CCLXXIV

CCLXXIVAnno diCristoCCLXXIV. Indiz.II.Damasopapa 9.ValentinianoeValenteimperadori 11.Grazianoimperadore 8.ConsoliFlavio Graziano Augustoper la terza volta edEquizio.Il Relando[Reland., Fast. Consul.], appoggiato ad una delle inscrizioni del Gudio, chiama il secondo consoleCaio Equizio Valente. Già s'è detto che non si può far sicuro fondamento sulle memorie antiche del Gudio; e dacchè osserviamo che l'ordinario stile in nominar i consoli era quello di notar l'ultimo lor cognome o soprannome; qualora tali fossero stati i nomi di questo console, pare che nonEquizio, maValentedovesse comparir la di lui appellazione ne' Fasti. Fu in questo anno prefetto di RomaEuprassio, e dopo luiClaudio. Una legge del Codice Teodosiano[Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.], data nel dì 5 di febbraio dell'anno presente, ci fa veder tuttavia Valentiniano Augusto in Milano, dove si dovette fermare nel verno. Se ne ritornò dipoi, venuta la primavera, nelle Gallie; s'incontrano alcune sue leggi date in Treveri ne' mesi di maggio e giugno. Dopo aver lungamente descritto Ammiano[Ammianus, lib. 28, c. 1.]le rigorose, anzi crudeli giustizie fatte in Roma daMassiminovicario di Roma, tali certo che screditano il regno di Valentiniano Augusto, egli parla di altre fatte daSimplicio, succeduto a lui nel vicariato di quella gran città, e non men di lui sanguinario.Nobili non pochi dell'uno e dell'altro sesso, o furono tormentati o esiliati o privati di vita. Se tutti con ragione, se ne può dubitare. A me non piace di rattristar qui i lettori con sì funesti ritratti; ma non vo' già tacere che questi, per così dire, illustri carnefici di Valentiniano, cioèMassimino SimplicioeDoriferianodopo la morte di esso Augusto pagarono anch'essi il fio della lor crudeltà. Volle in quest'anno esso imperadore tentar di nuovo la fortuna delle sue armi contra degli Alamanni, e, passato il Reno coll'armata, lasciò che le soldatesche sue si facessero onore col saccheggiare un buon tratto del paese nemico. Poi si diede a fabbricare una fortezza in vicinanza di quella che oggidì chiamiamo Basilea. Quivi stando, ricevette daProbo, prefetto del pretorio dell'Illirico, l'avviso che i Quadi, fatta una fiera scorreria in quelle parti, davano anche da temere di peggio, ogni qualvolta non fosse spedito a lui opportunamente soccorso di gente. Il motivo, per cui que' popoli uscirono ai danni delle terre romane, fu il seguente. Già dicemmo le premure di Valentiniano, acciocchè a tutte le frontiere verso i Barbari si fabbricassero delle fortezze[Ammianus, lib. 29, cap. 6.].Equizioconsole di quest'anno e generale delle milizie nell'Illirico, secondo l'uso dei più potenti, ne piantò una di là dal Danubio nel paese de' Quadi. Ne fece doglianza quel popolo, e si fermò il lavoro. N'ebbe avvisoMarcellino, già divenuto prefetto del pretorio delle Gallie, uomo sempre portato all'alterigia e alla crudeltà, ed ottenne da Valentiniano che si spedisse colà Marcelliano suo figliuolo, con ordine e facoltà di compiere quel forte. Questo Marcelliano è chiamato Celestio da Zosimo[Zosimus, lib. 4, cap. 16.], forse perchè portò anche questo nome. Venuto dunque costui, ripigliò arditamente quella fabbrica, senza far caso alcuno delle pretensioni e querele dei Quadi. Perquesto il re loroGabiniosi portò in persona a trovar Marcelliano, e modestamente il pregò di desistere dal lavoro, con rappresentargli le sue ragioni. Lo accolse Marcelliano con civiltà, si mostrò inclinato ad esaudirlo, il tenne anche seco a tavola; ma dopo il convito, mentre egli voleva tornarsene a casa, il fece assassinare, e torgli la vita: tradimento infame e troppo indegno del nome romano, le cui conseguenze funeste tardarono poco a vedersi.Per tal ingiuria ed enorme prepotenza sommamente irritati i Quadi, trassero in lega i Sarmati, stomacati tutti dell'iniquo procedere de' Romani; e, passato il Danubio, vennero a farne vendetta con dare il sacco e guasto ad un gran tratto dell'Illirico. Poche erano allora nella Pannonia e nella Mesia le guarnigioni e forze dei Romani, perchè Valentiniano avea fatto passare in Africa alcune legioni[Ammian., lib. 29, cap. 6.]che ivi prima stanziavano: perciò niun ritegno trovarono al lor furore que' Barbari. Passò in così pericolosa congiuntura per la Pannonia la figliuola del fu imperadore Costanzo, che in una medaglia (se pure è fattura legittima) si vede appellataFlavia Massima Costanza[Mediobarbus, Numism. Imperat.]. Andava ella verso le Gallie per unirsi in matrimonio conGraziano Augustofigliuolo di Valentiniano. Poco vi mancò che questa principessa non fosse colta un dì da que' Barbari in una villa chiamata Pistrense.Messalagovernator della provincia ebbe la fortuna di trafugarla e di ridurla salva in Sirmio. Crebbe poi cotanto la possanza de' Quadi, cheProboprefetto del pretorio dell'Illirico, trovandosi in essa città di Sirmio, fu in procinto di abbandonarla. Ma avendo ripigliato il coraggio, e fatto quel preparamento che potè per difendersi, i Quadi non la toccarono, intenti, più che ad altro, a perseguitareEquizio, creduto da essi autore della morte di Gabinio loro re. In fatti diedero una rotta a due legioniromane comandate da lui, e stesero i lor saccheggi per buona parte della Pannonia. Vollero nello stesso tempo i Sarmati fare il medesimo giuoco nella Mesia superiore, ma quivi ritrovarono un forte ostacolo inTeodosiojuniore, figlio di quel Teodosio generale, che già vedemmo inviato in Africa per la ribellione di Fermo. Con titolo di duca governava allora esso Teodosio juniore quella provincia, e benchè giovinetto di prima barba, e provveduto di poche truppe[Themist., Orat. XIV. Zosimus, lib. 4, c. 16.], pure parte con astuzie militari e parte con arditi combattimenti, e con riportarne vittoria, così ben si maneggiò, che que' Barbari giudicarono meglio di trattar di pace: ottenuta la quale, scornati se ne ritornarono al loro paese. Portati gli avvisi di questa guerra dalle lettere di Probo a Valentiniano Augusto, siccome poco fa accennai, non se ne fidò egli, e spedì colàPaternianosuo segretario per chiarirsene meglio[Ammian., lib. 30, c. 3.]. Essendo poi questi ritornato con più cattive nuove, allora Valentiniano tutto impazienza volea cavalcare alla volta dell'Illirico; ma i suoi ufficiali tanto dissero, con rappresentargli la stagion troppo avanzata, e il pericolo cheMacrianore degli Alamanni, trovando sguernita di truppe la Gallia, potrebbe far dei malanni, che rimise alla primavera seguente il suo viaggio. Fu dunque presa la risoluzion di proporre la pace ad esso Macriano, con invitarlo a comparire alle rive del Reno. Venne egli in fatti pieno di albagia al vedersi ricercato di accordo, come s'egli avesse da dar la legge ai Romani. Comparve anche Valentiniano al congresso in barca con un magnifico seguito; ed in fine si stabilì fra loro la desiderata concordia. Mantenne poi Macriano fedelmente l'amicizia coi Romani; ma avendo dopo qualche tempo voluto entrar nel paese dei Franchi, e dargli disordinatamente il sacco, questa insolenzagli costò ben caro, perchè, colto in un'imboscata daMellobaude, chiamato re bellicoso di quella nazione da Ammiano, quivi lasciò la vita. Credesi oggidì che nell'anno presente accadesse in mirabil forma l'elezione[Hieronymus, in Chron.]di santoAmbrosioarcivescovo di Milano, alla cui consacrazione consentì volentieri Valentiniano che si era restituito a Treveri: intorno al qual fatto si può consultare la storia ecclesiastica.Ne' primi mesi di quest'anno, ed anche nel maggio, noi troviam tuttavia Valente Augusto in Antiochia[Gothofr., Chronol. Cod. Theodos.], dove stato era durante il verno il suo soggiorno. Quivi fu scoperta una congiura tramata contra di lui. Alcuni pagani, e specialmente certi filosofi, dati allora alla magia e ad altre arti o imposture per iscoprir l'avvenire[Zosimus, lib. 4, c. 13. Ammianus, lib. 21, cap. 1 et seq.], si avvisarono di cercar con sacrilega curiosità chi avesse da succedere nell'imperio ad esso Valente, giacchè tolto gli avea la morte l'unico suo figliuolo. Zonara[Zonar., in Annalib.]descrive la forma del sortilegio fatto da essi, da cui si raccolsero queste tre lettere TH, E ed O. Cercando coloro a chi potesse convenir tal predizione, niuno cadde loro in mente più a proposito di unTeodoro, ch'era in questi tempi secondo notaio, o sia segretario di Valente, giovane di bell'aspetto, letterato prudente, nobilmente nato nelle Gallie, e soprattutto pagano: il che servì a quei tali di stimolo a maggiormente crederlo destinato dai falsi dii al trono. Gliene parlarono, gliel fecero credere; ed egli invanitosi cominciò a tener delle combriccole per questo co' suoi aderenti; e poi, siccome fu provato, furono fatti dei tentativi contro la vita di Valente. Ma scopertosi l'affare, e ricavata la verità del fatto, un seminario fu questo di terribili processi e condanne, non solamente di chi avea tenutamano, ma ancora di molti innocenti, perchè Valente non si sapea saziare di perseguitare e punire chiunque ancora era sospettato di attendere alla negromanzia e ai mezzi d'indovinar le cose future. Teodoro fu strangolato, o pure gli fu mozzato il capo. Degli altri uccisi abbiamo una lunga lista presso Ammiano e Zosimo, e fra questi si contarono dei primi uffiziali della corte[Liban., in Vita sua. Socrates, lib. 4, cap. 19. Sozomenus, lib. 6, c. 35.]. Altri furono banditi, e massimamenteEusebioedIpazio, già stati consoli nell'anno 359, e cognati del fu Costanzo Augusto, i quali da lì a poco tempo furono richiamati con onore. Scaricossi ancora lo sdegno implacabile di Valente contro de' filosofi gentili d'allora, siccome persone tutte in concetto di attendere alla magia e principali autori di quella cospirazione. Ebbe fra gli altri tagliata la testaMassimo[Eunap., in Vit. Sophist., c. 3.]il più rinomato di tutti, che tanta figura avea fatto a' tempi di Giuliano Apostata discepolo suo.Libanio sofista[Liban., in Vita sua.], benchè anch'egli attaccato alla negromanzia, la scappò netta, perchè nulla si potè provare contra di lui. Ed allora fu che si fece una gran perquisizione dei libri che trattavano di magia e d'incanti, di sortilegii e di strologia giudiciaria: perchè non si può dire quanto ubbriachi allora fossero i gentili di sì fatte sacrileghe imposture. Gran copia d'essi fu pubblicamente bruciata nella piazza d'Antiochia, e questo fu l'unico bene della rigorosa giustizia, o, per dir meglio, della crudeltà inaudita che Valente esercitò in tal occasione. Crudeltà, dico, la qual anche più detestabil sarebbe stata, se fosse vero ciò che scrivono Socrate e Sozomeno, cioè che egli fece morir molte persone, perchè portavano il nome diTeodoro,Teodosio,Teodulo,Teodotoe simili; ma se ne può dubitare. Certo è che Dio preservò il giovineTeodosio, da noi veduto duca della Mesia, avendoloriserbato in vita per farne un'insigne imperadore, siccome a suo tempo vedremo. Nè già finì in quest'anno la carneficina suddetta, perchè durò il resto della vita di Valente. Ed ecco quanti mali può produrre (e n'abbiam veduto tanti altri esempli) la prosunzion degli uomini in voler indagare l'avvenire, paese riserbato alla cognizione del solo Dio. A queste tragiche scene un'altra ne aggiunse Valente Augusto. Tutte le apparenze sono cheParare dell'Armenia, dacchè implorò il patrocinio di esso imperadore contro de' Persiani, osservasse una fedeltà onorata verso di lui.Terenzioduca allora, per quanto sembra, difensor dell'Armenia, con più lettere lo andò screditando presso del medesimo Augusto[Ammian., lib. 30, cap. 1.], rappresentandolo per inumano verso de' suoi sudditi, e vicino ad accordarsi coi Persiani. Valente perciò il chiamò a Tarso città della Cilicia, dove, dopo di essersi fermato non poco tempo senza ottener licenza di passare alla corte, venne scoprendo i mali uffizii fatti contra di lui, e che si meditava di mettere in Armenia un altro re. Bastò questo, perchè egli con trecento de' suoi che l'aveano accompagnato se ne fuggisse, ed ebbe la fortuna di ritirarsi, al dispetto di chi il seguitò, salvo nei proprii Stati. Non lasciò egli per questo di star fedele verso i Romani; ma Valente, che non sel potea persuadere, diede segreta incumbenza aTraianoconte, comandante dell'armi romane in Armenia, di sbrigarsi di lui in qualche maniera. In fatti Traiano tanto seppe adescare l'incauto re con finte lusinghe, che il trasse un di seco a pranzo. Sul più bello del convito entrò un sicario che gli tolse la vita: assassinio infame commesso contro le leggi dell'ospitalità venerate dai Barbari stessi, e simile all'altro che abbiam veduto di sopra, di Gabinio re dei Quadi: tanto era decaduta la virtù nei petti romani.

Consoli

Flavio Graziano Augustoper la terza volta edEquizio.

Il Relando[Reland., Fast. Consul.], appoggiato ad una delle inscrizioni del Gudio, chiama il secondo consoleCaio Equizio Valente. Già s'è detto che non si può far sicuro fondamento sulle memorie antiche del Gudio; e dacchè osserviamo che l'ordinario stile in nominar i consoli era quello di notar l'ultimo lor cognome o soprannome; qualora tali fossero stati i nomi di questo console, pare che nonEquizio, maValentedovesse comparir la di lui appellazione ne' Fasti. Fu in questo anno prefetto di RomaEuprassio, e dopo luiClaudio. Una legge del Codice Teodosiano[Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.], data nel dì 5 di febbraio dell'anno presente, ci fa veder tuttavia Valentiniano Augusto in Milano, dove si dovette fermare nel verno. Se ne ritornò dipoi, venuta la primavera, nelle Gallie; s'incontrano alcune sue leggi date in Treveri ne' mesi di maggio e giugno. Dopo aver lungamente descritto Ammiano[Ammianus, lib. 28, c. 1.]le rigorose, anzi crudeli giustizie fatte in Roma daMassiminovicario di Roma, tali certo che screditano il regno di Valentiniano Augusto, egli parla di altre fatte daSimplicio, succeduto a lui nel vicariato di quella gran città, e non men di lui sanguinario.Nobili non pochi dell'uno e dell'altro sesso, o furono tormentati o esiliati o privati di vita. Se tutti con ragione, se ne può dubitare. A me non piace di rattristar qui i lettori con sì funesti ritratti; ma non vo' già tacere che questi, per così dire, illustri carnefici di Valentiniano, cioèMassimino SimplicioeDoriferianodopo la morte di esso Augusto pagarono anch'essi il fio della lor crudeltà. Volle in quest'anno esso imperadore tentar di nuovo la fortuna delle sue armi contra degli Alamanni, e, passato il Reno coll'armata, lasciò che le soldatesche sue si facessero onore col saccheggiare un buon tratto del paese nemico. Poi si diede a fabbricare una fortezza in vicinanza di quella che oggidì chiamiamo Basilea. Quivi stando, ricevette daProbo, prefetto del pretorio dell'Illirico, l'avviso che i Quadi, fatta una fiera scorreria in quelle parti, davano anche da temere di peggio, ogni qualvolta non fosse spedito a lui opportunamente soccorso di gente. Il motivo, per cui que' popoli uscirono ai danni delle terre romane, fu il seguente. Già dicemmo le premure di Valentiniano, acciocchè a tutte le frontiere verso i Barbari si fabbricassero delle fortezze[Ammianus, lib. 29, cap. 6.].Equizioconsole di quest'anno e generale delle milizie nell'Illirico, secondo l'uso dei più potenti, ne piantò una di là dal Danubio nel paese de' Quadi. Ne fece doglianza quel popolo, e si fermò il lavoro. N'ebbe avvisoMarcellino, già divenuto prefetto del pretorio delle Gallie, uomo sempre portato all'alterigia e alla crudeltà, ed ottenne da Valentiniano che si spedisse colà Marcelliano suo figliuolo, con ordine e facoltà di compiere quel forte. Questo Marcelliano è chiamato Celestio da Zosimo[Zosimus, lib. 4, cap. 16.], forse perchè portò anche questo nome. Venuto dunque costui, ripigliò arditamente quella fabbrica, senza far caso alcuno delle pretensioni e querele dei Quadi. Perquesto il re loroGabiniosi portò in persona a trovar Marcelliano, e modestamente il pregò di desistere dal lavoro, con rappresentargli le sue ragioni. Lo accolse Marcelliano con civiltà, si mostrò inclinato ad esaudirlo, il tenne anche seco a tavola; ma dopo il convito, mentre egli voleva tornarsene a casa, il fece assassinare, e torgli la vita: tradimento infame e troppo indegno del nome romano, le cui conseguenze funeste tardarono poco a vedersi.

Per tal ingiuria ed enorme prepotenza sommamente irritati i Quadi, trassero in lega i Sarmati, stomacati tutti dell'iniquo procedere de' Romani; e, passato il Danubio, vennero a farne vendetta con dare il sacco e guasto ad un gran tratto dell'Illirico. Poche erano allora nella Pannonia e nella Mesia le guarnigioni e forze dei Romani, perchè Valentiniano avea fatto passare in Africa alcune legioni[Ammian., lib. 29, cap. 6.]che ivi prima stanziavano: perciò niun ritegno trovarono al lor furore que' Barbari. Passò in così pericolosa congiuntura per la Pannonia la figliuola del fu imperadore Costanzo, che in una medaglia (se pure è fattura legittima) si vede appellataFlavia Massima Costanza[Mediobarbus, Numism. Imperat.]. Andava ella verso le Gallie per unirsi in matrimonio conGraziano Augustofigliuolo di Valentiniano. Poco vi mancò che questa principessa non fosse colta un dì da que' Barbari in una villa chiamata Pistrense.Messalagovernator della provincia ebbe la fortuna di trafugarla e di ridurla salva in Sirmio. Crebbe poi cotanto la possanza de' Quadi, cheProboprefetto del pretorio dell'Illirico, trovandosi in essa città di Sirmio, fu in procinto di abbandonarla. Ma avendo ripigliato il coraggio, e fatto quel preparamento che potè per difendersi, i Quadi non la toccarono, intenti, più che ad altro, a perseguitareEquizio, creduto da essi autore della morte di Gabinio loro re. In fatti diedero una rotta a due legioniromane comandate da lui, e stesero i lor saccheggi per buona parte della Pannonia. Vollero nello stesso tempo i Sarmati fare il medesimo giuoco nella Mesia superiore, ma quivi ritrovarono un forte ostacolo inTeodosiojuniore, figlio di quel Teodosio generale, che già vedemmo inviato in Africa per la ribellione di Fermo. Con titolo di duca governava allora esso Teodosio juniore quella provincia, e benchè giovinetto di prima barba, e provveduto di poche truppe[Themist., Orat. XIV. Zosimus, lib. 4, c. 16.], pure parte con astuzie militari e parte con arditi combattimenti, e con riportarne vittoria, così ben si maneggiò, che que' Barbari giudicarono meglio di trattar di pace: ottenuta la quale, scornati se ne ritornarono al loro paese. Portati gli avvisi di questa guerra dalle lettere di Probo a Valentiniano Augusto, siccome poco fa accennai, non se ne fidò egli, e spedì colàPaternianosuo segretario per chiarirsene meglio[Ammian., lib. 30, c. 3.]. Essendo poi questi ritornato con più cattive nuove, allora Valentiniano tutto impazienza volea cavalcare alla volta dell'Illirico; ma i suoi ufficiali tanto dissero, con rappresentargli la stagion troppo avanzata, e il pericolo cheMacrianore degli Alamanni, trovando sguernita di truppe la Gallia, potrebbe far dei malanni, che rimise alla primavera seguente il suo viaggio. Fu dunque presa la risoluzion di proporre la pace ad esso Macriano, con invitarlo a comparire alle rive del Reno. Venne egli in fatti pieno di albagia al vedersi ricercato di accordo, come s'egli avesse da dar la legge ai Romani. Comparve anche Valentiniano al congresso in barca con un magnifico seguito; ed in fine si stabilì fra loro la desiderata concordia. Mantenne poi Macriano fedelmente l'amicizia coi Romani; ma avendo dopo qualche tempo voluto entrar nel paese dei Franchi, e dargli disordinatamente il sacco, questa insolenzagli costò ben caro, perchè, colto in un'imboscata daMellobaude, chiamato re bellicoso di quella nazione da Ammiano, quivi lasciò la vita. Credesi oggidì che nell'anno presente accadesse in mirabil forma l'elezione[Hieronymus, in Chron.]di santoAmbrosioarcivescovo di Milano, alla cui consacrazione consentì volentieri Valentiniano che si era restituito a Treveri: intorno al qual fatto si può consultare la storia ecclesiastica.

Ne' primi mesi di quest'anno, ed anche nel maggio, noi troviam tuttavia Valente Augusto in Antiochia[Gothofr., Chronol. Cod. Theodos.], dove stato era durante il verno il suo soggiorno. Quivi fu scoperta una congiura tramata contra di lui. Alcuni pagani, e specialmente certi filosofi, dati allora alla magia e ad altre arti o imposture per iscoprir l'avvenire[Zosimus, lib. 4, c. 13. Ammianus, lib. 21, cap. 1 et seq.], si avvisarono di cercar con sacrilega curiosità chi avesse da succedere nell'imperio ad esso Valente, giacchè tolto gli avea la morte l'unico suo figliuolo. Zonara[Zonar., in Annalib.]descrive la forma del sortilegio fatto da essi, da cui si raccolsero queste tre lettere TH, E ed O. Cercando coloro a chi potesse convenir tal predizione, niuno cadde loro in mente più a proposito di unTeodoro, ch'era in questi tempi secondo notaio, o sia segretario di Valente, giovane di bell'aspetto, letterato prudente, nobilmente nato nelle Gallie, e soprattutto pagano: il che servì a quei tali di stimolo a maggiormente crederlo destinato dai falsi dii al trono. Gliene parlarono, gliel fecero credere; ed egli invanitosi cominciò a tener delle combriccole per questo co' suoi aderenti; e poi, siccome fu provato, furono fatti dei tentativi contro la vita di Valente. Ma scopertosi l'affare, e ricavata la verità del fatto, un seminario fu questo di terribili processi e condanne, non solamente di chi avea tenutamano, ma ancora di molti innocenti, perchè Valente non si sapea saziare di perseguitare e punire chiunque ancora era sospettato di attendere alla negromanzia e ai mezzi d'indovinar le cose future. Teodoro fu strangolato, o pure gli fu mozzato il capo. Degli altri uccisi abbiamo una lunga lista presso Ammiano e Zosimo, e fra questi si contarono dei primi uffiziali della corte[Liban., in Vita sua. Socrates, lib. 4, cap. 19. Sozomenus, lib. 6, c. 35.]. Altri furono banditi, e massimamenteEusebioedIpazio, già stati consoli nell'anno 359, e cognati del fu Costanzo Augusto, i quali da lì a poco tempo furono richiamati con onore. Scaricossi ancora lo sdegno implacabile di Valente contro de' filosofi gentili d'allora, siccome persone tutte in concetto di attendere alla magia e principali autori di quella cospirazione. Ebbe fra gli altri tagliata la testaMassimo[Eunap., in Vit. Sophist., c. 3.]il più rinomato di tutti, che tanta figura avea fatto a' tempi di Giuliano Apostata discepolo suo.Libanio sofista[Liban., in Vita sua.], benchè anch'egli attaccato alla negromanzia, la scappò netta, perchè nulla si potè provare contra di lui. Ed allora fu che si fece una gran perquisizione dei libri che trattavano di magia e d'incanti, di sortilegii e di strologia giudiciaria: perchè non si può dire quanto ubbriachi allora fossero i gentili di sì fatte sacrileghe imposture. Gran copia d'essi fu pubblicamente bruciata nella piazza d'Antiochia, e questo fu l'unico bene della rigorosa giustizia, o, per dir meglio, della crudeltà inaudita che Valente esercitò in tal occasione. Crudeltà, dico, la qual anche più detestabil sarebbe stata, se fosse vero ciò che scrivono Socrate e Sozomeno, cioè che egli fece morir molte persone, perchè portavano il nome diTeodoro,Teodosio,Teodulo,Teodotoe simili; ma se ne può dubitare. Certo è che Dio preservò il giovineTeodosio, da noi veduto duca della Mesia, avendoloriserbato in vita per farne un'insigne imperadore, siccome a suo tempo vedremo. Nè già finì in quest'anno la carneficina suddetta, perchè durò il resto della vita di Valente. Ed ecco quanti mali può produrre (e n'abbiam veduto tanti altri esempli) la prosunzion degli uomini in voler indagare l'avvenire, paese riserbato alla cognizione del solo Dio. A queste tragiche scene un'altra ne aggiunse Valente Augusto. Tutte le apparenze sono cheParare dell'Armenia, dacchè implorò il patrocinio di esso imperadore contro de' Persiani, osservasse una fedeltà onorata verso di lui.Terenzioduca allora, per quanto sembra, difensor dell'Armenia, con più lettere lo andò screditando presso del medesimo Augusto[Ammian., lib. 30, cap. 1.], rappresentandolo per inumano verso de' suoi sudditi, e vicino ad accordarsi coi Persiani. Valente perciò il chiamò a Tarso città della Cilicia, dove, dopo di essersi fermato non poco tempo senza ottener licenza di passare alla corte, venne scoprendo i mali uffizii fatti contra di lui, e che si meditava di mettere in Armenia un altro re. Bastò questo, perchè egli con trecento de' suoi che l'aveano accompagnato se ne fuggisse, ed ebbe la fortuna di ritirarsi, al dispetto di chi il seguitò, salvo nei proprii Stati. Non lasciò egli per questo di star fedele verso i Romani; ma Valente, che non sel potea persuadere, diede segreta incumbenza aTraianoconte, comandante dell'armi romane in Armenia, di sbrigarsi di lui in qualche maniera. In fatti Traiano tanto seppe adescare l'incauto re con finte lusinghe, che il trasse un di seco a pranzo. Sul più bello del convito entrò un sicario che gli tolse la vita: assassinio infame commesso contro le leggi dell'ospitalità venerate dai Barbari stessi, e simile all'altro che abbiam veduto di sopra, di Gabinio re dei Quadi: tanto era decaduta la virtù nei petti romani.


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