CDLIIAnno diCristoCDLII. IndizioneV.Leonepapa 13.ValentinianoIII imper. 28.Marcianoimperadore 3.ConsoliSporacioeFlavio Erculano.Provò anche la parte occidentale di Italia in quest'anno di gravissime sciagure per cagione del ferocissimo re degli Unni Attila. Costui, ritornato nella Pannonia, attese durante il verno a riparar le forze perdute nella Gallia. Venuta la primavera, eccolo con formidabil esercito, creduto non inferiore a quel dell'anno precedente, entrar nell'Italia per la parte del Friuli. La prima città che fece resistenza al furibondo tiranno fu Aquileia, una delle più riguardevoli, forti e popolate città che s'avesse allora l'Italia, e però fu immediatamente stretta con forte assedio. All'autore della Miscella[Histor. Miscell., lib. 15, tom. 1 Rer. Italic.]secondo la mia edizione siam qui tenuti, perchè egli con qualche particolarità descrive questi fatti, i quali appena da altri pochi si veggono accennati. Falla bensì e (prima d'ora l'avvertì ancora il Sigonio[Sigon., de Regn. Occident., lib. 13.]) allorchè scrive chetre anni continuidurò quell'assedio, quando non si volesse supporre che Attila prima di passar nelle Gallie l'avesse con un'armata a parte formato: del che non si truova un barlume presso gli antichi. Certo è, per quanto s'ha da Marcellino conte[Marcell. Comes, in Chron.]e da Cassiodorio[Cassiod., in Chron.], che nell'anno presente Aquileia fu presa. Narra dunquel'autore suddetto, con cui va di concordia Giordano istorico[Jordan., de Reb. Get., cap. 42.], che facendo i cittadini vigorosa difesa, e mormorando l'esercito tutto a cagion della fame che per mancanza di viveri sofferivano, Attila, un dì cavalcando intorno all'assediata città, osservò che le cicogne solite a fare i lor nidi nei letti delle case, a truppa ne uscivano, portando col becco i lor figliuolini alla campagna. Allora Attila, rivolto a' suoi,mirate, disse,gli uccelli che preveggono le cose avvenire, come abbandonano questa città, sapendo che ha da perire. Ed incontinente dato ordine che si facessero giocar tutte le macchine di guerra, ed esortati i suoi a mostrare la lor bravura, sì fiero assalto diede alla città, che se ne impadronì. Procopio[Procop., lib. 11, cap. 4 de Bell. Vandal.]diversamente narra il fatto, con dire che già Attila coll'esercito abbandonava l'assedio, quando osservò una cicogna che portava via i suoi cicognini: perlochè si fermò, ed essendo da lì a poco caduto il muro, dov'era dianzi il nido di quegli uccelli, entrò facilmente nella città. Ma pare più da credere a Giordano, che si servì della storia di Prisco, autore di questi tempi. Comunque sia, tutta Aquileia andò a sacco; chi dei cittadini non fu messo a fil di spada, restò schiavo de' Barbari: ed in pena poi della ostinata difesa furono consegnati al fuoco gli edifizii tutti. Però gli scrittori di questi ultimi secoli hanno creduto che Aquileia allora distrutta non risorgesse mai più, e durasse da lì innanzi nella depressione, in cui si truova oggidì. Ma il cardinal Baronio[Baron., Annal. Eccl. ad ann. 452.]è di parer contrario, fondato sopra una lettera di san Leone papa, scritta nell'anno 458 a Niceta vescovo d'Aquileia, da cui si raccoglie che molte donne, credendo morti i lor consorti nella schiavitù, s'erano rimaritate, e che alcuni poi dei primi mariti, ricuperata la libertà, e ritornati, richiedevanole loro mogli. Ma questo argomento poco conchiude, perchè nè molti si contano ivi ripatriati, e nelle abitazioni delle castella e della campagna poterono tornare gli abitatori, senza che si rifabbricasse la città. Tuttavia noi troveremo non dispregevole l'opinion del Baronio, potendosi altronde ricavare che almeno in parte fosse riparata allora la rovina d'Aquileia, ed in altri tempi poi ella patisse delle nuove desolazioni. Nel concilio di Grado, tenuto nell'anno 579 da Elia patriarca aquileiense, e riferito da Andrea Dandolo[Dandulus, in Chron., tom. 12 Rer. Italicar.], si legge:Jam pridem ab Attila Hunnorum rege Aquileja civitas nostra funditus est destructa, et postea Gothorum incursu et ceterorum Barbarorum quassata, vix respirat; etiam nunc Longobardorum nefandae gentis flagella sustinere non valens. Basta ciò a far intendere che quella città dovea essere risorta in qualche maniera dopo la desolazione d'Attila. Ai tempi di Giordano[Jordan., de Reb. Getic., cap. 42.]storico, cioè nel secolo susseguente, era talmente atterrata, che non ne apparivano le vestigia. E circa l'anno 786, per relazione di Paolo Diacono, in luogo d'Aquileia, ilForo di Giulio, oggidìCividale del Friuli, era divenuto capo della provincia della Venezia. Cosa è da maravigliarsi, se non è qualche orrore dei testi, come Liutprando storico[Liutprand., Hist., lib. 3, cap. 2.], il quale fioriva circa il 960, scriva in un luogo, cheAquileja praedives, atque olim civitas immensa, ab impiissimo Hunnorum rege Attila capitur, atque funditus dissipatur, nec ulterius, ut in prasentiarum cernitur, elevatur. E pure egli stesso racconta[Idem, lib. 2, cap. 4.]che gli Ungheri calati in Italia circa l'anno 912,Aquilejam et Veronam pertranseunt munitissimas civitates, et Ticinum nullis resistentibus, veniunt.Ritornando ora all'autore della Miscella, egli narra che trovossi a que' tempi di Aquileia una delle più nobili donned'essa città, quanto bella altrettanto pudica, la quale, per non sofferire oltraggi alla sua onestà da que' sordidissimi Barbari, appena udì presa da loro la città, che si buttò giù da un'alta torre nel fiume Natisone, che passava sotto le sue finestre: azione che si crederà da taluno eroica, ma ch'è contraria ai documenti della legge di Cristo. Dopo la rovina di Aquileia, giacchè niuno s'opponeva ai suoi passi, Attila prese la città d'Altino, Concordia e Padova, e le ridusse in un mucchio di pietre. Da questa formidabile irruzione di Barbari fama è che prendesse origine la inclita città di Venezia, celebre per la sua potenza e per le sue illustri imprese. Il Dandolo[Dandolus, in Chron., tom. 12 Rer. Italic.]cita in pruova di ciò un certoPonzio, scrittore a noi incognito. Credesi che, per ischivar sì fiero torrente, i cittadini di Padova, d'Altino e d'altri luoghi circonvicini si rifuggissero nell'isolette di Rivoalto, Malamocco, ed altre di diverso nome; e con venire a fermarsi in quelle ch'erano contigue a Rivoalto, a poco a poco quell'insigne città si formasse, che oggidì chiamiamo Venezia. Nondimeno Cassiodoro[Cassiod., lib. 12, ep. 24.], che circa il fine del susseguente secolo fioriva, scrivendo ai tribuni delle spiaggie marittime, e parlando degli abitanti allora in quelle isolette, non altro dice, se non che viveano de' soli pesci, e il traffico loro consisteva nella raccolta e vendita del sale. Seguita poi a narrare l'autore della Miscella che Attila coll'esercito passò a Vicenza, Verona, e Bergamo, città che provarono gli eccessi della di lui crudeltà. Poscia, inoltratosi fino a Milano e Pavia, occupò e saccheggiò ancor queste, ma senza strage delle persone, e senza consumar colle fiamme le abitazioni. L'antica tradizione dei Modenesi è ch'egli per intercessione di san Geminiano protettore della città (già mancato di vita nell'anno 397), se pure in quei tempi non visse un altro Geminiano vescovo pure di Modena, come sospetta ilcardinal Baronio[Baron., Annal. Eccl. ad ann. 458.], Attila con l'esercito, preso da cecità, passasse senza nocumento alcuno per Modena, siccome raccontammo di sopra di san Lupo vescovo trecense. Per quel che dirò, non è inverisimile il passaggio per Modena di quel tiranno, e potrebb'essere che niun danno le facesse. Ma solamente ritien dubbioso un simil fatto accaduto nel principio del secolo decimo, siccome vedremo, allorchè gli Ungri, razza anch'eglino d'Unni, passarono per Modena, e la lasciarono intatta. Parimente Agnello[Agnell., Part. 1, tom. 2 Rer. Italicar.], che scriveva circa l'anno 835 le vite degli arcivescovi ravennati, ci fa intendere la fama che ivi correa, d'essere arrivato Attila fino a Ravenna, e che, ammollito dalle preghiere diGiovanni, vescovo santo d'essa città, niun danno le recò, essendosi contentato che gli aprissero le porte, per le quali entrato, dopo aver passeggiato per le piazze, se n'andò pacificamente con Dio, e ritornossene al suo regno. Io la credo fama senza buon fondamento, e massimamente parendo che Agnello attribuisca la mansuetudine insorta in quel Barbaro al vescovo suddetto, quando questo pregio è miracoloso, e dovuto a san Leone papa, siccome vedremo fra poco. Per altro, che Piacenza, Parma, Reggio e Modena fossero anche esse partecipi della crudeltà di quel tiranno appellato il flagello di Dio, abbiam ragione di crederlo, da che il sopra mentovato autore della Miscella aggiugne dipoi:Deinde Æmiliae civitatibus similiter expoliatis, novissime eo loco, quo Mincius in Padum influit, castrametati sunt.Certo quelle erano città dell'Emilia. Nè si dee omettere una notizia curiosa, a noi riserbata da Suida[Suidas, in Lexico, verboMediolanum.], cioè che avendo Attila presa la città di Milano, e condotti in ischiavitù i cittadini, osservò a caso una pittura, in cui erano rappresentati i romani imperadori, sedenti sopra aurei troni con gli Sciti prostrati ai lor piedi.Fece egli tosto chiamare un pittore, e cancellata quella pittura, gli ordinò di dipingere il re Attila assiso in trono, e gl'imperadori romani che portavano sulle spalle sacchi pieni di oro, e li votavano a' piedi di sua maestà unnica.Intanto se ne stava Valentiniano Augusto in Roma, e gli dovea ben tremare il cuore all'udir la rovina delle città e i progressi del ferocissimo re. Lasciò scritto san Prospero[Prosper, in Chron.], che ad altro non pensava l'imperadore, che a ritirarsi fuori d'Italia; ma che la vergogna tenne in freno la paura, credendosi massimamente che la crudeltà e cupidigia del barbaro regnante dovesse ormai essere sazia colla desolazione di tante nobili provincie. Ora, non sapendo nè Valentiniano nè il senato e popolo romano qual partito prendere, finalmente fu risoluto di tentare se per mezzo d'ambasciatori si potesse ottener la pace dal crudelissimo tiranno. L'autore della Miscella aggiugne, che dopo le sopra narrate azioni, Attila restò sospeso, se dovea o non dovea volgere i passi alla volta di Roma. La voglia di farlo era grande; ma, siccome scrisse Giordano[Jordan., de Reb. Getic., cap. 42.], che cita qui l'autorità di Prisco istorico, i suoi il dissuadevano coll'esempio di Alarico re dei Goti, il qual poco sopravvisse dopo la presa di Roma. In questo ondeggiar di pensieri arrivarono gli ambasciatori romani, e il trovarono attendato dove il Mincio si scarica nel Po, cioè a Governolo, essendosi messo quivi, per quanto si può credere, a quartiere pel verno sopravvenuto. Forse ancora l'arrivo d'essi ambasciatori succedette solamente nell'anno seguente. Furono essi il santopapa Leone,Avienoconsolare, cioè ch'era stato console, eTrigezio, che sembra essere stato prefetto del pretorio. Confidava assaissimo l'imperadore nell'eloquenza ed abilità di san Leone, nè s'ingannò. Perorò con tal forza e garbo il pontefice, che il superbo tiranno divenne mansueto,e, con accettar la pace, promise di tornarsene alle sue contrade, e l'eseguì. L'andata di san Leone ad Attila è attestata da san Prospero[Prosper, in Chron.], dall'autore della Miscella[Hist. Miscella, lib. 15.], da Cassiodoro[Cassiod., in Chronic.], da Vittor Turonense, da Giordano storico[Jordan., de Reb. Getic., cap. 42.]e da una lettera scritta da' vescovi orientali a Simmaco papa[Inter Epist. Symmachi papae.]. Nella suddetta Miscella poi si legge, che, interrogato Attila come egli si fosse indotto a far tutto ciò che il romano pontefice gli avea richiesto, rispose di aver veduto presso quel vescovo un altr'uomo di presenza più venerabile, che con una spada sguainata il minacciava, se non acconsentiva alle sue dimande. È da stupire come nelle vite de' romani pontefici attribuite ad Anastasio Bibliotecario si racconti bensì l'ambasceria suddetta di san Leone, ma senza dir parola di quel miracolo. Inoltre Cassiodoro scrive in una lettera, che insieme conCarpilionefigliuolo d'Aezio fu spedito ad Attila suo padre, e che alla di lui eloquenza riuscì di placare quella crudelissima bestia. Il Sigonio[Sigon., de Imper. Occident., lib. 13.]rapporta qui una particolarità degna d'osservazione: cioè, che Valentiniano Augusto sul principio di questa guerra, senza perdersi d'animo, chiamò in Italia un grosso corpo di Goti, dei quali, secondo Procopio, furono condottieri Alarico ed Antala; e poste buone guarnigioni nell'Alpi Giulie, per le quali si passa dalla Pannonia in Italia, fortificò e provvide del bisognevole Aquileia e le altre città, per le quali si va al Po. Aggiugne, che la cagione dell'essersi ritirato Attila di là dal Po, si dee attribuire ad Aezio generale di Valentiniano Augusto, il quale valorosamente gli era alle spalle con un'armata che l'andava incalzando e pizzicando. E qui cita il Sigonio le seguenti parole di Giordano istorico:Attila, recollectis viribus, Aquilejam vi magna diu obsessam capit, accircumquaque praedis et caedibus furibundus bacchatur; ad quem Valentinianus imperator papam mittens, pacem cum eo fecit, exercitusque ejus fame, peste, morbo, caedibusque insuper ab Aetio attritus, eum reverti fecit.Può essere che il Sigonio abbia letto in Procopio quanto egli riferisce, quantunque io non ve l'abbia trovato; ma per conto del passo che egli rapporta di Giordano non so onde lo abbia egli preso. Certo nell'edizione del padre Garezio benedettino, e nella mia confrontata coll'antichissimo testo dell'Ambrosiana[Rer. Italicar. Scriptor., tom. 1, part. 1.]non compariscono quelle parole, le quali, se sussistessero, porgerebbono motivo di credere che aggiunta alle persuasioni di san Leone l'apprensione del valore e delle forze d'Aezio, quel Barbaro si fosse indotto alla ritirata. All'incontro abbiamo l'autorità di san Prospero[Prosper, in Chron.], opposta all'asserzione suddetta. Eccone le parole al presente anno:Attila, redintegratis viribus, quas in Italia amiserat, Italiam ingredi per Pannonias intendit, inhil duce nostro Aetio secundum prioris belli opera perspiciente, ita ut ne clusuris quidem Alpium, quibus hostes prohiberi poterant, uteretur: hoc solum spei suis superesse existimans, si ab omni Italia cum imperatore dissederet.Ma non è perciò da disprezzare il racconto del Sigonio; perciocchè Idacio[Idacius, in Chron.]scrisse che nel secondo anno del principato di Marciano, gli Unni da' quali era messa a sacco l'Italia, dopo aver eglino desolate alquante città, rimasero miracolosamente estinti, parte per la fame, parte per un certo morbo e per alcune calamità venute dal cielo. E che avendo l'imperador Marciano mandati soccorsi di milizie ad Aezio, questi tagliò a pezzi non pochi de' nemici in maniera che furono astretti a far la pace co' Romani. Sant'Isidoro, siccome quegli che fu copiatore d'Idacio, racconta lo stesso.Nè si dee tacere che Attila, per attestato concorde di Giordano e dell'autore della Miscella, prima di ritirarsi, minacciò la total rovina all'Italia, se non gli fosse inviata con ricchissima dote, e con assegnarle una porzione del regno,Onoriasorella di Valentiniano Augusto, cioè quella svergognata principessa che, siccome abbiam veduto di sopra, avea incitato lo stesso Attila a muovere l'armi contra del fratello per isperanza di acquistare la libertà, e di sposare quel re villano. Ed è probabile che gli fosse promessa, affinchè il Barbaro non tardasse a levarsi d'Italia. Il Du-Cange[Du-Cange, in Famil. Byzant., pag. 73.]pretende ancora che questa principessa infatti gli fosse spedita: ma non veggo alcuno degli antichi che l'asserisca. Fu ben ella promessa, ma si dovettero trovar varie scuse ed intoppi, tanto che la morte d'Attila, che da lì a non molto accadde, mise ancor fine alle ambiziose sue pretensioni. E perciocchè niuno degli scrittori parla più da lì innanzi d'essa Onoria, non è improbabile che per li suoi misfatti le fossero abbreviati i giorni della vita, o pur ch'essa con suo comodo li terminasse in una prigione segreta. Fu quest'anno che Marciano Augusto pubblicò un editto[Inter Acta Concilii Chalcedonensis.]contro i seguaci degli errori d'Eutichete, con intimar loro varie pene. Similmente egli con altro proclama dichiarò l'innocenza e santità di Flaviano patriarca morto in esilio. Abbiamo anche da Marcellino conte[Marcell. Comes, in Chron.], aver egli ordinato in quest'anno che i nuovi consoli, in vece di gettar danari al popolo, gl'impiegassero in risarcire l'acquidotto di Costantinopoli. Doveano probabilmente succedere ferite e morti in quel popolare tumulto. Per lo contrario Valentiniano imperadore in questo medesimo anno, sì funesto all'Italia, con una sua legge[Tom. 4 Cod. Theodos. Append. tit. 12.]ristrinse la giurisdizione de' vescovi, ordinando che i medesiminon potessero giudicar cause criminali, e neppur le civili fra i cherici; e se le giudicassero, fosse solo per compromesso, riserbando loro unicamente quelle di religione. Vietò ancora che i curiali, i servi e mercatanti del corpo della mercatura non si potessero far preti, nè monaci. Molti altri punti son ivi determinati. Trovarono i susseguenti Augusti indecente questa legge, e però la scartarono. Intanto il cardinal Baronio alla indebita pubblicazion d'essa attribuisce tutte le disgrazie accadute in quest'anno, non a Valentiniano che stava a divertirsi in Roma, ma alle città della Venezia, Insubria ed Emilia, che niuna colpa aveano di questo editto. Oltre di che, essendo data quella legge nel dì 15 di aprile del presente anno, Attila verisimilmente era già calato in Italia, e stava digrignando i denti sotto l'ostinata Aquileia. Vedesi eziandio un'altra legge[Tom. 4 Cod. Theodos. Append. tit. 15.]dello stesso Augusto data in Roma a dì 29 di giugno intorno ai tributi che doveano pagare i mercatanti di porci, buoi e pecore, dove parla dell'attenzione d'Aezio patriziofra le cure della guerra e lo strepito delle trombe. Da ciò ricava il Sigonio che Aezio avesse raunato un gagliardissimo esercito da opporre ad Attila; ma altro non ne so trarre io, se non che Aezio anche in que' tempi sì sconvolti pensava ad impedire che non fosse defraudato dei tributi l'erario imperiale, e che essi tributi con regola e proporzione si pagassero. Essendo mancato di vita in NapoliQuod vult Deusvescovo di Cartagine, esiliato da Genserico re de' Vandali, tanto si adoperò Valentiniano Augusto presso quel re barbaro, che si contentò che fosse ordinato vescovo in essa città di CartagineDeogratias, uomo di mirabil carità, ed insigne per altre virtù, siccome attesta Vittore Vitense[Victor Vitensis, de persecut. Vandal.].
Consoli
SporacioeFlavio Erculano.
Provò anche la parte occidentale di Italia in quest'anno di gravissime sciagure per cagione del ferocissimo re degli Unni Attila. Costui, ritornato nella Pannonia, attese durante il verno a riparar le forze perdute nella Gallia. Venuta la primavera, eccolo con formidabil esercito, creduto non inferiore a quel dell'anno precedente, entrar nell'Italia per la parte del Friuli. La prima città che fece resistenza al furibondo tiranno fu Aquileia, una delle più riguardevoli, forti e popolate città che s'avesse allora l'Italia, e però fu immediatamente stretta con forte assedio. All'autore della Miscella[Histor. Miscell., lib. 15, tom. 1 Rer. Italic.]secondo la mia edizione siam qui tenuti, perchè egli con qualche particolarità descrive questi fatti, i quali appena da altri pochi si veggono accennati. Falla bensì e (prima d'ora l'avvertì ancora il Sigonio[Sigon., de Regn. Occident., lib. 13.]) allorchè scrive chetre anni continuidurò quell'assedio, quando non si volesse supporre che Attila prima di passar nelle Gallie l'avesse con un'armata a parte formato: del che non si truova un barlume presso gli antichi. Certo è, per quanto s'ha da Marcellino conte[Marcell. Comes, in Chron.]e da Cassiodorio[Cassiod., in Chron.], che nell'anno presente Aquileia fu presa. Narra dunquel'autore suddetto, con cui va di concordia Giordano istorico[Jordan., de Reb. Get., cap. 42.], che facendo i cittadini vigorosa difesa, e mormorando l'esercito tutto a cagion della fame che per mancanza di viveri sofferivano, Attila, un dì cavalcando intorno all'assediata città, osservò che le cicogne solite a fare i lor nidi nei letti delle case, a truppa ne uscivano, portando col becco i lor figliuolini alla campagna. Allora Attila, rivolto a' suoi,mirate, disse,gli uccelli che preveggono le cose avvenire, come abbandonano questa città, sapendo che ha da perire. Ed incontinente dato ordine che si facessero giocar tutte le macchine di guerra, ed esortati i suoi a mostrare la lor bravura, sì fiero assalto diede alla città, che se ne impadronì. Procopio[Procop., lib. 11, cap. 4 de Bell. Vandal.]diversamente narra il fatto, con dire che già Attila coll'esercito abbandonava l'assedio, quando osservò una cicogna che portava via i suoi cicognini: perlochè si fermò, ed essendo da lì a poco caduto il muro, dov'era dianzi il nido di quegli uccelli, entrò facilmente nella città. Ma pare più da credere a Giordano, che si servì della storia di Prisco, autore di questi tempi. Comunque sia, tutta Aquileia andò a sacco; chi dei cittadini non fu messo a fil di spada, restò schiavo de' Barbari: ed in pena poi della ostinata difesa furono consegnati al fuoco gli edifizii tutti. Però gli scrittori di questi ultimi secoli hanno creduto che Aquileia allora distrutta non risorgesse mai più, e durasse da lì innanzi nella depressione, in cui si truova oggidì. Ma il cardinal Baronio[Baron., Annal. Eccl. ad ann. 452.]è di parer contrario, fondato sopra una lettera di san Leone papa, scritta nell'anno 458 a Niceta vescovo d'Aquileia, da cui si raccoglie che molte donne, credendo morti i lor consorti nella schiavitù, s'erano rimaritate, e che alcuni poi dei primi mariti, ricuperata la libertà, e ritornati, richiedevanole loro mogli. Ma questo argomento poco conchiude, perchè nè molti si contano ivi ripatriati, e nelle abitazioni delle castella e della campagna poterono tornare gli abitatori, senza che si rifabbricasse la città. Tuttavia noi troveremo non dispregevole l'opinion del Baronio, potendosi altronde ricavare che almeno in parte fosse riparata allora la rovina d'Aquileia, ed in altri tempi poi ella patisse delle nuove desolazioni. Nel concilio di Grado, tenuto nell'anno 579 da Elia patriarca aquileiense, e riferito da Andrea Dandolo[Dandulus, in Chron., tom. 12 Rer. Italicar.], si legge:Jam pridem ab Attila Hunnorum rege Aquileja civitas nostra funditus est destructa, et postea Gothorum incursu et ceterorum Barbarorum quassata, vix respirat; etiam nunc Longobardorum nefandae gentis flagella sustinere non valens. Basta ciò a far intendere che quella città dovea essere risorta in qualche maniera dopo la desolazione d'Attila. Ai tempi di Giordano[Jordan., de Reb. Getic., cap. 42.]storico, cioè nel secolo susseguente, era talmente atterrata, che non ne apparivano le vestigia. E circa l'anno 786, per relazione di Paolo Diacono, in luogo d'Aquileia, ilForo di Giulio, oggidìCividale del Friuli, era divenuto capo della provincia della Venezia. Cosa è da maravigliarsi, se non è qualche orrore dei testi, come Liutprando storico[Liutprand., Hist., lib. 3, cap. 2.], il quale fioriva circa il 960, scriva in un luogo, cheAquileja praedives, atque olim civitas immensa, ab impiissimo Hunnorum rege Attila capitur, atque funditus dissipatur, nec ulterius, ut in prasentiarum cernitur, elevatur. E pure egli stesso racconta[Idem, lib. 2, cap. 4.]che gli Ungheri calati in Italia circa l'anno 912,Aquilejam et Veronam pertranseunt munitissimas civitates, et Ticinum nullis resistentibus, veniunt.
Ritornando ora all'autore della Miscella, egli narra che trovossi a que' tempi di Aquileia una delle più nobili donned'essa città, quanto bella altrettanto pudica, la quale, per non sofferire oltraggi alla sua onestà da que' sordidissimi Barbari, appena udì presa da loro la città, che si buttò giù da un'alta torre nel fiume Natisone, che passava sotto le sue finestre: azione che si crederà da taluno eroica, ma ch'è contraria ai documenti della legge di Cristo. Dopo la rovina di Aquileia, giacchè niuno s'opponeva ai suoi passi, Attila prese la città d'Altino, Concordia e Padova, e le ridusse in un mucchio di pietre. Da questa formidabile irruzione di Barbari fama è che prendesse origine la inclita città di Venezia, celebre per la sua potenza e per le sue illustri imprese. Il Dandolo[Dandolus, in Chron., tom. 12 Rer. Italic.]cita in pruova di ciò un certoPonzio, scrittore a noi incognito. Credesi che, per ischivar sì fiero torrente, i cittadini di Padova, d'Altino e d'altri luoghi circonvicini si rifuggissero nell'isolette di Rivoalto, Malamocco, ed altre di diverso nome; e con venire a fermarsi in quelle ch'erano contigue a Rivoalto, a poco a poco quell'insigne città si formasse, che oggidì chiamiamo Venezia. Nondimeno Cassiodoro[Cassiod., lib. 12, ep. 24.], che circa il fine del susseguente secolo fioriva, scrivendo ai tribuni delle spiaggie marittime, e parlando degli abitanti allora in quelle isolette, non altro dice, se non che viveano de' soli pesci, e il traffico loro consisteva nella raccolta e vendita del sale. Seguita poi a narrare l'autore della Miscella che Attila coll'esercito passò a Vicenza, Verona, e Bergamo, città che provarono gli eccessi della di lui crudeltà. Poscia, inoltratosi fino a Milano e Pavia, occupò e saccheggiò ancor queste, ma senza strage delle persone, e senza consumar colle fiamme le abitazioni. L'antica tradizione dei Modenesi è ch'egli per intercessione di san Geminiano protettore della città (già mancato di vita nell'anno 397), se pure in quei tempi non visse un altro Geminiano vescovo pure di Modena, come sospetta ilcardinal Baronio[Baron., Annal. Eccl. ad ann. 458.], Attila con l'esercito, preso da cecità, passasse senza nocumento alcuno per Modena, siccome raccontammo di sopra di san Lupo vescovo trecense. Per quel che dirò, non è inverisimile il passaggio per Modena di quel tiranno, e potrebb'essere che niun danno le facesse. Ma solamente ritien dubbioso un simil fatto accaduto nel principio del secolo decimo, siccome vedremo, allorchè gli Ungri, razza anch'eglino d'Unni, passarono per Modena, e la lasciarono intatta. Parimente Agnello[Agnell., Part. 1, tom. 2 Rer. Italicar.], che scriveva circa l'anno 835 le vite degli arcivescovi ravennati, ci fa intendere la fama che ivi correa, d'essere arrivato Attila fino a Ravenna, e che, ammollito dalle preghiere diGiovanni, vescovo santo d'essa città, niun danno le recò, essendosi contentato che gli aprissero le porte, per le quali entrato, dopo aver passeggiato per le piazze, se n'andò pacificamente con Dio, e ritornossene al suo regno. Io la credo fama senza buon fondamento, e massimamente parendo che Agnello attribuisca la mansuetudine insorta in quel Barbaro al vescovo suddetto, quando questo pregio è miracoloso, e dovuto a san Leone papa, siccome vedremo fra poco. Per altro, che Piacenza, Parma, Reggio e Modena fossero anche esse partecipi della crudeltà di quel tiranno appellato il flagello di Dio, abbiam ragione di crederlo, da che il sopra mentovato autore della Miscella aggiugne dipoi:Deinde Æmiliae civitatibus similiter expoliatis, novissime eo loco, quo Mincius in Padum influit, castrametati sunt.Certo quelle erano città dell'Emilia. Nè si dee omettere una notizia curiosa, a noi riserbata da Suida[Suidas, in Lexico, verboMediolanum.], cioè che avendo Attila presa la città di Milano, e condotti in ischiavitù i cittadini, osservò a caso una pittura, in cui erano rappresentati i romani imperadori, sedenti sopra aurei troni con gli Sciti prostrati ai lor piedi.Fece egli tosto chiamare un pittore, e cancellata quella pittura, gli ordinò di dipingere il re Attila assiso in trono, e gl'imperadori romani che portavano sulle spalle sacchi pieni di oro, e li votavano a' piedi di sua maestà unnica.
Intanto se ne stava Valentiniano Augusto in Roma, e gli dovea ben tremare il cuore all'udir la rovina delle città e i progressi del ferocissimo re. Lasciò scritto san Prospero[Prosper, in Chron.], che ad altro non pensava l'imperadore, che a ritirarsi fuori d'Italia; ma che la vergogna tenne in freno la paura, credendosi massimamente che la crudeltà e cupidigia del barbaro regnante dovesse ormai essere sazia colla desolazione di tante nobili provincie. Ora, non sapendo nè Valentiniano nè il senato e popolo romano qual partito prendere, finalmente fu risoluto di tentare se per mezzo d'ambasciatori si potesse ottener la pace dal crudelissimo tiranno. L'autore della Miscella aggiugne, che dopo le sopra narrate azioni, Attila restò sospeso, se dovea o non dovea volgere i passi alla volta di Roma. La voglia di farlo era grande; ma, siccome scrisse Giordano[Jordan., de Reb. Getic., cap. 42.], che cita qui l'autorità di Prisco istorico, i suoi il dissuadevano coll'esempio di Alarico re dei Goti, il qual poco sopravvisse dopo la presa di Roma. In questo ondeggiar di pensieri arrivarono gli ambasciatori romani, e il trovarono attendato dove il Mincio si scarica nel Po, cioè a Governolo, essendosi messo quivi, per quanto si può credere, a quartiere pel verno sopravvenuto. Forse ancora l'arrivo d'essi ambasciatori succedette solamente nell'anno seguente. Furono essi il santopapa Leone,Avienoconsolare, cioè ch'era stato console, eTrigezio, che sembra essere stato prefetto del pretorio. Confidava assaissimo l'imperadore nell'eloquenza ed abilità di san Leone, nè s'ingannò. Perorò con tal forza e garbo il pontefice, che il superbo tiranno divenne mansueto,e, con accettar la pace, promise di tornarsene alle sue contrade, e l'eseguì. L'andata di san Leone ad Attila è attestata da san Prospero[Prosper, in Chron.], dall'autore della Miscella[Hist. Miscella, lib. 15.], da Cassiodoro[Cassiod., in Chronic.], da Vittor Turonense, da Giordano storico[Jordan., de Reb. Getic., cap. 42.]e da una lettera scritta da' vescovi orientali a Simmaco papa[Inter Epist. Symmachi papae.]. Nella suddetta Miscella poi si legge, che, interrogato Attila come egli si fosse indotto a far tutto ciò che il romano pontefice gli avea richiesto, rispose di aver veduto presso quel vescovo un altr'uomo di presenza più venerabile, che con una spada sguainata il minacciava, se non acconsentiva alle sue dimande. È da stupire come nelle vite de' romani pontefici attribuite ad Anastasio Bibliotecario si racconti bensì l'ambasceria suddetta di san Leone, ma senza dir parola di quel miracolo. Inoltre Cassiodoro scrive in una lettera, che insieme conCarpilionefigliuolo d'Aezio fu spedito ad Attila suo padre, e che alla di lui eloquenza riuscì di placare quella crudelissima bestia. Il Sigonio[Sigon., de Imper. Occident., lib. 13.]rapporta qui una particolarità degna d'osservazione: cioè, che Valentiniano Augusto sul principio di questa guerra, senza perdersi d'animo, chiamò in Italia un grosso corpo di Goti, dei quali, secondo Procopio, furono condottieri Alarico ed Antala; e poste buone guarnigioni nell'Alpi Giulie, per le quali si passa dalla Pannonia in Italia, fortificò e provvide del bisognevole Aquileia e le altre città, per le quali si va al Po. Aggiugne, che la cagione dell'essersi ritirato Attila di là dal Po, si dee attribuire ad Aezio generale di Valentiniano Augusto, il quale valorosamente gli era alle spalle con un'armata che l'andava incalzando e pizzicando. E qui cita il Sigonio le seguenti parole di Giordano istorico:Attila, recollectis viribus, Aquilejam vi magna diu obsessam capit, accircumquaque praedis et caedibus furibundus bacchatur; ad quem Valentinianus imperator papam mittens, pacem cum eo fecit, exercitusque ejus fame, peste, morbo, caedibusque insuper ab Aetio attritus, eum reverti fecit.Può essere che il Sigonio abbia letto in Procopio quanto egli riferisce, quantunque io non ve l'abbia trovato; ma per conto del passo che egli rapporta di Giordano non so onde lo abbia egli preso. Certo nell'edizione del padre Garezio benedettino, e nella mia confrontata coll'antichissimo testo dell'Ambrosiana[Rer. Italicar. Scriptor., tom. 1, part. 1.]non compariscono quelle parole, le quali, se sussistessero, porgerebbono motivo di credere che aggiunta alle persuasioni di san Leone l'apprensione del valore e delle forze d'Aezio, quel Barbaro si fosse indotto alla ritirata. All'incontro abbiamo l'autorità di san Prospero[Prosper, in Chron.], opposta all'asserzione suddetta. Eccone le parole al presente anno:Attila, redintegratis viribus, quas in Italia amiserat, Italiam ingredi per Pannonias intendit, inhil duce nostro Aetio secundum prioris belli opera perspiciente, ita ut ne clusuris quidem Alpium, quibus hostes prohiberi poterant, uteretur: hoc solum spei suis superesse existimans, si ab omni Italia cum imperatore dissederet.Ma non è perciò da disprezzare il racconto del Sigonio; perciocchè Idacio[Idacius, in Chron.]scrisse che nel secondo anno del principato di Marciano, gli Unni da' quali era messa a sacco l'Italia, dopo aver eglino desolate alquante città, rimasero miracolosamente estinti, parte per la fame, parte per un certo morbo e per alcune calamità venute dal cielo. E che avendo l'imperador Marciano mandati soccorsi di milizie ad Aezio, questi tagliò a pezzi non pochi de' nemici in maniera che furono astretti a far la pace co' Romani. Sant'Isidoro, siccome quegli che fu copiatore d'Idacio, racconta lo stesso.
Nè si dee tacere che Attila, per attestato concorde di Giordano e dell'autore della Miscella, prima di ritirarsi, minacciò la total rovina all'Italia, se non gli fosse inviata con ricchissima dote, e con assegnarle una porzione del regno,Onoriasorella di Valentiniano Augusto, cioè quella svergognata principessa che, siccome abbiam veduto di sopra, avea incitato lo stesso Attila a muovere l'armi contra del fratello per isperanza di acquistare la libertà, e di sposare quel re villano. Ed è probabile che gli fosse promessa, affinchè il Barbaro non tardasse a levarsi d'Italia. Il Du-Cange[Du-Cange, in Famil. Byzant., pag. 73.]pretende ancora che questa principessa infatti gli fosse spedita: ma non veggo alcuno degli antichi che l'asserisca. Fu ben ella promessa, ma si dovettero trovar varie scuse ed intoppi, tanto che la morte d'Attila, che da lì a non molto accadde, mise ancor fine alle ambiziose sue pretensioni. E perciocchè niuno degli scrittori parla più da lì innanzi d'essa Onoria, non è improbabile che per li suoi misfatti le fossero abbreviati i giorni della vita, o pur ch'essa con suo comodo li terminasse in una prigione segreta. Fu quest'anno che Marciano Augusto pubblicò un editto[Inter Acta Concilii Chalcedonensis.]contro i seguaci degli errori d'Eutichete, con intimar loro varie pene. Similmente egli con altro proclama dichiarò l'innocenza e santità di Flaviano patriarca morto in esilio. Abbiamo anche da Marcellino conte[Marcell. Comes, in Chron.], aver egli ordinato in quest'anno che i nuovi consoli, in vece di gettar danari al popolo, gl'impiegassero in risarcire l'acquidotto di Costantinopoli. Doveano probabilmente succedere ferite e morti in quel popolare tumulto. Per lo contrario Valentiniano imperadore in questo medesimo anno, sì funesto all'Italia, con una sua legge[Tom. 4 Cod. Theodos. Append. tit. 12.]ristrinse la giurisdizione de' vescovi, ordinando che i medesiminon potessero giudicar cause criminali, e neppur le civili fra i cherici; e se le giudicassero, fosse solo per compromesso, riserbando loro unicamente quelle di religione. Vietò ancora che i curiali, i servi e mercatanti del corpo della mercatura non si potessero far preti, nè monaci. Molti altri punti son ivi determinati. Trovarono i susseguenti Augusti indecente questa legge, e però la scartarono. Intanto il cardinal Baronio alla indebita pubblicazion d'essa attribuisce tutte le disgrazie accadute in quest'anno, non a Valentiniano che stava a divertirsi in Roma, ma alle città della Venezia, Insubria ed Emilia, che niuna colpa aveano di questo editto. Oltre di che, essendo data quella legge nel dì 15 di aprile del presente anno, Attila verisimilmente era già calato in Italia, e stava digrignando i denti sotto l'ostinata Aquileia. Vedesi eziandio un'altra legge[Tom. 4 Cod. Theodos. Append. tit. 15.]dello stesso Augusto data in Roma a dì 29 di giugno intorno ai tributi che doveano pagare i mercatanti di porci, buoi e pecore, dove parla dell'attenzione d'Aezio patriziofra le cure della guerra e lo strepito delle trombe. Da ciò ricava il Sigonio che Aezio avesse raunato un gagliardissimo esercito da opporre ad Attila; ma altro non ne so trarre io, se non che Aezio anche in que' tempi sì sconvolti pensava ad impedire che non fosse defraudato dei tributi l'erario imperiale, e che essi tributi con regola e proporzione si pagassero. Essendo mancato di vita in NapoliQuod vult Deusvescovo di Cartagine, esiliato da Genserico re de' Vandali, tanto si adoperò Valentiniano Augusto presso quel re barbaro, che si contentò che fosse ordinato vescovo in essa città di CartagineDeogratias, uomo di mirabil carità, ed insigne per altre virtù, siccome attesta Vittore Vitense[Victor Vitensis, de persecut. Vandal.].