anche sia convenevole ammettere un asilo per cadauna città e terra, di cui godano varii delinquenti, non si dovrebbe permettere tanta moltiplicità d'altri asili, quanta è dappertutto la copia delle chiese e degli oratorii. Permise Iddio che non istesse molto lo stesso Eutropio a provar egli stesso l'ingiustizia di questa esorbitante legge; e ciò avvenne nel seguente anno. Varie appendici ancora conteneva il medesimo editto, e fra le altre cose era proibito ai debitori di qualunque fatta il godere della immunità de' sacri luoghi; e qualora gli ecclesiastici alla prima chiamata non li consegnavano alle mani della giustizia, erano costretti gli economi delle chiese a pagar quei debiti col danaro delle chiese medesime. Ma perchè questo ed altri capi della legge suddetta oltrepassavano le misure del giusto, della carità e del decoro della casa di Dio, fu poi da altre susseguenti riformata e corretta.Noi lasciammoStiliconeconte, e generalissimo dell'Augusto Onorio, tuttoaffaccendato nell'armamento per procedere contra di Gildone conte, usurpatore dell'Africa; quando la fortuna gli presentò un buon regalo[Zosim., lib. 5, cap. 11. Orosius, lib. 7, cap. 36. Claud., de Laud. Stilic.]. Avea Gildone un fratello, appellatoMasceldeloMascezel, di professione cristiano, il quale, tra perchè vide in pericolo più volte la vita sua per le barbarie del fratello, e perchè non volle aver parte alla ribellione da lui meditata, se ne fuggì in Italia alla corte imperiale. Restarono due suoi figliuoli in Africa uffiziali di milizie; Gildone per vendetta amendue li fece uccidere: il che fu una lettera di maggiore raccomandazione per Mascezel appresso di Stilicone. Destinato questo Africano per capitan generale dell'armata allestita contra di suo fratello, fece vela con una possente flotta da Pisa, non ancor venuta la primavera di quest'anno. Abbiamo da Orosio che in passando Mascezel in vicinanza dell'isola della Capraia, dove, abitava allora un gran numero di santi romiti, si fece sbarcare colà, e siccome egli ero cristiano, così tanto fece colle sue preghiere, che indusse alcuni di que' buoni servi di Dio ad andar seco in quella spedizione. La lor compagnia, le preghiere, i digiuni, ch'egli con lor faceva, e il cantar egli de' salmi con essi, furono quell'armi, nelle quali egli maggiormente ripose la speranza della vittoria. Sbarcò l'esercito romano nell'Africa, e si accampò nella Numidia fra Tebaste e Metredera; ma poco tardò ad accorgersi della sua debolezza in confronto di quello che dalle molte nazioni africane aveva ammassato Gildone[Claud., de Laud. Stiliconis.]. Scrivono ch'egli menò in campo settanta mila combattenti, con deridere per conseguente il poco numero de' Romani, e con vantarsi di farli tutti calpestare dalla sua cavalleria[Paulin., Vit. s. Ambros.]. In fatti Mascezel, ben pesate le strabocchevoli forze nemiche, ad altronon pensava che a ritirarsi, quando una notte, per attestato di Paolino nella vita di san Ambrosio, gli apparve in sogno questo santo arcivescovo con un bastone in mano. Si gittò a' suoi piedi Mascezel, ed il santo col bastone tre volte picchiò in terra dicendo:Qui, qui, qui,e disparve. Prese da tal visione il generale gran fidanza della vittoria in quel medesimo sito, e fra tre dì; e però stette saldo. Dopo aver dunque passata la notte precedente al terzo giorno[Orosius, lib. 7, cap. 36. Marcell. Comes, in Chronic.]in pregar Dio e salmeggiare, ed essersi munito col sacramento celeste, fatto giorno, mise in armi le sue genti per ben ricevere i nemici che si appressavano. Forse era sul fine di marzo. Alle prime schiere di Gildone, nelle quali s'incontrò, parlò di pace; ma perchè da uno degl'alfieri avversarii gli fu riposto con insolenza, gli diede un colpo di spada nel braccio, per cui la di lui bandiera si abbassò. Coloro che erano più addietro, mirando quel segno, ed avvisandosi che i primi si fossero renduti, calarono anche essi a gara le loro insegne, a si arrenderono a Mascezel. Probabilmente erano milizie romane costoro. I Barbari, veggendosi così abbandonati dai primi, presi dalla paura, dopo qualche leggiero combattimento, voltarono tutti le spalle[Claud., de Laud. Stiliconis.]. Ebbe Gildone tempo da fuggire in una nave, ma sorpreso da burrasca, fu suo malgrado spinto al porto vicino ad Ippona, dove gli vennero messe le mani addosso. Esposto agli scherni del popolo, fu poi cacciato in prigione, dove fra pochi giorni si trovò strangolato, per quanto si disse, di propria mano, senza che suo fratello Mascezel, ch'era lungi di là, venisse a sapere il gastigo datogli da Dio, se non dopo il fatto[Idacius, in Chron.]. In questa miracolosa maniera si dissipò quel temporale, e tornò l'Africa alla quieta primiera.Zosimo[Zosimus, lib. 5, cap. 12.]in due parole scrive che Gildone rimasto in una campale giornata sconfitto dal fratello, per non cadere in mano di lui, s'impiccò per la gola. Ma Paolo Orosio, che pochi anni dopo fu in Africa, ed informossi ben del fatto, e Paolino scrittore contemporaneo della vita di sant'Ambrosio, e Marcellino conte, ci assicurano che la faccenda passò come abbiam detto, sicchè in Roma nello stesso tempo fu portata la nuova dello sbarco de' nemici, e della presa di Gildone. I beni di costui, ch'erano immensi, e di assaissimi complici suoi, rimasero preda del fisco. La moglie e la sorella di lui si ritirarono a Costantinopoli, doveSalvinadi lui figlia era maritata con un cugino germano di Arcadio Augusto, chiamatoNebridio. Queste donne si veggono lodate dipoi da san Girolamo[Hieron., in Epist.]e da Palladio[Pallad., in Dialog.]per la loro pietà. TornosseneMascezelvittorioso a Milano, dove fu accolto con assai carezze, e caricato di speranze da Stilicone. Ma o sia ch'egli pretendesse troppo, e che Stilicone, uomo tutto di mondo, nulla volesse dargli, abbiamo da Zosimo che Stilicone se ne sbrigò in una barbarica forma; perchè un dì cavalcando in sua compagnia con altri molti, Mascezel, nel passare sopra il ponte di un fiume, egli fu, per ordine di Stilicone, rovesciato nell'acqua, dove miseramente perì. Orosio[Orosius, lib. 7, cap. 36.]aggiugne essersi egli insuperbito forte dopo la vittoria suddetta, e che più non curando la compagnia dei servi del Signore, osò anche violare il rispetto dovuto alle chiese, con estrarne per forza persone colà rifugiate, probabilmente complici di Gildone, ed aver egli perciò irritata la giustizia di Dio. Ma non lasciò per questo di dar negli occhi di ognuno la perfidia ed ingratitudine di Stilicone.Sempre più intento questo ministro,siccome arbitro della corte di Onorio, a stabilir la propria fortuna e possanza, non era ancor giunto esso Augusto all'età di quattordici anni[Claud., de Laudib. Stilicon. Zosim., lib. 5, cap. 12.], quando gli fece prender per moglieNariafigliuola sua, e diSerenacugina del medesimo Onorio, ancorchè neppur essa fosse in età nubile. Allorchè fu portata a Milano la nuova della disfatta di Gildone, si facevano tuttavia le allegrezze per tali nozze, nozze celebrate da Claudiano con un poema, e colla predizione di molti re che ne doveano nascere. Ma Claudiano era poeta, e non profeta: del che meglio si accorgeremo andando innanzi. Nel dì 26 di novembre dell'anno presente[Anast., Bibliothec. Baronius, Pagius, Papebrochius, etc.]terminò Siricio romano pontefice la sua gloriosa vita, con avere meritato per le sue molte virtù d'essere annoverato fra i santi. Della durazion del suo pontificato già parlammo di sopra in riferir la sua elezione. Ebbe per successore nella sedia di san PietroAnastasiodi nazione Romano. Non abbiamo lumi sufficienti dalla storia per intendere meglio ciò che circa questi tempi Claudiano[Claud., de Laudib. Stilicon.]accenna delle azioni di Onorio Augusto e di Stilicone suocero suo, dicendo ch'erano occupati a ricevere le sommissioni degli Alamanni, Svevi e Sicambri. V'ha una legge[L.Quoniamde Censitor. Cod. Theodos.]di questo imperadore, data nel dì 5 d'aprile dell'anno seguente, dove si parla di Barbari di diverse nazioni passati ad abitar nel paese romano. Questi tali venivano chiamati nelle GallieLeti; e le terre che loro si davano da coltivare portavano il nome diletiche, con obbligo imposto ad essi di servire, occorrendo, nell'armate dell'imperadore, e per conseguente erano specie di benefizii o feudi. Gran dubbio ho io che iLitioLidipiù volte nominati nei Capitolari di Carlo Magno, e che, secondo le prove da me addotte altrove[Antiquit. Italic. Tom. I, Dissert. XV.], non eranoservi, ma uomini liberi, potessero essere gli stessi cheLetidi questi tempi, avendo potuto durare il lor nome sino al secolo nono. Essendo mancato di vita nel settembre del precedente annoNettarioarcivescovo di Costantinopoli[Marcellinus Comes, in Chronic. Socrati, lib. 6, cap. 2.], sanGiovanni Grisostomofu nel dì 26 di febbraio dell'anno presente posto in quella cattedra con applauso di tutto il popolo. Questa fu una delle più lodevoli azioni che mai si facesse Eutropio, da noi veduto direttor supremo della corte di Arcadio Augusto. Imperciocchè egli fu quegli che fece venir da Antiochia questo santo e mirabil ingegno, e procurò che in lui cadesse l'elezione per l'arcivescovato di Costantinopoli. Felice sarebbe stato costui[Chrysost., Orat. in Eutrop.]se avesse saputo profittare dell'amicizia di questo incomparabile dottor della Chiesa di Dio, il quale non mancò di fargli conoscere la vanità delle speranze umane, fondate sopra illustri dignità e sopra molte ricchezze; ma egli, ubbriaco della sua grandezza e cieco nella fortuna presente, si dovette ridere di lui, con giungere poi nel seguente anno a disingannarsi, ma senza che punto gli giovasse un tal disinganno. Teofane[Theoph., in Chronogr.]osserva cheLibaniosofista pagano, interrogato prima di morire, chi dovesse a lui succedere nella scuola, rispose:Io direi Giovanni(appellato dipoi Grisostomo)se non ce l'avessero rubato i Cristiani; tanto era fin d'allora stimato il suo ingegno, prezzata la sua eloquenza.
Consoli
Flavio Onorio Augustoper la quarta volta, eFlavio Eutichiano.
L'imperadoreOnorioprocedette console in Milano per la quarta volta.Flavio Eutichiano(che così si trova egli nominato in una inscrizione[Thesaur. novus Inscrip., pag. 194.]) fece la solennità del suo consolato in Costantinopoli, siccome console orientale. Era nel medesimo tempo prefetto del pretorio di Oriente, perchè non sussiste, come fu d'avviso il Tillemont, che quella prefettura fosse allora appoggiata aCesario[Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.]. Le leggi di Arcadio Augusto pertinenti all'anno presente quasi tutte son date in Costantinopoli, una in Nicea di Bitinia ed un'altra in Minizo della Galizia. Ordinò esso Augusto che fosse lecito ai Giudei di prendere i loro patriarchi per arbitrii nelle lor liti civili, e che i giudici dovessero eseguire i laudi proferiti da essi: il che con altra legge promulgata in quest'anno fu medesimamente conceduto ai vescovi della Chiesa cattolica. Contra degli eretici eunomiani e montanisti uscirono rigorosissime pene, ed altre ancora contro gli uffiziali militari che permettevano ai soldati di pascolare i lor cavalli nelle praterie dei particolari. Ma più delle altre leggi strepito fece una data nel dì 27 di luglio, di cui parla anche Socrate[Socrat., l. 6, cap. 5.], come procurata e voluta daEutropio, ministro onnipotente nella corte di Arcadio. In questo anno fu essa pubblicata, e non già nel 396, come stimò il Tillemont[Tillemont, Mémoires des Empereurs.], citando Sozomeno[Sozom., lib. 8, cap. 7.], perchè tanto questo storico, quanto Socrate attestano che non molto dappoila vendetta di Dio cadde sopra il medesimo Eutropio. Questa legge fu che a niuno ricercato dalla giustizia fosse lecito il rifugiarsi nelle chiese, e che questi tali avessero da estrarsi di là per forza, e dovessero anche più severamente essere puniti per sì fatto ricorso. Troppi nemici si andava ogni dì facendo colla sua prepotenza ed avidità l'iniquo Eutropio, ed egli non voleva che alcuno fosse salvo dalle sue mani. È sembrato e sembra a molte savie persone, essere cosa ingiusta che le chiese di Dio servano di asilo e protezione ai malfattori che turbano la quiete del pubblico, ma giusta, per lo contrario, che sieno il rifugio dei miserabili. Certamente pare che non possa neppur piacere a Dio l'impunità dei gravi misfatti con malizia commessi, perchè troppo incomodo e danno proviene ai comuni dal sofferire nel loro seno certe erbe cattive, e si dee aver più carità ad un popolo intero che ad un particolare scellerato. E quando pur anche sia convenevole ammettere un asilo per cadauna città e terra, di cui godano varii delinquenti, non si dovrebbe permettere tanta moltiplicità d'altri asili, quanta è dappertutto la copia delle chiese e degli oratorii. Permise Iddio che non istesse molto lo stesso Eutropio a provar egli stesso l'ingiustizia di questa esorbitante legge; e ciò avvenne nel seguente anno. Varie appendici ancora conteneva il medesimo editto, e fra le altre cose era proibito ai debitori di qualunque fatta il godere della immunità de' sacri luoghi; e qualora gli ecclesiastici alla prima chiamata non li consegnavano alle mani della giustizia, erano costretti gli economi delle chiese a pagar quei debiti col danaro delle chiese medesime. Ma perchè questo ed altri capi della legge suddetta oltrepassavano le misure del giusto, della carità e del decoro della casa di Dio, fu poi da altre susseguenti riformata e corretta.
Noi lasciammoStiliconeconte, e generalissimo dell'Augusto Onorio, tuttoaffaccendato nell'armamento per procedere contra di Gildone conte, usurpatore dell'Africa; quando la fortuna gli presentò un buon regalo[Zosim., lib. 5, cap. 11. Orosius, lib. 7, cap. 36. Claud., de Laud. Stilic.]. Avea Gildone un fratello, appellatoMasceldeloMascezel, di professione cristiano, il quale, tra perchè vide in pericolo più volte la vita sua per le barbarie del fratello, e perchè non volle aver parte alla ribellione da lui meditata, se ne fuggì in Italia alla corte imperiale. Restarono due suoi figliuoli in Africa uffiziali di milizie; Gildone per vendetta amendue li fece uccidere: il che fu una lettera di maggiore raccomandazione per Mascezel appresso di Stilicone. Destinato questo Africano per capitan generale dell'armata allestita contra di suo fratello, fece vela con una possente flotta da Pisa, non ancor venuta la primavera di quest'anno. Abbiamo da Orosio che in passando Mascezel in vicinanza dell'isola della Capraia, dove, abitava allora un gran numero di santi romiti, si fece sbarcare colà, e siccome egli ero cristiano, così tanto fece colle sue preghiere, che indusse alcuni di que' buoni servi di Dio ad andar seco in quella spedizione. La lor compagnia, le preghiere, i digiuni, ch'egli con lor faceva, e il cantar egli de' salmi con essi, furono quell'armi, nelle quali egli maggiormente ripose la speranza della vittoria. Sbarcò l'esercito romano nell'Africa, e si accampò nella Numidia fra Tebaste e Metredera; ma poco tardò ad accorgersi della sua debolezza in confronto di quello che dalle molte nazioni africane aveva ammassato Gildone[Claud., de Laud. Stiliconis.]. Scrivono ch'egli menò in campo settanta mila combattenti, con deridere per conseguente il poco numero de' Romani, e con vantarsi di farli tutti calpestare dalla sua cavalleria[Paulin., Vit. s. Ambros.]. In fatti Mascezel, ben pesate le strabocchevoli forze nemiche, ad altronon pensava che a ritirarsi, quando una notte, per attestato di Paolino nella vita di san Ambrosio, gli apparve in sogno questo santo arcivescovo con un bastone in mano. Si gittò a' suoi piedi Mascezel, ed il santo col bastone tre volte picchiò in terra dicendo:Qui, qui, qui,e disparve. Prese da tal visione il generale gran fidanza della vittoria in quel medesimo sito, e fra tre dì; e però stette saldo. Dopo aver dunque passata la notte precedente al terzo giorno[Orosius, lib. 7, cap. 36. Marcell. Comes, in Chronic.]in pregar Dio e salmeggiare, ed essersi munito col sacramento celeste, fatto giorno, mise in armi le sue genti per ben ricevere i nemici che si appressavano. Forse era sul fine di marzo. Alle prime schiere di Gildone, nelle quali s'incontrò, parlò di pace; ma perchè da uno degl'alfieri avversarii gli fu riposto con insolenza, gli diede un colpo di spada nel braccio, per cui la di lui bandiera si abbassò. Coloro che erano più addietro, mirando quel segno, ed avvisandosi che i primi si fossero renduti, calarono anche essi a gara le loro insegne, a si arrenderono a Mascezel. Probabilmente erano milizie romane costoro. I Barbari, veggendosi così abbandonati dai primi, presi dalla paura, dopo qualche leggiero combattimento, voltarono tutti le spalle[Claud., de Laud. Stiliconis.]. Ebbe Gildone tempo da fuggire in una nave, ma sorpreso da burrasca, fu suo malgrado spinto al porto vicino ad Ippona, dove gli vennero messe le mani addosso. Esposto agli scherni del popolo, fu poi cacciato in prigione, dove fra pochi giorni si trovò strangolato, per quanto si disse, di propria mano, senza che suo fratello Mascezel, ch'era lungi di là, venisse a sapere il gastigo datogli da Dio, se non dopo il fatto[Idacius, in Chron.]. In questa miracolosa maniera si dissipò quel temporale, e tornò l'Africa alla quieta primiera.Zosimo[Zosimus, lib. 5, cap. 12.]in due parole scrive che Gildone rimasto in una campale giornata sconfitto dal fratello, per non cadere in mano di lui, s'impiccò per la gola. Ma Paolo Orosio, che pochi anni dopo fu in Africa, ed informossi ben del fatto, e Paolino scrittore contemporaneo della vita di sant'Ambrosio, e Marcellino conte, ci assicurano che la faccenda passò come abbiam detto, sicchè in Roma nello stesso tempo fu portata la nuova dello sbarco de' nemici, e della presa di Gildone. I beni di costui, ch'erano immensi, e di assaissimi complici suoi, rimasero preda del fisco. La moglie e la sorella di lui si ritirarono a Costantinopoli, doveSalvinadi lui figlia era maritata con un cugino germano di Arcadio Augusto, chiamatoNebridio. Queste donne si veggono lodate dipoi da san Girolamo[Hieron., in Epist.]e da Palladio[Pallad., in Dialog.]per la loro pietà. TornosseneMascezelvittorioso a Milano, dove fu accolto con assai carezze, e caricato di speranze da Stilicone. Ma o sia ch'egli pretendesse troppo, e che Stilicone, uomo tutto di mondo, nulla volesse dargli, abbiamo da Zosimo che Stilicone se ne sbrigò in una barbarica forma; perchè un dì cavalcando in sua compagnia con altri molti, Mascezel, nel passare sopra il ponte di un fiume, egli fu, per ordine di Stilicone, rovesciato nell'acqua, dove miseramente perì. Orosio[Orosius, lib. 7, cap. 36.]aggiugne essersi egli insuperbito forte dopo la vittoria suddetta, e che più non curando la compagnia dei servi del Signore, osò anche violare il rispetto dovuto alle chiese, con estrarne per forza persone colà rifugiate, probabilmente complici di Gildone, ed aver egli perciò irritata la giustizia di Dio. Ma non lasciò per questo di dar negli occhi di ognuno la perfidia ed ingratitudine di Stilicone.
Sempre più intento questo ministro,siccome arbitro della corte di Onorio, a stabilir la propria fortuna e possanza, non era ancor giunto esso Augusto all'età di quattordici anni[Claud., de Laudib. Stilicon. Zosim., lib. 5, cap. 12.], quando gli fece prender per moglieNariafigliuola sua, e diSerenacugina del medesimo Onorio, ancorchè neppur essa fosse in età nubile. Allorchè fu portata a Milano la nuova della disfatta di Gildone, si facevano tuttavia le allegrezze per tali nozze, nozze celebrate da Claudiano con un poema, e colla predizione di molti re che ne doveano nascere. Ma Claudiano era poeta, e non profeta: del che meglio si accorgeremo andando innanzi. Nel dì 26 di novembre dell'anno presente[Anast., Bibliothec. Baronius, Pagius, Papebrochius, etc.]terminò Siricio romano pontefice la sua gloriosa vita, con avere meritato per le sue molte virtù d'essere annoverato fra i santi. Della durazion del suo pontificato già parlammo di sopra in riferir la sua elezione. Ebbe per successore nella sedia di san PietroAnastasiodi nazione Romano. Non abbiamo lumi sufficienti dalla storia per intendere meglio ciò che circa questi tempi Claudiano[Claud., de Laudib. Stilicon.]accenna delle azioni di Onorio Augusto e di Stilicone suocero suo, dicendo ch'erano occupati a ricevere le sommissioni degli Alamanni, Svevi e Sicambri. V'ha una legge[L.Quoniamde Censitor. Cod. Theodos.]di questo imperadore, data nel dì 5 d'aprile dell'anno seguente, dove si parla di Barbari di diverse nazioni passati ad abitar nel paese romano. Questi tali venivano chiamati nelle GallieLeti; e le terre che loro si davano da coltivare portavano il nome diletiche, con obbligo imposto ad essi di servire, occorrendo, nell'armate dell'imperadore, e per conseguente erano specie di benefizii o feudi. Gran dubbio ho io che iLitioLidipiù volte nominati nei Capitolari di Carlo Magno, e che, secondo le prove da me addotte altrove[Antiquit. Italic. Tom. I, Dissert. XV.], non eranoservi, ma uomini liberi, potessero essere gli stessi cheLetidi questi tempi, avendo potuto durare il lor nome sino al secolo nono. Essendo mancato di vita nel settembre del precedente annoNettarioarcivescovo di Costantinopoli[Marcellinus Comes, in Chronic. Socrati, lib. 6, cap. 2.], sanGiovanni Grisostomofu nel dì 26 di febbraio dell'anno presente posto in quella cattedra con applauso di tutto il popolo. Questa fu una delle più lodevoli azioni che mai si facesse Eutropio, da noi veduto direttor supremo della corte di Arcadio Augusto. Imperciocchè egli fu quegli che fece venir da Antiochia questo santo e mirabil ingegno, e procurò che in lui cadesse l'elezione per l'arcivescovato di Costantinopoli. Felice sarebbe stato costui[Chrysost., Orat. in Eutrop.]se avesse saputo profittare dell'amicizia di questo incomparabile dottor della Chiesa di Dio, il quale non mancò di fargli conoscere la vanità delle speranze umane, fondate sopra illustri dignità e sopra molte ricchezze; ma egli, ubbriaco della sua grandezza e cieco nella fortuna presente, si dovette ridere di lui, con giungere poi nel seguente anno a disingannarsi, ma senza che punto gli giovasse un tal disinganno. Teofane[Theoph., in Chronogr.]osserva cheLibaniosofista pagano, interrogato prima di morire, chi dovesse a lui succedere nella scuola, rispose:Io direi Giovanni(appellato dipoi Grisostomo)se non ce l'avessero rubato i Cristiani; tanto era fin d'allora stimato il suo ingegno, prezzata la sua eloquenza.