CDLIAnno diCristoCDLI. IndizioneIV.Leonepapa 12.ValentinianoIII imper. 27.Marcianoimperadore 2.ConsoliFlavio Marciano AugustoeFlavio Adelfio.Celebre fu l'anno presente per l'ultimo crollo che si diede all'eresia di Eutichete, per cura specialmente di san Leone papa e de' piissimi imperadori d'Oriente Marciano e Pulcheria. A questo fine sant'Eusebioarcivescovo di Milano tenne prima un concilio provinciale ad istanza del pontefice romano; nel quale intervenne ancora sanMassimovescovo di Torino, scrittore rinomato per le sue Omelie che sono alla luce. Tennesi poi nella città di Calcedone, correndo l'ottobre, un concilio, che è il quarto fra i generali, e il più numeroso di tutti, perchè, oltre ai legati della Sede apostolica romana, v'intervennero circa secento vescovi. Intorno a questa insigne raunanza son da vedere il cardinale Baronio e il padre Pagi ed altri autori ecclesiastici. Fu ivi concordemente condannata la falsa dottrina d'Eutichete, e deposto e mandato in esilio l'empio Dioscoro patriarca di Alessandria, il quale solamente tre anni o poco più sopravvisse alla sua caduta. Quivi ancora fu determinato che dopo il romano pontefice, il primo luogo d'onore fosse dato al patriarca di Costantinopoli: il che fu poi disapprovato da san Leone papa, qual novità contraria ai privilegi delle chiese alessandrina ed antiochena. Famosissimo ancora fu l'anno presente per la guerra d'Attila re degli Unni nelle Gallie. Se ne stava costui nella Dacia, e forse anche nella Pannonia, ossia Ungheria, turgido per la sua potenza, e voglioso di segnalarsi con qualche grande impresa, e gli se ne presentarono le occasioni. Può essere che quand'anche era sul fin della vita Teodosio II Augusto egli desse principio a quelle fiere tempesteche poscia in quest'anno fecero tanto strepito, e portarono un incredibile scompiglio alle stesse Gallie; ma certo sotto il nuovo imperadore Marciano si mirano chiari i movimenti di questo barbaro re. Il primo incentivo che ebbe Attila di turbar la pace del romano imperio venne daGiusta Grata Onoria, sorella di Valentiniano III Augusto. Già vedemmo all'anno 434 che questa sconsigliata principessa in età di circa diecisette anni s'era lasciata sovvertire con perdere il fiore dell'onestà: pel qual fallo dalla madre e dal fratello era stata inviata alla corte di Costantinopoli, dove seguitò a dimorare fino a questi tempi, ma rinchiusa in qualche luogo. Dappoichè fu succeduta la morte dell'imperador Teodosio, se non prima, macchinando essa la maniera di ricuperare la libertà, e di trovar anche marito, s'avvisò di fare ricorso ad Attila, con esibirsegli per moglie, e dargli a divedere che per mezzo di tali nozze egli acquisterebbe diritto a parte dell'imperio, parendo eziandio che gli supponesse lasciata a lei questa parte da Costanzo Augusto suo padre. Non dispiacque la proposizione al barbaro re, il quale, se fosse vero ciò che Giordano istorico[Jordan., de Regnor. success.]scrive, molto prima ne aveva avuto altri impulsi dalla medesima Onoria. Imperciocchè, dice egli, fin quando questa principessa vergine stava nella corte del fratello in Ravenna, spedito segretamente un suo famiglio ad Attila, lo invitò a venire in Italia per averlo in marito; ma non essendole riuscito il disegno, sfogò poi la sua libidine con Eugenio suo procuratore. Tuttavia poco par verisimile che Onoria allora pensasse ad accasarsi con quel re sì terribile; e non apparisce che Attila nelle sue dissensioni coll'imperio orientale ed occidentale mettesse mai fuori la pretensione d'Onoria. In questi tempi sì, cioè nell'anno precedente, è fuor di dubbio che la sfrenata principessa il mosse, e lo racconta lo stessoGiordano altrove[Jordan., cap. 43 de Reb. Getic.]; ma principalmente l'abbiamo da Prisco istorico[Priscus, Legat., pag. 39, tom. I Histor. Byz.]contemporaneo, secondo il quale, appena fu portata ad Attila la nuova, che dopo la morte di Teodosio era succeduto Marciano nel governo dell'imperio d'Oriente, che spedì a Valentiniano imperador d'Occidente a dimandargli Onoria, siccome quella che s'era impegnata di pigliarlo per consorte. Mandò ancora a Costantinopoli a richiedere i tributi. Dall'una e dall'altra corte furono rimandati indietro i messi senza nulla farne. La risposta di Valentiniano fu che non gli si potea dare Onoria, perchè era maritata con altra persona; e che l'imperio non si dovea ad Onoria, perchè agli uomini, e non alle donne, tocca il governo. Per altro, essendosi dubitato se fosse vero ciò che Attila diceva dell'esibizion d'Onoria, esso Attila, per attestato di Prisco[Idem, ibid., pag. 49.], fece per mezzo de' suoi ambasciatori vedere a Valentiniano l'anello che Onoria medesima gli aveva inviato. Similmente Marciano Augusto diede per risposta che non si sentiva voglia di pagar tributi, nè si credeva in obbligo di confermare le promesse fatte da Teodosio. Se Attila voleva star quieto, se gli manderebbono dei regali; e minacciando egli guerra, non avrebbe trovato i Romani a dormire. Attila finalmente determinò di volgersi contro l'Occidente, e di combattere non solo con gl'Italiani per ottenere Onoria in moglie, sperando di grandi ricchezze in dote, ma eziandio coi Goti delle Gallie, per dar gusto aGensericore de' Vandali in Africa.Per intendere quest'ultimo passo convien ascoltare Giordano storico[Jordan., de Reb. Getic., cap. 36.], il quale racconta che avendoTeodericore de' Goti occidentali, chiamati Visigoti, data adUnnericofigliuolo di Genserico una sua figliuola per moglie, Genserico,uomo crudele anche verso la sua stessa prole, per semplice sospetto che la nuora gli avesse preparato il veleno, le fece tagliar le orecchie e il naso, e così malconcia la rimandò a suo padre. Avuta poi contezza del gran preparamento di guerra che faceva Attila, Genserico gli inviò una gran quantità di regali, con pregarlo di volgere le armi contra il re de' Visigoti, giacchè temeva che Teoderico meditasse di far vendetta dell'affronto fatto a lui e alla figliuola. Si aggiunse finalmente ad Attila un terzo incentivo per portare la guerra in Occidente. E fu, per relazione di Prisco[Priscus, pag. 40.]istorico, che essendo mortoClodionere dei Franchi, popoli allora della Germania,Meroveo, l'uno de' due suoi figliuoli, benchè il più giovane, coll'aiuto diAeziopatrizio, generale dell'armi di Valentiniano Augusto, occupò il regno. Il primogenito (il cui nome non si sa), astretto a ritirarsi, ebbe ricorso ad Attila, con implorare soccorso da lui. Aggiugne Prisco di aver veduto Meroveo assai giovanetto, spedito a Roma da Clodione suo padre, e che la capigliatura sua era bionda e sparsa giù per le spalle. Aezio l'aveva adottato per suo figliuolo, e, dopo avergli fatto dei gran regali, l'avea inviato a Roma, acciocchè stabilisse amicizia e lega con Valentiniano Augusto. Però ancor questo fu uno dei motivi, per li quali Attila elesse di guerreggiar piuttosto in Occidente che in Oriente. L'astuto Barbaro, prima di muoversi, inviò legati a Valentiniano Augusto con lettera piena di titoli e d'espressioni della più fina amicizia, per seminar zizanie fra l'imperadore e Teoderico re dei Visigoti, esponendo che la voleva solamente contra d'essi Visigoti, e non già contra il romano imperio. E nello stesso tempo scrisse a Teoderico, esortandolo a ritirarsi dalla lega coi Romani, e ricordandogli i torti e le guerre da lor fatte alla nazione de' Goti. Ma Valentiniano, conosciuta la furberia d'Attila, immantinente spedì ambasciatori aTeoderico, esortandolo a strignersi seco in lega contro il nemico di tutto il mondo, la cui superbia era omai giunta al sommo; e sì buon effetto ebbero le sue esortazioni, che Teoderico e tutta la sua nazione animosamente ed allegramente assunsero di opporsi coll'armi al minaccioso tiranno, e per questo si preparò ed unì tutta la possanza di essi Visigoti coll'esercito romano, condottiere di cui era il valoroso Aezio patrizio. Non s'è forse mai veduto sì gran diluvio d'armati in Europa, come fu in questa occasione. Fu creduto che Attila conducesse seco settecentomila guerrieri[Histor. Miscell., lib. 15.]. Non farei sigurtà che la fama e la paura non avessero contribuito ad accrescere la per altro sterminata moltitudine d'uomini e di cavalli che Attila seco trasse a quell'impresa. Imperciocchè, oltre ai suoiUnni, ch'erano, per così dire, innumerabili, con esso lui uniti marciavano altri popoli suoi sudditi, cioè un immenso nuvolo diGepidicol re loroArderico, eGualamirere degliOstrogoti, più nobile del re a cui serviva, e che mal volontieri andava a combattere contra de' Visigoti, popolo della sua stessa nazione. Seguitavano dopo questi iMarcomanni,gli Svevi,i Quadi,gli Eruli,i Turcilingi, ossienoRugi, coi loro principi, ed altre barbare nazioni abitanti ne' confini del Settentrione. Apollinare Sidonio[Sidon., in Panegyr. Aviti, vers. 319.], scrittore di que' tempi, descrive co' seguenti versi, secondo la edizion del Sirmondo, la formidabil armata d'Attila:. . . . subito cum rupta tumultu(Barbaries totas in se transfuderat Arctos)Gallia, pugnacem regem comitante Gelono.Gepida trux sequitur Scyrum Burgundio cogit,Chunus, Bellonotus, Neurus, Basterna, Toringus,Bructerus, ulvosa quem vel Nicer abluit unda.Prorumpit Francus . . . .Passò questo gran torrente dalla Pannonia, ossia dall'Ungheria, sul principio della primavera, e, secondochè crede ilVelsero[Velserus, Rer. August., lib. 8.], prese e devastò la città d'Augusta. Quindi, a guisa di fulmine, lasciando dappertutto la desolazione, giunse sino al Reno; e fabbricate con gran fretta innumerabili barchette, gli riuscì di valicar quel fiume, con istendersi appresso addosso alla provincia della Belgica seconda. A lui niuna opposizione fu fatta, perchè, se crediamo a Sidonio, Aezio generale di Valentiniano era appena calato dall'Alpi, conducendo poche truppe, nè i Visigoti si erano per anche mossi. Pretende esso scrittore cheAvito, il quale esercitava allora nella Gallia l'uffizio di prefetto del pretorio, quegli fosse che spedito da Aezio al re Teoderico, mettesse in moto l'esercito d'essi Visigoti, col quale si congiunse il romano. Nè solamente procurò Aezio d'aver seco i Visigoti, de' quali era innumerabile l'esercito, ma tirò seco altre nazioni, descritte da Giordano istorico[Jordan., de Reb. Getic., cap. 36.], cioèi Franchi, i Sarmati, gli Armoricani, i Liziani, i Borgognoni, i Sassoni, i Riparii e gl'Ibrioni, che il padre Pagi[Pagius, Crit. Baron.]crede popoli situati presso il lago di Costanza, ma si può dubitare se fossero gli abitatori di Ivry. Nella Storia Miscella[Histor. Miscell., in tom. I Rer. Italicar.]della mia edizione sono appellatiBariones. Ed ivi, in vece diLiziani, si veggono nel ruolo degli ausiliarii romani iLuteciani, cioè iParigini. Venne ancora in soccorso di Aezio co' suoiAlaniil reSangibanocon altri popoli occidentali. Qui dalla parte de' Romani si trovarono iFranchi; e, secondo Sidonio, iFranchifurono in aiuto d'Attila. Ma l'uno e l'altro sussiste, perciocchè, siccome abbiam detto di sopra, erano allora divisi i Franchi, seguitando gli uni Meroveo collegato con Aezio, e gli altri il fratello maggiore, che s'era posto sotto la protezione d'Attila. Nella vigilia di Pasqua la città di Metz restò vittima del furore del re barbaro. La stessa disavventura toccò a quella diTreverie diTongres. Ma, secondochè si ha dalla Vita di san Lupo vescovo trecense, oggidìTroyes, e da Paolo Diacono[Paulus Diaconus, in Catalogo Episcopor. Metens.], miracolosamente quella città si salvò, essendo passati per essa i Barbari senza vederla. Altri vogliono che il santo prelato ammollisse talmente il cuore del Barbaro, che lasciasse illesa la sua città. Sopra altre città della Gallia si sfogò la crudeltà d'Attila, finchè giunto alla città d'Orleans, gli convenne fermarsi per la resistenza de' cittadini. Secondo Gregorio Turonense[Gregor. Turonensis, Hist. Francor., lib. 2, cap. 8.], non fu presa quella città; ma Sidonio[Sidon., lib. 8, ep. 15.], degno di maggior fede, chiaramente asserisce che fu presa, ma non saccheggiata. Intanto il generale cesareo Aezio con Teoderico re de' Visigoti, che seco aveaTorismondosuo figliuolo maggiore, e il loro potentissimo esercito, venne a fronte del ferocissimo Attila. Fu concertato il luogo della battaglia ne' campi Catalaunici, cioè nella vasta pianura diChalons sur Marnein vicinanza della città di Rems. All'ora nona del giorno si attaccò lo spaventoso e memorabil fatto d'armi, a cui altro pari non so se mai avesse veduto l'Europa. Scrive Giordano[Jordan., de Reb. Getic., cap. 37.], e lo nota ancora[Histor. Miscella, lib. 14.]l'autor della Miscella, essere stato dagl'indovini predetto ad Attila ch'egli avrebbe la peggio, ma che perirebbe nel campo il generale dell'armata nemica; e che figurandosi il re barbaro la morte tanto da lui sospirata d'Aezio, non volle restar di venir alle mani. Si combattè con indicibil vigore ed ostinazione dall'una parte e dall'altra, finchè la notte pose fine al terribil macello. Secondochè ha il suddetto autore, lasciarono la vita sul campo cento ottanta mila persone. A Idacio[Idacius, in Chronico.]e a sant'Isidoro[Isidorus, in Chronic.], che mettonotrecento migliaia di morti, noi non siamo obbligati in questo a dar fede. Ora quantunque niuna delle parti restasse vincitrice, pure gli effetti mostrarono che il superbo Attila si tenne per vinto, perciocchè nel dì seguente si trincerò forte coi carriaggi, ed ancorchè non cessasse di far trombettare ed alzar voci come di chi va a battaglia, pure non osò più di uscire in campo contra dei nemici. Rimasero anco deluse le sue speranze, perchè nel conflitto venne morto, non già Aezio, ma bensì Teoderico re dei Visigoti, che caduto da cavallo, fu conculcato da' piedi de' suoi, oppure ucciso da un dardo di Astagi Ostrogoto. Secondo la giunta da me pubblicata alla Storia Miscella, vegniamo a sapere cheTorismondofigliuolo d'esso re Teoderico, per dolore della morte del padre, era risoluto di assediar Attila in quel sito, e di perseguitarlo fino all'ultimo sangue. Ma Aezio gli persuase di volar tosto a Tolosa, affinchè i suoi fratelli minori, cioè Teoderico, Federico, Teurico, Rotemero e Irmerit, non gli occupassero il regno. Si ha parimente da Gregorio Turonense[Gregor. Turonensis, Hist. Franc., lib. 2, cap. 7.]che Aezio fece fretta aMeroveodi tornar al suo paese, acciocchè il fratello in sua lontananza non se ne impadronisse e fosse creato re. Non fu certamente pigro Meroveo; e però, giunto alle sue contrade, fu riconosciuto re dai Franchi. Con buon fine, dice l'autor della Miscella, diede questi consigli Aezio, per timore che i Visigoti, sconfitto Attila, non alzassero la testa contra l'imperio romano. Ma probabilmente di qua venne la rovina del medesimo Aezio, siccome diremo al suo luogo.Veggendosi pertanto Attila in libertà, tranquillamente, ancorchè temesse di qualche insidia, se ne tornò nella Pannonia, ma con risoluzione di mettere in piedi un'armata più grande, e di assalire l'Italia, giacchè non avea trovato buon vento nelle Gallie, e noto gli era che l'Italiaera sprovveduta di soldatesche. Nei Frammenti di Fredegario, pubblicati dal padre Ruinart[Gregor., Oper., pag. 707.], si legge un'astuzia di Aezio, la quale non oserei mantenere per vera; cioè, che per aver soccorso daTeodoro(così è chiamatoTeodericoanche da Idacio), gli esibì la metà delle Gallie; e che spediti messi segretamente ad Attila, l'invitò in aiuto suo contra de' Goti, con fare anche a lui l'esibizione suddetta. Dopo due battaglie, Aezio di notte andò a trovar Attila, e gli fece credere che veniva un esercito più forte di Goti, condotto da Teoderico fratello del re Torismondo, e tal paura gli mise, che Attila gli diede dieci mila soldi d'oro perchè gli procurasse la comodità di ritirarsi verso la Pannonia. Susseguentemente Aezio diede ad intendere a Torismondo, ch'era giunto un terribil rinforzo ad Attila, e che il consigliava di andarsene a casa, affinchè i suoi fratelli non gli occupassero il regno. Però Torismondo donò anch'egli ad Aezio altri dieci mila soldi, con pregarlo di fare in guisa che potesse liberamente co' suoi Goti ripatriare. Aezio, ciò fatto, assistito dai Franchi, andò perseguitando gli Unni alla coda fino alla Turingia, ed ordinando ogni notte dei grandissimi fuochi, affinchè paresse più grande la sua armata. E perchè i Goti faceano istanza ad Aezio ch'egli eseguisse la promessa, ed Aezio non si sentiva di umore di eseguirla, si contrastò fra di loro; ma infine si venne ad una composizione, e il tutto si quietò con avere Aezio inviato al re loro Torismondo unorbiculodi oro, ornato di gemme, che pesava cinquecento libbre. Il padre Ruinart pensa che questoorbiculofosse un catino o piatto. Ma un catino o piatto pesante venti pesi, sarebbe stato una cosa mostruosa. Io il credo una palla rappresentante il mondo. Aggiugne Fredegario che questo picciolo mondo d'oro fino ai suoi dì (se pure egli è che parla) si conservava con gran venerazione nel tesoro dei Goti. Probabilmente in questo racconto ci saràqualche cosa di vero; ma si può credere che le dicerie del volgo vi avran fatte le frange. In quest'anno il piissimo Marciano Augusto, perchè i pagani dopo la morte di Teodosio II imperadore doveano aver fatto delle novità, pubblicò un rigoroso editto[L. 7 Cod. Justinian. de Paganis.]contra de' medesimi, intimando la perdita de' beni e della vita a chi riaprisse i templi degli idoli, o facesse loro de' sacrifizii. Con altra legge[Cod. Theod., tom. 4,. in Append., lib. 3, tit. 3.]eziandio ordinò che si dovessero pagare alle città i canoni dovuti per gli beni passati nei particolari, e, come si può credere, dati a livello; dal che, siccome ancora da altre leggi, apprendiamo che anche allora i comuni d'ogni città godeano beni, rendite ed erario loro particolare. Truovasi ancora una legge[Cod. Theodos., ibid., lib. 2, tit. 9.]di Valentiniano, data in Roma a dì 31 di gennaio dell'anno presente, ma col titolo forse vizioso, essendo iviImpp. Theodosius et Valentinianus. Quando essa appartenga all'anno presente, il titolo ha da essere solamenteImp. Valentinian., come nelle seguenti, perchè probabilmente Marciano non era per anche riconosciuto per imperadore da Valentiniano. Nella Cronica di Prospero Tirone[Prosper Tiro, in Chronic.], secondo l'edizione del Canisio, si legge all'anno seguente, che l'immagine di Marciano imperadore entrò in Roma a' dì 30 d'aprile: segno che solamente allora egli fu solennemente riconosciuto per Augusto in Roma. In essa legge si tratta de' servi agricoltori fuggitivi, per sapere a quai padroni dovessero ubbidire. Nella seguente è levata una falsa persuasione che non si potessero vendere beni agli uffiziali dell'imperadore, e vien provveduto ad altri pubblici affari. Mercè poi della terza legge vegniamo in cognizione che nell'anno precedente l'Italia tutta era stata flagellata da una fierissima carestia, di maniera che molti, per non morire di fame, si erano ridotti a vendere i proprii figliuolie genitori per ischiavi, non però ai Pagani, ma ai Cristiani stessi, secondo l'uso d'allora. Comanda l'imperadore che qualora si restituisca il danaro con alquanto d'usura, si rompa la vendita fatta di quei miseri, con aggiugnere la pena di sei once d'oro a chiunque vendesse ai Barbari alcun dei cristiani.
Consoli
Flavio Marciano AugustoeFlavio Adelfio.
Celebre fu l'anno presente per l'ultimo crollo che si diede all'eresia di Eutichete, per cura specialmente di san Leone papa e de' piissimi imperadori d'Oriente Marciano e Pulcheria. A questo fine sant'Eusebioarcivescovo di Milano tenne prima un concilio provinciale ad istanza del pontefice romano; nel quale intervenne ancora sanMassimovescovo di Torino, scrittore rinomato per le sue Omelie che sono alla luce. Tennesi poi nella città di Calcedone, correndo l'ottobre, un concilio, che è il quarto fra i generali, e il più numeroso di tutti, perchè, oltre ai legati della Sede apostolica romana, v'intervennero circa secento vescovi. Intorno a questa insigne raunanza son da vedere il cardinale Baronio e il padre Pagi ed altri autori ecclesiastici. Fu ivi concordemente condannata la falsa dottrina d'Eutichete, e deposto e mandato in esilio l'empio Dioscoro patriarca di Alessandria, il quale solamente tre anni o poco più sopravvisse alla sua caduta. Quivi ancora fu determinato che dopo il romano pontefice, il primo luogo d'onore fosse dato al patriarca di Costantinopoli: il che fu poi disapprovato da san Leone papa, qual novità contraria ai privilegi delle chiese alessandrina ed antiochena. Famosissimo ancora fu l'anno presente per la guerra d'Attila re degli Unni nelle Gallie. Se ne stava costui nella Dacia, e forse anche nella Pannonia, ossia Ungheria, turgido per la sua potenza, e voglioso di segnalarsi con qualche grande impresa, e gli se ne presentarono le occasioni. Può essere che quand'anche era sul fin della vita Teodosio II Augusto egli desse principio a quelle fiere tempesteche poscia in quest'anno fecero tanto strepito, e portarono un incredibile scompiglio alle stesse Gallie; ma certo sotto il nuovo imperadore Marciano si mirano chiari i movimenti di questo barbaro re. Il primo incentivo che ebbe Attila di turbar la pace del romano imperio venne daGiusta Grata Onoria, sorella di Valentiniano III Augusto. Già vedemmo all'anno 434 che questa sconsigliata principessa in età di circa diecisette anni s'era lasciata sovvertire con perdere il fiore dell'onestà: pel qual fallo dalla madre e dal fratello era stata inviata alla corte di Costantinopoli, dove seguitò a dimorare fino a questi tempi, ma rinchiusa in qualche luogo. Dappoichè fu succeduta la morte dell'imperador Teodosio, se non prima, macchinando essa la maniera di ricuperare la libertà, e di trovar anche marito, s'avvisò di fare ricorso ad Attila, con esibirsegli per moglie, e dargli a divedere che per mezzo di tali nozze egli acquisterebbe diritto a parte dell'imperio, parendo eziandio che gli supponesse lasciata a lei questa parte da Costanzo Augusto suo padre. Non dispiacque la proposizione al barbaro re, il quale, se fosse vero ciò che Giordano istorico[Jordan., de Regnor. success.]scrive, molto prima ne aveva avuto altri impulsi dalla medesima Onoria. Imperciocchè, dice egli, fin quando questa principessa vergine stava nella corte del fratello in Ravenna, spedito segretamente un suo famiglio ad Attila, lo invitò a venire in Italia per averlo in marito; ma non essendole riuscito il disegno, sfogò poi la sua libidine con Eugenio suo procuratore. Tuttavia poco par verisimile che Onoria allora pensasse ad accasarsi con quel re sì terribile; e non apparisce che Attila nelle sue dissensioni coll'imperio orientale ed occidentale mettesse mai fuori la pretensione d'Onoria. In questi tempi sì, cioè nell'anno precedente, è fuor di dubbio che la sfrenata principessa il mosse, e lo racconta lo stessoGiordano altrove[Jordan., cap. 43 de Reb. Getic.]; ma principalmente l'abbiamo da Prisco istorico[Priscus, Legat., pag. 39, tom. I Histor. Byz.]contemporaneo, secondo il quale, appena fu portata ad Attila la nuova, che dopo la morte di Teodosio era succeduto Marciano nel governo dell'imperio d'Oriente, che spedì a Valentiniano imperador d'Occidente a dimandargli Onoria, siccome quella che s'era impegnata di pigliarlo per consorte. Mandò ancora a Costantinopoli a richiedere i tributi. Dall'una e dall'altra corte furono rimandati indietro i messi senza nulla farne. La risposta di Valentiniano fu che non gli si potea dare Onoria, perchè era maritata con altra persona; e che l'imperio non si dovea ad Onoria, perchè agli uomini, e non alle donne, tocca il governo. Per altro, essendosi dubitato se fosse vero ciò che Attila diceva dell'esibizion d'Onoria, esso Attila, per attestato di Prisco[Idem, ibid., pag. 49.], fece per mezzo de' suoi ambasciatori vedere a Valentiniano l'anello che Onoria medesima gli aveva inviato. Similmente Marciano Augusto diede per risposta che non si sentiva voglia di pagar tributi, nè si credeva in obbligo di confermare le promesse fatte da Teodosio. Se Attila voleva star quieto, se gli manderebbono dei regali; e minacciando egli guerra, non avrebbe trovato i Romani a dormire. Attila finalmente determinò di volgersi contro l'Occidente, e di combattere non solo con gl'Italiani per ottenere Onoria in moglie, sperando di grandi ricchezze in dote, ma eziandio coi Goti delle Gallie, per dar gusto aGensericore de' Vandali in Africa.
Per intendere quest'ultimo passo convien ascoltare Giordano storico[Jordan., de Reb. Getic., cap. 36.], il quale racconta che avendoTeodericore de' Goti occidentali, chiamati Visigoti, data adUnnericofigliuolo di Genserico una sua figliuola per moglie, Genserico,uomo crudele anche verso la sua stessa prole, per semplice sospetto che la nuora gli avesse preparato il veleno, le fece tagliar le orecchie e il naso, e così malconcia la rimandò a suo padre. Avuta poi contezza del gran preparamento di guerra che faceva Attila, Genserico gli inviò una gran quantità di regali, con pregarlo di volgere le armi contra il re de' Visigoti, giacchè temeva che Teoderico meditasse di far vendetta dell'affronto fatto a lui e alla figliuola. Si aggiunse finalmente ad Attila un terzo incentivo per portare la guerra in Occidente. E fu, per relazione di Prisco[Priscus, pag. 40.]istorico, che essendo mortoClodionere dei Franchi, popoli allora della Germania,Meroveo, l'uno de' due suoi figliuoli, benchè il più giovane, coll'aiuto diAeziopatrizio, generale dell'armi di Valentiniano Augusto, occupò il regno. Il primogenito (il cui nome non si sa), astretto a ritirarsi, ebbe ricorso ad Attila, con implorare soccorso da lui. Aggiugne Prisco di aver veduto Meroveo assai giovanetto, spedito a Roma da Clodione suo padre, e che la capigliatura sua era bionda e sparsa giù per le spalle. Aezio l'aveva adottato per suo figliuolo, e, dopo avergli fatto dei gran regali, l'avea inviato a Roma, acciocchè stabilisse amicizia e lega con Valentiniano Augusto. Però ancor questo fu uno dei motivi, per li quali Attila elesse di guerreggiar piuttosto in Occidente che in Oriente. L'astuto Barbaro, prima di muoversi, inviò legati a Valentiniano Augusto con lettera piena di titoli e d'espressioni della più fina amicizia, per seminar zizanie fra l'imperadore e Teoderico re dei Visigoti, esponendo che la voleva solamente contra d'essi Visigoti, e non già contra il romano imperio. E nello stesso tempo scrisse a Teoderico, esortandolo a ritirarsi dalla lega coi Romani, e ricordandogli i torti e le guerre da lor fatte alla nazione de' Goti. Ma Valentiniano, conosciuta la furberia d'Attila, immantinente spedì ambasciatori aTeoderico, esortandolo a strignersi seco in lega contro il nemico di tutto il mondo, la cui superbia era omai giunta al sommo; e sì buon effetto ebbero le sue esortazioni, che Teoderico e tutta la sua nazione animosamente ed allegramente assunsero di opporsi coll'armi al minaccioso tiranno, e per questo si preparò ed unì tutta la possanza di essi Visigoti coll'esercito romano, condottiere di cui era il valoroso Aezio patrizio. Non s'è forse mai veduto sì gran diluvio d'armati in Europa, come fu in questa occasione. Fu creduto che Attila conducesse seco settecentomila guerrieri[Histor. Miscell., lib. 15.]. Non farei sigurtà che la fama e la paura non avessero contribuito ad accrescere la per altro sterminata moltitudine d'uomini e di cavalli che Attila seco trasse a quell'impresa. Imperciocchè, oltre ai suoiUnni, ch'erano, per così dire, innumerabili, con esso lui uniti marciavano altri popoli suoi sudditi, cioè un immenso nuvolo diGepidicol re loroArderico, eGualamirere degliOstrogoti, più nobile del re a cui serviva, e che mal volontieri andava a combattere contra de' Visigoti, popolo della sua stessa nazione. Seguitavano dopo questi iMarcomanni,gli Svevi,i Quadi,gli Eruli,i Turcilingi, ossienoRugi, coi loro principi, ed altre barbare nazioni abitanti ne' confini del Settentrione. Apollinare Sidonio[Sidon., in Panegyr. Aviti, vers. 319.], scrittore di que' tempi, descrive co' seguenti versi, secondo la edizion del Sirmondo, la formidabil armata d'Attila:
. . . . subito cum rupta tumultu(Barbaries totas in se transfuderat Arctos)Gallia, pugnacem regem comitante Gelono.Gepida trux sequitur Scyrum Burgundio cogit,Chunus, Bellonotus, Neurus, Basterna, Toringus,Bructerus, ulvosa quem vel Nicer abluit unda.Prorumpit Francus . . . .
. . . . subito cum rupta tumultu
(Barbaries totas in se transfuderat Arctos)
Gallia, pugnacem regem comitante Gelono.
Gepida trux sequitur Scyrum Burgundio cogit,
Chunus, Bellonotus, Neurus, Basterna, Toringus,
Bructerus, ulvosa quem vel Nicer abluit unda.
Prorumpit Francus . . . .
Passò questo gran torrente dalla Pannonia, ossia dall'Ungheria, sul principio della primavera, e, secondochè crede ilVelsero[Velserus, Rer. August., lib. 8.], prese e devastò la città d'Augusta. Quindi, a guisa di fulmine, lasciando dappertutto la desolazione, giunse sino al Reno; e fabbricate con gran fretta innumerabili barchette, gli riuscì di valicar quel fiume, con istendersi appresso addosso alla provincia della Belgica seconda. A lui niuna opposizione fu fatta, perchè, se crediamo a Sidonio, Aezio generale di Valentiniano era appena calato dall'Alpi, conducendo poche truppe, nè i Visigoti si erano per anche mossi. Pretende esso scrittore cheAvito, il quale esercitava allora nella Gallia l'uffizio di prefetto del pretorio, quegli fosse che spedito da Aezio al re Teoderico, mettesse in moto l'esercito d'essi Visigoti, col quale si congiunse il romano. Nè solamente procurò Aezio d'aver seco i Visigoti, de' quali era innumerabile l'esercito, ma tirò seco altre nazioni, descritte da Giordano istorico[Jordan., de Reb. Getic., cap. 36.], cioèi Franchi, i Sarmati, gli Armoricani, i Liziani, i Borgognoni, i Sassoni, i Riparii e gl'Ibrioni, che il padre Pagi[Pagius, Crit. Baron.]crede popoli situati presso il lago di Costanza, ma si può dubitare se fossero gli abitatori di Ivry. Nella Storia Miscella[Histor. Miscell., in tom. I Rer. Italicar.]della mia edizione sono appellatiBariones. Ed ivi, in vece diLiziani, si veggono nel ruolo degli ausiliarii romani iLuteciani, cioè iParigini. Venne ancora in soccorso di Aezio co' suoiAlaniil reSangibanocon altri popoli occidentali. Qui dalla parte de' Romani si trovarono iFranchi; e, secondo Sidonio, iFranchifurono in aiuto d'Attila. Ma l'uno e l'altro sussiste, perciocchè, siccome abbiam detto di sopra, erano allora divisi i Franchi, seguitando gli uni Meroveo collegato con Aezio, e gli altri il fratello maggiore, che s'era posto sotto la protezione d'Attila. Nella vigilia di Pasqua la città di Metz restò vittima del furore del re barbaro. La stessa disavventura toccò a quella diTreverie diTongres. Ma, secondochè si ha dalla Vita di san Lupo vescovo trecense, oggidìTroyes, e da Paolo Diacono[Paulus Diaconus, in Catalogo Episcopor. Metens.], miracolosamente quella città si salvò, essendo passati per essa i Barbari senza vederla. Altri vogliono che il santo prelato ammollisse talmente il cuore del Barbaro, che lasciasse illesa la sua città. Sopra altre città della Gallia si sfogò la crudeltà d'Attila, finchè giunto alla città d'Orleans, gli convenne fermarsi per la resistenza de' cittadini. Secondo Gregorio Turonense[Gregor. Turonensis, Hist. Francor., lib. 2, cap. 8.], non fu presa quella città; ma Sidonio[Sidon., lib. 8, ep. 15.], degno di maggior fede, chiaramente asserisce che fu presa, ma non saccheggiata. Intanto il generale cesareo Aezio con Teoderico re de' Visigoti, che seco aveaTorismondosuo figliuolo maggiore, e il loro potentissimo esercito, venne a fronte del ferocissimo Attila. Fu concertato il luogo della battaglia ne' campi Catalaunici, cioè nella vasta pianura diChalons sur Marnein vicinanza della città di Rems. All'ora nona del giorno si attaccò lo spaventoso e memorabil fatto d'armi, a cui altro pari non so se mai avesse veduto l'Europa. Scrive Giordano[Jordan., de Reb. Getic., cap. 37.], e lo nota ancora[Histor. Miscella, lib. 14.]l'autor della Miscella, essere stato dagl'indovini predetto ad Attila ch'egli avrebbe la peggio, ma che perirebbe nel campo il generale dell'armata nemica; e che figurandosi il re barbaro la morte tanto da lui sospirata d'Aezio, non volle restar di venir alle mani. Si combattè con indicibil vigore ed ostinazione dall'una parte e dall'altra, finchè la notte pose fine al terribil macello. Secondochè ha il suddetto autore, lasciarono la vita sul campo cento ottanta mila persone. A Idacio[Idacius, in Chronico.]e a sant'Isidoro[Isidorus, in Chronic.], che mettonotrecento migliaia di morti, noi non siamo obbligati in questo a dar fede. Ora quantunque niuna delle parti restasse vincitrice, pure gli effetti mostrarono che il superbo Attila si tenne per vinto, perciocchè nel dì seguente si trincerò forte coi carriaggi, ed ancorchè non cessasse di far trombettare ed alzar voci come di chi va a battaglia, pure non osò più di uscire in campo contra dei nemici. Rimasero anco deluse le sue speranze, perchè nel conflitto venne morto, non già Aezio, ma bensì Teoderico re dei Visigoti, che caduto da cavallo, fu conculcato da' piedi de' suoi, oppure ucciso da un dardo di Astagi Ostrogoto. Secondo la giunta da me pubblicata alla Storia Miscella, vegniamo a sapere cheTorismondofigliuolo d'esso re Teoderico, per dolore della morte del padre, era risoluto di assediar Attila in quel sito, e di perseguitarlo fino all'ultimo sangue. Ma Aezio gli persuase di volar tosto a Tolosa, affinchè i suoi fratelli minori, cioè Teoderico, Federico, Teurico, Rotemero e Irmerit, non gli occupassero il regno. Si ha parimente da Gregorio Turonense[Gregor. Turonensis, Hist. Franc., lib. 2, cap. 7.]che Aezio fece fretta aMeroveodi tornar al suo paese, acciocchè il fratello in sua lontananza non se ne impadronisse e fosse creato re. Non fu certamente pigro Meroveo; e però, giunto alle sue contrade, fu riconosciuto re dai Franchi. Con buon fine, dice l'autor della Miscella, diede questi consigli Aezio, per timore che i Visigoti, sconfitto Attila, non alzassero la testa contra l'imperio romano. Ma probabilmente di qua venne la rovina del medesimo Aezio, siccome diremo al suo luogo.
Veggendosi pertanto Attila in libertà, tranquillamente, ancorchè temesse di qualche insidia, se ne tornò nella Pannonia, ma con risoluzione di mettere in piedi un'armata più grande, e di assalire l'Italia, giacchè non avea trovato buon vento nelle Gallie, e noto gli era che l'Italiaera sprovveduta di soldatesche. Nei Frammenti di Fredegario, pubblicati dal padre Ruinart[Gregor., Oper., pag. 707.], si legge un'astuzia di Aezio, la quale non oserei mantenere per vera; cioè, che per aver soccorso daTeodoro(così è chiamatoTeodericoanche da Idacio), gli esibì la metà delle Gallie; e che spediti messi segretamente ad Attila, l'invitò in aiuto suo contra de' Goti, con fare anche a lui l'esibizione suddetta. Dopo due battaglie, Aezio di notte andò a trovar Attila, e gli fece credere che veniva un esercito più forte di Goti, condotto da Teoderico fratello del re Torismondo, e tal paura gli mise, che Attila gli diede dieci mila soldi d'oro perchè gli procurasse la comodità di ritirarsi verso la Pannonia. Susseguentemente Aezio diede ad intendere a Torismondo, ch'era giunto un terribil rinforzo ad Attila, e che il consigliava di andarsene a casa, affinchè i suoi fratelli non gli occupassero il regno. Però Torismondo donò anch'egli ad Aezio altri dieci mila soldi, con pregarlo di fare in guisa che potesse liberamente co' suoi Goti ripatriare. Aezio, ciò fatto, assistito dai Franchi, andò perseguitando gli Unni alla coda fino alla Turingia, ed ordinando ogni notte dei grandissimi fuochi, affinchè paresse più grande la sua armata. E perchè i Goti faceano istanza ad Aezio ch'egli eseguisse la promessa, ed Aezio non si sentiva di umore di eseguirla, si contrastò fra di loro; ma infine si venne ad una composizione, e il tutto si quietò con avere Aezio inviato al re loro Torismondo unorbiculodi oro, ornato di gemme, che pesava cinquecento libbre. Il padre Ruinart pensa che questoorbiculofosse un catino o piatto. Ma un catino o piatto pesante venti pesi, sarebbe stato una cosa mostruosa. Io il credo una palla rappresentante il mondo. Aggiugne Fredegario che questo picciolo mondo d'oro fino ai suoi dì (se pure egli è che parla) si conservava con gran venerazione nel tesoro dei Goti. Probabilmente in questo racconto ci saràqualche cosa di vero; ma si può credere che le dicerie del volgo vi avran fatte le frange. In quest'anno il piissimo Marciano Augusto, perchè i pagani dopo la morte di Teodosio II imperadore doveano aver fatto delle novità, pubblicò un rigoroso editto[L. 7 Cod. Justinian. de Paganis.]contra de' medesimi, intimando la perdita de' beni e della vita a chi riaprisse i templi degli idoli, o facesse loro de' sacrifizii. Con altra legge[Cod. Theod., tom. 4,. in Append., lib. 3, tit. 3.]eziandio ordinò che si dovessero pagare alle città i canoni dovuti per gli beni passati nei particolari, e, come si può credere, dati a livello; dal che, siccome ancora da altre leggi, apprendiamo che anche allora i comuni d'ogni città godeano beni, rendite ed erario loro particolare. Truovasi ancora una legge[Cod. Theodos., ibid., lib. 2, tit. 9.]di Valentiniano, data in Roma a dì 31 di gennaio dell'anno presente, ma col titolo forse vizioso, essendo iviImpp. Theodosius et Valentinianus. Quando essa appartenga all'anno presente, il titolo ha da essere solamenteImp. Valentinian., come nelle seguenti, perchè probabilmente Marciano non era per anche riconosciuto per imperadore da Valentiniano. Nella Cronica di Prospero Tirone[Prosper Tiro, in Chronic.], secondo l'edizione del Canisio, si legge all'anno seguente, che l'immagine di Marciano imperadore entrò in Roma a' dì 30 d'aprile: segno che solamente allora egli fu solennemente riconosciuto per Augusto in Roma. In essa legge si tratta de' servi agricoltori fuggitivi, per sapere a quai padroni dovessero ubbidire. Nella seguente è levata una falsa persuasione che non si potessero vendere beni agli uffiziali dell'imperadore, e vien provveduto ad altri pubblici affari. Mercè poi della terza legge vegniamo in cognizione che nell'anno precedente l'Italia tutta era stata flagellata da una fierissima carestia, di maniera che molti, per non morire di fame, si erano ridotti a vendere i proprii figliuolie genitori per ischiavi, non però ai Pagani, ma ai Cristiani stessi, secondo l'uso d'allora. Comanda l'imperadore che qualora si restituisca il danaro con alquanto d'usura, si rompa la vendita fatta di quei miseri, con aggiugnere la pena di sei once d'oro a chiunque vendesse ai Barbari alcun dei cristiani.